Archive pour octobre, 2013

Orthodoxy and Communion with the Saints

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Publié dans:immagini sacre |on 23 octobre, 2013 |Pas de commentaires »

GIOVANNI PAOLO II: L’EUCARISTIA APRE AL FUTURO DI DIO

http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/audiences/2000/documents/hf_jp-ii_aud_20001025_it.html

GIOVANNI PAOLO II

UDIENZA GENERALE

MERCOLEDÌ, 25 OTTOBRE 2000 

L’EUCARISTIA APRE AL FUTURO DI DIO 

1. “Nella liturgia terrena noi partecipiamo, pregustandola, a quella celeste” (SC n.8; cfr GS n. 38). Queste parole così limpide ed essenziali del Concilio Vaticano II ci presentano una dimensione fondamentale dell’Eucaristia: il suo essere “futurae gloriae pignus”, pegno della gloria futura, secondo una bella espressione della tradizione cristiana (cfr SC n. 47). “Questo sacramento – osserva san Tommaso d’Aquino – non ci introduce subito nella gloria ma ci dà la forza di giungere alla gloria ed è per questo che è detto «viatico»” (Summa Th. III, 79, 2, ad I). La comunione con Cristo che ora viviamo mentre siamo pellegrini e viandanti nelle strade della storia anticipa l’incontro supremo del giorno in cui “noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è” (1Gv 3,2). Elia, che in cammino nel deserto si accascia privo di forze sotto un ginepro e viene rinvigorito da un pane misterioso fino a raggiungere la vetta dell’incontro con Dio (cfr 1Re 19,1-8), è un tradizionale simbolo dell’itinerario dei fedeli, che nel pane eucaristico trovano la forza per camminare verso la meta luminosa della città santa.
2. È questo anche il senso profondo della manna imbandita da Dio nelle steppe del Sinai, “cibo degli angeli” capace di procurare ogni delizia e soddisfare ogni gusto, manifestazione della dolcezza (di Dio) verso i suoi figli (cfr Sap 16,20-21). Sarà Cristo stesso a far balenare questo significato spirituale della vicenda dell’Esodo. È lui a farci gustare nell’Eucaristia il duplice sapore di cibo del pellegrino e di cibo della pienezza messianica nell’eternità (cfr Is 25,6). Per mutuare un’espressione dedicata alla liturgia sabbatica ebraica, l’Eucaristia è un “assaggio di eternità nel tempo” (A. J. Heschel). Come Cristo è vissuto nella carne permanendo nella gloria di Figlio di Dio, così l’Eucaristia è presenza divina e trascendente, comunione con l’eterno, segno della “compenetrazione tra città terrena e città celeste” (GS n. 40). L’Eucaristia, memoriale della Pasqua di Cristo, è di sua natura apportatrice dell’eterno e dell’infinito nella storia umana.
3. Questo aspetto che apre l’Eucaristia al futuro di Dio, pur lasciandola ancorata alla realtà presente, è illustrato dalle parole che Gesù pronunzia sul calice del vino nell’ultima cena (cfr Lc 22,20; 1Cor 11,25). Marco e Matteo evocano in quelle stesse parole l’alleanza nel sangue dei sacrifici del Sinai (cfr Mc 14,24; Mt 26,28; cfr Es 24,8). Luca e Paolo, invece, rivelano il compimento della “nuova alleanza” annunziata dal profeta Geremia: “Ecco verranno giorni – dice il Signore – nei quali con la casa di Israele e di Giuda io concluderò una nuova alleanza, non come l’alleanza conclusa coi vostri padri” (31,31-32). Gesù, infatti, dichiara: “Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue”. ‘Nuovo’, nel linguaggio biblico, indica di solito progresso, perfezione definitiva. 
Sono ancora Luca e Paolo a sottolineare che l’Eucaristia è anticipazione dell’orizzonte di luce gloriosa propria del regno di Dio. Prima dell’Ultima Cena Gesù dichiara: “Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione; poiché vi dico: non la mangerò più, finché essa non si compia nel regno di Dio. Preso un calice, rese grazie e disse: Prendetelo e distribuitelo tra voi, poiché vi dico: da questo momento non berrò più del frutto della vite, finché non venga il regno di Dio” (Lc 22,15-18). Anche Paolo ricorda esplicitamente che la cena eucaristica è protesa verso l’ultima venuta del Signore: “Ogni volta che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore finché egli venga” (1Cor 11,26).
4. Il quarto evangelista, Giovanni, esalta questa tensione dell’Eucaristia verso la pienezza del regno di Dio all’interno del celebre discorso sul “pane di vita”, che Gesù tiene nella sinagoga di Cafarnao. Il simbolo da lui assunto come punto di riferimento biblico è, come già s’accennava, quello della manna offerta da Dio a Israele pellegrino nel deserto. A proposito dell’Eucaristia Gesù afferma solennemente: “Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno (…). Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno (…). Questo è il pane disceso dal cielo, non come quello che mangiarono i vostri padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno” (Gv 6,51.54.58). La ‘vita eterna ’, nel linguaggio del quarto vangelo, è la stessa vita divina che oltrepassa le frontiere del tempo. L’Eucaristia, essendo comunione con Cristo, è quindi partecipazione alla vita di Dio che è eterna e vince la morte. Per questo Gesù dichiara: “La volontà di colui che mi ha mandato è che io non perda nulla di quanto mi ha dato, ma lo risusciti nell’ultimo giorno. Perché questa è la volontà del Padre mio: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno” (Gv 6,39-40).
5. In questa luce – come diceva suggestivamente un teologo russo, Sergej Bulgakov – “la liturgia è il cielo sulla terra”. Per questo nella Lettera Apostolica Dies Domini, riprendendo le parole di Paolo VI, ho esortato i cristiani a non trascurare “questo incontro, questo banchetto che Cristo ci prepara nel suo amore. Che la partecipazione ad esso sia insieme degnissima e gioiosa! È il Cristo, crocifisso e glorificato, che passa in mezzo ai suoi discepoli, per trascinarli insieme nel rinnovamento della sua risurrezione. È il culmine, quaggiù, dell’alleanza d’amore tra Dio e il suo popolo: segno e sorgente di gioia cristiana, tappa per la festa eterna” (Gaudete in Domino, conclusione; Dies Domini 58).

PER UNA TEOLOGIA DELLA PACE

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PER UNA TEOLOGIA DELLA PACE

sintesi della relazione di Armido Rizzi

Verbania Pallanza, 10-11 gennaio 1987

Oggi siamo sempre più consapevoli della necessità e dell’urgenza di una cultura della pace, non perché la violenza si sia manifestata solo oggi ma perché la violenza ha raggiunto un eccesso tale da non poter più essere giustificata. La violenza sia della natura (catastrofi, inondazioni, carestie) sia quella prodotta dagli uomini ha sempre accompagnato la storia dell’umanità, ma sempre lo spirito umano è riuscito a darle almeno un senso parziale, in qualche modo a giustificarla. Oggi si sono verificati due avvenimenti in cui la violenza ha raggiunto una tale dimensione da non poter più essere giustificabile, anche parzialmente.
Da una parte Hiroshima ci ha reso coscienti della possibilità della distruzione dell’intera umanità (il troppo quantitativo); dall’altra Auschwitz ci ha mostrato la violenza fine a se stessa, la violenza senza giustificazioni (il troppo qualitativo), la volontà pura di negazione dell’altro.
La novità essenziale: la distruzione non scaturisce dal puro gioco di forze o dall’istinto belluino, ma dalla volontà umana. È la soggettività violenta.
il cuore violento e le radici della violenza umana

Il racconto biblico di Adamo, del giardino di Eden e della colpa originaria narra che l’uomo è nel mondo buono di Dio di cui può disporre (albero della vita) a condizione di accettare l’ordine di valori (albero della conoscenza del bene e del male), che Dio ha già inscritto nel mondo stesso. In questo testo viene narrato non il peccato accaduto una volta, ma l’essenza stessa del peccato. Nel testo ci sono due formule (la scienza del bene e del male e l’essere come Dio) che hanno reso possibili due letture.
Nella prima lettura l’uomo viene tentato a mangiare il frutto dell’albero proibito, cioè a porre un atto in cui afferma sé come creatore di un nuovo ordine di valori: bene e male non sono già posti nelle cose e in me stesso, ma sono quelli che io produco disegnando e realizzando i miei progetti. L’uomo rifiuta di accettare che ci sia un orizzonte di bene e male con cui confrontarsi e da cui lasciarsi misurare, ma diventa egli stesso misura di tutto, creatore di valori. L’uomo può ad esempio disattendere all’imperativo del « non uccidere » e uccidere per affermare i propri progetti.
Questa prima lettura dell’essenza del peccato originale, pur valida, è insoddisfacente, perché non presenta una vera appropriazione della scienza del bene e del male, ma solo una rimozione, un disattendere.
Una seconda lettura esprime l’essenza del peccato originale nell’essere come Dio, proprio nell’appropriazione del principio del bene e del male. L’istanza di bene e di male non solo viene disattesa, ma viene assorbita dentro la volontà di potenza dell’uomo, dentro tutto ciò che l’uomo può desiderare e progettare. Il principio etico non viene cancellato o disatteso, ma diventa un momento, una componente della propria volontà di potenza. L’uomo non dice: non devo, ma posso; ma dice: posso ed è giusto che faccia così.
Non solo faccio così (prima lettura), ma è giusto che faccia così, perché ne ho il diritto. Non solo il potere fare una cosa ma il diritto di poterla fare. È il soggetto di diritto.
Il mio volere e potere viene a identificarsi con ciò che è giusto, è davvero l’appropriarsi della conoscenza del bene e del male, è il « sarete come Dio ».
L’esperienza fondamentale del Dio della bibbia è quella del Dio giusto, la cui parola in quanto tale è bene, è giustizia, è verità. L’essenza del peccato è appropriarsi di questo Dio, è ingabbiarlo dentro di me, per cui sono io che decido quando è giusto e quando è ingiusto.
Per lo più la violenza umana è sorretta, legittimata, giustificata dalla consapevolezza che è bene, giusto comportarsi in un certo modo. È il significato della favola del lupo e dell’agnello. Il lupo-uomo deve trovare una giustificazione per fare violenza e mangiare l’agnello. Non si limita a rendere lecito il suo atto, lo rende obbligatorio, un dovere a cui non può sottrarsi, un’offesa da lavare, un onore da riscattare.
Lo sguardo del Dio giusto lo posso disattendere, senza cancellarlo. Il peccato originale è invece il far proprio lo sguardo di Dio. Lo sguardo che mi dice di non uccidere, di non ferire, di non intorbidare l’acqua, lo faccio diventare mio e lo rivolgo all’altro accusandolo di avere intorbidato l’acqua. Qui si costituisce la violenza propriamente umana, la violenza etica: il principio etico di trascendenza su di me diventa principio etico della mia trascendenza sugli altri, per cui di fronte agli altri e alle cose io sono soggetto di diritto. Gli altri diventano strumenti disponibili per i miei progetti, o, se non accettano di essere strumenti, nemici da abbattere. E quando non riesco ad esercitare effettivamente questo mio sapermi soggetto di diritto, mi ripiego nel vittimismo percependo il mondo come persecutore.
Inoltre la gloria di Dio è il povero che vive. Il bisogno del povero, fragile, impotente, viene avvolto e sorretto dallo sguardo di Dio che ci dice che non ci appartiene e che ne siamo responsabili.
Ora appropriarsi del bene e del male significa non solo espropriare Dio alla fonte, ma anche l’altro, ogni uomo in quanto povero. L’altro diventa un dato (occasione o ostacolo) dentro i miei progetti.
Vivo l’altro come strumento o come nemico.
Certamente anch’io, in quanto povero ed essere bisognoso, ho i miei diritti, « miei » in quanto anche in me è presente lo sguardo di Dio. Non è mio diritto come genitivo possessivo, ma è il diritto che mi avvolge.
Abitualmente la favola del lupo e dell’agnello ha vigenza generale. Difficilmente uno opera per il proprio vantaggio confessando a sé e agli altri che lo fa per il proprio vantaggio.
L’uomo moderno si è costituito sempre di più trasformando i diritti dell’uomo in diritti individuali, in « i miei diritti ». Questo vale anche a livello delle nazioni: la guerra giusta è sempre quella che faccio io, difendendo il mio diritto dall’ingiusto aggressore.
Il gesto con cui Adamo si appropria della conoscenza del bene e del male è l’inizio della storia che noi conosciamo, una storia attraversata dalla duplice inimicizia, l’uomo che si fa nemico di Dio nell’atto in cui si fa nemico dell’altro uomo.
La buona notizia, l’evangelo è che Dio riconcilia l’uomo a sé e riconcilia gli uomini tra loro. Dio rovescia il rovesciamento che l’uomo ha fatto del proprio essere.
Gesù, pace di Dio con l’uomo e pace tra gli uomini

Il NT è la narrazione di quello che Dio ha fatto in Gesù per riconciliare l’uomo a sé e per ricostituire l’uomo nella sua capacità di essere con gli altri.
In Gesù Dio riconcilia l’umanità a sé
Innanzitutto Gesù è un essere paradossale in cui si uniscono i poli estremi della santità e del peccato. È insieme – risulta questo aspetto dalle lettere di Paolo – l’innocente, il santo, colui che non conosce il peccato ed è colui che è coinvolto come nessun altro nella vicenda di peccato dell’umanità.
Ma non c’è simultaneità tra le due facce, ma una si alimenta dell’altra: Gesù è santo proprio perché condivide radicalmente la condizione umana, nella sua adesione radicale alla volontà di Dio. Mentre un certo monachesimo ha inteso la santità come fuga mundi, come una presa di distanza dal partecipare a un mondo di peccato, come progressivo distacco dal mondo per avvicinarsi a Dio, Gesù aderisce a Dio sprofondandosi, in obbedienza, nell’esistenza del mondo. Si siede a tavola con i peccatori e muore in croce, esprimendo così la massima adesione alla storia umana peccatrice e la massima distanza da Dio. Proprio nell’essere maledetto, nello sperimentare l’abbandono di Dio vive la massima adesione al Padre che gli chiede di fare così.
La resurrezione non è l’ultimo gradino di una salita, ma è un ribaltamento: il maledetto diventa il benedetto.
La ragione della scelta di Gesù è stata forse quella di rovesciare il soggetto di diritto, il soggetto padronale, l’uomo che si è appropriato del divino per autoaffemarsi riducendo tutto a strumento da usare o a ostacolo da abbattere. Gesù, in solidarietà con il mondo perduto, dice di sì a quello che il Padre gli chiede, restituendo al Padre la divinità. Come dice Paolo, Gesù è l’anti-Adamo.
La scelta di Gesù di essere radicalmente obbediente alla volontà del Padre ci dice che ciò che si realizza attraverso di lui è il disegno di Dio sull’umanità. Dire che l’identità di Gesù è l’obbedienza radicale al Padre è dire in modo più evangelico il dogma di Calcedonia che Gesù è Dio, che Gesù è la mano tesa di Dio verso l’uomo perduto. La storia di Gesù è la storia di Dio sul mondo.
Perché Dio per riconciliare a sé l’umanità non è ricorso ad un gesto di liberalità, ma ha richiesto la fedeltà che ha comportato la croce? Forse una riposta la troviamo nell’analogia con l’esperienza del rapporto tra perdono e pentimento. Il pentimento è espressione del disagio per il male fatto all’altro, ma, a differenza del rimorso, è anche offerta di riconciliazione, è già un rispondere alla offerta di perdono, un volere risarcire il male fatto recuperando il tempo perduto.
Il perdono è causa del pentimento, non l’effetto. Il pentimento è cogliere l’offerta di perdono per ricostituire interamente l’amicizia.
Il rapporto tra perdono e pentimento sul piano individuale mostra quello che è avvenuto sul piano universale nella storia di Gesù. Dio dona il perdono e Gesù è in seno all’umanità la coscienza penitente. Gesù è il grande penitente che prende su di sé il peccato del mondo, la maledizione, la croce perché è convinto che è giusto.
L’umanità che il Padre ha riconciliato a sé in Gesù riceve ora da Dio, individualmente, il suo spirito, cioè la capacità di vivere come Gesù, non come soggetti di diritto, padroni del mondo, ma come obbedienza a Dio e al diritto del povero e quindi come solidarietà e giustizia.
L’amore di Dio si è manifestato in questo, nell’aver amato l’uomo quando l’uomo era suo nemico. In Gesù è avvenuto il riavvicinamento dell’umanità a Dio, in modo tale che, qualunque cosa l’uomo faccia, l’ultima parola non sarà il no dell’uomo, ma il sì di Dio. Dio dona all’uomo un cuore di carne (Ezechiele), che Paolo chiama spirito: lo spirito è la soggettività di Dio che diventa soggettività dell’uomo, capacità di vivere la storia secondo la vocazione originaria.
« beati i costruttori di pace »: evangelo e cultura di pace

Tratti essenziali di un soggetto di pace.
L’essere soggetti di pace non deriva ultimamente da fattori psichici, sociali, istintuali. Nell’ottica biblica l’uomo è libertà in quanto responsabilità. L’uomo non è, ma è chiamato a farsi di fronte alla scelta tra bene e male, tra vita e morte, tra essere per o essere contro, tra promuovere e uccidere. Credere in Gesù Cristo vuol dire credere che la storia umana è tenuta sempre aperta dal sì di Dio, dallo spirito di Dio, aperta verso la possibilità di un mondo di pace. Credere in Gesù Cristo è credere nell’uomo, non per le sue risorse psichiche o culturali ma per la presenza dello spirito del risorto che riapre continuamente la storia.
Secondariamente il dono dello spirito, il cuore nuovo donatoci da Dio, non è una realtà già tutta compiuta. La nostra appartenenza di base è la storia peccatrice (qui è il senso del battesimo). Il cuore nuovo è un dono iniziale e insieme un compito, è il dono di un compito, è la conversione continua. Le strutture sociali (e questo è il compito di una cultura di pace) possono essere in sintonia con il cuore nuovo, ma non lo possono produrre. Il cuore nuovo, costruttore di pace, è sempre un atto di libertà
Terzo. Il gesto fondatore del cuore costruttore di pace è un cuore che consente di lasciarsi pacificare dentro di sé, di accettare di spogliarsi del cuore padronale, del soggetto di diritti. Nel cuore padronale c’è la violenza originaria di chi già in cuor suo ha costituito l’altro come nemico e quindi come legittimamente aggredibile. Dobbiamo abbattere dentro di noi il gesto fondatore dell’altro come nemico. Può darsi che effettivamente l’altro sia nemico, ma ciò di cui dobbiamo spogliarci è il cuore padronale che non tiene conto di ciò che realmente l’altro è. Occorre rifarci uno sguardo capace di vedere le cose come sono.
Quarto. Il superamento del cuore padronale e del cuore vittimista che arma la mano è quanto c’è di più arduo. Non si fa pace senza far penitenza. La croce fondamentale che dobbiamo portare sulle spalle è la rinuncia all’inflazionamento dell’io, riaprendo la strada dall’io all’altro.
Quinto. Anche la non violenza va posta sotto il segno della responsabilità. Io sono chiamato a costruire positivamente la pace e per questo devo evitare il ricorso a strumenti violenti. Però devo farmi carico (Bonhoeffer) del male che c’è nel mondo arrivando a condividerlo anche nella forma della violenza, nel senso che la non violenza diventa la minor violenza possibile. Il cuore padronale fa violenza senza problemi, il cuore pacificato con la consapevolezza di essere partecipe del peccato del mondo.
Sesto. Una cultura della pace integra il cuore pacificato. Dal centro della libertà buona si dilata la cultura della pace, dal primo cerchio dei rapporti interpersonali, al secondo dei rapporti sociali (con il superamento dello spirito corporativo), al terzo cerchio della politica sia statuale che internazionale. Ad ogni livello la cultura della pace ha problematiche specifiche.
Settimo. La chiesa muove verso Gerusalemme, visione di pace. Compito della chiesa è quello di dire a tutti che il loro fine ultimo è quello di essere momenti della universale fraternità, che la volontà di pace di Dio nella storia è il fine ultimo della storia stessa.

Publié dans:LA PACE, Papa Giovanni Paolo II, Teologia |on 23 octobre, 2013 |Pas de commentaires »

Papa Giovanni Paolo II

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Publié dans:immagini sacre |on 22 octobre, 2013 |Pas de commentaires »

PAPA GIOVANNI PAOLO II – BIOGRAFIA

PAPA GIOVANNI PAOLO II – BIOGRAFIA

Fonte http://it.wikipedia.org/wiki/Papa_Giovanni_Paolo_II

Giovanni Paolo II (Ioannes Paulus II), nato Karol Józef Wojty?a (Wadowice, 18 maggio 1920 – Città del Vaticano, 2 aprile 2005), è stato il 264° Papa della Chiesa cattolica (il 263° successore di Pietro), nonché vescovo della città di Roma e monarca dello Stato Vaticano. Fu eletto al soglio di Pietro il 16 ottobre 1978.
Primo Papa non italiano dopo 455 anni, cioè dai tempi dell’olandese Adriano VI (1522 – 1523), è stato inoltre il primo Pontefice polacco, e slavo in genere, della storia.
Giovanni Paolo II intraprese sin dal principio del suo pontificato una vigorosa azione politica e diplomatica contro il comunismo e l’oppressione politica, ed è considerato uno degli artefici del crollo dei sistemi del socialismo reale, già controllati dalla ex Unione Sovietica. Combatté la Teologia della Liberazione, intervenendo ripetutamente in occasioni di avvicinamenti di alcuni esponenti del clero verso soggetti politici dell’area marxista. Stigmatizzò inoltre il capitalismo sfrenato e il consumismo, considerati antitetici alla ricerca della giustizia sociale, causa di ingiustificata sperequazione fra i popoli e, per taluni effetti, lesivi della dignità dell’uomo. Nel campo della morale, si oppose fermamente all’aborto e confermò l’approccio tradizionale della Chiesa sulla sessualità umana, sul celibato dei preti, sul sacerdozio femminile.
I suoi più di 100 viaggi in tutto il mondo videro la partecipazione di enormi folle (tra le più grandi mai riunite per eventi a carattere religioso). Con questi viaggi apostolici, Giovanni Paolo II coprì una distanza molto maggiore di quella coperta da tutti gli altri papi messi assieme. Questa grande attività di contatto (anche con le generazioni più giovani, con la creazione delle Giornate Mondiali della Gioventù) fu da molti interpretata come segno di una seria intenzione di costruire un ponte di relazioni tra nazioni e religioni diverse, nel segno dell’ecumenismo, che era stato uno dei punti fermi del suo papato.
Papa Wojtyla ha beatificato e canonizzato molte più persone di ogni altro pontefice: si calcola che le persone da lui beatificate e canonizzate siano state – ad ottobre 2004 – circa 1.340.
Il 14 marzo 2004 il suo pontificato aveva superato quello di Leone XIII come terzo pontificato più lungo della storia (dopo Pio IX e San Pietro).
La lunghezza del papato di Karol Wojtyla è stata in marcato contrasto con quello del suo immediato predecessore, Giovanni Paolo I, che morì improvvisamente dopo soli 33 giorni di ufficio (e in memoria del quale Giovanni Paolo II scelse il proprio nome).

BIOGRAFIA
Le origini
Karol Wojtyla a dodici anniKarol Józef Wojty?a (IPA: /?kar?l ?juzef v?j?t?wa/) nacque il 18 maggio 1920 a Wadowice, nel sud della Polonia, terzo figlio di Emilia, nata Kaczorowska (1884) e di Karol Wojty?a senior (1879) ex-ufficiale dell’esercito asburgico. Da giovane veniva chiamato dagli amici e dai familiari Lolek.
Sua madre, Emilia, morì nel 1929 per malfunzionamento renale ed una malattia cardiaca congenita. La reazione del figlio fu molto contenuta, e quando seppe della notizia disse soltanto: Era la volontà di Dio. Suo fratello maggiore, Edmund, noto anche come Mundek, morì nel 1932 per una scarlattina contratta, all’età di 26 anni, da un paziente. La sorella Olga, invece, era morta poco dopo la nascita nel 1914 prima ancora, dunque, che Karol nascesse. Dopo la morte della madre Emilia, suo padre, un uomo molto religioso, si impegnò con tutte le forze per poter far studiare il figlio Karol.
La sua gioventù venne segnata da un intenso rapporto con l’allora folta e viva comunità ebraica di Wadowice.
UNIVERSITÀ
Nell’estate del 1938 Karol Wojty?a e suo padre lasciarono Wadowice per trasferirsi a Cracovia, dove si iscrisse alla Università Jagellonica nel semestre autunnale. Nel suo primo anno studiò Filologia, Lingua e Letteratura Polacca. Prese anche lezioni private di francese.
Lavorò come bibliotecario volontario, e fece l’addestramento militare obbligatorio nella legione Accademica. Alla fine dell’anno accademico 1938-1939, impersonò il ruolo di Sagittarius nell’opera fiabesca The Moonlight Cavalier, prodotta da una compagnia teatrale sperimentale. Iniziò nel frattempo lo studio delle lingue, che lo portò poi a conoscere e parlare 11 idiomi diversi: polacco, sloveno, russo, italiano, francese, spagnolo, portoghese, tedesco, ucraino e inglese, oltre ad un’ottima conoscenza del latino ecclesiastico.
LA SECONDA GUERRA MONDIALE
La casa natale di Wojty?a a WadowiceNel settembre del 1939 la Germania invase la Polonia e la nazione fu occupata prima dalle forze naziste e poi da quelle sovietiche. Allo scoppio della guerra, Karol e suo padre fuggirono verso l’est da Cracovia assieme a migliaia di altri Polacchi. A volte si rifugiarono dentro delle fosse, per nascondersi dai velivoli della Luftwaffe. Dopo avere camminato per 200 chilometri seppero dell’invasione russa della Polonia e furono obbligati a ritornare a Cracovia.
Nel novembre, 184 accademici della Università Jagellonica furono arrestati e l’università venne chiusa. Tutti i maschi abili furono costretti a lavorare. Nel primo anno di guerra Karol lavorò come fattorino per un ristorante. Questo lavoro leggero gli permise di continuare gli studi e la carriera teatrale e di mettere in pratica atti di resistenza culturale. Intensificò inoltre lo studio del francese.
Dall’autunno del 1940 Karol lavorò per quasi quattro anni come manovale in una cava di calcare. Il padre morì nel 1941. Nel 1942, entrò nel seminario clandestino diretto dal cardinale Sapieha, arcivescovo di Cracovia.
Il 29 febbraio 1944, tornando a casa dal lavoro nella cava, fu investito da un camion tedesco, perse coscienza e passò due settimane in ospedale. Riportò un trauma acuto, numerose escoriazioni e una ferita alla spalla. Secondo Testimone della Speranza, la biografia scritta da George Weigel, questo incidente e la sopravvivenza ad esso sembrarono a Wojtyla una conferma della propria vocazione religiosa.
Nell’agosto 1944 iniziò la rivolta di Varsavia e il 6 agosto, il « lunedì nero », la Gestapo perquisì la città di Cracovia deportando i giovani maschi per evitare un’analoga sollevazione. Quando la Gestapo perquisì casa sua, Wojtyla riuscì a scampare alla deportazione nascondendosi dietro una porta e fuggì nell’Arcivescovato, dove rimase fino a guerra finita. La notte del 17 gennaio 1945 i tedeschi abbandonarono la città. I seminaristi recuperarono il vecchio seminario, ridotto in rovine. Karol e un altro seminarista si offrirono volontari per tagliare a pezzi e portare via montagne di escrementi gelati.
CARRIERA ECCLESIASTICA
Karol Wojty?a venne ordinato sacerdote il 1 novembre, 1946, dall’Arcivescovo di Cracovia, il cardinale Adam Stefan Sapieha. Subito dopo egli si trasferì a Roma per proseguire gli studi teologici presso « l’Angelicum » (Pontificio Ateneo di San Tommaso d’Aquino). Nella tesi di dottorato, che prese in esame la dottrina della fede in San Giovanni della Croce, Wojty?a pose l’accento sulla natura personale dell’incontro dell’uomo con Dio. Ritornato in Polonia nell’estate del 1948, la sua prima missione pastorale fu nel paesino di Niegowi?, a venticinque chilometri da Cracovia. Nel marzo 1949 fu trasferito nella parrocchia di San Floriano a Cracovia. Insegnò etica all’Università Jagellonica della città e successivamente all’Università Cattolica di Lublino. Nel 1958 fu nominato vescovo ausiliario di Cracovia, e quattro anni dopo assunse la guida della diocesi quale Vicario Capitolare.
Il 30 dicembre 1963 papa Paolo VI lo nominò Arcivescovo di Cracovia. Sia come vescovo prima che come arcivescovo poi Wojty?a partecipò al Concilio Vaticano II, contribuendo ai documenti per la stesura del Dignitatis Humanae e del Gaudium et Spes, due dei documenti storici più importanti ed influenti prodotti dal concilio.
Fu creato cardinale il 26 giugno 1967 da papa Paolo VI. Nell’agosto del 1978, dopo la morte di Paolo VI, partecipò al conclave che si concluse con l’elezione di Albino Luciani, il cardinale Patriarca di Venezia, che divenne papa Giovanni Paolo I. Avendo appena 65 anni Luciani era considerato un Pontefice giovane in confronto ai suoi predecessori. Tuttavia Wojty?a, che ne aveva 58, avrebbe potuto aspettarsi di partecipare nuovamente ad un conclave prima di raggiungere gli ottant’anni (età massima per i cardinali per partecipare all’elezione del pontefice), ma certo non si aspettava che il suo secondo conclave si sarebbe tenuto così presto. Invece il 28 settembre 1978, dopo solo 33 giorni di pontificato, Giovanni Paolo I morì. Nell’ottobre 1978 Wojty?a fece ritorno in Vaticano per prendere parte al secondo conclave in meno di due mesi.
IL SECONDO CONCLAVE DEL 1978
Qualcuno pensa che la sua nomina, come quella del suo predecessore, fu frutto di un compromesso: il conclave, infatti, vide una netta divisione tra due candidati particolarmente forti: il cardinale Giuseppe Siri, arcivescovo di Genova, votato dalla parte dell’ala conservatrice, ed il cardinale Giovanni Benelli, arcivescovo di Firenze, molto vicino a papa Giovanni Paolo I e sorretto dall’ala più riformista del Collegio dei Cardinali. Nei primi ballottaggi Benelli arrivò a nove voti dall’elezione. Tuttavia Wojty?a si assicurò l’elezione come « compromesso » tra le due candidature opposte, in parte grazie al supporto ottenuto da cardinali come Franz König ed altri che aveva precedentemente appoggiato Siri.
Il 16 ottobre 1978, all’età di 58 anni, Wojty?a succedette a papa Giovanni Paolo I.
L’annuncio della sua elezione (l’Habemus papam) fu dato alle ore 18:45 dal cardinale Pericle Felici. Pochi minuti più tardi il nuovo papa si presentò alla folla riunita in piazza San Pietro, affacciandosi dalla loggia che sovrasta l’ingresso della basilica. Nel suo breve discorso egli si definì come il nuovo Papa chiamato da molto lontano e superò subito le diffidenze degli italiani, che vedevano per la prima volta da lungo tempo un pontefice straniero, dicendo se mi sbaglio mi corigerete!, frase rimasta famosa e che provocò l’applauso dei presenti. Al termine egli impartì la prima benedizione Urbi et Orbi che fu trasmessa in mondovisione
Il giorno seguente il nuovo Pontefice celebrò la messa insieme al Collegio cardinalizio nella Cappella Sistina. Il 22 ottobre iniziò solennemente il ministero Petrino, quale 263° successore dell’Apostolo Pietro.
Il 5 novembre il Papa visita Assisi, per venerare San Francesco, Patrono d’Italia e si reca anche alla Basilica di Santa Maria sopra Minerva in Roma, per venerare la tomba di Santa Caterina da Siena, Patrona d’Italia. Il 12 novembre Giovanni Paolo II prende possesso, come Vescovo di Roma, della cattedra di San Giovanni in Laterano e il 5 dicembre compie la prima visita alle parrocchie della Diocesi di Roma: San Francesco Saverio nel quartiere della Garbatella.
ATTENTATI SUBITI
Le guardie del corpo sostengono il Papa dopo il tentativo di assassinio da parte di Mehmet Ali A?ca in Piazza San Pietro il 13 maggio 1981La profezia di san Pio da Pietrelcina sull’elezione di Wojty?a al soglio pontificio aveva anche un’altra parte: il frate di Pietrelcina aveva anche predetto che il suo pontificato sarebbe stato breve e sarebbe finito nel sangue. Una profezia che è stata vicina a avverarsi quando il 13 maggio 1981 subì un attentato che quasi lo uccise da parte di Mehmet Ali A?ca, un killer professionista turco, che gli sparò due colpi di pistola in piazza San Pietro, pochi minuti dopo che egli era entrato nella piazza per un’udienza generale, colpendolo all’addome.
Papa Wojty?a è però sopravvissuto all’attentato, ed il suo papato è diventato addirittura il terzo più lungo della storia.
Due giorni dopo il Natale del 1983, Giovanni Paolo II volle andare in prigione per incontrare il suo attentatore e dargli il suo perdono. I due parlarono da soli per lungo tempo, e la loro conversazione è rimasta ancora oggi privata. Il Papa disse poi dell’incontro: Ho parlato con lui come si parla con un fratello, al quale ho perdonato e che gode della mia fiducia. Quello che ci siamo detti è un segreto tra me e lui. L’attentatore venne in seguito condannato all’ergastolo dalla giustizia italiana per attentato a Capo di Stato estero. Nel 2000, il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi gli concesse la grazia: Ali Agca viene perciò estradato dall’Italia e giunse in Turchia, nel carcere di massima sicurezza di Kartal, nel quale stava scontando la pena di dieci anni di reclusione per l’assassinio del giornalista Abdu Ipekci, avvenuto nel 1979.
Alcuni documenti scoperti negli archivi Sovietici e resi pubblici nel marzo 2005 supportano la tesi che l’attentato sia stato commissionato dall’Unione Sovietica ([1] – [2]).
Dai documenti risulterebbe che il KGB, in collaborazione con la Polizia della Germania Orientale (Stasi), avesse programmato l’attentato appoggiandosi ad un gruppo terroristico bulgaro di Roma, che a sua volta si sarebbe rivolto ad un gruppo turco radicale.
Le motivazioni che avrebbero portato l’URSS ad un gesto del genere, non sono state chiarite.
Alcuni suggeriscono che i Sovietici temessero l’influenza che un Papa polacco poteva avere sulla stabilità dei loro paesi satelliti dell’Europa Orientale, in special modo la Polonia. Altri, inoltre, accusano fazioni interne al Vaticano, in particolar modo la cosiddetta massoneria libera che si opponeva a Wojty?a e all’Opus Dei. Lo stesso Ali A?ca non ha mai voluto rivelare in modo chiaro la verità, ma ha spesso suggerito di aver avuto aiuti dall’interno del Vaticano. Comunque tutte queste informazioni devono essere considerate ipotesi, perché ad oggi non sono state comprovate le circostanze e le motivazioni dell’attentato. Lo stesso A?ca ha spesso cambiato versione sulla dinamica della preparazione dell’attentato.
Un documento della Congregazione per la Dottrina della Fede analizza l’attentato, mettendolo in relazione con l’ultimo dei Segreti di Fatima. Inoltre il bossolo del proiettile sparato da Alì Agca, per volere del Papa, è stato incastonato nella corona della statua della Vergine a Fatima. L’attentato è avvenuto nel giorno della ricorrenza della prima appartizione della Madonna ai pastorelli di Fatima. Il Pontefice era convinto che fu la mano della Madonna a deviare quel colpo e a salvargli la vita.
Da notare che ci fu anche un altro tentativo di assassinio di Giovanni Paolo II, avvenuto il 12 maggio 1982 a Fatima. Un uomo tentò di colpire il papa con una baionetta, ma fu fermato dalla sicurezza. L’uomo, un sacerdote spagnolo di nome Juan María Fernández y Krohn, si opponeva alle riforme del Concilio Vaticano II e definiva il papa un « agente di Mosca ». Fu condannato a sei anni di prigione e quindi espulso dal Portogallo.
I PROBLEMI DI SALUTE
Essendo il più giovane papa eletto dai tempi di papa Pio IX nel 1846 (eletto papa a 54 anni), Giovanni Paolo II iniziò il suo pontificato in ottima salute. Era un uomo relativamente giovane che, diversamente dai suoi predecessori, faceva abitualmente escursioni, nuotava e sciava. Tuttavia, dopo oltre venticinque anni sul seggio papale, un attentato ed un gran numero di traumi fisici, la salute di Giovanni Paolo cominciò a declinare. Fu vittima di un tumore al colon che gli venne rimosso nel 1992, si slogò una spalla nel 1993, si ruppe il femore nel 1994 e subì l’appendicectomia nel 1996.
Nel 2001 venne stabilito nel corso di una visita ortopedica che, come alcuni osservatori internazionali sospettavano da tempo, Giovanni Paolo II soffriva del Morbo di Parkinson. Ciò venne ufficialmente confermato dal Vaticano nel 2003. Oltre all’evidente tremore alla mano, cominciò a pronunciare con difficoltà più frasi di seguito, e vennero notati anche alcuni problemi uditivi. Soffriva anche di un’artrite acuta al ginocchio destro, che aveva sviluppato in seguito all’applicazione di una protesi, per cui camminava molto raramente in pubblico. Nonostante questi disagi, continuò a girare il mondo. Disse di accettare la volontà di Dio che lo faceva Papa, e così rimase determinato a rimanere in carica fino alla morte, o finché non sarebbe diventato mentalmente inabile in maniera irreversibile. Coloro che lo hanno incontrato dicono che, sebbene provato fisicamente, è sempre stato perfettamente lucido.
Nel settembre 2003, il cardinale Joseph Ratzinger, spesso considerato la « mano destra » del Santo Padre, disse dovremmo pregare per il Papa, sollevando serie preoccupazioni circa lo stato di salute del Pontefice.
Il 1° febbraio 2005, il Papa fu ricoverato all’Ospedale Gemelli di Roma (che egli definiva il Vaticano terzo), a causa di una infiammazione acuta della laringe e del laringo-spasmo, causati da una ricaduta di influenza.
Il Vaticano riportò il giorno seguente che le sue condizioni si erano stabilizzate, ma che sarebbe rimasto in ospedale fino alla completa guarigione. Il Papa apparve in pubblico il 6 febbraio per leggere le ultime righe dell’Angelus, con voce roca, dalla finestra della propria camera d’ospedale. Saltò per la prima volta nei suoi 26 anni di suo pontificato la cerimonia del Mercoledì delle ceneri nella Basilica di San Pietro il 9 febbraio, e fece ritorno in Vaticano il 10 febbraio. [3]
Un affaticato Giovanni Paolo II nel settembre 2004Il 24 febbraio, 2005 il Papa iniziò ad avere problemi di respirazione accompagnati da febbre e fu d’urgenza ricoverato nuovamente al Gemelli, dove gli venne praticata una tracheotomia. Un collaboratore del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi riferì che il Pontefice era « sereno » [4] dopo essersi alzato successivamente all’operazione. Aveva alzato la mano cercando di dire qualcosa, ma i medici gli avevano consigliato di non provare a parlare. Il Papa diede « benedizioni silenziose » dalla sua finestra d’ospedale domenica 27 febbraio e domenica 6 marzo. Il cardinale Ratzinger, che aveva incontrato il pontefice per una riunione di lavoro nella sua suite al 10° piano del Gemelli martedì 1 marzo, riferì alla stampa internazionale: Il Papa mi ha parlato in tedesco e in italiano. Era completamente lucido. Ho portato al Santo Padre i saluti dall’assemblea della Congregazione per il culto divino che si sta riunendo in questo momento in Vaticano. Il Santo Padre lavorerà sul materiale che gli ho dato oggi. Sono felice di vederlo completamente lucido e mentalmente capace di dire le cose essenziali con la sua voce. Normalmente parliamo in tedesco. I dettagli non sono importanti – parlò solo delle cose essenziali.
L’8 marzo, fu annunciato che il Papa avrebbe impartito la benedizione Urbi et Orbi il giorno di Pasqua, 27 marzo. Le altre cerimonie del Triduo Pasquale avrebbero dovuto essere celebrate da cardinali.
Durante l’Angelus di domenica 13 marzo il Papa fu capace di parlare ai fedeli per la prima volta dopo la tracheotomia. Più tardi, in quel giorno, tornò in Vaticano dopo quasi un mese di ricovero. [5] La Domenica delle Palme (20 marzo) il Papa fece una breve apparizione alla sua finestra per salutare i fedeli che lo acclamarono a migliaia quando agitò in silenzio un ramoscello d’ulivo. Per la prima volta nel suo pontificato non fu in grado di officiare la messa della domenica di Pasqua. La guardò alla TV nel suo appartamento che dà su Piazza San Pietro.
Il 22 marzo sorsero nuove preoccupazioni sulla salute del Papa, dopo che i referti constatarono il peggioramento della salute e la mancanza di risposta ai farmaci. [6].
Il 24 marzo, il cardinale colombiano Alfonso Lopez Trujillo sostituì il Papa nel rito della Lavanda dei piedi del Giovedì Santo nella Basilica di San Pietro. Disse che il Pontefice si stava ‘abbandonando serenamente’ alla volontà di Dio. L’ottantaquattrenne Wojty?a seguì il rito tramite la televisione dai suoi appartamenti in Vaticano.
Il 25 marzo, il Pontefice non partecipa alla Via Crucis al Colosseo e, come il giorno prima, segue l’evento in televisione dalla sua cappella privata ed è ripreso dalle telecamere di spalle mentre segue il rito seduto sulla sua poltrona.
Il 27 marzo, giorno di Pasqua, il Papa apparve alla finestra su piazza San Pietro per poco tempo. Il cardinale Angelo Sodano lesse il messaggio Urbi et Orbi quando il Papa benedisse la folla di mano sua. Tentò di parlare ma non vi riuscì.
Il 30 marzo, mercoledì, il Papa apparve alla finestra su piazza San Pietro per poco tempo. Tentò di parlare ma non vi riuscì. Fu l’ultima volta che si mostrò in pubblico prima di morire.
MORTE
Papa Giovanni Paolo II negli USA parla dopo essere stato insignito della Medal of Freedom nel giugno 2004Il 31 marzo, il Papa sviluppò « febbre alta causata da un’infezione dell’apparato urinario » (notizia della BBC), ma non fu portato in ospedale, come invece era stato fatto due volte nel periodo precedente, secondo una sua espressa volontà di morire nei suoi appartamenti in Vaticano. Più tardi lo stesso giorno, fonti del Vaticano annunciarono che al Pontefice era stata impartita l’Unzione degli Infermi (Estrema Unzione), per la prima volta dall’attentato del 1981.
Non è chiaro se il Papa abbia ricevuto altresì il Perdono apostolico.
Il 1° aprile, le sue condizioni peggiorarono drasticamente ed insorsero insufficienza cardiaca e renale. Al Papa venne sistemato un sondino naso-gastrico per aiutarlo a incrementare l’apporto nutritivo dopo la febbre. Notizie raccolte fuori dagli ambienti vaticani riportarono quella mattina che il Papa aveva subito un attacco di cuore, ma rimaneva cosciente. Il portavoce vaticano Joaquin Navarro Valls smentì la voce, ma disse che il Papa aveva subito un collasso cardiocircolatorio e giudicò la condizione del Papa molto seria.
Alle 12:30 circa, un portavoce vaticano fornì un nuovo aggiornamento sulla salute del Papa, e confermò che Wojty?a aveva ricevuto l’Unzione degli infermi. Aveva rifiutato di essere condotto in ospedale, e aveva incontrato i suoi più vicini collaboratori. Aveva anche richiesto che gli fossero lette le meditazioni sulla Via Crucis che si era tenuta pochi giorni prima al Colosseo.
Alle 19:00 circa i notiziari italiani affermarono che papa Giovanni Paolo II aveva perso conoscenza. Secondo la MSNBC almeno un centro medico affermò che ormai non c’erano più speranze.
Il giorno 2 aprile, le condizioni del Papa vennero definite dal bollettino medico del Vaticano gravissime ed il Papa moribondo. Venne comunicato che il Papa aveva dei momenti di incoscienza ma non era in coma. A tarda sera, il Vaticano annuncia che le Sue condizioni rimangono estremamente gravi e che durante la sera è stato colpito da una forte febbre, specificando, tuttavia, che quando viene stimolato dai familiari, risponde correttamente.
Prima dell’ulteriore aggravarsi delle sue condizioni, all’alba del 2 aprile, il Pontefice viene informato della grande folla presente in piazza San Pietro, composta da molti giovani. Il Papa espresse a fatica il suo ultimo pensiero per i giovani, a lui tanto cari, riuscendo a mormorare le parole: Vi ho cercato. Adesso voi siete venuti da me. E di questo vi ringrazio.
Il Vaticano infine emise un comunicato stampa alle 19:00 affermando che i reni del Papa avevano cessato di funzionare. L’ANSA riportò mezz’ora più tardi che aveva perduto coscienza. Molte agenzie media italiane riferirono la morte del Papa alle 20:20 ma subito il Vaticano smentì che il Papa fosse effettivamente morto, e i resoconti cambiarono. TV Sky Italia riferì che cuore e cervello funzionavano.
Sotto l’occhio attento dei media di tutto il mondo, Giovanni Paolo II si spense alle 21.37 di sabato 2 aprile 2005 nel Palazzo Apostolico della Città del Vaticano, mentre volgeva al termine il sabato e si era già entrati nel giorno del Signore, Ottava di Pasqua e Domenica della Divina Misericordia, in conseguenza di uno shock settico e di un collasso cardiocircolatorio. Ad accompagnarlo nell’ultimo viaggio, quello che ha concluso la parabola umana di uno dei pontefici più longevi della storia della Chiesa, sono stati i canti e le preghiere dei presenti in Piazza San Pietro. Subito dopo la notizia della morte, la famiglia pontificia ai piedi del suo letto cantò l’Inno del Te Deum. Mons. Leonardo Sandri, sostituto alla Segreteria di Stato, annunciò così la morte: alle 21,37 l’amato Santo Padre Giovanni Paolo II è tornato alla Casa del Padre, tutti hanno cantato la Salve Regina, le campane della Basilica di san Pietro hanno suonato a lutto così come tutte le campane di tutte le chiese del mondo.
REAZIONI NEL MONDO
Un altarino improvvisato a Cracovia
Capi di stato e religiosi di tutto il mondo riuniti in Piazza San Pietro per il funerale
George W. Bush, Laura Bush, George H. W. Bush e Bill Clinton rendono i loro omaggi a Wojtyla
La salma del Papa esposta in Basilica
La messa funebre in Piazza S. PietroDa quella sera e fino all’8 aprile, quando hanno avuto luogo le Esequie del defunto Pontefice, Giovanni Paolo II è stato pianto da una folla di più di 3 milioni di pellegrini, moltissimi cattolici nel mondo, e anche molti non cattolici, confluiti a Roma per rendere omaggio alla salma del Papa, attendendo in fila anche fino a 24 ore per poter accedere alla Basilica di San Pietro nella Città del Vaticano.
In Polonia, i cattolici si riunirono nella chiesa di Wadowice, la città natale del pontefice. La televisione di Stato cancellò tutte le commedie dal palinsesto a partire dal 1 aprile 2005 ed cominciò a trasmettere le celebrazioni liturgiche e speciali sul Papa. I cattolici polacchi, che hanno un profondo sentimento di devozione verso il pontefice e si riferiscono a lui come al loro « padre », sono rimasero particolarmente scossi dalla sua morte. Chiesero che almeno il cuore di Giovanni Paolo II fosse seppellito nella sua patria, ma il Papa venne sepolto nelle Grotte vaticane come la maggior parte dei Vicari di Gesù.
Molti leader mondiali hanno espresso le loro condoglianze:
In Argentina gli studenti osservarono qualche minuto di silenzio il primo giorno dopo la morte del Papa; il Presidente Nestor Kirchner dichiarò: Milioni di persone hanno pianto Giovanni Paolo II, i suoi insegnamenti ci seguiranno per tutta la vita, per sempre.
il Primo Ministro Australiano John Howard affermò che papa Giovanni Paolo II dovrebbe essere ricordato come un combattente per la libertà contro il comunismo ed un grande leader cristiano. [7]
In Brasile, il Presidente Luiz Inácio Lula da Silva espresse tutta la tristezza del popolo Brasiliano. [8] Il governo inoltre proclamò un periodo di lutto nazionale di sette giorni. [9]
Il Primo Ministro del Canada Paul Martin disse che Per un quarto di secolo il papa Giovanni Paolo II fu un simbolo di amore e fede, pace e pietà… La nostra tristezza di oggi è la stessa tristezza di tutto il mondo. [10]
In Cile il governo dichiarò un periodo di 3 giorni di lutto nazionale. Il Presidente Ricardo Lagos commentò che …Giovanni Paolo II non sarà lontano da noi. Il suo nome è parte della nostra storia, il suo pensiero sarà di ispirazione per costruire un paese più giusto ed un mondo più pacifico per tutti noi ». [11]
Il presidente Colombiano Álvaro Uribe Vélez decretò che le bandiere sugli edifici governativi e delle ambasciate fossero poste a mezz’asta per due giorni. Il presidente, dal canto suo, aveva stigmatizzato le ultime battaglie del Papa per la pace nel mondo. (ES) [12]
Le autorità Cubane concessero, eccezionalmente, al cardinale Jaime Ortega di rendere una dichiarazione pubblica sulla televisione di stato: Questo è un uomo che ha portato su di sé il peso morale del mondo per 26 anni… trasformandosi nell’unico referente morale dell’umanità negli ultimi anni di guerra e difficoltà.
Il Primo ministro Indiano Manmohan Singh sottoscrisse il libro di condoglianze all’Ambasciata vaticana a Nuova Delhi. [13] Il governo indiano proclamò tre giorni di lutto.
Nel Regno Unito, la regina espresse profondo dolore per la morte di Giovanni Paolo II ricordando i suoi sforzi per promuovere la pace in tutto il mondo. Il Primo ministro inglese Tony Blair asserì che il mondo ha perso una guida religiosa che era riverito dai popoli di ogni fede come da quelli che non ne hanno alcuna. [14]
Le bandiere in cima alla Casa Bianca e ad altri edifici pubblici negli Stati Uniti furono ammezzate fino al tramonto del giorno della sepoltura di Wojty?a. [15] Il presidente George W. Bush espresse il suo cordoglio per la morte di un campione della libertà umana, una ispirazione per milioni di americani e un eroe nei secoli [16] ed è stato il primo presidente statunitense a presenziare al funerale di un Sommo Pontefice.
Molti paesi a maggioranza cattolica dichiararono il lutto per Giovanni Paolo II. Il governo delle Filippine proclamò il lutto fino al giorno del funerale. Il Paraguay e il Gabon proclamarono cinque giorni di lutto, il Costa Rica quattro. Tre giorni di lutto furono proclamati dai governi di Italia, Portogallo (nei giorni precedenti il funerale, benché le bandiere nazionali siano state ammezzate sui pubblici edifici il lunedì successivo alla morte del Papa), Croazia, Haiti, Bolivia, Capo Verde, Seychelles, Malawi, e Timor Est. Spagna e Perù proclamarono un giorno di lutto nazionale.
Egitto e Libano furono due dei paesi a maggioranza non cattolica che proclamarono tre giorni di lutto per il Santo Padre. Il Kosovo proclamò due giorni, e la Bosnia ed Erzegovina e l’Albania proclamarono un giorno. Nella Repubblica di Macedonia tutti gli eventi culturali vennero cancellati il giorno seguente la morte del Papa.
La Germania e la Francia ordinarono di abbassare a mezz’asta le bandiere di tutti gli uffici del Governo.
In netto contrasto con altri paesi a larga maggioranza cattolica il Taoiseach d’Irlanda Bertie Ahern dichiarò che non ci sarebbe stato « giorno nazionale di lutto di sorta ». Ciò in controversia con una porzione considerevole della popolazione irlandese. I commentatori notarono che la reazione irlandese è in qualche modo mutata e potrebbe essere indicativa della società e della politica irlandesi, in progressiva allontanamento dall’alta considerazione in cui tenevano un tempo la Chiesa di Cristo. Anche molte guide religiose non cattoliche in tutto il mondo hanno espresso le proprie condoglianze. La Federazione Anarchica Italiana pur manifestando cordoglio per la scomparsa dell’uomo, ha tuttavia espresso un’opinione fortemente critica del suo operato. [17]
« Giovanni Paolo II il Grande »
Subito dopo la morte di Giovanni Paolo II molti personaggi importanti, tra cui il cardinale Angelo Sodano in forma scritta nell’omelia della messa di requiem, si sono riferiti all’ultimo pontefice come Giovanni Paolo il Grande. Il titolo di « Grande » è comunemente usato come attributo per altri due soli papi (papa Leone I e papa Gregorio I). Un uso, tuttavia, alquanto libero poiché non esiste un procedimento istituzionale per dichiarare « Grande » un papa; avviene col tempo per acclamazione popolare. Il titolo guadagna di credibilità ogniqualvolta viene utilizzato in un discorso o in forma scritta.
Funerale
Piazza San Pietro. La folla attende per molte ore di dare l’ultimo saluto al PapaI funerali di Giovanni Paolo II si svolsero venerdì 8 aprile in Piazza San Pietro. Le previsioni parlavano di circa due milioni di fedeli nella capitale, ma ne sono arrivati circa quattro milioni da fuori. Massiccia la presenza di pellegrini polacchi (quasi 2 milioni) che al grido di « Santo subito » sono rimasti vicini fino all’ultimo al Papa. Presenti in piazza molti capi di stato e di governo e rappresentanti di tutte le religioni. Da lunedì 4 aprile la salma del Pontefice era stata esposta all’interno della Basilica di San Pietro, ed aveva ricevuto l’omaggio di una folla numerosissima (più di 3 milioni di persone), che durante tutto il giorno e tutta la notte ininterrottamente aveva atteso con pazienza il proprio turno, lungo una coda che ha raggiunto fino a cinque chilometri di lunghezza ed un tempo di attesa che ha superato le venti ore. L’accesso alla coda, infatti, era stato chiuso alle ore 22.00 di mercoledì 6 aprile, per poter smaltire la fila il giorno seguente.
Il 28 aprile successivo, il Santo Padre Benedetto XVI ha concesso la dispensa dal tempo di cinque anni di attesa dopo la morte, per l’inizio della Causa di beatificazione e canonizzazione di Giovanni Paolo II. La Causa è stata aperta ufficialmente il 28 giugno 2005 dal Cardinale Camillo Ruini, Vicario Generale per la diocesi di Roma.
Successione
Subito dopo la morte di papa Giovanni Paolo II è iniziato il periodo di sede vacante ed il processo di successione. Il suo Anello del Pescatore ed il sigillo sono stati distrutti dal cardinale camerlengo, Eduardo Martínez Somalo, a significare la fine della sua autorità papale. L’appartamento papale è stato sigillato ed è iniziato il cerimoniale di nove giorni di esequie. Il corpo di Giovanni Paolo II è stato esposto fino al suo funerale che si è tenuto venerdì 8 aprile.
Dopo l’elezione di Benedetto XVI l’appartamento è stato dissigillato, per consentire al nuovo Papa di prenderne possesso.

IL PONTIFICATO
Stemma pontificio di Giovanni Paolo II. La M in basso a destra sta per MariaIl suo pontificato è stato caratterizzato da una intensa attività pastorale che lo ha portato in ogni parte del mondo.
Come il suo predecessore, Giovanni Paolo II cercò di semplificare le tradizioni per rendere il suo pontificato meno simile ad un vero e proprio regno. Decise di non usare il Pluralis Majestatis, riferendosi a se stesso con « Io » al posto di « Noi ». Optò anche per una semplice cerimonia di inaugurazione del papato, al posto della tradizionale Incoronazione Papale, e non ha mai indossato, la Tiara Papale (l’ultimo a farlo nel corso della sua incoronazione fu papa Paolo VI) per enfatizzare il significato profondo del titolo di Servus Servorum Dei (Servo dei Servi di Dio).
Ha operato per la difesa della pace e per migliorare le relazioni con le altre religioni, in primo luogo con Anglicani ed Ortodossi.
Nei confronti degli Ebrei, ha riconosciuto ufficialmente lo Stato di Israele ed ha chiesto perdono per le mancanze e i peccati dei cristiani verso i « fratelli maggiori » nel corso dei secoli.
La sua dottrina ha difeso fortemente la vita umana dal concepimento fino alla morte naturale. Questa posizione è stata per qualcuno di stampo conservatore, mentre altri l’hanno considerata un baluardo nella difesa dei più deboli.
Wojty?a ha avuto anche una grande attenzione ai temi sociali. Ha scritto due encicliche sulle distorsioni delle dottrine capitaliste e comuniste: la Laborem Exercens (14 settembre 1981) e la Centesimus Annus (1 maggio 1991), nel centenario della Rerum Novarum di papa Leone XIII.
Il 13 maggio 1981 rimase vittima di un grave attentato in Vaticano per mano di Mehmet Ali Agca. Un proiettile gli trapassò l’intestino. L’intervento d’urgenza al Policlinico Gemelli gli salvò la vita. Giovanni Paolo II attribuì all’intercessione della Madonna di Fatima la sua guarigione. Una volta ristabilitosi, il papa visitò in carcere il suo attentatore e gli espresse il suo perdono.
Nel 1983 promulgò la nuova versione del Codice di diritto canonico, riformando l’edizione del 1917 che aveva promulgato Benedetto XV.
Il 15 agosto dell’anno 1997, con la lettera apostolica Laetamur Magnopere, approvò e promulgò in modo ufficiale il Catechismo della Chiesa Cattolica, che è stato accolto con diverso umore dai vari ambienti cattolici.
Uno dei temi più controversi riguardava la pena di morte. Pur essendovi una decisa condanna della pena di morte, questa condanna non è totale. Una successiva riscrittura ha eliminato molti dubbi, coniugando il rispetto della dottrina precedente (nello Stato Pontificio si praticava la pena di morte, così come in quasi tutti gli stati dell’epoca) con l’affermazione secondo cui al giorno d’oggi i casi in cui tale pena è lecita sono praticamente inesistenti. Nella versione odierna, il Catechismo scrive (art. 2267):
L’insegnamento tradizionale della Chiesa non esclude, supposto il pieno accertamento dell’identità e della responsabilità del colpevole, il ricorso alla pena di morte, quando questa fosse l’unica via praticabile per difendere efficacemente dall’aggressore ingiusto la vita di esseri umani.
Se invece i mezzi incruenti sono sufficienti per difendere dall’aggressore e per proteggere la sicurezza delle persone, l’autorità si limiterà a questi mezzi, poiché essi sono meglio rispondenti alle condizioni concrete del bene comune e sono più conformi alla dignità della persona umana.
Oggi, infatti, a seguito delle possibilità di cui lo Stato dispone per reprimere efficacemente il crimine rendendo inoffensivo colui che l’ha commesso, senza togliergli definitivamente la possibilità di redimersi, i casi di assoluta necessità di soppressione del reo « sono ormai molto rari, se non addirittura praticamente inesistenti » [Evangelium vitae, n. 56].>> [18]
L’INCONTRO CON PADRE PIO
Nel 1947 la posizione di Padre Pio in seno alla Chiesa non era ancora giunta al suo punto critico: Pio XII era un estimatore del « frate con le stigmate » e al suo arrivo sul soglio di Pietro, nel 1939, aveva ordinato al Sant’Uffizio di lasciare in pace Padre Pio. Ma il religioso con le stigmate aveva già un lungo calvario di incomprensioni alle spalle: a partire dal maggio 1923, il Sant’Uffizio aveva emanato cinque decreti contro di lui e altri documenti ufficiali che sconfessavano la « soprannaturalità » dei fenomeni mistici che gli venivano attribuiti, in particolare le stigmate.
In quel periodo, quindi, il clero di tutto il mondo sapeva che, ufficialmente, la Chiesa aveva preso le distanze da quel religioso e aveva invitato tutti a non frequentarlo. Ciò malgrado, Wojty?a volle conoscerlo. Finito l’anno scolastico, partì per il Gargano e si trattenne diversi giorni nel convento di Padre Pio. Le cronache registrano che ebbe vari incontri con il frate e che andò a confessarsi da lui.
Che cosa abbia detto Padre Pio al giovane Wojty?a non è ovviamente dato sapere. Il Papa non ha mai toccato apertamente questo argomento. Ma nei giorni della sua elezione a Pontefice a Roma cominciarono a circolare voci curiose su quell’incontro. Si diceva che Padre Pio gli avesse predetto che sarebbe diventato papa, ma Wojty?a non ne parlò mai. Nel maggio 1981, dopo l’attentato in Piazza San Pietro, le voci sulle presunte visioni profetiche di Padre Pio riaffiorarono e tornarono a circolare, stavolta corredate di particolari. Le indiscrezioni si fecero sempre più numerose, ma, di fatto, Wojty?a non intervenne mai sulla questione. Tutto ciò che ci è dato sapere è che Wojty?a dimostrò sempre grande considerazione per il frate di Pietrelcina.
Fu proprio durante il suo pontificato che il frate con le stigmate fu prima beatificato (2 maggio 1999) e poi canonizzato (16 giugno 2002).
INSEGNAMENTI
Giovanni Paolo II proseguì l’insegnamento della dottrina cattolica attraverso la redazione una serie di scritti teologici, che ebbero forte eco all’interno della Chiesa e, spesso, anche al suo esterno.
Un grande risultato di Giovanni Paolo II fu la pubblicazione del Catechismo della Chiesa Cattolica, che ha dato alla Chiesa Cattolica di un catechismo molto più aggiornato che in precedenza.
Le sue prime encicliche si soffermarono sul Dio Uno e Trino: la prima di esse, Redemptor hominis (1979) riguarda la figura di Gesù; la seconda, Dives in misericordia (1980) parla di Dio; nel 1985 completò la trilogia, con la Dominum et vivificantem sullo Spirito Santo che « è Signore e dà la vita ». Giovanni Paolo II mantenne questa focalizzazione su Dio durante tutto il pontificato.
Nella sua visione per il nuovo millennio, contenuta nella Lettera Apostolica Novo Millennio Ineunte del 6 gennaio 2001, un « programma per ogni tempo », enfatizzò l’importanza di « ripartire da Cristo »: No, non una formula ci salverà, ma una Persona. La prima priorità per la Chiesa è la santità: Tutti i fedeli di qualsiasi stato o grado sono chiamati alla pienezza della vita cristiana. Inoltre, per questa pedagogia della santità c’è bisogno di un cristianesimo che si distingua innanzitutto nell’ »arte della preghiera ». La sua ultima enciclica, Ecclesia de Eucharistia (2003) è sull’Eucarestia, che Wojty?a II afferma contenere l’intera ricchezza spirituale della Chiesa: Cristo stesso, enfatizzando il bisogno di rinnovare la meraviglia sull’Eucarestia e contemplare il volto di Cristo.
Altri documenti importanti del suo pontificato sono stati la Laborem exercens (1981) e la Centesimus annus (1991) sui temi del lavoro, la Evangelium vitae (1995) sull’inviolabilità della vita, la Fides et Ratio (1998) sui rapporti tra fede e ragione, e la Veritatis splendor (1993), sulla morale cattolica.
Diversi personaggi hanno criticato Giovanni Paolo II, adducendo che egli abbia bloccato gli sforzi progressivi seguiti al Concilio Vaticano II, diventando un simbolo del lato conservatore della Chiesa Cattolica. La sua opposizione a metodi contraccettivi, aborto e omosessualità è stata continua; un punto molto controverso del suo papato fu la lettera del 1 ottobre 1986 a tutti i vescovi in cui descriveva l’omosessualità come una tendenza verso un male morale intrinseco e un disordine oggettivo. Nel suo libro Memoria e identità afferma che la spinta per il matrimonio gay potrebbe essere parte di una nuova ideologia del male… che tenta di minare i diritti umani, contro la famiglia e le persone.
VIAGGI APOSTOLICI
Durante il suo pontificato, Giovanni Paolo II ha viaggiato più di tutti i precedenti papi messi assieme. Mentre alcune delle mete dei suoi pellegrinaggi (come gli Stati Uniti e la Terra Santa) erano già stati visitati dal predecessore Paolo VI (soprannominato a volte il Papa pellegrino), molti altri paesi non erano mai stati visitati in precedenza da alcun altro Pontefice.
Numerosissimi anche i viaggi e visite pastorali effettuate nelle parrocchie di Roma e nelle città, santuari, luoghi di lavoro in Italia.
È stato il primo Papa in carica a recarsi nel Regno Unito, dove ha incontrato la Regina Elisabetta II ed il Capo della Chiesa Anglicana. In quell’occasione, compiendo un gesto di alto valore simbolico, si inginocchiò in preghiera insieme all’Arcivescovo di Canterbury, Robert Runcie, all’interno della Cattedrale di Canterbury, il luogo più sacro della Chiesa Anglicana.
In occasione dei suoi numerosi viaggi ha posto in rilievo la propria devozione alla Vergine Maria, recandosi in visita a molti santuari a lei consacrati, come quelli di Knock, nella Repubblica d’Irlanda, di Fatima in Portogallo, di Nostra Signora di Guadalupe in Messico e di Lourdes in Francia. Questi suoi pellegrinaggi sono spesso stati contraddistinti da una vastissima partecipazione popolare alle Messe Papali da lui celebrate, come, ad esempio, quella di un milione di persone (un quarto dell’intera popolazione irlandese) che partecipò alla Messa celebrata nel 1979 nel Phoenix Park di Dublino.
Nel 1984, Giovanni Paolo II fu il primo Papa a visitare Porto Rico. In quell’occasione speciali padiglioni furono allestiti per lui all’Aeroporto Internazionale Luis Munoz Marin, nella capitale San Juan, dove si incontrò con il Governatore Rafael Hernandez Colon ed altri a Plaza Las Americas.
Alcuni giornali riportarono la notizia di un complotto per assassinare il Papa durante la sua visita a Manila, nelle Filippine, nel gennaio del 1995. Il piano, inserito all’interno di un vasto piano di attacchi terroristici, chiamato Operazione Bojinka, sarebbe stato pianificato dai due affiliati alla rete terroristica Al Qaida, Ramzi Yusef e Khalid Sheykh Mohammed. Un attentatore suicida, vestito da prete per potersi avvicinare a Wojty?a senza destare sospetti, avrebbe dovuto avvicinarsi al veicolo che lo trasportava e farsi esplodere vicino ad esso. Qualche giorno prima del 15 gennaio, giorno in cui avrebbe dovuto aver luogo l’attentato, un incendio casualmente divampato in un appartamento permise agli investigatori, guidati da Aida Fariscal, di venire in possesso di un computer portatile di proprietà di Yusef che conteneva i piani dettagliati dell’azione terroristica. Yusef fu arrestato in Pakistan circa un mese più tardi, mentre Khalid Sheikh Mohammed fu arrestato solo nel 2003.
Nel 1999 Giovanni Paolo II visitò la Romania dove incontrò i capi locali della Chiesa Ortodossa, divenendo il primo Papa a visitare un paese a maggioranza Ortodossa dallo Scisma nell’XI secolo (1054).
Sempre nel 1999, Giovanni Paolo II fece un altro dei suoi numerosi viaggi negli Stati Uniti d’America, celebrando una messa a St. Louis nell’Edward Jones Dome. Parteciparono più di 104.000 persone, trasformando l’evento nella più grande riunione al coperto nella storia degli Stati Uniti.
Nel maggio del 2001 Wojty?a fece un altro pellegrinaggio attraverso il Mediterraneo sulle tracce del santo di cui ha portato il nome: San Paolo. Viaggiando dalla Grecia alla Siria all’isola di Malta, divenendo il primo Papa cattolico ad entrare in Grecia da più di mille anni ed il primo in assoluto a visitare una Moschea. Visitò la Moschea degli Omayyadi di Damasco dove si crede che il corpo decollato di Giovanni il Battista sia sepolto.
RELAZIONI CON LE ALTRE RELIGIONI
Papa Giovanni Paolo II ha viaggiato estesamente ed è entrato in contatto con molte diverse fedi. Tuttavia non ha mai cessato di trovare un terreno comune, dottrinale o dogmatico che fosse. Ha stabilito contatti con Israele, pregando al Muro del pianto a Gerusalemme. Inoltre è stato il primo pontefice romano dopo San Pietro a pregare in una sinagoga. Il Dalai Lama, guida spirituale del Buddhismo tibetano ha avuto otto incontri con Giovanni Paolo II, più di ogni altro singolo dignitario. Il Papa e il Dalai Lama spesso hanno condiviso opinioni simili e simili situazioni difficili, in quanto entrambi provenivano da popolazioni che hanno sofferto sotto il comunismo.
Relazioni con il popolo ebraico
Papa Giovanni Paolo II nella Sinagoga di Roma, aprile 1986Giovanni Paolo II ha scritto e parlato molto sull’argomento delle relazioni della Chiesa con gli ebrei, ed ha spesso reso omaggio alle vittime dell’olocausto in molte nazioni. É stato il primo Papa ad aver visitato il Campo di concentramento di Auschwitz in Polonia, nel 1979. Uno dei pochi Papi ad essere cresciuto in un clima di fiorente cultura ebraica, che era tra le componenti chiave della Cracovia dell’epoca pre-bellica, il suo interesse per la cultura ebraica risaliva alla prima gioventù. La sua visita alla Sinagoga di Roma fu la prima da parte di un Papa nella storia della Chiesa Cattolica.
Nel marzo 2000, papa Giovanni Paolo II si recò nel memoriale dell’olocausto di Yad Vashem in Israele e toccò il Muro occidentale di Gerusalemme, uno dei luoghi più sacri del popolo ebraico, promuovendo la riconciliazione tra cristiani ed ebrei.
La Lega Anti-Diffamazione ha recentemente dichiarato: La Lega Anti-Diffamazione si congratula con papa Giovanni Paolo II in occasione del 25° anniversario del suo pontificato. Il suo profondo impegno nella riconciliazione tra la Chiesa Cattolica ed il popolo ebraico è stato fondamentale per il suo pontificato. Gli ebrei di tutto il mondo sono profondamente grati al Papa. Egli ha sempre difeso il popolo ebraico, come sacerdote nella sua natia Polonia e durante il suo pontificato… Preghiamo che rimanga in salute per molti anni a venire, e che ottenga molto successo nella sua opera santa e che le relazioni tra cattolici ed ebrei continuino a prosperare. [19]
Nel febbraio 2005, l’agenzia Reuters pubblicò estratti dal nuovo libro del pontefice, il suo quinto, Memoria e identità. In esso, il Papa sembra comparare l’aborto all’olocausto, dicendo C’è ancora, tuttavia uno sterminio legale di esseri umani che sono stati concepiti ma non sono ancora nati. E questa volta stiamo parlando di uno sterminio che è stato permesso da, niente di meno, parlamenti scelti democraticamente dove normalmente si sentono appelli per il progresso civile della società e di tutta l’umanità. Un dirigente del Consiglio centrale ebraico tedesco definì il confronto inaccettabile. Il cardinale Joseph Ratzinger, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, mise da parte le sue cariche, dicendo che il papa non stava provando a mettere l’olocausto e l’aborto sullo stesso piano ma soltanto stava avvertendo che la malvagità alligna dappertutto, anche nei sistemi politici liberali.
Relazioni con la Chiesa Ortodossa Orientale
Nel maggio 1999, Giovanni Paolo II visitò la Romania. Era la prima volta che un papa visitava una nazione principalmente cristiana ortodossa dopo il Grande Scisma d’Oriente, che aveva visto staccarsi dalla Chiesa cristiana la comunità che volle chiamarsi « ortodossa » nel 1054. La visita nasceva in accoglimento di un invito rivolto da Teotisto, Patriarca e capo spirituale della Chiesa ortodossa rumena. All’arrivo, il papa fu accolto dal patriarca e dal capo di stato rumeno, allora Emil Constantinescu. Il patriarca sottolineò che il secondo millennio della storia cristiana era cominciato con una dolorosa ferita all’unità della Chiesa; la fine di quel millennio assisteva ad un concreto sforzo per ripristinare la cristiana unità.
Domenica 9 marzo il Papa e il Patriarca assistettero ciascuno ad una celebrazione condotta dall’altro (una liturgia ortodossa e una messa cattolica, rispettivamente). Una folla di migliaia di persone si radunò ad assistere alle celebrazioni, tenute all’aperto. Il Papa disse alla folla Sono qui tra di voi spinto soltanto dal desiderio di autentica unità. Non molto tempo fa era impensabile che il Vescovo di Roma potesse visitare i suoi fratelli e sorelle di fede che vivono in Romania. Oggi, dopo un lungo inverno di sofferenza e persecuzione, possiamo infine scambiarci il bacio della pace e lodare insieme il Signore. Una larga parte della popolazione ortodossa romena si è mostrata favorevole all’idea della riunificazione cristiana.
Due anni dopo, nel 2001, papa Wojty?a fu il primo Pontefice a visitare la Grecia dopo 1.291 anni. La visita non fu serena, il papa fu accolto da manifestazioni ostili e fu snobbato dai vertici della Chiesa ortodossa, che non inviò nessun suo esponente ad accoglierlo all’arrivo.
Ad Atene il Papa si incontrò con l’arcivescovo Christodoulos, capo della chiesa ortodossa di Grecia. Dopo un incontro privato di 30 minuti, i due parlarono pubblicamente. Christodoulos lesse una lista di « 13 offese » della Chiesa Cattolica romana nei confronti della Chiesa Ortodossa dai tempi del Grande Scisma, inclusi il sacco di Costantinopoli ad opera dei crociati nel 1204, e lamentò la mancanza di qualsiasi scusa da parte della Chiesa Cattolica, affermando Fino ad ora non si è udita una sola richiesta di perdono per i furiosi crociati del 13° secolo.
Wojty?a rispose dicendo Per le occasioni passate e le presenti, qualora i figli e le figlie della Chiesa Cattolica abbiano peccato in azioni od omissioni contro i loro fratelli e sorelle ortodossi, che il Signore ci accordi il perdono, al che Christodoulos immediatamente applaudì. Giovanni Paolo II aggiunse che il saccheggio di Costantinopoli era una fonte di « profondo rincrescimento » per i cattolici.
In seguito, Wojty?a e Christodoulos si incontrarono in un luogo dove san Paolo aveva una volta predicato ai cristiani ateniesi. Essi resero pubblica una « dichiarazione comune » che diceva Noi faremo tutto ciò che è in nostro potere perché le radici cristiane dell’Europa e la sua anima cristiana siano preservate … Condanniamo ogni ricorso alla violenza, proselitismo e fanatismo nel nome della religione. Le due guide pronunciarono poi il Padre Nostro insieme, rompendo il tabù ortodosso contrario alla preghiera coi cattolici.
Tuttavia, durante la visita il Papa evitò ogni accenno a Cipro, ancora fonte di tensione tra le due fedi.
Giovanni Paolo II visitò altre aree a maggioranza religiosa ortodossa, come l’Ucraina, nonostante non sempre accoltovi calorosamente, ed affermò che la fine dello Scisma sarebbe stato uno dei suoi desideri più profondi.
DOMANDE DI PERDONO
Così vengono comunemente definiti i pronunciamenti di papa Giovanni Paolo II in rapporto all’ammissione di errori compiuti dalla Chiesa di Roma, nel corso dei secoli, a danno di altre religioni o di comunità di persone.
Secondo le date che seguono è riportato il contenuto di tali pronunciamenti di papa Giovanni Paolo II.
Il 31 ottobre 1992 chiese perdono per la persecuzione dello scienziato italiano Galileo Galilei da parte della Chiesa Cattolica Romana nel 1633.
Il 9 agosto 1993 chiese perdono per il coinvolgimento della Chiesa Cattolica nella tratta degli schiavi africani.
Nel maggio 1995, nella Repubblica Ceca, chiese perdono per il ruolo avuto dalla Chiesa nei roghi e nelle guerre religiose che seguirono la riforma protestante.
Il 10 luglio 1995 inviò una lettera destinata ad ogni donna in cui chiedeva perdono per le posizioni storiche della Chiesa contro i diritti femminili e per la denigrazione storica delle donne.
Il 18 dicembre 1999 chiese perdono per l’esecuzione di Jan Hus nel 1415.
Durante una Messa il 12 marzo 2000, chiese perdono per i peccati commessi in ogni epoca dai Cattolici che violarono i diritti di gruppi etnici e intere popolazioni, e dimostrarono disprezzo per le loro culture e tradizioni religiose
Il 4 marzo 2001 si scusò con il Patriarca di Costantinopoli per i crimini commessi dai Crociati in occasione della Quarta crociata per la conquista di Costantinopoli nel 1204.
Il 21 novembre 2001 chiese scusa, via internet, per gli abusi commessi dai missionari contro le popolazioni indigene del Pacifico meridionale.

POSIZIONI SOCIALI E POLITICHE
Wojty?a è stato considerato un conservatore sulla dottrina della Chiesa cattolica in relazione alla riproduzione e all’ordinazione sacerdotale femminile.
I suoi scritti sulla sessualità umana, raccolti ne La Teologia del Corpo, sono un’estesa meditazione sulla natura dei sessi e le risultanti implicazioni su sesso e amore e diversi critici li considerano un significativo sviluppo dell’insegnamento sessuale della Chiesa, che ha origine con il Cantico dei Cantici e con l’insegnamento sui Sacramenti.
Riguardo all’aborto, scrisse: C’è ancora, tuttavia, una strage legalizzata di esseri umani che sono stati concepiti ma non sono nati. E questa volta stiamo parlando di una strage che è stata permessa nientemeno che da parlamenti democraticamente eletti, dove normalmente si ascoltano appelli per il progresso civile della società e di tutta l’umanità.
Sono note le sue critiche nei confronti della Teologia della Liberazione, la quale avrebbe calcato troppo la mano sulla liberazione politica a discapito della liberazione spirituale. La sua azione a contrasto di questa dottrina, in Sud America, fu massimamente energica: richiamò ripetutamente il clero locale per la sua partecipazione diretta a governi comunisti, promosse a cardinali molti sacerdoti di opposta posizione politica (anche quando erano accusati di essere conniventi con regimi dittatoriali di destra), non risparmiò durissime critiche e forti ammonimenti in tutti i suoi viaggi nel continente.
Nell’enciclica Evangelium Vitae del 1995 riaffermò l’alto valore che ha per la Chiesa la vita umana. In essa ha inoltre esteso la condanna dell’aborto, dell’eutanasia e di ogni uso della pena capitale, chiamandole tutte insieme parte della « cultura della morte » di cui sarebbe pervaso il mondo moderno.
Le sue posizioni sulla guerra, la pena capitale, la cancellazione del debito dei paesi poveri, e i temi sulla povertà sono stati considerati politicamente liberali, dimostrando che etichette politiche come « conservatore » e « liberale » non possono essere facilmente assegnate ai leader religiosi.
Papa Wojty?a, che aveva iniziato il suo Pontificato quando i sovietici controllavano ancora la sua terra natale, la Polonia, come pure il resto dell’Europa dell’est, è stato un aspro critico del socialismo reale ed ha offerto supporto a chi lottava per il cambiamento, come il movimento polacco Solidarnosc di Lech Walesa. Il leader sovietico Mikhail Gorbaciov disse una volta che il crollo della Cortina di ferro sarebbe stato impossibile senza Giovanni Paolo II [20]. Questo punto di vista è condiviso da molti negli stati ex-sovietici, che lo vedono, insieme al presidente statunitense Ronald Reagan, come uno degli artefici della dissoluzione dell’Unione Sovietica. In anni successivi, il Papa si mostrò assai critico anche verso gli eccessi del capitalismo.
Nel 2000 firmò pubblicamente la campagna del Giubileo 2000 sulla cancellazione del debito africano, assieme alle star irlandesi del rock Bob Geldof e Bono.
Nel 2003, Giovanni Paolo II divenne un critico di primo piano sull’Invasione americana dell’Iraq. Mandò il suo ministro per la pace, il cardinale Pio Laghi, a parlare con il Presidente degli Stati Uniti George W. Bush per esprimergli l’opposizione del Vaticano alla guerra. Giovanni Paolo II affermava che spettasse alle Nazioni Unite risolvere il conflitto internazionale attraverso la diplomazia e che un’aggressione unilaterale è un crimine contro la pace ed una violazione del Diritto internazionale.
Durante i negoziati per la redazione della nuova Costituzione europea, nel 2003 e 2004, i rappresentanti del Vaticano fallirono nell’assicurare una qualsiasi menzione alle « radici cristiane dell’Europa », uno degli obiettivi cui il Papa teneva. A più riprese durante il pontificato il Papa ha infatti sottolineato che l’Europa ha ricevuto per prima il « dono » della cristianità.
Papa Wojty?a ha anche criticato il matrimonio tra persone dello stesso sesso. Nel suo ultimo libro, Memoria e identità, nel capitolo riguardante il ruolo dei legislatori, il Papa parla di « pressioni » sul Parlamento Europeo per permettere il matrimonio omosessuale. Secondo l’agenzia di stampa Reuters il papa ha scritto a proposito della corrente ideologico-culturale che propugna la formalizzazione delle unioni omosessuali: È legittimo e necessario chiederci se non sia parte di una nuova ideologia del male, forse più insidiosa e nascosta, che tenta di scagliare i diritti dell’uomo contro la famiglia e contro l’uomo.
LE CRITICHE
Malgrado la sua popolarità, Giovanni Paolo II fu oggetto anche di molte critiche.
Sostegno alle dittature di destra
Una delle critiche rivoltegli è che nella sua opposizione al comunismo abbia finito col sostenere sistemi politici o vere e proprie dittature di destra. In particolare sono stati criticati i suoi rapporti col dittatore cileno Augusto Pinochet; da parte vaticana si replica che il Papa avrebbe rivolto pressioni al dittatore per il ripristino della democrazia e che la nota fotografia che li ritrae insieme in pose cordiali sia stata strumentalmente realizzata mediante espedienti dell’entourage cileno. Quando Pinochet venne arrestato in Gran Bretagna, per essere estradato in Spagna, il papa gli mandò una lettera di solidarietà. Anche il preteso avallo delle posizioni del cardinale Pio Laghi, che avrebbe appoggiato la cosiddetta « guerra sporca » dell’Argentina, è stato oggetto di critica. A questo proposito è necessario sottolineare che Wojtyla non ebbe alcun problema neanche ad intrattenere relazioni, per esempio, anche con dittatori di sinistra come Fidel Castro.
Supporto all’Opus Dei
Anche l’autorevole supporto alla prelatura dell’Opus Dei e la canonizzazione del suo fondatore, Josemaría Escrivá de Balaguer, sono stati visti come legittimazione di ciò che taluni considerano un culto sui generis di fatto autonomamente operante in seno alla Chiesa; Il Papa, si ribatte, avrebbe invece operato anche in questo caso per la sostanziale unità della Chiesa, per la difesa dei suoi principi fondanti. Oltre a quella di Escrivá, anche altre canonizzazioni hanno destato perplessità perché premianti personaggi in qualche modo legati ad ideologie di destra, se non proprio favorevoli al fascismo o ad altri regimi dittatoriali. L’accusa è seccamente respinta dagli ambienti vaticani.
Sessualità
Altre critiche vennero dalle posizioni in materia di sessualità. Non solo esponenti del femminismo, ma anche molti cattolici, trovarono inaccettabile il ruolo della donna proposto da questo pontificato, così come il confermato rifiuto del sacerdozio femminile. Va detto che dall’altra parte si richiama una nota scritta dal papa alle donne, nella quale il pontefice esprime un ringraziamento per l’opera che svolgono.
Militanti omosessuali, radicali e laici inevitabilmente hanno trovato indisponente la reiterata sottolineatura della condizione di inaccettabilità perché « contro natura » del rapporto affettivo omosessuale, base del rifiuto della formalizzazione del matrimonio omosessuale (definito come « minaccia della società »), e trovano piuttosto offensiva la sfumatura dottrinale che non considera un peccato in sé la condizione di omosessuale mentre condanna l’espressione in atti di tale condizione (quindi il consiglio di celibato e astensione dai comportamenti definiti devianti).
Più vasta opposizione trovò invece la posizione di questo pontificato nei confronti della contraccezione. Dal Vaticano si riaffermava con vigore la posizione dottrinale tradizionale, per la quale l’uso del sesso deve rispettare i due significati dell’espressione della comunione reciproca degli sposi e della procreazione, ed essere praticato solo nell’ambito del matrimonio (esclusivamente eterosessuale). Di fronte a questa posizione la polemica si accese in ragione della gravissima epidemia di AIDS che colpì praticamente tutti i paesi del mondo. Contrariamente alla maggior parte dei governi (compreso quello della Polonia), che produssero campagne di informazione per sollecitare i giovani all’uso del profilattico, come strumento di difesa dal contagio, la Chiesa intraprese una solitaria quanto vigorosa campagna contro la promiscuità e la leggerezza dei costumi, proponendo la castità (cioè l’uso della sessualità nei soli ambiti permessi dalla legge morale cristiana) come soluzione all’avanzata del virus.
In argomento di governo del clero, il papa fu oggetto di critiche, soprattutto nell’America del Nord, a causa dei ripetuti casi che vedevano vescovi e sacerdoti coinvolti in scandali di pedofilia, e per i quali fu accusato di non aver fornito una valida risposta né « riportando all’ordine » i suoi rappresentanti, né tantomeno commentando i fatti accaduti, come forse taluno si sarebbe atteso.
Se molte critiche venivano da ambienti culturali « progressisti », altre, non meno profonde, venivano invece dagli ambienti dei tradizionalisti, i quali continuavano come già prima a rifiutare le innovazioni del Vaticano Secondo e premevano per un ritorno alla tradizione tridentina (quella cioè consolidatasi a seguito del Concilio di Trento).
Interventismo politico, ateismo e laicità
Contestato anche il continuo rivendicare privilegi secolari, attraverso un nuovo interventismo politico di cui l’Italia è stata il principale destinatario. Interventismo che spesso è stato visto come forma d’ingerenza e ha trovato nelle istituzioni repubblicane un interlocutore disposto ad assecondare il clero oltre i limiti dettati dalla laicità dello Stato.
Gli atei accusano Giovanni Paolo II di aver sempre considerato l’ateismo un banale sinonimo di comunismo, e abbia più volte equiparato l’apostasia alla degradazione morale, come ad esempio l’affermazione contenuta nell’enciclica Centesimus Annus: La negazione di Dio priva la persona del suo fondamento. Ancora, quando, nell’omelia di Confessione dei peccati, inserì l’ateismo tra i mali di oggi.

Publié dans:Papa Giovanni Paolo II |on 22 octobre, 2013 |Pas de commentaires »

MARIA NEL MAGISTERO DELLA CHIESA – L’ENCICLICA “REDEMPTORIS MATER”

http://www.donbosco-torino.it/ita/Maria/studi/2002-2003/9-Maria_nel_Magistero_della_Chiesa-20.html

MARIA NEL MAGISTERO DELLA CHIESA – L’ENCICLICA “REDEMPTORIS MATER”

Come tutte le encicliche di Giovanni Paolo II, la Redemptoris Mater acquista i caratteri di un vero e proprio trattato teologico. Essa è l’unica Enciclica di Papa Wojtyla interamente dedicata allo studio sulla funzione della Beata Vergine nell’economia della salvezza, e presenta un’analisi di estrema lucidità e precisione da poter essere considerata come un documento scientifico di irrinunciabile valore ed utilità. Infatti, oggi, uno studio mariologico non può assolutamente prescindere dai concetti della Redemptoris Mater. L’Enciclica, pubblicata il 25 marzo 1987 in prospettiva del giubileo del Duemila, contiene una sintesi di tutto il cammino mariologico compiuto dai documenti pontifici precedenti, aggiungendovi però molti contenuti e introspezioni nuove. In particolare, nella terza parte, offre un contributo di insostituibile validità al tema, alquanto dibattuto in quegli anni e nei successivi, della mediazione di Maria, chiarendo efficacemente e delimitando rigorosamente la sostanza e il significato di tale espressione.
Questa Enciclica, oltre che dagli “addetti ai lavori”, dovrebbe essere conservata come libro da tavolino da tutti i credenti, ma specialmente da quanti, ritenendosi maggiormente devoti alla Madonna, rischiano di applicarle quegli attributi che né la Sacra Scrittura né la riflessione teologica – che procede passo passo con l’insegnamento della Chiesa – le possono assegnare. In altre parole vale sempre la saggezza filosofica in base alla quale l’amore e la devozione sono sempre conseguenti ad una corretta conoscenza. Più si conosce, più si ama. E la conoscenza non può mai essere alimentata dal sentimento o dalla passionalità, che in una materia tanto complessa e delicata come la mariologia non possono per nessun motivo trovare spazio.
Le conseguenze di una conoscenza insufficiente o peggio assente sono di facile intuizione. Mancando un’adeguata conoscenza biblica, si prepara il terreno alle deviazioni più madornali. Basti pensare a quel capolavoro della fantasia dello Spirito che è il libro dell’Apocalisse, enigmatico e di ardua interpretazione, utilizzato più di ogni altro da organizzazioni senza scrupoli per insinuare nelle anime più pure le idee e le paure più grottesche. E il danno prodotto da tali ridicole e ancor più losche organizzazioni è immenso, perché usano la Parola di Dio per contrabbandare i loro precisi e ben coperti obiettivi.
D’altronde questa non è una novità. Già gli antichi profeti si mostravano severissimi contro quanti usavano il “nome del Signore” per i loro oscuri traffici e non si curavano del male derivante dalle loro azioni: Ezechiele 13, Amos 8,4-8, Michea 3,9-11. Ancor più facile riesce poi lo sfruttare il sentimentalismo religioso e distribuire a piene mani grazie e fortune di cui apparizioni e fenomeni stravaganti sono prolifici. Di qui l’indispensabile necessità, dunque, di una migliore e seria conoscenza, che solo si può attingere dalla frequenza ai sacramenti, dalla consuetudine attenta e guidata con la Sacra Scrittura, dall’ascolto assiduo e docile dell’insegnamento del Magistero.
La Redemptoris Mater è costituita di una introduzione e di tre parti. L’introduzione presenta la Vergine Maria nella vita della Chiesa in cammino: la Chiesa procede ricalcando l’itinerario compiuto dalla Vergine, la quale avanzò nella peregrinazione della fede e serbò fedelmente la sua unione col Figlio fino alla croce. Il Santo Padre riprende qui le parole tanto dense ed evocatrici della costituzione Lumen gentium (documento del Vaticano II, 21-11-1964), la quale traccia una sintesi efficace della dottrina della Chiesa sulla Madre di Cristo, da essa venerata come sua Madre amatissima e come sua figura nella fede, nella speranza e nella carità. Potrebbe quindi essere esaminata l’eventualità di un giubileo in onore della nascita della Vergine. Ma non essendo possibile individuare una data sia pure approssimativa della nascita, è sufficiente e giusto venerare la Vergine come Colei che fin dalla sua immacolata concezione ha preceduto la venuta del Salvatore: infatti Maria, come insegna San Giovanni Damasceno (650-750 ca.), illustre dottore della Chiesa, è apparsa prima di Cristo sull’orizzonte della storia della salvezza.
L’introduzione si sofferma quasi esclusivamente a riflettere sull’insegnamento del Vaticano II, che in più punti ribadisce che solo nel mistero di Cristo si chiarisce pienamente il mistero della Vergine. Tutti i Concili, inoltre, hanno approfondito sempre maggiormente la presenza della Vergine nell’economia della salvezza, a cominciare dal grande Concilio di Efeso del 431, durante il quale la verità della divina maternità di Maria fu confermata solennemente: Maria è la Madre di Dio (= Theotòkos), poiché per opera dello Spirito Santo ha concepito nel suo grembo verginale e dato al mondo Gesù Cristo, il Figlio di Dio consostanziale al Padre.

MARIA NEL MISTERO DI CRISTO
La fonte sulla quale si basa lo studio condotto nella prima parte dell’Enciclica è la Sacra Scrittura. In tre ampi paragrafi, il Papa analizza con attenzione ed amore il cammino dell’umile fanciulla di Nazaret, dimostrando come l’amore di Dio, manifestatosi nell’elezione della Vergine, è più potente di ogni esperienza del male e del peccato, di tutta quella inimicizia (termine della Lettera di Paolo agli Efesini) da cui è segnata la storia dell’umanità. Maria dunque rimane un segno di sicura speranza, una conferma cioè che nella tribolata vicenda umana non va concesso spazio alla paura e alla disperazione. Oggi, a sedici anni da questa Enciclica, dopo l’esperienza dolorosa di tanta altra violenza che ha insanguinato il mondo, al cristiano incombe il dovere di continuare, nonostante tutto, a sperare: è l’obbedienza della fede, che fa l’esperienza apparentemente sconvolgente del Calvario, e per la quale l’uomo si abbandona liberamente a Dio. L’obbedienza della fede trovò perfetta attuazione in Maria: è quanto emerge dai tre paragrafi, aventi ciascuno, come sottotitolo, un riferimento scritturistico:

1. Piena di grazia.
2. Beata colei che ha creduto.
3. Ecco tua madre.

Se mediante la fede, continua il Santo Padre, Maria è divenuta la genitrice del Figlio datole dal Padre nella potenza dello Spirito, conservando integra la sua verginità, nella stessa fede Ella ha scoperto e accolto l’altra dimensione della maternità, rivelata da Gesù durante la sua missione terrena. In altre parole Maria è l’esempio vivo e perfetto di madre terrena, che segue con attenzione e devozione senza limiti il cammino del Figlio, senza minimamente interferire nella sua, a lei del tutto incomprensibile, missione umana e divina.
La maternità del tutto nuova di Maria è frutto del nuovo amore, un amore che oltrepassa le facoltà umane e che troverà la sua espressione piena nel sacrificio del Calvario. Le parole che Gesù pronuncia dalla croce: ecco tua madre, non significano soltanto l’affidamento di lei a Giovanni, ma sono rivolte a tutti i credenti: esse significano, insegna il Papa, che la maternità della genitrice di Cristo trova una nuova continuazione nella Chiesa e mediante la Chiesa, simboleggiata da Giovanni, questa maternità viene responsabilmente vissuta e offerta ad ogni credente.
Noi, in questa inafferrabile epoca nella quale violenza e odio sembrano imperare senza misura, abbiamo una grande parola da dire: la parola del Vangelo. E riusciremo a dirla con maggiore chiarezza e fermezza se ci mettiamo alla scuola di Maria, se entriamo nel mistero della sua umiltà e della sua certezza che Dio sconfigge i potenti ed esalta gli umili. La certezza del Vangelo, ci insegna Maria, non è mai un assenso interiore ed inerte: è un progetto di vita nel mondo.
Noi siamo credenti operosi, e non inerti, se ci impegniamo a vivere senza sudditanza di fronte ai potenti, aperti verso i poveri, perché loro è il Regno di Dio, senza l’ambizione della ricchezza, ma riponendo ogni fiducia nell’amore, senza seguire la logica della forza ma scegliendo il faticoso e talora sterile cammino del dialogo.
È questo il nostro “Magnificat”, il nostro cantico di redenti, poiché con Maria abbiamo assunto il pesante e paziente compito di “splendere come astri nel mondo, tenendo alta la parola di vita” (Filippesi 2,15).

Franco Careglio ofm

Madonna con Bambino e Sant’Antonio Abate

Madonna con Bambino e Sant'Antonio Abate dans immagini sacre

http://www.santiebeati.it/immagini/?mode=view&album=20100&pic=20100AL.JPG&dispsize=Original&start=20

Publié dans:immagini sacre |on 21 octobre, 2013 |Pas de commentaires »

«IL SIGNORE PROTEGGE LO STRANIERO» (SAL 146,9).

http://www.credereoggi.it/upload/2006/articolo154_19.asp

«IL SIGNORE PROTEGGE LO STRANIERO» (SAL 146,9). RIFLESSIONI DI TEOLOGIA BIBLICA

GABRIELE F. BENTOGLIO

1. Bibbia e migrazioni
La rivelazione biblica dedica numerosi riferimenti alle relazioni interpersonali, e non solo a quelle che spiegano l’interazione tra i membri del popolo dell’alleanza, ma anche a quelle che coinvolgono gruppi di diversa estrazione etnica. Il fatto non stupisce, dal momento che la Bibbia, benché si presenti oggi nella veste di un’opera letteraria, non proviene dall’astrazione né da pura immaginazione, ma soprattutto dalla sperimentazione, prima, e poi da una caratteristica comprensione e interpretazione della realtà, specialmente di eventi, persone e fatti, alla luce della personale rivelazione divina. Anche il forestiero, perciò, è costantemente presente, spesso in chiave positiva, sebbene non manchino occorrenze adombrate da sospetto e diffidenza, soprattutto nella letteratura veterotestamentaria più recente (cf. Sir 11,29.34; 29,22-28).
2. Lo straniero nell’Antico Testamento
Nell’Antico Testamento, il forestiero trova posto in particolare nei testi legislativi e negli oracoli profetici. Qui, si focalizzano diversi modi per qualificare lo straniero: c’è l’estraneo che viene da fuori e, dunque, non appartiene al popolo eletto, ma intrattiene con esso rapporti di stretta continuità: è l’immigrato che fissa la sua dimora tra la gente di Israele, definito dal vocabolo ger. Poi c’è il forestiero di passaggio, che non intende stabilirsi nel nuovo territorio sul quale si trova a transitare: in questo caso, il termine che lo indica è nekar (nokrî nella forma aggettivale), al quale la Bibbia riserva meno attenzione che all’immigrato residente, proprio per il diverso statuto, che non esige una precisa regolamentazione di rapporti occasionali.
a) Prospettiva spirituale
Il libro del Levitico, dal canto suo, assimila al ger il tôšab, quasi a renderli sinonimi: «Voi siete presso di me come forestieri (gerîm) e inquilini (tôšabîm)» (Lv 25,23.35.47), in corrispondenza alla raccomandazione di non alienare in perpetuo la terra, perché Dio assicura che «la terra è mia» (Lv 25,23). Il ricordo di essere stati stranieri in Egitto ha segnato duramente la storia degli israeliti, al punto che gli scrittori biblici richiamano alla memoria più volte quel fatto del passato, sia per tracciare i lineamenti dell’identità nuova, acquisita con l’esperienza dell’itineranza dell’esodo, sia per orientare il positivo comportamento verso il forestiero. In effetti, il riferimento allo straniero rimanda in primo luogo all’esistenza terrena, con le sue caratteristiche di provvisorietà e di transitorietà, oltre a includere la dimensione geografica della lontananza dalla patria. Del resto, questa è la prospettiva di valore tipica della rivelazione biblica, ben riassunta nella preghiera che Davide rivolge a Dio: «Noi siamo stranieri davanti a te e pellegrini come tutti i nostri padri» (1Cr 29,15). A questo passo corrispondono, nella traduzione greca (LXX), i moduli linguistici paroikoi kai… paroikountes, che contengono l’idea di paroikia come «condizione di vita nell’estraneità», designando plasticamente la situazione che si trova ad affrontare il migrante lontano da casa sua, dalla sua patria, dal suo ambiente d’origine. Vi confluiscono i temi dello sradicamento, del disagio e dello smarrimento, così come la speranza di un avvenire più prospero e il sogno di migliori prospettive. L’argomento ritorna, ad esempio, nella fiduciosa invocazione del salmista, che confessa davanti al Signore la precarietà tipica del migrante, con queste parole:
Ascolta la mia preghiera, Signore… non essere sordo alle mie lacrime, poiché io sono un forestiero, uno straniero (paroikos kai parepidemos) come tutti i miei padri (Sal 39,13; cf. anche Sal 119,9).
b) Dimensione storica
Accanto a questo orientamento spirituale, tuttavia, non si deve trascurare il desiderio, motivato dalla contingenza storica, di regolamentare il comportamento verso il forestiero, come nel caso di Es 23,9: «Non opprimerai il forestiero: anche voi conoscete la vita del forestiero, perché siete stati forestieri nel paese d’Egitto». Il popolo biblico, mentre confessa che Dio lo ha liberato dall’oppressione e lo ha guidato verso una terra nuova, avverte fortemente lo stimolo a creare una società diversa, nella quale possano rispecchiarsi le qualità di yhwh, che si è dimostrato amante del povero e del bisognoso, difensore dell’orfano, della vedova e dell’immigrato (Dt 14,28-29; 24,17; 26,12-13; 27,19, ecc.). Così, nella terra, che appartiene a Dio e che Dio regala al popolo, l’atto di benedizione al momento dell’offerta delle primizie del suolo, che è allo stesso tempo anche atto di fede e proclamazione della memoria storica, si conclude con la condivisione della festa, alla quale partecipano anche i meno fortunati, come gli immigrati (Dt 26,1-11). Ancora, al tempo della mietitura e della bacchiatura, la spigolatura è riservata al povero e al forestiero (Lv 23,22; Dt 24,20), il quale deve essere trattato «come colui che è nato fra di voi; tu l’amerai come te stesso perché anche voi siete stati forestieri nel paese d’Egitto» (Lv 19,34). Infine, nella distribuzione delle decime si fa preciso riferimento al forestiero, insieme al levita, all’orfano e alla vedova (Dt 26,12). Insomma, appare chiaro che, nel dimostrare una benevola attenzione verso l’immigrato, gli israeliti assomigliano di più a quel Dio giusto e buono, che «ha pietà del debole e del povero, e salva la vita dei suoi miseri» (Sal 72,13), amante di tutte le sue creature, anche di quelle che necessitano maggiore tutela, per cui «protegge lo straniero» (Sal 146,9), «ama il forestiero e gli dà pane e vestito» (Dt 10,18).
c) Lo spirito umanitario della legge
In quest’ottica umanitaria, è considerato un atto di giustizia il permettere agli immigrati di partecipare alla vita della comunità, in mezzo alla quale essi hanno preso dimora, e l’essere giudicati dalla stessa legge che si applica agli israeliti (Nm 15,15). Come per i membri del popolo eletto, anche ai gerîm e ai nokrîm viene riconosciuto il diritto di asilo in caso di omicidio involontario, presso determinate città di rifugio (Nm 35,15). Il riposo festivo nel giorno di sabato spetta di diritto anche agli immigrati (Dt 5,14-15), così come compete loro il dovere di osservare i riti di espiazione (Lv 16,29) e di astenersi dal commettere immoralità (Lv 18,26). Sebbene non siano obbligati a osservare la Pasqua, essi possono tuttavia parteciparvi, ma soltanto dopo che gli uomini della famiglia siano stati circoncisi (Es 12,48-49). Per il resto, non vi può essere discriminazione di fronte a un’azione compiuta con intenzione malvagia: «La persona che agisce con deliberazione, nativo del paese o straniero insulta il Signore: essa sarà eliminata dal suo popolo» (Nm 15,30); viene perciò sancito, oltre al principio di reciprocità, anche quello dell’uguaglianza di fronte alla legge: «Vi sarà una sola legge per il nativo e per il forestiero, che è domiciliato in mezzo a voi» (Es 12,49). Dunque, dalle prescrizioni bibliche pare che gli immigrati possano godere di un certo grado di libertà e di parità con i nativi di Israele, ma solamente nel quadro di una progressiva assimilazione al sistema di vita degli ospitanti. Di fatto, soltanto in forza della circoncisione un ger maschio viene equiparato a un israelita e i suoi figli possono essere integrati nella comunità di Israele. Una norma, questa, che ostacolerà anche la comunità cristiana delle origini, la quale, però, saprà oltrepassarla e aprire le porte a tutti coloro che non rifiutano di accogliere la pluralità delle diversità, nella tensione escatologica verso l’unità in Cristo, «erede di tutte le cose» (Eb 1,2), nella misura della pienezza che caratterizza «l’uomo perfetto» (Ef 4,13), con la consapevolezza che «coloro che seguono la via» (At 9,2) «vivono nella loro patria, ma come forestieri; partecipano a tutto come cittadini e da tutto sono distaccati come stranieri. Ogni patria straniera è patria loro, e ogni patria è terra straniera» (Lettera a Diogneto V, 5). È proprio questo orientamento cristologico-escatologico, nel novum del dinamismo ecclesiale, che costituisce il fondamento dell’esigenza cristiana di non lasciare nulla di intentato per diventare accoglienti e ospitali nei confronti del diverso, dello straniero, dell’immigrato.
3. Il dovere sacro dell’ospitalità e la novità dell’accoglienza
In effetti, l’Israele antico troverà sempre difficile il percorso della tolleranza, dell’apertura, dell’accoglienza, nonostante gli stimoli, i suggerimenti, le ingiunzioni e i rimproveri. Soprattutto la letteratura sapienziale offre dinamiche di apertura allo straniero, ma conservando l’esigenza di fargli accettare i propri schemi religiosi e rivelando, in questo modo, un tipico conflitto tra universalismo ideale e particolarismo di fatto. La conquista dell’importante tappa della filantropia, anche teologicamente motivata, in pratica, costituisce un traguardo, che non apre nuovi orizzonti all’Israele biblico. Questi condivide con il mondo del vicino Oriente antico l’apprezzamento per il valore sacro dell’ospitalità, il quale forma, così, un argomento di notevole spessore. Esso, tuttavia, non incorpora tutta la magnanima bontà dell’accoglienza, come realtà fondata cristologicamente ed ecclesiologicamente, che va intesa non già come comportamento pratico-concreto, ma anzitutto come atteggiamento di apertura positiva verso Dio, verso il prossimo e verso l’annuncio del kerygma, come ben attestano soprattutto i Vangeli e l’epistolario paolino. In realtà, il definitivo giro di boa, con la predicazione di Gesù e la vita della Chiesa, è garantito da un importante cambiamento di prospettiva, dove appunto avviene il passaggio dall’ospitalità come impegno-dovere pratico di primo soccorso verso l’altro, anche straniero-immigrato, alla diakonia dell’accoglienza, che precede, motiva e ingloba le dinamiche operative della carità.
4. Accoglienza e ospitalità nel Nuovo Testamento
Sotto questo profilo, Gesù raccomanda l’ospitalità, ma punta soprattutto sull’accoglienza: del resto, egli non ha la possibilità di offrire un rifugio o un ricovero materiale, visto che non ha neppure dove poggiare il capo (Mt 8,20). Però, per primo egli dimostra verso tutti un atteggiamento di amorevole sollecitudine: verso la gente che accorre, da diverse parti della regione, per sentire la sua parola (cf. Mt 4,25), nei confronti dei malati che chiedono di essere guariti, benché forestieri (cf. Mt 15,21-28), con i bambini che le mamme gli conducono perché li benedica (Mt 19,13-15; Mc 10,13-16; Lc 18,15-17). Nell’esperienza storica di Gesù, gli evangelisti notano che anch’egli sperimenta l’intimità dell’amicizia, come nella casa di Betania, dove «una donna, che si chiamava Marta, lo accolse in casa sua» (Lc 10,38), ma condivide anche la gioia dei lontani, che si lasciano convertire dalla sua accogliente presenza, come nel caso di Zaccheo a Gerico (Lc 19,6), o di Matteo a Cafarnao (Mc 2,14-15).
a) Il prossimo
L’accoglienza, il farsi prossimo, è caratteristica fondamentale di Gesù, riassunta nella parabola del Samaritano, che manifesta la misericordiosa bontà dell’uomo nell’incontro con il suo prossimo, sebbene questi appartenga ad altra etnia, professi un diverso credo religioso o si identifichi in differenti tradizioni socio-culturali (Lc 10,25-37). In effetti, l’occasione di questo racconto parabolico è fornita da una questione posta a Gesù da un nomikos, cioè un esperto della Tôrah, preoccupato non tanto che si ribadisca il comandamento mosaico dell’amore, quanto che si determini l’ambito in cui si deve applicare la legge, dal momento che nella concezione giudaica il prossimo si configura all’interno del contesto dell’alleanza, dove appunto si colloca la legge. Gesù, invece, con una contro-domanda, rinvia il suo interlocutore alla vita, sollecitandolo a confrontarsi con i fatti, con la realtà, con la durezza del quotidiano, dove si incontrano donne e uomini nel bisogno. Ecco perché agli esponenti dell’ortodossia – il «dottore della legge» – Gesù contrappone un rappresentante degli esclusi – l’eretico Samaritano –: d’ora in poi solo l’amore compassionevole sarà la chiave per definire il prossimo, al di là delle distinzioni e delle separazioni di carattere religioso, culturale o etnico. La tensione presente nel testo lucano tra il prossimo come oggetto e il prossimo come soggetto di amore si scioglie proprio nel riferimento al dinamismo vitale di quella compassionevole bontà, che Luca applica con insistenza a Gesù, ad esempio davanti alle lacrime della vedova di Nain (Lc 7,13) e nell’incontro tra il figlio perduto e la sconfinata speranza del padre (Lc 15,20), così come nello sconvolgimento interiore che il Samaritano avverte alla vista del malcapitato sulla strada da Gerusalemme a Gerico (Lc 10,33). Dunque, chi vuole ereditare la vita, attuando l’unico amore che abbraccia Dio e il prossimo, deve collocarsi in questa nuova angolazione, che rende le persone vicine e solidali.
b) La reciprocità
In seguito, attorno alla presenza eucaristica del Maestro, viva e reale, si formano le comunità cristiane, che tuttavia non sono esenti da conflitti e tensioni.
Un esempio interessante, per approfondire la riflessione sull’interazione tra gruppi di diversa estrazione etnico-religiosa, si legge nella lettera ai Romani. Le esortazioni di Rm 14,1-2 e 15,7, in particolare, s’inquadrano al centro delle considerazioni di Paolo sull’importanza dell’accoglienza reciproca, appunto imitando l’atteggiamento accogliente di Cristo:
Accogliete tra voi chi è debole nella fede, senza mettervi a discutere le sue convinzioni;
Accoglietevi gli uni gli altri, come Cristo ha accolto voi, per la gloria di Dio.
Il pensiero paolino prende il via dai dissensi sorti a motivo di diverse tradizioni alimentari e cultuali, ma subito decolla a delineare una realtà di comunione ben più profonda, suggerita anche dal ricorso al verbo greco proslambanein, in sostituzione della tipica designazione dell’offerta ospitale descritta da xenizein. Nelle relazioni interpersonali, dunque, Paolo raccomanda una sintonia decisamente più vasta e impegnativa, quella stessa che suggerirà ai credenti di realizzare nell’occasione dell’arrivo di Epafrodito (Fil 2,29), di Febe (Rm 16,1-2), di Tito (2Cor 8,22-24); quella che esigerà da Filemone nei confronti del nuovo fratello Onesimo (Fm 17); quella che ricorderà di aver sperimentato di persona al suo primo contatto con i pagani della Galazia (Gal 4,12-15).
c) L’agape
Paolo, del resto, è convinto che non vi può essere vera agape che non comprenda in se stessa anche l’accoglienza; come pure non si può trovare accoglienza, nel senso cristiano, che non proceda da vera carità. Altrimenti si avrebbe semplice filantropia o cordiale umanitarismo. Ora, tra i significati originari del verbo agapan vi è appunto quello di accogliere. Per questo, nel suo celebre elogio dell’agape, Paolo dice esplicitamente che «la carità è benigna» (1Cor 13,4) ossia, secondo la forza del termine greco qui impiegato (chresteuetai), è bontà, delicatezza e sensibilità (cf. Mt 11,30; Lc 5,39), tutte virtù di chi ha un animo comprensivo e un cuore aperto e ricettivo verso l’altro. È in questa linea che, nella lettera ai Romani, volendo mettere in luce l’agape, Paolo ricorda che Cristo, che è la fonte e il modello della carità, ha dimostrato il suo amore «accogliendo» i credenti, benché fossero peccatori, nella comunione trinitaria (Rm 14,3; 15,7). Ecco perché, nella stessa lettera, si dilunga scrivendo:
La carità sia senza ipocrisie. Nell’amore fraterno siate affettuosi gli uni verso gli altri; nell’onore prevenitevi scambievolmente; nella sollecitudine non siate pigri. Siate ferventi nello spirito; servite il Signore; siate allegri nella speranza, pazienti nell’afflizione, perseveranti nella preghiera; pronti a condividere le necessità dei santi, premurosi verso i forestieri (Rm 12,9-13).
La vera agape, pertanto, si manifesta nel nutrire vicendevolmente gli stessi sentimenti, nel praticare le stesse virtù, nel prendere a cuore la sorte gli uni degli altri e nell’andare incontro alle necessità del prossimo.
Così intesa, essa non può esaurirsi nei confini della comunità. È vero che la fraternità impegna anzitutto quelli che sono «dentro» di fronte ad altri che sono «fuori» (1Cor 5,11-13), ma nella logica del lievito a beneficio di tutta la pasta (Mt 13,33; Lc 13,21; 1Cor 5,6; Gal 5,9), del sale che insaporisce i cibi (Mt 5,13; Mc 9,50) e della fiaccola che illumina l’intera casa (Mt 5,15-16; Lc 11,33-36). All’interno della comunità si pratica la correzione fraterna (Mt 18,15) in vista della reciproca sollecitudine (1Cor 8,12; 2Cor 9,1; Gal 6,10), facendo attenzione all’intromissione di «falsi fratelli» (2Cor 11,26; Gal 2,4-5). Tuttavia, anche se forse in seconda battuta, l’agape deve comunque indirizzarsi pure all’esterno, abbracciando tutti in vista di formare, nella varietà dei carismi, il medesimo corpo di Cristo (Rm 12,4-5; 1Cor 12,12-27). Un motivo, questo, che dà contenuto all’idea originaria di paroikia, che oggi abbiamo perduto. Nell’etimologia del vocabolo, infatti, par-oikos/oikia punta a configurare coloro che vivono lontano dall’oikos per essere vicini alla patria autentica, quella celeste, verso la quale tutta l’umanità è in cammino, evidenziando il riferimento alla consapevolezza di condurre l’esistenza nella dinamica del pellegrinaggio. Ecco allora che l’itinerario comune e la partecipazione alla medesima condizione di itineranza motivano la sollecitudine dell’agape, dove la comunità ecclesiale è chiamata a essere «l’anima del mondo» (Lettera a Diogneto VI, 1).
5. Il fondamento cristologico dell’autentica accoglienza
Queste ragioni, di ordine cristologico ed ecclesiologico, stanno alla base della preoccupazione di Paolo per i poveri delle comunità più bisognose, ma anche della sua insistenza nel raccomandare una particolare attenzione verso tutti i forestieri, gli ospiti e i pellegrini. In definitiva, il «missionario dei pagani» si dimostra in sostanziale accordo con la lezione matteana del giudizio finale, dove si attesta che chi accoglie l’altro come un fratello entra in contatto con Gesù stesso. Infatti, Gesù si identifica nel volto bisognoso del prossimo: «Chi accoglie uno di questi piccoli nel mio nome, accoglie me» (Mt 18,5) e «ogni volta che avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40.45). Poi si precisa nei dettagli: «Poiché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto» (Mt 25,35). Nell’ultimo riferimento, l’evangelista ricorre al verbo synagein per spiegare che non s’intende il mero esercizio di un’opera di misericordia. Si suggerisce, in verità, un’accoglienza fatta di partecipazione, condivisione, integrazione e interazione: l’altro, soprattutto nel caso dello straniero, non ha bisogno soltanto di essere accudito, ma necessita altresì di essere riconosciuto e tutelato nella sua dignità di persona umana. Il verbo synagein, infatti, designa tipicamente l’adunanza dell’assemblea (da cui deriva, tra l’altro, la synagoge), dove la comunione si fortifica mediante la convocazione, il raduno e la compartecipazione. La comunità cristiana, dunque, sarà veramente tale se saprà rendere partecipe anche l’immigrato dei suoi beni e dei suoi valori, come la Parola e l’eucaristia, senza dimenticare, ovviamente, la pratica del soccorso caritativo. Qui, in ogni caso, si apre l’arduo itinerario dell’inculturazione del kerygma, dov’è importante evitare la tentazione dell’esaltazione o del primato delle singole culture, per orientare il cammino alla responsabilità reciproca di giungere alla vita in abbondanza e quindi a Gesù Cristo, che è pienezza di vita. Infatti, l’inculturazione ha il suo significato nella promozione della vita in Cristo, che è contrassegnata dall’accoglienza, dalla relazione e dalla comunione.
6. Filantropia e agape
In conclusione, l’esperienza di fede e la riflessione teologica della comunità cristiana, non meno che il confronto con la realtà del quotidiano, hanno stimolato la maturazione di una convinzione di fondo: il solo disbrigo della concretezza filantropica non è sufficiente. Certo, l’assistenza umanitaria è già un’importante conquista, che merita lode e incoraggiamento. Corrisponde, ad esempio, alla prontezza servizievole di Abramo alle querce di Mamre (Gn 18,1-8), all’attenta sensibilità di Lot verso gli stranieri giunti a Sodoma sul far della sera (Gn 19,1-3), all’insistente premura del suocero del levita di Efraim (Gdc 19,1-10), alla sollecitudine di Rahab a Gerico (Gs 2,1-21), alla filantropia di Giobbe (31,32) o alla generosità ospitale, attestata da numerosi passi biblici. Ma non è sufficiente. Per essere completa, l’agape deve farsi ascolto, interazione, dialogo e interscambio: insomma, l’altro, anche l’immigrato, non è più soltanto «oggetto» di attenzione, ma diventa protagonista di nuove relazioni interpersonali. Il migrante è al centro della dimensione pastorale della Chiesa, ma nel ruolo di attivo interlocutore, non solo come destinatario di un servizio[1].
In definitiva, si ribadisce l’importanza di favorire, promuovere e difendere la centralità e la dignità della persona, di ogni persona, tutta la persona, di tutte le persone senza eccezione alcuna, con la ferma convinzione che «la principale risorsa dell’uomo… è l’uomo stesso»[2] e che, nella complessità dei movimenti migratori, «il migrante è assetato di “gesti” che lo facciano sentire accolto, riconosciuto e valorizzato come persona» (EMCC 96).
Puntare sull’accoglienza, quindi, significa non fermarsi alle molteplici attività assistenziali e caritative, di appoggio e di conforto della persona umana, ma qualificare anzitutto, con la prospettiva escatologica dell’unità di tutto il genere umano, la forza della motivazione cristiana della missione, che precede la vasta articolazione del fare e si attesta nella vitale dinamicità dell’essere.
Nota bibliografica
G. Bentoglio, Apertura e disponibilità. L’accoglienza nell’epistolario paolino, PUG, Roma 1995.
Id., Il ministero di Paolo in catene (Fm 9), in «Rivista Biblica» 53 (2005) 173-189.
B. Byrne, The Hospitality of God. A Reading of Luke’s Gospel, St Paul’s Publ., Strathfield 2000.
I. Cardellini (ed.), Lo «straniero» nella Bibbia, EDB, Bologna 1996.
C. Di Sante, Lo straniero nella Bibbia. Saggio sull’ospitalità, Città Aperta, Troina 2002.
J. Schreiner – R. Kampling, Il prossimo, lo straniero, il nemico, EDB, Bologna 2001.

[1] Cf. Pontificio Consiglio della pastorale per i migranti e gli itineranti, Istruzione Erga migrantes caritas Christi (03.05.2004) (EMCC), nn. 37-38. 91.
[2] Giovanni Paolo II, Enciclica Centesimus annus (01.05.1991), n. 32.

CATTOLICI E LUTERANI: PERDONO PER IL MALE PASSATO, SPERANZA PER IL FUTURO

http://www.zenit.org/it/articles/cattolici-e-luterani-perdono-per-il-male-passato-speranza-per-il-futuro

CATTOLICI E LUTERANI: PERDONO PER IL MALE PASSATO, SPERANZA PER IL FUTURO

Papa Francesco incontra la Federazione Luterana Mondiale e i membri della Commissione Luterano-Cattolica per l’Unità, ed esorta a portare avanti il cammino di dialogo e di comunione

Citta’ del Vaticano, 21 Ottobre 2013 (Zenit.org) Redazione

“Cattolici e luterani possono chiedere perdono per il male arrecato gli uni agli altri e per le colpe commesse davanti a Dio, e insieme gioire per la nostalgia di unità che il Signore ha risvegliato nei nostri cuori, e che ci fa guardare avanti con uno sguardo di speranza”. È solo uno dei forti passaggi del breve, ma intenso discorso che Papa Francesco ha rivolto alla delegazione della Federazione Luterana Mondiale e ai membri della Commissione Luterano-Cattolica per l’Unità, ricevuti stamane in Udienza.
Il Santo Padre ha rivolto lo sguardo al passato, ricordando con “profonda gratitudine” i numerosi passi delle relazioni tra luterani e cattolici compiuti negli ultimi decenni. “Non solo – ha detto – attraverso il dialogo teologico, ma anche mediante la collaborazione fraterna in molteplici ambiti pastorali e, soprattutto, nell’impegno a progredire nell’ecumenismo spirituale”.
Proprio quest’ultimo punto costituisce, secondo il Pontefice, è “l’anima del nostro cammino verso la piena comunione”, e “ci permette di pregustarne già da ora qualche frutto, anche se imperfetto”. “Nella misura in cui ci avviciniamo con umiltà di spirito al Signore Nostro Gesù Cristo – ha sottolineato il Papa – siamo sicuri di avvicinarci anche tra di noi e nella misura in cui invocheremo dal Signore il dono dell’unità, stiamo certi che Lui ci prenderà per mano e Lui sarà la nostra guida”.
Bergoglio ha poi indicato due ricorrenze: i 50 anni del dialogo teologico e il quinto centenario della Riforma, nel 2017. Due importanti avvenimenti il cui frutto è la recente pubblicazione del testo della Commissione per l’Unità luterano-cattolica, dal “significativo” titolo: “Dal conflitto alla comunione. L’interpretazione luterano-cattolica della Riforma nel 2017”. “Mi sembra davvero importante per tutti lo sforzo di confrontarsi in dialogo sulla realtà storica della Riforma, sulle sue conseguenze e sulle risposte che ad essa vennero date” ha affermato il Santo Padre.
“Alla luce del cammino di questi decenni, e dei tanti esempi di comunione fraterna tra luterani e cattolici di cui siamo testimoni – ha quindi soggiunto – sono certo che sapremo portare avanti il nostro cammino di dialogo e di comunione”. Questo, affrontando sia “le questioni fondamentali”, che le “divergenze” in campo “antropologico ed etico”.
Il Papa è comunque realista: “Le difficoltà non mancano e non mancheranno, richiederanno ancora pazienza, dialogo, comprensione reciproca”. Tuttavia, l’invito è a non aver paura: “Non ci spaventiamo!” ha detto, ricordando le parole di Benedetto XVI: “L’unità non è primariamente frutto del nostro sforzo, ma dell’azione dello Spirito Santo al quale occorre aprire i nostri cuori con fiducia perché ci conduca sulle vie della riconciliazione e della comunione”.
L’auspicio finale del Pontefice è, quindi, che “la preghiera fedele e costante nelle nostre comunità possa sostenere il dialogo teologico, il rinnovamento della vita e la conversione dei cuori, affinché, con l’aiuto del Dio Uno e Trino, possiamo camminare verso il compimento del desiderio del Figlio, Gesù Cristo, che tutti siano uno”.

A HOUSE OF PRAYER

A HOUSE OF PRAYER dans immagini sacre P1010872

http://www.royaldoors.net/page/9/

Publié dans:immagini sacre |on 18 octobre, 2013 |Pas de commentaires »
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