Archive pour novembre, 2013

Il Guercino, Santa Cecilia

Il Guercino, Santa Cecilia dans immagini sacre

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Publié dans:immagini sacre |on 21 novembre, 2013 |Pas de commentaires »

SANTA CECILIA – 22 NOVEMBRE

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SANTA CECILIA – 22 NOVEMBRE

BIOGRAFIA

Cecilia, nata da una nobile famiglia a Roma, sposò il nobile Valeriano. Si narra che il giorno delle nozze nella casa di Cecilia risuonassero organi e lieti canti ai quali la vergine, accompagnandosi, cantava nel suo cuore: “conserva o Signore immacolati il mio cuore e il mio corpo, affinché non resti confusa”. Da questo particolare è stato tratto il vanto di protettrice dei musicanti. Confidato allo sposo il suo voto, egli si convertì al Cristianesimo e nella prima notte di nozze ricevette il Battesimo per mano del Pontefice Urbano I. Tornato nella propria casa, Valeriano vide Cecilia prostrata nella preghiera con l’Angelo che da sempre vegliava su di lei e, ormai credente convinto, pregò che anche il fratello Tiburzio ricevesse la stessa grazia e così fu. Il giudice Almachio aveva proibito, tra le altre cose, di seppellire i cadaveri dei Cristiani, ma i due fratelli convertiti alla fede si dedicavano alla sepoltura di tutti i poveri corpi che incontravano lungo la loro strada. Vennero così arrestati e dopo aver redento l’ufficiale Massimo che aveva il compito di condurli in carcere, sopportarono atroci torture piuttosto che rinnegare Dio e vennero poi decapitati. Cecilia pregò sulla tomba del marito, del cognato e di Massimo (tutti e tre Santi venerati il 14 aprile), anch’egli ucciso perché divenuto cristiano, ma poco dopo venne chiamata davanti al giudice Almachio che ne ordinò la morte per soffocamento nel bagno di casa sua, ma si narra che « la Santa invece di morire cantava lodi al Signore ». Convertita la pena per asfissia in morte per decapitazione, il carnefice vibrò i tre colpi legali (era il « contratto » dei boia per ogni uccisione) e, non ancora sopraggiunta la morte, la lasciò nel suo sangue. Fu Papa Urbano I, sua guida spirituale, a renderle la degna sepoltura nelle catacombe di San Callisto. La Legenda Aurea narra che papa Urbano I, che aveva convertito il marito di lei Valeriano ed era stato testimone del martirio, «seppellì il corpo di Cecilia tra quelli dei vescovi e consacrò la sua casa trasformandola in una chiesa, così come gli aveva chiesto».[1]

Culto
Nell’821 le sue spoglie furono traslate da papa Pasquale I nella Basilica di Santa Cecilia in Trastevere. Nel 1599, durante i restauri della basilica, ordinati dal cardinale Paolo Emilio Sfondrati in occasione dell’imminente Giubileo del 1600, venne ritrovato un sarcofago con il corpo di Cecilia sorprendentemente in un ottimo stato di conservazione. Il cardinale allora commissionò a Stefano Maderno (1566-1636) una statua che riproducesse quanto più fedelmente l’aspetto e la posizione del corpo di Cecilia così com’era stato ritrovato; questa è la statua che oggi si trova sotto l’altare centrale della chiesa.

Patrona della musica
È quanto mai incerto il motivo per cui Cecilia sarebbe diventata patrona della musica. In realtà, un esplicito collegamento tra Cecilia e la musica è documentato soltanto a partire dal tardo Medioevo.
La spiegazione più plausibile sembra quella di un’errata interpretazione dell’antifona di introito della messa nella festa della santa (e non di un brano della Passio come talvolta si afferma). Il testo di tale canto in latino sarebbe: Cantantibus organis, Cecilia virgo in corde suo soli Domino decantabat dicens: fiat Domine cor meum et corpus meum inmaculatum ut non confundar (« Mentre suonavano gli strumenti musicali (?), la vergine Cecilia cantava nel suo cuore soltanto per il Signore, dicendo: Signore, il mio cuore e il mio corpo siano immacolati affinché io non sia confusa »). Per dare un senso al testo, tradizionalmente lo si riferiva al banchetto di nozze di Cecilia: mentre gli strumenti musicali (profani) suonavano, Cecilia cantava a Dio interiormente. Da qui il passo ad un’interpretazione ancora più travisata era facile: Cecilia cantava a Dio… con l’accompagnamento dell’organo. Si cominciò così, a partire dal XV secolo (nell’ambito del Gotico cortese) a raffigurare la santa con un piccolo organo portativo a fianco.

Publié dans:Santi, santi martiri |on 21 novembre, 2013 |Pas de commentaires »

KYRIE

http://www.examenapium.it/meri/kyrie.htm

KYRIE

Il Kyrie eleison, formula greca che significa «Signore, misericordia» o «abbi pietà», è diffusa in oriente fin dall’antichità.  Eteria lo rileva fra le risposte del coro (di ragazzi) in una litania vespertina. Fu introdotto nella messa più tardi.
All’inizio del VI secolo è attestato già in uso a Roma come risposta corale di una litania introduttiva alla messa, il Deprecatio di papa Gelasio, scritta dopo il 466.
Al tempo di Gregorio Magno la risposta si era arricchita della formula Christe eleison (di fatto la parola Kyrie già per san Paolo identificava indistintamente Dio e Cristo), inoltre le messe quotidiane tendevano tralasciare il testo litanico.
In periodo carlingio la triplice ripetizione della formula divenne simbolo trinitario e si stabilizzò nella ripetizione di tre Kyrie, tre Christe, tre Kyrie.
Il Kyrie fu uno dei canti più frequentemente tropati (quasi a restituire l’impianto originario della litania) i cui testi e melodie aggiunti furono tutte eliminati con la riforma di Pio V (1570). Tuttavia l’incipit del testo tropato è rimasto a designare la melodia del Kyrie. Un caso interessante è il  Kyrie II Fons bonitatis.
Fra le numerose intonazioni del Kyrie, l’Editio vaticana ne ha conservate una trentina (di cui 11 ad libitum) in cui si riconoscono tre formulari melodici base:
a) tutte le ripetizioni intonate sullo stesso tema
b) il Christe adotta una melodia diversa (questa è la soluzione più frequente)
c) tre melodie, una per il primo Kyrie, una per il Christe e un’altra per il secondo Kyrie
Forme melodiche più elaborate possono adottare un nuovo tema per la seconda delle tre ripetizioni sia del I Kyrie, che del Christe e del II Kyrie, creando una casistica melodica assai ampia, ulteriormente complicata dall’uso abbastanza frequente di variare, a guisa di ‘coda’, il finale dell’intero canto.
Kyrie XVIII (pro defunctis)
Fra i Kyrie più celebri, il XVIII, quello che si adotta nella messa pro defunctis, accoglie la struttura più semplice: il tema è lo stesso per tutte le ripetizioni (qui però la ‘coda’ è variata). In questi casi, spesso, l’esecuzione tende a limitare le ripetizioni di ogni sezione a due sole (per un totale di sei parti), al posto delle canoniche tre (nove parti in tutto)
 
(sul sito c’è lo spartito qui)
 
Kyrie XVIII
Cantori gregoriani
dir. Fulvio Rampi
[Cd Fsp-Paoline, 1996]
Kyrie XI (Orbis Factor)
Il Kyrie XI, in dominicis per annum, ovvero da cantarsi nelle domeniche esterne al Temporale, è uno dei più antichi (X sec.), ed è strutturato sul modello più comune con il Christe su tema nuovo. La sua natura spiccatamente tonale ha fatto sì che sia stato molto usato nella forma cosiddetta B, scritta nel Cinquecento (qui riprodotta). Sui temi del Kyrie Orbis Factor Frescobaldi ha elaborato, nei Fiori musicali (1635) 12 versioni polifoniche per organo.
 
 
Kyrie XI
Monaci benedettini dell’abbazia di Saint-Maurice e Saint-Maur di Clerveaux
[Cd Philips, 1971]
È un’esecuzione del 1960 che adotta, come si usava all’epoca, l’accompagnamento dell’organo.
Kyrie I (Lux et origo)
Kyrie assi celebre, che si canta a Pasqua, intonato su tre temi diversi.
  
Kyrie XVIII
Cantori gregoriani
dir. Fulvio Rampi
[Cd Fsp-Paoline, 1996]
Kyrie X (Alme Pater)
Kyrie mariano (in festis et memoriis B. M. V.) dall’intonazione elaborata. Oltre a mutare tema per ogni parte, qui la seconda ripetizione di ciascun versetto è su melodia nuova. La musica del Graduale triplex è stata reimpaginata per mettere in evidenza divergenze e similitudini delle ripetizioni. Non si tratta infatti di una successione aba-cdc-efe, perché d e f coincidono; inoltre tutti i temi, a parte c, sono identici nella conclusione. Si osservi come il finale del canto (la ‘coda’) si una ripetizione delle due precedenti frasi.
 
Kyrie X
Cantori gregoriani · dir. Fulvio Rampi [Cd Fsp-Paoline, 1996]

Publié dans:Inni, liturgia |on 21 novembre, 2013 |Pas de commentaires »

L’arca dell’Alleanza

l'arca ell'alleanza
http://www.mishkanministries.org/theark.php

Publié dans:immagini sacre |on 20 novembre, 2013 |Pas de commentaires »

DARE IL NOME A DIO

http://proposta.dehoniani.it/txt/dareilnome.html

DARE IL NOME A DIO

(conversazioni di viaggio in terra d’Africa, 2002)

(Marchesini Aldo)

Non ricordo più bene come si arrivò a parlare del nome da dare a Dio. L’argomento interessava e, per dirla coi discepoli di Emmaus, il nostro cuore cominciò ad ardere nel petto durante il cammino. Il mio compagno di viaggio, al volante, girò la testa:
 » Dare il nome a qualcuno o a qualcosa…che impresa straordinaria! Nel nome c’è tutto, esprime tutto, è la conoscenza ultima di quella persona o di quella cosa. Come sarà possibile dare un nome a Dio, lui che è l’assoluto, il trascendente? »
« Il vero nome di Dio – dissi io – quello che lo esprime nell’ultima sua verità, solo lui lo conosce e solo lui ce lo può far conoscere. Ma credo che il Signore chieda a noi di scegliergli il « nostro » nome, quello con cui lo vogliamo chiamare noi. In fondo ciò non è molto differente dalla domanda di Gesù agli Apostoli: «E voi, chi dite che io sia?» »
Rimanemmo in silenzio. Un silenzio, mi parve, non d’assenza di parole, ma d’incapacità a trovare le parole per esprimere ciò che ardeva interiormente.
Ogni tanto qualche frase, come la pennellata di un pittore che è all’inizio del quadro e che lo dipinge un po’ alla volta con fatica, nello sforzo di non tradire la verità che gli sta dentro.
Presto detto: dare a Dio il nome scelto da me!…
Si capisce subito, però, che non è indifferente dare un nome piuttosto che un altro. Dare quello vero, quello nel quale ci sono tutto io e tutto lui.
Non so proprio da dove cominciare! Prima di sentire questo desiderio non ci avevo mai pensato esplicitamente: lo chiamavo Dio, oppure Padre e questo bastava per aver chiaro chi intendevo.
Ma ora che il nome che serve è quello da usare parlandogli direttamente, parlando a lui e non di lui, capisco come sia difficile.
« Il punto supremo – dissi– consiste nel fatto che il nome con cui voglio chiamare Dio non mi serve per essere usato al vocativo, come interiezione, parlando con lui, dirigendogli altre parole. Dev’essere un nome che, dopo averlo pronunciato, non abbia più nient’altro da dire e da dirgli. È un nome fatto per essere vestito soltanto di silenzio… »

« Hai già cominciato a cercarlo? »
« Da molto –risposi – ma per ora non l’ho ancora trovato. Nel frattempo uso il nome con cui lo chiamava Gesù: « Abbà ». Chiamarlo Padre non mi soddisfa e neppure papà o babbo. »
« Chiamarlo Abbà, come faceva Gesù – intervenne il mio compagno – mi sembra un buon inizio. Quando diciamo come nostre le parole di Gesù, sentiamo più facilmente anche come nostri i suoi sentimenti. »
Stavamo uscendo da Namacurra e ci sorprese un tratto di strada così pieno di buche, che zittimmo entrambi, per fare attenzione che le ruote vi entrassero adagio adagio, senza sobbalzi e scossoni.
Quella sospensione mi fece bene. Mi fece capire che ciò che il nome vuole esprimere è già in me, ce l´ho dentro nell’ultima verità del mio cuore. Ciò che non mi riesce, è vestirlo di una parola, ma il suo nome vero lo percepisco come il cielo in cui volo o il mare in cui navigo. È, per ora, un nome di silenzio, ma non per questo è meno nome!
« Gesù – dissi– poteva usare Abbà per dirigersi al Padre, perché per lui – il Figlio unigenito, il Figlio molto amato, il Figlio generato, non creato, della stessa sostanza del Padre, chiamandolo Abbà, riusciva a mettere in quel nome tutta la pienezza della sua consapevolezza di Figlio. Il nome Abbà, quindi, esprimeva in modo compiuto ciò che il Padre era per lui. Io, però, non riesco a trovare un nome che esprima tutto ciò che il Padre è per me, e tutto quello che io sono, a partire dal suo crearmi e amarmi. Ma quanto più lo prego e vivo con lui, tanto più lo chiamo per nome, anche se non so pronunciarlo. »
« Ci sono cose che non si riescono a dire, ma che si sentono e vivono profondamente – disse il mio compagno – Io penso che il nome che non sai dire, può essere ben sostituito dall’amore che provi per lui e gli vuoi manifestare. »
« Hai ragione. Mi fai venire in mente un argomento parallelo: la preghiera di silenzio. Ci sono tante forme di preghiera: quella vocale, delle formule, quella liturgica, della messa, dei sacramenti, del breviario, la meditazione e la lectio divina della Parola, l’adorazione eucaristica, le giaculatorie, l’offerta delle azioni della giornata e così via.La più profonda, però, a mio parere, è l’orazione di silenzio, quella di stare davanti a Dio presenti e basta.
Prima la chiamavo appena preghiera di silenzio, ma poi scoprii che il silenzio non era la sua definizione. La cominciai a chiamare preghiera di presenza. Il cambiamento mi fece subito bene. Potevo trattenermi a lungo, quanto desideravo, che non perdeva d’intensità. Il silenzio da solo non ha questo potere, ma la presenza, questa, sì!
È un po’ come pronunciare il nome sconosciuto di Dio e lasciarsene compenetrare. È comunione, unione, compresenza reciproca. »
« In questo ti capisco bene. Vivo qualcosa di simile in relazione al mistero della morte e della vita dopo la morte. Le persone che abbiamo amato e che sono morte, rimangono in comunione con noi, quasi ancora di più che da vive. Ciò ha una conseguenza straordinaria che apre orizzonti senza limiti. La persona amata continua a restare, in parte, in me di qua, ma molto di più, infinitamente di più, io mi sento portato di là.
Lo spartiacque della morte perde consistenza e la barriera del tempo si rompe. Ho fatto in proposito delle scoperte che non so se saranno ortodosse, ma che a te posso confidare.
Di là non c’è tempo, per cui chi muore adesso, muore in contemporaneità con la morte di Gesù. Tutti moriamo insieme a Gesù e lui muore insieme a tutti noi. Se siamo contemporanei nella morte, lo dobbiamo essere a maggior ragione nella resurrezione, perché risuscitiamo dal seno dell’eternità, dov’è eterno presente, senza prima e senza poi. Se la mia morte, vista guardando dall’aldilà è contemporanea a quella di Cristo e a quella di tutti coloro che sono morti insieme con lui, è facile, sentirmi già in qualche modo cittadino dell’aldilà e quindi frequentatore e compagno di coloro che sono già morti e, perciò, anche già risuscitati. Puoi capire quindi che in certo modo la comunione con chi ci ha lasciati può addirittura essere potenziata dopo la morte. Dico di più: essa è l’occasione di farmi assaporare la gioia dell’aldilà e della risurrezione, ancora prima di morire! »
« Sai che questo è tema di grande attualità nella teologia? Sei proprio all’avanguardia! –dissi al mio compagno di viaggio – È un dibattito, però, che rimane un po’ nell’ombra, perché nel vangelo ed in tutta la Scrittura queste realtà sono presentate come viste cogli occhi dell’al di qua, con gli occhi di chi vive ancora nel prima e nel poi degli avvenimenti e della storia. Nella Scrittura c’è il tempo della morte, della sepoltura, del giudizio e poi, alla fine di tutto, quello della risurrezione, coronata dal ritorno glorioso del Signore Gesù.
Capisci che la grandissima maggioranza dei fedeli non potrebbe comprendere riflessioni di questo tipo. Il parlarne nella catechesi e nella predicazione al popolo genererebbe perplessità ed incomprensione. Perciò questo filone di riflessione resta per ora nascosto e riservato nell’ambito degli studiosi. »
« Capisco tutto – mi disse – ma questo tuo chiarimento mi dà pace e mi stimola ad approfondire quest’esperienza. Anzi mi stimola a leggere ciò che si dibatte tra i teologi. »
Rimanemmo a lungo in silenzio. Era un silenzio necessario, per dare spazio a quell’interiorizzazione e soprattutto alla comunione. In fondo facevamo esperienza di come solo nel silenzio si poteva pronunciare il nome di Dio, inesprimibile in parole, solo nel silenzio poteva prendere corpo l’orazione di presenza, solo nel silenzio potevamo immergerci nella comunione con chi già era morto e risuscitato insieme a Cristo.
La strada fece una curva e poi una breve salita: eravamo alla cava di pietre appena fuori Mocuba. In fondo alla discesa cominciava la città. Eravamo arrivati. La prima tappa del nostro viaggio era finita. Il viaggio interiore, però, era appena cominciato…

Quelimane, aprile 2002

Publié dans:meditazioni |on 20 novembre, 2013 |Pas de commentaires »

ALLA SCUOLA DI MARIA

http://www.stpauls.it/madre/1211md/scuoladimaria.htm

ALLA SCUOLA DI MARIA

di ENNIO STAID

Un giorno il velo si squarcerà
«L’Assunzione anticipa e prepara il nostro comune destino» (Olivier Clément).

Sin da bambino la parola assunzione è legata per me al lavoro.
Ricordo la grande gioia di mio fratello e mia quando, dopo essere stati assunti al primo lavoro, tornammo a casa.
Era finita l’attesa, finalmente avevamo raggiunto un grande traguardo. Eravamo diventati grandi. Dopo vi furono altre assunzioni e presto compresi che sarei stato felice soltanto quando anch’io fossi stato assunto da Dio al suo servizio, volevo infatti farmi domenicano. Avevo vent’anni quando Pio XII proclamò il dogma dell’Assunta. Non sapevo nulla di teologia e il catechismo che avevo studiato era fatto di domande e risposte molto semplici. Nessuno mi aveva parlato di dogmi.
Ora so che i dogmi sono verità contenute nella rivelazione divina e manifestate nelle Sacre Scritture o nella tradizione della Chiesa. So che il dogma può essere proclamato da un concilio o dal Papa in prima persona e che impegna tutti i cristiani a credervi per fede. A quel tempo mi chiedevo perché tra le domande del catechismo non vi fosse anche: Chi è Maria? Che compito ha nel mistero di Cristo e della Chiesa? Che significa Immacolata? Perché la si chiama Madre di Dio? Perché è stata assunta in cielo con il suo corpo? Quella vecchietta che ci aveva fatto il catechismo, in preparazione alla Comunione e alla Cresima, ci aveva trasmesso un grande amore per la Madre di Gesù e, più che a imitarla, ci aveva insegnato ad ammirarla.
Non ci veniva spiegato nulla, era sufficiente imparare a memoria le risposte del catechismo. Ricordo che quel primo di novembre del 1950, quando ascoltai alla radio la voce di Pio XII che proclamava Maria santissima assunta in cielo, mi rallegrai per questo suo ennesimo privilegio, ma non seppi spiegarmi cosa significasse il dogma e come noi potessimo attingere da questa proclamazione qualche esempio. Ero felice perché mi dicevo che anche la Madonna aveva trovato un lavoro importante: era stata assunta niente meno che a lavorare con Dio. Quel giorno, se fossi stato in piazza san Pietro a Roma, mi sarei spellato le mani per ringraziare il Papa che finalmente, dopo che i cristiani da secoli credevano all’Assunzione di Maria, anche lui, facendosi voce dei credenti, lo riconosceva solennemente. Non mi ponevo il problema dove il suo corpo glorioso potesse trovarsi. Non era importante per me sapere se la Madre di Gesù era morta o si era addormentata, né come era il suo corpo in cielo.
Immaginavo l’umanità come una interminabile cordata che saliva verso il cielo legata dall’amore di Gesù. Maria, prima della fila, aveva raggiunto la meta. Dietro di lei una moltitudine, che nessuno poteva contare, la seguiva. Credevo e credo che il mistero non turbi la fede. Esso è per me come l’atmosfera che circonda la terra. Siamo avvolti nel mistero e dentro questo nucleo è il nostro sì alla parola di Dio e alla Chiesa. Dio è sempre al di là del velo sotto cui dobbiamo vivere. Un giorno il velo si squarcerà e finalmente vedremo quello che, in questa terra, abbiamo creduto. Ciò che davvero conta, in questa frazione di tempo che ci è stato concesso con la vita, non è tanto indagare dove è il corpo glorioso di Maria, o applaudire le sue virtù, quanto ripetere il suo canto di gioia per la salvezza che viene proposta dal suo Figlio e rimanere in… « cordata », ossia legati insieme a tutta l’umanità che ritorna da dove è venuta. Veniamo da Dio e a Dio torniamo.
Anche a noi, in questo cammino verso il cielo, vengono in continuazione Angeli a stimolarci, a incoraggiarci, in modo che la « cordata » si allunghi fino ai confini del mondo. Siamo infatti tutti chiamati a collaborare affinché nessun uomo rimanga « slegato e solo » nella difficile salita verso il cielo. Con il Battesimo siamo assunti e con la Cresima firmiamo il contratto di lavoro: dobbiamo soltanto pronunciare il nostro sì e iniziare a lavorare come fece Maria che, subito dopo aver detto: «Avvenga per me secondo la tua parola», si mise in cammino per andare ad annunciare a Elisabetta che la salvezza è a portata di mano. Nessuno è escluso. Perciò rallegriamoci.
Dio ha disperso soltanto i superbi nei pensieri del loro cuore, ha rovesciato i potenti, ha innalzato gli umili…

Publié dans:Maria Vergine |on 20 novembre, 2013 |Pas de commentaires »

Il libro di Ruth: Naomi, Orpah e Ruth

ruth
http://southjerusalem.com/2011/06/the-book-of-naomi/

Publié dans:immagini sacre |on 19 novembre, 2013 |Pas de commentaires »

PREGHIERA PER LA CANONIZZAZIONE DEI BAMBINI UCCISI DALL’ABORTO

http://rosarioonline.altervista.org/index.php?s=preghiere-contro-aborto

PREGHIERE CONTRO L’ABORTO

PREGHIERA PER LA CANONIZZAZIONE DEI BAMBINI UCCISI DALL’ABORTO

Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.

Padre onnipotente ed etemo, invocando lo Spirito Santo, il Signore donatore di vita, e confidando nel potere salvifico del nome di Gesù e del Suo preziosissimo sangue, credo fermamente che tutti i bambini che sono stati volontariamente privati della vita per mezzo dell’aborto, sono stati lavati nel sangue di Gesù e sono per certo veri martiri che « vivono nel Signore » (1), poiché hanno ricevuto il battesimo di salvezza nel sangue. Ti prego, Padre Celeste, in considerazione della silenziosa testimonianza resa alla Tua santa parola, che proibisce assolutamente l’uccisione di innocenti, di concedere, attraverso l’intercessione di Maria, Madre delle Ferite Nascoste e Mistiche, di S. Giuseppe, di S. Giovanni Battista e di tutti i martiri e i santi, che questi piccoli compagni dei primi santi innocenti siano riconosciuti dalla Madre Chiesa affinché dalla ricchezza di meriti contenuta nel loro martirio si possa attingere più abbondantemente.

Con fiducia Ti imploro, caro Signore, attraverso l’intercessione dei milioni di bambini martiri uccisi nel grembo matemo, i cui angeli contemplano il Tuo volto, di concedermi:.. (citare la grazia che si desidera).

Padre onnipotente, fa’ che alla loro testimonianza al Tuo Divino Figlio Gesù Cristo, che è la Via, la Verità e la Vita, sia data voce nella Chiesa Universale per proclamare in modo ancora più eloquente la Sua vittoria sul peccato e sulla morte. Possa il loro martirio dare al mondo ampia testimonianza della Verità e degli insegnamenti della Santa Chiesa Cattolica per la salvezza delle anime e per l’etema gloria della Santissima Trinità.

Oh, mio Gesù, Divina Innocenza, trionfa nell’innocenza crocifissa di quei piccoii Amen. Nota

(1) Papa Giovanni Paolo II, Enciclica Evangelium Vitae, 1999. Capirete che niente è definitivamente perso e potrete anche chiedere perdono per vostro figlio, che ora vive nel Signore.
PREGHIERA PER CHI E’ COINVOLTO NELL’ABORTO

Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
Padre Celeste, vengo davanti a Te con profondo dolore e contrizione.
Ho infranto le Tue sante leggi e disobbedito ai Tuoi Comandamenti.
Ho fatto del male al più indifeso dei Tuoi figli, un bambino nel grembo materno.
Oh, mio Dio, ti chiedo umilmente perdono
e chiedo anche a mio figlio (questi figli…) di perdonarmi.
Padre Celeste, depongo questo bambino innocente (questi bambini innocenti…)
fra le tue amorevoli braccia e chiedo alla Beata Vergine Maria e a S. Giuseppe
di prendersi cura di questo piccolo (questi piccoli…).
Confidando nelle parole del Tuo Divino Figlio
- « qualunque cosa chiediate al Padre in Mio Nome, Egli ve la darà » -,
ti chiedo, nel nome di Gesù, Salvatore di tutta l’umanità, di avere misericordia di me, peccatore.
Riversa su di me le Tue grazie e il Tuo amore,
affinché possa avere la forza di redimere la mia vita
in base ai Comandamenti e alle Tue sante leggi.
Non usare questo sangue innocente contro di me.
Dove il peccato è abbondato, possa la Tua grazia sovrabbondare, inondando il mondo intero
con la Tua misericordia e il Tuo amore, per la gloria della Santissima Trinità. Amen.
ATTO DI RIPARAZIONE PER IL DELITTO DELL’ABORTO

O Dio, nostro Padre, che nel tuo infinito amore per noi, vuoi che tutti gli uomini siano salvi, con la fede e l’amore della Chiesa che porta nel suo cuore di Madre il “Desiderio del Battesimo” per tutti i bambini del mondo, desidero esprimere questa sua carità, battezzando nel Nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo tutti i bambini che oggi saranno uccisi nel grembo delle loro madri con l’aborto.

Con questo atto di fede e di carità intendo con tutta la Chiesa:
1- Offrire, per le mani immacolate di Maria Ss.ma, con il sangue di Gesù, quello di tutti i bambini uccisi con l’aborto, implorando per il sacrificio della loro vita, pietà e misericordia per l’umanità.
2 – Riparare il grave delitto dell’aborto che, mentre sopprime la vita del concepito, lo priva della grazia del Battesimo.
3 – Pregare per la conversione di tutti gli operatori e collaboratori dell’aborto, orribile delitto “che, sottoscrive la condanna dell’uomo, della donna, del medico, dello Stato”. (Giovanni Paolo II).
4 – Pregare per la conversione di quanti, con i potenti mezzi della comunicazione sociale, sostengono, giustificano e difendono questo gravissimo peccato, disconoscendo l’insegnamento di Cristo e il Magistero della Chiesa.
5 – E infine, per invocare misericordia su quanti, ingannati e sedotti da questi mezzi potenti, si allontanano dall’amore di Dio Padre. Si reciti il Credo, il Padre Nostro e l’Ave Maria.

Publié dans:ABORTO E PROCREAZIONE, preghiere |on 19 novembre, 2013 |Pas de commentaires »

DONNE E CAVALLI. EPPURE SALOMONE È TRISTE

http://www.donboscoland.it/articoli/articolo.php?id=126952

DONNE E CAVALLI. EPPURE SALOMONE È TRISTE

Un libro impossibile da tenere fra le mani tranquillamente, per una lettura calma, distaccata: spiccherebbe immediatamente il volo, spargerebbe la sabbia delle sue frasi fra le dita. Un libro che narra il dolcissimo viaggio della sapienza…
        

                                                La sapienza fa il proprio elogio,
                                                   in Dio trova il proprio vanto,
                                    in mezzo al suo popolo proclama la sua gloria.

                                       Nell’assemblea dell’Altissimo apre la bocca,
                                     dinanzi alle sue schiere proclama la sua gloria,
                                           in mezzo al suo popolo viene esaltata,

     nella santa assemblea viene ammirata,
nella moltitudine degli eletti trova la sua lode
e tra i benedetti è benedetta, mentre dice:

         «Allora il creatore dell’universo mi diede un ordine,
colui che mi ha creato mi fece piantare la tenda
e mi disse: « Fissa la tenda in Giacobbe
e prendi eredità in Israele,
affonda le tue radici tra i miei eletti » .

         Prima dei secoli, fin dal principio, egli mi ha creato,
per tutta l’eternità non verrò meno.
Nella tenda santa davanti a lui ho officiato
e così mi sono stabilita in Sion.

         Nella città che egli ama mi ha fatto abitare
e in Gerusalemme è il mio potere.
Ho posto le radici in mezzo a un popolo glorioso,
nella porzione del Signore è la mia eredità,
nell’assemblea dei santi ho preso dimora».

         (dal Libro del Siracide, 24,1-4.12-16)

         La Bibbia è un libro fatto di molti libri, e in ciascuno di questi libri vi sono molte frasi, e in ognuna di queste frasi molte stelle, olivi e fontane, asinelli e alberi di fico, campi di grano e pesci. Silenzio: quello tempestoso dei mari ribelli, delle albe sconfinate, delle brezze mattutine. I libri d’oggi sono di carta. I libri di un tempo erano di pelle. La Bibbia è il solo libro d’aria: un diluvio d’inchiostro e di vento.
         Un libro impossibile da tenere fra le mani tranquillamente, per una lettura calma, distaccata: spiccherebbe immediatamente il volo, spargerebbe la sabbia delle sue frasi fra le dita. Un libro che narra il dolcissimo viaggio della sapienza.
Salomone, memorabile re d’Israele, stimato intenditore di donne, di cavalli e di stallieri, quando s’accorse della sua nullità ebbe a sussurrare a Dio la sua umilissima richiesta: « Dammi la sapienza che siede accanto a te in trono, perché anche il più perfetto tra gli uomini, privo della tua sapienza, sarebbe stimato un nulla » (Sap 9,4.6).
         All’albeggiare del mondo tutto era abitato dallo sguardo che navigava tra la sapienza e Dio: « quando fissava i cieli, quando tracciava un cerchio sull’abisso, quando condensava le nubi, quando fissava le sorgenti dell’abisso, quando stabiliva al mare i suoi limiti, quando disponeva le fondamenta della terra, io ero con lui come architetto ed ero la sua delizia ogni giorno » (Prv 8,23-31).
         Un Dio che costruisce pensieri, una Sapienza che ne scruta i movimenti, un’umanità da far nascere dal nulla: l’inaspettata avventura di un Dio che infrange il silenzio millenario della sua eternità per addestrare l’uomo nel parlare, per comporre una storia imbalsamata di libertà, per educare la sua umanità a camminare.
         Silenzio e sapienza: il grembo che fa sbocciare la tenerezza commovente di Dio. La bocca dell’Altissimo è la sua Betlemme: « io sono uscita dalla bocca dell’Altissimo, ho posto le radici in mezzo ad un popolo glorioso, sua eredità ».
         Dalla bocca alle fondamenta di una casa, perchè la sapienza diventi storia: « fissa la tua tenda in Giacobbe ». Giovanni esagererà nell’incipit del suo Evangelo: « Il Verbo si fece carne e ha posto la sua tenda in mezzo a noi » (Gv 1,14). E’ Dio che guarda nel volto la sua umanità, il Cielo che và a cercare la terra per abbracciarla, la sapienza nascosta nella mente di Dio che viaggia nei pensieri dell’uomo.
         E sconfinate distese di silenzio perché l’uomo s’inventi domande sul perché di tale grandezza. « La Bibbia è risposta sublime, ma noi non conosciamo più la domanda alla quale essa risponde. Se non riscopriamo questa domanda non abbiamo speranza di capire » (A.J.Heschel).
         Il Natale che solo pastori e pescatori sanno leggere: loro, operai senza paga, soprattutto non venduti, liberi come il vento che spostava le loro barche, come la pioggia che disegnava il sentiero ai loro greggi, figli di quella sapienza che dona libertà, vennero sedotti da un Dio ribelle ad ogni calcolo, un Dio che chiedeva loro di lasciarsi stupire per sconcertare la pigrizia dell’umanità.
         L’aveva intuito Carl G. Jung, uno dei padri della psicanalisi, tanto da far scrivere nella sua residenza di Kussnacht in Svizzera: « Vocatus atque non vocatus Deus aderit » (« chiamato o non chiamato, Dio sarà presente »).

         La sua presenza non dipende da te!
         Perché la vita non è questione di anni. Bensì di stupore.

Publié dans:immagini sacre |on 19 novembre, 2013 |Pas de commentaires »

Basilica di San Paolo Fuori le Mura,

san paolo

http://www.aviewoncities.com/gallery/showpicture.htm?key=sveit0296

Publié dans:immagini sacre |on 19 novembre, 2013 |Pas de commentaires »
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