Archive pour le 26 novembre, 2013

Maria Vergine incinta

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VIVI IL TEMPO DELL’ATTESA – TEMPO DI AVVENTO – ENZO BIANCHI

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VIVI IL TEMPO DELL’ATTESA – TEMPO DI AVVENTO

CHIESA MONASTICA DI BOSE

ENZO BIANCHI

Dicembre, l’ultimo mese dell’anno civile, è anche il periodo di inizio dell’anno liturgico con le quattro domeniche di avvento. E mi chiedi giustamente come vivere questo tempo che nelle chiese d’occidente precede la festa del Natale. Provo a risponderti. Sì, talora si ha la tentazione di fare dell’avvento la “preparazione” al Natale. Come se avessimo bisogno di un tempo per disporci a commemorare la venuta storica di Gesù nella carne. Ora, se siamo cristiani, crediamo non solo che Dio si à fatto uomo in Gesù ma anche che è risorto e verrà nella gloria. La venuta nella carne di Gesù è la garanzia della sua venuta futura nella gloria. Non ripetono ogni domenica le chiese queste parole: “Annunciamo la tua morte, Signore, proclamiamo la tua resurrezione, nell’attesa della tua venuta”? Il centro della nostra fede, lungi dall’essere solo il ricordo dell’incarnazione, è l’evento della resurrezione, che ci apre a questa speranza iscritta nella promessa del Signore che chiude le Scritture: “Sì, vengo presto!” (Apocalisse 22,20).
La certezza dell’avvento del giorno del Signore dovrebbe fare del tempo di avvento non l’attesa pia della sera in cui rievocheremo la nascita di Gesù nella mangiatoia di Betlemme, ma l’attesa ben più forte e radicale della venuta gloriosa del Signore che riconcilierà la creazione intera in Dio. E di essa la festa del Natale è per così dire il pegno storico. L’invocazione liturgica Marana tha, “Vieni Signore!” scandisce il tempo di avvento. Con questo appello a Dio i cristiani fanno l’esperienza dell’attesa del Signore che viene. Così, a mia volta, voglio farti una domanda che già poneva Teilhard de Chardin: “Noi cristiani, ai quali dopo Israele è stato affidato il compito di mantenere sempre viva sulla terra la fiamma del desiderio, che cosa abbiamo fatto dell’attesa?”. Siamo cercatori di Dio non solo nei nostri ricordi, nel nostro passato, ma nel nostro futuro segnato da una speranza certa? Sì, dobbiamo riconoscere che il cristiano è “colui che attende il Signore” ( John Henry Newman). Già nel iv secolo Basilio di Cesarea diceva che proprio del cristiano è “vigilare ogni giorno e ogni ora ed essere pronto, sapendo che all’ora che non pensiamo il Signore viene”. Attendere non è un atteggiamento passivo nè un’evasione ma un movimento attivo. L’etimologia latina della parola “attendere” (adtendere) indica una “tensione verso”.
Come azione non si limita all’oggi ma agisce nel futuro, volgendo il nostro spirito verso l’avvenire. Certo, nel nostro tempo, sovente contrassegnato da efficienza, produttività e attivismo, attendere sembra impopolare e irresponsabile. Ma per la visione cristiana del tempo il futuro non à uno scorrere uniforme del tempo all’infinito: si distingue per ciò che Cristo vi compirà. Senza questa chiara comprensione, ci minacciano il fatalismo o l’impazienza. Rinunciando alla dimensione dell’attesa, non solo ridurremmo la portata della fede ma priveremmo anche il mondo della testimonianza della speranza a cui ha diritto. Attendere il Signore impone al cristiano di saper pazientare. L’attesa è l’arte di vivere l’incompiuto e la frammentazione, senza disperare. È la capacità non solo di reggere il tempo, di perseverare ma anche di sostenere gli altri, di “sopportare”, cioè di assumerli con i loro limiti e di portarli. L’attesa apre gli uomini e le donne all’incontro e alla relazione, chiama alla gratuità e alla possibilità di ricominciare sempre. L’attesa non è segno di debolezza, ma di forza, stabilità, convinzione. È responsabilità. Animata dall’amore, l’attesa diviene desiderio, desiderio colmo di amore, di incontrare il Signore. Ti invita alla condivisione e alla comunione, ti spinge a dilatare il cuore alle dimensioni della creazione intera che aspira alla trasfigurazione e attende cieli nuovi e terra nuova. Per tutti questi motivi, il tempo di avvento non è tempo di preparazione ma, molto di più, di attesa con e per gli altri.

Così ti auguro buona strada verso il Natale!

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PAPA: « UNA CONVERSIONE PASTORALE E MISSIONARIA » PER UNA CHIESA APERTA A CAMBIARE LE PROPRIE STRUTTURE

http://www.vatican.va/holy_father/francesco/apost_exhortations/documents/papa-francesco_esortazione-ap_20131124_evangelii-gaudium_it.html

26/11/2013

VATICANO

PAPA: « UNA CONVERSIONE PASTORALE E MISSIONARIA » PER UNA CHIESA APERTA A CAMBIARE LE PROPRIE STRUTTURE

di Franco Pisano

L’esortazione apostolica « Evangelii Gaudium ». L’evangelizzazione, manifesto programmatica del papato, deve trovare « nuove strade » e « metodi creativi ». Una « salutare decentralizzazione ». Un sistema economico « ingiusto alla radice ». « Autentici attacchi alla libertà religiosa ». « Esiste un vincolo inseparabile tra la nostra fede e i poveri ». « Nessuno può esigere da noi che releghiamo la religione alla segreta intimità delle persone ». I Paesi islamici « assicurino libertà ai cristiani affinché possano celebrare il loro culto e vivere la loro fede ».
Città del Vaticano (AsiaNews) – Una Chiesa che ha nella missione « il paradigma di ogni opera », che è aperta all’azione dello Spirito e perciò all’accoglienza – « nemmeno le porte dei Sacramenti si dovrebbero chiudere per una ragione qualsiasi » – deve essere pronta sia ad affrontare le sfide che le pone una cultura che tende a « scartare » i deboli e i poveri, sia a « una riforma delle strutture ecclesiali », papato compreso.
E’, in estrema sintesi, l’Esortazione apostolica « Evangelii Gaudium » di papa Francesco, simbolicamente consegnata domenica scorsa, chiusura dell’Anno della fede, a 36 rappresentanti del Popolo di Dio e resa pubblica oggi.
« La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù »: inizia così la « Evangelii Gaudium » che raccoglie anche le conclusioni del Sinodo del 2012 su « La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede ». Al tempo stesso il documento è il manifesto programmatico del papato. « Sottolineo – si legge infatti al n. 25 – che ciò che intendo qui esprimere ha un significato programmatico e delle conseguenze importanti. Spero che tutte le comunità facciano in modo di porre in atto i mezzi necessari per avanzare nel cammino di una conversione pastorale e missionaria, che non può lasciare le cose come stanno. Ora non ci serve una «semplice amministrazione». Costituiamoci in tutte le regioni della terra in un «stato permanente di missione» ».
E’ una « conversione pastorale » alla quale si debbono adattare tutte le « strutture » della Chiesa, rivedendo anche consuetudini « non direttamente legate al nucleo del Vangelo, alcune molto radicate nel corso della storia » (n. 43), nella logica di una « salutare decentralizzazione ». « Anche il papato e le strutture centrali della Chiesa universale hanno bisogno di ascoltare l’appello ad una conversione pastorale. Il Concilio Vaticano II ha affermato che, in modo analogo alle antiche Chiese patriarcali, le Conferenze episcopali possono «portare un molteplice e fecondo contributo, acciocché il senso di collegialità si realizzi concretamente». Ma questo auspicio non si è pienamente realizzato, perché ancora non si è esplicitato sufficientemente uno statuto delle Conferenze episcopali che le concepisca come soggetti di attribuzioni concrete, includendo anche qualche autentica autorità dottrinale » (n. 32).
E « non credo neppure che si debba attendere dal magistero papale una parola definitiva o completa su tutte le questioni che riguardano la Chiesa e il mondo. Non è opportuno che il Papa sostituisca gli Episcopati locali nel discernimento di tutte le problematiche che si prospettano nei loro territori »  (n.. 16). Nella stessa logica si devono realizzare pienamente le strutture di partecipazione per far crescere la responsabilità dei laici, tenuti « al margine delle decisioni » da « un eccessivo clericalismo » e « c’è ancora bisogno di allargare gli spazi per una presenza femminile più incisiva nella Chiesa » (n. 103). Ma « il sacerdozio riservato agli uomini, come segno di Cristo Sposo che si consegna nell’Eucaristia, è una questione che non si pone in discussione », che « può diventare motivo di particolare conflitto se si identifica troppo la potestà sacramentale con il potere » (n. 104).
In questo quadro, il punto di partenza è l’invito a « recuperare la freschezza originale del Vangelo », trovando « nuove strade » e « metodi creativi », Gesù non va imprigionato nei nostri « schemi noiosi ». E se annunciare il Vangelo è « gioia », « un evangelizzatore non dovrebbe avere costantemente una faccia da funerale » (n. 10). E l’omelia deve saper dire « parole che fanno ardere i cuori », rifuggendo da una « predicazione puramente moralista o indottrinante » (n. 142).
Nella « trasformazione missionaria della Chiesa », che appare essere l’obiettivo del pontificato, il primo punto indicato dal documento è che « nella Parola di Dio appare costantemente il dinamismo di ‘uscita’ che Dio vuole provocare nei credenti », a partire da Abramo. « La più grande minaccia » è, quindi, « il grigio pragmatismo della vita quotidiana della Chiesa, nel quale tutto apparentemente procede nella normalità, mentre in realtà la fede si va logorando » (n. 83).
« Fedele al modello del Maestro, è vitale che oggi la Chiesa esca ad annunciare il Vangelo a tutti, in tutti i luoghi, in tutte le occasioni, senza indugio, senza repulsioni e senza paura. La gioia del Vangelo è per tutto il popolo, non può escludere nessuno » (n. 23). La Chiesa, quindi, deve « accompagnare l’umanità in tutti i suoi processi, per quanto duri e prolungati possano essere » (n. 24). « Preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze. Non voglio una Chiesa preoccupata di essere il centro e che finisce rinchiusa in un groviglio di ossessioni e procedimenti » (n. 49).
A esigerlo sono le sfide del mondo contemporaneo nel quale vige un sistema economico « ingiusto alla radice ». « Oggi tutto entra nel gioco della competitività e della legge del più forte, dove il potente mangia il più debole. Come conseguenza di questa situazione, grandi masse di popolazione si vedono escluse ed emarginate: senza lavoro, senza prospettive, senza vie di uscita. Si considera l’essere umano in se stesso come un bene di consumo, che si può usare e poi gettare. Abbiamo dato inizio alla cultura dello ‘scarto’ che, addirittura, viene promossa. Non si tratta più semplicemente del fenomeno dello sfruttamento e dell’oppressione, ma di qualcosa di nuovo: con l’esclusione resta colpita, nella sua stessa radice, l’appartenenza alla società in cui si vive, dal momento che in essa non si sta nei bassifondi, nella periferia, o senza potere, bensì si sta fuori. Gli esclusi non sono ‘sfruttati’ ma rifiuti, ‘avanzi’ » (n. 53).
Del quadro fanno parte anche gli « autentici attacchi alla libertà religiosa » o « nuove situazioni di persecuzione dei cristiani, le quali, in alcuni Paesi, hanno raggiunto livelli allarmanti di odio e di violenza. In molti luoghi si tratta piuttosto di una diffusa indifferenza relativista, connessa con la disillusione e la crisi delle ideologie verificatasi come reazione a tutto ciò che appare totalitario ». Accanto a « una cultura, in cui ciascuno vuole essere portatore di una propria verità soggettiva » (n. 61), che ha messo in crisi anche la famiglia.
Di fonte a tali sfide, la « Evangelii Gaudium » afferma che « dal cuore del Vangelo riconosciamo l’intima connessione tra evangelizzazione e promozione umana, che deve necessariamente esprimersi e svilupparsi in tutta l’azione evangelizzatrice. L’accettazione del primo annuncio, che invita a lasciarsi amare da Dio e ad amarlo con l’amore che Egli stesso ci comunica, provoca nella vita della persona e nelle sue azioni una prima e fondamentale reazione: desiderare, cercare e avere a cuore il bene degli altri » (n. 178). « Di conseguenza, nessuno può esigere da noi che releghiamo la religione alla segreta intimità delle persone, senza alcuna influenza sulla vita sociale e nazionale, senza preoccuparci per la salute delle istituzioni della società civile, senza esprimersi sugli avvenimenti che interessano i cittadini. Chi oserebbe rinchiudere in un tempio e far tacere il messaggio di san Francesco di Assisi e della beata Teresa di Calcutta? » (n. 183).
E se « occorre affermare senza giri di parole che esiste un vincolo inseparabile tra la nostra fede e i poveri » (n. 48), il documento ribadisce la ricerca di « una Chiesa povera per i poveri », perché « finché non si risolveranno radicalmente i problemi dei poveri … non si risolveranno i problemi del mondo ». « La necessità di risolvere le cause strutturali della povertà non può attendere, non solo per una esigenza pragmatica di ottenere risultati e di ordinare la società, ma per guarirla da una malattia che la rende fragile e indegna e che potrà solo portarla a nuove crisi » (n. 202).
Ma per poveri l’Esortazione intende non solo gli indigenti, ma anche i « nuovi poveri »: « i senza tetto, i tossicodipendenti, i rifugiati, i popoli indigeni, gli anziani sempre più soli e abbandonati », i migranti (n. 210) e anche gli « schiavi » che sono « nella piccola fabbrica clandestina, nella rete della prostituzione, nei bambini che utilizzi per l’accattonaggio, in quello che deve lavorare di nascosto perché non è stato regolarizzato » (n. 211). « Doppiamente povere sono le donne che soffrono situazioni di esclusione, maltrattamento e violenza, perché spesso si trovano con minori possibilità di difendere i loro diritti » (n. 212). 
« Più indifesi e innocenti di tutti », infine, sono « i bambini nascituri », « ai quali oggi si vuole negare la dignità umana » (213). « Non ci si deve attendere che la Chiesa cambi la sua posizione su questa questione … Non è progressista pretendere di risolvere i problemi eliminando una vita umana » (214).
Affermato il legame tra evangelizzazione e promozione umana, l’Esortazione afferma poi che l’evangelizzazione è anche dialogo. A partire da quello ecumenico. « L’impegno per un’unità che faciliti l’accoglienza di Gesù Cristo smette di essere mera diplomazia o un adempimento forzato, per trasformarsi in una via imprescindibile dell’evangelizzazione » (n. 246). « Quante cose possiamo imparare gli uni dagli altri! ». « Per esempio nel dialogo con i fratelli ortodossi, noi cattolici abbiamo la possibilità di imparare qualcosa di più sul significato della collegialità episcopale e sulla loro esperienza della sinodalità » (246). E « il dialogo e l’amicizia con i figli d’Israele sono parte della vita dei discepoli di Gesù » (248).
« Il dialogo interreligioso », poi, da portare avanti « con un’identità chiara e gioiosa », è « una condizione necessaria per la pace nel mondo ». In tale campo « acquista notevole importanza la relazione con i credenti dell’Islam », nel quale si « conservano parte degli insegnamenti cristiani; Gesù Cristo e Maria sono oggetto di profonda venerazione ed è ammirevole vedere come giovani e anziani, donne e uomini dell’Islam sono capaci di dedicare quotidianamente tempo alla preghiera e di partecipare fedelmente ai loro riti religiosi ». « Noi cristiani dovremmo accogliere con affetto e rispetto gli immigrati dell’Islam che arrivano nei nostri Paesi, così come speriamo e preghiamo di essere accolti e rispettati nei Paesi di tradizione islamica. Prego, imploro umilmente tali Paesi affinché assicurino libertà ai cristiani affinché possano celebrare il loro culto e vivere la loro fede, tenendo conto della libertà che i credenti dell’Islam godono nei paesi occidentali! Di fronte ad episodi di fondamentalismo violento che ci preoccupano, l’affetto verso gli autentici credenti dell’Islam deve portarci ad evitare odiose generalizzazioni, perché il vero Islam e un’adeguata interpretazione del Corano si oppongono ad ogni violenza » (n. 252).
Dialogo, infine, anche con i non credenti, ma « il rispetto dovuto alle minoranze di agnostici o di non credenti non deve imporsi in modo arbitrario che metta a tacere le convinzioni di maggioranze credenti o ignori la ricchezza delle tradizioni religiose » (n. 255).
Il quinto e ultimo capitolo è dedicato agli « Evangelizzatori con Spirito », che « vuol dire evangelizzatori che si aprono senza paura all’azione dello Spirito Santo ». « Evangelizzatori con Spirito significa evangelizzatori che pregano e lavorano. Dal punto di vista dell’evangelizzazione, non servono né le proposte mistiche senza un forte impegno sociale e missionario, né i discorsi e le prassi sociali e pastorali senza una spiritualità che trasformi il cuore. Tali proposte parziali e disgreganti raggiungono solo piccoli gruppi e non hanno una forza di ampia penetrazione, perché mutilano il Vangelo » (n. 262).
Servono « evangelizzatori che pregano e lavorano », nella consapevolezza che « la missione è una passione per Gesù ma, al tempo stesso, è una passione per il suo popolo ». « Nel nostro rapporto col mondo siamo invitati a dare ragione della nostra speranza, ma non come nemici che puntano il dito e condannano » (n. 271).
L’Esortazione si conclude con una preghiera a Maria. « Alla Madre del Vangelo vivente chiediamo che interceda affinché questo invito a una nuova tappa dell’evangelizzazione venga accolta da tutta la comunità ecclesiale. Ella è la donna di fede, che cammina nella fede,213 e «la sua eccezionale peregrinazione della fede rappresenta un costante punto di riferimento per la Chiesa».214 Ella si è lasciata condurre dallo Spirito, attraverso un itinerario di fede, verso un destino di servizio e fecondità. Noi oggi fissiamo lo sguardo su di lei, perché ci aiuti ad annunciare a tutti il messaggio di salvezza, e perché i nuovi discepoli diventino operosi evangelizzatori » (n. 287).

Per il testo completo dell’Esortazione apostolica clicca qui

http://www.vatican.va/holy_father/francesco/apost_exhortations/documents/papa-francesco_esortazione-ap_20131124_evangelii-gaudium_it.html

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