Archive pour le 10 décembre, 2013

Janez Wolf, San Giuseppe con il bambino e i Ss. Gioacchino ed Anna

Janez Wolf, San Giuseppe con il bambino e i Ss. Gioacchino ed Anna dans immagini sacre

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Publié dans:immagini sacre |on 10 décembre, 2013 |Pas de commentaires »

LA VERITÀ? UN GIALLO FRA FILOSOFIA, SACRO E LETTERATURA (G. Ravasi) (29/05/2010)

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LA VERITÀ? UN GIALLO FRA FILOSOFIA, SACRO E LETTERATURA (G. Ravasi) (29/05/2010)

«L a verità è come il diamante: è una sola ma ha molte facce». Questa definizione di Gandhi ben illustra il «mistero» della verità che è al tempo stesso disponibile e inaccessibile all’uomo. Essa si presenta con un volto autentico ma mai esaustivo per cui la ricerca rimane il percorso sempre aperto per raggiungerla e per andare costantemente oltre. Con una certa semplificazione distingueremo due tipologie nella descrizione della verità. La prima è quella proposta dalla cultura greca. La formuleremo attraverso una citazione emblematica del XIII epinicio del poeta Bacchilide (VI-V secolo a.C.) nato nell’isola di Ceo, nipote del poeta Simonide, contemporaneo di Pindaro e vissuto, come quest’ultimo, alla corte di Gerone a Siracusa. Afferma, dunque, il poeta greco: «Memoria ( Mnème ) sottrae l’eroe all’Oblio ( Lèthe) e lo consegna alla Verità ( Alètheia) che trionfa sulle tenebre notturne». In questa concezione la verità viene raggiunta attraverso Mnème , il «ricordo». In realtà sappiamo che questo vocabolo è alla base di due altri termini capitali. Da un lato, c’è Mnemosyne, che è la madre delle Muse l’ispiratrice dell’arte, in particolare dei poeti. La verità è, quindi, appannaggio dell’esperienza simbolica, estetica, intuitiva. È un percorso nobile e affascinante che svela il volto segreto della realtà e si manifesta nella creatività. D’altro lato, però c’è anche la reminiscenza che, come è noto, è per Platone la via della conoscenza e del pensiero. Ecco, dunque, due itinerari verso la verità: l’arte e la filosofia che cancellano la tenebra della «smemoratezza», dell’oblio cioè dell’ignoranza. L’altra e ben diversa tipologia della verità è quella cristiana che offre, invece, una concezione «personale». Infatti Gesù dichiara nel quarto vangelo: «Io sono la via, la verità, la vita» ( Giovanni 14 ,6 ) e nello stesso vangelo l’ingresso di Cristo nel mondo è così descritto: «Veniva nel mondo la luce vera» (1,9). La celebre domanda di Pilato: «Che cos’è la verità?» – durante il dialogo nel pretorio con Gesù ( Giovanni 18 ,37 -38 ) – ha come risposta da parte di Cristo: «Colui che è dalla verità ascolta la mia voce». La verità, allora, è per eccellenza un’esperienza di intimità, di ascolto, di adesione. Non per nulla già nel linguaggio anticotestamentario il termine ’emet che la Vulgata rende con veritas in realtà significa «fedeltà, adesione». In questa luce la conoscenza della verità proviene da un’esperienza d’amore e non solo mentale. Essa è alla sorgente della vera fede che è «adorare in spirito e verità» (Giovanni 4,23) e alla radice della libertà piena della salvezza, come dichiara Gesù, sempre nel quarto Vangelo, lo scritto neotestamentario più attento a esaltare questa categoria: «Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» (8,32). Un’esegeta, Gertrud Herrgott, ha scritto che per la Bibbia «la verità non interessa prima di tutto l’intelletto che riflette, bensì soprattutto il cuore che crede e ama».

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FIN DALL’INFANZIA UN VOLTO COMINCIA A SVELARSI – Gianfranco Ravasi

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« E VOI, CHI DITE CHE IO SIA? »

FIN DALL’INFANZIA UN VOLTO COMINCIA A SVELARSI

Gianfranco Ravasi

«Il Cristo ci ha collocati di fronte al mistero, ci ha posti definitivamente nella situazione dei suoi discepoli di fronte alla domanda: Ma voi, chi dite che io sia?». Queste parole, che raffigurano in modo limpido e immediato ogni esperienza di incontro e di scontro con Cristo, sono di uno scrittore che ho avuto la fortuna di conoscere personalmente, Mario Pomilio, che le ha poste all’interno del suo Quinto evangelio. Ebbene, quella domanda affiorata sulle labbra di Gesù a Cesarea di Filippo non attraversa solo i secoli ma riecheggia nell’intimità di ogni persona. E la risposta è data in mille forme, talora sorprendenti, altre volte sconcertanti. A me ha sempre fatto impressione quella che Kafka ha offerto all’amico Gustav Janouch: «Cristo è un abisso di luce. Bisogna chiudere gli occhi per non precipitarvi». Modesta e marginale, la mia testimonianza – come per quella di altri – può risultare impacciata proprio perché la domanda artiglia la coscienza nel suo segreto e « pesca » in quella profondità dove domina il silenzio personale, l’intimità, forse anche l’inesprimibile. Due considerazioni sono, però, possibili e immediate. Innanzitutto la mia esperienza è quella di un credente e di un sacerdote, cioè di una persona che ha pur sempre coinvolto se stessa, la sua identità, la sua vicenda umana intrecciandola con quella di Gesù Cristo. In questa dimensione l’elemento fondamentale è paradossalmente esterno all’ « io » del testimone. È illuminante in questo senso Paolo quando descrive la sua « via di Damasco » usando due verbi di rivelazione e uno di lotta: «Cristo è apparso anche a me (…) Dio si degnò di rivelarmi suo Figlio (… )Sono stato afferrato da Cristo Gesù» (Corinzi 15,8; Galati 1,16; Filippesi 3,12). Detto in altri termini, all’inizio dell’incontro con Cristo c’è « un’epifania », cioè non la mia ricerca ma il suo apparire. Per questo un filosofo credente come Soeren Kierkegaard alla data 16 agosto 1839 del suo Diario invocava: «Gesù, vieni in cerca di me sui sentieri dei miei travisamenti ove io mi nascondo a te e agli uomini!». Nella mia esperienza interiore c’è proprio questo svelarsi del divino non tanto su una via folgorata dalla voce celeste, come per Paolo, quanto piuttosto in una serie di pacate e delicate « epifanie » che affiorano fin dall’infanzia. E curiosamente esse si insediano in uno spirito che portava con sé – allora in forma intuitiva ed esile – già un senso intenso della fragilità della vita e delle cose, del fluire del tempo e dell’inconsistenza della realtà. Davanti a un frutto che si decomponeva, al fischio di un treno che lacerava la notte e si spegneva, al primo incontro con la morte, alle sofferenze della guerra, al padre assente perché perseguitato politico, nel mio animo infantile non cresceva la desolazione o la tristezza naturale ma lentamente si configurava quell’ « epifania » inattesa e ancora informe. È stato ancora Paolo a farmi capire in seguito questo contrasto e la sua pacificazione quando, stupendosi lui stesso delle parole di Isaia (« il profeta osa dire ») scriveva questa « confessione » divina: «Io, il Signore, mi sono fatto trovare anche da quelli che non mi cercavano, mi sono rivelato anche a quelli che non si rivolgevano a me!» (Romani 10,20). Prima della risposta alla domanda « Ma voi, chi dite che io sia? », Cristo aveva per me (e per tutti) già detto chi egli realmente fosse. In principio c’è, dunque, la sua parola che ti scuote e sconcerta. Certo è sempre possibile rivolgere altrove lo sguardo e ostruire l’orecchio con altre voci e suoni e questa è pure una storia mia e un po’ di tutti nell’itinerario degli anni, nei percorsi non sempre lineari della vita. Per questo ritengo altrettanto capitale un’altra domanda di Gesù, quella di Cafarnao. Essa è diventata il titolo di una « vita di Cristo » di un altro scrittore a me particolarmente caro, Luigi Santucci: Volete andarvene anche voi? E’ un interrogativo che viene fatto serpeggiare tra i discepoli proprio dopo una grande « epifania », quella della continua presenza di Cristo sotto il segno del pane e del vino eucaristici. Un interrogativo che non sempre ha la pronta replica di Pietro: «Da chi mai andremo? Tu solo hai parole di vita eterna!». Tuttavia anche se si va altrove, Cristo non cessa di seguirci, con discrezione o con insistenza. Quando in seguito mi dedicai allo studio teologico, mi fece impressione una frase di Dietrich Bonhoeffer, il teologo ucciso dai nazisti, che nella sua Cristologia annotava: «Cristo non è tale in quanto Cristo-per sé, ma nel suo riferimento a me. Il suo esser-Cristo è il suo esser-per me». Nella mia storia personale c’è, però, una seconda dimensione che devo mettere in luce ed è quello dell’essere stato un esegeta, cioè uno studioso delle Scritture Sacre e quindi delle parole evangeliche di Cristo. Già da ragazzo – avevo cominciato a studiare il greco da solo subito dopo le scuole elementari – mi avevano affascinato quelle 64327 parole greche che compongono i quattro Vangeli. In seguito quei versetti furono da me sempre più approfonditi; scoprivo nuove iridescenze in ogni termine e lentamente si configurava un profilo di Cristo che coniugava in sé due fisionomie. Da un lato, c’era la figura di Gesù di Nazareth, il rabbì ambulante le cui labbra dicevano cose sorprendenti ma in una lingua « barbarica » e concreta, le cui mani compivano gesti straordinari ma non « pubblicitari », i cui piedi seguivano una meta grandiosa e celeste ma calpestavano le polverose strade della Palestina, i cui interlocutori erano spesso un’accolta di miserabili o di altezzosi burocrati del sacro e della legge e persino dei traditori. Mi ha a lungo interessato – per usare una terminologia più « tecnica » – il Gesù storico, così come è rintracciabile attraverso l’analisi critica dei testi evangelici. D’altro lato, però, c’è la figura di Cristo, Figlio di Dio, che offre un volto illuminato dallo splendore della Pasqua. I Vangeli sono innanzitutto un canto al risorto che sboccia dall’incontro con lui, dalla fede e dall’annuncio gioioso. Mi sono, perciò, impegnato nel sottolineare, anche attraverso i miei scritti, le conferenze e una quasi decennale presenza televisiva, questo aspetto che in passato era talmente dominante da diventare esclusivo, così da cancellare il volto storico di Cristo, ma che in questi ultimi tempi è stato quasi messo tra parentesi. Prima una certa visione « sociologica », poi una concezione storicistica e apologetica si è protesa a dimostrare il Gesù storico, nella convinzione che solo così si fondasse la vera Cristologia. Ebbene, Gesù Cristo è uno ma in due nature; ogni divisione lo impoverisce e lo allontana. Egli è uno di noi e con noi ma è anche oltre noi e sopra di noi. E’ per usare il vocabolario di Giovanni, Logos, « parola » perfetta e suprema divina, ed è sarx, « carne » e storia. Conservare l’unità di Gesù Cristo, senza scindere la sua persona in un Gesù nazaretano e in un Cristo pasquale è un compito importante di chi annunzia il Vangelo con fedeltà. Lo studio esegetico, perciò, non è un freddo esercizio filologico (anche se suppone uno scavo nel testo con rigore e finezza). E’ anche un’avventura del nostro spirito che è invitato a rispondere alla domanda di Cesarea da cui siamo partiti. Mi è sempre piaciuta una frase del Tractatus logico-philosophicus di Ludwig Wittgenstein: «Ho voluto indagare i contorni di un’isola; ma ciò che ho scoperto sono i confini dell’Oceano». Si comincia conoscendo un linguaggio concreto, una figura datata e circoscritta a quell’antica provincia dell’Impero romano, eventi e dati storici, ma alla fine ci si accorge che quella persona è immersa nell’Oceano della divinità, è appunto « il Cristo, il Figlio del Dio vivente », come rispose in quel giorno Pietro, figlio di Giona.

(Cenni biografici – Gianfranco Ravasi, nato nel 1942, sacerdote della diocesi di Milano dal 1966, è Prefetto della Biblioteca Ambrosiana, docente di esegesi Biblica alla facoltà Teologica dell’Italia settentrionale e membro della Pontificia Commissione Biblica. Scrittore prolifico, è autore di numerosissimi libri e di trasmissioni televisive. cura la rubrica « Mattutino » nella prima pagina del quotidiano Avvenire).

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