Archive pour octobre, 2013

LA VERGINE NELLA MORTE E RISURREZIONE DI GESÙ

http://www.stpauls.it/madre/0708md/0708md12.htm

CRONACHE APOCRIFE DI MARIA DI NAZARETH

 DI SIMONE MORENO

LA VERGINE NELLA MORTE E RISURREZIONE DI GESÙ

Tra i rari testi apocrifi che raccontano l’esperienza di Maria alla morte e risurrezione del suo figlio, occupa il primo posto la narrazione de Il Vangelo segreto di Maria, non privo di spunti teologici.
 Dei sette quadri, che compongono la narrazione apocrifa della vita della Vergine, indubbiamente il sesto (« Maria nella passione e risurrezione di Gesù ») è il più povero di riferimenti; più esattamente, l’apporto in notizie e contenuti sulla parte di vita della Madonna che riguarda i fatti della passione e morte del Signore è pressoché inesistente, mentre più consistenti sono gli accenni all’evento della risurrezione e ai giorni che seguirono, fino all’ascensione di Gesù al cielo.
Ma, del resto, i Vangeli canonici al riguardo non ci dicono molto di più.

Il dolore di Maria per la morte del figlio
Abbiamo ricordato, la scorsa volta, che, per trovare qualche riferimento alla parte avuta dalla madre di Gesù nella passione e morte del Signore, dobbiamo cercare tra le « rivelazioni apocrife » di tempi a noi più vicini: ossia a Il Vangelo segreto di Maria, di cui fu scoperto un manoscritto solo nel 1884, ma che era già noto ai primi Padri della Chiesa, nel quale sono narrati aspetti inediti della vita di Gesù e si raccolgono le esperienze più segrete della sua santa madre. Riportiamo un altro stralcio del racconto di questo libro tardo-apocrifo, dal capitolo « In piedi, accanto alla croce » (Il Vangelo segreto di Maria, pp. 187-229, San Paolo, 2001). È Maria stessa che narra all’apostolo Giovanni l’intensità drammatica con la quale ha vissuto i giorni della passione e morte di Gesù.
«Con quella sensibilità che mi proveniva dalla comunione piena con lui, avvertivo che qualsiasi cosa lo feriva, per cui gli dissi di sì [a Gesù che le dava Giovanni come figlio], lo rassicurai che da quel momento saresti stato mio figlio e che non avrei mai smesso di amarti e di prendermi cura di te, come avevo fatto con lui. Glielo dissi senza parlare, ma lui lo capì immediatamente. Emise un profondo respiro, come sollevato. Era venuto per rendervi i suoi fratelli. Aveva già ottenuto che chiamaste « Padre » suo Padre. Tuttavia, perché la fratellanza fosse completa, era necessario che condivideste anche la madre. Pertanto, come il Padre vi accettava come figli, proprio attraverso il sacrificio volontario del suo unico figlio, altrettanto doveva fare la madre. Ed era il figlio adorato a chiederglielo [...].
«Poco dopo, levò gli occhi al cielo e poi mi guardò. « Tutto è compiuto », mi disse. E, chinato il capo, affidò definitivamente il suo spirito nelle mani del Padre.
«Non so come spiegarti ciò che provai, Giovanni, perché io stessa ne rimasi stupita. Fu come se mi levassero un peso di dosso; un peso che non volevo perdere, perché quel peso era la sua vita, e senza la sua vita sicuramente non potevo continuare a vivere. Tuttavia, mi sentii completamente liberata da un carico. E, mentre voi eravate in preda allo sconforto e le mie compagne, soprattutto Maria Maddalena, cadevano a terra e gridavano torcendosi le mani per il dolore e si strappavano i capelli per la disperazione, io ero serena.
«Ero preoccupata e mi rimproveravo di non essere distrutta, disperata. Mio figlio era appena morto ed io ero triste, indubbiamente, ma non riuscivo a sentirmi in preda allo sconforto, non potevo. Per me era terribile vederlo lì appeso al legno, ridotto un cencio, sfigurato, torturato in modo indicibile, con la ferita della lancia che grondava ancora sangue e con la fronte e il volto sudici di fango e con i coaguli che, a goccioloni, cadevano dalle ferite prodotte sul capo dalla corona di spine. Ma non è che non soffrissi o non sentissi dolore; ma non potevo sprofondare nel pozzo senza fondo in cui tu e le mie compagne eravate sommersi [...].
«E così ebbi di nuovo Gesù tra le mie braccia. Era morto. Abbracciavo il suo corpo e baciavo dolcemente il suo viso, ma non riuscivo ancora a piangere. Gli chiusi come potei gli occhi, quegli occhi che avevo aperto alla vita e posai un ultimo bacio sulle palpebre e sulla fronte [...]».
Dopo che ebbero deposto Gesù nel sepolcro, Nicodemo e sua moglie accompagnarono Maria con grande premura nella loro casa.
«Avvertii tuttavia che Dio si faceva presente in me, poco a poco, dolcemente. Con amore di sposo, mi tranquillizzava. Allora ricordai che mio figlio mi aveva ripetuto che sarebbe risuscitato e, quindi, doveva essere vivo in qualche luogo a me sconosciuto e che impediva che lo sentissi vicino a me come prima; ma era vivo, in qualche modo lo era ancora, perché non sentivo che era morto. E per questo, nonostante tutto ciò che avevo visto, non ero sprofondata in quell’abisso di dolore e di disperazione in cui eravate caduti tutti voi» (pp. 219-225).

Cristo risorto appare anzitutto alla madre
Segue quindi il racconto della Vergine che testimonia la prima apparizione di Gesù risorto a lei, prima ancora che alla Maddalena e ai suoi discepoli.
«Pregando e piangendo, in ginocchio accanto al letto, mi riaddormentai. Ricordo soltanto che, come trentaquattro anni prima [nell’annunciazione], avvertii improvvisamente che c’era qualcuno nella stanza e mi svegliai di soprassalto. Era notte fonda e, tuttavia, avevo la sensazione che una luce straordinaria brillasse intorno a me, anche se tutto continuava ad essere al buio. Allora lo vidi. Non ebbi bisogno di chiedere chi fosse. Non ebbi il minimo dubbio. Era lì ed era lui, in attesa che mi destassi, vegliando il mio sonno. « Figlio! », gridai; e mi buttai tra le sue braccia. « Madre! – mi disse, mentre passava la mano sui miei capelli in disordine – sta’ tranquilla. È finito tutto. Sono di nuovo qui, con te ». Allora mi baciò. Ti assicuro, Giovanni, che era lui, che erano le sue braccia, i suoi baci, la sua voce, il suo sguardo.
« »Abbiamo vinto, madre. Finalmente il Maligno è stato sconfitto. Finalmente la morte è stata eliminata. La vittoria è nostra ed è definitiva. Tu pure vi hai partecipato [...], accanto alla croce, piena di fede e di speranza. Questo sarà il tuo compito eterno: essere madre di tutti, educatrice di tutti, consolatrice di tutti, mediatrice di tutti ». « Di tutti, figlio? » ricordo che gli domandai un po’ stupita. « Sì, di tutti, – mi rispose – perché non sono venuto a salvare quelli che erano già salvi, ma coloro che erano perduti. Di tutti, compresi i miei peggiori nemici, di coloro che mi hanno ucciso. Sei madre di tutti, anche di coloro che non mi conoscono e di coloro che mi disprezzano. Sono morto per tutti, tutti amo e redimo. E tu non puoi escludere dal tuo cuore coloro che io accetto [...]« .
«Restammo ancora insieme per molto tempo, seduti tutti e due sul letto, abbracciandoci e con le mani nelle mani. Quando già cominciava ad albeggiare, si congedò da me. « Vado da Maddalena e dalle altre » – mi disse –. E mi diede un lungo e definitivo abbraccio e un ultimo bacio. Poi se ne andò come era venuto, senza far rumore, senza essere notato» (pp. 227-229).
Nel capitolo successivo, intitolato: « L’ora dei miei figli », il racconto di Maria a Giovanni si sviluppa sullo schema della narrazione dei Vangeli canonici (Mt 28; Mc 16; Lc 24; Gv 20-21), mettendo in evidenza – a differenza dei Vangeli che lo ignorano – il fatto che la madre di Gesù fosse sempre presente alle apparizioni di Cristo ai suoi discepoli.
Maria ricorda di non essere stata invece presente al momento dell’ascensione del Signore; ricostruendo peraltro il momento dolcissimo del suo incontro con il figlio, prima che se ne andasse per sempre da questo mondo: «La sera prima della sua partenza [per ascendere al cielo], me ne stavo tranquilla nella casa [di Lazzaro], da sola, come cercavo sempre di fare, per raccogliermi in preghiera e godere della comunicazione spirituale con lui che ora non si interrompeva mai, quando notai che la sua vicinanza si intensificava e, aprendo gli occhi, lo vidi di nuovo accanto a me. Sorrideva, ma seppi subito che doveva darmi una triste notizia: « È arrivata l’ora di andare, madre, – mi disse –; ma non essere triste, torneremo a vederci presto. Vorrei portarti con me subito, ma hai una missione da compiere e per ora sei necessaria qui in terra »» (p. 235.
A ragione, alla voce « Apocrifi » del Nuovo Dizionario di Mariologia, Elio Peretto può scrivere che per i Vangeli apocrifi «non priva d’interesse teologico è l’alba del giorno della risurrezione». E spiega: «I Vangeli canonici non parlano di apparizioni di Gesù alla madre. Per visione oculare o per comunicazione orale sanno che Gesù è risorto Maria Maddalena, le altre donne recatesi al sepolcro, alcuni apostoli e poi alla sera tutto il gruppo dei discepoli. La Vergine non è ricordata tra questi privilegiati.
«Parlano invece dell’apparizione di Gesù alla madre il Vangelo di Bartolomeo e quello di Gamaliele in contesti dove cristologia ed ecclesiologia si intersecano e, nonostante le puntualizzazioni dei testi canonici (cf Gv 20, 1-18), a Maria è riconosciuto un ruolo superiore a quello di Pietro e della Maddalena. È lei la prima persona alla quale Gesù si manifesta dopo la risurrezione, e riceve l’invito di comunicare agli apostoli il prodigio (cf Vangelo di Bartolomeo, 8; Vangelo di Gamaliele VI, 17).
Inoltre, «con sorprendente chiarezza, da alcuni passaggi del Transito romano (ma come riflesso di At 1, 14) Maria è designata madre degli apostoli e della Chiesa nascente, là dove Giovanni la proclama sorella divenuta madre dei Dodici, madre dei salvati (cf capp. 16.18). La risposta della Madonna a tale apprezzamento ha il suo punto discriminante nella dichiarazione: « Ecco che si sono raccolti (gli Apostoli) ed io mi trovo in mezzo a loro come vite fruttifera, come quando ero con te e tu, [=Gesù], eri quale vite in mezzo ai tuoi angeli » (cap. 29)».
Tale testo, «piuttosto tardivo, delinea con sufficiente precisione il ruolo di Maria in seno alla Chiesa nascente e la coscienza che ha di continuare l’opera del Figlio in veste di madre dei credenti. Tratto caratteristico del Vangelo di Bartolomeo è il rapporto confidenziale che si stabilisce, dopo un primo momento di esitazione, tra Maria e il gruppo dei discepoli» (Nuovo dizionario di mariologia, San Paolo 1986, p. 120s.).

Simone Moreno

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ECOLOGIA: UNA DEFINIZIONE IN TRE PUNTI

http://www.zenit.org/it/articles/ecologia-una-definizione-in-tre-punti

ECOLOGIA: UNA DEFINIZIONE IN TRE PUNTI

Per il Glossario di Bioetica, è lo «studio della casa» o cura dell’ambiente in cui viviamo, che può essere basata sulla paura per la sopravvivenza. Esiste anche l’ecologia della gravidanza

Roma, 15 Ottobre 2013 (Zenit.org) Carlo Bellieni

Ecologia: Significa «studio della casa», dunque cura dell’ambiente in cui viviamo. Si può avere un’ecologia basata sulla paura per la sopravvivenza e un’ecologia basata sulla valorizzazione di ogni particolare della creazione. L’ecologia della gravidanza è la cura ambientale dovuta al feto nella sua prima casa, l’utero.

Realismo
Possiamo distinguere una macroecologia e una microecologia. La prima riguarda l’ambiente-terra o l’ambiente-città; la seconda riguarda l’ambiente più ristretto della casa o –nel caso del bambino non ancora nato – del corpo materno. Esiste un’ecologia negativa, che pensa di preservare l’ambiente «perché le scorte terminano», e si basa unicamente sulla paura; e un’ecologia positiva che pensa di preservare l’ambiente «perché tutto ha un’utilità in sé» e non va sciupato, sfruttato insensatamente o trattato senza rispetto.

La ragione
Perché l’ecologia interessa la bioetica? Perché la bioetica si interessa della vita e un attacco alla sostenibilità della vita è un attacco in sé immorale, basti pensare al fenomeno inquinamento come gesto di violenza verso l’intera natura e verso la singola persona. Dato che la bioetica si interessa spesso di diritto alla vita e diritto alla salute, bisogna ricordare come influisce sulla fertilità tutta la serie di inquinanti che ci circonda.  A questi attacchi, la morale corrente risponde non con la prevenzione –armonia e salute – ma con la medicina per curare le conseguenze spesso con scarsi risultati e a caro prezzo; e con l’abbandono dell’individuo che si ritrova a “scegliere” tra una vita dura e le scelte mediche di cui sopra. L’ecologia dice invece che si deve prevenire, e la migliore prevenzione è affidarsi all’armonia e alla salute della natura.
Cos’è l’ecologia prenatale? È in primis l’ armonia dell’ambiente uterino che deve essere rispettato evitando le manipolazioni sui primi stadi della vita, che possono determinare alterazioni a livello epigenetico, cioè del modo in cui si esprimono i geni del DNA. L’ambiente in cui avviene il concepimento è un ambiente delicato e fragile e ogni ingresso esterno può essere rischioso. Ecologia prenatale significa anche preservare la donna dal contatto con inquinanti che ne possono mettere a rischio la fertilità, quali solventi, plastiche, insetticidi, metalli pesanti, lavori stressanti, usuranti e faticosi. In terzo luogo, significa preservare il feto da sostanze che la madre può in buona fede assumere ma che possono danneggiarlo gravemente, quali alcol, droghe, tabacco.

Il sentimento
Abbiamo la responsabilità di curare ciò che ci circonda, perché ne riconosciamo il senso e la bellezza magari nascosta o oltraggiata. Per questo non si può accettare un ingresso falloso nel mondo naturale, con un eccesso di tecnologia che in fondo non sa che danni può provocare. Il mondo prenatale poi è stato la nostra prima casa e guardare in questo modo lo sviluppo della vita ha un maggior valore educativo e un maggior impatto a difesa della vita, di tanti discorsi che mostrano il negativo e cercano di sradicarlo.

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Papa Callisto I

Papa Callisto I dans immagini sacre CalixtusI

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15 OTTOBRE: SANTA TERESA D’AVILA – PENSIERI SULL’AMOR DI DIO

http://www.carmelitane.com/libri/TeresaAvila/PENSIERI/PENSIERIcap1.htm

15 OTTOBRE: SANTA TERESA D’AVILA

PENSIERI SULL’AMOR DI DIO

(libro completo:
http://www.carmelitane.com/libri/TeresaAvila/PENSIERI/INDICE.htm)

PROLOGO

1. Osservando le misericordie di nostro Signore verso le anime da lui condotte in questi monasteri della Regola primitiva di nostra Signora del Monte Carmelo, che egli si compiacque di far istituire, ho visto che ad alcune in particolare concede molte grazie. Solo le anime che sentono il bisogno di trovare qualcuno che spieghi loro ciò che passa fra l’anima e Dio potranno capire quanto si soffra nel non averne l’intelligibilità. A me il Signore, da qualche anno a questa parte, ha fatto provare una grande consolazione tutte le volte che odo o leggo alcune parole del Cantico dei Cantici di Salomone, al punto che – senza intendere chiaramente il significato del latino tradotto in volgare – mi sento raccogliere e commuovere l’anima più che dalla lettura di libri assai devoti che comprendo pienamente. Ciò mi avviene quasi sempre, mentre prima, neanche se cercavano di chiarirmi il senso di quelle parole in volgare riuscivo a capirne di più…
2. Da quasi due anni, poco più o poco meno, mi sembra che il Signore mi faccia arrivare a cogliere qualcosa del senso di certe parole rispondenti al mio scopo; credo, pertanto, che serviranno di consolazione alle consorelle che nostro Signore conduce per questo cammino e anche a me stessa. Spesso il Signore mi ha fatto intendere una quantità di significati che desideravo non dimenticare mai; ciò nonostante, non osavo mettere nulla per iscritto.
3. Ora, seguendo il consiglio di persone a cui devo obbedienza, scriverò qualcosa di ciò che il Signore mi rivela circa il significato racchiuso nelle parole di cui la mia anima gode tanto, e ciò ai fini del cammino dell’orazione per il quale, come ho detto, egli conduce le consorelle di questi monasteri, che sono figlie mie. Se lo scritto sarà tale da meritare che lo leggiate, accettate questo povero piccolo dono da parte di chi vi augura, come a se stessa, tutti i doni dello Spirito santo, nel cui nome io lo comincio. Piaccia alla divina Maestà che vi riesca…

CAPITOLO 1

Tratta della venerazione con cui devono esser lette le sacre Scritture e della difficoltà che hanno le donne d’intenderle, in particolare il «Cantico dei Cantici».

Mi baci il Signore con il bacio della sua bocca, perché le tue mammelle sono migliori del vino, eccetera (Ct 1,1).

1. Ha colpito molto la mia attenzione il fatto che qui – a quanto è dato capire – sembra che l’anima stia parlando con una persona e chieda la pace ad un’altra, perché dice: Mi baci con il bacio della sua bocca; poi, rivolgendosi a colui con il quale sembra intrattenersi, aggiunge: Le tue mammelle sono migliori. Non capisco come ciò sia, e godo molto di non capirlo. Infatti, figlie mie, non c’è dubbio che l’anima non deve ammirare tanto – né la inducono a farlo, né le ispirano rispetto per il suo Dio – le cose che qui sembra di poter intendere con il nostro povero intelletto, quanto quelle che in nessun modo si riesce a comprendere. Pertanto, vi raccomando caldamente, se leggerete un libro, ascolterete un sermone o penserete ai misteri della nostra santa fede, di non stancarvi né di sforzare la mente a sottilizzare su ciò che non potete intendere con facilità; molte cose non sono alla portata delle donne e neanche a quella degli uomini.
2. Quando il Signore vuol darcene l’intelligenza, lo fa senza che vi sia alcuno sforzo da parte nostra. Dico questo per noi donne e per quegli uomini che non hanno il compito di sostenere la verità con l’aiuto della loro dottrina; quelli invece che il Signore incarica di illustrarcela, è evidente che devono applicarsi ad approfondirla e che da ciò traggono un grande vantaggio. Noi pertanto dobbiamo accettare con semplicità ciò di cui il Signore ci fa dono e non affaticarci a cercare quello che non ci dà, ma piuttosto rallegrarci di pensare d’avere un Dio e un Signore così grande, che una sua sola parola racchiude in sé mille misteri di cui non comprendiamo neppure il principio. Se il testo fosse in latino, ebraico o greco, non vi sarebbe motivo di meraviglia, ma si tratta di un testo in volgare; eppure quante cose vi sono nei Salmi del glorioso re Davide che, pur tradotte nella nostra lingua, ci restano così oscure come in latino! Pertanto, guardatevi sempre dal logorarvi la mente e sfinirvi dietro a queste cose: alle donne non è necessario più di quanto comporti la loro intelligenza. Anche solo con questo, Dio le favorirà della sua grazia. Quando Sua Maestà vorrà farcele comprendere, ne penetreremo il senso senza alcuna attenzione o fatica da parte nostra. Quanto al resto, umiliamoci e – come ho detto – rallegriamoci di avere un Dio così grande che le sue parole, anche dette nella nostra lingua, ci riescono incomprensibili.
3. Vi sembrerà forse che certe cose del Cantico dei Cantici si sarebbero potute dire in altro modo. Non me ne meraviglierei, considerata la nostra grossolanità; ho anche sentito dire da alcune persone che evitavano di ascoltarle. Oh, Dio mio, quanto è grande la nostra miseria! Ci accade come a quegli animali velenosi che trasformano in veleno tutto ciò che mangiano: da così grandi grazie come son quelle che qui il Signore ci concede nel farci conoscere quel che prova un’anima che lo ama, mentre egli ci incoraggia a trattenerci in colloquio e a gioire con lui, non sappiamo trarre altro che paure e dare alle sue parole significati che riflettono la debolezza del nostro amore per il Signore.
4. Oh, quanto ci serviamo male, Signor mio, di tutti i benefici che ci avete concesso! Vostra Maestà cerca ogni sorta di mezzi e di espedienti, per dimostrarci l’amore che ci porta; e noi, sprovvisti come siamo dell’esperienza di amarvi, ne facciamo così poco conto che, proprio per questa mancanza d’esercizio, i nostri pensieri se ne vanno dove sono soliti andare, non preoccupandoci di approfondire i grandi misteri racchiusi in un linguaggio di cui si serve lo Spirito santo. Che cosa poteva egli fare di più per accenderci di amore verso di lui e indurci a pensare che non senza una profonda ragione fu mosso a parlare così?
5. Ricordo di aver ascoltato una predica bellissima tenuta da un religioso, il cui argomento principale erano le gioie che la sposa trova nel suo rapporto con Dio. E siccome trattava d’amore – né poteva essere altrimenti, perché era la predica del mandato – ci furono tante risa e le sue parole furono così mal interpretate, che io ne rimasi meravigliata. È evidente che tutto dipende da quel che ho detto: ci esercitiamo così male nell’amore di Dio che ci sembra impossibile un tale rapporto dell’anima con lui. Ma io conosco alcune persone che, allo stesso modo in cui queste altre non traevano dalla predica alcun vantaggio – certamente perché non la capivano e senza dubbio pensavano che il religioso dicesse cose di testa sua –, ne hanno ricavato così grandi vantaggi, così grandi gioie, così gran sicurezza da ogni timore, che assai spesso sentono di dover rendere particolari lodi a nostro Signore per aver egli lasciato un salutare rimedio alle anime che lo amano per davvero, capiscono e vedono che Dio può abbassarsi fino a quel punto. E, se prima la loro esperienza non era sufficiente per bandire la loro paura quando il Signore le favoriva di grandi grazie, ora con quelle parole si sentono più tranquille.
6. So di una persona che ha trascorso vari anni con molti timori, senza che nulla potesse rassicurarla, finché piacque al Signore che udisse alcuni passi del Cantico dei Cantici, dai quali comprese che la sua anima era sulla buona strada. Si rese conto infatti – ripeto – di come sia possibile che l’anima innamorata del suo Sposo provi, nel suo rapporto con lui, tutte quelle ebbrezze, quei deliqui, quelle morti, quelle angosce, gioie, consolazioni, dopo aver lasciato, per amor suo, tutti i piaceri del mondo ed essersi totalmente rimessa e abbandonata fra le sue mani, non solo a parole – come accade ad alcuni – ma con assoluta sincerità, confermata dai fatti. Oh, che eccellente retributore è Dio, figlie mie! Avete un Signore e uno Sposo al quale non sfugge nulla, che tutto vede e intende. Anche se si tratta di cose assai piccole, non tralasciate pertanto, sorelle mie, di fare per amor suo tutto quello che potrete; egli non guarderà se non all’amore con cui lo avrete fatto.
7. Concludo, dunque, con questo consiglio: che mai, imbattendovi in cose della sacra Scrittura o dei misteri della nostra fede che non capite, vi soffermiate in esse più di quanto vi ho detto, né mai vi meravigliate, quasi fossero esagerate, delle parole d’amore che Dio rivolge all’anima. L’amore che egli ha nutrito e nutre ancora per noi è quanto mi sorprende di più e mi fa perdere il senno, nonostante quello che siamo. Poiché esiste un tale amore, mi rendo perfettamente conto che non c’è esagerazione nelle parole con cui Dio manifesta quello che ha dimostrato ancor più intensamente con le opere. Giunte a questo punto, vi prego, per amor mio, che vi soffermiate un po’ a pensare all’amore che il Signore ci ha dimostrato e a quanto ha fatto per noi, riconoscendo chiaramente come un amore così potente e forte da averlo indotto a soffrire tanto non si sia potuto manifestare se non con parole sorprendenti.
8. Tornando ora a quello che avevo cominciato a dire, in queste parole devono racchiudersi grandi cose e profondi misteri. Sono certamente di tale valore che alcuni teologi, da me pregati di spiegarmi che cosa abbia voluto dire lo Spirito santo e quale fosse il vero significato di quelle sue parole, mi hanno risposto che gli studiosi ne hanno tentato molte interpretazioni e, ciò malgrado, ancora non sono riusciti a dar loro il senso che realmente hanno. Stando così le cose, vi sembrerà che sia molto superba, poiché voglio darvene qualche spiegazione; ma, per poco umile che io sia, non ho la pretesa di darvene il senso esatto. Mio unico intento è questo: siccome godo di quel che il Signore mi fa capire, quando ascolto qualche passo del Cantico dei Cantici, così credo di procurare anche a voi la stessa gioia nel manifestarvelo. Se, poi, la mia spiegazione non risponde al senso che le parole hanno, io le interpreto così, e credo che, non allontanandosi dall’insegnamento della Chiesa e dei santi (per questo, prima che voi vediate il mio scritto, esso sarà esaminato attentamente da teologi, competenti in materia), il Signore ce ne dia il permesso, come, quando pensiamo alla sua passione, ci consente di immaginare maggiori particolari – circa le pene e i tormenti che in essa egli ebbe a soffrire – di quelli descritti dagli evangelisti. E, non lasciandoci guidare dalla curiosità, come ho detto all’inizio, ma solo accettando quel che Sua Maestà ci fa intendere, sono sicura che non gli rincresce la consolazione e il diletto che noi cerchiamo nelle sue parole e nelle sue opere, allo stesso modo in cui si allieterebbe e si compiacerebbe un re se, amando un pastorello che gli andasse a genio, lo vedesse contemplare il broccato delle sue vesti chiedendosi che cosa sia e come sia stato fatto. Molto meno a noi donne dovrà essere impedito di godere delle ricchezze del Signore. Discuterle e insegnarle, convinte d’indovinarne il senso, senza consultare i teologi, questo, sì, ci è proibito. Pertanto, non pretendo scrivere qui qualcosa di esatto (il Signore lo sa bene), ma, come questo pastorello di cui ho parlato, è per me una consolazione offrire a voi, quali figlie mie, le mie meditazioni, siano pur insieme a molte sciocchezze. Incomincio, dunque, con l’aiuto di questo divino mio Re e con il permesso del mio confessore. Piaccia al Signore che, come mi ha concesso di riuscire in altre cose che vi ho detto (forse è stata Sua Maestà stessa a dirle per mezzo mio, essendo scritti indirizzati a voi), io riesca anche ora a farlo. Del resto, se non dovesse essere così, ritengo ugualmente come bene impiegato il tempo speso nello scrivere e nell’occupare la mia mente in una materia talmente divina che non ero neppure degna d’udirne parlare.
9. Nel testo citato all’inizio mi sembra che la sposa si rivolga a una terza persona, che è poi la stessa di cui parla. Con ciò fa capire che in Cristo ci sono due nature, una divina e un’altra umana. Su questo argomento non mi soffermo, perché il mio proposito è parlare soltanto di ciò che mi sembra possa riuscire utile a noi che pratichiamo l’orazione, anche se tutto giova a incoraggiare e a destare l’ammirazione di un’anima che ama ardentemente il Signore. Sua Maestà sa bene che, pur se a volte io abbia udito la spiegazione di alcune di queste parole o se me l’abbiano data dietro mia richiesta, il che è accaduto di rado, con la mia cattiva memoria non ricordo più nulla. Pertanto non potrò dire se non quello che il Signore m’insegnerà e che avrà relazione con il mio argomento. E di queste parole: Mi baci col bacio di sua bocca, che danno inizio al Cantico non ricordo d’avere udito mai alcuna spiegazione.
Mi baci con il bacio della sua bocca.
10. Oh, che parole queste, mio Signore e mio Dio, per essere dette da un verme al suo Creatore! Siate benedetto, Signore, che ci istruite in tanti modi! Ma chi oserà, mio Re, dirle, se voi non glielo permetterete? Sono parole che riempiono di stupore, pertanto stupirà il fatto che osi porle sulla bocca di qualcuno. Si dirà che sono un’ignorante, che tali parole non vogliono dire questo, che esse hanno molti significati, che è evidente che non possiamo rivolgerle a Dio, pertanto sarebbe bene che la gente semplice non le leggesse. Ammetto pure che abbiano molti significati, ma l’anima accesa da un amore che la fa uscire di senno, non ne accetta altri e non vuol dire se non queste parole, visto che il Signore non gliene toglie la possibilità. Dio mio! Ma che cosa ci fa meravigliare? La realtà non è forse più strabiliante? Non ci accostiamo forse al santissimo Sacramento? Io pensavo appunto  se la sposa non chiedesse qui questa grazia che Gesù Cristo ci ha concesso dopo. Ho pensato anche se ella chiedesse quell’intima unione che consiste nel farsi Dio uomo, quell’amicizia che egli strinse con il genere umano, perché è evidente che il bacio è segno di pace e di grande amicizia fra due persone. Il Signore ci aiuti a capire quante specie di pace vi siano!
11. Prima di andare avanti voglio dire una cosa che, a mio parere, è degna di nota anche se sarebbe meglio dirla in altro luogo, ma lo faccio ora per non dimenticarla. Sono convinta che ci sono molte persone che si accostano al santissimo Sacramento (e Dio voglia che m’inganni!) con gravi peccati mortali. Se esse udissero un’anima, morta d’amore per il suo Dio, servirsi di queste parole, ne resterebbero sbigottite e la considererebbero una grande temerità. Per lo meno sono sicura ch’esse non le diranno mai. Tali parole, infatti, e altre simili che si trovano nel Cantico, sono dettate dall’amore, e poiché esse ne sono prive, potranno ben leggere il Cantico ogni giorno, ma non se ne serviranno mai e non oseranno neanche pronunziarle a fior di labbra. Veramente ispira timore persino l’udirle, tanta è la maestà che hanno in sé. Voi, mio Signore, l’avete ben grande nel santissimo Sacramento, senonché, siccome la fede di tali persone non è viva, ma è morta, vedendovi così umile sotto le specie del pane, e non udendovi parlare loro, perché esse non meritano di ascoltarvi, osano comportarsi come fanno.
12. Certo queste parole, prese alla lettera, sarebbero veramente tali da spaventare se chi le dice fosse pienamente padrone di sé, ma a colui che il vostro amore ha tratto fuori di sé, voi, Signore, perdonate che dica questo e anche altro, benché sia una temerità. Io dico, mio Signore, che se il bacio significa pace e amicizia, perché le anime non dovrebbero chiedervi di accordarle loro? Quale preghiera migliore possiamo rivolgervi se non quella che vi faccio ora, mio Signore, di darmi questa pace con il bacio della vostra bocca? Questa, figlie mie, è una richiesta straordinaria, come vi mostrerò in seguito.

Publié dans:Santi, santi scritti |on 14 octobre, 2013 |Pas de commentaires »

LE CATACOMBE CRISTIANE

http://www.vatican.va/roman_curia/pontifical_commissions/archeo/documents/rc_com_archeo_doc_20011010_cataccrist_it.html#Origini

(metto solo: Origini delle Catacombe, molte immagini ed il resto degli studi sul sito)

LE CATACOMBE CRISTIANE

Origini delle catacombe
Caratteristiche delle catacombe
Catacombe in Italia e nel mondo
L’arte delle catacombe
Le catacombe e la Madre di Dio
Il buon Pastore nelle catacombe
I martiri delle catacombe
Le catacombe e i Padri della Chiesa
I pontefici restaurano le catacombe

Origini delle catacombe. Le catacombe nascono a Roma tra la fine del II e gli inizi del III secolo d.C., con il pontificato del papa Zefìrino (199-217) che affidò al diacono Callisto, il quale diverrà papa (217-222), il compito di sovrintendere al cimitero della Via Appia, dove saranno seppelliti i più importanti pontefici del III secolo. L’uso di seppellire i defunti in ambienti sotterranei era noto già agli etruschi, ai giudei e ai romani, ma con il cristianesimo nacquero dei sepolcreti ipogei molto più complessi ed ampi, per accogliere in un’unica necropoli tutta la comunità. Il termine antico per designare questi monumenti è coemeterium, che deriva dal greco e significa « dormitorio », sottolineando con ciò il fatto che per i cristiani la sepoltura non è altro che un momento provvisorio, in attesa della resurrezione finale. Il termine catacomba, esteso a tutti i cimiteri cristiani, definiva, in antico, soltanto il complesso di S. Sebastiano sulla Via Appia.
Caratteristiche delle catacombe. Le catacombe sono, per lo più, scavate nel tufo o in altri terreni facilmente asportabili ma solidi, tanto da poter creare un’architettura negativa. Per questo le catacombe si trovano specialmente laddove ci sono terreni di tipo tufaceo e, cioè, nell’Italia centrale, in quella meridionale e in quella insulare. Le catacombe comportano la presenza di scale che conducono ad ambulacri chiamati, come nelle miniere, gallerie. Nelle pareti delle gallerie sono sistemati i “loculi”, ossia le sepolture dei cristiani ordinari realizzate nel senso della lunghezza; questi sepolcri sono chiusi con lastre di marmo o con mattoni. I loculi rappresentano il sistema sepolcrale più umile ed egualitario per rispettare il senso comunitario che animava i primi cristiani. Nelle catacombe si trovano, comunque, anche tombe più complesse, come gli arcosoli, che comportano lo scavo di un arco sulla cassa di tufo, e i cubicoli, che sono vere e proprie camere sepolcrali.
Catacombe in Italia e nel mondo. La maggior parte delle catacombe si trovano a Roma, tanto da raggiungere il numero di una sessantina, mentre altrettante se ne contano nel Lazio. In Italia, le catacombe si sviluppano specialmente nel meridione, dove la consistenza del terreno è più tenace e, allo stesso tempo, più duttile allo scavo. La catacomba situata più a settentrione è quella che si sviluppa nell’isola di Pianosa, mentre i cimiteri ipogei più a sud sono quelli dell’Africa settentrionale e specialmente ad Hadrumetum in Tunisia. Altre catacombe si trovano in Toscana (Chiusi), Umbria (presso Todi), Abruzzo (Amiterno, Aquila), Campania (Napoli), Puglia (Canosa), Basilicata (Venosa), Sicilia (Palermo, Siracusa, Marsala e Agrigento), Sardegna (Cagliari, S. Antioco).
L’arte delle catacombe. Nelle catacombe si sviluppa, sin dalla fine del II secolo, un’arte estremamente semplice, in parte narrativa e in parte simbolica. Le pitture, i mosaici, i rilievi dei sarcofagi, le arti minori rievocano le storie del Vecchio e del Nuovo Testamento, come per presentare gli esempi della salvezza del passato ai nuovi convertiti. È così che viene spesso rappresentato Giona salvato dal ventre della balena, dove il profeta era rimasto per tre giorni, con questo rievocando la resurrezione del Cristo.
Ma vengono anche rappresentati i giovani di Babilonia salvati dalle fiamme della fornace, Susanna salvata dalle insidie degli anziani, Noè scampato al diluvio, Daniele che rimane illeso nella fossa dei leoni.
Dal Nuovo Testamento si selezionano i miracoli di guarigione (il cieco, il paralitico, l’emorroissa) e di resurrezione (Lazzaro, il figlio della vedova di Naim, la figlia di Giairo), ma anche altri episodi, come il colloquio con la samaritana al pozzo e la moltiplicazione dei pani.
L’arte delle catacombe è anche un’arte simbolica, nel senso che vengono rappresentati con semplicità alcuni concetti difficili da esprimere. Per indicare il Cristo viene raffigurato un pesce, per significare la pace del paradiso si rappresenta una colomba, per esprimere la fermezza della fede si disegna un’ancora. Sulle lastre di chiusura dei loculi sono spesso incisi dei simboli di diverso significato. In qualche caso viene rappresentato un attrezzo relativo al mestiere svolto in vita dal defunto. Alcuni simboli, come i bicchieri, i pani, le anfore alludono ai pasti funebri consumati in onore dei defunti, i cosiddetti refrigeria. La maggior parte dei simboli vanno riferiti alla salvezza eterna, come la colomba, la palma, il pavone, la fenice e l’agnello.
Le catacombe e la Madre di Dio. Nelle catacombe romane si conserva la più antica immagine della Madonna, rappresentata in pittura nel cimitero di Priscilla sulla via Salaria. L’affresco, riferibile alla prima metà del III secolo, raffigura la Vergine con il Bambino sulle ginocchia dinanzi ad un profeta (forse Balaam, forse Isaia) che indica una stella, per alludere al vaticinio messianico. Nelle catacombe sono rappresentati altri episodi con la Madonna, come l’adorazione dei Magi e le scene di presepe, ma si ritiene che, precedentemente al concilio di Efeso, tutte queste raffigurazioni abbiamo un significato cristologico e non mariologico.
Il buon pastore nelle catacombe. Una delle immagini più rappresentate nell’arte delle catacombe è quella del buon pastore che, pur desumendo lo schema dalla cultura pagana, assume subito un significato cristologico, ispirandosi alla parabola della pecorella smarrita. Il Cristo viene, così, rappresentato come un umile pastore con una pecorella sulle spalle, mentre vigila un piccolo gregge, talvolta costituito da due sole pecore poste ai suoi fianchi.
I martiri delle catacombe. Nelle catacombe vennero sepolti i martiri uccisi durante le cruente persecuzioni volute dagli imperatori Decio, Valeriano e Diocleziano. Intorno alle tombe dei martiri si sviluppò, ben presto, una forma di culto da parte dei pellegrini che lasciavano i loro graffiti e le loro preghiere presso questi sepolcri eccezionali. I cristiani cercavano di sistemare le sepolture dei loro defunti il più vicino possibile alle tombe dei martiri perché si riteneva che anche in paradiso si sarebbe stabilita questa mistica vicinanza.
Le catacombe e i Padri della Chiesa. Tra la fine del IV e gli inizi del V secolo i padri della Chiesa descrissero le catacombe. Per primo, S. Girolamo racconta che quando era studente si recava, di domenica, a visitare le tombe degli apostoli e dei martiri. insieme ai suoi compagni di studio: “Entravamo nelle gallerie, scavate nelle viscere della terra… Rare luci, provenienti dal sopratterra attenuavano un poco le tenebre… Si procedeva adagio, un passo dietro l’altro, completamente avvolti nel buio”. Il poeta iberico Prudenzio ricorda, inoltre, che, nei primi anni del V secolo, molti pellegrini venivano dai dintorni di Roma e anche dalle regioni limitrofe per venerare la tomba del martire Ippolito, che era sepolto nelle catacombe della via Tiburtina.
I pontefici restaurano le catacombe. Nella seconda metà del IV secolo, il papa Damaso si pose alla ricerca delle tombe dei martiri dislocate nelle diverse catacombe di Roma. Ritrovati i sepolcri, li fece restaurare e fece incidere degli splendidi elogi in onore di quei primi campioni della fede. Nel VI secolo anche i papi Vigilio e Giovanni III restaurarono le catacombe dopo le incursioni dovute alla guerra greco-gotica. Anche in seguito, tra VIII e IX secolo, i pontefici Adriano I e Leone III ripristinarono i santuari martiriali delle catacombe romane. Dopo un lungo periodo di oblio, nel XVI secolo, la riscoperta di questi luoghi ipogei, offrì preziose testimonianze della genuina fede dei primi cristiani che vennero utilizzate dal movimento Controriformista. Infine, nel XIX il papa Pio IX istituì la Commissione di Archeologia Sacra per degnamente conservare e studiare i luoghi del cristianesimo primitivo.

Publié dans:CATACOMBE, Papa Benedetto XVI |on 14 octobre, 2013 |Pas de commentaires »

14 OTTOBRE: PAPA CALLISTO I (217-222)

http://www.ratzingerbenedettoxvi.com/callisto.htm

14 OTTOBRE: PAPA CALLISTO I (217-222)

Fonte: Wikipedia

Poco si sa di Callisto I, Papa all’incirca dal 217 al 222, durante il regno degli Imperatori Eliogabalo e Alessandro Severo. Il suo contemporaneo Sant’Ippolito ci dice che quando Callisto, un giovane schiavo cristiano, venne messo a capo di una banca dal suo padrone cristiano Carpoforo, egli perse i soldi depositati da altri cristiani. Scappò da Roma ma venne preso a bordo di una nave al largo di Portus. Per sfuggire alla cattura, saltò in mare, venne salvato e riportato da Carpoforo. Callisto venne rilasciato su richiesta dei creditori, che speravano di riuscire a recuperare parte dei soldi, ma venne nuovamente arrestato per aver lottato in una sinagoga, quando cercò di prendere a prestito dei soldi da alcuni ebrei. Denunciato come cristiano, Callisto venne condannato a lavorare nelle miniere della Sardegna.
Alla fine venne rilasciato con altri cristiani su richiesta di Marcia, amante dell’Imperatore Commodo. La sua salute era così indebolita che i suoi compagni cristiani lo mandarono ad Anzio per ristabilirsi e gli venne data una sovvenzione da Papa Vittore I. Callisto stabilì la pratica dell’assoluzione di tutti i peccati di cui ci si pente. Ippolito venne urtato in particolar modo dalla decisione di ammettere alla comunione quelli che si erano pentiti per assassinio, adulterio o fornicazione.
Un luogo sul quale aveva costruito un oratorio venne reclamato dai gestori di una taverna, ma l’Imperatore decise che l’adorazione di qualsiasi Dio era meglio di una taverna. Questo luogo si dice che sia all’origine di Santa Maria in Trastevere. In effetti la chiesa di San Callisto vi è molto vicina, e contiene un pozzo nel quale la leggenda vuole che il suo corpo venne gettato, e questa è probabilmente la chiesa che fece costruire, piuttosto che la famosa basilica.
È possiblie che Callisto sia stato martirizzato attorno al 222, forse durante una sollevazione popolare, ma la leggenda secondo la quale venne gettato nel pozzo non ha fondamento. Venne seppellito nel cimitero di Calepodio sulla Via Aurelia. Le sue reliquie vennero traslate nel IX secolo a Santa Maria in Trastevere.
Viene onorato come martire a Todi, il 14 agosto. San Callisto viene dipinto nell’arte con addosso una veste rossa e una tiara (simbolo del Papa); o mentre viene gettato in un pozzo con una pietra miliare al collo; spesso vicino a lui c’è una fontana.

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Fonte: Santi e beati
A Roma sono famose le Catacombe di San Callisto, lungo la via Appia. Tra i molti cimiteri sotterranei dell’Urbe, quelle di San Callisto sono le Catacombe più note e più frequentate, celebri soprattutto per la cosiddetta  » Cripta dei Papi « . Ma tra i moltissimi Martiri e i Pontefici deposti ivi questo sepolcreto, inutilmente si cercherebbe il corpo del Santo dal quale le Catacombe lungo la via Appia hanno preso il nome, e che è segnato oggi sul Calendario universale della Chiesa, onorato come  » Martire « . La sorte di questo Santo, Pontefice agli inizi del III secolo, è stata veramente strana. Egli ebbe, ai suoi tempi, molti avversari tra i cristiani dissidenti di Roma, e proprio da uno scritto del capo di questi cristiani separati, cioè di un Antipapa, abbiamo quasi tutte le notizie sul conto di San Callisto. Sono, naturalmente, notizie che tendono a farlo apparire riprovevole e quasi odioso.
San Callisto viene detto, per esempio,  » uomo industrioso per il male e pieno di risorse per l’errore « . Vi si legge che, prima di diventare Papa, era stato schiavo, frodatore di un padrone troppo ingenuo, finanziere improvvisato e bancarottiere più o meno fraudolento. Fuggito in Portogallo, venne arrestato e ricondotto a Roma, dove subì una condanna ai lavori forzati, nelle miniere della Sardegna. Tornato a Roma in occasione di un’amnistia, venne inviato ad Anzio perché – sempre secondo il racconto tendenzioso del suo avversario – il Papa non volle averlo d’intorno. Ma la lunga permanenza ad Anzio dovette riscattare l’antico schiavo dai suoi difetti, se mai ne ebbe, perché un altro Papa, Zeffirino, lo richiamò a Roma, affidando alla sua intraprendenza la cura dei cimiteri della Chiesa. Fu allora che Callisto iniziò lo scavo dei grande sepolcreto lungo la via Appia che doveva portare il suo nome. Alla morte di Zeffirino, Callisto passò dalla cura dei morti a quella dei vivi, essendo eletto Papa egli stesso. E fu proprio allora, come Papa, che il reduce dalle miniere della Sardegna e dall’ » esilio  » di Anzio, si attirò le recriminazioni di certi cristiani troppo ligi alla tradizione, troppo rigidi nella morale, troppo retrivi alle novità.
Fu accusato di eresia, nella formulazione del mistero della Trinità, che invece Callisto sosteneva secondo la tradizione ortodossa, confermata poi dai concili. Venne incolpato, inoltre, di scarso zelo mentre, in tempi di rilassatezza, istituì il digiuno delle Quattro Tempora. Gli fu rimproverato soprattutto il  » lassismo « , cioè la scarsa severità disciplinare. Accoglieva infatti nella Chiesa i peccatori pentiti e . cristiani che debolmente avevano difeso la loro fede in tempo di pericolo. Ma qualsiasi ombra gravasse sulla vita di San Callisto, venne riscattata alla sua morte, che fu morte di Martire, nel 222. Gettato in un pozzo di Trastevere, forse in una sommossa popolare, il suo corpo venne deposto di là dal fiume, lungo la via Aurelia, lontano dalle Catacombe da lui aperte lungo la via Appia, che di San Callisto conservano il nome ma non le reliquie.

Publié dans:Papi, Santi |on 14 octobre, 2013 |Pas de commentaires »

Shabbat Shalom – Live In Shalom

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Publié dans:immagini sacre e testo |on 12 octobre, 2013 |Pas de commentaires »

BENEDETTO XVI – GIOVANNI PAOLO II – IL VIAGGIO IN POLONIA DEL PAPA TEDESCO

http://www.ilregno.it/it/archivio_articolo.php?CODICE=35155

BENEDETTO XVI – GIOVANNI PAOLO II

SULLE ORME DEL PREDECESSORE

IL VIAGGIO IN POLONIA DEL PAPA TEDESCO

Dal papa polacco al papa tedesco: il viaggio di Benedetto XVI in Polonia (25-28 maggio) ha chiarito che il senso di questa successione ruota in definitiva intorno alla «valle oscura» di Auschwitz, che il papa teologo continua a interrogarsi su di essa e a cercare le «orme» del predecessore, mentre la cattolicità polacca non ha difficoltà ad accoglierlo – si direbbe – con lo stesso affetto che riservava al papa polacco. È dal momento dell’elezione – come confidò il 19 maggio dell’anno scorso – che Benedetto XVI riflette sul «provvidenziale disegno divino» che ha voluto che «sulla cattedra di Pietro a un pontefice polacco sia succeduto un cittadino di quella terra, la Germania, dove il regime nazista poté affermarsi con grande virulenza, attaccando poi le nazioni vicine, tra le quali in particolare la Polonia». Quella riflessione ha raggiunto il suo culmine nei quattro giorni della visita e specie nelle ore passate ad Auschwitz-Birkenau.
Vista in prospettiva epocale l’avventura di questi due papi lega la vicenda cristiana di oggi alla grande prova della storia contemporanea: quella dello smarrimento abissale del nazismo. A protagonisti di questo raccordo sono stati chiamati un figlio della nazione che più ha sofferto per quella prova e un altro di quella che più ha fatto soffrire. I due papi – appunto – che si sono succeduti intorno ad Auschwitz e che proprio ad Auschwitz sono voluti andare, l’uno in quanto polacco e l’altro in quanto tedesco, per chiedere a nome di tutti dove fosse Dio e dove fossero gli uomini quando si scatenò l’abisso di quella tragedia.
Quella di Auschwitz-Birkenau è stata l’ultima tappa, prima che il papa ripartisse per Roma. Il viaggio alla ricerca della «fede» del popolo polacco – vista come fondamento della «missione» del predecessore – era iniziato a Varsavia e si era poi sviluppato attraverso le tappe di Czestochowa, Cracovia, Wadowice, Kalwaria Zebrzydowska e il santuario della Divina misericordia, alla periferia di Cracovia, che papa Wojtyla era andato a inaugurare nell’agosto dell’anno 2002. Momenti salienti del pellegrinaggio sono stati – dal punto di vista delle parole pronunciate dal papa – l’omelia della celebrazione di Varsavia e l’incontro con il clero in cattedrale, a Cracovia la celebrazione nel prato di Blonie e ovviamente la visita ad Auschwitz-Birkenau (cf. Regno-doc. 11,2006,337ss).

I preti spie e le colpe del passato
La visita papale si è svolta mentre era al culmine, in Polonia, la querelle sui «preti spie» del regime comunista e il papa ne ha parlato – senza riferimenti diretti – in un passaggio del discorso al clero di Varsavia, in cattedrale, il giorno stesso dell’arrivo. La Chiesa non deve «negare» le colpe del passato – ha detto Benedetto XVI – e deve «fare penitenza» per esse, come voleva Giovanni Paolo II, ma solo quando ci sono «prove reali» e senza «impancarsi» a giudice delle generazioni precedenti, «vissute in altri tempi e in altre circostanze» e con altre «precomprensioni»: «Crediamo che la Chiesa è santa, ma in essa vi sono uomini peccatori. Bisogna respingere il desiderio d’identificarsi soltanto con coloro che sono senza peccato». Conclusione: «Chiedendo perdono del male commesso nel passato dobbiamo anche ricordare il bene compiuto con l’aiuto della grazia divina che, pur depositata in vasi di creta, ha portato spesso frutti eccellenti».
Sono i criteri prudenziali che il card. Ratzinger aveva fatto valere il 7 marzo 2000, presentando alla stampa il documento della Commissione teologica internazionale La Chiesa e le colpe del passato: questo evidente rinvio e l’assenza di una citazione esplicita dei «preti spie» ha indotto in errore parte della stampa internazionale (che ha pensato a una «revisione» del «mea culpa» giubilare wojtyliano) ma non quella polacca, che ha letto nelle parole del papa un invito alla pacificazione interna alla Chiesa locale, dove tira un forte vento giustizialista. Si deve a questa sollecitazione di papa Benedetto se il card. Dziwisz all’indomani della visita papale ha intimato all’ex cappellano di Solidarnosc, Tadeusz Zalewski, di cessare le sue indagini sui preti «compromessi» e di non procedere alla pubblicazione dei 28 nomi rintracciati, lasciando quel compito alla commissione di «memoria e tutela» costituita dall’episcopato il marzo scorso (cf. Regno-att. 6,2006,154).

Il consenso del predecessore
Il 26 maggio parlando alla folla di Varsavia, in piazza Pilsudski, Benedetto XVI ricorda che da quel luogo papa Wojtyla nel giugno del 1979 aveva invocato il «rinnovamento di questa terra», che poi – durante il suo pontificato – si verificò e arrivò ben oltre i confini polacchi: «Davanti ai nostri occhi sono avvenuti cambiamenti di interi sistemi politici» e «la gente di diversi paesi ha riconquistato la libertà».
Bellezza delle folle polacche per il papa tedesco, risorse della cattolicità! Lo attendono per ore sotto la pioggia a Varsavia, lo festeggiano come un parente sugli spalti del santuario fortezza di Czestochowa, lo cercano con affetto la sera alla famosa finestra dell’arcivescovado di Cracovia. I ragazzi gli gridano che s’affacci, tenendosi per mano. Proprio come facevano con il «loro» papa. Ed egli ricambia tanta generosità evitando di parlare tedesco. Dicono pronunci bene il polacco, che usa per qualche frase di saluto e poi continua in italiano, lasciando a un sacerdote di leggere lo stesso testo in polacco.
La visita a Wadowice è all’insegna del «santo subito», come è scritto su uno striscione all’ingresso della cittadina. Nel suo discorso, papa Ratzinger chiama tre volte «grande» il predecessore, ne loda la «coerenza della fede, il radicalismo della vita cristiana, il desiderio di santità» e conclude: «Mi sono voluto fermare proprio qui a Wadowice, nei luoghi in cui la sua fede si è destata e maturata, per pregare insieme con voi affinché venga presto elevato alla gloria degli altari». Più tardi, a Kalwaria, al termine dell’incontro Dziwisz lo riporta – prendendolo per un braccio – davanti al microfono e gli suggerisce di dire qualcosa alla folla. Il papa gli chiede «in che lingua» e il cardinale gli dice con determinazione: «in italiano». Il papa teologo, che non ama improvvisare, dice: «Anch’io spero, come il caro card. Dziwisz, che il Signore ci conceda presto la beatificazione e la canonizzazione del caro papa Giovanni Paolo II».

Il silenzio di Dio e le polemiche
Infine la visita al campo di sterminio. Il «papa tedesco» non poteva «non venire qui», ad Auschwitz, per sostare «sconvolto» e «oppresso» in «sbigottito silenzio», davanti alla «innumerevole schiera» delle vittime di un «cumulo di crimini» che non ha «confronti nella storia» e per alzare poi una «domanda ad alta voce di perdono e riconciliazione». Papa Benedetto s’interroga sul «silenzio» di Dio: «Dov’era in quei giorni? Perché egli ha taciuto?» (cf. in questo numero a p. 365). Ma la sua visita a «questo luogo di orrore» non può non essere caratterizzata dalla sua nazionalità tedesca, di questa parla ed è su queste parole che si appunteranno le critiche: perché ha attribuito la diretta responsabilità dello sterminio a «un gruppo di criminali», scagionandone il popolo che da esso fu «usato e abusato». Ecco le parole tanto criticate: «Dovevo venire. Era ed è un dovere di fronte alla verità e al diritto di quanti hanno sofferto, un dovere davanti a Dio, di essere qui come successore di Giovanni Paolo II e come figlio del popolo tedesco. Figlio di quel popolo sul quale un gruppo di criminali raggiunse il potere mediante promesse bugiarde, in nome di prospettive di grandezza, di ricupero dell’onore della nazione e della sua rilevanza, con previsioni di benessere e anche con la forza del terrore e dell’intimidazione, cosicché il nostro popolo poté essere usato e abusato come strumento della loro smania di distruzione e di dominio».
Come già papa Wojtyla, papa Ratzinger ha pregato davanti al Muro della morte ed è sceso nella cella dove morì Kolbe. In più del predecessore, ha incontrato le dodici carmelitane del Centro di dialogo e di preghiera (realizzato fuori del recinto di Auschwitz nel 1992) e ha partecipato a Birkenau a un incontro di preghiera interconfessionale con un gruppo di ex prigionieri, nel corso del quale è stato cantato il Kaddish ebraico.
Nel discorso di Auschwitz Benedetto XVI non aveva nominato Hitler, il nazismo, l’antisemitismo e i sei milioni di ebrei mandati allo sterminio e ne erano venute critiche, ed ecco che all’udienza generale di mercoledì 31 maggio dice tutto questo, rievocando le tappe del viaggio: «Proprio in quel luogo tristemente noto in tutto il mondo ho voluto sostare prima di far ritorno a Roma. Nel campo di Auschwitz-Birkenau, come in altri simili campi, Hitler fece sterminare oltre sei milioni di ebrei. Non dimentichi l’odierna umanità Auschwitz e le altre « fabbriche di morte » nelle quali il regime nazista ha tentato di eliminare Dio per prendere il suo posto! Non ceda alla tentazione dell’odio razziale, che è all’origine delle peggiori forme di antisemitismo!».
Tra i tanti che hanno criticato papa Ratzinger per le parole dette e per quelle non dette nel campo di sterminio, ricordo Daniel Goldhagen (Corriere della sera 29.5.2006), Gian Enrico Rusconi (La Stampa 30.5), Lucio Caracciolo e Jürgen Habermas (La Repubblica 30.5), Riccardo Di Segni (La Stampa 1.6). Tra quelli che l’hanno difeso segnalo Peter Schneider (La Repubblica 29.5), Ernesto Galli della Loggia (Corriere della sera 30.5), Gianni Baget Bozzo (Il Giornale 30.5), Benedetto Carucci Viterbi (Il Foglio 31.5), Franco Cardini (Avvenire 31.5). Una difesa appassionata – «Sono tedesco anch’io» – delle parole del papa ha fatto il card. Walter Kasper in margine all’inaugurazione della libreria EDB in via della Conciliazione, il 31 maggio (cf. in questo numero a p. 372): «Il discorso è stato di altissimo livello, straordinario. Un papa tedesco che va ad Auschwitz compie un cammino molto difficile. Chi ha visto il suo volto in quel momento capisce che cosa io voglia dire. È essenziale ciò che ha detto, non ciò che non ha detto».
Suggerisco due letture a chi è interessato ad approfondire l’idea che l’uomo Ratzinger si è fatto del nazismo, in oltre sessant’anni di dolorosa riflessione: L’Europa in guerra e dopo la guerra1 e i primi cinque capitoli de La mia vita. Autobiografia.2 Vi appare chiaro che non gli si può attribuire un’intenzione banalmente assolutoria del proprio popolo.
Critiche analoghe a quelle che hanno colpito il discorso tenuto da Benedetto XVI ad Auschwitz-Birkenau erano state indirizzate – da ambienti intellettuali, ebraici e non – a ognuno dei grandi gesti di avvicinamento agli ebrei, o di ripensamento della Shoah, compiuti negli anni da Giovanni Paolo II: dalla visita ad Auschwitz (1979) a quella alla sinagoga di Roma (1986), alla preghiera al Muro del pianto (2000). Ma oggi non c’è nessuno che non citi quei fatti come «positivi» e si può immaginare che anche la visita del papa tedesco al campo di sterminio realizzato dai tedeschi sarà ritenuto da tutti, domani, come un evento straordinario.

Luigi Accattoli

1 J. Ratzinger, Europa. I suoi fondamenti oggi e domani, San Paolo, Milano 2004,75-80.

2 J. Ratzinger, La mia vita. Autobiografia, San Paolo, Milano 1997.

Publié dans:Papa Benedetto XVI, Shoah |on 12 octobre, 2013 |Pas de commentaires »

« UN CRISTIANO NON PUÒ ESSERE ANTISEMITA! » – DISCORSO DI PAPA FRANCESCO ALLA DELEGAZIONE DELLA COMUNITÀ EBRAICA DI ROMA

http://www.zenit.org/it/articles/un-cristiano-non-puo-essere-antisemita–2

« UN CRISTIANO NON PUÒ ESSERE ANTISEMITA! »

DISCORSO DI PAPA FRANCESCO ALLA DELEGAZIONE DELLA COMUNITÀ EBRAICA DI ROMA

CITTA’ DEL VATICANO, 11 OTTOBRE 2013 (ZENIT.ORG)

Papa Francesco ha ricevuto oggi in Udienza una delegazione della Comunità Ebraica di Roma, in occasione del 70° anniversario della deportazione degli Ebrei di Roma, avvenuta il 16 ottobre del 1943.

Riprendiamo di seguito le parole rivolte dal Pontefice ai presenti.

***
Cari amici della Comunità ebraica di Roma,

Shalom!

Sono contento di accogliervi e di avere così la possibilità di approfondire e di allargare il primo incontro avuto con alcuni vostri rappresentanti lo scorso 20 marzo. Saluto tutti con affetto, in particolare il Rabbino Capo, Dottor Riccardo Di Segni, che ringrazio per le parole che mi ha rivolto. Anche per quel ricordo del coraggio del nostro padre Abramo quando lottava col Signore per salvare Sodoma e Gomorra: « e se fossero trenta, e se fossero venticinque e se fossero venti… » E’ proprio una preghiera coraggiosa davanti al Signore. Grazie. Saluto anche il Presidente della Comunità ebraica di Roma, Dottor Riccardo Pacifici, e il Presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, Dottor Renzo Gattegna.
Come Vescovo di Roma, sento particolarmente vicina la vita della Comunità ebraica dell’Urbe: so che essa, con oltre duemila anni di ininterrotta presenza, può vantarsi di essere la più antica dell’Europa occidentale. Da molti secoli dunque, la Comunità ebraica e la Chiesa di Roma convivono in questa nostra città, con una storia – lo sappiamo bene – che è stata spesso attraversata da incomprensioni e anche da autentiche ingiustizie. E’ una storia, però, che, con l’aiuto di Dio, ha conosciuto ormai da molti decenni lo sviluppo di rapporti amichevoli e fraterni.
A questo cambiamento di mentalità ha certamente contribuito, per parte cattolica, la riflessione del Concilio Vaticano II, ma un apporto non minore è venuto dalla vita e dall’azione, da ambo le parti, di uomini saggi e generosi, capaci di riconoscere la chiamata del Signore e di incamminarsi con coraggio su sentieri nuovi di incontro e di dialogo.
Paradossalmente, la comune tragedia della guerra ci ha insegnato a camminare insieme. Ricorderemo tra pochi giorni il 70° anniversario della deportazione degli Ebrei di Roma. Faremo memoria e pregheremo per tante vittime innocenti della barbarie umana, per le loro famiglie. Sarà anche l’occasione per mantenere sempre vigile la nostra attenzione affinché non riprendano vita, sotto nessun pretesto, forme di intolleranza e di antisemitismo, a Roma e nel resto del mondo. L’ho detto altre volte e mi piace ripeterlo adesso: è una contraddizione che un cristiano sia antisemita. Un po’ le sue radici sono ebree. Un cristiano non può essere antisemita! L’antisemitismo sia bandito dal cuore e dalla vita di ogni uomo e di ogni donna!
Quell’anniversario ci permetterà anche di ricordare come nell’ora delle tenebre la comunità cristiana di questa città abbia saputo tendere la mano al fratello in difficoltà. Sappiamo come molti istituti religiosi, monasteri e le stesse Basiliche Papali, interpretando la volontà del Papa, abbiano aperto le loro porte per una fraterna accoglienza, e come tanti cristiani comuni abbiano offerto l’aiuto che potevano dare, piccolo o grande che fosse.
In grande maggioranza non erano certo al corrente della necessità di aggiornare la comprensione cristiana dell’ebraismo e forse conoscevano ben poco della vita stessa della comunità ebraica. Ebbero però il coraggio di fare ciò che in quel momento era la cosa giusta: proteggere il fratello, che era in pericolo. Mi piace sottolineare questo aspetto, perché se è vero che è importante approfondire, da entrambe le parti, la riflessione teologica attraverso il dialogo, è anche vero che esiste un dialogo vitale, quello dell’esperienza quotidiana, che non è meno fondamentale. Anzi, senza questo, senza una vera e concreta cultura dell’incontro, che porta a relazioni autentiche, senza pregiudizi e sospetti, a poco servirebbe l’impegno in campo intellettuale. Anche qui, come spesso amo sottolineare, il Popolo di Dio ha un proprio fiuto e intuisce il sentiero che Dio gli chiede di percorrere. In questo caso il sentiero dell’amicizia, della vicinanza, della fraternità.
Spero di contribuire qui a Roma, come Vescovo, a questa vicinanza e amicizia, così come ho avuto la grazia – perché è stata una grazia – di fare con la comunità ebraica di Buenos Aires. Tra le molte cose che ci possono accomunare, vi è la testimonianza alla verità delle dieci parole, al Decalogo, come solido fondamento e sorgente di vita anche per la nostra società, così disorientata da un pluralismo estremo delle scelte e degli orientamenti, e segnata da un relativismo che porta a non avere più punti di riferimento solidi e sicuri (cfr Benedetto XVI, Discorso alla Sinagoga di Roma, 17 gennaio 2010, 5-6).
Cari amici, vi ringrazio per la vostra visita e invoco con voi la protezione e la benedizione dell’Altissimo per questo nostro comune cammino d’amicizia e di fiducia. Possa Egli, nella sua benevolenza, concedere ai nostri giorni la sua pace. Grazie.

Publié dans:ebraismo, PAPA FRANCESCO, Shoah |on 12 octobre, 2013 |Pas de commentaires »

I dieci lebbrosi, Vangelo di Luca

I dieci lebbrosi, Vangelo di Luca dans immagini sacre Christ-and-the-healing-the-ten-lepers-32

http://palamas.info/tag/healing-of-the-ten-lepers/

Publié dans:immagini sacre |on 11 octobre, 2013 |Pas de commentaires »
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