RIFLESSIONI SUL SANTO NATALE – SANT’ARCANGELO TADINI

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SANT’ARCANGELO TADINI – RIFLESSIONI SUL SANTO NATALE

Angelo di Verola

Canonizzato il 26 Aprile 2009 da Benedetto XVI proclamato Beato il 3 ottobre 1999 da Giovanni Paolo II

da, Sermones, Archivio Suore Operaie, Botticino Sera

Omelia  

A differenza di tutti gli altri bambini che non possono fissare il luogo della loro nascita, Gesù se Io scelse e molti anni prima Io fece predire dai Profeta Michea: Betlemme. Questa predizione ci reca grande meraviglia: e come può non esser tale mentre tutti sappiamo che a Nazareth e non a Betlemme fu annunziato il grande mistero dell’incarnazione, che a Nazareth e non a Betlemme abitava la fortunata donna che doveva darlo alla luce? Come poteva dunque avverarsi questa profezia, come compirsi questo vaticinio? Nelle mani del Signore tutto è grande, tutto è sublime. Aveva in quel tempo Cesare Augusto, imperatore romano, emanato un editto col quale comandava che tutti i sudditi dell’imperatore si portassero alla capitale, alla città da dove traevano origine per dare il loro nome. Questo comando colpiva anche i Santi Sposi Maria e Giuseppe, e siccome discendevano entrambi dalla stirpe di Davide che era di Betlemme, così essi dovettero portarsi in questa città per darvi il loro nome Sorpresi dalla notte, non avendo ormai più tempo di ritornare a Nazareth si diedero a cercare alloggio per Betlemme; ma mentre per i ricchi e i grandi della terra erano preparati grandi palazzi, ricche sale, per la Madre di Dio e per il suo custode non vi era dove posare capo. Preoccupati e dolenti dovettero mettersi in viaggio, uscire dalla città e ricoverarsi in una stalla; qui si compì il tempo per il quale Maria doveva dare alla luce il suo Divin Infante e in quella notte stessa nacque al mondo Gesù: il Salvatore del mondo. E quale grande nuova ammirazione! In quale condizione si mostra al suo regno il sovrano dominatore dell’universo! Attorno a lui non ha che un semplice artigiano e una povera donna occupata a coprirlo con fasce. Il suo palazzo consiste in una stalla sordida ed infetta, ed invece di assidersi sopra un trono giace sopra una umile mangiatoia. Ma, perché o Signore non compariste al mondo quale possente monarca, circondato di splendore, rivestito di maestà? Perché non sceglieste come madre una regina della terra, e come vostro custode un grande del mondo? Oh Gesù mio io v’intendo. Vi siete fatto accessibile a tutti nascendo in una capanna e qui con la più amorosa abiezione preparaste per le nostre povere anime un’accoglienza degna della misericordia di un Dio venuto proprio tra noi per la salute di tutti. Ah miei cari corriamo tutti, corriamo a Betlemme, corriamo alla scuola di Gesù col sincero desiderio di approfittare dei suoi insegnamenti. In queste sere che precedono la sua comparsa soave nel mondo, affacciamoci assidui alla culla di questo divino Infante ansiosi di imparare da lui la via che sicuri ci conduce al cielo. E voi o buon Maestro, dateci un cuore attento e pieno di fede affinché vi ascoltiamo; un cuore umile e docile affinché pronti ai vostri voleri facciamo qui in terra sempre la vostra volontà, per avervi in cielo nostra consolazione e nostro premio. Appena nacque il Salvatore, appena si compì il grande Mistero dell’incarnazione del Verbo, il cielo subito venne a rivelarlo alla terra. Un angelo appositamente mandato da Dio agli uomini porta una notizia sì straordinaria. Ma a chi annunzia per primi questo grande avvenimento? Andrà forse nei palazzi di Betlemme a scuotere il sonno dei grandi dei secolo, usciti come Gesù dalla stirpe di Davide, e recherà ad essi l’annunzio che dal loro sangue è nato il Salvatore? Andrà egli a trovare i maestri in Israele, i dottori della legge e accennerà loro che è finalmente compiuta l’attesa delle genti, e che, nel tempo segnato dai profeti, il liberatore d’Israele sì sovente promesso e tanto desiderato per sì lungo tempo è ora comparso? Non già, ma uomini semplici e grossolani, che con la custodia dei loro gregge sostentavano meschinamente la vita, questi sono quelli che la divina Provvidenza scelse a primi contemplatori di tale avvenimento. A questi poveri e semplici pastori, prima d’ogni altro, gli angeli scesi apposta dal cielo fanno sentire quel dolce comando: « andate a Betlemme ». Questo per indicare a noi che per essere ammessi alla scuola di Gesù bisogna avere un cuore semplice e distaccato dalle cose della terra. E’ infatti la semplicità quello che rende l’uomo veramente grande. La semplicità quella che adorna di nuovo pregio le virtù, quella che aggiunge ai sommi ingegni nuovo splendore. E’ per la semplicità appunto che questi poveri uomini meritano di poter essere i primi a attirare sopra di sé gli sguardi dei cielo. Gesù li chiama a sé con trasporti d’amore, vola alle loro braccia, riceve i loro affetti, si lascia abbracciare, baciare e in essi trova le sue delizie e le sue consolazioni. Oh Gesù caro noi vi intendiamo, l’affetto disordinato alle ricchezze, ai piaceri e agli onori del mondo è come uno spinaio che soffoca nel nostro cuore il seme prezioso della vostra santa parola. Che faremo noi miserabili che ci vediamo sì pieni di attacchi terreni? Ah Signore noi non potremo che istantaneamente pregarvi con Sant’Agostino: « bruciate, tagliate tutto ciò che in noi vi dispiace e mette ostacolo al vostro santo amore, distaccateci dal mondo amareggiando tutti i suoi diletti, deh fate insomma che noi abbiamo a sentire il bisogno di rivolgerci a voi, perché sciolti da ogni legame d’amor terreno, siamo disposti e pronti a seguire i vostri divini insegnamenti. » Prostriamoci adunque con la faccia per terra e domandiamo a questo nostro buon maestro una vera umiltà e semplicità di cuore. Baciamo la soglia beata di questo umile presepio e qui, prima di passare innanzi, deponiamo ogni pensiero di propria stima, ogni desiderio ed ogni amore di lode, di comparsa, di fasto e preghiamo Gesù che per la sua infinita misericordia ci renda quali dobbiamo essere prima d’accostarci alla sua culla: cioè compresi dei sentimento del nostro niente, della nostra miseria e dei bisogno estremo che abbiamo di essere istruiti da lui. E voi o caro Gesù, mandateci per carità un raggio del vostro lume che ci faccia capire bene chi noi siamo e chi voi siete, a ciò possiamo amare voi e odiare noi stessi; in questo consiste la vera scienza della salvezza, che voi venite ad insegnarci. Poniamoci o cari a considerare, in questa sera, attentamente la povertà di Gesù. E questa sia la prima lezione che noi impariamo dall’amabile Maestro e Bambino. Chi direbbe mai al vederlo in sì meschino albergo, ricoperto appena di poveri panni, mal difeso contro i rigori della stagione, chi direbbe che Egli è il Re dei re, ed il Signore dei dominanti? Come riconoscere in questo stato di miseria e di abiezione il Sovrano dominatore dell’universo, il Re della gloria, l’Ente supremo al cui cospetto tutti gli altri esseri s’umiliano e si annientano? Non poteva egli nascere in un luogo meno disagiato? Avere, nascendo, quel che non manca ai più poveri… un tetto che lo ripari, un po’ di fuoco che lo riscaldi, una culla su cui adagiarsi? « Le volpi hanno le loro tane, gli uccelli hanno i loro nidi; ed il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo. » Ma e perché tutto questo? Vedeva bene Gesù Cristo di quanto ostacolo ai conseguimento dei Paradiso sarebbe stato per le anime nostre io sregolato amore dei beni presenti, ci volle dare l’esempio di una povertà, di uno spogliamento così universale, così che, almeno in parte, imitandolo arrivassimo a conseguire i beni eterni. Oh quanto ci dobbiamo confondere nel vedere l’amoroso Salvatore ridotto in questo stato! La nudità, lo squallore, la miseria che lo circonda ci tuonano al cuore quei « guai » terribile che egli ha minacciato a coloro che vorranno mettere la loro consolazione nelle cose dei mondo; quella nudità e quella miseria ci predica di tenere il cuore distaccato da tutto perché possiamo liberamente servirlo ed amarlo. Quella miseria ci dice che sono beati i poveri di spirito perché di loro è il Regno dei Cieli … Difatti che cosa è mai davanti a Dio tutto lo splendore della terra? La ricchezza o la miseria, lo splendore o l’umiliazione, sono un nulla davanti a Lui. Egli stima più la povertà che tutte le ricchezze del mondo, come dice San Paolo « ogni cosa di terra io stimo fango e sozzura per guadagnarmi Gesù Cristo. » li santo profeta Davide considerando con profetico lume la povertà di Gesù Cristo uscì in questa bella esclamazione:  » Beato chi ha cura del mendico e del poVro ». Dateci lume o Bambino amato affinché intendiamo la lezione salutare della vostra estrema povertà e fateci capire bene come dobbiamo imitarla nelle circostanze particolari della nostra vita… Sentite o Gesù mio quel che proponiamo di fare e benedite con la vostra grazia questi nostri proponimenti. Per amore alla vostra santa povertà noi ci studieremo di servire gli altri in quel che potremo; ci mostreremo sempre contenti di tutto ricevendo tutto come elemosina dalla benefica mano della vostra Provvidenze, senza desiderare né più né meno di quello che ci darete voi. Non permettete mai che il falso splendore delle prosperità terrene ci abbagli e ci faccia perdere di vista la strada che guida al cielo. Imprimeteci bene nel cuore che i beni del mondo non sono beni per noi se non in quanto ci possono servire a guadagnare altri beni non caduchi, mediante le buone opere di carità. Immaginiamoci o cari di vedere il Divin Pargoletto tremare di freddo su poca paglia; immaginiamoci che Egli ci stenda la fredda sua manina per chiederci qualche soccorso. Ditemi, non vi sentireste forzati a spargere anche tutto il vostro sangue per sopperire al minimo dei suoi bisogni? Orbene in questa sera il Bambino Gesù ci domanda che noi abbiamo a sopportare in pace la povertà che a Lui piacque di mandarci, che l’abbiamo a sopportare per amor suo. Si, o divino In fante, noi d’ora innanzi stimeremo e adoreremo col più profondo ossequio dello spirito la vostra santa povertà, proponiamo di cercarla più che potremo in noi stessi, di rispettarla, compatirla e soccorrerla nei poveri che la rappresentano. Consideriamo, in questa sera, la promessa che Gesù fa a quelle anime che avranno imparato dal suo esempio l’amore alla povertà e ai poveri. Giacché il santo Profeta Davide dopo di aver detto « Beato chi ha cura del mendìco e del povero » aggiunge: « nel giorno cattivo lo libererà il Signore ». Cosa sia questo giorno cattivo tutti lo intendiamo, i Santi ce lo dissero più volte, è il giorno della morte e per questo giorno appunto il Signore promette la sua speciale assistenza. Si vede proprio non esservi cosa che renda tanto tranquilla e consolante la morte, quanto il distacco sincero dalle cose del mondo e l’esercizio costante delle opere della misericordia. Queste ispirano all’anima una gran fiducia nella bontà di quel Dio che deve essere nostro giudice avendo egli promesso d’usare misericordia ai misericordiosi. E il distacco da ogni cosa terrena ci libera anticipatamente dal maggior affanno che rechi la morte, cioè il dover lasciare tutto. Conviene dunque privarsi volentieri di qualche cosa per amore di Gesù…. Fosse pure una cosa assai cara all’amor proprio, come quell’ornamento, quel comodo, quel diletto, per averlo propizio nel giorno terribile della morte. Verrà presto o cari per tutti l’ora della morte, per alcuni di noi questa è l’ultima novena del Natale, è l’ultima volta che trattiamo Gesù come Bambino. Presto lo dovremo vedere coi nostri occhi giudice severo, presto lo dovremo sentire pronunciare quella irrevocabile sentenza o di condanna o di premio eterno. Questo spaventevole istante verrà per me e verrà anche per voi. Certo molti di noi l’anno venturo non ci saranno, passati da questa all’altra vita avranno già abbandonato il mondo, saranno entrati nell’eternità. Pensiamo o cari, riflettiamo seriamente. La morte ci sta sempre davanti e noi vi andiamo sempre più avvicinando… E allora che faremo dei beni della terra? Ah, quante più saranno le cose da noi amate in vita, tanti più saranno i nostri tormenti in morte. Gran dire! Tutti i beni del mondo non potranno allora servire ad altro che a affliggerci: e noi ci affanniamo tanto per averli? Benedetta la povertà del mio Gesù che fa beato il cuore! Intendiamolo adunque che è una vera pazzia l’amare i beni presenti: Gesù solo è un bene vero, un bene eterno. Se attenderemo ad amare Lui solo ci sentiremo felici nel stringerlo povero e crocifisso per amor nostro sul letto di morte e benediremo il momento in cui, per grazia di Gesù, ci saremo distaccati da ogni cosa terrena. Benediremo le privazioni che avremo fatte per soccorrerlo nella persona dei poveri, e con una ineffabile speranza ci prepareremo ad udire da Lui quelle consolanti parole: « venite o benedetti dal Padre mio, venite a possedere il Regno che vi è preparato, poiché io ebbi fame e voi mi deste da mangiare; ebbi sete e mi deste da bere. » Che invito di Paradiso! O Regno eterno! Merita bene di essere guadagnato, con la perdita d’ogni caduco bene del mondo. Alla nascita di Gesù Salvatore gli angeli del Paradiso, a schiere, a coppie discesero sulla terra per invitare gli uomini a far festa, a rallegrarsi per un sì fausto avvenimento. Ma in mezzo al comune tripudio Gesù solo nel silenzio di una spelonca sospira e piange. Qual è il motivo di queste lacrime? Ecco che Gesù stesso ce lo dice per bocca del suo Profeta: « il mio dolore è sempre innanzi a me ». Senti o anima cristiana? Gesù non può togliere lo sguardo dal quadro doloroso delle umane ingratitudini e piange per dolore e compassione di noi miserabili. Gesù ha sempre presenti allo spirito tutti i peccati, piange la perdizione eterna di tante anime, piange le loro segrete miserie… gli errori e le passioni che le accecano, … i piaceri e le tentazione che le seducano, i pravi abiti che le trascinano all’inferno. Gesù piange al vedere il disprezzo della sua legge e della sua grazia, la dimenticanza dei beni eterni, l’amore disordinato alle cose presenti, l’impero del peccato e del demonio, … la falsa pace nella quale viviamo, sebbene peccatori, sebbene ì bisognosi di penitenza e di lacrime per ottenere misericordia! Ma forse Gesù vede in noi anche al presente qualche cosa che lo fa piangere. Ah, forse noi stessi siamo la più amara cagione delle sue lacrime e del suo dolore. Si fa piangere Gesù commettendo il peccato, o mettendosi nell’occasione prossima di commetterlo. E avremo cuore ancora di far piangere Gesù? E non ci risolveremo a finirla una buona volta col peccato? Ah se le lacrime di Gesù non ci commuovono, diciamolo pure, pure noi abbiamo in petto un cuore di macigno e dobbiamo temere di essere caduti nella più terribile ostinazione di peccato. Se così fosse, quanto maggior bisogno avremmo della misericordia del santo Bambino, quanta necessità di pregarlo perché lasci cadere la rugiada celeste delle sue lacrime sull’arida terra del nostro povero cuore, affinché si intenerisca alla vista delle sue pene. L’aspetto d’una persona afflitta e piangente muove naturalmente a pietà e desiderio di poterla in qualche modo consolare. E noi non sentiremo il desiderio di consolare Gesù? Farlo cessare dal piangere e asciugare le sue lacrime? Sono i nostri peccati e i peccati di tutti gli uomini che lo fanno piangere e penare: lo sappiamo.. e perché non vorremmo dunque detestare e odiare questi maledetti peccati, fuggire le occasioni che ce lo fanno commettere? Sì, o amabile Gesù, noi ve lo promettiamo questa sera qui davanti a voi, e la nostra promessa la manterremo a qualunque costo. Dovessimo perdere la vita, noi non vi faremo spargere lacrima alcuna per l’avvenire. Ci prostreremo nelle prossime feste ai piedi del vostro Ministro e là dolendoci di vero cuore domanderemo perdono di tutti i nostri peccati e di quelli ancora che furono commessi dagli altri per colpa nostra. E voi, o amabile Redentore, fate che unendo le nostre lacrime alle vostre esse valgano a cancellare tutte le nostre ingratitudini, e renderci mondi e puri agli occhi vostri. Oh! Quale consolazione sarà per noi il poter dire con San Tommaso: « Divin Bambinello abbracciatemi affinché noi piangiamo insieme. Voi per amore verso di me, io per amor vostro. Voi mi convertirete e io vi possederò; voi vi consolerete con me e io mi con foderò con voi. » Oh quale dolcezza, qual bene! Bandite dunque da noi, caro Gesù, tutti i fallaci godimenti della terra, affinché sospirando e piangendo in questa vita meritiamo la bella sorte di vedervi e possedervi per tutta l’eternità. Mancherei ad una grande necessità, mi parrebbe di fare un insulto al Dio Bambino se lasciassi passare questa sacra novena in preparazione alla solennità del Natale, senza dirvi almeno due parole sopra la potenza e insieme la dolcezza del nome di Gesù. Purtroppo lo sento, io sono incapace, fallirò certo nel mio intento. Ma e perché non ho io la lingua d’un serafino per lodare ed encomiare questo sì gran bel Nome? Perché non ho io la mente ed il cuore e l’ingegno capace di tributargli quell’omaggio eterno di riverenza che gli si conviene? Gesù! Oh Nome sopra tutti i nomi degno solo di Colui che lo porta! Questo è il nome augusto dell’Unigenito Figlio di Dio, nome che merita perciò riverenza e onore, esso è la letizia degli angeli ed il terrore dell’inferno. Al suono di questo santo Nome, ogni ginocchio si piega nel cielo e negli abissi. Oh potenza, oh grandiosità di questo nome di Gesù che è il nome di un Dio Salvatore! Nessun altro al mondo potrà essere degno di un tal nome, poiché nessuno potrà mai fare quello che ha fatto Gesù. Dacché Adamo con la sua disubbidienza si ribellò a Dio, le porte del Paradiso si chiusero e più non si sarebbero aperte se Gesù non avesse patito. Noi eravamo schiavi del demonio, condannati alla pena eterna dell’inferno e nessuno fuorché Dio stesso poteva cancellare questo terribile decreto con una soddisfazione adeguata. Se tutte le creature si fossero poste mediatrici di pace fra Dio e l’uomo, non avrebbero potuto ottenerci il perdono. Se tutti gli spiriti beati si fossero offerti in sacrificio d’espiazione per noi, non avrebbero potuto placare la divina giustizia giustamente sdegnata contro di noi. Per salvarci ci voleva Gesù: cioè un Salvatore divino che prendesse sopra di sé il carico dei nostri peccati e si assoggettasse a pagarne la pena. Oh la possanza adunque del nome di Gesù. Andavano al tempio gli apostoli Pietro e Giovanni per farvi orazione ed un certo uomo infermo dalla sua nascita stava alla porta del tempio domandando elemosina. Vedendo entrare Pietro e Giovanni stese loro la mano sperando di ricevere qualche cosa. Ma Pietro disse « io non ho né argento né oro, quel che ho te lo do. » Lo prese per mano e gli disse. « Nel nome di Gesù alzati e cammina. » Si rassodarono le sue gambe e saltando entrò nel tempio lodando l’onnipotenza del nome di Gesù. Ed era ben giusto poiché egli in forza di questo Nome Santissimo aveva ottenuto la salute, e noi cristiani salvati per virtù di questo Nome cosa faremo? Noi dobbiamo aver viva confidenza in Gesù, domandare e sperare tutto per i meriti di Gesù. Quando ci sentiamo tentati invochiamo Gesù, quando ci vediamo deboli ed afflitti chiamiamo Gesù. Ogni pensiero della nostra mente, ogni palpito del nostro cuore, ogni respiro della nostra vita porti questa dolce impronta « viva Gesù ». Esso sarà quanto il dire: « Viva il Padre, viva l’Amico, viva lo Sposo dell’anima! » Misuriamo infatti l’altezza e la gloria del dono di Dio e insieme la distanza infinita che c’è tra Lui e noi poveri vermiciattoli della terra, e poi pensiamo che un Dio sì grande per essere nostro Salvatore ha dovuto abbassarsi alla forma di Servo. Non basta: « si è fatto obbediente sino alla morte e alla morte di Croce » cioè alla morte più obbrobriosa che ci potesse essere. Non basta ancora: si è quasi annientato agli occhi nostri nascondendosi sotto le povere specie sacramentali per essere nostro compagno, nostro cibo e nostra vittima fino alla consumazione dei secoli. Ditemi, poteva Egli fare di più? E vi sarebbe sulla terra chi potrebbe fare altrettanto? Gesù, come voi vi siete donato tutto a noi, noi ci doneremo tutto a voi. Il nostro cuore sia vostro perché voi vi stampiate in mezzo il vostro Nome, affinché il mondo, i demoni e le creature non abbiano a rubarvelo mai più. Scrivete Gesù nella nos fra mente perché si ricordi sempre di voi. Scrivete Gesù sulla nostra bocca affinché volentieri parli di voi, scrivete Gesù su tutte le mie opere, affinché per sola gloria del vostro nome le cominci e le compia. Viva adunque Gesù in eterno; sia sempre lodato e ringraziato il Santissimo Nome di Gesù. Molte sono ancora le istruzioni che ci dà Gesù Bambino. Tutte ci sarebbero di estrema necessità, ma il tempo ci manca, già siamo giunti all’ultimo giorno della novena. Perciò questa sera impareremo da Gesù la virtù della santa umiltà come quella che racchiude in sé tutte le altre. Come quella che Gesù pose a fondamento della sua celeste dottrina. Immaginiamoci dunque che Egli stesso ci dica al cuore quelle dolci parole « impara da me ad essere umile di cuore ». Che gloria sarà per noi imparare da Gesù! Egli ci dice: « impara da me » affinché abbiamo a concepire una stima altissima della santa umiltà, vedendola praticata in modo sì eminente dal nostro Maestro divino. Guarda o anima cristiana come Gesù confonde la superbia del mondo: « impara da me » Egli dice, non a far miracoli, non a predicare, non a comandare, ma ad essere umile di cuore. Anche noi applichiamoci d’ora innanzi con ogni studio ad acquistare questo tesoro nascosto della santa umiltà di cuore. Umiltà di cuore che ci faccia amare una vita abbietta e nascosta agli occhi degli uomini, e ci renda chiaro abbassarci a tutti, sottometterci a tutti e ricevere volentieri da Gesù qualunque umiliazione. Quando pure fossero le maggiori umiliazioni di questo mondo non potrebbero confrontarsi con quelle che abbracciò Gesù per amor nostro. Egli è Dio che si abbassa e noi siamo povere creature. Egli è santo e noi siamo peccatori. A Lui è dovuto ogni onore e gloria in cielo e in terra, e noi meritiamo ogni obbrobrio a questo mondo e nell’inferno per i nostri peccati. Procuriamoci dunque questa umiltà del cuore che nasca in noi dalla sincera convinzione del nostro nulla e della nostra miseria.

AI: « Sermones », ASO Botticino

Publié dans : AVVENTO-NATALE 2013, meditazioni |le 23 décembre, 2013 |Pas de Commentaires »

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