Archive pour le 13 décembre, 2013

San Giovanni Battista

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Publié dans:immagini sacre |on 13 décembre, 2013 |Pas de commentaires »

TERZA DOMENICA D’AVVENTO: “ VIENI SIGNORE GESU’ ”

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PREPARIAMOCI ALLA TERZA DOMENICA D’AVVENTO, CON L’OMELIA DI DON GIANNI.

VIENI SIGNORE GESÙ!

3° DOMENICA DI AVVENTO 12 dicembre 2010. “ VIENI SIGNORE GESU’ ”  

Letture: Isaia 35, 1-6.8.10      Giacomo 5, 7-10      Matteo 11, 2-11        

Abbiamo celebrato da poco la festa dell’Immacolata e non vorrei tralasciare un pensiero riconoscente e affettuoso a Maria, la Madre di Gesù. Maria, madre della Chiesa, ci educa a tre atteggiamenti fondamentali da vivere sempre e in modo privilegiato proprio nella Messa.  Il primo è la gratitudine.           È l’atteggiamento che capovolge la noia e la banalità di una vita sazia di cose e povera di amore. “È veramente cosa buona e giusta, nostro dovere e fonte di salvezza rendere grazie sempre e in ogni luogo a Te, Padre Santo…”: ogni volta che nei nostri Prefazi risuonano queste parole, è il prolungarsi nella Chiesa del Magnificat di Maria, il canto di grazie di chi si accorge di essere visitato dalla potenza del Signore.  Il secondo atteggiamento è l’Offerta.           Maria si è unita pienamente al sacrificio del Signore, condividendo fino in fondo la sua logica di umiltà, di abbassamento, di povertà… come logica dell’amore che si dona, si consuma, si offre. Questa è l’unica logica che salva il mondo e lo cambia. Ma è logica esigente e scomoda. Partecipare all’eucaristia significa condividerla, unire al sacrificio del Signore l’offerta della nostra vita perché sia spazio di irradiazione di questa carità.            Il terzo atteggiamento è la Comunione, cioè un’accoglienza totale e incondizionata, un’obbedienza che diviene immedesimazione con i pensieri, i sentimenti, la volontà del Signore, fino a fare una cosa sola con Lui. È quello che siamo chiamati a vivere nella comunione eucaristica. In ogni nostro “Amen” al Corpo eucaristico di Cristo dovrebbe risuonare l’“Eccomi” di Maria, che mette pienamente la propria esistenza a disposizione del suo mistero e per questo diviene modello di accoglienza della sua venuta.   E ora veniamo alle letture di questa 3° domenica di Avvento:  Prima lettura: il profeta Isaia parla del ritorno dall’esilio e si rivolge a gente sfiduciata per aiutarla a sperare nella salvezza che viene dal Signore. Gli effetti dell’intervento divino sono descritti con l’immagine di persone che ricuperano all’istante la loro sanità; anche la natura partecipa a questa gioia! Il deserto dell’esistenza umana è percorso da una corrente di vita e di gioia quasi contagiosa. I vocaboli della felicità si accalcano sulle labbra del profeta: “Gioite, si rallegri, fiorisca, siate forti, non temete, venite a Sion con canti, con gioia sul volto, gioia e felicità li seguiranno!” Il corpo mutilato e la debilitazione della speranza sono attraversati dalla stessa trasformazione. È la nuova vita del popolo di Dio che, dall’esilio, cammina con speranza verso Sion.  Vangelo: molti sono i punti che legano questo brano di Matteo alla prima lettura.  Ø Il popolo cui si rivolge Isaia è un popolo esiliato, che rischia ogni giorno di perdere la speranza nella vita e nel suo Dio; Giovanni in carcere è assillato dal dubbio sull’identità del cugino Gesù. Prima di morire (ormai sente la morte avvicinarsi) vorrebbe sapere chi è veramente  Ø Al popolo in esilio l’intervento di salvezza di Dio viene descritto con un ricupero della salute da parte delle categorie più malandate (ciechi, storpi. lebbrosi, poveri…); a Giovanni in carcere viene detto che i segni che accompagnano la venuta e l’operare di Gesù sono i segni della liberazione dal male proprio per quelle categorie cui faceva riferimento Isaia Ø La risposta che viene data al popolo in esilio e a Giovanni in carcere non passa attraverso disquisizioni teoriche, argomentazioni filosofiche… ma passa attraverso i segni della vita ricuperata nella sua dignità e pienezza.   Ecco la carta di identità del nostro Dio! La risposta che Gesù manda a Giovanni è segnata dall’intenzione di attestare la verità su Dio e quindi su se stesso. Prima di tutto questo: l’essenza della volontà di Dio è avere cura per l’essere umano!  “È sorprendente come questa “buona notizia” susciti perplessità più che entusiasmo, diffidenza più che confidenza, resistenza stupefatta o aggressiva più che commozione luminosa e grata. Perché i suoi segni sono alla portata di chiunque abbia occhi per vedere e orecchi per intendere…. la lieta sorpresa del regno è l’incondizionata unilateralità di Dio a favore dell’uomo. Di ogni uomo, senza eccezione. È l’inaudita folgorazione circa la verità di Dio che Gesù non può aver appreso neppure dalla Madre. » (Sequeri)  In altre parole la risposta di Gesù si potrebbe riformulare così: “I miracoli che compio sono i segni della liberazione dal male, in cui è sempre rappresentato Dio. Dio esiste come Padre, viene come Padre, la sua volontà di bene la cogliete dalla guarigione, non dalla malattia. Chi insegna agli uomini che Dio si serve del dolore degli uomini, del sacrificio delle creature, del male che li affligge per affermare il proprio ordine e il proprio onore, farebbe meglio a legarsi al collo una macina da mulino e a gettarsi in acqua!”  Allora il Dio di Gesù è un Dio che salva, che si può vedere e toccare dovunque c’è la presenza di questi segni. Dove c’è liberazione dal male, lì c’è Dio! I ciechi vedono, i lebbrosi sono sanati, gli storpi camminano, i sordi odono, …. I gesti che rivelano Dio sono eventi della liberazione dal male e soltanto per questi eventi si rende disponibile la potenza della quale è investito il rappresentante di Dio, il figlio suo Gesù.  Conclusione: mi tornano alla mente le parole del buon ladrone: “Costui non ha fatto nulla di male, che meriti la morte!” La carta di identità del nostro Dio porta come unica connotazione l’offerta di segni di bontà, di accoglienza, di perdono, di misericordia, di guarigione dal male in tutte le sue manifestazioni…  Il Dio che viene a Natale è così, nel suo DNA ha questi segni! Avrei voluto fare un’analisi attenta di cosa significa oggi per te e per me “essere ciechi, storpi, sordi, lebbrosi, poveri…” perché a costoro Gesù si rivolge e per costoro Gesù viene: per guarirli.            Questo è il pubblico, la gente sulla quale Dio si china con cuore di Padre. Prova a pensare alla tua cecità: sono/sei cieco sui doni di Dio, su chi è Dio davvero, sulle ricchezze che possiedi, sulle belle qualità di chi ti sta a fianco e che ti ostini a non riconoscere (per invidia, gelosia, orgoglio…?); cieco sulla tua pigrizia e sui tuoi peccati (sono cosa da nulla e poi… fanno tutti così!). Pensa alla tua povertà: di speranza, di amore, di desiderio di Dio e del suo Vangelo… povero di generosità, di slancio per le cose belle; povertà che è chiusura nella solida torre del benessere, dell’egoismo, della ricerca del proprio tornaconto… Allora è il caso che preghiamo con tanta insistenza “Vieni Signore Gesù!” e portami la tua salvezza: che io veda, che oda, che possa camminare, che sia guarito dalla lebbra del peccato, che diventi ricco della ricchezza che conta, non di quella che “i ladri possono rubare e la ruggine distruggere”

5 DICEMBRE 2013 | 3A DOMENICA DI AVVENTO A – MT 11,2-11

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/01-annoA/Anno_A-2014/1-Avvento-A-2013/Omelie/Avvento-A-3/3-Domenica-Avvento-A-2013-JB.html

5 DICEMBRE 2013  | 3A DOMENICA DI AVVENTO A  |  PROPOSTA DI LECTIO DIVINA

LECTIO DIVINA SU: MT 11,2-11

E’ già vicino il Natale, la gioia della prossima venuta di Dio dovrebbe dominare il tempo che ci separa ancora da lei: chi ama colui che spera, si rallegra sapendolo vicino; anche senza la sua presenza fisica si può ormai sentire la gioia del suo imminente arrivo. La nostra allegria, mentre speriamo ancora che Dio venga nelle nostre vite, è la forma per testimoniare il nostro amore al Dio del quale abbiamo tanto bisogno. Ai credenti non dovrebbe risultare difficile vivere in allegria in un mondo nel quale Dio sembra essere assente, se sapessimo che sta già in cammino; percepire il suo ritorno è recuperare l’allegria di vivere. La liturgia insiste in questa allegria che nasce dal sapere che Dio è vicino: basterebbe mettersi ad aspettarlo veramente, preparando il suo ritorno, perché ci fosse restituita l’allegria di vivere sapendo che il nostro Dio è già vicino a noi. In quel tempo, Giovanni, che era in carcere, avendo sentito parlare delle opere del Cristo, per mezzo dei suoi discepoli mandò a dirgli: « Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro? ». Gesù rispose loro: « Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete: I ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo. E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo! ». Mentre quelli se ne andavano, Gesù si mise a parlare di Giovanni alle folle: « Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal vento? Allora, che cosa siete andati a vedere? Un uomo vestito con abiti di lusso? Ecco, quelli che vestono abiti di lusso stanno nei palazzi dei re! Ebbene, che cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì, io vi dico, anzi, più che un profeta. Egli è colui del quale sta scritto: « Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero, davanti a te egli preparerà la tua via ». In verità io vi dico: fra i nati da donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista; ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui ».

 1. LEGGERE: capire quello che dice il testo facendo attenzione a come lo dice Prima che Gesù iniziasse il suo ministero in Galilea, il Battista lo precedette e lo annunciò imminente (Mt 3,1-11). Alla fine del suo ministero, prossimo alla sua fine cruenta (Mt 14,1-12), il Battista sarà proclamato da Gesù come il maggiore dei profeti: Gesù che non entrò nella storia senza farsi annunciare dal Battista, non lasciò che questo uscisse dalla storia senza riconoscere pubblicamente la sua grandezza. Così Gesù ‘paga’ chi, annunciandolo, prepara la sua venuta tra gli uomini. Il testo evangelico raccoglie la testimonianza pubblica che Gesù dà sul suo predecessore. La solenne dichiarazione di Gesù, bisogna notarlo, è più una confessione ‘obbligata’ che una proclamazione volontaria. Inquietato dalla fama di Gesù, il Battista ordina di domandare a Gesù se è lui, in realtà, l’Atteso; non sembra essere molto sicuro di chi è, in realtà, Gesù. È tutto un dramma: chi l’annunciò vicino non riuscì ad identificarlo quando l’ebbe presente; chi sapeva quello che stava per fare, non lo seppe riconoscere quando lo stava realizzando… La risposta di Gesù è doppia: risponde ai discepoli di Giovanni, senza dir loro chi è, bensì ricordando loro tutto quello che sta facendo; alla gente, non parla loro di sé, bensì del Battista, il più grande nato di donna. In entrambi i casi, Gesù non svela chi è. Non è arrivato il momento di farlo. Invece di una risposta chiara, i discepoli del Battista ricevono da Gesù piste o segni, affinché essi arrivino, da soli, alla fede: quello che Gesù sta facendo – e Matteo ha già narrato, cf. Mt 8-9 – sono le opere che inaugurano l’era messianica annunciata dai profeti (cf. Is 29,18-19; 35,5-6; 61,1). Chi non ‘si scandalizza’ di Gesù e lo accetta come suo salvatore, entrerà, felice, nel suo regno. Non sappiamo se il Battista considerò soddisfacente una risposta tanto sottile e di conseguenze tanto pericolosa. Davanti alla gente che lo circonda, Gesù fa il più grande panegirico che è uscito dalla sua bocca: nessun nato di donna è più grande di Giovanni. Nemmeno sua madre, in tutto il vangelo, è stata tanto elogiata da Gesù! Ma tale grandezza non è la maggiore, perché non è paragonabile con quella per i quali, accettandolo, nascano per il Regno. Nonostante compie le aspettative degli uomini e le promesse di Dio, Gesù non sempre ottiene riconoscenza, neanche dai migliori. Mettersi in discussione per Lui è segno di grandezza; non scandalizzarsi di Lui ci ottiene il regno. Non basta, dunque, rimanere sorpresi davanti a Gesù, o meravigliarsi del suo modo di agire; è necessario accettarlo come il Cristo, che vuole essere così come Egli è e non aspettarsi da Lui più di quello che Egli desidera essere per noi.

 2. MEDITARE: applicare alla vita quello che dice il testo! Non basta annunciare la venuta di Gesù, non è sufficiente saperlo vicino; bisogna saperlo riconoscere, quando sta tra noi. Oggi il vangelo ce lo dice con chiarezza. Giovanni Battista passò tutta la sua vita aspettando la salvezza imminente di Dio; era tanto convinto che il Signore stava per venire che si dedicò completamente a preparare la sua venuta. Per questo, risulta tragico sentire che, alla fine dei suoi giorni, non sapesse ancora che il Dio tanto atteso si era fatto già presente in Gesù di Nazareth. Dalla prigione, dove era stato messo per essere fedele al Dio che aspettava, ordinò di domandare a Gesù se era Lui quello che doveva venire o ancora dovevano continuare ad aspettare. La sua fedeltà a Dio, la sua speranza attiva, la certezza che un giorno sarebbe venuto, non lo prepararono bene per riconoscerlo quando arrivò il momento. Che cosa è mancato al ‘più grande nato di donna’ per arrivare ad essere credente? Dietro tanta attesa e tanta fedeltà, non seppe se doveva identificare in Gesù colui che egli aspettava; ben poco gli servì tutta una vita di penitenza ed il suo lavoro di predicatore! Può succederci qualcosa di simile, a noi credenti di oggi, che lo abbiamo atteso per molto tempo. Benché viviamo desiderandolo durante la nostra vita, possiamo perderlo quando venga, come Giovanni, per averci fatto un’idea di Lui che non coincide con quello che Egli vuole essere per noi. Benché fosse atteso, a niente servì che Gesù venisse, poiché aspettavano da lui altri comportamenti. Per essersi fatto un’idea di come doveva essere colui che doveva venire, molti non lo riconobbero quando finalmente venne. Non mancò loro la speranza, ma eccedette la loro immaginazione: credettero di sapere come doveva agire il Messia e non poterono riconoscerlo mentre agiva tra essi. Non ci sta accadendo qualcosa di simile? A forza di immaginarci come deve essere, lo perdiamo quando si mostra come Egli vuole essere. Mentre lo cercavamo come soluzione delle nostre necessità, ci siamo allontanati tanto dalla sua realtà che non siamo più capaci di identificarlo, per quanto vicino egli possa essere. Risulta logico che, quando aspettiamo Dio perché ne sentiamo la mancanza, ci illudiamo con un Dio che colmi le nostre carenze e risponda alle nostra necessità; ma così mettiamo a grave rischio il nostro incontro con Lui, perché lo desideriamo solo per le cose che ci sono necessarie. Se lo desideriamo per ciò che può darci, non riceveremo niente da Lui. Aspettarlo unicamente perché ci manca, non è la migliore maniera di prepararci per il suo arrivo. Se perfino Giovanni, il più grande nato di donna, si sentì insicuro davanti a Gesù, perché quello che sapeva di Gesù non corrispondeva con le sue aspettative, non ci sarebbe niente strano che anche a noi che non arriviamo ad essere uomini di Dio come il Battista, ci risulti strano un Dio che si è reso visibile in Gesù, in un uomo, nella sua vita e nella sua predicazione. Solo chi supera questa perplessità, godrà della sua presenza. Se permettiamo che Dio sia quello che vuole essere e come vuole esserlo, lo incontreremo come Maria, stupendo, semplicemente meraviglioso: beati noi perché Dio non ci inganna! Saremo felici, perché non ci facciamo illusioni su come deve essere con noi il Dio che aspettiamo, non ci delude il Dio che si vuole mostrare in Cristo Gesù. Lo stesso Gesù poté dimostrare, alludendo alle sue opere, che il Dio atteso era con Lui, che si avvicinava a quanti avevano tanto bisogno di Dio, che lasciavano che fosse mostrato loro come Quello che Lui volesse che fosse. Nei giorni di Gesù come nei nostri, sono i bisognosi, i poveri, quelli che mettono meno esigenze previe a Dio, quelli che non si sentono defraudati da Lui, che ottengono che Egli venga nelle loro vite come Egli vuole. Quello fu il segno che Gesù diede al Battista per convincerlo che non doveva aspettare nessun altro: i più bisognosi si sentiranno soddisfatti da Dio, quando Egli viene. Per gli indigenti o per chi si riconosce povero, la vicinanza di Dio è il migliore regalo possibile è una sorpresa continua. Essi non si sentiranno defraudati mai da Dio e, per questo motivo, riusciranno senza tanto sforzo ad essere felici. Se per vivere la gioia di avere un Dio tanto vicino che si è fatto uno di noi, non bisogna scoraggiarsi di Lui, bisognerà permettergli di essere il Dio che vuole essere per noi, senza pretendere che si adatti alle nostre idee e che risponda alle nostre aspettative. Ciò significa che, di fronte a Lui e prima che Egli venga, dobbiamo accettare la nostra povertà, le nostre miserie, senza illuderci che deve venire solo per risolvere i problemi che abbiamo. Vivere senza sentirsi frustrati da Dio, perché ci darà più di quello che abbiamo bisogno e più di quanto possiamo immaginarci, è vivere già con gioia nonostante la nostra povertà ed in mezzo ai nostri limiti. E se qualcosa dobbiamo al mondo nel quale viviamo, noi che viviamo sperando in Dio, è l’allegria di vivere speranzosi. Dobbiamo testimoniare al mondo la gioia disinteressata che si impegna per la gioia degli altri, che non sa essere felice senza fare felici quanti ci circondano, che può rinunciare ad una piccola allegria perché vive aspettando ciò che è meglio, il suo Signore Gesù. Mettere in lui la nostra speranza e mettere la nostra gioia a servizio degli altri perché vivano con maggiore allegria, significa identificarlo presente tra noi, perché chi genera gioia negli altri, li avvicina, lo sappia o no, allo stesso Dio. Questo è il nostro compito. Non possiamo celebrare efficacemente la presenza di Dio nel nostro mondo, se non riusciamo a vivere nella speranza: la gioia del credente non viene alimentata dal proprio successo, bensì dal suo unico Signore.

JUAN JOSE BARTOLOME sdb,

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