Archive pour octobre, 2013

DIMANCHE 20 OCTOBRE – COMMENTAIRES DE MARIE NOËLLE THABUT: 2 TIMOTEO 3, 14-4, 2

http://www.eglise.catholique.fr/foi-et-vie-chretienne/commentaires-de-marie-noelle-thabut.html

DIMANCHE 20 OCTOBRE : COMMENTAIRES DE MARIE NOËLLE THABUT

SECONDA LETTURA – 2 TIMOTEO 3, 14-4, 2

(traduzione dal francese di un Gadget di Google)

Domenica scorsa, si legge nella seconda lettera a Timoteo, un inno in onore di Cristo: « Ricordati che Gesù Cristo, risorto dai morti. » Oggi, potremmo dire che si legge un inno in onore della Scrittura. Cerchiamo di essere chiari, ciò che St. Paul chiama la Scrittura, è ciò che noi oggi chiamiamo l’Antico Testamento. Più volte, in lettere a Timoteo, abbiamo indovinato un conflitto persistente nella comunità di Efeso, dove Timoteo, ed è anche a causa di questo conflitto che Paolo chiede a Timoteo di rimanere in Efeso, egli essere in grado di contare su di fedeli custodi della Parola. Le prime righe di testo di oggi « , è necessario attenersi a ciò che vi è stato insegnato » implica che gli altri non rimangono fedeli agli insegnamenti ricevuti e vanno fuori strada . altro
 Così possiamo riassumere il passaggio in tre frasi: in primo luogo, si deve ricaricare nella Scrittura. In secondo luogo, dobbiamo proclamare la Parola. In terzo luogo, questa dichiarazione deve essere effettuata al fine di costruire la comunità. In primo luogo, abbiamo bisogno di rilassarsi nelle Scritture, nel vero senso della parola « ricaricare » la Scrittura è la nostra origine, la nostra traduzione dice: « è necessario attenersi a ciò che vi è stato insegnato, » ma possiamo lì per ascoltare una raccomandazione di fissità, che non è affatto di Paul. La parola per parola come « rimane in quello che hai imparato » la fede non è un oggetto ma ha un supporto vitale, una « casa » ai sensi di San Giovanni.
 Timoteo ha colpito in questa fonte di Scrittura dalla sua infanzia: il padre era greco e pagano, ma sua madre, Eunice, e la nonna materna, Lois, erano ebrei: essi hanno introdotto nel Vecchio Testamento, e quando sua madre convertito al cristianesimo, non ha smesso di frequentare il corso di Scrittura. Altri maestri iniziati Timoteo e Paolo sottolinea questo aspetto della comunità l’accesso alla Scrittura. Uno non scopre la sola Bibbia, ma nella Chiesa. Ancora una volta, troviamo in Paolo il tema della trasmissione della fede, quello che viene chiamato in teologia « Tradizione »: tradere, in latino, significa « passaggio »: « Vi ho dato quello che ho ‘ anch’io ho ricevuto « (nel senso non ho inventato nulla) Paolo dice nella lettera ai Corinzi, l’ apostolo è inviato al servizio di una parola che non è la sua. In fede, nessuno di noi è un fondatore, un innovatore, noi siamo anelli di una catena. Ovviamente, è fondamentale che questa trasmissione è fedele. Poco prima, nella stessa lettera, Paolo disse a Timoteo: « Che cosa hai udito da me in presenza di molti testimoni affidano a uomini fedeli che a loro volta in grado di insegnare di nuovo in d altra. . « (2 Tm 2, 2)
 che segue è molto importante: Paolo dice: « Le Scritture hanno il potere di comunicare a voi la sapienza che conduce alla salvezza mediante la fede che abbiamo in Gesù Cristo »: è dire con questo che l’Antico Testamento conduce direttamente a Gesù Cristo. Per Paolo, come per i primi apostoli , Gesù ha reclutato tra gli ebrei, era una bazzecola. Si ricorda che durante il suo processo a Gerusalemme, Paolo ha sostenuto che proprio perché era un Ebreo era diventato un cristiano.
 Paolo continua: « tutte le Scritture sono ispirate da Dio »; prima di essere un dogma affermato dalla Chiesa, questa frase era quindi già la fede di Israele. Questo spiega il rispetto è sempre circondato i libri sacri in ogni sinagoga.  » Grazie alle Scritture, l’uomo di Dio saranno ben armati, che sarà dotato di tutto il necessario.  » Così l’attrezzatura del cristiano: Scrittura nella fedeltà all’insegnamento ricevuto, « Bisogna attenersi a ciò che vi è stato insegnato, avete riconosciuto come vero, sapendo quali sono i maestri hai insegnato.  » L’attrezzatura del cristiano, quindi è Scrittura e la Tradizione per essere in grado di trasmettere a sua volta. Per passare, e questa è la seconda scheda di Paolo a Timoteo, dobbiamo avere il coraggio di annunciare la Parola, questo è il primo, forse l’unico compito di un dirigente della Chiesa. Il problema è grave e Paolo impiega formula quasi incredibile: « Davanti a Dio e davanti a Cristo Gesù che verrà a giudicare i vivi ei morti, vi chiedo solennemente, a nome della sua manifestazione e il suo regno: la proclamazione della Parola. ..  »
 Ancora una volta, Paolo si riferisce alla manifestazione di Cristo, e il suo regno: il compimento del piano di Dio è veramente l’anno in cui Paolo non ha mai lasciato gli occhi. E altrove in greco, Paolo dice: « Proclamate il Logos », la parola in Giovanni è il Verbo, Gesù stesso. Tradurre, se prendiamo sul serio l’evento e il Regno di Cristo, dobbiamo instancabilmente proclamare la Parola. Corso della vita di Paolo, dopo la sua conversione, è stata dedicata a questo compito: « Annunciare il Vangelo è un dovere per me: guai a me se non predicassi il Vangelo ! . « (1 Cor 9, 16)
 Ma ci vuole coraggio per annunciare la Parola, dobbiamo accettare di essere ben accolto, « intervenire in tempo e contro il tempo, denunciare il male, biasimo incoraggia » c vale a dire, non esita a giudicare ciò che si vede … Egli conclude in quello del clima che si deve fare (e questo è il terzo punto): con grande pazienza e la voglia di imparare. Anche in questo caso troviamo un sempre presente enfasi in Paolo, la preoccupazione che costituisce la comunità, è l’unica cosa che conta.

BENEDETTO XVI: SALMO 120 – IL CUSTODE DI ISRAELE

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/audiences/2005/documents/hf_ben-xvi_aud_20050504_it.html

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

MERCOLEDÌ, 4 MAGGIO 2005

SALMO 120

IL CUSTODE DI ISRAELE

Vespri – Venerdì 2a settimana

1. Come ho già preannunciato mercoledì scorso, ho deciso di riprendere nelle catechesi il commento ai Salmi e Cantici che compongono i Vespri, utilizzando i testi predisposti dal mio predecessore Giovanni Paolo II.
Il Salmo 120 che oggi meditiamo fa parte della raccolta dei «cantici delle ascensioni», ossia del pellegrinaggio verso l’incontro col Signore nel tempio di Sion. È un Salmo di fiducia poiché in esso risuona per sei volte il verbo ebraico shamar, «custodire, proteggere». Dio, il cui nome è invocato ripetutamente, emerge come il «custode» sempre sveglio, attento e premuroso, la «sentinella» che veglia sul suo popolo per tutelarlo da ogni rischio e pericolo.
Il canto si apre con uno sguardo dell’orante rivolto verso l’alto, «verso i monti», cioè i colli su cui si leva Gerusalemme: di lassù viene l’aiuto, perché lassù abita il Signore nel suo tempio santo (cfr vv. 1-2). Tuttavia i «monti» possono evocare anche i luoghi ove sorgono i santuari idolatrici, le cosiddette «alture», spesso condannate dall’Antico Testamento (cfr 1Re 3,2; 2Re 18,4). In questo caso ci sarebbe un contrasto: mentre il pellegrino avanza verso Sion, i suoi occhi cadono sui templi pagani, che costituiscono una grande tentazione per lui. Ma la sua fede è inconcussa e la sua certezza è una sola: «Il mio aiuto viene dal Signore, che ha fatto cielo e terra» (Sal 120,2).
2. Questa fiducia è illustrata nel Salmo attraverso l’immagine del custode e della sentinella, che vigilano e proteggono. Si allude anche al piede che non vacilla (cfr v. 3) nel cammino della vita e forse al pastore che nella sosta notturna veglia sul suo gregge senza addormentarsi né prendere sonno (cfr v. 4). Il pastore divino non conosce riposo nell’opera di tutela del suo popolo.
Subentra, poi, un altro simbolo, quello dell’«ombra», che suppone la ripresa del viaggio durante il giorno assolato (cfr v. 5). Il pensiero corre alla storica marcia nel deserto del Sinai, ove il Signore cammina alla testa di Israele di «giorno con una colonna di nube, per guidarli sulla via da percorrere» (Es 13,21). Nel Salterio non di rado si prega così: «Proteggimi all’ombra delle tue ali…» (Sal 16,8; cfr Sal 90,1).
3. Dopo la veglia e l’ombra, ecco il terzo simbolo, quello del Signore che «sta alla destra» del suo fedele (cfr Sal 120,5). È questa la posizione del difensore sia militare che processuale: è la certezza di non essere abbandonati nel tempo della prova, dell’assalto del male, della persecuzione. A questo punto il Salmista ritorna all’idea del viaggio durante un giorno caldo nel quale Dio ci protegge dal sole incandescente.
Ma al giorno succede la notte. Nell’antichità si riteneva che anche i raggi lunari fossero nocivi, causa di febbre, o di cecità, o persino di follia; perciò il Signore ci protegge anche nella notte (cfr v. 6).
Ormai il Salmo giunge alla fine con una dichiarazione sintetica di fiducia: Dio ci custodirà con amore in ogni istante, tutelando la nostra vita da ogni male (cfr v. 7). Ogni nostra attività, riassunta nei due verbi estremi dell’«uscire» e dell’«entrare», è sempre sotto lo sguardo vigile del Signore. Lo è ogni nostro atto e tutto il nostro tempo, «da ora e per sempre» (v. 8).
4. Vogliamo ora commentare quest’ultima dichiarazione di fiducia con una testimonianza spirituale dell’antica tradizione cristiana. Infatti, nell’Epistolario di Barsanufio di Gaza (morto verso la metà del VI secolo), un asceta di grande fama, interpellato da monaci, ecclesiastici e laici per la saggezza del suo discernimento, troviamo richiamato più volte il versetto del Salmo: «Il Signore ti proteggerà da ogni male, egli proteggerà la tua vita». Con esso egli voleva dare conforto a quanti gli manifestavano le proprie fatiche, le prove della vita, i pericoli, le disgrazie.
Una volta Barsanufio, richiesto da un monaco di pregare per lui e per i suoi compagni, così rispose, includendo nel suo augurio la citazione di questo versetto: «Figli miei diletti, vi abbraccio nel Signore, supplicandolo di proteggervi da ogni male e di darvi sopportazione come a Giobbe, grazia come a Giuseppe, mitezza come a Mosè e il valore nei combattimenti come a Giosuè figlio di Nun, la padronanza dei pensieri come ai giudici, l’assoggettamento dei nemici come ai re Davide e Salomone, la fertilità della terra come agli Israeliti… Vi accordi la remissione dei vostri peccati con la guarigione del corpo come al paralitico. Vi salvi dai flutti come Pietro e vi strappi dalla tribolazione come Paolo e gli altri apostoli. Vi protegga da ogni male, come suoi veri figli e vi accordi ciò che il vostro cuore chiede, per il vantaggio dell’anima e del corpo nel suo nome. Amen» (Barsanufio e Giovanni di Gaza, Epistolario, 194: Collana di Testi Patristici, XCIII, Roma 1991, pp. 235-236).

20 OTTOBRE 2013 | 29A DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO C – LC LC 18,1-8

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/03-annoC/annoC/12-13/05-Ordinario/Omelie/29-Domenica-2013-C/29-Domenica-2013_C-JB.html

20 OTTOBRE 2013  | 29A DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO C  |  PROPOSTA DI LECTIO DIVINA

LECTIO DIVINA SU: LC LC 18,1-8

Bisogna riconoscerlo: non ci risulta facile pregare. Nella nostra formazione cristiana quello che maggiormente abbiamo imparato è stata una serie di preghiere a memoria, che ripetiamo con frequenza, ma con le quali non possiamo metterci in autentica comunicazione con Dio. Sappiamo molte orazioni, ma ci costa molto pregare. Ci mancano non solo le parole, ma anche i sentimenti, con cui ci rivolgiamo a Dio. Ma non pensiamo che sia un buon motivo che ci porta a coltivare una preghiera frequente. E qualche scusa ci sembra sufficiente ed anche una buona ragione per lasciare la preghiera: poche volte pensiamo che Dio ascolti le nostre necessità e non ci sentiamo obbligati a ripresentargliele. Se la nostra supplica risulta inefficace, ed è inutile continuare perdendo tempo e illusioni, merita la pena di continuare a chiedere se troviamo fondate speranze di essere ascoltati. Questa obiezione tanto logica è comune tra i discepoli di Gesù. Oggi il Vangelo ci ha ricordato che Gesù dovette animare i suoi discepoli a pregare di più e a pregare sempre. Ci sembra che noi discepoli di Gesù, tanto ieri come oggi, ci distinguano per il nostro entusiasmo alla preghiera?

In quel tempo, 1Gesù, per spiegare ai suoi discepoli come dovevano pregare sempre, senza stancarsi, disse loro questa parabola:
2″C’era in una città un giudice, che non temeva Dio e non si preoccupava degli uomini. 3Nella stessa città c’era anche una vedova, che andava a dirgli: ‘Fammi giustizia contro il mio avversario’. 4Per un po’ di tempo si rifiutò, ma poi disse: « Anche se non temo Dio e non ho a cuore gli uomini, 5siccome questa vedova mi infastidisce, gli farò giustizia, perché non venga ad importunarmi più »".
6 E il Signore disse:
« Guardate quello che dice il giudice disonesto; e Dio, 7non farà giustizia ai suoi eletti che gridano a lui giorno e notte?, certo, 8vi dico che gli farà giustizia senza indugio. Ma quando il Figlio dell’uomo verrà, troverà la fede sulla terra »?
 1. LEGGERE: capire quello che dice il testo facendo attenzione a come lo dice

Il testo evangelico è, alla base, una parabola e la sua applicazione. Però Luca l’ha introdotto con una precisa indicazione: con questa parabola Gesù insegnava ai suoi discepoli (Lc 18,1). Siamo in un atto di magistero indicato per coloro che lo seguono. Quello che dice Gesù è una lezione ristretta ad alcuni a lui intimi. Il contenuto di questi insegnamenti non era quello di dover pregare, ma il modo di pregare senza smettere.
Gesù racconta la parabola del giudice ingiusto -quale contraddizione!- per insegnare ai suoi discepoli, non a pregare (che già lo ‘sapevano’, perché egli aveva insegnato loro a pregare: Lc 11,1-13), ma come saper pregare sempre, senza mai disaffezionarsi. Questo è, o almeno, quello che annota Luca. E con questo ci sta dando la chiave per interpretare la parabola.
Ma non lo fa del tutto bene. Perché nella narrazione della parabola mette un’applicazione finale che va oltre ad una mera applicazione della preghiera continua (Lc 18,6-7). Appaiono due elementi nuovi e sorprendenti, se si guardano bene, nel commentario conclusivo di Gesù. Primo: Dio fa giustizia a chi lo prega, ascoltandoli. Soccorrere i suoi eletti è un atto di giustizia divina. Secondo, l’orante che persiste nella sua preghiera, fa, più di una petizione, un vero atto di fede. Pregare molto, pregare sempre è credere.
Nell’ultimo commento Gesù sottolinea una nota di grande avvertenza, tanto seria come insperata (Lc 18,8). Ci sorprende, in effetti, che lo stesso Gesù si domanda -perché non è molto sicuro- se incontrerà sulla terra questa fede, fatta di continua preghiera, il giorno del suo ritorno… In realtà la risposta affermativa la possono dare solamente i discepoli che pregano sempre, senza stancarsi; ma Gesù quando si domandava ciò, non li teneva tutti con se.

 2. MEDITARE: applicare alla vita quello che dice il testo!
Per inculcare la preghiera permanente nei suoi discepoli Gesù narra la parabola dell’ingiusto giudice e della vedova impertinente. Già aveva insegnato loro a pregare. Adesso insegna che pregare non deve essere un’occupazione occasionale, ma un esercizio continuo….e gioioso.
Qui non chiede al discepolo che sappia già pregare, ma che non finisca di farlo -in seguito- quando saprà pregare. Gesù chiede ai suoi discepoli di non perdersi d’animo quando pregano: non vuole vedere in loro disincanto. Mentre stanno parlando con Dio gli insegna come pregarlo. Dobbiamo domandarci come mai la nostra preghiera non riempie di alito e di incanto la nostra vita. Cosa ci manca? -o meglio- cosa sta impedendo alla nostra preghiera di trasformarsi in un tempo felice e in un’esperienza insuperabile. Perché se preghiamo lo facciamo con poco ardore?
L’esempio della vedova impertinente ci parla, in primo luogo, che per chiedere senza tregua bisogna sentire fino in fondo un bisogno. Se un giudice ingiusto è capace di fare giustizia, contro il suo costume: come non aiuterà il buon Dio a chi lo prega senza interruzione?, si domanda Gesù, convinto che Dio non si farà attendere da coloro che perseverano nella loro preghiera.
Bisogna soffrire di totale impotenza, come la vedova, per importunare chi non è degno di fiducia. La vedova insiste nella sua richiesta, non perché meriti fiducia un giudice che non teme Dio e che non gli importa degli uomini, ma perché non ha altra difesa. Non bisogna essere giusti per fare giustizia. Continuando a chiedere si può ottenere da un ingiusto giudice quello che non si potrebbe neppure sognare. Pur di liberarsi dal continuo fastidio e d una possibile aggressione, il giudice concede protezione ha chi ha tanto insistito. E perché la vedova non si annoiò nel chiedere giustizia e nel vedersi ascoltata, il giudice dovette alla fine dargliela.
Può essere che qui si radica in noi la ragione di una scarsa vita di preghiera: o per una poca necessità di aiuto o ci crediamo, di diritto, di essere sempre ascoltati, solamente perché lo abbiamo chiesto una volta. Se conoscessimo meglio la nostra povertà, non avremmo tanta vergogna a chiedere tanto, a importunare, a ‘infastidire’ Dio. Dura poco la nostra preghiera, perché è scarsa la conoscenza che abbiamo della nostra debolezza.
Gesù sembra indicarci così una delle ragioni più frequenti per la quale le nostre preghiere sono inutili sforzi per catturare l’attenzione di Dio: non insistiamo abbastanza, non perseveriamo come dovremmo. Ci disilludiamo di un Dio che pur conoscendoli, desidera che ripetiamo i nostri bisogni; non sopportiamo bene che Dio ritardi la sua risposta quando non possiamo rimanere in silenzio sui nostri desideri. Desideriamo che subito, appena lo abbiamo chiesto, Dio ci conceda ciò che chiediamo. Per il fatto di aver fatto sapere i nostri bisogni, ci crediamo con diritto di essere ascoltati. Nel comportamento della vedova impertinente e del giudice ingiusto, Gesù ci ha segnalato un metodo buono e una buona ragione per conseguire una vita di costante preghiera.
Solamente perché insistette, la vedova venne ascoltata. Non le importò sapere che al giudice non le importava niente: ella conosceva i suoi bisogni e questo le bastò per importunarlo con insistenza; supposto che non poteva da sola liberarsi del suo stato, fece sapere al giudice che non si sarebbe liberato di lei fino a quando non l’avrebbe ascoltava; non perché ella confidava in lui, ma perché non era in grado di risolvere da sola i suoi bisogni: aveva bisogno di un giudice. Accorse a lui senza importarle che non era sufficientemente buono; le doleva di più il suo malessere presente che la mala condotta del suo protettore; e non smise di molestarlo finché non le rese, andando contro al suo costume, giustizia.
Il metodo della vedova Gesù lo desiderava veder realizzato nella vita dei suoi discepoli; però mancava loro la necessità di impotenza che sentiva la donna per insistere dove non veniva ascoltata; il discepolo di Gesù, come la vedova, dovrà essere tanto cosciente della sua indigenza per ricevere la benevolenza di Dio. Basterà essere tanto cosciente della propria impotenza per importunare Dio, per non cessare di molestarlo giorno e notte, per fermarsi solamente quando Dio lo renderà soddisfatto, fino a quando Lui romperà il suo silenzio. Chi non insiste nella sua preghiera, ci avverte Gesù, è perché non conosce molto bene la gravità della sua situazione, o crede che può liberarsi di lei da solo e facilmente. Chi confida solamente in se stesso per liberarsi della sua indigenza, sta scavalcando Dio. E tale è il rischio che ci acceca, se non perseveriamo nella preghiera.
Gesù non teme di confrontare l’ingiusto giudice con Dio che sempre è giusto. Davanti a un Dio che sembra non ascoltare la nostra preghiera non è bene smettere di pregare. Il silenzio rassegnato non è il miglior modo di richiamare all’attenzione (e di chiamargli l’attenzione): Dio non si libererà di noi, finché noi non ci liberiamo delle nostre necessità; se non smettiamo di pregare finché Lui non ci soddisfi. Se continuiamo a parlargli finché non ci ascolta, saremo buoni oratori, perché preghiamo senza arrenderci. Cos’è quello che ci manca e che fece, come sopra, la vedova: impertinenza o necessità, il coraggio di osare oppure l’impotenza? Perché non animarsi e chiedere senza tregua se Dio -alla fine- finirà per farci giustizia ascoltandoci?
Per Gesù e per qualche uditore della parabola, Dio è più giusto che l’ingiusto giudice. Anche la preghiera ininterrotta termina con la resistenza di Dio a intervenire; pregare ad alta voce, se si deve, porta, alla fine, ad essere ascoltati. Colui che chiede continuamente, convince ad avere giustizia senza ritardo. Il migliore consiglio che Gesù poteva dare era quello della preghiera continuata. Una vita di preghiera senza arrendevolezze provoca in Dio la necessità di fare giustizia. Chi lo avrebbe pensato?
Gesù ci esorta a non arrenderci dinanzi all’apparente disinteresse di Dio davanti ai nostri problemi. Davanti a un Dio che sembra non ascoltare la nostra preghiera, non è meglio arrendersi. Facendo silenzio gli daremo motivo di pensare che possiamo arrangiarci senza il suo aiuto. Se ci sembra che Dio non ci ascolti, non lo riguadagneremo nuovamente con la nostra rassegnazione e il silenzio. Se noi grideremo giorno e notte che ci liberi dei nostri bisogni, otterremo di essere alla fine ascoltati. Dio esce dal suo silenzio, se noi entriamo in lui; non può per lungo tempo ignorare la nostra supplica se è continua e speranzosa. A forza di perseveranza, colui che prega guadagnerà il favore di Dio e le sue attenzioni.
Ma perché Dio faccia con noi quello che fece il giudice con la vedova che aveva bisogno, esige da noi, che ci sentiamo ‘suoi eletti’, la consapevolezza del nostro bisogno di Lui, disposti a invocarlo giorno e notte. Non può essere solo la necessità, come fu il caso della vedova, quello che porterà i discepoli di Gesù a pregare Dio; chi prega Dio non chiede solo giustizia, chiede a Dio non perché ha bisogno, ma perché si sa suo eletto, perché conosce il suo amore di predilezione, perché non può sbagliare. E se il fedele passa un giorno senza essere ascoltato, passerà la notte gridandogli, affinché Dio gli ‘faccia giustizia senza tardare’.
Non è strano che Gesù termina la parabola domandandosi se quando tornerà incontrerà tra i suoi tanta fede; sono molti i buoni discepoli di Gesù che non sostengono un lieve ritardo di Dio, un ritardo della sua attenzione, un silenzio un poco più lungo del solito; sono molti quelli che non sanno pregare senza disperare, solo perché non ottengono immediatamente quello che chiedono. La convinzione che Dio è interessato a noi deve essere maggiore dell’interesse che noi portiamo a Lui. Se perdiamo la fiducia in Dio solo perché non da risposta senza farci attendere, abbiamo perso la fede in lui e la sicurezza di contare un giorno sulle sue attenzioni.
La vita di preghiera che provoca scoraggiamento nella vita cristiana può sorgere dalla necessità e impotenza in cui viviamo, però non nasce sicuramente dalla consapevolezza di sapersi eletti. Colui che si sente amato può gridare a Dio, giorno e notte, senza mancargli di rispetto. Solamente quando ci decidiamo a importunare Dio, solo allora avremo imparato a lasciare che risolva i nostri problemi. Questo modo di pregare che non teme di importunare Dio è il modo di credere che Gesù vorrebbe incontrare al suo ritorno. Incontreremo in noi questa fede che non dispera, anche se non ha ottenuto giustizia subito o se ritarda ad arrivare? Il Signore quando ritornerà ci troverà gioiosi e impegnati a gridare a Dio giorno e notte?

JUAN JOSE BARTOLOME sdb,

San Luca Evangelista

San Luca Evangelista dans immagini sacre April+30,+St.+Luke

http://100holyheroes.blogspot.it/2012/04/april-30-st-luke-evangelist.html

Publié dans:immagini sacre |on 17 octobre, 2013 |Pas de commentaires »

SAN LUCA: A SCUOLA DI PREGHIERA DALLA MADONNA

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SAN LUCA: A SCUOLA DI PREGHIERA DALLA MADONNA

Benedetto XVI ha iniziato un nuovo ciclo della sua «scuola della preghiera», dedicato alla preghiera negli Atti degli Apostoli e nelle Lettere di san Paolo. San Luca, fa notare il Papa, tra l’Ascensione e la Pentecoste «menziona per l’ultima volta Maria, la Madre di Gesù, e i suoi familiari…

          All’udienza generale del 14 marzo Benedetto XVI ha iniziato un nuovo ciclo della sua «scuola della preghiera», dedicato alla preghiera negli Atti degli Apostoli e nelle Lettere di san Paolo. Cominciando dal grande testo di San Luca, «il primo libro sulla storia della Chiesa, cioè gli Atti degli Apostoli», il Papa ha osservato che qui il cammino della Chiesa nascente «è ritmato anzitutto dall’azione dello Spirito Santo, che trasforma gli Apostoli in testimoni del Risorto sino all’effusione del sangue, e dalla rapida diffusione della Parola di Dio verso Oriente e Occidente». Ma, prima di tutto questo, il libro ci presenta l’episodio dell’Ascensione di Gesù (cfr At 1,6-9).
          San Luca, fa notare il Papa, tra l’Ascensione e la Pentecoste «menziona per l’ultima volta Maria, la Madre di Gesù, e i suoi familiari (v. 14)». San Luca è l’evangelista mariano per eccellenza. «A Maria ha dedicato gli inizi del suo Vangelo, dall’annuncio dell’Angelo alla nascita e all’infanzia del Figlio di Dio fattosi uomo. Con Maria inizia la vita terrena di Gesù e con Maria iniziano anche i primi passi della Chiesa; in entrambi i momenti il clima è quello dell’ascolto di Dio, del raccoglimento». Anche noi oggi siamo chiamati a riflettere «su questa presenza orante della Vergine nel gruppo dei discepoli che saranno la prima Chiesa nascente. Maria ha seguito con discrezione tutto il cammino di suo Figlio durante la vita pubblica fino ai piedi della croce, e ora continua a seguire, con una preghiera silenziosa, il cammino della Chiesa».
          Di Maria San Luca vuole mettere in luce la piena disponibilità a orientare tutta la sua vita secondo la parola di Dio. E non solo Maria accetta la volontà di Dio, ma del conformarsi a questa volontà costantemente fa occasione di lode e di gioia. «In visita alla parente Elisabetta, Ella prorompe in una preghiera di lode e di gioia, di celebrazione della grazia divina, che ha colmato il suo cuore e la sua vita, rendendola Madre del Signore (cfr Lc 1,46-55)». E ancora «nell cantico del Magnificat, Maria non guarda solo a ciò che Dio ha operato in Lei, ma anche a ciò che ha compiuto e compie continuamente nella storia». Il Pontefice cita Sant’Ambrogio (339 o 340-397), che scrive: «Sia in ciascuno l’anima di Maria per magnificare il Signore; sia in ciascuno lo spirito di Maria per esultare in Dio».
          E San Luca continua a parlare della Madonna negli Atti degli Apostoli. Anche  «nel Cenacolo, Maria è presente, prima che si spalanchino le porte ed essi inizino ad annunciare Cristo Signore a tutti i popoli, insegnando ad osservare tutto ciò che Egli aveva comandato (cfr Mt 28,19-20)». Qui la Madonna è come alla conclusione di una vita fatta tutta di preghiera. «Le tappe del cammino di Maria, dalla casa di Nazaret a quella di Gerusalemme, attraverso la Croce dove il Figlio le affida l’apostolo Giovanni, sono segnate dalla capacità di mantenere un perseverante clima di raccoglimento, per meditare ogni avvenimento nel silenzio del suo cuore, davanti a Dio (cfr Lc 2,19-51) e nella meditazione davanti a Dio anche comprenderne la volontà di Dio e divenire capaci di accettarla interiormente». La presenza della Madre di Dio nel Cenacolo, dopo l’Ascensione, «non è allora una semplice annotazione storica di una cosa del passato, ma assume un significato di grande valore, perché con loro Ella condivide ciò che vi è di più prezioso: la memoria viva di Gesù, nella preghiera; condivide questa missione di Gesù: conservare la memoria di Gesù e così conservare la sua presenza».
          Infine, «l’ultimo accenno a Maria nei due scritti di san Luca è collocato nel giorno di sabato: il giorno del riposo di Dio dopo la Creazione, il giorno del silenzio dopo la Morte di Gesù e dell’attesa della sua Risurrezione. Ed è su questo episodio che si radica la tradizione di Santa Maria in Sabato». Tra l’Ascensione e la Pentecoste «gli Apostoli e la Chiesa si radunano con Maria per attendere con Lei il dono dello Spirito Santo, senza il quale non si può diventare testimoni. Lei che l’ha già ricevuto per generare il Verbo incarnato, condivide con tutta la Chiesa l’attesa dello stesso dono, perché nel cuore di ogni credente « sia formato Cristo » (cfr Gal 4,19)». Il Pontefice osserva che «se non c’è Chiesa senza Pentecoste, non c’è neanche Pentecoste senza la Madre di Gesù, perché Lei ha vissuto in modo unico ciò che la Chiesa sperimenta ogni giorno sotto l’azione dello Spirito Santo». Benedetto XVI lo spiega con un brano di San Cromazio di Aquileia (tra il 335 e il 340 – 407 o 408): «Si radunò dunque la Chiesa nella stanza al piano superiore insieme a Maria, la Madre di Gesù, e insieme ai suoi fratelli. Non si può dunque parlare di Chiesa se non è presente Maria, Madre del Signore… La Chiesa di Cristo è là dove viene predicata l’Incarnazione di Cristo dalla Vergine, e, dove predicano gli apostoli, che sono fratelli del Signore, là si ascolta il Vangelo».
          Da questo antico brano patristico il Papa passa poi a citare il Concilio Ecumenico Vaticano II, il quale  nella Costituzione dogmatica «Lumen gentium» afferma: «Essendo piaciuto a Dio di non manifestare apertamente il mistero della salvezza umana prima di effondere lo Spirito promesso da Cristo, vediamo gli apostoli prima del giorno della Pentecoste « perseveranti d’un sol cuore nella preghiera con le donne e Maria madre di Gesù e i suoi fratelli » (At 1,14); e vediamo anche Maria implorare con le sue preghiere il dono dello Spirito che all’Annunciazione l’aveva presa sotto la sua ombra» (n. 59). Il  luogo primo dove noi fedeli incontriamo Maria, prosegue il documento conciliare, è la Chiesa, dove è «riconosciuta quale sovreminente e del tutto singolare membro…, figura ed eccellentissimo modello per essa nella fede e nella carità» (n. 53).
          Dopo avere presentato in diverse udienze la preghiera di Gesù, il Papa in questa «scuola della preghiera» ci indica dunque come modello la preghiera della Madonna. «Spesso la preghiera è dettata da situazioni di difficoltà, da problemi personali che portano a rivolgersi al Signore per avere luce, conforto e aiuto. Maria invita ad aprire le dimensioni della preghiera, a rivolgersi a Dio non solamente nel bisogno e non solo per se stessi, ma in modo unanime, perseverante, fedele, con un « cuore solo e un’anima sola » (cfr At 4,32)». Una lezione molto attuale e importante per noi oggi: «la vita umana attraversa diverse fasi di passaggio, spesso difficili e impegnative, che richiedono scelte inderogabili, rinunce e sacrifici. La Madre di Gesù è stata posta dal Signore in momenti decisivi della storia della salvezza e ha saputo rispondere sempre con piena disponibilità, frutto di un legame profondo con Dio maturato nella preghiera assidua e intensa». Maria è madre della Chiesa che prega, ed «esercita questa sua maternità sino alla fine della storia. Affidiamo a Lei ogni fase di passaggio della nostra esistenza personale ed ecclesiale, non ultima quella del nostro transito finale. Maria ci insegna la necessità della preghiera e ci indica come solo con un legame costante, intimo, pieno di amore con suo Figlio possiamo uscire dalla « nostra casa », da noi stessi, con coraggio, per raggiungere i confini del mondo e annunciare ovunque il Signore Gesù, Salvatore del mondo».

Publié dans:Maria Vergine, Santi Evangelisti |on 17 octobre, 2013 |Pas de commentaires »

« DIEDE ALL’ACQUA CIÒ CHE CONFERÌ ALLA MADRE » (sul Battesimo)

 http://www.stpauls.it/madre06/0610md/0610md06.htm

DI GIUSEPPE DAMINELLI

« DIEDE ALL’ACQUA CIÒ CHE CONFERÌ ALLA MADRE »

Maria è l’esempio più perfetto di recezione del Battesimo, per analogia con quanto avvenne in lei nell’Annunciazione.

Il legame tra Maria e il Battesimo si esprime nell’analogia tra quanto avviene nella Vergine il giorno dell’Annunciazione e quanto avviene nel Rito battesimale.
Vi si scorgono almeno altri due nessi significativi: quello, fondato sul Vangelo di Giovanni ed illustrato dalla Patristica, derivante dalla maternità spirituale di Maria, e quello che proviene dall’esperienza spirituale e missionaria e considera la Vergine quale motivo ulteriore di fedeltà alle Promesse battesimali.

Analogia tra l’Annunciazione e il Sacramento del Battesimo
Come nel Battesimo di ogni credente, si osservano nella fede di Maria tre aspetti da lei vissuti al momento dell’Annuncio dell’Angelo: un’esperienza della Trinità, un’opzione fondamentale e nuovi vincoli con le Persone divine.
1] Esperienza della Trinità – All’Annuncio dell’Angelo in Maria hanno agito il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo [cfr. Lc 1, 32-35], tutti e tre congiunti in ordine alla concezione verginale.
Anche se il mistero dell’Incarnazione si compie nel silenzio della casa di Nazareth, non possiamo pensare che Maria rimanga passiva o inerte di fronte alla Trinità che opera in lei e per la prima volta si manifesta all’uomo.
Il turbamento riflessivo, la domanda e la risposta all’Angelo fanno della Vergine una persona sensibile e attiva, capace di una vera esperienza di fede. Ella addirittura narra in forma di cantico dossologico tale sua esperienza, quando intona il Magnificat [cfr. Lc 1, 46-55], il cui compito è d’interpretare pneumatologicamente l’evento fondamentale della sua vita.
Maria è piena di gioia perché si sente termine dell’amore salvifico di Dio che, dopo averla guardata con benevolenza, opera in lei un cambiamento di situazione: da uno status sociale e religioso irrilevante, ella passa ad essere proclamata beata da tutte le generazioni.
Come vera figlia di Sion, Maria esalta il volto di Dio secondo gli attributi riconosciuti nell’A.T.: potenza, misericordia, santità, fedeltà. Ma nelle opere compiute in lei dal Potente è nascosto il mistero della concezione verginale del Figlio dell’Altissimo. È implicito il riconoscimento di Dio Padre del Signore nostro Gesù Cristo e dello Spirito operante come forza che rende possibile ciò che è umanamente impossibile. Maria perverrà ad una più chiara nozione del Padre sotto l’impulso delle parole di Gesù nel ritrovamento nel Tempio e nell’evento della Pentecoste. Ma una previa conoscenza del Padre e dello Spirito è presupposta in lei.
2] Risposta di fede come opzione fondamentale – Al Dio che parla mediante il suo Messaggero, Maria risponde con « l’obbedienza della fede ». Nelle sue parole si può scorgere un’eco della risposta del Popolo d’Israele all’Alleanza con Dio: « Serviremo il Signore… Faremo tutto quello che JHWH ci dirà » [cfr. Es 19, 8; 24, 3.7; Dt 5, 27].
Ma esse sono nello stesso tempo una solenne professione di fede monoteista, in sintonia con lo shemà Israel che proclama: « Ascolta, Israele, il Signore Dio nostro è unico ». In contrapposizione con il vecchio sacerdote Zaccaria e con l’ambiente semipagano della « Galilea delle genti », Maria si dichiara « serva del Signore » e si pone in totale disponibilità alla sua parola [cfr. Lc 1, 38]. Proprio in questo senso è interpretato da Elisabetta il sì di Maria : una risposta di fede così perfetta da suscitare lode e congratulazioni [cfr. Lc 1, 42-45].
La grandezza della fede di Maria si misura dall’oggetto del messaggio, che non conosce precedenti nella storia d’Israele: l’inaudita concezione verginale del Figlio dell’Altissimo. Questa comporta un cambio di programma in Maria che, non volendo conoscere uomo, è intenzionata ad escludere maternità e figli dalla sua esistenza. Ella si adegua alla volontà del Signore, anche se ignora i particolari e le modalità della sua missione. Maria rischia la sua vita sulla Parola di Dio. Ciò la pone tra i grandi mistici dell’umanità, in quanto rappresenta la risposta ideale dell’uomo uditore della Parola dinanzi a Dio che si rivela.
3] Vincoli di Maria con il Padre, con il Figlio e con lo Spirito Santo – Più che luogo o spazio, Maria è una persona, anzi la prima persona della storia – come afferma Xavier Pikaza -, in quanto contrae vincoli relazionali con il Dio Uni-Trino. Questi le si rivela e insieme nasconde nel simbolismo delle istituzioni giudaiche [= l’Arca dell’Alleanza e la Tenda del Convegno]. Ella comunque « è insignita del sommo ufficio e dignità di Madre del Figlio, e perciò figlia prediletta del Padre e tempio dello Spirito Santo » (LG 53) o anche sposa dello Spirito Santo [cfr. MC 26].
All’azione della Trinità in lei, nel suo grembo e nel suo cuore, Maria risponde con atteggiamenti spirituali nei riguardi di ognuna delle Tre Persone divine che costituiscono la sua personalità religiosa: lode gioiosa a Dio Padre che mostra a lei il suo volto potente e misericordioso, santo e fedele, fede in Cristo come Messia e Figlio di Dio fatto uomo nel suo grembo, accoglienza dello Spirito Santo come nube luminosa che la copre della sua ombra, trasformandola in propria dimora.

Presenza materna di Maria
La nota mariana della spiritualità giovannea è legata all’episodio dell’affidamento del discepolo amato a Maria compiuto da Cristo Crocifisso e all’accoglienza di lei da parte dello stesso discepolo [cfr. Gv 19, 25-27]. Si tratta di una « scena di rivelazione » in cui Gesù rivela una qualità nascosta sia del discepolo ["Ecco tuo figlio"] sia di Maria ["Ecco tua madre"], ma che sarà rivelata e indica la loro identità teologica, la loro collocazione storico-salvifica.
È l’affermazione di un legame di filiazione-maternità tra il discepolo e la Madre di Gesù che va compresa nel contesto della rinascita dall’acqua e dallo Spirito [cfr. Gv 3,5].
Giovanni esplicita la risonanza spirituale di questa scena di rivelazione nella persona del discepolo amato, che accoglie Maria svelata come sua madre « nei suoi beni », cioè nella comunione con Cristo, nella propria vita spirituale. L’accoglienza di Maria da parte del discepolo indica apertura, accettazione, legame personale, amore attivo. Si tratta di un atteggiamento spirituale analogo alla fede, che nel Vangelo di Giovanni è riservato alla persona di Gesù [cfr. Gv 1, 11-12; 5, 43-44; 13, 20]. Maria concorre alla nascita e sviluppo dell’uomo « biofilo » che vuole crescere nella vita divina che gli è stata comunicata.
Lo studio dei Padri ha condotto H. Rahner a dedicare un capitolo a Maria in rapporto al Battesimo. In esso è riportata la frase di Leone Magno che evidenzia l’analogia e la continuazione tra queste due realtà : « Diede all’acqua ciò che conferì alla madre. Perché la potenza dell’Altissimo e la fecondazione dello Spirito Santo che fecero sì che Maria generasse il Salvatore fanno sì che l’onda della rinascita crei il credente ». Altri Padri, come Agostino nel passo citato, fanno rientrare ambedue nella grande opera della rigenerazione umana o rinascita a figli di Dio che avviene mediante la forza vivificante dello Spirito. Si tratta di una linea ontologica e vitale che fa intervenire Maria come madre dei fedeli proprio nell’atto costitutivo della vita nuova nel Cristo risorto.
In una lunga preghiera a Maria, che risale al sec. XI e ingloba molte espressioni di Fulberto di Chartres (+ 1028), si trova un chiaro riferimento alla consacrazione battesimale: « Ricordati, Signora, che nel Battesimo sono stato consacrato al Signore e ho professato con la mia bocca il nome cristiano. Purtroppo, non ho osservato quanto ho promesso. Tuttavia sono stato consegnato e affidato a te dal mio Signore Dio vivo e vero. Tu salva colui che ti è stato consegnato e custodisci colui che ti è stato affidato ».
Nel Sacramento del Battesimo, quando nascono alla grazia i figli di Dio, non è assente la Madre. La Chiesa nello Spirito rigenera gli uomini a Dio, ma anche Maria diviene Madre di ciascun battezzato. Infatti nella vita terrena la Vergine « ha cooperato nella carità alla nascita dei fedeli nella Chiesa » (Sant’Agostino) ed è stata dichiarata da Gesù Madre dei discepoli rappresentati da Giovanni [cfr. Gv 19, 25-26]. Ora che si trova in Cielo, esercita questa sua missione materna cooperando « con amore di Madre… alla rigenerazione e formazione » dei fedeli, come afferma il Concilio Vaticano II [cfr. LG 63].
Si tratta di un intervento della Vergine nell’atto stesso del Battesimo, con il quale gli uomini vengono rigenerati alla vita nuova in Cristo. Maria è presente in modo attivo e materno al fonte battesimale, dove diventiamo figli di Dio e insieme figli di Maria e della Chiesa.

Giuseppe Daminelli

Publié dans:liturgia, LITURGIA: STUDI, Maria Vergine |on 17 octobre, 2013 |Pas de commentaires »

Sant’Ignazio di Antiochia

Sant'Ignazio di Antiochia dans immagini sacre Image1

 

Publié dans:immagini sacre |on 16 octobre, 2013 |Pas de commentaires »

SANT’IGNAZIO D’ANTIOCHIA : LETTERA A POLICARPO – SALUTO

http://www.sangiuseppedemerode.it/pdf/materiali%20didattici/alessandro/letteratura%20latina%20web/letteratura%20cristiana/s_ignazio_di_antiochia.html

SANT’IGNAZIO D’ANTIOCHIA

LETTERA A POLICARPO

SALUTO

Ignazio, Teoforo, a Policarpo vescovo della Chiesa di Smirne, o meglio, che ha per vescovo Dio Padre e il Signore nostro Gesù Cristo, molta gioia.

Pietà fondata sulla roccia
I, 1. Lodo la tua pietà in Dio, fondata su una roccia incrollabile, e rendo la massima gloria (al Signore), perché sono stato fatto degno del tuo volto irreprensibile. Potessi goderne in Dio. 2. Ti esorto nella carità che hai a proseguire nel tuo cammino e ad incitare tutti a salvarsi. Dimostra la rettitudine del tuo posto con ogni cura nella carne e nello spirito. Preoccupati dell’unità di cui nulla è più bello. Sopporta tutti, come il Signore sopporta anche te; sostieni tutti nella carità, come già fai. 3. Cura le preghiere che non si interrompano; chiedi una saggezza maggiore di quella che hai; veglia possedendo uno spirito insonne. Parla a ciascuno nel modo conforme a Dio. Sostieni come perfetto atleta le infermità di tutti. Dove maggiore è la fatica, più è il guadagno.

Prudente come un serpente e semplice come una colomba
II, 1. Se ami i discepoli buoni, non hai merito; piuttosto devi vincere con la bontà i più riottosi. Non si cura ogni ferita con uno stesso impiastro. Calma le esacerbazioni (della malattia) con bevande infuse. 2. In ogni cosa sii prudente come un serpente e semplice come la colomba. Per questo sei di carne e di spirito, perché tratti con amabilità quanto appare al tuo sguardo; per ciò che è invisibile prega che ti sia rivelato, perché non manchi di nulla e abbondi di ogni grazia. 3. Il tempo presente esige che tu tenda a Dio, come i naviganti invocano i venti e coloro che sono sbattuti dalla tempesta il porto. Come atleta di Dio sii sobrio; il premio è l’immortalità, la vita eterna in cui tu credi. In tutto sono per te una ricompensa io e le mie catene che tu hai amate.

Il grande atleta incassa i colpi e vince
III, 1. Non ti abbattano coloro che sembrano degni di fede e insegnano l’errore. Sta’ fermo come l’incudine sotto i colpi. E’ proprio del grande atleta incassare i colpi e vincere. Dobbiamo sopportare ogni cosa per amore di Dio, perché anche lui ci sopporti. 2. Sii più zelante di quello che sei. Discerni i tempi. Aspetta chi è al di sopra del tempo, atemporale, invisibile, per noi (fattosi) visibile, impalpabile, impassibile, per noi (divenuto) passibile, e sopportò ogni cosa.

La libertà dello schiavo
IV, 1. Non siano trascurate le vedove; dopo il Signore sei tu la loro guida. Nulla avvenga senza il tuo parere e tu nulla fare senza Dio, come già fai. Sii forte. 2. Le adunanze siano molto frequenti. Invita tutti per nome. 3. Non disprezzare gli schiavi e le schiave; ma essi non si gonfino, e si sottomettano di più per la gloria di Dio, perché ottengano da lui una libertà migliore. Non cerchino di farsi liberare dalla comunità per non essere schiavi del desiderio.

 Ogni cosa per la gloria di Dio
V, 1. Fuggi i mestieri vietati e di più predica contro di essi. Raccomanda alle mie sorelle di amare il Signore e di sostenere i mariti nella carne e nello spirito. Così esorta anche i miei fratelli, nel nome di Gesù Cristo, ad amare le spose come il Signore la Chiesa. 2. Se qualcuno può rimanere nella castità a gloria della carne del Signore, vi rimanga con umiltà. Se se ne vanta è perduto, e se si ritiene più del vescovo si è distrutto. Conviene agli sposi e alle spose di stringere l’unione con il consenso del vescovo, perché le loro nozze avvengano secondo il Signore e non secondo la concupiscenza. Ogni cosa si faccia per l’onore di Dio.

Nessuno sia disertore
VI, 1. State col vescovo perché anche Dio stia con voi. Offro in cambio la vita per quelli che sono sottomessi al vescovo, ai presbiteri e ai diaconi e con loro vorrei essere partecipe in Dio. Unite insieme i vostri sforzi, lottate, correte, soffrite, dormite, svegliatevi come amministratori di Dio, colleghi e servitori. 2. Cercate di piacere a colui sotto il quale militate e ricevete la mercede. Nessuno di voi sia disertore. Il vostro battesimo sia come lo scudo, la fede come elmo, la carità come lancia, la pazienza come vostra armatura. I vostri depositi siano le vostre opere, perché possiate ritirare capitali adeguati. Siate tolleranti nella dolcezza gli uni verso gli altri, come Dio lo è con voi. Possa io gioire sempre di voi.

Il cristiano a servizio di Dio
VII, 1. Poiché la Chiesa di Antiochia nella Siria, per le vostre preghiere, è in pace come mi è stato riferito, sono divenuto più fiducioso nella serenità di Dio, se col patire lo raggiungo per trovarmi nella risurrezione vostro discepolo. 2. Conviene, o Policarpo, ricolmo di ogni felicità divina, che tu raduni un’assemblea gradita a Dio e che elegga uno che amate e sia zelante che potrà ben chiamarsi corriere di Dio, e gli sia affidato di recarsi in Siria per celebrare la vostra carità sempre attiva nella gloria di Dio. 3. Il cristiano non vive per sé, ma è a servizio di Dio. Quest’opera è di Dio, e anche vostra quando l’avrete compiuta. Ho fiducia nella grazia perché siete pronti all’opera buona che concerne Dio. Conoscendo il vostro zelo per la verità, vi ho esortato con poche parole.

Congedo
VIII, 1. Non ho potuto scrivere a tutte le Chiese dovendo imbarcarmi improvvisamente da Troade a Neapolis, come impone l’ordine ricevuto. Scriverai tu alle Chiese (che ti sono) davanti, conoscendo la volontà di Dio, che facciano la stessa cosa, di mandare cioè messaggeri, potendolo, o di spedire lettere a mezzo dei tuoi inviati per essere glorificati con un’opera eterna, come tu ne sei meritevole. 2. Saluto tutti per nome e la donna di Epitropo con tutta la sua casa e quella dei figli. Saluto il mio amato Attalo. Saluto chi sarà ritenuto degno di dover andare in Siria. La grazia sarà sempre con lui e con Policarpo che lo manda. 3. Vi prego di essere forti nel Dio nostro Gesù Cristo e in lui rimanete nell’unità e sotto la vigilanza di Dio. Saluto Alce, nome a me caro. State bene nel Signore.

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BENEDETTO XVI: SANT’IGNAZIO D’ANTIOCHIA – 17 OTTOBRE

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/audiences/2007/documents/hf_ben-xvi_aud_20070314_it.html

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

PIAZZA SAN PIETRO

MERCOLEDÌ, 14 MARZO 2007

SANT’IGNAZIO D’ANTIOCHIA – 17 OTTOBRE

Cari fratelli e sorelle,

nel nostro nuovo ciclo di catechesi appena iniziato stiamo passando in rassegna le principali personalità della Chiesa nascente. La scorsa settimana abbiamo parlato di Papa Clemente I, terzo Successore di san Pietro. Oggi parliamo di sant’Ignazio, che è stato il terzo Vescovo di Antiochia, dal 70 al 107, data del suo martirio. In quel tempo Roma, Alessandria e Antiochia erano le tre grandi metropoli dell’Impero romano. Il Concilio di Nicea parla di tre «primati»: ovviamente, quello di Roma, ma vi erano poi anche Alessandria e Antiochia che vantavano un loro «primato». Sant’Ignazio, come s’è detto, era Vescovo di Antiochia, che oggi si trova in Turchia. Qui, in Antiochia, come sappiamo dagli Atti degli Apostoli, sorse una comunità cristiana fiorente: primo Vescovo ne fu l’apostolo Pietro – così ci dice la tradizione –, e lì «per la prima volta i discepoli furono chiamati cristiani» (At 11,26). Eusebio di Cesarea, uno storico del IV secolo, dedica un intero capitolo della sua Storia Ecclesiastica alla vita e all’opera letteraria di Ignazio (3,36). «Dalla Siria», egli scrive, «Ignazio fu mandato a Roma per essere gettato in pasto alle belve, a causa della testimonianza da lui resa a Cristo. Compiendo il suo viaggio attraverso l’Asia, sotto la custodia severa delle guardie» [che lui chiama «dieci leopardi» nella sua Lettera ai Romani 5,1], «nelle singole città dove sostava, con prediche e ammonizioni, andava rinsaldando le Chiese; soprattutto esortava, col calore più vivo, di guardarsi dalle eresie, che allora cominciavano a pullulare, e raccomandava di non staccarsi dalla tradizione apostolica» (3,36,3-4). La prima tappa del viaggio di Ignazio verso il martirio fu la città di Smirne, dove era Vescovo san Policarpo, discepolo di san Giovanni. Qui Ignazio scrisse quattro lettere, rispettivamente alle Chiese di Efeso, di Magnesia, di Tralli e di Roma. «Partito da Smirne», prosegue Eusebio, «Ignazio venne a Troade, e di là spedì nuove lettere»: due alle Chiese di Filadelfia e di Smirne, e una al Vescovo Policarpo. Eusebio completa così l’elenco delle lettere, che sono giunte a noi come un prezioso tesoro. Leggendo questi testi si sente la freschezza della fede della generazione che ancora aveva conosciuto gli Apostoli. Si sente anche in queste lettere l’amore ardente di un Santo. Finalmente da Troade il martire giunse a Roma, dove, nell’Anfiteatro Flavio, venne dato in pasto alle bestie feroci.

Nessun Padre della Chiesa ha espresso con l’intensità di Ignazio l’anelito all’unione con Cristo e alla vita in Lui. Perciò abbiamo letto il brano evangelico sulla vigna, che secondo il Vangelo di Giovanni è Gesù. In realtà, confluiscono in Ignazio due «correnti» spirituali: quella di Paolo, tutta tesa all’unione con Cristo, e quella di Giovanni, concentrata sulla vita in Lui. A loro volta, queste due correnti sfociano nell’imitazione di Cristo, più volte proclamato da Ignazio come «il mio» o «il nostro Dio». Così Ignazio supplica i cristiani di Roma di non impedire il suo martirio, perché è impaziente di «congiungersi con Gesù Cristo». E spiega: «E’ bello per me morire andando verso (eis) Gesù Cristo, piuttosto che regnare sino ai confini della terra. Cerco Lui, che è morto per me, voglio Lui, che è risorto per noi … Lasciate che io sia imitatore della Passione del mio Dio!» (Romani 5-6). Si può cogliere in queste espressioni brucianti d’amore lo spiccato «realismo» cristologico tipico della Chiesa di Antiochia, più che mai attento all’incarnazione del Figlio di Dio e alla sua vera e concreta umanità: Gesù Cristo, scrive Ignazio agli Smirnesi, «è realmente dalla stirpe di Davide», «realmente è nato da una vergine», «realmente fu inchiodato per noi» (1,1).
L’irresistibile tensione di Ignazio verso l’unione con Cristo fonda una vera e propria «mistica dell’unità». Egli stesso si definisce «un uomo al quale è affidato il compito dell’unità» (Filadelfiesi 8,1). Per Ignazio l’unità è anzitutto una prerogativa di Dio che, esistendo in tre Persone, è Uno in assoluta unità. Egli ripete spesso che Dio è unità, e che solo in Dio essa si trova allo stato puro e originario. L’unità da realizzare su questa terra da parte dei cristiani non è altro che un’imitazione, il più possibile conforme all’archétipo divino. In questo modo Ignazio giunge a elaborare una visione della Chiesa, che richiama da vicino alcune espressioni della Lettera ai Corinti di Clemente Romano. «E’ bene per voi», scrive per esempio ai cristiani di Efeso, «procedere insieme d’accordo col pensiero del Vescovo, cosa che già fate. Infatti il vostro collegio dei presbiteri, giustamente famoso, degno di Dio, è così armonicamente unito al Vescovo come le corde alla cetra. Per questo nella vostra concordia e nel vostro amore sinfonico Gesù Cristo è cantato. E così voi, ad uno ad uno, diventate coro, affinché nella sinfonia della concordia, dopo aver preso il tono di Dio nell’unità, cantiate a una sola voce» (4,1-2). E dopo aver raccomandato agli Smirnesi di non «intraprendere nulla di ciò che riguarda la Chiesa senza il Vescovo» (8,1), confida a Policarpo: «Io offro la mia vita per quelli che sono sottomessi al Vescovo, ai presbiteri e ai diaconi. Possa io con loro avere parte con Dio. Lavorate insieme gli uni per gli altri, lottate insieme, correte insieme, soffrite insieme, dormite e vegliate insieme come amministratori di Dio, suoi assessori e servi. Cercate di piacere a Colui per il quale militate e dal quale ricevete la mercede. Nessuno di voi sia trovato disertore. Il vostro Battesimo rimanga come uno scudo, la fede come un elmo, la carità come una lancia, la pazienza come un’armatura» (6,1-2).

Complessivamente si può cogliere nelle Lettere di Ignazio una sorta di dialettica costante e feconda tra due aspetti caratteristici della vita cristiana: da una parte la struttura gerarchica della comunità ecclesiale, e dall’altra l’unità fondamentale che lega fra loro tutti i fedeli in Cristo. Di conseguenza, i ruoli non si possono contrapporre. Al contrario, l’insistenza sulla comunione dei credenti tra loro e con i propri pastori è continuamente riformulata attraverso eloquenti immagini e analogie: la cetra, le corde, l’intonazione, il concerto, la sinfonia. E’ evidente la responsabilità peculiare dei Vescovi, dei presbiteri e dei diaconi nell’edificazione della comunità. Vale anzitutto per loro l’invito all’amore e all’unità. «Siate una cosa sola», scrive Ignazio ai Magnesi, riprendendo la preghiera di Gesù nell’Ultima Cena: «Un’unica supplica, un’unica mente, un’unica speranza nell’amore … Accorrete tutti a Gesù Cristo come all’unico tempio di Dio, come all’unico altare: Egli è uno, e procedendo dall’unico Padre, è rimasto a Lui unito, e a Lui è ritornato nell’unità» (7,1-2). Ignazio, per primo nella letteratura cristiana, attribuisce alla Chiesa l’aggettivo «cattolica», cioè «universale»: «Dove è Gesù Cristo», egli afferma, «lì è la Chiesa cattolica» (Smirnesi 8,2). E proprio nel servizio di unità alla Chiesa cattolica, la comunità cristiana di Roma esercita una sorta di primato nell’amore: «In Roma essa presiede degna di Dio, venerabile, degna di essere chiamata beata … Presiede alla carità, che ha la legge di Cristo e porta il nome del Padre» (Romani, prologo).
Come si vede, Ignazio è veramente il «dottore dell’unità»: unità di Dio e unità di Cristo (a dispetto delle varie eresie che iniziavano a circolare e dividevano l’uomo e Dio in Cristo), unità della Chiesa, unità dei fedeli «nella fede e nella carità, delle quali non vi è nulla di più eccellente» (Smirnesi 6,1). In definitiva, il «realismo» di Ignazio invita i fedeli di ieri e di oggi, invita noi tutti a una sintesi progressiva tra configurazione a Cristo (unione con Lui, vita in Lui) e dedizione alla sua Chiesa (unità con il Vescovo, servizio generoso alla comunità e al mondo). Insomma, occorre pervenire a una sintesi tra comunione della Chiesa all’interno di sé e missione-proclamazione del Vangelo per gli altri, fino a che attraverso una dimensione parli l’altra, e i credenti siano sempre più «nel possesso di quello Spirito indiviso, che è Gesù Cristo stesso» (Magnesi 15). 
Implorando dal Signore questa «grazia di unità», e nella convinzione di presiedere alla carità di tutta la Chiesa (cfr Romani, prologo), rivolgo a voi lo stesso augurio che conclude la lettera di Ignazio ai cristiani di Tralli: «Amatevi l’un l’altro con cuore non diviso. Il mio spirito si offre in sacrificio per voi, non solo ora, ma anche quando avrà raggiunto Dio … In Cristo possiate essere trovati senza macchia» (13). E preghiamo affinché il Signore ci aiuti a raggiungere questa unità e ad essere trovati finalmente senza macchia, perché è l’amore che purifica le anime.

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Copte Ikon représentant l’Archange Michael défaisant le dragon

Copte Ikon représentant l'Archange Michael défaisant le dragon dans immagini sacre CopticAngel

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