Archive pour le 6 décembre, 2013

Sant’Ambrogio

Sant'Ambrogio dans immagini sacre

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BENEDETTO XVI: SANT’AMBROGIO – 7 DICEMBRE – 2007

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BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

PIAZZA SAN PIETRO

MERCOLEDÌ, 24 OTTOBRE 2007

SANT’AMBROGIO – 7 DICEMBRE

Cari fratelli e sorelle,

il santo Vescovo Ambrogio – del quale vi parlerò quest’oggi – morì a Milano nella notte fra il 3 e il 4 aprile del 397. Era l’alba del Sabato santo. Il giorno prima, verso le cinque del pomeriggio, si era messo a pregare, disteso sul letto, con le braccia aperte in forma di croce. Partecipava così, nel solenne Triduo pasquale, alla morte e alla risurrezione del Signore. «Noi vedevamo muoversi le sue labbra», attesta Paolino, il diacono fedele che su invito di Agostino ne scrisse la Vita, «ma non udivamo la sua voce». A un tratto, la situazione parve precipitare. Onorato, Vescovo di Vercelli, che si trovava ad assistere Ambrogio e dormiva al piano superiore, venne svegliato da una voce che gli ripeteva: «Alzati, presto! Ambrogio sta per morire…». Onorato scese in fretta – prosegue Paolino – «e porse al Santo il Corpo del Signore. Appena lo prese e deglutì, Ambrogio rese lo spirito, portando con sé il buon viatico. Così la sua anima, rifocillata dalla virtù di quel cibo, gode ora della compagnia degli angeli» (Vita 47). In quel Venerdì santo del 397 le braccia spalancate di Ambrogio morente esprimevano la sua mistica partecipazione alla morte e alla risurrezione del Signore. Era questa la sua ultima catechesi: nel silenzio delle parole, egli parlava ancora con la testimonianza della vita. Ambrogio non era vecchio quando morì. Non aveva neppure sessant’anni, essendo nato intorno al 340 a Treviri, dove il padre era prefetto delle Gallie. La famiglia era cristiana. Alla morte del padre, la mamma lo condusse a Roma quando era ancora ragazzo, e lo preparò alla carriera civile, assicurandogli una solida istruzione retorica e giuridica. Verso il 370 fu inviato a governare le province dell’Emilia e della Liguria, con sede a Milano. Proprio lì ferveva la lotta tra ortodossi e ariani, soprattutto dopo la morte del Vescovo ariano Aussenzio. Ambrogio intervenne a pacificare gli animi delle due fazioni avverse, e la sua autorità fu tale che egli, pur semplice catecumeno, venne acclamato dal popolo Vescovo di Milano. Fino a quel momento Ambrogio era il più alto magistrato dell’Impero nell’Italia settentrionale. Culturalmente molto preparato, ma altrettanto sfornito nell’approccio alle Scritture, il nuovo Vescovo si mise a studiarle alacremente. Imparò a conoscere e a commentare la Bibbia dalle opere di Origene, il maestro indiscusso della «scuola alessandrina». In questo modo Ambrogio trasferì nell’ambiente latino la meditazione delle Scritture avviata da Origene, iniziando in Occidente la pratica della lectio divina. Il metodo della lectio giunse a guidare tutta la predicazione e gli scritti di Ambrogio, che scaturiscono precisamente dall’ascolto orante della Parola di Dio. Un celebre esordio di una catechesi ambrosiana mostra egregiamente come il santo Vescovo applicava l’Antico Testamento alla vita cristiana: «Quando si leggevano le storie dei Patriarchi e le massime dei Proverbi, abbiamo trattato ogni giorno di morale – dice il Vescovo di Milano ai suoi catecumeni e ai neofiti – affinché, formati e istruiti da essi, voi vi abituaste ad entrare nella via dei Padri e a seguire il cammino dell’obbedienza ai precetti divini» (I misteri 1,1). In altre parole, i neofiti e i catecumeni, a giudizio del Vescovo, dopo aver imparato l’arte del vivere bene, potevano ormai considerarsi preparati ai grandi misteri di Cristo. Così la predicazione di Ambrogio – che rappresenta il nucleo portante della sua ingente opera letteraria – parte dalla lettura dei Libri sacri («i Patriarchi», cioè i Libri storici, e «i Proverbi», vale a dire i Libri sapienziali), per vivere in conformità alla divina Rivelazione. E’ evidente che la testimonianza personale del predicatore e il livello di esemplarità della comunità cristiana condizionano l’efficacia della predicazione. Da questo punto di vista è significativo un passaggio delle Confessioni di sant’Agostino. Egli era venuto a Milano come professore di retorica; era scettico, non cristiano. Stava cercando, ma non era in grado di trovare realmente la verità cristiana. A muovere il cuore del giovane retore africano in ricerca e a spingerlo alla conversione definitivamente, non furono anzitutto le belle omelie (pure da lui assai apprezzate) di Ambrogio. Fu piuttosto la testimonianza del Vescovo e della sua Chiesa milanese, che pregava e cantava, compatta come un solo corpo: una Chiesa capace di resistere alle prepotenze dell’imperatore e di sua madre, che nei primi giorni del 386 erano tornati a pretendere la requisizione di un edificio di culto per le cerimonie degli ariani. Nell’edificio che doveva essere requisito – racconta Agostino –«il popolo devoto vegliava, pronto a morire con il proprio Vescovo». Questa testimonianza delle Confessioni è preziosa, perché segnala che qualche cosa andava muovendosi nell’intimo di Agostino, il quale prosegue: «Anche noi, pur ancora spiritualmente tiepidi, eravamo partecipi dell’eccitazione di tutto il popolo» (Confessioni 9,7). Dalla vita e dall’esempio del Vescovo Ambrogio, Agostino imparò a credere e a predicare. Possiamo riferirci a un celebre sermone dell’Africano, che meritò di essere citato parecchi secoli dopo nella Costituzione conciliare Dei Verbum: «E’ necessario – ammonisce infatti la Dei Verbum al n. 25 – che tutti i chierici e quanti, come i catechisti, attendono al ministero della Parola, conservino un continuo contatto con le Scritture, mediante una sacra lettura assidua e lo studio accurato, “affinché non diventi – ed è qui la citazione agostiniana – vano predicatore della Parola all’esterno colui che non l’ascolta di dentro”». Aveva imparato proprio da Ambrogio questo «ascoltare di dentro», questa assiduità nella lettura della Sacra Scrittura in atteggiamento orante, così da accogliere realmente nel proprio cuore ed assimilare la Parola di Dio. Cari fratelli e sorelle, vorrei proporvi ancora una sorta di «icona patristica» che, interpretata alla luce di quello che abbiamo detto, rappresenta efficacemente «il cuore» della dottrina ambrosiana. Nel sesto libro delle Confessioni Agostino racconta del suo incontro con Ambrogio, un incontro certamente di grande importanza nella storia della Chiesa. Egli scrive testualmente che, quando si recava dal Vescovo di Milano, lo trovava regolarmente impegnato con catervae di persone piene di problemi, per le cui necessità egli si prodigava. C’era sempre una lunga fila che aspettava di parlare con Ambrogio per trovare da lui consolazione e speranza. Quando Ambrogio non era con loro, con la gente (e questo accadeva per lo spazio di pochissimo tempo), o ristorava il corpo con il cibo necessario, o alimentava lo spirito con le letture. Qui Agostino fa le sue meraviglie, perché Ambrogio leggeva le Scritture a bocca chiusa, solo con gli occhi (cfr Confessioni 6,3). Di fatto, nei primi secoli cristiani la lettura era strettamente concepita ai fini della proclamazione, e il leggere ad alta voce facilitava la comprensione pure a chi leggeva. Che Ambrogio potesse scorrere le pagine con gli occhi soltanto, segnala ad Agostino ammirato una capacità singolare di lettura e di familiarità con le Scritture. Ebbene, in quella «lettura a fior di labbra», dove il cuore si impegna a raggiungere l’intelligenza della Parola di Dio – ecco «l’icona» di cui andiamo parlando –, si può intravedere il metodo della catechesi ambrosiana: è la Scrittura stessa, intimamente assimilata, a suggerire i contenuti da annunciare per condurre alla conversione dei cuori. Così, stando al magistero di Ambrogio e di Agostino, la catechesi è inseparabile dalla testimonianza di vita. Può servire anche per il catechista ciò che ho scritto nella Introduzione al cristianesimo, a proposito del teologo. Chi educa alla fede non può rischiare di apparire una specie di clown, che recita una parte «per mestiere». Piuttosto – per usare un’immagine cara a Origene, scrittore particolarmente apprezzato da Ambrogio – egli deve essere come il discepolo amato, che ha poggiato il capo sul cuore del Maestro, e lì ha appreso il modo di pensare, di parlare, di agire. Alla fine di tutto, il vero discepolo è colui che annuncia il Vangelo nel modo più credibile ed efficace. Come l’apostolo Giovanni, il Vescovo Ambrogio – che mai si stancava di ripetere: «Omnia Christus est nobis! – Cristo è tutto per noi!» – rimane un autentico testimone del Signore. Con le sue stesse parole, piene d’amore per Gesù, concludiamo così la nostra catechesi: «Omnia Christus est nobis! Se vuoi curare una ferita, Egli è il medico; se sei riarso dalla febbre, Egli è la fonte; se sei oppresso dall’iniquità, Egli è la giustizia; se hai bisogno di aiuto, Egli è la forza; se temi la morte, Egli è la vita; se desideri il cielo, Egli è la via; se sei nelle tenebre, Egli è la luce … Gustate e vedete come è buono il Signore: beato è l’uomo che spera in Lui!» (La verginità 16,99). Speriamo anche noi in Cristo. Saremo così beati e vivremo nella pace.

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BENEDETTO XVI: SOLENNITÀ DELL’IMMACOLATA CONCEZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA – 2005

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CAPPELLA PAPALE NEL 40° ANNIVERSARIO DELLA CONCLUSIONE DEL CONCILIO ECUMENICO VATICANO II

OMELIA DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI

SOLENNITÀ DELL’IMMACOLATA CONCEZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA (NON RICORDO SE È ANNO A O NO!)

GIOVEDÌ, 8 DICEMBRE 2005

Cari Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio, Cari Fratelli e Sorelle,

Quarant’anni fa, l’8 dicembre 1965, sulla Piazza antistante questa Basilica di San Pietro, Papa Paolo VI concluse solennemente il Concilio Vaticano II. Era stato inaugurato, secondo la volontà di Giovanni XXIII, l’11 ottobre 1962, allora festa della Maternità di Maria, ed ebbe la sua conclusione nel giorno dell’Immacolata. Una cornice mariana circonda il Concilio. In realtà, è molto di più di una cornice: è un orientamento dell’intero suo cammino. Ci rimanda, come rimandava allora i Padri del Concilio, all’immagine della Vergine in ascolto, che vive nella Parola di Dio, che serba nel suo cuore le parole che le vengono da Dio e, congiungendole come in un mosaico, impara a comprenderle (cfr Lc 2,19.51); ci rimanda alla grande Credente che, piena di fiducia, si mette nelle mani di Dio, abbandonandosi alla Sua volontà; ci rimanda all’umile Madre che, quando la missione del Figlio lo esige, si fa da parte e, al contempo, alla donna coraggiosa che, mentre i discepoli si danno alla fuga, sta sotto la croce. Paolo VI, nel suo discorso in occasione della promulgazione della Costituzione conciliare sulla Chiesa, aveva qualificato Maria come « tutrix huius Concilii » – « protettrice di questo Concilio » (cfr Oecumenicum Concilium Vaticanum II, Constitutiones Decreta Declarationes, Città del Vaticano 1966, pag. 983) e, con un’allusione inconfondibile al racconto di Pentecoste tramandato da Luca (At 1,12-14), aveva detto che i Padri si erano riuniti nell’aula del Concilio « cum Maria, Matre Iesu » e, pure nel suo nome, ne sarebbero ora usciti (pag. 985). Resta indelebile nella mia memoria il momento in cui, sentendo le sue parole: « Mariam Sanctissimam declaramus Matrem Ecclesiae » – « dichiariamo Maria Santissima Madre della Chiesa », spontaneamente i Padri si alzarono di scatto dalle loro sedie e applaudirono in piedi, rendendo omaggio alla Madre di Dio, a nostra Madre, alla Madre della Chiesa. Di fatto, con questo titolo il Papa riassumeva la dottrina mariana del Concilio e dava la chiave per la sua comprensione. Maria non sta soltanto in un rapporto singolare con Cristo, il Figlio di Dio che, come uomo, ha voluto diventare figlio suo. Essendo totalmente unita a Cristo, ella appartiene anche totalmente a noi. Sì, possiamo dire che Maria ci è vicina come nessun altro essere umano, perché Cristo è uomo per gli uomini e tutto il suo essere è un « esserci per noi ». Cristo, dicono i Padri, come Capo è inseparabile dal suo Corpo che è la Chiesa, formando insieme con essa, per così dire, un unico soggetto vivente. La Madre del Capo è anche la Madre di tutta la Chiesa; lei è, per così dire, totalmente espropriata da se stessa; si è data interamente a Cristo e con Lui viene data in dono a tutti noi. Infatti, più la persona umana si dona, più trova se stessa. Il Concilio intendeva dirci questo: Maria è così intrecciata nel grande mistero della Chiesa che lei e la Chiesa sono inseparabili come sono inseparabili lei e Cristo. Maria rispecchia la Chiesa, la anticipa nella sua persona e, in tutte le turbolenze che affliggono la Chiesa sofferente e faticante, ne rimane sempre la stella della salvezza. È lei il suo vero centro di cui ci fidiamo, anche se tanto spesso la sua periferia ci pesa sull’anima. Papa Paolo VI, nel contesto della promulgazione della Costituzione sulla Chiesa, ha messo in luce tutto questo mediante un nuovo titolo radicato profondamente nella Tradizione, proprio nell’intento di illuminare la struttura interiore dell’insegnamento sulla Chiesa sviluppato nel Concilio. Il Vaticano II doveva esprimersi sulle componenti istituzionali della Chiesa: sui Vescovi e sul Pontefice, sui sacerdoti, i laici e i religiosi nella loro comunione e nelle loro relazioni; doveva descrivere la Chiesa in cammino, « che comprende nel suo seno peccatori, santa insieme e sempre bisognosa di purificazione… » (Lumen gentium, 8). Ma questo aspetto « petrino » della Chiesa è incluso in quello « mariano ». In Maria, l’Immacolata, incontriamo l’essenza della Chiesa in modo non deformato. Da lei dobbiamo imparare a diventare noi stessi « anime ecclesiali », così si esprimevano i Padri, per poter anche noi, secondo la parola di san Paolo, presentarci « immacolati » al cospetto del Signore, così come Egli ci ha voluto fin dal principio (Col 1,21; Ef 1,4). Ma ora dobbiamo chiederci: Che cosa significa « Maria, l’Immacolata »? Questo titolo ha qualcosa da dirci? La liturgia di oggi ci chiarisce il contenuto di questa parola in due grandi immagini. C’è innanzitutto il racconto meraviglioso dell’annuncio a Maria, la Vergine di Nazaret, della venuta del Messia. Il saluto dell’Angelo è intessuto di fili dell’Antico Testamento, specialmente del profeta Sofonia. Esso fa vedere che Maria, l’umile donna di provincia che proviene da una stirpe sacerdotale e porta in sé il grande patrimonio sacerdotale d’Israele, è « il santo resto » d’Israele a cui i profeti, in tutti i periodi di travagli e di tenebre, hanno fatto riferimento. In lei è presente la vera Sion, quella pura, la vivente dimora di Dio. In lei dimora il Signore, in lei trova il luogo del Suo riposo. Lei è la vivente casa di Dio, il quale non abita in edifici di pietra, ma nel cuore dell’uomo vivo. Lei è il germoglio che, nella buia notte invernale della storia, spunta dal tronco abbattuto di Davide. In lei si compie la parola del Salmo: « La terra ha dato il suo frutto » (67,7). Lei è il virgulto, dal quale deriva l’albero della redenzione e dei redenti. Dio non ha fallito, come poteva apparire già all’inizio della storia con Adamo ed Eva, o durante il periodo dell’esilio babilonese, e come nuovamente appariva al tempo di Maria quando Israele era diventato un popolo senza importanza in una regione occupata, con ben pochi segni riconoscibili della sua santità. Dio non ha fallito. Nell’umiltà della casa di Nazaret vive l’Israele santo, il resto puro. Dio ha salvato e salva il Suo popolo. Dal tronco abbattuto rifulge nuovamente la sua storia, diventando una nuova forza viva che orienta e pervade il mondo. Maria è l’Israele santo; ella dice « sì » al Signore, si mette pienamente a Sua disposizione e diventa così il tempio vivente di Dio. La seconda immagine è molto più difficile ed oscura. Questa metafora tratta dal Libro della Genesi parla a noi da una grande distanza storica, e solo a fatica può essere chiarita; soltanto nel corso della storia è stato possibile sviluppare una comprensione più profonda di ciò che lì viene riferito. Viene predetto che durante tutta la storia continuerà la lotta tra l’uomo e il serpente, cioè tra l’uomo e le potenze del male e della morte. Viene però anche preannunciato che « la stirpe » della donna un giorno vincerà e schiaccerà la testa al serpente, alla morte; è preannunciato che la stirpe della donna – e in essa la donna e la madre stessa – vincerà e che così, mediante l’uomo, Dio vincerà. Se insieme con la Chiesa credente ed orante ci mettiamo in ascolto davanti a questo testo, allora possiamo cominciare a capire che cosa sia il peccato originale, il peccato ereditario, e anche che cosa sia la tutela da questo peccato ereditario, che cosa sia la redenzione. Qual è il quadro che in questa pagina ci vien posto davanti? L’uomo non si fida di Dio. Egli, tentato dalle parole del serpente, cova il sospetto che Dio, in fin dei conti, gli tolga qualcosa della sua vita, che Dio sia un concorrente che limita la nostra libertà e che noi saremo pienamente esseri umani soltanto quando l’avremo accantonato; insomma, che solo in questo modo possiamo realizzare in pienezza la nostra libertà. L’uomo vive nel sospetto che l’amore di Dio crei una dipendenza e che gli sia necessario sbarazzarsi di questa dipendenza per essere pienamente se stesso. L’uomo non vuole ricevere da Dio la sua esistenza e la pienezza della sua vita. Vuole attingere egli stesso dall’albero della conoscenza il potere di plasmare il mondo, di farsi dio elevandosi al livello di Lui, e di vincere con le proprie forze la morte e le tenebre. Non vuole contare sull’amore che non gli sembra affidabile; egli conta unicamente sulla conoscenza, in quanto essa gli conferisce il potere. Piuttosto che sull’amore punta sul potere col quale vuole prendere in mano in modo autonomo la propria vita. E nel fare questo, egli si fida della menzogna piuttosto che della verità e con ciò sprofonda con la sua vita nel vuoto, nella morte. Amore non è dipendenza, ma dono che ci fa vivere. La libertà di un essere umano è la libertà di un essere limitato ed è quindi limitata essa stessa. Possiamo possederla soltanto come libertà condivisa, nella comunione delle libertà: solo se viviamo nel modo giusto l’uno con l’altro e l’uno per l’altro, la libertà può svilupparsi. Noi viviamo nel modo giusto, se viviamo secondo la verità del nostro essere e cioè secondo la volontà di Dio. Perché la volontà di Dio non è per l’uomo una legge imposta dall’esterno che lo costringe, ma la misura intrinseca della sua natura, una misura che è iscritta in lui e lo rende immagine di Dio e così creatura libera. Se noi viviamo contro l’amore e contro la verità – contro Dio –, allora ci distruggiamo a vicenda e distruggiamo il mondo. Allora non troviamo la vita, ma facciamo l’interesse della morte. Tutto questo è raccontato con immagini immortali nella storia della caduta originale e della cacciata dell’uomo dal Paradiso terrestre. Cari fratelli e sorelle! Se riflettiamo sinceramente su di noi e sulla nostra storia, dobbiamo dire che con questo racconto è descritta non solo la storia dell’inizio, ma la storia di tutti i tempi, e che tutti portiamo dentro di noi una goccia del veleno di quel modo di pensare illustrato nelle immagini del Libro della Genesi. Questa goccia di veleno la chiamiamo peccato originale. Proprio nella festa dell’Immacolata Concezione emerge in noi il sospetto che una persona che non pecchi affatto sia in fondo noiosa; che manchi qualcosa nella sua vita: la dimensione drammatica dell’essere autonomi; che faccia parte del vero essere uomini la libertà del dire di no, lo scendere giù nelle tenebre del peccato e del voler fare da sé; che solo allora si possa sfruttare fino in fondo tutta la vastità e la profondità del nostro essere uomini, dell’essere veramente noi stessi; che dobbiamo mettere a prova questa libertà anche contro Dio per diventare in realtà pienamente noi stessi. Con una parola, noi pensiamo che il male in fondo sia buono, che di esso, almeno un po’, noi abbiamo bisogno per sperimentare la pienezza dell’essere. Pensiamo che Mefistofele – il tentatore – abbia ragione quando dice di essere la forza « che sempre vuole il male e sempre opera il bene » (J.W. v. Goethe, Faust I, 3). Pensiamo che patteggiare un po’ col male, riservarsi un po’ di libertà contro Dio, in fondo, sia bene, forse sia addirittura necessario. Guardando però il mondo intorno a noi, possiamo vedere che non è così, che cioè il male avvelena sempre, non innalza l’uomo, ma lo abbassa e lo umilia, non lo rende più grande, più puro e più ricco, ma lo danneggia e lo fa diventare più piccolo. Questo dobbiamo piuttosto imparare nel giorno dell’Immacolata: l’uomo che si abbandona totalmente nelle mani di Dio non diventa un burattino di Dio, una noiosa persona consenziente; egli non perde la sua libertà. Solo l’uomo che si affida totalmente a Dio trova la vera libertà, la vastità grande e creativa della libertà del bene. L’uomo che si volge verso Dio non diventa più piccolo, ma più grande, perché grazie a Dio e insieme con Lui diventa grande, diventa divino, diventa veramente se stesso. L’uomo che si mette nelle mani di Dio non si allontana dagli altri, ritirandosi nella sua salvezza privata; al contrario, solo allora il suo cuore si desta veramente ed egli diventa una persona sensibile e perciò benevola ed aperta. Più l’uomo è vicino a Dio, più vicino è agli uomini. Lo vediamo in Maria. Il fatto che ella sia totalmente presso Dio è la ragione per cui è anche così vicina agli uomini. Per questo può essere la Madre di ogni consolazione e di ogni aiuto, una Madre alla quale in qualsiasi necessità chiunque può osare rivolgersi nella propria debolezza e nel proprio peccato, perché ella ha comprensione per tutto ed è per tutti la forza aperta della bontà creativa. È in lei che Dio imprime la propria immagine, l’immagine di Colui che segue la pecorella smarrita fin nelle montagne e fin tra gli spini e i pruni dei peccati di questo mondo, lasciandosi ferire dalla corona di spine di questi peccati, per prendere la pecorella sulle sue spalle e portarla a casa. Come Madre che compatisce, Maria è la figura anticipata e il ritratto permanente del Figlio. E così vediamo che anche l’immagine dell’Addolorata, della Madre che condivide la sofferenza e l’amore, è una vera immagine dell’Immacolata. Il suo cuore, mediante l’essere e il sentire insieme con Dio, si è allargato. In lei la bontà di Dio si è avvicinata e si avvicina molto a noi. Così Maria sta davanti a noi come segno di consolazione, di incoraggiamento, di speranza. Ella si rivolge a noi dicendo: « Abbi il coraggio di osare con Dio! Provaci! Non aver paura di Lui! Abbi il coraggio di rischiare con la fede! Abbi il coraggio di rischiare con la bontà! Abbi il coraggio di rischiare con il cuore puro! Compromettiti con Dio, allora vedrai che proprio con ciò la tua vita diventa ampia ed illuminata, non noiosa, ma piena di infinite sorprese, perché la bontà infinita di Dio non si esaurisce mai! ». Vogliamo, in questo giorno di festa, ringraziare il Signore per il grande segno della Sua bontà che ci ha donato in Maria, Sua Madre e Madre della Chiesa. Vogliamo pregarlo di porre Maria sul nostro cammino come luce che ci aiuta a diventare anche noi luce e a portare questa luce nelle notti della storia. Amen.

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LA FESTA DELLA CONCEZIONE IMMACOLATA DI MARIA NELL’ORIENTE CRISTIANO – GEORGES GHARIB

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LA FESTA DELLA CONCEZIONE IMMACOLATA DI MARIA NELL’ORIENTE CRISTIANO

GEORGES GHARIB

   La festa della concezione immacolata di Maria è comune all’Occidente e all’Oriente che hanno trovato nel corso dei secoli accenti sublimi per celebrarla, pur con modi e contenuti diversi. La diversità della celebrazione è visibile non solo nella data della festa ma anche nei contenuti, ed è dovuta ad una differente storia delle due Chiese e ad una diversa evoluzione della pietà mariana e del pensiero circa la santissima Madre di Dio.   La festa orientale    Come si sa la festa della Concezione di Maria è di origine orientale, il luogo d’origine però non è Gerusalemme, come per le altre due feste mariane della Natività (8 settembre) e della Presentazione al tempio (21 novembre), ma Costantinopoli, alla luce di due specie di considerazioni.    La prima riguarda la stessa sant’Anna, le cui reliquie erano arrivate da Gerusalemme a Costantinopoli nel secolo VII, dando luogo ad un vero culto della madre di Maria; la seconda riguarda invece la stessa Maria: volendo completare il suo ciclo di feste, e notando che esistevano già nel calendario due altre feste di concezione: quella di Gesù (Annunciazione il 25 marzo) e quella di Giovanni Battista (23 settembre), si è pensato che Maria non meritava di meno. Così la festa fu costituita per venerare insieme la madre che concepisce e la figlia concepita.    La sua fissazione al 9 dicembre è con riferimento alla festa della nascita che era già festeggiata l’8 settembre. Ben presto la nuova festa fu considerata non solo come la prima di tutte le feste, ma anche la base e il fondamento delle altre, essendo la venuta all’esistenza di Maria il perno e il cardine della venuta nel mondo del Figlio di Dio.   Oggetto della festa    Dall’inizio l’oggetto della festa è composito, come risulta dai testi dei Padri della Chiesa e dai libri liturgici: alcuni si fermano sulla concezione attiva di Anna e parlano di «festa della concezione di sant’Anna»; altri, facendo convergere l’attenzione sulla concezione di Maria, parlano di «festa della concezione della Madre di Dio». In questo secondo contesto i testi parlano indifferentemente di «concezione della Madre di Dio», di «concezione della Vergine immacolata», di «santa concezione della Theotokos», di «venerata concezione della sola pura e immacolata»: così si celebra in modo mirabile la stessa Maria che è concepita.    Gli oratori sacri fanno lo stesso nelle loro omelie pronunciate in occasione della celebrazione: uno di loro, Eutimio Sincello (? 917), desistendo di parlare della sterilità di Anna, si ferma solo sulla figura di Maria: per lui la festa mariana di dicembre è la prima di tutte le feste, quella in cui l’umanità ha ricevuto la sostanza e il principio dei benefici divini; un altro, Georgio di Nicomedia (secolo IX), sostiene che la festa non è solo la prima di tutte le feste, ma la base e il fondamento di tutte le altre, e questo per la venuta all’esistenza della Madre di Dio.    Come si vede l’oggetto della festa orientale è ricco e contiene tre diversi oggetti: il primo è l’annuncio fatto da un angelo ad Anna del suo concepimento; il secondo è il miracolo della concezione di Maria nel seno sterile di Anna; il terzo, infine, è la concezione di Maria, vale a dire la venuta all’esistenza della futura Madre di Dio.    Il primo elemento ha contribuito ad introdurre la festa nel ciclo liturgico: il Protevangelo di Giacomo ne ha fornito il quadro più o meno storico, ossia l’annuncio, fatto da un angelo, della concezione miracolosa di Anna sterile. Gli altri due elementi si sono spontaneamente e naturalmente sommati a questo nucleo primitivo, consentendo, di fatto, al terzo di occupare il primo posto.    Così, prestando poca attenzione ai dati più o meno leggendari circa il fatto della concezione di Anna, si celebra la venuta all’esistenza della futura Madre di Dio, vedendo già in questa il mistero di suo Figlio e la sua opera redentrice. Si parla di un intervento speciale della Santissima Trinità per preparare il palazzo del Verbo fatto carne.    La festa fornisce l’occasione di manifestare la fede nella santità assoluta della Panaghia o Tuttasanta, di cantare, lodare e esaltare la Vergine Immacolata, non solo immune da ogni colpa ma ripiena e colma da sempre di ogni santità.   Alcuni testi liturgici    I testi mettono in rilievo la grandezza dell’avvenimento non solo per i genitori, ma anche per tutta l’umanità e per noi che ne siamo i beneficiari. Il Tropario della festa così canta:    Oggi si spezzano i vincoli della sterilità: difatti Dio, esaudendo Gioacchino ed Anna, promette loro di generare contro ogni speranza una divina Fanciulla, dalla quale è nato, divenendo uomo, colui che luogo non contiene, ordinando all’angelo di gridarle: Salve, o Piena di grazia, il Signore è con te.    Il fatto stesso della concezione è considerato come un vero prodigio, anzi il prodigio dei prodigi. La situazione anteriore dei genitori è paragonata ad una terra arida e secca che, irrigata dalla grazia del Signore, riesce a produrre frutto; a un tronco secco che può ormai germogliare e fiorire; ad una spiga che può produrre grano. La nuova fecondità di Anna, ricca di tante promesse, rimuove la sterilità del genere umano.    Il frutto di Anna è paragonato al cielo nuovo che fa sorgere il sole, alla scala dalla quale discese Dio sulla terra, alla Nuova Eva destinata alla nascita del Nuovo Adamo. La concezione di Anna è occasione di gioia universale non solo per i genitori, ma anche per Adamo e Eva, per Abramo, per tutti i profeti e tutti i confini della terra, come si canta nell’ufficio di Lodi:    Mettete fine, Adamo ed Eva, ad ogni tristezza: la Madre della gioia, paradossalmente è data come frutto, oggi, ad una sterile.    O avo Abramo, e voi tutti i profeti, giubilate alla vista della Madre di Dio che nasce dalla vostra radice.    Salve, Gioacchino e anche Anna, salve! voi portate quale frutto, oggi, colei che è causa di gioia e di salvezza per il mondo.    Coro dei profeti, siate nella gioia; ecco difatti Anna che dà il frutto per il quale le vostre profezie si sono adempiute.    O tutte voi, tribù, partecipate alla gioia di Anna, la sterile: essa difatti genera, contro ogni speranza un frutto del seno, causa della nostra vita.    O tutti voi, confini della terra, gioite! Ecco difatti che la Madre del Creatore universale è generata, oggi, da un seno sterile.   L’iconografia della festa    La concezione di una creatura in seno alla madre è un tema iconografico alquanto inconsueto e difficile a raffigurare. In Oriente il problema è stato risolto ricorrendo ad una serie di raffigurazioni, volte tutte a suggerire simbolicamente il fatto. Tre qui meritano di essere presentate.    La prima immagine raffigura Gioacchino ed Anna in preghiera e l’angelo che fa loro l’annuncio di una prole, la seconda, che porta l’iscrizione: «Abbraccio di Gioacchino ed Anna», e anche «Incontro alla Porta d’Oro», raffigura Gioacchino ed Anna che s’incontrano alla Porta d’Oro di Gerusalemme mentre scambiano un abbraccio.    In tutte e due le raffigurazioni la concezione si percepisce simbolicamente attraverso l’intervento dell’angelo che porta il lieto annuncio, come nel caso di Maria all’Annunciazione; e attraverso l’abbraccio di Gioacchino ed Anna alla Porta d’oro di Gerusalemme, segno dell’amore fecondo dei due genitori.    La terza, molto suggestiva, raffigura Anna che regge su un braccio la Figlia Maria: in quest’immagine gli iconografi si ispirano al tipo mariano della Madonna con Bambino, in cui Maria regge su un braccio il divin Bambino. 

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