Archive pour le 29 octobre, 2013

Icona della Madonna di Kazan

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DAI MARTIRI ALLA SANTITÀ CANONIZZATA

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L’EVOLUZIONE DEL CULTO DEI SANTI

 di JOSÉ ANTONIO PÉREZ, ssp

DAI MARTIRI ALLA SANTITÀ CANONIZZATA

Da sempre i cristiani hanno riservato un culto particolare ai fratelli che in vita erano stati testimoni di Cristo, sia nel martirio che nell’eroismo delle virtù cristiane. La gerarchia da sempre ha garantito la legittimità di questo culto con una assistenza che è cresciuta lungo i secoli, fino all’attuale legislazione, caratterizzata dalla cautela e dal rigore per le procedure di riconoscimento della santità.
Nella storia della Chiesa l’iniziativa della venerazione dei santi è sempre partita dal popolo fedele, non dalla gerarchia, la quale interviene poi nel discernimento e con la sua approvazione per garantire la verità e la legittimità del culto. Questo intervento ha avuto, attraverso i secoli, una grande evoluzione, sia in quanto ai metodi, sia in quanto all’autorità competente a dichiarare santo un servo di Dio, sia per quanto riguarda l’indagine precedente la canonizzazione, ed ha seguito un lento processo prima di trovare una legislazione precisa.
Attualmente, diceva Benedetto XVI ai membri della Congregazione delle cause dei santi il 24 aprile 2006, «le cause vanno istruite e studiate con somma cura, cercando diligentemente la verità storica, attraverso prove testimoniali e documentali omnino plenae, poiché esse non hanno altra finalità che la gloria di Dio e il bene spirituale della Chiesa e di quanti sono alla ricerca della verità e della perfezione evangelica». Sarà interessante ripercorrere, pur brevemente, questo lungo cammino della Chiesa nella storia delle canonizzazioni e beatificazioni e del culto ai santi.

Dagli inizi fino al VI secolo
Agli inizi della vita della Chiesa, il culto dei martiri (« testimoni ») nasceva spontaneo, come frutto dell’entusiasmo e della venerazione dei fedeli verso quelli che consideravano eroi della cristianità perseguitata. Oltre agli apostoli e agli altri discepoli di Gesù, nel corso dei primi tre secoli del cristianesimo, durante il periodo delle persecuzioni verificatesi nel vasto territorio dell’Impero romano, i martiri rendevano l’estrema testimonianza della persona e del messaggio di Cristo con l’effusione del sangue. Il collegamento di questa testimonianza con l’insegnamento di Cristo era molto vivo nella Chiesa primitiva.
Questa « canonizzazione » si fondava essenzialmente su due elementi: la memoria che la comunità cristiana conservava della presenza dei martiri e i miracoli, come segno della loro presenza anche dopo la morte. Espressione del culto era la celebrazione del dies natalis e le numerose acta martyrum (la prima è quella di san Policarpo di Smirne, 69-155) e vitae sanctorum.
Questo riconoscimento portava alla venerazione dei sepolcri dei martiri, spesso con l’erezione di chiese e cappelle, a cui i fedeli confluivano in pellegrinaggio, e con l’invocazione di grazie e miracoli, che diventavano segno e criterio quasi esclusivo della loro santità. L’autorità ecclesiastica si limitava a consentire tale culto, con particolare vigilanza per evitare gli abusi. Già nel secolo III, ma soprattutto con la pace costantiniana, all’inizio del IV secolo, lo stesso criterio fu esteso anche ai confessori: coloro che non avevano testimoniato la loro fede con l’effusione del sangue, ma con una vita virtuosa e santa – sempre più equiparata a un vero martirio – e con i miracoli operati per la loro intercessione, in vita o dopo la morte, la migliore prova della loro santità. La « canonizzazione » avviene da parte del popolo per via di fatto: alla venerazione del confessore si associava poi il clero e il vescovo, che riconosceva questo culto con la sua iscrizione nel catalogo dei santi o con la traslazione delle sue reliquie nella chiesa o cappella, che diventava luogo di pellegrinaggi, dove si esprimeva la devozione con l’invocazione della sua intercessione, e con diversi atti di culto nel dies natalis. Anche per i confessori si componevano delle passiones, spesso piene di prodigi e fatti miracolosi, che diventarono un costituente preponderante, tanto da creare la convinzione che non ci può essere santità senza miracoli.

La canonizzazione vescovile
Così, dal secolo VI fino ai primi decenni del secolo XIII, mentre è in atto un progressivo distacco di Costantinopoli da Roma, in un clima di profondi contrasti fra violenza e santità, in un’epoca di grandi vescovi, monaci missionari, re convertiti, principesse fondatrici, epoca di eremiti e pellegrini (Gerusalemme, Roma e Compostela), si istaura e diventa abituale nella Chiesa la prassi comunemente denominata canonizzazione vescovile.
Infatti, il pullulare di vite scritte senza troppe preoccupazioni critiche, e raccolte dei miracoli a volte fantastici, rende necessaria la presenza e l’intervento del vescovo, al quale viene demandato il compito di accertare la verità degli eventi e di agire con prudenza e serietà nel canonizzare o annoverare tra i santi una persona defunta. A partire dei secoli VI-X si va profilando lentamente una legislazione canonica attraverso l’invenzione, l’elevazione e la traslazione delle reliquie da parte del vescovo locale, sovente con l’assenso del suo metropolita e del sinodo provinciale. Molte di queste « invenzioni » furono promosse da papa Damaso, mentre si devono a sant’Ambrogio varie invenzioni prodigiose e traslazioni di corpi di martiri. Più tardi, a partire del secolo IX, si aggiunse la solenne dichiarazione per mezzo di un decreto comunemente detto canonizzazione, emanato in una assemblea del clero diocesano o in un sinodo vescovile.
A queste canonizzazioni formali bisogna aggiungere numerose altre de facto: il culto locale come movimento spontaneo dei fedeli a numerosi servi di Dio, non sempre con sufficiente discernimento, quando non con degli abusi, ad esempio nel traffico e commercio delle reliquie. Sarà il concilio di Magonza (813) a fissare la canonizatio per decretum, anche se la procedura precedente continuerà fino al decreto Audivimus emesso da Alessandro III (1179), reso obbligatorio dalle Decretali di Gregorio IX. Una delle prime canonizzazioni vescovili è stata quella di san Martino di Tours (anno 461). Per oltre sei secoli, la canonizzazione vescovile è stata la procedura legittima e normalmente praticata nella Chiesa. I criteri erano: esistenza di fama di santità e dei miracoli, o del martirio; presentazione al vescovo di una biografia, con particolare attenzione ai fatti miracolosi, e l’approvazione ufficiale del culto da parte del vescovo o di un sinodo, mediante la traslazione.

La canonizzazione pontificia
Soprattutto a partire del secolo XIII si assiste ad una evoluzione importante: il passaggio, quasi impercettibile alla canonizzazione pontificia. Gli interventi del Papa appaiono all’inizio piuttosto casuali; ma l’opinione che una canonizzazione fatta dal Papa avesse maggiore autorevolezza, fece diventare le richieste sempre più numerose. La prima storicamente certa canonizzazione papale è quella di sant’Udalrico (o Ulderico), vescovo di Augsburgo, eseguita dal papa Giovanni XV nel 993, durante un sinodo romano al Laterano. Progressivamente si formò una procedura più rigida, che finalmente divenne esclusiva, soprattutto a partire dalla raccolta delle Decretali di Gregorio IX (1234).
La prima canonizzazione (1226) compiuta da questo papa fu quella di san Francesco d’Assisi (con una formula simile all’attuale, e i cui atti si sono conservati integralmente). Un caso curioso senza conclusione positiva è la causa di Ildegarda di Bingen, che anche se considerata santa, non è mai stata canonizzata formalmente. A poco a poco si furono aggiungendo nelle bolle di canonizzazione una breve descrizione della vita e i miracoli, l’esame dei miracoli, l’inchiesta sulla vita e i miracoli, e l’invio a Roma per l’esame, l’approvazione e la canonizzazione formale, con la scelta di alcuni prelati per esporre il contenuto del processo, la formulazione dei testi liturgici… Sisto IV concesse la facoltà di un culto limitato dei protomartiri francescani (1481): sarebbe il primo caso di quello che più tardi costituirà la beatificazione. La prima beatificazione formale sarà quella di Francesco di Sales, celebrata da Alessandro VII l’8 gennaio 1662.
Solo il 22 gennaio 1588 il papa Sisto V, istituendo le quindici Congregazioni della Curia romana con la costituzione apostolica Immensa aeterni Dei, affidò alla Congregazione dei Sacri Riti la competenza e l’ordinamento delle cause di canonizzazione. L’ultima canonizzazione secondo lo stile antico fu quella di san Diego di Alcalá (13 novembre 1463).
Questo ordinamento venne sviluppato nel corso dei tempi, soprattutto ad opera di Urbano VIII (che stabilì, tra altre cose, come via ordinaria quella del non cultu – o per viam cultus per i servi di Dio ai quali si tributava un culto almeno da cento anni prima del 1634 – e viene fissata praticamente la procedura canonica completa), e Benedetto XIV (Prospero Lambertini, 1740-1758), la cui opera di sistemazione di tutta la legislazione rimase come regola per quasi due secoli, e fu raccolta essenzialmente nel Codice di Diritto Canonico dell’anno 1917.
Molteplici furono gli interventi dei papi successivi. Da sottolineare quelli di Leone XIII (Commissione storico- liturgica, 1902), san Pio X (ricerca documentaria, titolo di venerabile), Pio XI (Sezione storica, 1930), Pio XII (Commissione dei medici, 1948), cambiata dal beato Giovanni XXIII in Consulta medica, (1959). Paolo VI, con la Sanctitas clarior (19 marzo 1969) stabilì un unico processo cognizionale per raccogliere le prove, istruito dal vescovo; con la riforma della Curia romana (Cost. apost. Sacra Rituum Congregatio), l’8 maggio 1969, al posto della Sacra Congregazione dei Riti costituì due nuovi dicasteri, affidando ad uno di essi il compito di regolare il Culto divino, all’altro invece di trattare le Cause dei santi, con qualche modifica nella procedura.

La attuale normativa
Il Codice di Diritto Canonico del 25 gennaio 1983 rimanda a una peculiare legge pontificia per le Cause dei santi. Il beato Giovanni Paolo II, per venire incontro alle esigenze degli studiosi e ai desideri dei vescovi, che avevano più volte sollecitato l’agilità del modo di procedere, pur mantenendo ferma la sicurezza delle investigazioni, e privilegiando la dottrina della collegialità proposta dal concilio Vaticano II, stabilì delle nuove norme con la costituzione apostolica Divinus Perfectionis Magister (25 gennaio 1983), valida per la Chiesa latina e per le Chiese orientali, abrogando le disposizioni promulgate dai suoi predecessori e le norme stabilite dal Codice di Diritto Canonico del 1917 nelle cause di beatificazione e canonizzazione. Questa costituzione apostolica venne poi completata con le Norme da osservarsi nelle inchieste diocesane nelle cause dei santi, pubblicate il 7 febbraio 1983 dalla Congregazione delle cause dei santi.
Posteriormente, la stessa Congregazione pubblicò l’istruzione Sanctorum Mater, che non è un testo legislativo, ma un aiuto pratico per l’applicazione delle Norme nello svolgimento delle inchieste diocesane, per favorire la collaborazione tra la Santa Sede e i vescovi, e «intende chiarire le disposizioni delle leggi vigenti nelle cause dei santi, facilitare la loro applicazione e indicare i modi della loro esecuzione… evidenziando, in modo pratico e cronologico, la loro applicazione e salvaguardando la serietà delle inchieste».
Posteriormente, anche Benedetto XVI ha voluto dare il suo contributo con tre provvedimenti: evidenziando maggiormente la differenza teologica e liturgica tra beatificazione e canonizzazione; elevando il numero dei periti della consulta medica; concedendo alla Congregazione la facoltà di nominare sette relatori ad casum in aggiunta a quelli di ruolo. Per concludere, ricordiamo che «quando la Chiesa e i teologi studiano e contemplano i santi e ne propongono la venerazione e l’imitazione – afferma mons. M. Bartolucci, Segretario della Congregazione, in una recente intervista –, non fanno altro che indicare percorsi sicuri per arrivare alla verità di Dio e penetrare nel mistero della Chiesa, che è santa e santificatrice».
Con parole di Benedetto XVI (17 dicembre 2007): «I santi, se giustamente presentati nel loro dinamismo spirituale e nella loro realtà storica, contribuiscono a rendere più credibile ed attraente la parola del Vangelo e la missione della Chiesa… La santità semina gioia e speranza, risponde alla sete di felicità che gli uomini, anche oggi, avvertono ». È la sfida per noi tutti.

José Antonio Pérez

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SANTITÀ, UNA META PER TUTTI – GIANFRANCO RAVASI

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SANTITÀ, UNA META PER TUTTI

GIANFRANCO RAVASI

“Al centro dell’annunzio evangelico c’è l’incarnazione per cui Dio e uomo s’incontrano talmente strettamente da avere in un uomo, Gesù di Nazaret, la suprema presenza ed epifania divina”. Riportiamo la risposta di Mons. Ravasi a una lettera da Milano, pubblicata su Il Sole 24 ore.
Reverendo monsignore, lei tempo fa, recensendo libri di autori misti ci ha esaltato la contemplazione come sorgente di beatitudine e santità. Va, però, detto che in tempi a noi più vicini, il Concilio Vaticano II ha riscoperto la chiamata universale alla santità per ogni cristiano. Perciò la contemplazione, passaggio indispensabile per giungere alla beatitudine o santità, può essere praticata anche vivendo nel mondo e svolgendo le normali occupazioni.
Un apostolo moderno della santità laicale, l’ormai santo Josemaría Escrivá, da lei ricordato su Il Sole-24 Ore in un articolo in occasione della sua canonizzazione, raccontò di sé che un certo giorno «andava contemplando per le strade di Madrid con luci e ombre che non erano sue» (si veda J. Echevarría, Itinerari di Vita Cristiana, Ares 2001).
Penso che lei condivida il mio assunto, e allora le chiederei di voler argomentare dalle colonne del giornale sulla possibilità di accedere alla beatitudine per ogni cristiano di buona volontà. Una parola di sprone verso la beatitudine può aiutare molti a vincere le paure di un mondo così agitato.
Bruno Mardegan – Milano

La proposta del nostro lettore in verità ci conduce nel cuore stesso del cristianesimo (e, per certi versi, nell’anima stessa di ogni esperienza religiosa autentica). Al centro dell’annunzio evangelico c’è, infatti, l’incarnazione per cui Dio e uomo s’incontrano talmente strettamente da avere in un uomo, Gesù di Nazaret, la suprema presenza ed epifania divina (si legga quel capolavoro, anche letterario, che è l’inno che funge da prologo al Vangelo di Giovanni). Questo evento fa sì che storia ed eterno non siano in dialettica ma s’intreccino tra loro e la genuina esperienza di fede non si consumi decollando dalla realtà contingente verso cieli mitici e mistici, ma incrociando le strade di Dio con quelle dell’uomo. E per questo che già i profeti di Israele esigevano che, per una vera fede, il culto s’unisse alla giustizia, il Credo alla vita sociale, l’ortodossia con l’orto-prassi. Basti solo citare il motto del profeta Osea (VIII secolo a.C.), caro anche a Gesù: «Misericordia io voglio —dice il Signore — e non sacrificio» (6, 6), laddove quella negazione paradossale, nel linguaggio semitico, dev’essere letta così: «Misericordia io voglio e non solo il sacrificio», cioè la pura e semplice spiritualità deve coniugarsi con l’esistenza giusta.
Ma la considerazione del dottor Mardegan va oltre e introduce il tema della pienezza della fede, cioè «la beatitudine o santità». Su questo argomento si consuma spesso un equivoco. Per molti la santità è una questione che riguarda alcuni mistici o qualche eroe della fede che vive in stati “estatici” o compie imprese tali da essere, sì, esemplari ma solo nel senso che sono da collocare nella “gloria del Bernini” o sulle pale degli altari per la pubblica devozione dei credenti. È sulla spinta di questo equivoco che si è pervenuti a una lettura deviata di una delle pagine capitali del Vangelo, le «Beatitudini» che aprono quella sorta di “Magna Charta” del cristianesimo che è il «Discorso della Montagna» di Gesù (Matteo, capitoli 5-7). Infatti quella sequenza: «Beati i poveri.., gli afflitti.., i miti.., gli affamati e assetati di giustizia…, i misericordiosi…, i puri di cuore.., gli operatori di pace…, i perseguitati per la giustizia… » è stata spesso interpretata come un progetto ideale di vita per religiosi e per mistici. In realtà, Cristo si rivolge ai ”discepoli” che, nel linguaggio matteano, è sinonimo di “fedeli, cristiani”. Si propone, così, una via di totalità e di pienezza per tutti, qualunque sia il livello di cultura o lo statuto sociale e professionale.
La “santità” è, perciò, la meta verso cui tendere senza posa da parte di tutti, secondo un’altra battuta dello stesso Discorso: «Siate perfetti come perfetto è il Padre vostro celeste» (Matteo 5,48). Il cristiano è, perciò, sempre in tensione (è l’ inquietudine” agostiniana) e non concepisce la religione come una tassa morale da versare a Dio, così come (forse malvolentieri) si paga la tassa fiscale a Cesare. È, invece, un atteggiamento radicale e vitale, analogo all’amore, il quale costituisce la persona in una specie di status permanente: l’innamorato non è tale solo qualche ora al giorno, come la madre non ama suo figlio solo nei giorni feriali. Naturalmente la fragilità umana comporta abbassamenti di tensione e persino negazioni, ma l’attesa di Dio è sempre quella del padre della celebre parabola lucana del figlio prodigo (Luca 15, 11-24) e il perdono è sempre quello riservato all’adultera o a Pietro pentito o alle prostitute e ai peccatori incontrati da Gesù. Il signor Mardegan ha citato una battuta del nuovo santo, fondatore dell’Opus Dei. È dalla sua opera più nota, Cammino (edizione Ares), che traggo la conclusione del mio discorso: «Hai l’obbligo di santificarti. Anche tu. Chi pensa che la santità sia un impegno esclusivo di sacerdoti e religiosi? A tutti, senza eccezione, il Signore ha detto: Siate perfetti, com’è perfetto il Padre mio che è nei cieli… Non vi è altra strada, figli miei: o sappiamo trovare il Signore nella nostra vita ordinaria, o non lo troveremo mai».

Il Sole 24 ore, 3 Novembre 2002

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