L’EBRAISMO E I DIRITTI CULTURALI (*)

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L’EBRAISMO E I DIRITTI CULTURALI (*)

MARCO MORSELLI

Stiamo per entrare nell’anno giubilare della scomparsa di Raïssa Oumançoff Maritain. Esattamente 49 anni fa, il 4 novembre 1960, Raïssa lasciava questo mondo: «J’ai reçu la grâce d’avoir auprès de moi, toute ma vie, et pour se sacrifier à mon pauvre travail, deux saintes filles d’Israël, Raïssa et sa soeur [Vera], dont les ancêtres étaient des hassidim et qui ont aimé Jésus de tout leur coeur; et c’est à elles que je dois tout».(1) Sia il loro ricordo in benedizione.
1. Per poter parlare dell’ebraismo dobbiamo innanzi tutto, brevemente, parlare della Torah. Che cos’è la Torah? Il termine significa insegnamento, e designa in primo luogo cinque libri, il Pentateuco: Bereshìt/In principio, Shemòt/Nomi, Wayiqrà/Chiamò, Bamidbàr/Nel deserto, Devarìm/Parole. A questi libri vanno aggiunti i Neviim, ossia gli scritti dei Profeti, e i Ketuvim, gli Agiografi. Se eliminiamo la divisione in libri, capitoli e versetti, abbiamo 304.805 lettere\numeri che possono essere studiati anche da un punto di vista strettamente matematico.
 ccorre inoltre tenere presente che non vi è solo la Torah scritta, vi è anche la Torah orale, che precede e accompagna la Torah scritta. In una situazione di estremo pericolo per l’esistenza stessa del popolo ebraico(2) la Torah orale venne messa per iscritto, e abbiamo così la Mishnàh. I commenti alla Mishnah costituiscono il Talmùd. Abbiamo poi ancora il Midràsh e la Qabbalàh.
Elie Wiesel ha definito il Talmud «un oceano vasto, turbolento eppure confortante, che suggerisce l’infinita dimensione dell’esistenza e l’amore per la vita, oltre che il mistero della morte e dell’istante che la precede». Il Talmud fa parte della storia degli ebrei da millenni, se consideriamo la sua storia dalle tradizioni orali alla Mishnah, alla discussione della Mishnah, al Talmud orale, al Talmud manoscritto, poi stampato, poi su Internet. Al suo interno, il qui e l’ora sono intimamente connessi con altri tempi e altri luoghi, i Maestri del I secolo discutono con i Maestri del XX secolo, i Rabbini babilonesi con quelli francesi. Più che un libro, è un approccio all’esistenza, nel quale la ricerca e la discussione collegano le realtà di questo mondo alle realtà del mondo a venire.(3)
Quello che il Talmud è per la Mishnah, il Midrash è per la Torah. Il termine deriva da darash, ricercare. Vi sono moltissimi punti oscuri nella Bibbia, incomprensibili senza il riferimento a una tradizione esegetica che precede, accompagna e segue il testo./4)
La Qabbalah è la mistica ebraica. La realtà è un’unità in cui il visibile e l’invisibile, la materia e lo spirito si compenetrano. Il progressivo disvelamento della Qabbalah ha valenze escatologiche. Vi sono dei momenti privilegiati del passaggio dei segreti dalla sfera esoterica a quella essoterica. Nell’anno 1240, corrispondente all’anno 5000 nella datazione ebraica, ha avuto inizio il sesto millennio, e ha fatto la sua comparsa lo Zohar, il principale testo cabbalistico. Altra data importante è il 1840, corrispondente al 5600. Siamo ora nell’anno 5770, in un’epoca in cui la preparazione messianica si intensifica.(5)
2. Il fondamento biblico dei diritti umani si trova in Gn 1,26: «Wa-yomer Eloqim: “Naaseh adam be-salmenu ki-demutenu”» e nel v. 27 si precisa che imago D. non è il maschio, ma la coppia maschile-femminile: «Wa-yivra Eloqim et ha-adam be-salmo be-selem Eloqim bara oto zakhar (maschio) u-neqewah (femmina)». Se ho un testo che dice: «Dio crea Adamo» mi trovo davanti a un testo maschilista, perché non ho invece: «Dea crea Adamà»? Ma nell’originale abbiamo uno dei due Nomi di D., che è un plurale e, a Sua immagine e somiglianza, Adam, che è maschio-femmina. Se osserviamo l’albero delle Sefirot, vediamo forze maschili e femminili, abbiamo un Abba\Padre e una Imma\Madre, un Ben\Figlio e una Bat\Figlia.
Dalla coppia Adam-Hawah nasce tutta l’umanità futura, e questo rende ogni razzismo privo di fondamento biblico. Anche Shem, Ham e Yafet, che sono stati in seguito trasformati nei capostipiti delle tre “razze” umane, sono in realtà fratelli, figli di Noah\Noè (Gn 5,32).
«Ha-shomer ahi anokhi? Sono forse il custode di mio fratello?» risponde Qain ad Ha-Shem subito dopo aver ucciso Hevel (Gn 4,9). Sì, siamo responsabili dei nostri fratelli.
E lo straniero? «Come un nato tra di voi sarà ha-ger ha-gar, colui che risiede presso di voi, we-ahavta lo kamokha e lo amerai come te stesso» (Lv 19,34).
Come si vede da questi pochi ma significativi esempi, che potrebbero essere moltiplicati, l’accento è posto molto più sui doveri che sui diritti e a questo proposito viene in mente il Mahatma Gandhi quando scriveva: «Tutti i diritti da meritare e da preservare derivano da un dovere ben fatto».(6)
3. Quali insegnamenti etici contiene la Torah per gli esseri umani? Per millenni l’ebraismo è stato accusato di essere una religione particolaristica. Rav Elia Benamozegh (Livorno 1823-1900) è tra coloro che più si sono adoperati per dimostrare l’infondatezza di tale accusa. Come sarebbe mai stato possibile che da tale particolarismo scaturissero due religioni universali (o meglio: aspiranti all’universalità) come il cristianesimo e l’islamismo? Vi è nell’ebraismo una duplice struttura, articolata in noachismo e mosaismo. L’alleanza con Noè non è in nulla inferiore all’alleanza con Mosè. Colui che si convertiva doveva presentarsi davanti a tre rabbini e dichiarare di voler appartenere alla religione noachide. E’ probabile che la conversione fosse accompagnata dal battesimo, ossia dall’immersione nelle acque vive del miqweh. Il noachide si impegna a rispettare sette precetti: 1) istituzione di tribunali (= ogni società umana ha bisogno di giustizia); 2) divieto di blasfemia; 3) divieto di idolatria; 4) divieto di adulterio; 5) divieto di omicidio; 6) divieto di furto; 7) divieto di mangiare una parte di un animale vivo (= divieto di crudeltà nei confronti degli animali). Rispettando tali comandamenti il noachide entrerà nel mondo a venire, ossia avrà parte alla vita eterna.(7)
Ad alcuni questi sette precetti sembrano troppo poco per condurre una vita di alta spiritualità. Non è di questo parere Emmanuel Levinas, il quale scrive: «La Legge di Dio è Rivelazione poiché in essa si enuncia: “non uccidere”. Tutto il resto è forse un tentativo di pensare questo – una “messa in scena” certamente necessaria, una “cultura” in cui ciò “si può capire”. E’ per lo meno così che cerco di dirlo a me stesso. Beninteso, “non uccidere” significa: “fa di tutto affinché l’altro viva”».(8) «Non uccidere», il resto è commento.
La Torah è dunque un libro da fare: 613 miswot per gli ebrei e per chi voglia entrare nell’alleanza di Mosè, 7 miswot per chi voglia entrare nell’alleanza di Noè, con la libertà di osservare, volendo, anche un certo numero delle restanti.(9) Il Santo, benedetto Egli sia, nella sua trascendenza è assolutamente inconoscibile. Di Lui possiamo conoscere ciò che Lui ha voluto rivelarci: la sua volontà. Aderendo alla sua volontà noi ci avviciniamo a Lui. Come Lui è santo, così noi cerchiamo di santificarci, anche nelle minute attività della nostra vita quotidiana. Ciò che la Torah ci indica, più che una ortodossia, è una ortoprassi. Il primato dell’etica non è un rifiuto della Rivelazione, ma proprio il contenuto della Rivelazione.
Abbiamo impostato il discorso in modo da evitare una contrapposizione tra etica “veterotestamentaria” ed etica “neotestamentaria”. Ci auguriamo che l’epoca della controversistica ebraico-cristiana si sia conclusa. Un’unica Torah, due Alleanze, quella di Noè (con i suoi 7 precetti) e quella di Mosè (con i suoi 613 precetti): questo è l’insegnamento della Tradizione ebraica, questo è anche l’insegnamento di Yeshùa e del cristianesimo delle origini.(10) Le miswot degli uni e degli altri illuminano la nostra vita terrestre, ma anche preparano le nostre anime alle vite future, tessono le vesti di luce indispensabili per godere delle beatitudini celesti.
Le anime procedono dalla seconda Sefirah, Hokhmah (il pensiero divino) ma compiendo le miswot accedono alla prima Sefirah, Keter (la volontà divina). Il valore numerico di Keter è 620 (613+7): «Questo numero designa i 620 comandamenti dell’ebraismo, e la Qabbalah parla delle 620 colonne di luce che uniscono il mondo dell’Alto al mondo del Basso».(11)
Non vi è una Nuova Alleanza che si contrapponga a una Vecchia Alleanza, non vi è neppure un’unica Alleanza Vecchio-Nuova che costringerebbe gli ebrei a farsi cristiani o i cristiani a farsi ebrei. Vi è un’unica Torah eterna che contiene molte Alleanze, i molti modi in cui il Santo, benedetto Egli sia, rivela il suo amore per gli uomini e indica le vie per giungere all’incontro con Lui.
Poiché l’alleanza noachide non prescrive nessuna cultura, nessuna religione, nessun mito, nessun rito, è compatibile con tutte le culture e con tutti i diversi modi di essere umani: in questo senso è cattolica, ossia universale.(12) Scrive Rav Jonathan Sacks: «L’unità in cielo crea diversità sulla terra. Lo stesso vale per le civiltà. Il messaggio fondamentale della Bibbia ebraica è che l’universalità – il patto con Noè – è solo il contesto e il preludio dell’irriducibile molteplicità delle culture, quei sistemi di significato tramite i quali gli esseri umani hanno cercato di comprendere il rapporto che li lega, il mondo e la sorgente dell’essere. L’affermazione platonica dell’universalità della verità è valida quando la si applica alla scienza e alla descrizione di ciò che è. Non lo è se la si applica all’etica, alla spiritualità e al nostro senso di ciò che dovrebbe essere. Vi è una differenza tra physis e nomos, descrizione e prescrizione, natura e cultura. Le culture sono come le lingue. Il mondo che descrivono è lo stesso, ma i modi in cui lo fanno sono quasi infinitamente variabili».(13)
4. «Come ha così bene detto un grande biologo francese, Jean Hamburger, niente è più falso dell’affermazione secondo cui i diritti umani sono “diritti naturali”, ossia coessenziali alla natura umana, connaturati all’uomo. In realtà, egli ha notato, l’uomo come essere biologico è portato ad aggredire e soverchiare l’altro, a prevaricare per sopravvivere, e niente è più lontano da lui dell’altruismo e dell’amore per l’altro […] i diritti umani sono una vittoria dell’io sociale su quello biologico […] il concetto di diritti dell’uomo non è ispirato alla legge naturale della vita, è al contrario ribellione contro la legge naturale».(14)
L’idea che i diritti umani siano culturali e non naturali è particolarmente congeniale all’ebraismo, dal momento che nella Torah il termine “natura” neppure compare: «Se si ricercano nell’ebraico biblico dei termini che corrispondano alla physis greca, intesa come natura creatrice, è possibile constatare come questo concetto è praticamente introvabile».(15) Dopo aver esaminato sei radici ebraiche, Rav Di Segni conclude: «Molto spesso, invece di indicare ‘la natura’, l’ebraico biblico ricorre alla elencazione dei vari elementi naturali (cfr. Ps 98), o usa delle frasi come ‘la terra e ciò che la riempie’ (Jes 34:1), oppure dei termini più generali, come ‘olàm, il mondo, l’universo» (p. 24).
Abbiamo ascoltato da Gabriela Häbich che i diritti culturali non sono un’appendice dei diritti umani, ma sono la condizione della loro applicabilità e del loro sviluppo: la loro promozione costituisce la condizione per la realizzazione di tutti gli altri diritti.
Nell’art. 3 della Dichiarazione di Friburgo (2007) si afferma che ogni persona ha diritto «di scegliere e veder rispettata la propria identità culturale nella diversità dei suoi modi di espressione» (comma a) e «di conoscere e veder rispettata la propria cultura» (comma b). Non so se questo fosse nelle intenzioni degli estensori della Dichiarazione, ma mi chiedo se tale principio non possa essere applicato anche al passato.
Siegfried Kracauer (1889-1966) ha scritto un importante libro intitolato History. The Last Things Before the Last(16) in cui assegna alla storia un’area intermedia tra scienza e metafisica, nella quale si tratta di ricercare «una conoscenza provvisoria delle ultime cose che vengono prima delle ultime». Si tratta cioè di riabilitare «finalità e modi di essere ancora privi di nome e per questo trascurati e fraintesi», di riscoprire «possibilità senza nome nascoste negli interstizi delle dottrine e dei movimenti dominanti». Secondo una leggenda ebraica, esistono in ogni generazione trentasei saddiqim, giusti, che sostengono il mondo: «Senza la loro presenza il mondo sarebbe distrutto e perirebbe. Tuttavia nessuno li conosce; e neppure essi sanno che si deve alla loro presenza se il mondo è salvato dalla rovina. L’impossibile ricerca di questi giusti nascosti (sono veramente trentasei in ogni generazione?) mi sembra una delle più eccitanti avventure nelle quali la storia si possa imbarcare» (p. 15).
E’ una delle più eccitanti avventure nelle quali la storia si possa imbarcare perché è il tentativo, e la speranza, di ridare giustizia a tutti coloro ai quali i diritti umani e culturali nel corso dei secoli non sono stati riconosciuti. Una folla enorme di persone ignote, di cui non è rimasta traccia, ma per ognuno di loro bisogna intraprendere il lavoro impossibile di ricercare il nome, perché ognuno di loro era forse uno dei trentasei giusti senza il quale il mondo non può esistere.
5. Uno dei titoli più citati e dei libri meno letti degli ultimi anni è sicuramente The Clash of Civilizations and the Remaking of World Order di Samuel Huntington (1927-2008).(17) In questo libro l’autore sostiene che nel nuovo mondo del Dopo-guerra fredda i conflitti più profondi, laceranti e pericolosi saranno quelli tra gruppi appartenenti ad entità culturali diverse. Tali civiltà vengono così identificate da Huntington:

1. Occidentale
2. Latino-americana
3 Africana
4. Islamica
5. Cinese
6. Induista
7. Ortodossa
8. Buddhista
9. Giapponese

Tale classificazione suscita molte perplessità: in alcuni casi ci si trova di fronte a un indicatore etnico, in altri casi religioso, in altri ancora geografico. Ma ciò che è ancor più degno di nota è che si parla di civiltà islamica, induista, buddhista, ma non si parla invece di civiltà cristiana (c’è solo un riferimento a una sua componente, quella ortodossa) e ancor meno di civiltà ebraico-cristiana. Si parla invece di una civiltà “occidentale”, ossia caratterizzata solo da un riferimento geografico.        
Il libro di Huntington è da criticare non in quanto si faccia promotore di uno scontro delle civiltà (non è così, anzi il libro termina con un generico invito alla comunanza delle civiltà) ma perché manca una giustificazione della sua classificazione delle civiltà e delle loro caratteristiche. E questo vale in particolare per quella che viene definita la civiltà occidentale.                                                                                           
Se si mettono a confronto le due espressioni «civiltà ebraico-cristiana» e «civiltà arabo-islamica» ci si rende subito conto che non sono equivalenti. A ben vedere, una civiltà ebraico-cristiana non è mai esistita: la teologia della sostituzione, l’insegnamento del disprezzo e la conseguente passi discriminatoria ed escludente dovrebbero semmai far parlare di una civiltà ebraico-cristiana, dove una X è posta sul primo termine, allo stesso modo in cui Heidegger poneva una X sul Sein cancellato dalla dimenticanza della differenza ontologica.
Niente di simile è avvenuto nella civiltà arabo-islamica, dove gli islamici non hanno certo accusato per secoli gli arabi di deicidio, né hanno dichiarato decaduta la loro elezione sostituendosi all’Arabia come Nuova Arabia, come è invece avvenuto nella Cristianità, dove la Chiesa si è per secoli autodefinita come Nuovo Israele o vero Israele.
La civiltà ebraico-cristiana è una utopia da realizzare, non una realtà del passato da difendere. Non si tratta di privilegiare arbitrariamente, sia pure in nome di un’identità storicamente determinata, e anche in parte gloriosa, due religioni a scapito delle altre. Si tratta di una formula della universalità in cui vale il principio del terzo incluso. Tra a e non a non vi può essere un terzo escluso, perché il terzo, il quarto e così via all’infinito, sono già inclusi. Per questo preferiamo parlare di una civiltà messianica come luogo di incontro delle civiltà.
6. Il dialogo ebraico-cristiano era giunto negli ultimi mesi a un punto di crisi che sembrava insormontabile, intorno alla questione della conversione degli ebrei. In un recente incontro tra Autorità rabbiniche e Autorità episcopali italiane si è chiarito che non vi è nessuna intenzione da parte della Chiesa Cattolica di operare attivamente per la conversione degli ebrei e che di conversione si parla solo in una prospettiva escatologica.
Una delle tesi de I passi del Messia(18) è che la prospettiva escatologica preveda non già la conversione\apostasia d’Israele, ma la conversione\teshuvah dei cristiani.
«I cristiani non possono non pregare per la conversione del mondo intero, e in particolare per Israele». Lasciando per il momento da parte la questione della conversione del mondo intero, per quanto riguarda Israele non è così. Altro è che i cristiani desiderino che il Messia sia riconosciuto da Israele, altro è che sperino e preghino per la conversione d’Israele, ossia per la sua apostasia.
Quando Yeshua predicava: «Shùvu!» (Mt 4,17) (stessa radice di teshuvah) voleva dire: «Ritornate a Ha-Shem Eloqim!» e non: «Cambiate religione!», «Smettete di essere ebrei!», «Ripudiate la perfidia giudaica!», «Non osservate più la Torah e le miswot!» come da secoli e in parte tuttora i cristiani ex gentibus credono.
Altro è che i cristiani siano testimoni della messianicità di Gesù, anche e innanzi tutto nei confronti d’Israele (e si tratta di vedere quali caratteristiche tale testimonianza debba avere) altro è che facciano coincidere la loro testimonianza con la speranza nella apostasia d’Israele.
A chi afferma che il cristianesimo è per sua natura missionario occorre ricordare che la missione è partita da Gerusalemme, dagli ebrei della Ecclesia ex circumcisione, e che era rivolta alle genti, non viceversa. E’ avvenuto un vero e proprio ribaltamento.
Sulla scorta di Cornelius a Lapide (1567-1637) Maritain era arrivato al convincimento che la riconciliazione finale «ne doit pas être appelé la conversion d’Israël mais bien sa plénitude».(19)
Rav Elia Benamozegh in un’opera postuma pubblicata a Parigi nel 1914 scriveva: «La riconciliazione sognata dai primi cristiani come una delle condizioni della Parusia, o avvento finale di Gesù, il ritorno degli ebrei nel seno della Chiesa, senza di cui le diverse confessioni cristiane sono concordi nel riconoscere che l’opera della redenzione rimane incompleta, questo ritorno si effettuerà non come lo si è atteso, ma nel solo modo serio, logico e durevole, e soprattutto nel solo modo proficuo al genere umano. Sarà la riunione dell’ebraismo e delle religioni che ne sono derivate, e, secondo la parola dell’ultimo dei profeti, il sigillo dei veggenti, come i dottori chiamano Malachia, “il ritorno del cuore dei figli ai loro padri”» (Ml 3,24).(20)
«Sono persuaso che lo scopo supremo della storia sia questa riconciliazione definitiva tra il popolo eletto e la cristianità che san Paolo descrive come una risurrezione dei morti e come la gloria del vecchio tronco d’Israele sul quale, allora, la Chiesa di Cristo apparirà a tutti come innestata. Allora tutto sarà compiuto. Ma comprendiamo anche che nel tempo questo non è ciò che precederà, bensì ciò che completerà la realizzazione della nostra speranza.
Nel frattempo, quello che si esige con assoluta necessità è lo sviluppo, per tutto il tempo che sta davanti, di un’amicizia sempre più stretta. Non dico amicizia vera, ma veramente fraterna, e veramente efficace, e veramente dono di sé, tra i figli della Casa d’Israele e i figli della Chiesa di Cristo».(21)

Note

1. Lettre à André Neher del 21 agosto 1972, in J. Maritain, Le mystère d’Israël, Desclée de Brouwer, Paris 1990, p. 297 (ed. it. a c. di V. Possenti, Massimo, Milano 1992).
2. Mi riferisco a quelle che i Romani chiamarono la I e la II Guerra Giudaica. Durante la I venne distrutto il Tempio di Gerusalemme e, riferisce Flavio Giuseppe, non vi erano più alberi in Israele perché centinaia di migliaia di Ebrei erano stati crocifissi dalle truppe di occupazione romane: «Secondo i dati forniti indipendentemente da Giuseppe e da Tacito, oltre 600.000 Ebrei avrebbero trovato la morte nel corso delle operazioni militari, circa il 25% della popolazione, e molti altri vennero fatti prigionieri e venduti come schiavi. Con ciò sembra possibile che qualcosa come la metà della popolazione ebraica sia stata eliminata fisicamente» (J. A. Soggin, Storia d’Israele, Paideia, Brescia 1984, p. 485). Nel 135 i morti furono 850.000 (Soggin p. 492).
3. E. Wiesel, Sei riflessioni sul Talmud, Bompiani, Milano 2000; Id., Celebrazione talmudica, Lulav, Milano 2002; A. Steinsaltz, Cos’è il Talmud?, Giuntina, Firenze 2004.
4. G. Stemberger, Il Midrash, Dehoniane, Bologna 1992.
5. A. Safran, Saggezza della Cabbalà, Giuntina, Firenze 1998; Id., Tradizione esoterica ebraica, Giuntina, Firenze 1999; A. Steinsaltz, La rosa dai tredici petali, Giuntina, Firenze 2000; G. Scholem, Le grandi correnti della mistica ebraica, Einaudi, Torino 1993.
6. Citato in M. Flores, Storia dei diritti umani, Il Mulino, Bologna 2008, p. 222.
7. E. Benamozegh, Israele e l’umanità, a c. di M. Morselli, Marietti, Genova 1990; Id., Il noachismo, a c. di M. Morselli, Marietti, Genova-Milano 2006; A. Pallière, Il Santuario sconosciuto, a c. di M. Morselli, Marietti, Genova-Milano 2005.
8. E. Levinas, Trascendenza e intelligibilità, a c. di F. Camera, Marietti, Genova-Milano 2009, pp. 36-7.
9. Qui trova il suo fondamento il tema della libertà del cristiano, ma si tratta di libertà nella Legge e non dalla Legge.
10. Cfr. la Didachè. La Torah del Messia attraverso i Dodici Apostoli ai goyim, a c. di G. Maestri e M. Morselli, Marietti, Genova-Milano 2009.
11. J. Eisenberg e A. Steinsaltz, Le chandelier d’or, Verdier, Paris 1988, p. 356.
12. E’ Rav Benamozegh a parlare della «cattolicità d’Israele», nel già citato Israele e l’umanità.
13. J. Sacks, La dignità della differenza. Come evitare lo scontro delle civiltà, tr. di F. Paracchini, Garzanti, Milano 2004, p. 66.
14. A. Cassese, I diritti umani oggi, Laterza, Bari-Roma 2005, pp. 230-1.
15. R. Di Segni, Le unghie di Adamo. Studi di antropologia ebraica, Guida, Napoli 1981, p. 22.
16. S. Kracauer, History. The Last Things Before The Last, Oxford U.P., New York 1969 (tr. di S. Pennisi, Marietti 1985).
17. S. Huntington, The Clash of Civilizations and the Remaking of World Order, Simon & Schuster, New York 1996 (tr. di S. Minucci, Garzanti 1997)
18. M. Morselli, I passi del Messia. Per una teologia ebraica del cristianesimo, Marietti, Genova-Milano 2007.
19. Maritain lo scrive sia nel 1943 che nel 1964 : cfr. J. Maritain, Le mystère d’Israël, cit., pp. 198 e 250. Nel 1941 scriveva invece ancora: «Les promesses de Dieu sont sans repentance, le peuple d’Israël se convertira» (p. 153).
20. E. Benamozegh, Israele e l’umanità, cit., p. 30.
21. Lettera di Maritain a Chouraqui del 5 ottobre 1971, in A. Chouraqui, Il destino d’Israele. Corrispondenza con Jules Isaac, Jacques Ellul, Jacques Maritain, Marc Chagall, tr. it. di P. Pellizzari, Paoline, Milano 2009, pp. 181-2.

(*) Per doverosa completezza. La curatrice di questo sito, cristiana cattolica, non condivide la conclusione dell’autore, che arriva alle estreme conseguenze di inglobare il cristianesimo nell’ebraismo. Piuttosto [vedi Benedetto XVI, Catechesi del 1° ottobre 2008 su "il Concilio di Gerusalemme e l'incidente di Antiochia"]. Il dialogo è occasione di conoscenza e rispetto reciproci, riconoscendo le differenti identità, senza nessun tipo di omologazione.

Publié dans : ebraismo |le 13 novembre, 2013 |Pas de Commentaires »

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