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Un presepe romano, vedere il sitoaltre immagini

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Publié dans:immagini sacre |on 17 décembre, 2013 |Pas de commentaires »

CONSIDERAZIONI SULLA PREGHIERA – VESCOVO IGNATIJ BRJANCIANINOV (1807-1867)

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VESCOVO IGNATIJ BRJANCIANINOV (1807-1867)

CONSIDERAZIONI SULLA PREGHIERA

La preghiera, essendo figlia dell’attuazione dei comandamenti evangelici, è anche, secondo l’unanime opinione dei Padri[64], la madre di tutte le virtù. Essa le genera per effetto dell’unione dello spirito dell’uomo con lo Spirito del Signore. Le virtù, che danno origine alla preghiera, si distinguono da quelle prodotte dalla preghiera. Le prime riguardano l’anima, le seconde lo spirito. La preghiera è essenzialmente il risultato del primo e sommo tra i due comandamenti in cui si fondano la Legge, i Profeti e l’Evangelo[65]. All’uomo è impossibile tendere a Dio con tutta la sua mente, con tutta la sua forza, e con tutto il suo essere senza l’aiuto della preghiera, allorché, per così dire, questa risorge dai morti[66], e riprende vita per effetto della grazia, come se quest’ultima fosse la sua anima. La preghiera è lo specchio su cui si riflettono i progressi compiuti dai monaci. Considerando la sua preghiera, un monaco apprende se ha raggiunto la salvezza oppure è ancora in preda alle miserie del mare in tempesta, lontano dal porto della Santità. In quest’indagine egli ha per guida David il quale, ispirato da Dio, scrisse: “Ho appreso che tu mi hai amato, in quanto il mio nemico non gioisce su di me. Tu mi hai accolto perché in me non c’è malvagità e mi hai confermato di fronte a Te per l’eternità”[67].
Queste parole significano: Signore, ho appreso che tu hai avuto pietà di me e mi hai fatto tuo, poiché continuamente ho respinto vittoriosamente, con la forza della mia preghiera, tutti i pensieri malvagi, tutte le fantasie e le tentazioni del demonio. Questa misericordia di Dio verso l’uomo si manifesta quando quest’ultimo prova pietà per il suo prossimo, senza alcuna eccezione, e perdona a quanti gli hanno fatto torto[68].
La preghiera deve essere la principale attività ascetica del monaco. In essa si concentrano e si sintetizzano tutte le sue attività, in quanto per suo tramite egli si congiunge strettamente a Dio, si unisce a Lui in un solo spirito[69]. Subito all’ingresso nel monastero è necessario imparare la vera preghiera, per perfezionarsi in essa e per guadagnarsi la salvezza per mezzo suo. Alla vera preghiera ed al perfezionamento in essa si oppongono la nostra natura corrotta e gli angeli caduti, che si sforzano di trattenerci nella nostra condizione di schiavitù, di esseri caduti e di costringerci a respingere Dio, il che è comune agli uomini ed ai demoni.

La preparazione alla preghiera
Data l’importanza della preghiera, prima di praticarla è necessario prepararsi. “Anzi prima di pregare, preparati e non essere come un uomo che tenta il Signore”[70]. “Andando a presentarsi davanti al Re e Dio ed a parlare con lui – scrive san Giovanni Climaco – prepariamoci nel modo dovuto, affinché Egli da lungi non veda che noi non abbiamo le armi e la veste necessarie per presentarci ad un Sovrano, e non comandi ai suoi servi e ministri di legarci e di cacciarci lontano dal suo Volto stracciando le nostre richieste e gettandocele in faccia”[71]. La prima preparazione consiste nel respingere il ricordo del male ricevuto e la condanna del nostro prossimo. Lo stesso Signore ci ha comandato di prepararci così: “Quando vi apprestate a pregare, perdonate se avete qualcosa contro qualcuno, affinché il Padre vostro, che è nei Cieli, rimetta i vostri peccati. Se voi non li rimetterete agli altri, neppure il Padre vostro, che è nei cieli, perdonerà a voi le vostre colpe”[72]. L’ulteriore preparazione consiste nell’allontanare ogni preoccupazione terrena con l’aiuto della Fede in Dio, sottomettendoci ed affidandoci alla Sua volontà nella consapevolezza dei nostri peccati e nel sentimento di contrizione e di umiltà che da essa deriva. La contrizione è l’unico sacrificio che Dio accoglie dall’uomo caduto: “Se avessi voluto sacrifici, te li offrirei”, dice al Signore il Profeta in nome di ogni uomo caduto nel peccato che ancora vi si trova; ma Tu rifiuti non solo un qualsiasi sacrificio particolare, materiale o spirituale, ma “neppure gradisci un olocausto. Il sacrificio a Dio è la contrizione dello spirito; Dio non disprezzerà un cuore contrito ed umiliato”[73].
Sant’Isacco Siro ripete la seguente massima di un altro Santo Padre: “Se uno non si riconosce peccatore, la sua preghiera non è gradita a Dio”[74]. Durante la preghiera poniti davanti a Dio invisibile, come se tu lo vedessi, nella certezza che Egli ti vede e con attenzione ti osserva. Poniti davanti a Dio invisibile, come un criminale, convinto d’innumerevoli delitti e condannato ad una pena, sta dinanzi al giudice minaccioso e severo. Ed è proprio così, giacché tu ti trovi di fronte al tuo onnipotente Signore e Giudice. Tu stai davanti ad un tale Giudice, di fronte a cui “non si giustifica alcun vivente”[75], il quale sempre riesce vincitore “quando giudica”[76], il quale non condanna solo quando, per l’ineffabile suo amore per gli uomini, dopo aver perdonato all’uomo i suoi peccati, “non entra in giudizio con il suo servo”[77]. Provando timore di fronte a Dio e sentendo in tal modo la sua presenza nella tua preghiera, vedrai, non con la vista del corpo, ma spiritualmente, l’Invisibile ed apprenderai che la preghiera significa stare dinanzi al tremendo tribunale del Signore[78]. Prega con il capo chino, con gli occhi fissi a terra, immobile ed in piedi. Aiuta la preghiera con il pianto del cuore, sospirando dal profondo dell’animo, con lacrime abbondanti. Un atteggiamento esteriore ispirato alla pietà durante la preghiera è assolutamente necessario ed assai utile per chiunque si dedichi ad essa, specialmente per i principianti, nei quali la disposizione dell’anima particolarmente si conforma a quella del corpo.
L’Apostolo comanda di ringraziare durante la preghiera: “Siate assidui nella preghiera – egli dice – siate vigili in essa con il ringraziamento”[79]. L’Apostolo afferma che il ringraziamento è voluto dallo stesso Dio: “Pregate incessantemente; ringraziate di tutto; questa è la volontà di Dio nei vostri riguardi in Gesù Cristo”[80]. Che cosa significa ringraziamento? È la glorificazione di Dio per i suoi infiniti benefici nei confronti di tutta l’umanità e di ogni singolo. Grazie a tale ringraziamento entra nell’anima una meravigliosa calma; entra la gioia, indipendentemente dal fatto che da ogni parte ci circondano affanni; entra una viva fede, per effetto della quale l’uomo allontana da sé tutte le preoccupazioni, calpesta il timore umano e quello dei demoni e si sottomette pienamente alla volontà di Dio. Questa disposizione spirituale è un’ottima preparazione alla preghiera. “Come accoglieste il Signore Cristo Gesù – scrive l’Apostolo –, così vivete in Lui, radicati e fondati in Lui ed illuminati dalla fede, così come avete appreso, sovrabbondando di ringraziamenti in essa”, cioè acquistando per mezzo del ringraziamento la pienezza della fede. “Rallegratevi sempre nel Signore, e di nuovo vi dico: rallegratevi, il Signore è vicino. Non vi preoccupate di alcunché, ma in tutto le vostre richieste si esprimano al Signore con la preghiera, con la supplica e con il ringraziamento”[81].

L’attenzione durante la preghiera
La preghiera ha bisogno della presenza inseparabile e della collaborazione dell’attenzione. Grazie all’attenzione la preghiera diventa parte integrante di colui che prega; ma se l’attenzione manca, essa è estranea a chi prega. Se c’è l’attenzione, essa produce abbondanti frutti; senza di essa produce solo spine. Il frutto della preghiera è l’illuminazione della mente, la commozione del cuore e la vita dello Spirito che rinasce nell’anima. Le spine significano la morte dell’anima, la presunzione farisaica, che nasce dall’indurimento del cuore soddisfatto dalla quantità delle preghiere e del tempo impiegato in esse. L’attenzione, che tiene lontana dalla preghiera la distrazione per opera di pensieri estranei o di fantasticherie, è un dono della grazia di Dio. Il desiderio sincero di ottenere il dono salutare dell’attenzione si manifesta costringendo se stessi all’attenzione in ogni preghiera. L’attenzione artificiosa, così chiameremo quella non ancora illuminata dalla grazia, consiste nel rinchiudere la mente nelle parole della preghiera, secondo il consiglio di san Giovanni Climaco. Se la mente, per la sua inesperienza nella preghiera, sfuggirà alla chiusura nelle parole, l’attenzione la deve riportare in esse. È propria della mente, a causa del peccato, l’incostanza e la tendenza a distrarsi. Ma Dio può concederle la costanza e la da al momento opportuno in cambio della fermezza e della sopportazione nella preghiera. Contribuisce particolarmente all’attenzione durante la preghiera una pronuncia non veloce delle sue parole. Pronuncia le parole della preghiera senza alcuna fretta, affinché la mente, pienamente soddisfatta, possa rimanere rinchiusa in esse e non ne lasci sfuggire alcuna. Pronuncia le parole a voce abbastanza alta, quando preghi da solo, e ciò ti aiuterà ad essere attento.
La preghiera attenta si può e si deve facilmente apprendere compiendo le devozioni in cella[82]. Caro fratello, non respingere il peso di una certa noia e di una costrizione nell’apprendimento iniziale delle attività a cui un monaco attende in cella ed in particolare delle preghiere che vi si recitano. Provvediti a tempo di un’arma validissima, la preghiera; apprendi in tempo ad usarla, la preghiera è onnipotente, perché in essa agisce l’onnipotenza di Dio. Essa è “la spada spirituale, cioè la parola”[83]. La preghiera, per la sua natura, è la permanenza dell’uomo accanto a Dio, la sua unione con Dio. Per i suoi effetti essa è la riconciliazione dell’uomo con Dio, madre e figlia delle lacrime, ponte che passa oltre le tentazioni, muro che difende dagli affanni, vittoria sulle avversità, attività senza fine, fonte di virtù, origine di doni spirituali, progresso invisibile, nutrimento dell’anima, illuminazione della mente, vittoria sulla disperazione, annuncio di speranza, liberazione dalla tristezza, ricchezza dei monaci[84]. Da principio è necessaria la costrizione nella preghiera, ma ben presto essa comincia a procurare conforto ed in tal modo diviene meno pesante la costrizione e siamo incoraggiati a vincere noi stessi. Ma quest’ultima è necessaria per la preghiera nel corso di tutta la vita e rari furono gli asceti che riuscirono a liberarsene grazie al ricchissimo conforto della Grazia. La preghiera uccide l’uomo vecchio che è in noi; finché egli vive in noi, si oppone ad essa, come al morso della morte. Gli spiriti caduti, conoscendo la potenza della preghiera ed il suo effetto salutare, cercano in ogni modo di allontanare da essa l’asceta, insegnandogli ad impiegare il tempo, destinato alla preghiera, in altre occupazioni. Oppure cercano di annientarla o di macchiarla con vani pensieri o con la distrazione peccaminosa, facendo sorgere, nel tempo in cui essa viene compiuta, infiniti pensieri terreni e peccaminosi e fantasticherie.

Publié dans:Ortodossia, preghiera (sulla) |on 17 décembre, 2013 |Pas de commentaires »

DOMANDE SULLA CLAUSURA: OSSIA L’INCONTRO CON GESÙ IN UN LUOGO APPARTATO (TITOLO MIO)

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FONDAMENTI BIBLICI -

DOMANDE SULLA CLAUSURA: OSSIA L’INCONTRO CON GESÙ IN UN LUOGO APPARTATO (TITOLO MIO)

«IO STESSO – PAROLA DEL SIGNORE – LE FARÒ DA MURO DI FUOCO ALL’INTORNO E SARÒ UNA GLORIA IN MEZZO AD ESSA» (ZC 2,9)

La gente spesso dice:

“La clausura se la sono inventata gli uomini! Non esiste nella Bibbia! E Gesù non ha mai detto “Beato chi si rinchiude per amor mio!… Cosa c’entrano con la vita evangelica le grate che separano i nostri parlatori, il coro monastico dalla chiesa, ecc. ecc.? Non sarà una scelta che mette al riparo dalla sofferenza, dalle difficoltà di una vita nel mondo? Una fuga dettata dalla paura di affrontare la vita?” Per rispondere a questi interrogativi, più che legittimi, cominciamo a gettare uno sguardo alla Sacra Scrittura. È proprio vero che la clausura, la necessità di uno spazio sacro riservato all’incontro con Dio e di creature scelte da Dio per questo, è estranea all’Antico e al Nuovo Testamento?

Proponiamo alcuni spunti La Montagna dell’Incontro Dio chiama. Mai si stanca di chiamare l’uomo alla comunione con Lui. La storia della salvezza è intessuta di questo dialogo d’amore tra il Creatore e la sua creatura. Dio chiama Mosè per liberare gli israeliti dalla schiavitù d’Egitto e poi lo guida fino al Monte Sinai. Dio sceglie un monte, come segno, come luogo privilegiato dell’incontro con Lui. Che disposizioni dà il Signore a Mosé? Di delimitare la base del monte e di impedire al popolo persino di toccarne la base. Perché questa separazione? Perché il Dio si Israele è il Dio Santo, e la sua santità lo separa da tutto ciò che è profano. Così il Signore stesso sceglie un mezzo: la montagna strettamente delimitata. Oggi come allora, Dio sceglie un mezzo, la clausura, spazio sacro dove avviene l’incontro con Lui. Mosè, scelto senza suo merito, immerso nella contemplazione di Dio, si dimentica forse del suo popolo rimasto alle pendici del monte? No!! Anzi ne diviene il grande difensore di fronte al Signore: «Ma ora, se tu perdonassi il loro peccato… E se no, cancellami dal tuo libro che hai scritto!» (Es 32,32).  Mosè insomma, anche se fisicamente separato dalla sua gente, grazie all’intimità con Dio che lo ha reso simile a Lui, pieno di mitezza e di misericordia, non vive per se stesso, ma per Dio e per gli altri. La sua contemplazione fiorisce in una continua intercessione per il suo popolo.

Il giardino nel deserto «La attirerò a me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore» (Os 2,16) Dio introduce il suo popolo nel deserto, quasi una “clausura naturale” dove, lontano dagli altri popoli e dagli idoli che avrebbero potuto distoglierlo dal Signore, imparerà a conoscere il Suo amore, a non fidarsi che di Lui, a nutrirsi della Sua volontà… insomma il Signore si è scelto una sposa e la prepara all’unione con sé proprio nel deserto! «Ti fidanzerò con me nella fedeltà e tu conoscerai il Signore» (Os 2,22). «Volete ottenere questa richiesta, vedere il volto di Dio? Non fatene nessun’altra. Fissatevi unicamente su quest’ultima perché essa sola vi basterà… Colui che ama Dio dice: tutto ciò che non è Lui non ha per me nessuna dolcezza. Se il mio Signore mi vuol fare un dono, che Egli mi tolga tutto e che si doni Egli stesso a me»

S. Agostino Dio vuole che la sua creatura faccia esperienza in prima persona del suo amore e per questo la attira a sé in un luogo dove sia possibile realizzare una vera e intima vita “a due” un “continuo cuore a Cuore” tra Lui e la sua creatura.  «Ti ho amato di amore eterno» (Ger 31,3)

Gesù chiama a venire in disparte «La vita solitaria fu praticata familiarmente dallo stesso Signore mentre era insieme con i discepoli, quando si trasfigurò sul Monte santo, suscitandone in loro un tale desiderio che Pietro immediatamente disse: Quanto sarei felice di dimoravi per sempre!»

Guglielmo di Saint Thierry Gesù ha voluto darci l’esempio, per trent’anni, di una vita ritirata, semplice e umile, fatta di preghiera, di lavoro. Le Sue prime parole che il Vangelo ci riporta, al ritrovamento al Tempio ci rivelano la sua vita di intima comunione col Padre: «Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?» La vita di Gesù è abitata da un grande amore: quello di Dio Padre. Anche durante il periodo pubblico, che inizia dopo 40 giorni di ritiro nel deserto, Gesù spesso si ritira per passare notti intere in preghiera di fronte al Padre. Ai suoi discepoli insegna a «venire in disparte», a cercare per prima cosa la comunione con Dio,ad essere piccoli come i bambini… «Quando preghi, entra nella tua camera e chiusa la porta prega il Padre tuo nel segreto» (Mt 6,7) Sotto la guida dello Spirito molti uomini e donne si sono sentititi chiamati ad imitare Gesù in preghiera sul monte, Gesù che vive del suo rapporto col Padre, che si nutre della Sua volontà. «Associare la vita contemplativa alla preghiera di Gesù in luogo solitario denota un modo singolare di partecipare al rapporto di Cristo con il Padre. Lo Spirito, che ha condotto Gesù nel deserto, invita la monaca e condividere la solitudine di Gesù Cristo, che, con “Spirito eterno” offrì se stesso al Padre. La cella solitaria, il chiostro chiuso, sono il luogo nel quale la monaca, sposa del Verbo Incarnato, vive tutta raccolta con Cristo in Dio. […] Ella fissa lo sguardo sul Suo volto e si lascia conformare alla Sua vita, fino alla suprema oblazione al Padre come espressa lode di gloria.»  (Verbi Sponsa) Gesù è lo Sposo della monaca e la clausura il Suo abbraccio, l’anello nuziale, pegno d’amore e di fedeltà

Publié dans:biblica, meditazioni bibliche |on 17 décembre, 2013 |Pas de commentaires »

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