Archive pour le 4 novembre, 2013

G.B. Crespi detto il Cerano, Miracolo di San Carlo, 1610 circa Duomo, Milano

G.B. Crespi detto il Cerano, Miracolo di San Carlo, 1610 circa Duomo, Milano dans immagini sacre

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4 NOVEMBRE: SAN CARLO BORROMEO VESCOVO

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SAN CARLO BORROMEO VESCOVO

4 NOVEMBRE

ARONA, NOVARA, 1538 – MILANO, 3 NOVEMBRE 1584

Nato nel 1538 nella Rocca dei Borromeo, sul Lago Maggiore, era il secondo figlio del Conte Giberto e quindi, secondo l’uso delle famiglie nobiliari, fu tonsurato a 12 anni. Studente brillante a Pavia, venne poi chiamato a Roma, dove venne creato cardinale a 22 anni. Fondò a Roma un’Accademia secondo l’uso del tempo, detta delle «Notti Vaticane». Inviato al Concilio di Trento, nel 1563 fu consacrato vescovo e inviato sulla Cattedra di sant’Ambrogio di Milano, una diocesi vastissima che si estendeva su terre lombarde, venete, genovesi e svizzere. Un territorio che il giovane vescovo visitò in ogni angolo, preoccupato della formazione del clero e delle condizioni dei fedeli. Fondò seminari, edificò ospedali e ospizi. Utilizzò le ricchezze di famiglia in favore dei poveri. Impose ordine all’interno delle strutture ecclesiastiche, difendendole dalle ingerenze dei potenti locali. Un’opera per la quale fu obiettivo di un fallito attentanto. Durante la peste del 1576 assistette personalmente i malati. Appoggiò la nascita di istituti e fondazioni e si dedicò con tutte le forze al ministero episcopale guidato dal suo motto: «Humilitas». Morì a 46 anni, consumato dalla malattia il 3 novembre 1584. (Avvenire)

Patronato: Catechisti, Vescovi
Etimologia: Carlo = forte, virile, oppure uomo libero, dal tedesco arcaico
Emblema: Bastone pastorale

Martirologio Romano: Memoria di san Carlo Borromeo, vescovo, che, fatto cardinale da suo zio il papa Pio IV ed eletto vescovo di Milano, fu in questa sede vero pastore attento alle necessità della Chiesa del suo tempo: indisse sinodi e istituì seminari per provvedere alla formazione del clero, visitò più volte tutto il suo gregge per incoraggiare la crescita della vita cristiana ed emanò molti decreti in ordine alla salvezza delle anime. Passò alla patria celeste il giorno precedente a questo.
(3 novembre: A Milano, anniversario della morte di san Carlo Borromeo, vescovo, la cui memoria si celebra domani).

Quella che oggi ci giunge dalla pagina del Calendario, è la voce di uno dei più grandi Vescovi nella storia della Chiesa: grande nella carità, grande nella dottrina, grande nell’apostolato, ma grande soprattutto nella pietà e nella devozione.
« Le anime – dice questa voce, la voce di San Carlo Borromeo – si conquistano con le ginocchia « . Si conquistano cioè con la preghiera, e preghiera umile. San Carlo Borromeo fu uno dei maggiori conquistatori di anime di tutti i tempi.
Era nato nel 1538 nella Rocca dei Borromeo, padroni e signori del Lago Maggiore e delle terre rivierasche. Era il secondo figlio del Conte Giberto e quindi, secondo l’uso delle famiglie nobiliari, fu tonsurato a 12 anni. Il giovane prese la cosa sul serio: studente a Pavia, dette subito prova delle sue doti intellettuali. Chiamato a Roma, venne creato Cardinale a soli 22 anni. Gli onori e le prebende piovvero abbondanti sul suo cappello cardinalizio, poiché il Papa Pio IV era suo zio. Amante dello studio, fondò a Roma un’Accademia secondo l’uso del tempo, detta delle  » Notti Vaticane « . Inviato al Concilio di Trento vi fu, secondo la relazione di un ambasciatore,  » più esecutore di ordini che consigliere « . Ma si rivelò anche un lavoratore formidabile, un vero forzato della penna e della carta.
Nel 1562, morto il fratello maggiore, avrebbe potuto chiedere la secolarizzazione, per mettersi a capo della famiglia. Restò invece nello stato ecclesiastico, e fu consacrato Vescovo nel 1563, a 25 anni.
Entrò trionfalmente a Milano, destinata ad essere il campo della sua attività apostolica. La sua arcidiocesi era vasta come un regno, stendendosi su terre lombarde, venete, genovesi e svizzere. Il giovane Vescovo la visitò in ogni angolo, preoccupato della formazione del clero e delle condizioni dei fedeli. Fondò seminari, edificò ospedali e ospizi. Profuse, inoltre, a piene mani, le ricchezze di famiglia in favore dei poveri.
Nello stesso tempo, difese i diritti della Chiesa contro i signorotti e i potenti. Riportò l’ordine e la disciplina nei conventi, con un tal rigore da buscarsi un colpo d’archibugio, sparato da un frate indegno, mentre pregava nella sua cappella. La palla non lo colpì, e il foro sulla cappamagna cardinalizia fu la più bella decorazione dell’Arcivescovo di Milano.
Durante la terribile peste del 1576 quella stessa cappa divenne coperta dei miti, assistiti personalmente dal Cardinale Arcivescovo. La sua attività apparve prodigiosa, come organizzatore e ispiratore di confraternite religiose, di opere pie, di istituti benefici.
Milano, durante il suo episcopato, rifulse su tutte le altre città italiane. Da Roma, i Santi della riforma cattolica guardavano ammirati e consolati al Borromeo, modello di tutti i Vescovi.
Ma per quanto robusta, la sua fibra era sottoposta a una fatica troppo grave. Bruciato dalla febbre, continuò le sue visite pastorali, senza mangiare, senza dormire, pregando e insegnando.
Fino all’ultimo, continuò a seguire personalmente tutte le sue fondazioni, contrassegnate dal suo motto, formato da una sola parola: Humilitas.
Il 3 novembre dei 1584, il titanico Vescovo di Milano crollò sotto il peso della sua insostenibile fatica. Aveva soltanto 46 anni, e lasciava ai Milanesi il ricordo di una santità seconda soltanto a quella di un altro grande Vescovo milanese, Sant’Ambrogio.

Fonte: Archivio Parrocchia

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INIZIO DELLA SAPIENZA… – MONASTERO ORTODOSSO DI SAN SERAFINO DI SAROV

http://www.cristianiortodossi.it/monastero/inizio_sapienza.htm

MONASTERO ORTODOSSO DI SAN SERAFINO DI SAROV

INIZIO DELLA SAPIENZA…

« Inizio della sapienza è il timore del Signore », così il salmista ammonisce, ed al frequentatore contemporaneo della pagine (solo delle « pagine ») della Scrittura questo suona come un anacronistico richiamo alla minaccia di punizioni temporali (da una disgrazia personale o familiare fino al Diluvio) o alla terribile visione dei tormenti eterni dell’Inferno, magari usciti da una Divina Commedia illustrata dal Dorè. Niente di più falso: il « timor di Dio » di cui parlano le Sacre Pagine, è, come » la legge fatta di prescrizioni e di decreti », il salutare rimedio posto dall’economia del piano salvifico di Dio all’immaturità dei suoi figli che – finché restano nella minorità spirituale - » in nulla differiscon dallo schiavo » come ricorda Paolo ai Galati; e siccome noi non siamo – probabilmente – ancora pervenuti alla statura dell’amore che « caccia via il timore, perché chi teme non è perfetto nell’amore » (prima epistola di San Giovanni, 4) – cominciamo la nostra riflessione sapienziale dal timor di Dio. Scopriremo che, lontano dal rivelare un volto terribile di Dio, dimostra la premura paterna di liberarci da uno dei più terribili inganni che ci sovrastano; spesso noi pensiamo che « esser liberi » equivalga a « fare ciò che vogliamo » non avvedendoci che « ciò che vogliamo  » è invece ciò che esige la necessità – deterministica direi – della nostra natura fisica. L’equazione esprime cioè l’inganno della falsa libertà.
L’istinto naturale infatti -quello che abbiamo in comune con gli animali – è la più pesante catena, il più terribile giogo che ci portiamo appresso, fino a quell’istinto di morte che Freud (Al di là del principio del piacere) vide giustamente iscritto in ogni organismo vivente, uomo non escluso; così l’asservimento alla nostra natura fisica equivale, filosoficamente parlando, al nostro « essere per la morte » caro ad alcuni pensatori esistenzialisti; « chi – dunque – ci libererà da questo corpo di morte ? » – « inizio della sapienza è il timore del Signore », esso si oppone alla necessità naturale e ci addita la legge come massimamente liberatoria.
Dice l’istinto: « mangia! se vuoi vivere, paga al ventre il tuo tributo! » La legge al contrario prescrive il digiuno ascetico come via per affrancarci dalla servitù all’istinto, perchè l’uomo « vive di ogni parola che esce dalla bocca di Dio »; pensate a certi santi asceti che hanno vissuto di niente: poco pane qualche goccia d’acqua fino a ridurre il nutrimento alla sola Comunione Eucaristica; agiografie d’oriente e d’occidente son pronte a fornirci, fino ai giorni nostri, esempi numerosi: uomini e donne spiritualizzati, fatti lievi, lontani da ogni pesantezza carnale e terrena, già deiformi, pronti – come aquile dall’alto volo- a raggiungere le vette del Tabor spirituale, del Sinai mistico di San Gregorio di Nissa, del Carmelo dei contemplativi spagnoli del XVI secolo; corpi da icona, con le labbra piccole per la consumazione del frammento eucaristico solo, cui fanno riscontro i grandi occhi, dilatati fino all’estremo per l’incontro interpersonale con Dio e con i fratelli, occhi contemplanti già da quaggiù la visione della Luce Increata; « occhi chiaroveggenti » per dirla con Dovstoevskij.
Dice l’istinto naturale: « fa’ sesso! quando ne senti il bisogno, ché « l’astuzia della ragione » (della ragione immanente di hegeliana memoria), lo userà per riprodurre la specie, per chiamare alla vita altri « destinati alla morte » . Al contrario la legge: non fornicare! – ossia, in una interpretazione amplia, sii tu dominatore e non dominato del tuo appetito sessuale, incornicialo in un rapporto interpersonale in cui l’incontrarsi dei volti – ricorda i grandi occhi delle icone – sia più pregnante di senso che non l’incontro genitale dei corpi; oppure mettilo al servizio dell’eros trasfigurato della vita monastica che guarda lontano, verso orizzonti escatologici, là dove « non si prende né moglie né marito ma si è come gli angeli del cielo ».
Dice l’istinto « aggredisci », « per non esser sopraffatto,segui l’istinto: homo homini lupus  » (Hobbes) . E la legge di rimando: « tu non ucciderai! »,  » vi dico: non resistete al malvagio, se uno ti percuote su una guancia, porgigli anche l’altra »; « beati i mansueti: loro erediteranno la terra »; sì, la terra nuova ed cieli nuovi del Regno. Così, e solo così, l’uomo può avviare il suo processo di trasfigurazione, di redenzione dalla morte, di deificazione, a cui il Risorto ha dato irreversibile inizio ed a cui noi siamo chiamati a rispondere in maniera sinergica, attiva, personale; in questo modo la legge diviene legge di libertà, dell’unica vera libertà; ed il timore si schiude sull’amore sponsale dell’amante Cristo che ci vuol partecipi, nei talami celesti, alla sua vita senza fine.

Un Monaco

Publié dans:meditazioni, Ortodossia |on 4 novembre, 2013 |Pas de commentaires »

SE LA MORTE SI ECLISSA NEL CIELO DELLA VITA – EDITORIALE DI MONS. BRUNO FORTE

http://www.zenit.org/it/articles/se-la-morte-si-eclissa-nel-cielo-della-vita

SE LA MORTE SI ECLISSA NEL CIELO DELLA VITA

EDITORIALE DI MONS. BRUNO FORTE

 su « Il Sole 24 Ore » di domenica 3 novembre

Roma, 04 Novembre 2013 (Zenit.org) Bruno Forte

Riprendiamo il testo dell’editoriale firmato da mons. Bruno Forte, arcivescovo di Chieti-Vasto, pubblicato sul quotidiano “Il Sole 24 Ore” di domenica 3 di novembre 2013, pp. 1 e 16.

***
Questi giorni d’inizio Novembre, specialmente dedicati alla memoria di chi non è più fra noi, ci hanno inevitabilmente ricordato un tratto costitutivo della nostra condizione umana, la sua caducità. Martin Heidegger ne parlava come del nostro essere “gettati verso la morte”, e rifletteva: “La morte non è affatto un mancare ultimo… essa è, prima di tutto, un’imminenza che sovrasta”. Con la morte tutti dobbiamo fare i conti, anche se volessimo illuderci che non c’è! È per questo che la vita risulta tanto spesso impastata di malinconia e la sottile striscia di terra, su cui poggiano i nostri piedi, appare fasciata dall’abisso del nulla. Da questa vertigine scaturiscono tanto la situa­zione emotiva dell’an­goscia, così diffusamente umana, quanto quella ripulsa del nulla che suscita, come per contraccolpo, la forza del domandare. È così che il pensiero nasce dalla morte: “Dalla morte, dal timore della morte – afferma Franz Rosenzweig – prende inizio e si eleva ogni conoscenza circa il Tutto”. Eppure, nella modernità occidentale e in larga parte fino ai nostri giorni la morte sembra aver conosciuto un oblio. L’ottimismo della ragione adulta, dall’Illuminismo in poi, aveva esorcizzato la morte, relegandola a semplice momento di passaggio nel processo totale dello Spirito. Per l’uomo emancipato della modernità tutto ciò che è notte deve cedere il posto alla luce della ragione. Il mito moderno del progresso svuotava la morte della sua tragicità, perché ne faceva una tappa marginale della storia dell’individuo totalmente assimilato alla causa, sacrificato al trionfo dell’idea. Quest’“eclissi della morte” è culminata nella figura della “morte rovesciata”, espulsa dallo svolgersi della vita, che sembra non sopportare le interruzioni e i silenzi. La morte, quando non può esser taciuta, viene trasformata in spettacolo, in modo che ne sia esorcizzato il pungolo doloroso. È il trionfo della maschera a scapito della verità: scompaiono i segni del lutto; la rassicurazione evasiva e consolatoria sembra averla vinta su tutti i fronti rispetto alla serietà tragica dell’interruzione senza riparo. Eppure, nelle inquietudini del nostro presente, pare profilarsi una “nostalgia di perfetta e consumata giustizia” (Max Horkheimer), una sorta di ricerca del senso perduto, ultimo e più forte della morte. Non si tratta di un’operazione soltanto emotiva, ma di uno sforzo di ritrovare il senso al di là del naufragio: “restituer la mort” (Ghislain Lafont) diventa un compito, che ci sfida tutti.
In questa ripresa della domanda sulla morte, trova nuovo spazio anche l’interrogativo sulla vita e il suo oltre: la morte è il “vallo estremo” o è la sentinella del futuro assoluto, decisivo per le scelte del vivere, anche se non deducibile dal nostro presente? L’interrogativo compendia l’enigma della condizione umana. La fede cristiana, che ha plasmato le culture dell’Occidente e non solo esse, pone dinanzi a quest’enigma un annuncio paradossale: Dio ha fatto sua la morte per dare a noi la vita. C’è una morte, in cui si è consumata la morte della morte: è il morire del Figlio di Dio nella tenebra del Venerdì Santo e nella luce del Suo risorgere alla vita. Nell’evento della morte in Dio avvenuta sulla Croce è rivelato agli occhi della fede il senso ultimo del vivere e del morire umano. Ad esso si volge la ricerca di una via, che faccia non solo della vita il cammino responsabile dell’imparare a morire, ma anche della morte il “dies natalis”, la porta misteriosa del nascere al di là della vita. Un pensatore del calibro di Hans Georg Gadamer ha potuto perciò affermare: “Che Dio abbia fatto sua la morte è quanto di più grande la mente umana abbia mai concepito, e questo le è stato donato”. L’uscita di Dio da sé, l’“exitus a Deo” del Figlio venuto nella carne, culmina nell’evento della Sua morte, rivelata nella sua profondità abissale dall’altra “trasgressione” divina, la resurrezione, il “reditus ad Deum”, in cui la morte è stata ingoiata per la vittoria (cf. 1 Cor 15,54). Fra queste due soglie, che spezzano il cerchio della vita chiusa nel silenzio del nulla, la morte del Figlio si presenta come l’evento al tempo stesso di un supremo abbandono e di una comunione suprema: nel supremo abbandono l’Eterno ha fatto sua l’esperienza della caducità dell’esistere e l’ha assunta in una comunione più grande, quella per la quale il Dio Crocifisso si abbandona a Colui che l’abbandona. La Croce rivela così la possibilità di vivere la lontananza più alta come profondissima vicinanza: “Padre, nelle tue mani affido il mio spirito” (Lc 23,46). Morire in Dio diventa l’evento per il quale la persona, consegnata al supremo abbandono, accetta con Cristo e per Lui di vivere la morte come offerta totale di sé, in un atto di povertà e di obbedienza pura: morire è “abbandonarsi” nel seno di Dio, lasciando che tutto si trasfiguri in Colui che ci accoglie. Lo esprime con rara efficacia la parola poetica: “Portami via per mano ad occhi chiusi / senza un addio che mi trattenga ancora / tra quanti amai, tra le piccole cose / che mi fecero vivo. / Non credevo, Signore, tanto profondo fosse / questo sfiorarsi d’ombre, questo lieve / alitarsi la vita nello specchio / fragile di uno sguardo, / né pensavo che il mondo / divenisse, abbuiando, così acceso / di impensate bellezze” (Renzo Barsacchi, Le notti di Nicodemo). L’audacia divina rende possibile la suprema trasgressione dell’uomo: la vittoria sulla morte. Una vittoria che, certo, resta immersa nel silenzio e nell’oscurità della fede, e che tuttavia apre all’esperienza di un possibile, impossibile amore, fondato sul rapporto con il Trascendente, sul Suo eterno e fedele venire a ciascuno, chiamandolo a sua volta ad andare verso di Lui nella vita, come nella morte. Affacciarsi su quest’ultima sponda equivale a poter trasgredire la soglia in Dio e con Lui. Una soglia che diventa misura di opere e giorni, in cui la morte sia vinta grazie a sempre nuove scelte d’amore. Una sfida per tutti. Una possibile promessa, su cui vale la pena di riflettere insieme, credenti e non credenti, per cogliere in tutta la sua radicalità la dignità della vita personale, senza pregiudizi e senza alibi, liberi dalla paura.

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