Archive pour le 18 octobre, 2013

A HOUSE OF PRAYER

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DIMANCHE 20 OCTOBRE – COMMENTAIRES DE MARIE NOËLLE THABUT: 2 TIMOTEO 3, 14-4, 2

http://www.eglise.catholique.fr/foi-et-vie-chretienne/commentaires-de-marie-noelle-thabut.html

DIMANCHE 20 OCTOBRE : COMMENTAIRES DE MARIE NOËLLE THABUT

SECONDA LETTURA – 2 TIMOTEO 3, 14-4, 2

(traduzione dal francese di un Gadget di Google)

Domenica scorsa, si legge nella seconda lettera a Timoteo, un inno in onore di Cristo: « Ricordati che Gesù Cristo, risorto dai morti. » Oggi, potremmo dire che si legge un inno in onore della Scrittura. Cerchiamo di essere chiari, ciò che St. Paul chiama la Scrittura, è ciò che noi oggi chiamiamo l’Antico Testamento. Più volte, in lettere a Timoteo, abbiamo indovinato un conflitto persistente nella comunità di Efeso, dove Timoteo, ed è anche a causa di questo conflitto che Paolo chiede a Timoteo di rimanere in Efeso, egli essere in grado di contare su di fedeli custodi della Parola. Le prime righe di testo di oggi « , è necessario attenersi a ciò che vi è stato insegnato » implica che gli altri non rimangono fedeli agli insegnamenti ricevuti e vanno fuori strada . altro
 Così possiamo riassumere il passaggio in tre frasi: in primo luogo, si deve ricaricare nella Scrittura. In secondo luogo, dobbiamo proclamare la Parola. In terzo luogo, questa dichiarazione deve essere effettuata al fine di costruire la comunità. In primo luogo, abbiamo bisogno di rilassarsi nelle Scritture, nel vero senso della parola « ricaricare » la Scrittura è la nostra origine, la nostra traduzione dice: « è necessario attenersi a ciò che vi è stato insegnato, » ma possiamo lì per ascoltare una raccomandazione di fissità, che non è affatto di Paul. La parola per parola come « rimane in quello che hai imparato » la fede non è un oggetto ma ha un supporto vitale, una « casa » ai sensi di San Giovanni.
 Timoteo ha colpito in questa fonte di Scrittura dalla sua infanzia: il padre era greco e pagano, ma sua madre, Eunice, e la nonna materna, Lois, erano ebrei: essi hanno introdotto nel Vecchio Testamento, e quando sua madre convertito al cristianesimo, non ha smesso di frequentare il corso di Scrittura. Altri maestri iniziati Timoteo e Paolo sottolinea questo aspetto della comunità l’accesso alla Scrittura. Uno non scopre la sola Bibbia, ma nella Chiesa. Ancora una volta, troviamo in Paolo il tema della trasmissione della fede, quello che viene chiamato in teologia « Tradizione »: tradere, in latino, significa « passaggio »: « Vi ho dato quello che ho ‘ anch’io ho ricevuto « (nel senso non ho inventato nulla) Paolo dice nella lettera ai Corinzi, l’ apostolo è inviato al servizio di una parola che non è la sua. In fede, nessuno di noi è un fondatore, un innovatore, noi siamo anelli di una catena. Ovviamente, è fondamentale che questa trasmissione è fedele. Poco prima, nella stessa lettera, Paolo disse a Timoteo: « Che cosa hai udito da me in presenza di molti testimoni affidano a uomini fedeli che a loro volta in grado di insegnare di nuovo in d altra. . « (2 Tm 2, 2)
 che segue è molto importante: Paolo dice: « Le Scritture hanno il potere di comunicare a voi la sapienza che conduce alla salvezza mediante la fede che abbiamo in Gesù Cristo »: è dire con questo che l’Antico Testamento conduce direttamente a Gesù Cristo. Per Paolo, come per i primi apostoli , Gesù ha reclutato tra gli ebrei, era una bazzecola. Si ricorda che durante il suo processo a Gerusalemme, Paolo ha sostenuto che proprio perché era un Ebreo era diventato un cristiano.
 Paolo continua: « tutte le Scritture sono ispirate da Dio »; prima di essere un dogma affermato dalla Chiesa, questa frase era quindi già la fede di Israele. Questo spiega il rispetto è sempre circondato i libri sacri in ogni sinagoga.  » Grazie alle Scritture, l’uomo di Dio saranno ben armati, che sarà dotato di tutto il necessario.  » Così l’attrezzatura del cristiano: Scrittura nella fedeltà all’insegnamento ricevuto, « Bisogna attenersi a ciò che vi è stato insegnato, avete riconosciuto come vero, sapendo quali sono i maestri hai insegnato.  » L’attrezzatura del cristiano, quindi è Scrittura e la Tradizione per essere in grado di trasmettere a sua volta. Per passare, e questa è la seconda scheda di Paolo a Timoteo, dobbiamo avere il coraggio di annunciare la Parola, questo è il primo, forse l’unico compito di un dirigente della Chiesa. Il problema è grave e Paolo impiega formula quasi incredibile: « Davanti a Dio e davanti a Cristo Gesù che verrà a giudicare i vivi ei morti, vi chiedo solennemente, a nome della sua manifestazione e il suo regno: la proclamazione della Parola. ..  »
 Ancora una volta, Paolo si riferisce alla manifestazione di Cristo, e il suo regno: il compimento del piano di Dio è veramente l’anno in cui Paolo non ha mai lasciato gli occhi. E altrove in greco, Paolo dice: « Proclamate il Logos », la parola in Giovanni è il Verbo, Gesù stesso. Tradurre, se prendiamo sul serio l’evento e il Regno di Cristo, dobbiamo instancabilmente proclamare la Parola. Corso della vita di Paolo, dopo la sua conversione, è stata dedicata a questo compito: « Annunciare il Vangelo è un dovere per me: guai a me se non predicassi il Vangelo ! . « (1 Cor 9, 16)
 Ma ci vuole coraggio per annunciare la Parola, dobbiamo accettare di essere ben accolto, « intervenire in tempo e contro il tempo, denunciare il male, biasimo incoraggia » c vale a dire, non esita a giudicare ciò che si vede … Egli conclude in quello del clima che si deve fare (e questo è il terzo punto): con grande pazienza e la voglia di imparare. Anche in questo caso troviamo un sempre presente enfasi in Paolo, la preoccupazione che costituisce la comunità, è l’unica cosa che conta.

BENEDETTO XVI: SALMO 120 – IL CUSTODE DI ISRAELE

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/audiences/2005/documents/hf_ben-xvi_aud_20050504_it.html

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

MERCOLEDÌ, 4 MAGGIO 2005

SALMO 120

IL CUSTODE DI ISRAELE

Vespri – Venerdì 2a settimana

1. Come ho già preannunciato mercoledì scorso, ho deciso di riprendere nelle catechesi il commento ai Salmi e Cantici che compongono i Vespri, utilizzando i testi predisposti dal mio predecessore Giovanni Paolo II.
Il Salmo 120 che oggi meditiamo fa parte della raccolta dei «cantici delle ascensioni», ossia del pellegrinaggio verso l’incontro col Signore nel tempio di Sion. È un Salmo di fiducia poiché in esso risuona per sei volte il verbo ebraico shamar, «custodire, proteggere». Dio, il cui nome è invocato ripetutamente, emerge come il «custode» sempre sveglio, attento e premuroso, la «sentinella» che veglia sul suo popolo per tutelarlo da ogni rischio e pericolo.
Il canto si apre con uno sguardo dell’orante rivolto verso l’alto, «verso i monti», cioè i colli su cui si leva Gerusalemme: di lassù viene l’aiuto, perché lassù abita il Signore nel suo tempio santo (cfr vv. 1-2). Tuttavia i «monti» possono evocare anche i luoghi ove sorgono i santuari idolatrici, le cosiddette «alture», spesso condannate dall’Antico Testamento (cfr 1Re 3,2; 2Re 18,4). In questo caso ci sarebbe un contrasto: mentre il pellegrino avanza verso Sion, i suoi occhi cadono sui templi pagani, che costituiscono una grande tentazione per lui. Ma la sua fede è inconcussa e la sua certezza è una sola: «Il mio aiuto viene dal Signore, che ha fatto cielo e terra» (Sal 120,2).
2. Questa fiducia è illustrata nel Salmo attraverso l’immagine del custode e della sentinella, che vigilano e proteggono. Si allude anche al piede che non vacilla (cfr v. 3) nel cammino della vita e forse al pastore che nella sosta notturna veglia sul suo gregge senza addormentarsi né prendere sonno (cfr v. 4). Il pastore divino non conosce riposo nell’opera di tutela del suo popolo.
Subentra, poi, un altro simbolo, quello dell’«ombra», che suppone la ripresa del viaggio durante il giorno assolato (cfr v. 5). Il pensiero corre alla storica marcia nel deserto del Sinai, ove il Signore cammina alla testa di Israele di «giorno con una colonna di nube, per guidarli sulla via da percorrere» (Es 13,21). Nel Salterio non di rado si prega così: «Proteggimi all’ombra delle tue ali…» (Sal 16,8; cfr Sal 90,1).
3. Dopo la veglia e l’ombra, ecco il terzo simbolo, quello del Signore che «sta alla destra» del suo fedele (cfr Sal 120,5). È questa la posizione del difensore sia militare che processuale: è la certezza di non essere abbandonati nel tempo della prova, dell’assalto del male, della persecuzione. A questo punto il Salmista ritorna all’idea del viaggio durante un giorno caldo nel quale Dio ci protegge dal sole incandescente.
Ma al giorno succede la notte. Nell’antichità si riteneva che anche i raggi lunari fossero nocivi, causa di febbre, o di cecità, o persino di follia; perciò il Signore ci protegge anche nella notte (cfr v. 6).
Ormai il Salmo giunge alla fine con una dichiarazione sintetica di fiducia: Dio ci custodirà con amore in ogni istante, tutelando la nostra vita da ogni male (cfr v. 7). Ogni nostra attività, riassunta nei due verbi estremi dell’«uscire» e dell’«entrare», è sempre sotto lo sguardo vigile del Signore. Lo è ogni nostro atto e tutto il nostro tempo, «da ora e per sempre» (v. 8).
4. Vogliamo ora commentare quest’ultima dichiarazione di fiducia con una testimonianza spirituale dell’antica tradizione cristiana. Infatti, nell’Epistolario di Barsanufio di Gaza (morto verso la metà del VI secolo), un asceta di grande fama, interpellato da monaci, ecclesiastici e laici per la saggezza del suo discernimento, troviamo richiamato più volte il versetto del Salmo: «Il Signore ti proteggerà da ogni male, egli proteggerà la tua vita». Con esso egli voleva dare conforto a quanti gli manifestavano le proprie fatiche, le prove della vita, i pericoli, le disgrazie.
Una volta Barsanufio, richiesto da un monaco di pregare per lui e per i suoi compagni, così rispose, includendo nel suo augurio la citazione di questo versetto: «Figli miei diletti, vi abbraccio nel Signore, supplicandolo di proteggervi da ogni male e di darvi sopportazione come a Giobbe, grazia come a Giuseppe, mitezza come a Mosè e il valore nei combattimenti come a Giosuè figlio di Nun, la padronanza dei pensieri come ai giudici, l’assoggettamento dei nemici come ai re Davide e Salomone, la fertilità della terra come agli Israeliti… Vi accordi la remissione dei vostri peccati con la guarigione del corpo come al paralitico. Vi salvi dai flutti come Pietro e vi strappi dalla tribolazione come Paolo e gli altri apostoli. Vi protegga da ogni male, come suoi veri figli e vi accordi ciò che il vostro cuore chiede, per il vantaggio dell’anima e del corpo nel suo nome. Amen» (Barsanufio e Giovanni di Gaza, Epistolario, 194: Collana di Testi Patristici, XCIII, Roma 1991, pp. 235-236).

20 OTTOBRE 2013 | 29A DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO C – LC LC 18,1-8

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/03-annoC/annoC/12-13/05-Ordinario/Omelie/29-Domenica-2013-C/29-Domenica-2013_C-JB.html

20 OTTOBRE 2013  | 29A DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO C  |  PROPOSTA DI LECTIO DIVINA

LECTIO DIVINA SU: LC LC 18,1-8

Bisogna riconoscerlo: non ci risulta facile pregare. Nella nostra formazione cristiana quello che maggiormente abbiamo imparato è stata una serie di preghiere a memoria, che ripetiamo con frequenza, ma con le quali non possiamo metterci in autentica comunicazione con Dio. Sappiamo molte orazioni, ma ci costa molto pregare. Ci mancano non solo le parole, ma anche i sentimenti, con cui ci rivolgiamo a Dio. Ma non pensiamo che sia un buon motivo che ci porta a coltivare una preghiera frequente. E qualche scusa ci sembra sufficiente ed anche una buona ragione per lasciare la preghiera: poche volte pensiamo che Dio ascolti le nostre necessità e non ci sentiamo obbligati a ripresentargliele. Se la nostra supplica risulta inefficace, ed è inutile continuare perdendo tempo e illusioni, merita la pena di continuare a chiedere se troviamo fondate speranze di essere ascoltati. Questa obiezione tanto logica è comune tra i discepoli di Gesù. Oggi il Vangelo ci ha ricordato che Gesù dovette animare i suoi discepoli a pregare di più e a pregare sempre. Ci sembra che noi discepoli di Gesù, tanto ieri come oggi, ci distinguano per il nostro entusiasmo alla preghiera?

In quel tempo, 1Gesù, per spiegare ai suoi discepoli come dovevano pregare sempre, senza stancarsi, disse loro questa parabola:
2″C’era in una città un giudice, che non temeva Dio e non si preoccupava degli uomini. 3Nella stessa città c’era anche una vedova, che andava a dirgli: ‘Fammi giustizia contro il mio avversario’. 4Per un po’ di tempo si rifiutò, ma poi disse: « Anche se non temo Dio e non ho a cuore gli uomini, 5siccome questa vedova mi infastidisce, gli farò giustizia, perché non venga ad importunarmi più »".
6 E il Signore disse:
« Guardate quello che dice il giudice disonesto; e Dio, 7non farà giustizia ai suoi eletti che gridano a lui giorno e notte?, certo, 8vi dico che gli farà giustizia senza indugio. Ma quando il Figlio dell’uomo verrà, troverà la fede sulla terra »?
 1. LEGGERE: capire quello che dice il testo facendo attenzione a come lo dice

Il testo evangelico è, alla base, una parabola e la sua applicazione. Però Luca l’ha introdotto con una precisa indicazione: con questa parabola Gesù insegnava ai suoi discepoli (Lc 18,1). Siamo in un atto di magistero indicato per coloro che lo seguono. Quello che dice Gesù è una lezione ristretta ad alcuni a lui intimi. Il contenuto di questi insegnamenti non era quello di dover pregare, ma il modo di pregare senza smettere.
Gesù racconta la parabola del giudice ingiusto -quale contraddizione!- per insegnare ai suoi discepoli, non a pregare (che già lo ‘sapevano’, perché egli aveva insegnato loro a pregare: Lc 11,1-13), ma come saper pregare sempre, senza mai disaffezionarsi. Questo è, o almeno, quello che annota Luca. E con questo ci sta dando la chiave per interpretare la parabola.
Ma non lo fa del tutto bene. Perché nella narrazione della parabola mette un’applicazione finale che va oltre ad una mera applicazione della preghiera continua (Lc 18,6-7). Appaiono due elementi nuovi e sorprendenti, se si guardano bene, nel commentario conclusivo di Gesù. Primo: Dio fa giustizia a chi lo prega, ascoltandoli. Soccorrere i suoi eletti è un atto di giustizia divina. Secondo, l’orante che persiste nella sua preghiera, fa, più di una petizione, un vero atto di fede. Pregare molto, pregare sempre è credere.
Nell’ultimo commento Gesù sottolinea una nota di grande avvertenza, tanto seria come insperata (Lc 18,8). Ci sorprende, in effetti, che lo stesso Gesù si domanda -perché non è molto sicuro- se incontrerà sulla terra questa fede, fatta di continua preghiera, il giorno del suo ritorno… In realtà la risposta affermativa la possono dare solamente i discepoli che pregano sempre, senza stancarsi; ma Gesù quando si domandava ciò, non li teneva tutti con se.

 2. MEDITARE: applicare alla vita quello che dice il testo!
Per inculcare la preghiera permanente nei suoi discepoli Gesù narra la parabola dell’ingiusto giudice e della vedova impertinente. Già aveva insegnato loro a pregare. Adesso insegna che pregare non deve essere un’occupazione occasionale, ma un esercizio continuo….e gioioso.
Qui non chiede al discepolo che sappia già pregare, ma che non finisca di farlo -in seguito- quando saprà pregare. Gesù chiede ai suoi discepoli di non perdersi d’animo quando pregano: non vuole vedere in loro disincanto. Mentre stanno parlando con Dio gli insegna come pregarlo. Dobbiamo domandarci come mai la nostra preghiera non riempie di alito e di incanto la nostra vita. Cosa ci manca? -o meglio- cosa sta impedendo alla nostra preghiera di trasformarsi in un tempo felice e in un’esperienza insuperabile. Perché se preghiamo lo facciamo con poco ardore?
L’esempio della vedova impertinente ci parla, in primo luogo, che per chiedere senza tregua bisogna sentire fino in fondo un bisogno. Se un giudice ingiusto è capace di fare giustizia, contro il suo costume: come non aiuterà il buon Dio a chi lo prega senza interruzione?, si domanda Gesù, convinto che Dio non si farà attendere da coloro che perseverano nella loro preghiera.
Bisogna soffrire di totale impotenza, come la vedova, per importunare chi non è degno di fiducia. La vedova insiste nella sua richiesta, non perché meriti fiducia un giudice che non teme Dio e che non gli importa degli uomini, ma perché non ha altra difesa. Non bisogna essere giusti per fare giustizia. Continuando a chiedere si può ottenere da un ingiusto giudice quello che non si potrebbe neppure sognare. Pur di liberarsi dal continuo fastidio e d una possibile aggressione, il giudice concede protezione ha chi ha tanto insistito. E perché la vedova non si annoiò nel chiedere giustizia e nel vedersi ascoltata, il giudice dovette alla fine dargliela.
Può essere che qui si radica in noi la ragione di una scarsa vita di preghiera: o per una poca necessità di aiuto o ci crediamo, di diritto, di essere sempre ascoltati, solamente perché lo abbiamo chiesto una volta. Se conoscessimo meglio la nostra povertà, non avremmo tanta vergogna a chiedere tanto, a importunare, a ‘infastidire’ Dio. Dura poco la nostra preghiera, perché è scarsa la conoscenza che abbiamo della nostra debolezza.
Gesù sembra indicarci così una delle ragioni più frequenti per la quale le nostre preghiere sono inutili sforzi per catturare l’attenzione di Dio: non insistiamo abbastanza, non perseveriamo come dovremmo. Ci disilludiamo di un Dio che pur conoscendoli, desidera che ripetiamo i nostri bisogni; non sopportiamo bene che Dio ritardi la sua risposta quando non possiamo rimanere in silenzio sui nostri desideri. Desideriamo che subito, appena lo abbiamo chiesto, Dio ci conceda ciò che chiediamo. Per il fatto di aver fatto sapere i nostri bisogni, ci crediamo con diritto di essere ascoltati. Nel comportamento della vedova impertinente e del giudice ingiusto, Gesù ci ha segnalato un metodo buono e una buona ragione per conseguire una vita di costante preghiera.
Solamente perché insistette, la vedova venne ascoltata. Non le importò sapere che al giudice non le importava niente: ella conosceva i suoi bisogni e questo le bastò per importunarlo con insistenza; supposto che non poteva da sola liberarsi del suo stato, fece sapere al giudice che non si sarebbe liberato di lei fino a quando non l’avrebbe ascoltava; non perché ella confidava in lui, ma perché non era in grado di risolvere da sola i suoi bisogni: aveva bisogno di un giudice. Accorse a lui senza importarle che non era sufficientemente buono; le doleva di più il suo malessere presente che la mala condotta del suo protettore; e non smise di molestarlo finché non le rese, andando contro al suo costume, giustizia.
Il metodo della vedova Gesù lo desiderava veder realizzato nella vita dei suoi discepoli; però mancava loro la necessità di impotenza che sentiva la donna per insistere dove non veniva ascoltata; il discepolo di Gesù, come la vedova, dovrà essere tanto cosciente della sua indigenza per ricevere la benevolenza di Dio. Basterà essere tanto cosciente della propria impotenza per importunare Dio, per non cessare di molestarlo giorno e notte, per fermarsi solamente quando Dio lo renderà soddisfatto, fino a quando Lui romperà il suo silenzio. Chi non insiste nella sua preghiera, ci avverte Gesù, è perché non conosce molto bene la gravità della sua situazione, o crede che può liberarsi di lei da solo e facilmente. Chi confida solamente in se stesso per liberarsi della sua indigenza, sta scavalcando Dio. E tale è il rischio che ci acceca, se non perseveriamo nella preghiera.
Gesù non teme di confrontare l’ingiusto giudice con Dio che sempre è giusto. Davanti a un Dio che sembra non ascoltare la nostra preghiera non è bene smettere di pregare. Il silenzio rassegnato non è il miglior modo di richiamare all’attenzione (e di chiamargli l’attenzione): Dio non si libererà di noi, finché noi non ci liberiamo delle nostre necessità; se non smettiamo di pregare finché Lui non ci soddisfi. Se continuiamo a parlargli finché non ci ascolta, saremo buoni oratori, perché preghiamo senza arrenderci. Cos’è quello che ci manca e che fece, come sopra, la vedova: impertinenza o necessità, il coraggio di osare oppure l’impotenza? Perché non animarsi e chiedere senza tregua se Dio -alla fine- finirà per farci giustizia ascoltandoci?
Per Gesù e per qualche uditore della parabola, Dio è più giusto che l’ingiusto giudice. Anche la preghiera ininterrotta termina con la resistenza di Dio a intervenire; pregare ad alta voce, se si deve, porta, alla fine, ad essere ascoltati. Colui che chiede continuamente, convince ad avere giustizia senza ritardo. Il migliore consiglio che Gesù poteva dare era quello della preghiera continuata. Una vita di preghiera senza arrendevolezze provoca in Dio la necessità di fare giustizia. Chi lo avrebbe pensato?
Gesù ci esorta a non arrenderci dinanzi all’apparente disinteresse di Dio davanti ai nostri problemi. Davanti a un Dio che sembra non ascoltare la nostra preghiera, non è meglio arrendersi. Facendo silenzio gli daremo motivo di pensare che possiamo arrangiarci senza il suo aiuto. Se ci sembra che Dio non ci ascolti, non lo riguadagneremo nuovamente con la nostra rassegnazione e il silenzio. Se noi grideremo giorno e notte che ci liberi dei nostri bisogni, otterremo di essere alla fine ascoltati. Dio esce dal suo silenzio, se noi entriamo in lui; non può per lungo tempo ignorare la nostra supplica se è continua e speranzosa. A forza di perseveranza, colui che prega guadagnerà il favore di Dio e le sue attenzioni.
Ma perché Dio faccia con noi quello che fece il giudice con la vedova che aveva bisogno, esige da noi, che ci sentiamo ‘suoi eletti’, la consapevolezza del nostro bisogno di Lui, disposti a invocarlo giorno e notte. Non può essere solo la necessità, come fu il caso della vedova, quello che porterà i discepoli di Gesù a pregare Dio; chi prega Dio non chiede solo giustizia, chiede a Dio non perché ha bisogno, ma perché si sa suo eletto, perché conosce il suo amore di predilezione, perché non può sbagliare. E se il fedele passa un giorno senza essere ascoltato, passerà la notte gridandogli, affinché Dio gli ‘faccia giustizia senza tardare’.
Non è strano che Gesù termina la parabola domandandosi se quando tornerà incontrerà tra i suoi tanta fede; sono molti i buoni discepoli di Gesù che non sostengono un lieve ritardo di Dio, un ritardo della sua attenzione, un silenzio un poco più lungo del solito; sono molti quelli che non sanno pregare senza disperare, solo perché non ottengono immediatamente quello che chiedono. La convinzione che Dio è interessato a noi deve essere maggiore dell’interesse che noi portiamo a Lui. Se perdiamo la fiducia in Dio solo perché non da risposta senza farci attendere, abbiamo perso la fede in lui e la sicurezza di contare un giorno sulle sue attenzioni.
La vita di preghiera che provoca scoraggiamento nella vita cristiana può sorgere dalla necessità e impotenza in cui viviamo, però non nasce sicuramente dalla consapevolezza di sapersi eletti. Colui che si sente amato può gridare a Dio, giorno e notte, senza mancargli di rispetto. Solamente quando ci decidiamo a importunare Dio, solo allora avremo imparato a lasciare che risolva i nostri problemi. Questo modo di pregare che non teme di importunare Dio è il modo di credere che Gesù vorrebbe incontrare al suo ritorno. Incontreremo in noi questa fede che non dispera, anche se non ha ottenuto giustizia subito o se ritarda ad arrivare? Il Signore quando ritornerà ci troverà gioiosi e impegnati a gridare a Dio giorno e notte?

JUAN JOSE BARTOLOME sdb,

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