Archive pour novembre, 2013

Maria Vergine incinta

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VIVI IL TEMPO DELL’ATTESA – TEMPO DI AVVENTO – ENZO BIANCHI

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VIVI IL TEMPO DELL’ATTESA – TEMPO DI AVVENTO

CHIESA MONASTICA DI BOSE

ENZO BIANCHI

Dicembre, l’ultimo mese dell’anno civile, è anche il periodo di inizio dell’anno liturgico con le quattro domeniche di avvento. E mi chiedi giustamente come vivere questo tempo che nelle chiese d’occidente precede la festa del Natale. Provo a risponderti. Sì, talora si ha la tentazione di fare dell’avvento la “preparazione” al Natale. Come se avessimo bisogno di un tempo per disporci a commemorare la venuta storica di Gesù nella carne. Ora, se siamo cristiani, crediamo non solo che Dio si à fatto uomo in Gesù ma anche che è risorto e verrà nella gloria. La venuta nella carne di Gesù è la garanzia della sua venuta futura nella gloria. Non ripetono ogni domenica le chiese queste parole: “Annunciamo la tua morte, Signore, proclamiamo la tua resurrezione, nell’attesa della tua venuta”? Il centro della nostra fede, lungi dall’essere solo il ricordo dell’incarnazione, è l’evento della resurrezione, che ci apre a questa speranza iscritta nella promessa del Signore che chiude le Scritture: “Sì, vengo presto!” (Apocalisse 22,20).
La certezza dell’avvento del giorno del Signore dovrebbe fare del tempo di avvento non l’attesa pia della sera in cui rievocheremo la nascita di Gesù nella mangiatoia di Betlemme, ma l’attesa ben più forte e radicale della venuta gloriosa del Signore che riconcilierà la creazione intera in Dio. E di essa la festa del Natale è per così dire il pegno storico. L’invocazione liturgica Marana tha, “Vieni Signore!” scandisce il tempo di avvento. Con questo appello a Dio i cristiani fanno l’esperienza dell’attesa del Signore che viene. Così, a mia volta, voglio farti una domanda che già poneva Teilhard de Chardin: “Noi cristiani, ai quali dopo Israele è stato affidato il compito di mantenere sempre viva sulla terra la fiamma del desiderio, che cosa abbiamo fatto dell’attesa?”. Siamo cercatori di Dio non solo nei nostri ricordi, nel nostro passato, ma nel nostro futuro segnato da una speranza certa? Sì, dobbiamo riconoscere che il cristiano è “colui che attende il Signore” ( John Henry Newman). Già nel iv secolo Basilio di Cesarea diceva che proprio del cristiano è “vigilare ogni giorno e ogni ora ed essere pronto, sapendo che all’ora che non pensiamo il Signore viene”. Attendere non è un atteggiamento passivo nè un’evasione ma un movimento attivo. L’etimologia latina della parola “attendere” (adtendere) indica una “tensione verso”.
Come azione non si limita all’oggi ma agisce nel futuro, volgendo il nostro spirito verso l’avvenire. Certo, nel nostro tempo, sovente contrassegnato da efficienza, produttività e attivismo, attendere sembra impopolare e irresponsabile. Ma per la visione cristiana del tempo il futuro non à uno scorrere uniforme del tempo all’infinito: si distingue per ciò che Cristo vi compirà. Senza questa chiara comprensione, ci minacciano il fatalismo o l’impazienza. Rinunciando alla dimensione dell’attesa, non solo ridurremmo la portata della fede ma priveremmo anche il mondo della testimonianza della speranza a cui ha diritto. Attendere il Signore impone al cristiano di saper pazientare. L’attesa è l’arte di vivere l’incompiuto e la frammentazione, senza disperare. È la capacità non solo di reggere il tempo, di perseverare ma anche di sostenere gli altri, di “sopportare”, cioè di assumerli con i loro limiti e di portarli. L’attesa apre gli uomini e le donne all’incontro e alla relazione, chiama alla gratuità e alla possibilità di ricominciare sempre. L’attesa non è segno di debolezza, ma di forza, stabilità, convinzione. È responsabilità. Animata dall’amore, l’attesa diviene desiderio, desiderio colmo di amore, di incontrare il Signore. Ti invita alla condivisione e alla comunione, ti spinge a dilatare il cuore alle dimensioni della creazione intera che aspira alla trasfigurazione e attende cieli nuovi e terra nuova. Per tutti questi motivi, il tempo di avvento non è tempo di preparazione ma, molto di più, di attesa con e per gli altri.

Così ti auguro buona strada verso il Natale!

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PAPA: « UNA CONVERSIONE PASTORALE E MISSIONARIA » PER UNA CHIESA APERTA A CAMBIARE LE PROPRIE STRUTTURE

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26/11/2013

VATICANO

PAPA: « UNA CONVERSIONE PASTORALE E MISSIONARIA » PER UNA CHIESA APERTA A CAMBIARE LE PROPRIE STRUTTURE

di Franco Pisano

L’esortazione apostolica « Evangelii Gaudium ». L’evangelizzazione, manifesto programmatica del papato, deve trovare « nuove strade » e « metodi creativi ». Una « salutare decentralizzazione ». Un sistema economico « ingiusto alla radice ». « Autentici attacchi alla libertà religiosa ». « Esiste un vincolo inseparabile tra la nostra fede e i poveri ». « Nessuno può esigere da noi che releghiamo la religione alla segreta intimità delle persone ». I Paesi islamici « assicurino libertà ai cristiani affinché possano celebrare il loro culto e vivere la loro fede ».
Città del Vaticano (AsiaNews) – Una Chiesa che ha nella missione « il paradigma di ogni opera », che è aperta all’azione dello Spirito e perciò all’accoglienza – « nemmeno le porte dei Sacramenti si dovrebbero chiudere per una ragione qualsiasi » – deve essere pronta sia ad affrontare le sfide che le pone una cultura che tende a « scartare » i deboli e i poveri, sia a « una riforma delle strutture ecclesiali », papato compreso.
E’, in estrema sintesi, l’Esortazione apostolica « Evangelii Gaudium » di papa Francesco, simbolicamente consegnata domenica scorsa, chiusura dell’Anno della fede, a 36 rappresentanti del Popolo di Dio e resa pubblica oggi.
« La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù »: inizia così la « Evangelii Gaudium » che raccoglie anche le conclusioni del Sinodo del 2012 su « La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede ». Al tempo stesso il documento è il manifesto programmatico del papato. « Sottolineo – si legge infatti al n. 25 – che ciò che intendo qui esprimere ha un significato programmatico e delle conseguenze importanti. Spero che tutte le comunità facciano in modo di porre in atto i mezzi necessari per avanzare nel cammino di una conversione pastorale e missionaria, che non può lasciare le cose come stanno. Ora non ci serve una «semplice amministrazione». Costituiamoci in tutte le regioni della terra in un «stato permanente di missione» ».
E’ una « conversione pastorale » alla quale si debbono adattare tutte le « strutture » della Chiesa, rivedendo anche consuetudini « non direttamente legate al nucleo del Vangelo, alcune molto radicate nel corso della storia » (n. 43), nella logica di una « salutare decentralizzazione ». « Anche il papato e le strutture centrali della Chiesa universale hanno bisogno di ascoltare l’appello ad una conversione pastorale. Il Concilio Vaticano II ha affermato che, in modo analogo alle antiche Chiese patriarcali, le Conferenze episcopali possono «portare un molteplice e fecondo contributo, acciocché il senso di collegialità si realizzi concretamente». Ma questo auspicio non si è pienamente realizzato, perché ancora non si è esplicitato sufficientemente uno statuto delle Conferenze episcopali che le concepisca come soggetti di attribuzioni concrete, includendo anche qualche autentica autorità dottrinale » (n. 32).
E « non credo neppure che si debba attendere dal magistero papale una parola definitiva o completa su tutte le questioni che riguardano la Chiesa e il mondo. Non è opportuno che il Papa sostituisca gli Episcopati locali nel discernimento di tutte le problematiche che si prospettano nei loro territori »  (n.. 16). Nella stessa logica si devono realizzare pienamente le strutture di partecipazione per far crescere la responsabilità dei laici, tenuti « al margine delle decisioni » da « un eccessivo clericalismo » e « c’è ancora bisogno di allargare gli spazi per una presenza femminile più incisiva nella Chiesa » (n. 103). Ma « il sacerdozio riservato agli uomini, come segno di Cristo Sposo che si consegna nell’Eucaristia, è una questione che non si pone in discussione », che « può diventare motivo di particolare conflitto se si identifica troppo la potestà sacramentale con il potere » (n. 104).
In questo quadro, il punto di partenza è l’invito a « recuperare la freschezza originale del Vangelo », trovando « nuove strade » e « metodi creativi », Gesù non va imprigionato nei nostri « schemi noiosi ». E se annunciare il Vangelo è « gioia », « un evangelizzatore non dovrebbe avere costantemente una faccia da funerale » (n. 10). E l’omelia deve saper dire « parole che fanno ardere i cuori », rifuggendo da una « predicazione puramente moralista o indottrinante » (n. 142).
Nella « trasformazione missionaria della Chiesa », che appare essere l’obiettivo del pontificato, il primo punto indicato dal documento è che « nella Parola di Dio appare costantemente il dinamismo di ‘uscita’ che Dio vuole provocare nei credenti », a partire da Abramo. « La più grande minaccia » è, quindi, « il grigio pragmatismo della vita quotidiana della Chiesa, nel quale tutto apparentemente procede nella normalità, mentre in realtà la fede si va logorando » (n. 83).
« Fedele al modello del Maestro, è vitale che oggi la Chiesa esca ad annunciare il Vangelo a tutti, in tutti i luoghi, in tutte le occasioni, senza indugio, senza repulsioni e senza paura. La gioia del Vangelo è per tutto il popolo, non può escludere nessuno » (n. 23). La Chiesa, quindi, deve « accompagnare l’umanità in tutti i suoi processi, per quanto duri e prolungati possano essere » (n. 24). « Preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze. Non voglio una Chiesa preoccupata di essere il centro e che finisce rinchiusa in un groviglio di ossessioni e procedimenti » (n. 49).
A esigerlo sono le sfide del mondo contemporaneo nel quale vige un sistema economico « ingiusto alla radice ». « Oggi tutto entra nel gioco della competitività e della legge del più forte, dove il potente mangia il più debole. Come conseguenza di questa situazione, grandi masse di popolazione si vedono escluse ed emarginate: senza lavoro, senza prospettive, senza vie di uscita. Si considera l’essere umano in se stesso come un bene di consumo, che si può usare e poi gettare. Abbiamo dato inizio alla cultura dello ‘scarto’ che, addirittura, viene promossa. Non si tratta più semplicemente del fenomeno dello sfruttamento e dell’oppressione, ma di qualcosa di nuovo: con l’esclusione resta colpita, nella sua stessa radice, l’appartenenza alla società in cui si vive, dal momento che in essa non si sta nei bassifondi, nella periferia, o senza potere, bensì si sta fuori. Gli esclusi non sono ‘sfruttati’ ma rifiuti, ‘avanzi’ » (n. 53).
Del quadro fanno parte anche gli « autentici attacchi alla libertà religiosa » o « nuove situazioni di persecuzione dei cristiani, le quali, in alcuni Paesi, hanno raggiunto livelli allarmanti di odio e di violenza. In molti luoghi si tratta piuttosto di una diffusa indifferenza relativista, connessa con la disillusione e la crisi delle ideologie verificatasi come reazione a tutto ciò che appare totalitario ». Accanto a « una cultura, in cui ciascuno vuole essere portatore di una propria verità soggettiva » (n. 61), che ha messo in crisi anche la famiglia.
Di fonte a tali sfide, la « Evangelii Gaudium » afferma che « dal cuore del Vangelo riconosciamo l’intima connessione tra evangelizzazione e promozione umana, che deve necessariamente esprimersi e svilupparsi in tutta l’azione evangelizzatrice. L’accettazione del primo annuncio, che invita a lasciarsi amare da Dio e ad amarlo con l’amore che Egli stesso ci comunica, provoca nella vita della persona e nelle sue azioni una prima e fondamentale reazione: desiderare, cercare e avere a cuore il bene degli altri » (n. 178). « Di conseguenza, nessuno può esigere da noi che releghiamo la religione alla segreta intimità delle persone, senza alcuna influenza sulla vita sociale e nazionale, senza preoccuparci per la salute delle istituzioni della società civile, senza esprimersi sugli avvenimenti che interessano i cittadini. Chi oserebbe rinchiudere in un tempio e far tacere il messaggio di san Francesco di Assisi e della beata Teresa di Calcutta? » (n. 183).
E se « occorre affermare senza giri di parole che esiste un vincolo inseparabile tra la nostra fede e i poveri » (n. 48), il documento ribadisce la ricerca di « una Chiesa povera per i poveri », perché « finché non si risolveranno radicalmente i problemi dei poveri … non si risolveranno i problemi del mondo ». « La necessità di risolvere le cause strutturali della povertà non può attendere, non solo per una esigenza pragmatica di ottenere risultati e di ordinare la società, ma per guarirla da una malattia che la rende fragile e indegna e che potrà solo portarla a nuove crisi » (n. 202).
Ma per poveri l’Esortazione intende non solo gli indigenti, ma anche i « nuovi poveri »: « i senza tetto, i tossicodipendenti, i rifugiati, i popoli indigeni, gli anziani sempre più soli e abbandonati », i migranti (n. 210) e anche gli « schiavi » che sono « nella piccola fabbrica clandestina, nella rete della prostituzione, nei bambini che utilizzi per l’accattonaggio, in quello che deve lavorare di nascosto perché non è stato regolarizzato » (n. 211). « Doppiamente povere sono le donne che soffrono situazioni di esclusione, maltrattamento e violenza, perché spesso si trovano con minori possibilità di difendere i loro diritti » (n. 212). 
« Più indifesi e innocenti di tutti », infine, sono « i bambini nascituri », « ai quali oggi si vuole negare la dignità umana » (213). « Non ci si deve attendere che la Chiesa cambi la sua posizione su questa questione … Non è progressista pretendere di risolvere i problemi eliminando una vita umana » (214).
Affermato il legame tra evangelizzazione e promozione umana, l’Esortazione afferma poi che l’evangelizzazione è anche dialogo. A partire da quello ecumenico. « L’impegno per un’unità che faciliti l’accoglienza di Gesù Cristo smette di essere mera diplomazia o un adempimento forzato, per trasformarsi in una via imprescindibile dell’evangelizzazione » (n. 246). « Quante cose possiamo imparare gli uni dagli altri! ». « Per esempio nel dialogo con i fratelli ortodossi, noi cattolici abbiamo la possibilità di imparare qualcosa di più sul significato della collegialità episcopale e sulla loro esperienza della sinodalità » (246). E « il dialogo e l’amicizia con i figli d’Israele sono parte della vita dei discepoli di Gesù » (248).
« Il dialogo interreligioso », poi, da portare avanti « con un’identità chiara e gioiosa », è « una condizione necessaria per la pace nel mondo ». In tale campo « acquista notevole importanza la relazione con i credenti dell’Islam », nel quale si « conservano parte degli insegnamenti cristiani; Gesù Cristo e Maria sono oggetto di profonda venerazione ed è ammirevole vedere come giovani e anziani, donne e uomini dell’Islam sono capaci di dedicare quotidianamente tempo alla preghiera e di partecipare fedelmente ai loro riti religiosi ». « Noi cristiani dovremmo accogliere con affetto e rispetto gli immigrati dell’Islam che arrivano nei nostri Paesi, così come speriamo e preghiamo di essere accolti e rispettati nei Paesi di tradizione islamica. Prego, imploro umilmente tali Paesi affinché assicurino libertà ai cristiani affinché possano celebrare il loro culto e vivere la loro fede, tenendo conto della libertà che i credenti dell’Islam godono nei paesi occidentali! Di fronte ad episodi di fondamentalismo violento che ci preoccupano, l’affetto verso gli autentici credenti dell’Islam deve portarci ad evitare odiose generalizzazioni, perché il vero Islam e un’adeguata interpretazione del Corano si oppongono ad ogni violenza » (n. 252).
Dialogo, infine, anche con i non credenti, ma « il rispetto dovuto alle minoranze di agnostici o di non credenti non deve imporsi in modo arbitrario che metta a tacere le convinzioni di maggioranze credenti o ignori la ricchezza delle tradizioni religiose » (n. 255).
Il quinto e ultimo capitolo è dedicato agli « Evangelizzatori con Spirito », che « vuol dire evangelizzatori che si aprono senza paura all’azione dello Spirito Santo ». « Evangelizzatori con Spirito significa evangelizzatori che pregano e lavorano. Dal punto di vista dell’evangelizzazione, non servono né le proposte mistiche senza un forte impegno sociale e missionario, né i discorsi e le prassi sociali e pastorali senza una spiritualità che trasformi il cuore. Tali proposte parziali e disgreganti raggiungono solo piccoli gruppi e non hanno una forza di ampia penetrazione, perché mutilano il Vangelo » (n. 262).
Servono « evangelizzatori che pregano e lavorano », nella consapevolezza che « la missione è una passione per Gesù ma, al tempo stesso, è una passione per il suo popolo ». « Nel nostro rapporto col mondo siamo invitati a dare ragione della nostra speranza, ma non come nemici che puntano il dito e condannano » (n. 271).
L’Esortazione si conclude con una preghiera a Maria. « Alla Madre del Vangelo vivente chiediamo che interceda affinché questo invito a una nuova tappa dell’evangelizzazione venga accolta da tutta la comunità ecclesiale. Ella è la donna di fede, che cammina nella fede,213 e «la sua eccezionale peregrinazione della fede rappresenta un costante punto di riferimento per la Chiesa».214 Ella si è lasciata condurre dallo Spirito, attraverso un itinerario di fede, verso un destino di servizio e fecondità. Noi oggi fissiamo lo sguardo su di lei, perché ci aiuti ad annunciare a tutti il messaggio di salvezza, e perché i nuovi discepoli diventino operosi evangelizzatori » (n. 287).

Per il testo completo dell’Esortazione apostolica clicca qui

http://www.vatican.va/holy_father/francesco/apost_exhortations/documents/papa-francesco_esortazione-ap_20131124_evangelii-gaudium_it.html

San Pietro

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Publié dans:immagini sacre |on 25 novembre, 2013 |Pas de commentaires »

PREGHIERA DI LODE

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PREGHIERA DI LODE

La meraviglia, ossia saper vedere
La preghiera non è conquista dell’uomo.
E’ dono.

La meraviglia, ossia saper vedere La preghiera non è conquista dell’uomo.E’ dono.La preghiera non nasce allorché « voglio » pregare. Ma quando mi è « dato » di pregare.E’ lo Spirito che ci dona e rende possibile la preghiera (Rm 8,26; 1Cor 12,3).La preghiera non è iniziativa umana.Può essere soltanto risposta.Dio mi precede sempre. Con le Sue parole.  Con le Sue azioni.
Senza le « imprese » di Dio, i Suoi prodigi, le Sue gesta, non nascerebbe la preghiera.
Sia il culto come l’orazione personale sono possibili soltanto perché Dio « ha compiuto meraviglie », è intervenuto nella storia del Suo popolo e nelle vicende di una Sua creatura.
Maria di Nazareth ha la possibilità di cantare, « magnificare il Signore », unicamente perché Dio « ha fatto cose grandi »  (Lc 1,49).
Il materiale per la preghiera viene fornito dal Destinatario.
Non ci fosse la Sua parola rivolta all’uomo, la Sua misericordia, l’iniziativa del Suo amore, la bellezza dell’universo uscito dalle Sue mani, la creatura rimarrebbe muta.
Il dialogo della preghiera si accende quando Dio interpella l’uomo con dei fatti « che mette sotto i suoi occhi ».
Ogni capolavoro ha bisogno di apprezzamento.
Nell’opera della creazione è l’Artefice Divino stesso che si compiace della propria opera:  « …Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona… »   (Genesi 1,31)
Dio gode di quanto ha fatto, perché si tratta di una cosa molto buona, molto bella.
E’ soddisfatto, oserei dire « sorpreso ».
L’opera è perfettamente riuscita.
E Dio si lascia sfuggire un  « oh! » di meraviglia.
Ma Dio aspetta che il riconoscimento nello stupore e nella gratitudine avvenga anche da parte dell’uomo.
La lode non è altro che l’apprezzamento della creatura per ciò che ha fatto il Creatore.
« …Lodate il Signore:
 è bello cantare al nostro Dio,
dolce è lodarLo come a Lui conviene… »( Salmo 147,1)
La lode è possibile soltanto se ci si lascia « sorprendere » da Dio.
La meraviglia è possibile esclusivamente se si intuisce, se si scopre l’azione di Qualcuno in ciò che sta davanti ai nostri occhi.
La meraviglia implica la necessità di fermarsi, ammirare, scoprire il segno dell’amore, l’impronta della tenerezza, la bellezza nascosta sotto la superficie delle cose.
« ….Ti lodo perché mi hai fatto come un prodigio;
sono stupende le Tue opere… »  (Sal 139,14)
 
La lode va sottratta alla cornice solenne del Tempio e riportata anche nell’ambito modesto della quotidianità domestica, là dove il cuore fa l’esperienza dell’intervento e della presenza di Dio nelle umili vicende dell’esistenza.
La lode diventa così una specie di « festa dei giorni feriali », canto che riscatta la monotonia sorpresa che annulla la ripetitività, poesia che sconfigge la banalità.
 
Bisogna che il « fare »sfoci nel « vedere », la corsa s’interrompa per lasciar posto alla contemplazione, la fretta lasci il posto alla sosta estatica.
Lodare significa celebrare Dio nella liturgia dei gesti ordinari.
Complimentarsi con Lui che continua a fare « una cosa buona e bella », in quella creazione stupefacente ed inedita che è la nostra vita di ogni giorno.
 
E’ bello lodare Dio senza preoccuparsi di stabilire i motivi.
La lode è un fatto di intuizioni e di spontaneità, che precede ogni ragionamento.
Nasce da un impulso interiore ed ubbidisce ad un dinamismo di gratuità che esclude ogni calcolo, ogni considerazione utilitaristica.
Non posso non godere per ciò che Dio è in se stesso, per la Sua gloria, per il Suo amore, indipendentemente dall’inventario delle « grazie » che mi concede.
 
La lode rappresenta una forma particolare di annuncio missionario.
Più che spiegare Dio, più che presentarLo come oggetto dei miei pensieri e ragionamenti, manifesto e racconto la mia esperienza della Sua azione.
Nella lode non parlo di un Dio che mi convince, ma di un Dio che mi sorprende.
 
Non si tratta di meravigliarsi per eventi eccezionali, ma di saper cogliere lo straordinario nelle realtà più comuni.
Le cose più difficili da vedere sono proprio quelle che abbiamo sempre sotto gli occhi!
 
I Salmi : massimo esempio di preghiera di lode
« ….. Hai mutato il mio lamento in danza, la mia veste di sacco in abito di gioia, perché io possa cantare senza posa. Signore, mio Dio, ti loderò per sempre…. »  (Salmo 30)
 
« ….Esultate, giusti, nel Signore; ai retti si addice la lode.  Lodate il Signore con al cetra, con l’arpa a dieci corde a Lui cantate.  Cantate al Signore un canto nuovo, suonate la cetra con arte e acclamate… »  (Salmo 33)
 
« ….Benedirò il Signore in ogni tempo, sulla mia bocca sempre la mia lode.  Io mi glorio nel Signore, ascoltino gli umili e si rallegrino.
Celebrate con me il Signore, esaltiamo insieme
 il Suo nome…. »  (Salmo 34)
 
« ….Perchè ti rattristi, anima mia, perché su di me gemi?  Spera in Dio: ancora potrò lodarLo,
Lui, salvezza del mio volto e mio Dio…. »  (Salmo 42)
 
« ….Voglio cantare, a Te voglio inneggiare: svegliati, mio cuore, svegliati arpa, cetra, voglio svegliare l’aurora.  Ti loderò tra i popoli Signore, a Te canterò inni tra le genti, perché la Tua bontà è grande fino ai cieli, la Tua fedeltà fino alle nubi…. »    (Salmo 56)
 
« ….O Dio, Tu sei il mio Dio, all’aurora Ti cerco,
di Te ha sete l’anima mia…..poichè la Tua grazia vale più della vita, le mie labbra diranno la Tua lode… »    (Salmo 63)
 
« ….Lodate, servi del Signore, lodate il nome del Signore.  Sia benedetto il nome del Signore, ora e sempre.  Dal sorgere del sole al suo tramonto, sia lodato il nome del Signore…. »    (Salmo 113)
 
« ….Lodate il Signore nel Suo santuario, lodatelo nel firmamento della Sua potenza. Lodatelo per i Suoi prodigi, lodatelo per la Sua immensa grandezza.
Lodatelo con squilli di tromba, lodatelo con arpa e cetra; lodatelo con timpani e danze, lodatelo sulle corde e sui flauti, lodatelo con cembali sonori, lodatelo con cembali squillanti; ogni vivente dia lode al Signore.   Alleluia!…. »    (Salmo 150)
 

Publié dans:preghiera (sulla) |on 25 novembre, 2013 |Pas de commentaires »

SANTA MESSA A CONCLUSIONE DELL’ANNO DELLA FEDE NELLA SOLENNITÀ DI NOSTRO SIGNORE GESÙ CRISTO, RE DELL’UNIVERSO – PAPA FRANCESCO, OMELIA

http://www.vatican.va/holy_father/francesco/homilies/2013/documents/papa-francesco_20131124_conclusione-annus-fidei_it.html
 
SANTA MESSA A CONCLUSIONE DELL’ANNO DELLA FEDE NELLA SOLENNITÀ DI NOSTRO SIGNORE GESÙ CRISTO, RE DELL’UNIVERSO – OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Piazza San Pietro, Domenica, 24 novembre 2013
 
La solennità odierna di Cristo Re dell’universo, coronamento dell’anno liturgico, segna anche la conclusione dell’Anno della Fede, indetto dal Papa Benedetto XVI, al quale va ora il nostro pensiero pieno di affetto e di riconoscenza per questo dono che ci ha dato. Con tale provvidenziale iniziativa, egli ci ha offerto l’opportunità di riscoprire la bellezza di quel cammino di fede che ha avuto inizio nel giorno del nostro Battesimo, che ci ha resi figli di Dio e fratelli nella Chiesa. Un cammino che ha come meta finale l’incontro pieno con Dio, e durante il quale lo Spirito Santo ci purifica, ci eleva, ci santifica, per farci entrare nella felicità a cui anela il nostro cuore.
Desidero anche rivolgere un cordiale e fraterno saluto ai Patriarchi e agli Arcivescovi Maggiori delle Chiese Orientali Cattoliche, qui presenti. Lo scambio della pace, che compirò con loro, vuole significare anzitutto la riconoscenza del Vescovo di Roma per queste Comunità, che hanno confessato il nome di Cristo con una esemplare fedeltà, spesso pagata a caro prezzo.
Allo stesso modo, per loro tramite, con questo gesto intendo raggiungere tutti i cristiani che vivono nella Terra Santa, in Siria e in tutto l’Oriente, al fine di ottenere per tutti il dono della pace e della concordia.
Le Letture bibliche che sono state proclamate hanno come filo conduttore la centralità di Cristo. Cristo è al centro, Cristo è il centro. Cristo centro della creazione, Cristo centro del popolo, Cristo centro della storia.
1. L’Apostolo Paolo ci offre una visione molto profonda della centralità di Gesù. Ce lo presenta come il Primogenito di tutta la creazione: in Lui, per mezzo di Lui e in vista di Lui furono create tutte le cose. Egli è il centro di tutte le cose, è il principio: Gesù Cristo, il Signore. Dio ha dato a Lui la pienezza, la totalità, perché in Lui siano riconciliate tutte le cose (cfr 1,12-20). Signore della creazione, Signore della riconciliazione.
Questa immagine ci fa capire che Gesù è il centro della creazione; e pertanto l’atteggiamento richiesto al credente, se vuole essere tale, è quello di riconoscere e di accogliere nella vita questa centralità di Gesù Cristo, nei pensieri, nelle parole e nelle opere. E così i nostri pensieri saranno pensieri cristiani, pensieri di Cristo. Le nostre opere saranno opere cristiane, opere di Cristo, le nostre parole saranno parole cristiane, parole di Cristo. Invece, quando si perde questo centro, perché lo si sostituisce con qualcosa d’altro, ne derivano soltanto dei danni, per l’ambiente attorno a noi e per l’uomo stesso.
2. Oltre ad essere centro della creazione e centro della riconciliazione, Cristo è centro del popolo di Dio. E proprio oggi è qui, al centro di noi. Adesso è qui nella Parola, e sarà qui sull’altare, vivo, presente, in mezzo a noi, il suo popolo. E’ quanto ci viene mostrato nella prima Lettura, dove si racconta del giorno in cui le tribù d’Israele vennero a cercare Davide e davanti al Signore lo unsero re sopra Israele (cfr 2 Sam 5,1-3). Attraverso la ricerca della figura ideale del re, quegli uomini cercavano Dio stesso: un Dio che si facesse vicino, che accettasse di accompagnarsi al cammino dell’uomo, che si facesse loro fratello.
Cristo, discendente del re Davide, è proprio il “fratello” intorno al quale si costituisce il popolo, che si prende cura del suo popolo, di tutti noi, a costo della sua vita. In Lui noi siamo uno; un solo popolo uniti a Lui, condividiamo un solo cammino, un solo destino. Solamente in Lui, in Lui come centro, abbiamo l’identità come popolo.
3. E, infine, Cristo è il centro della storia dell’umanità, e anche il centro della storia di ogni uomo. A Lui possiamo riferire le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce di cui è intessuta la nostra vita. Quando Gesù è al centro, anche i momenti più bui della nostra esistenza si illuminano, e ci dà speranza, come avviene per il buon ladrone nel Vangelo di oggi.
Mentre tutti gli altri si rivolgono a Gesù con disprezzo – “Se tu sei il Cristo, il Re Messia, salva te stesso scendendo dal patibolo!” – quell’uomo, che ha sbagliato nella vita, alla fine si aggrappa pentito a Gesù crocifisso implorando: «Ricordati di me, quando entrerai nel tuo regno» (Lc 23,42). E Gesù gli promette: «Oggi con me sarai nel paradiso» (v. 43): il suo Regno. Gesù pronuncia solo la parola del perdono, non quella della condanna; e quando l’uomo trova il coraggio di chiedere questo perdono, il Signore non lascia mai cadere una simile richiesta. Oggi tutti noi possiamo pensare alla nostra storia, al nostro cammino. Ognuno di noi ha la sua storia; ognuno di noi ha anche i suoi sbagli, i suoi peccati, i suoi momenti felici e i suoi momenti bui. Ci farà bene, in questa giornata, pensare alla nostra storia, e guardare Gesù, e dal cuore ripetergli tante volte, ma con il cuore, in silenzio, ognuno di noi: “Ricordati di me, Signore, adesso che sei nel tuo Regno! Gesù, ricordati di me, perché io ho voglia di diventare buono, ho voglia di diventare buona, ma non ho forza, non posso: sono peccatore, sono peccatore. Ma ricordati di me, Gesù! Tu puoi ricordarti di me, perché Tu sei al centro, Tu sei proprio nel tuo Regno!”. Che bello! Facciamolo oggi tutti, ognuno nel suo cuore, tante volte. “Ricordati di me, Signore, Tu che sei al centro, Tu che sei nel tuo Regno!”.
La promessa di Gesù al buon ladrone ci dà una grande speranza: ci dice che la grazia di Dio è sempre più abbondante della preghiera che l’ha domandata. Il Signore dona sempre di più, è tanto generoso, dona sempre di più di quanto gli si domanda: gli chiedi di ricordarsi di te, e ti porta nel suo Regno! Gesù è proprio il centro dei nostri desideri di gioia e di salvezza. Andiamo tutti insieme su questa strada!

Il trionfo della Croce, Mosaico dell’Abside della Basilica di San Clemente a Roma

Il trionfo della Croce, Mosaico dell'Abside della Basilica di San Clemente a Roma dans immagini sacre 800px-Apsis_mosaic_San_Clemente

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Publié dans:immagini sacre |on 22 novembre, 2013 |Pas de commentaires »

23 NOVEMBRE : SAN CLEMENTE I – PAPA E MARTIRE – BIOGRAFIA

http://liturgia.silvestrini.org/santo/354.html 

23 NOVEMBRE : SAN CLEMENTE I – PAPA E MARTIRE - BIOGRAFIA

San  Clemente. Il terzo successore di san Pietro. La storia non offre materiale per scrivere la vita di questo papa che, più o meno tra l’ 88 e il 97, ha occupato la cattedra di Pietro. Un’antica tradizione (attestata da san Girolamo e da sant’Ireneo) afferma che a ordinarlo sacerdote é stato san Pietro stesso. Questa notizia é molto più verosimile della leggenda che vede in Clemente un membro della famiglia imperiale. La lettera di Clemente gli « Atti di san Clemente », lasciano dubbioso lo storico Severo, non si può dire la stessa cosa della sola « lettera » che possediamo di lui, lettera fondamentale, nella quale la Chiesa di Roma scrive alla Chiesa di Corinto. L’importanza di questa lettera sta nella netta insistenza che essa pone sul primato della sede di Pietro. La forza di quest’affermazione risiede in ciò che Ireneo ha intensamente sottolineato: « Clemente aveva visto gli Apostoli in persona, la loro predicazione era ancora nelle sue orecchie e la loro tradizione sotto i suoi occhi ». Si presume che Clemente abbia subito il martirio, stando a quanto afferma una tradizione del IV secolo; A Roma una basilica gli é dedicata.

MARTIROLOGIO
San Clemente I, papa e martire, che resse la Chiesa di Roma per terzo dopo san Pietro Apostolo e scrisse ai Corinzi una celebre Lettera per rinsaldare la pace e la concordia tra loro. In questo giorno si commemora la deposizione del suo corpo a Roma.

DAGLI SCRITTI…
Dalla »Lettera ai Corinzi » di san Clemente I, papa
Quanto sono mirabili e preziosi i doni di Dio, fratelli carissimi La vita nell’immortalità, lo splendore nella giustizia, la verità nella libertà, la fede nella confidenza, la padronanza di sé nella santità: tutto questo é stato messo alla portata della nostra intelligenza. Quali saranno allora i beni che sono preparati per coloro che lo aspettano? Solo il Creatore e il Padre dei secoli, il Santo per eccellenza ne conosce la quantità e la bellezza. Noi dunque, al fine di essere partecipi dei doni promessi, facciamo di tutto per ritrovarci nel numero di coloro che lo aspettano.
E come si verificherà questo, fratelli carissimi? Si verificherà se la nostra intelligenza sarà salda in Dio con la fede, se cercheremo con diligenza ciò che é gradito e accetto a lui, se faremo ciò che é conforme alla sua santissima volontà, se seguiremo la via della verità, insomma se ci terremo lontani da ogni ingiustizia, perversità, avarizia, rissa, malizia e inganno. Questa é la via, fratelli carissimi, in cui troviamo la nostra salvezza, Gesù Cristo, mediatore del nostro sacrificio, difensore e aiuto della nostra debolezza. Per mezzo di lui possiamo guardare l’altezza dei cieli, per mezzo di lui contempliamo il volto purissimo e sublime di Dio, per lui sono stati aperti gli occhi del nostro cuore, per lui la nostra mente insensata e ottenebrata rifiorisce nella luce, per mezzo di lui il Padre ha voluto che noi gustassimo la conoscenza immortale. Egli, essendo l’irradiazione della gloria di Dio, é tanto superiore agli angeli, quanto più eccellente é il nome che ha ereditato (cfr. Eb 1, 3-4).
Perciò, fratelli, combattiamo con tutte le forze sotto i suoi irreprensibili comandi. I grandi non possono restare senza i piccoli, né i piccoli senza i grandi. Tutti sono frammisti, di qui il vantaggio reciproco. Prendiamo ad esempio il nostro corpo. La testa senza i piedi non é nulla, come pure i piedi senza la testa. Anche le membra più piccole del nostro corpo sono necessarie e utili a tutto il corpo; anzi tutte si accordano e si sottomettono al medesimo fine, perché tutto il corpo sia saldo. Si assicuri perciò la salvezza di tutto il nostro corpo in Cristo Gesù, e ciascuno sia soggetto al suo prossimo secondo il dono della grazia che gli é stata affidata. Chi é forte si prenda cura di chi é debole, il debole rispetti il forte. Il ricco soccorra il povero, il povero lodi Dio perché gli ha dato uno che viene a colmare la sua indigenza. Il sapiente mostri la sua sapienza non con le parole ma con le opere buone; l’umile non renda testimonianza a se stesso, ma lasci che sia un altro a dargliela. Avendo da Dio tutte queste cose, dobbiamo ringraziarlo di tutto. A lui la gloria nei secoli dei secoli. Amen. (Capp. 35, 1-5; 36, 1-2; 37, 1. 4-5; 38, 1-2. 4; Funk 1, 105-109).

 

Publié dans:Papi, Santi |on 22 novembre, 2013 |Pas de commentaires »

INNO CRISTOLOGICO: COL 1,3-12-20 – CRISTO IL PRIMOGENITO – PAPA BENEDETTO

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CRISTO IL PRIMOGENITO

INNO CRISTOLOGICO: COL 1,3-12-20

BENEDETTO XVI, L’OSSERVATORE ROMANO, 05-01-2006

Ringraziamo con gioia il Padre che ci ha messi in grado di partecipare alla sorte dei santi nella luce.
È lui infatti che ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasferiti nel regno del suo Figlio diletto, per opera del quale abbiamo la redenzione, la remissione dei peccati.
Egli è immagine del Dio invisibile, generato prima di ogni creatura; poiché per mezzo di lui sono state create tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili: Troni, Dominazioni, Principati e Potestà.
Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui.
Egli è prima di tutte le cose e tutte sussistono in lui.
Egli è anche il capo del corpo, cioè della Chiesa; il principio, il primogenito di coloro che risuscitano dai morti, per ottenere il primato su tutte le cose.
Perché piacque a Dio di fare abitare in lui ogni pienezza e per mezzo di lui riconciliare a sé tutte le cose, rappacificando con il sangue della sua croce, cioè per mezzo di lui, le cose che stanno sulla terra e quelle nei cieli.

Ci soffermiamo a meditare il celebre inno cristologico contenuto nella Lettera ai Colossesi, che è quasi il solenne portale d’ingresso di questo ricco scritto paolino. L’Inno proposto alla nostra riflessione, recitato ai Vespri del Mercoledì della quarta settimana, è incorniciato da un’ampia formula di ringraziamento (cf vv. 3.12-14). Essa ci aiuta a creare l’atmosfera spirituale per vivere bene questi giorni pasquali, come pure il nostro cammino lungo l’intero anno liturgico (cf vv. 15-20).
La lode sale a «Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo» (v. 3), sorgente di quella salvezza che è descritta in negativo come «liberazione dal potere delle tenebre» (v. 13), cioè come «redenzione e remissione dei peccati» (v. 14). Essa è poi riproposta in positivo come «partecipazione alla sorte dei santi nella luce» (v. 12) e come ingresso «nel regno del Figlio diletto» (v. 13).

Gesù rende visibile il Padre
A questo punto si schiude il grande e denso Inno, che ha al centro il Cristo, del quale è esaltato il primato e l’opera sia nella creazione sia nella storia della redenzione (cf vv. 15-20). Due sono, quindi, i movimenti del canto. Nel primo è presentato il primogenito di tutta la creazione, Cristo, «generato prima di ogni creatura» (v. 15). Egli è, infatti, l’«immagine del Dio invisibile», e questa espressione ha tutta la carica che l’«icona» ha nella cultura d’Oriente: si sottolinea non tanto la somiglianza, ma l’intimità profonda col soggetto rappresentato.
Cristo ripropone in mezzo a noi in modo visibile il «Dio invisibile», attraverso la comune natura che li unisce. Cristo per questa sua altissima dignità precede «tutte le cose» non solo a causa della sua eternità, ma anche e soprattutto con la sua opera creatrice e provvidente: «per mezzo di lui sono state create tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili… e tutte sussistono in lui» (vv. 16-17). Anzi, esse sono state create anche «in vista di lui» (v. 16).

Cristo è la pienezza della vita
Il secondo movimento dell’Inno (cf Col 1,18-20) è dominato dalla figura di Cristo salvatore all’interno della storia della salvezza. La sua opera si rivela innanzitutto nell’essere «capo del corpo, cioè della Chiesa» (v. 18): è questo l’orizzonte salvifico privilegiato nel quale si manifestano in pienezza la liberazione e la redenzione, la comunione vitale che intercorre tra il Capo e le membra del corpo, ossia tra Cristo e i cristiani. Lo sguardo dell’Apostolo si protende alla meta ultima verso cui converge la storia: Cristo è «il primogenito di coloro che risuscitano dai morti» (v. 18), è colui che dischiude le porte alla vita eterna, strappandoci dal limite della morte e del male.
Ecco, infatti, quel pleroma, quella «pienezza» di vita e di grazia che è in Cristo stesso e che è a noi donata e comunicata (cf v. 19). Con questa presenza vitale, che ci rende partecipi della divinità, siamo trasformati interiormente, riconciliati, rappacificati: è, questa, un’armonia di tutto l’essere redento nel quale ormai Dio è «tutto in tutti» (1 Cor 15,28).

Salvati nella carne di Cristo
A questo mistero grandioso della redenzione dedichiamo ora uno sguardo contemplativo e lo facciamo con le parole di San Proclo di Costantinopoli, morto nel 446. Egli nella sua Prima omelia sulla Madre di Dio Maria ripropone il mistero della Redenzione come conseguenza dell’Incarnazione.
Dio, infatti, ricorda il Vescovo, si è fatto uomo per salvarci e così strapparci dal potere delle tenebre e ricondurci nel regno del Figlio diletto, come ricorda appunto l’inno della Lettera ai Colossesi. «Chi ci ha redento non è un puro uomo: – osserva Proclo – tutto il genere umano infatti era asservito al peccato; ma neppure era un Dio privo di natura umana: aveva infatti un corpo. Che, se non si fosse rivestito di me, non m’avrebbe salvato. Apparso nel seno della Vergine, Egli si vestì del condannato. Lì avvenne il tremendo commercio, diede lo spirito, prese la carne» (8: Testi mariani del primo millennio, I, Roma 1988, p. 561).
Siamo, quindi, davanti all’opera di Dio, che ha compiuto la Redenzione proprio perché anche uomo. Egli è contemporaneamente il Figlio di Dio, salvatore ma è anche nostro fratello ed è con questa prossimità che Egli effonde in noi il dono divino.

24 NOV. 2013 | 34A DOM. CRISTO RE : LECTIO DIVINA SU: LC 23,35-43

 http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/03-annoC/annoC/12-13/05-Ordinario/Omelie/34-Domenica-Cristo_Re-C-2013/34-Domenica-Cristo_Re-2013_C-JB.html

24 NOV. 2013  | 34A DOM. CRISTO RE – DEL TEMPO ORDINARIO C  – (LECTIO AD USO OMELIA)

LECTIO DIVINA SU: LC 23,35-43

Con la celebrazione della maestà di Cristo, la chiesa termina l’anno liturgico. Durante questo periodo, domenica dopo domenica, abbiamo ricordato quanto Dio fece per noi e quanto costò a suo figlio portarlo a termine: l’amore smisurato di Dio e il sacrificio volontario di Gesù sono stati, perciò, i motivi centrali del nostro pellegrinaggio liturgico. La solennità di Cristo Re è come una specie di sintesi di tutto il vissuto e celebrato durante l’anno che termina. Cristo Gesù è nostro re perché Dio lo ha fatto signore della nostra vita e del nostro mondo. Gli ha dato tale potere non per farci servi suoi, ma per salvarci dalla morte. Per non perderci, Dio ci ha affidati all’attenzione di chi desidera aver cura di noi; l’amore che Dio ha per noi lo ha portato a metterci sotto la sovranità di colui il quale ha dato la sua vita per noi: suo figlio Gesù Cristo, nostro Signore. Chi può avere cura di noi se non colui che ha dato la sua vita per noi?

In quel tempo, 35le autorità deridevano Gesù, dicendo: « Ha salvato gli altri, salvi se stesso, se è il Cristo di Dio, l’Unto. »
36 Anche i soldati lo deridevano, offrendogli aceto 37e dicendo: « Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso ».
38 In cima alla croce vi era un cartello in greco, latino ed ebraico con scritto: « Questi è il re dei Giudei ». 39 Uno dei malfattori appesi alla croce insultava Gesù, dicendo: « Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi « .
40 Ma l’altro lo rimproverava: ‘Non hai timore di Dio, essendo nella stessa condanna? 41Per noi è giusto, perché riceviamo il pagamento di quello che abbiamo fatto, ma, invece lui, non ha fatto niente ».
42 E diceva: « Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno ».
43 Gesù gli rispose – « Io ti dico oggi sarai con me in paradiso ».
 1. LEGGERE: capire quello che dice il testo facendo attenzione a come lo dice

E’ antichissima tradizione di fede cristiana che, con la sua risurrezione, Dio ha stabilito Gesù di Nazareth Cristo e Signore. Col passare del tempo i cristiani giunsero a capire che la morte in croce fu, in realtà, la cerimonia della sua intronizzazione a re. Ora Luca fa di questa convinzione una cronaca.
La scena è breve ed è magistralmente redatta. Luca ha dato spazio e parola a quelli che furono presenti alla morte di Gesù: le autorità, che lo avevano condannato (Lc 23,35) i soldati, che lo stavano giustiziando (Lc 23,36); i ladroni, che morivano accanto a lui (Lc 23,39-40). I tre gruppi credono a Gesù solo con la sua auto salvezza; lo accetteranno come messia solo se si salverà e se li salverà (Lc 23,35.36,39). Le autorità mettono in dubbio che si può salvare, anche se non possono negare che egli ha salvato gli altri. I soldati gli chiedono che si liberi dalla morte, e dimostri così il suo potere. Uno dei ladroni lo incita a far si che mostri la sua potenza salvandosi e salvando lui. Solo l’altro, confessando la sua colpa, chiede che lo ricordi quando sarà nel suo regno. Egli sarà l’unico che guadagnerà la salvezza e il regno (Lc 23,43).
Significativamente Gesù, di cui tutti parlano mentre lui muore, interviene solamente alla fine per assicurare la salvezza a chi non dubiterà della sua dignità messianica. Il ‘buon ladrone’ non fece che confessare la sua colpa, riconoscere l’innocenza di Gesù e chiedere di essere ricordato nel suo regno. Coloro che chiedevano una prova -sempre la liberazione dalla croce- per accettarlo come messia d’Israele, non otterranno nessuna risposta. Chi non aveva nessun dubbio sulla sua innocenza e neppure sopra la sua realtà divina, chiedeva a Gesù unicamente di essere ricordato: ottenne perciò di poterlo accompagnare nel suo regno. (Lc 23,43).
La scena si chiude affermando la reale volontà di Gesù di salvare coloro che glielo chiedono. Ma per poterlo chiedere, occorre prima confessare la propria indegnità e accettare il modo di come Gesù si manifesta messia di Dio, ossia: morendo in croce. Gesù non è messia perché sfugge alla morte, ma perché muore per salvare l’umanità dalla morte.
 2. MEDITARE: applicare alla vita quello che dice il testo!

Nel calvario la maestà di Gesù non può essere male interpretata, al massimo, e come ricorda il vangelo di oggi, può non essere capita: deridendolo, mentre pende dalla croce, è proclamato, non senza ironia, re e messia. Regnare da una croce è una forma insolita di regnare, poco credibile. Entrare nel proprio regno accompagnato da un giustiziato non sembra un modo né troppo nobile né logico di esordire come un re. Tra tutti coloro che presenziarono alla crocefissione, condivise il regno solamente colui che aveva compartito la sua sofferenza e la sua morte; il compagno di passione di Gesù lo accompagnò nel suo regno. Chi supera lo scandalo e condivide la sua sorte, anche se fosse un giustiziato, lo accompagnerà nel suo imminente trionfo. Chi lo accompagna in questo passaggio, il più meritevole, trionferà con lui. E’ l’impegno, è la promessa che il crocifisso ha fatto dalla croce e ha realizzato con il suo primo accompagnatore.
E’ stato tutto un dettaglio -degno solamente di un Dio- l’aver posto il destino della nostra vita, la sua fortuna o la sua disgrazia, nelle mani di chi diede la sua vita per salvare la nostra. Se desidero conoscere la verità per sempre, l’amore che Dio ha per me, devo conoscere maggiormente la regalità di Gesù sopra la mia morte. Dio ci ha liberati da tutti i signori e da tutte le schiavitù, perché desideriamo essere sudditi di un solo signore, Cristo crocifisso.
Perciò, se il servizio a Cristo ci procura l’amore di Dio, dobbiamo fare del tutto per realizzare questo servizio. Il racconto evangelico viene in nostro aiuto; Gesù è il re perché morì crocifisso; non è re al modo di come lo sono oggi o lo sono stati in passato tanti; per eredità familiare o per elezione del popolo; se lo guadagnò con fermezza compromettendo la sua vita; la sua sovranità dipese dal suo sacrificio personale; la sua sovranità la esercita servendo i suoi servi, senza servirsi di loro. Cristo tornerà a regnare nel luogo dove vive un suo servo, con tanto potere capace di mettersi a servizio degli altri. Cristo non cesserà di regnare tra di noi fintanto che esisteranno cristiani capaci di mettere a disposizione la loro vita per far si che gli altri non perdono la loro.
E, notate bene, non è l’aver fatto meglio degli altri, perché Cristo inizi a regnare con uno. È solamente necessario, questo sì, mantenersi vicino alla croce di Cristo, essergli compagni, se non di vita, compagni nella croce. Lo ha ricordato il vangelo: fu un malfattore il primo cittadino del regno; le autorità, i soldati che si burlavano di lui, i curiosi che guardavano lo spettacolo, gli amici, i discepoli che lo avevano abbandonato, tutti persero la loro opportunità; non si credevano tanto cattivi per meritarsi un simile castigo. In cambio: un uomo che riconosceva la sua colpa, un condannato che -casualmente- divideva la sua sorte con lui, seppe approfittarne e guadagnare un posto nel suo regno.
Inoltre, per accompagnare Cristo nel suo paradiso, non basta essergli compagni di passione; bisogna riconoscere il proprio peccato e bisogna pregarlo di non dimenticarsi di noi quando tornerà col suo regno. Gesù che muore con noi, non è come noi, meritevoli della nostra pena. Dividere tutto con Gesù, incluso la sua morte infame, è la condizione per dividere il suo regno. Nessuno può illudersi di entrare nel suo regno se non ha fatto il proprio percorso: dichiararsi suddito di Cristo re, impone il servizio della croce: il fatto che la croce sia il suo trono, obbliga chi lo accetta come re, ad accettarlo crocifisso e accettare le proprie croci; potremo conoscere in pienezza, la sovranità di Cristo solamente se riconosciamo il modo di come egli la ottenne. Non è la croce, ma Cristo crocifisso la meta della vita del cristiano; e, pur indegna che sia stata la vita, entrano nella sua gloria solamente i suoi compagni di passione.
Chi oggi si rallegra di avere un simile re, che arrivò ad esserlo perché morì per lui, dovrebbe essere più cauto e verificare se veramente lo sta servendo come egli merita. Desiderare di averlo come Signore e continuare a mantenere il successo, il potere, il denaro, il piacere, come ragione della vita e, a volte, causare la morte di altri, non è possibile. A quale regno vogliamo appartenere, al regno degli infami o al regno del crocifisso? Se, compagni del crocifisso, passeremo la nostra vita al servizio degli altri, giorno per giorno, senza grandi gesti, ma con perseveranza, avremo più vita, più futuro, più speranza, e opereremo in una società di cristiani disposti a dare la vita prima che toglierla. Il nostro mondo abbonda di cattive persone; mancano buoni cristiani, sudditi di un re crocifisso.
Non lo dimentichiamo: per avvicinare il regno di Cristo agli uomini di oggi, Dio non spera solamente nella nostra bontà, gli basterebbe che noi compartissimo con Cristo la croce che abbiamo meritato. Cristo continua il suo agire avendo bisogno di compagni di passione; cristiani che, nonostante i tanti difetti che possano avere, non arrivano a rinnegare il loro Signore crocifisso. Dobbiamo essere disposti a compartire con lui le nostre pene e le nostre solitudini, comunicargli le nostre disgrazie, per non perderlo per sempre. Perché, se Cristo regna dalla croce, tutti quelli che soffrono possono contare su di lui, come compagno di pena, e gli verrà assicurato un posto accanto a lui quando ‘sarà’ nel suo regno.
La promessa che Cristo promise al ladrone nel giorno della sua morte, non l’ha ritirata; anche lei entrò nel suo regno e la rinnova mentre regna. Non volle far trionfare con il miracolo della salvezza chi moriva e neppure assicurare una salvezza momentanea; di fatto, non si salvò né lui e neppure chi gli era accanto. Ma il compagno di passione di Gesù non venne dimenticato.
Il compagno di Gesù crocifisso può stare sicuro che, anche se gli altri lo condanneranno o lo abbandoneranno, Dio lo libererà dal suo dolore e dalla sua morte. Un re così merita il nostro servizio: venga a noi il tuo regno, Signore!

 JUAN JOSE BARTOLOME sdb

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