Archive pour le 11 octobre, 2013

I dieci lebbrosi, Vangelo di Luca

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Publié dans:immagini sacre |on 11 octobre, 2013 |Pas de commentaires »

MARIA, DONNA DEL RINGRAZIAMENTO

http://www.suorefrancescaneimmacolatine.it/index_file/Di%20Muro1.pdf

(trascrizione da un PDF)

MARIA, DONNA DEL RINGRAZIAMENTO

DI P. RAFFAELE DI MURO OFMCONV

ALLORA MARIA DISSE:

 « L’anima mia magnifica il Signore
 e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,
 perché ha guardato l’umiltà della sua serva.
 D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.
 Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente
 e Santo è il suo nome:
  di generazione in generazione la sua misericordia
 si stende su quelli che lo temono.
 Ha spiegato la potenza del suo braccio,
 ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;
 ha rovesciato i potenti dai troni,
 ha innalzato gli umili;
 ha ricolmato di beni gli affamati,
 ha rimandato a mani vuote i ricchi.
 Ha soccorso Israele, suo servo,
 ricordandosi della sua misericordia,
 come aveva promesso ai nostri padri,
 ad Abramo e alla sua discendenza,
 per sempre».
Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua (Lc 1, 46-56).

L’anima mia magnifica il Signore. Maria è la donna del ringraziamento perché rende grazie a Dio per tutti i prodigi che ha compiuto nella sua vita. La Vergine gode di grandi privilegi: è l’Immacolata, la Madre di Dio, Colei che coopera in modo perfetto al piano della Redenzione, Colei che è chiamata a seguire Gesù in tutta la sua vicenda terrena, ma è consapevole che deve tutto alla misericordia di Dio. La vocazione di Maria è un dono divino ed ella ringrazia l’Altissimo per i doni ricevuti. Nella Madonna ammiriamo proprio la capacità di ringraziare e lodare Dio per quanto compie in lei. Quante volte i religiosi hanno la capacità di ringraziare? Anche la nostra vocazione viene da Dio ed è caratterizzata da tanti doni, ma abbiamo la capacità di dire “grazie” a Colui che ci ha chiamati a vivere in stretta comunione con Lui? Dai tanti incontri, esercizi e ritiri con religiosi e religiose, a me pare che emerga una sorta di scoraggiamento dovuto alla convinzione che non è possibile vivere la propria chiamata all’insegna dell’autenticità. E’ venuta meno la percezione della grandezza della chiamata alla vita consacrata, nonché il desiderio di ringraziare Dio per questo stato
di vita che, nel passato era considerato perfetto. La nostra capacità di ringraziamento nasce ed è più grande se siamo consci dell’altezza e della bellezza della nostra vocazione. Ciò che pesa è proprio la chiamata a vivere la croce con Cristo. La sofferenza fisica o morale è spesso l’elemento scatenante di crisi durature o irreversibili. Le difficoltà comunitarie sembrano insormontabili e causano frequentemente depressione e sconforto, al punto di perdere la consapevolezza e la certezza della grandezza e della bellezza della sequela di Cristo. Conformarsi a Gesù vuol invece dire proprio accettare anche i momenti di prova. Conformarsi a Lui significa chiederGli la grazia della perseveranza e della fedeltà, nonostante i momenti di dolore e di deserto. Anche l’Immacolata ha conosciuto la prova e il dolore, ma ha saputo comunque ringraziare Dio per la sua vocazione. 
Grandi cose ha fatto in me l’onnipotente. Maria ringrazia Dio per i doni meravigliosi che ricevuto! Ella è la piena di grazia, è piena della presenza e della forza divina. La Madonna ringrazia l’Altissimo per quanto le ha donato. Anche noi religiosi non dobbiamo dimenticare che abbiamo ricevuto una vocazione bellissima: servire e amare Dio in modo esclusivo e con la forza della grazia che viene da Lui. E’ vero, talvolta siamo chiamati a vivere sofferenze intense o incomprensibili. Ricordiamo però che anche noi abbiamo il conforto della divina grazia che ci aiuta ad essere fedeli,
perseveranti. Anche nei consacrati il Signore compie prodigi, compie grandi cose per le quali sciogliere in inno di
ringraziamento e di lode. Il peso della croce, che pure siamo chiamati a sperimentare, non deve schiacciarci e farci dimenticare la bellezza e l’altezza della nostra vocazione. Siamo chiamati a stare con Gesù ed a seguirlo in tutto il suo mistero, in tutto quello che ha vissuto ed a detto, a vivere come Egli è vissuto, ad amare come Egli ha amato. Si tratta di una realtà che implica grande responsabilità da parte nostra ma che resta pur sempre entusiasmante. 
Di generazione in generazione. Maria realizza che la sua vita e la sua vocazione fanno parte di un preciso progetto di salvezza. Dio parla all’uomo lungo i secoli, lungo il fluire delle generazioni. E’ bene ricordare che noi siamo dentro una tradizione spirituale, quella del nostro istituto che è portatrice della presenza dell’Altissimo! Noi facciamo parte di un cammino spirituale, quello iniziato dai fondatori, e ci rendiamo portatori una speciale mozione dello Spirito Santo. Siamo già dentro un cammino di santità, quello suggerito dallo Spirito ai nostri fondatori. Non siamo chiamati a realizzare nostre “invenzioni” ma a continuare a seguire i fondamenti del carisma del nostro Istituto e ad approfondire quello del fondatore o della fondatrice. A volte i religiosi sembrano avere la memoria corta, dimenticando la tradizione spirituale da cui provengono e che sono, invece, chiamati ad arricchire. Recuperiamo il grande valore della nostra storia! Il passato ci insegna che Dio è fedele e sostiene con la sua grazia coloro che chiama alla realizzazione di un determinato progetto. Il dramma di tanti religiosi è rappresentato dal fatto che non sono sempre della fedeltà di
Dio e per questo manca la loro risposta fatta di amore e dedizione. 
Ha innalzato gli umili. Maria comprende che l’umiltà è la virtù che “apre” il cuore di Dio. Egli innalza gli umili perché essi hanno il Lui la loro unica ricchezza. Quando Egli è la nostra unica ricchezza, quando viviamo davvero di Lui, la nostra vita diventa un prodigio, diventa emanazione di Lui, del Suo amore, della Sua grazia, della Sua presenza tra gli uomini. Più siamo umili, più è grande la manifestazione dell’amore misericordioso di Dio nella nostra vita. Umiltà
è vivere di Dio e permettergli la massima disponibilità del nostro cuore. Questa virtù ci consente di aprire il cuore sempre alla grazia di Dio, a non aspettarci consensi dal “mondo” e ad attendere da Dio solo ogni bene! La nostra è
una vita all’insegna dell’imitazione di Gesù povero ed umile e chi nutre altro tipo di aspirazioni andrà certamente incontro a grandi  frustrazioni. Nel nostro linguaggio e nel nostro vissuto dovremmo dare più spazio all’ascesi, al
nascondimento, alla preghiera fervorosa, alla richiesta di grazie sempre più utili al nostro cammino. 
Come aveva promesso. Maria si rende conto di essere dentro un progetto. Vi è un progetto grande nel quale l’Immacolata è inserita! Con il suo “si” ella collabora in modo mirabile al piano della salvezza, grazie alla sua docilità a noi giunge il Salvatore, Colui che avrebbe lavato i peccati dell’umanità donandole la vita divina. Anche i religiosi sono inseriti in un progetto grande! Il nostro “si” ci pone nella condizione di vivere il piano di bene e di amore che l’Altissimo ha voluto per ogni consacrato. I religiosi e le religiose dovrebbero riflettere su questo grande mistero: essi entrano a far parte di un progetto di Dio, essi sono gli “strumenti” mediante i quali Egli parla all’umanità, soprattutto essi sono chiamati ad essere “terreno sacro” per Lui mediante la loro preghiera e la loro adorazione. I religiosi sono davvero privilegiati, ma se ne rendono davvero conto? Dio ci ha chiamati fin dal grembo materno ad amarLo in modo esclusivo, a servirlo senza riserve ed essere speciali testimoni del suo amore nel mondo.

Preghiera 
 Maria, Vergine del ringraziamento, aiutami ad essere sempre grato a Dio per i doni che mi ha concesso: la vocazione, la missione, la sua grazia, la sua presenza amorosa e prodigiosa nella mia vita! Anche nei momenti di dolore aiutami ad essere perseverante, a rinnovare il mio “si” e il mio “grazie” anche sotto la croce, proprio come hai fatto tu! AMEN.

13 OTTOBRE 2013 – 28A DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO C : LECTIO DIVINA SU: LC 17,11-19

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/03-annoC/annoC/12-13/05-Ordinario/Omelie/28-Domenica-2013-C/28-Domenica-2013_C-JB.html

13 OTTOBRE 2013  | 28A DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO C  |  PROPOSTA DI LECTIO DIVINA

LECTIO DIVINA SU: LC 17,11-19

La guarigione dei dieci lebbrosi fu, con tutta sicurezza, un successo fortuito nella vita di Gesù. Un giorno Gesù volle passare, mentre andava verso Gerusalemme, da un villaggio. Per caso nei dintorni girovagava un gruppo di infermi. Non era sua intenzione incontrarsi con loro: non andava alla loro ricerca. Però ugualmente non volle rimanere estraneo ai loro bisogni, quando lo pregarono di aver compassione di loro. Non li cercò, e neppure li evitò e si scusò. Le ragioni erano note: un lebbroso era una persona da schivare per questo non torneranno a ringraziarlo della guarigione. Erano accorsi a lui spinti dal loro stato di estremo bisogno, ma non tornarono da lui quando si videro liberati dalla loro terribile malattia. La guarigione gratuita non li fece uomini grati e neppure credenti guariti… a eccezione di uno, il samaritano, lo straniero, quello che meno ci si avrebbe aspettato un simile riscontro. Solo chi, curato, adorò Dio e ringraziò Gesù fu salvato. Una fede fatta di gratitudine e di preghiera, fece dell’incontro con Gesù un incontro con Dio salvatore.
Oggi il ricordo di questo episodio può servirci per rivedere la nostra relazione con Dio e domandarci in sua presenza come mai non ritorniamo a ringraziarlo quando abbiamo ottenuto ciò che gli abbiamo chiesto avvicinandoci a lui con la preghiera. Liberi dai nostri mali, superate le nostre necessità, ci sentiamo liberi di Dio e superiori, tanto da non ritornare a Lui per ringraziarlo. Ricorriamo a Dio quando abbiamo bisogno e ci dimentichiamo di Lui una volta che ci ha esaudito. E così, irriconoscenti, non ringraziamo. Per non perdere tempo in ringraziamenti, possiamo perdere la fede e la salvezza. Come appunto quel gruppo di lebbrosi così ingrati.

11 Venendo Gesù da Gerusalemme, passava tra la Samaria e la Galilea. 12Quando stava per entrare in un villaggio, gli si fecero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono ad una certa distanza 13e a gran voce dicevano: « Gesù, Maestro, abbi pietà di noi ».
14 Al vederli, disse loro: « Andate a presentarvi ai sacerdoti ».
E mentre essi andavano, furono guariti.
15 Uno di loro, vedendo che era guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce 16e si prostrò ai piedi di Gesù e lo ringraziò. Questi era un Samaritano.
17 Gesù prese la parola e disse:
« Non sono stati dieci i guariti? E gli altri nove dove sono? Solamente questo straniero è tornato per dar gloria a Dio »? 19 E gli disse: « Alzati, va’: la tua fede ti ha salvato ».
 1. LEGGERE: capire quello che dice il testo facendo attenzione a come lo dice

Luca ricorda un fatto casuale accaduto durante la salita di Gesù a Gerusalemme e lo presenta come una catechesi sulla salvezza e come il cammino per giungere a questa. Dunque, l’iniziativa non parte da Gesù -il suo obiettivo dichiarato è arrivare a Gerusalemme (Lc 17,11)- nel racconto è lui il protagonista. La sua parola domina la scena.
L’episodio ha due scene. La prima narra con estrema brevità la guarigione (Lc 17,12-14). All’entrata di un paese tra la Samaria e la Galilea, dei lebbrosi si avvicinano a Gesù. La malattia, terribile per l’aspetto esteriore e terribile per il contagio che provoca, era vista come una maledizione divina; imponeva la totale emarginazione sociale e religiosa. Di fatto con gesti e grida i lebbrosi cercano di catturare l’attenzione di Gesù (Lc 17,13). I lebbrosi non chiedono la guarigione, cercano la compassione del rabbino che passa dal loro pese. E Gesù gli ordina di fare, anche se ancora non guariti, quello che ordina la legge, cioè: presentarsi dinanzi ai sacerdoti e chiedere di essere riammessi nella comunità. Che siano i sacerdoti a riconoscere la loro guarigione (Lc 14,1-4). I lebbrosi obbediscono a Gesù e si mettono in cammino come fossero già guariti: lo saranno prima di presentarsi ai sacerdoti: guarivano mentre erano in cammino, dopo aver obbedito, fidandosi delle parole di Gesù. Gesù non li curò immediatamente, perché aveva bisogno della loro obbedienza per mondarli. Non fu, perciò, la legge rispettata, ma l’ordine di Gesù eseguito che provocò la purificazione.
La seconda scena si concentra in uno solo dei lebbrosi, l’unico che ritornò da Gesù ‘quando vide che era guarito (Lc 17,15-19). Annotando che era un samaritano, Luca presenta intenzionalmente l’allontanato, il disprezzato, lo straniero come l’autentico e unico, modello di fede. Gli altri non torneranno perché, essendosi già aggiustati con la legge, si erano reincorporati nella vita normale, recuperando famiglia e lavoro. Il caso è che tutti furono ‘guariti’, ma uno solo fu ‘salvato’. Era ritornato per adorare Dio e ringraziare il suo guaritore. Questo secondo incontro, da solo e con due buone ragioni, gli concede quello che non avrebbe perso: la sua ‘salvezza’. E Gesù dichiara che è stata la sua fede a decidere il suo viaggio di ritorno unicamente per dare gloria a Dio e a ringraziarlo. Dieci lebbrosi chiesero un giorno a Gesù la compassione ed ottennero la guarigione. Solo uno di loro acquistò la salvezza, quello che ebbe fede sufficiente per ritornare a ringraziare Gesù e adorare Dio. Il samaritano fu l’unico che, riscontrando la sua sanità, rincontrò Dio.

 2. MEDITARE: APPLICARE ALLA VITA QUELLO CHE DICE IL TESTO!
Il racconto esemplifica un preciso cammino di fede che solo un uomo seppe -alla fine- ricorrere: il samaritano, uno straniero. Dirigendosi verso Gerusalemme, Gesù attraversa un paese. Questa volta non va in cerca di uditori per il suo vangelo e neppure infermi da curare. Però non si disinteresserà di chi implora il suo aiuto. Pur occupato, si lascia commuovere da chi ha bisogno di aiuto. Chi, come lui cammina verso la sua passione, sente compassione verso chi sta soffrendo. Non si capisce molto bene che chi cammina pieno di passione per Dio, disposto a compiere la sua volontà, a qualsiasi prezzo, possa vedere sofferenze e passare, senza misericordia, inosservato.
Può essere che non riusciamo a capire bene il dramma di questo gruppo di lebbrosi e la loro necessità di guarigione, perché oggi per noi, la lebbra è una malattia vinta dalla scienza, non comprendiamo perciò facilmente la disgrazia di chi la contraeva. Nel tempo di Gesù si considerava lebbroso chiunque contraeva una malattia della pelle, malattie che per la maggior parte erano incurabili e degenerative. La deformazione esterna infondeva terrore e chi non la poteva nascondere era espulso dalla società, abbandonato anche dalla sua famiglia. I lebbrosi vivevano in gruppo per difendersi maggiormente dalla fame e dalla loro infermità. Considerando che si temeva il contagio, raramente incontravano aiuto, oppure compassione tra la gente. Fu sincero il grido col quale accolsero Gesù: Maestro abbi compassione di noi.
Molto ebbe da soffrire questo gruppo di lebbrosi prima di avere il coraggio di domandare gridando la compassione di Gesù verso di loro. Non avevano attorno nessuno al quale confidare la loro miseria e sperare la sua simpatia e comprensione. Fu facile richiamare l’attenzione di chi in quel momento si avvicinava, passando, e così, rispettando la legge, gli lanciarono a distanza la supplica. Ed è significativo che non chiesero la guarigione a Gesù ma solamente un poco di compassione. E sorprendentemente Gesù non dirige una sola parola di incoraggiamento. Risponde, senza avvicinarsi, come prova della sua compassione, con un mandato: andate a presentarvi ai sacerdoti.
E mentre obbedivano, durante il cammino, si trovarono sani e salvi. I lebbrosi sapevano che solo i sacerdoti potevano dichiarali guariti, ma intrapresero il viaggio, come già fossero guariti, fidandosi delle parole di Gesù. La compassione di Gesù si manifestò tramite un ordine preciso che portò alla guarigione non chiesta, quando si stava compiendo il mandato. Gesù fece questo non solamente perché ebbe compassione della loro miseria, ma perché loro obbedirono alle sue parole. Non bastò sentirsi ammalati e bisognosi della comprensione di Gesù, dovettero compiere il suo volere. Erano tanto disperati che chiesero aiuto a chi passava lungo il loro cammino, però furono guariti, perché ubbidirono senza titubanze. Nel cammino si incontrarono con la guarigione.
Bisogna essere veramente ingenui per adempiere la legge -presentarsi ai sacerdoti- senza l’obbligo di farlo, solamente perché Gesù li ha obbligati a farlo. Non fu perciò il compimento della legge, ma fu la cieca obbedienza a Gesù, ciò che li guarì mentre erano in cammino, guarigione che li ricondusse alle loro famiglie. Chi di noi si sente già bene, chi non soffre di solitudine, chi non ha bisogno di compassione per avere oggi le ragioni per richiamare l’attenzione di Gesù e riuscire a fidarsi di lui? Se i nostri mali -fisici e morali- più ripugnanti ci possono portare al nostro Salvatore, perché maledirlo? Di quel paese per il quale passava Gesù, se ne approfittarono solamente quelli che si sentivano male ed erano maledetti per la loro infermità.
E noi, perché non riusciamo a suscitare pietà e compassione in Gesù? Non sarà perché non la imploriamo? Quale debilitazione -esterna o interna- ci manca per sperimentare per affidarci al potere del nostro Maestro? oppure è che non ci sentiamo sufficientemente soli coi nostri problemi e colla nostra impotenza perché Gesù abbia compassione di noi, sempre che passi al nostro lato? In realtà ci manca la fede, quella fede che nasce dalla coscienza che possiamo ottenere quanto abbiamo bisogno e di cosa abbiamo bisogno da Dio perché ci salvi dalle nostre debolezze.
Però, soprattutto, ci manca l’obbedienza, tanto da metterci in cammino dove Dio ci manda senza saperci tuttavia curati del tutto; non dobbiamo dimenticarlo, i lebbrosi non furono curati solo per compassione, dovettero mettersi in cammino cercando il sacerdote. E’ che, invece di guarirci, a volte Dio non lascia che ci avviciniamo a Lui e ci obbliga ad allontanarci, perché andando con gli altri ci troviamo inopinatamente curati.
Quante volte abbiamo pensato che Dio non si interessa a noi, solo perché, come i dieci lebbrosi, invece di un gesto di compassione riceviamo un secco ordine! Apprendere dai dieci lebbrosi che unicamente l’obbedienza a Dio, ci mandi dove vuole, ci libera dalle nostre malattie. In più potremo conoscere piano piano come Dio desidera mostrare compassione per noi, però la otterremo sempre facendo ciò che Egli ci ha comandato. I lebbrosi non furono curati tramite una medicina, e neppure per un personale gesto di Gesù: da lontano, gli rivolsero una parola e allontanandosi da lui si trovarono del tutto guariti. Furono guariti dalle stesse parole che oggi Gesù dirige a noi; se continuiamo a non stare bene, sarà per la nostra colpa. Basterebbe ubbidirgli per recuperare la nostra salute, andando dove ci invia, tra gli altri recupereremo i nostri mali.
I dieci obbedirono al maestro: i dieci si ritrovarono guariti mentre erano in cammino verso il sacerdote. La necessità condivisa gli fece incontrare Gesù, seguendo le sue istruzioni, ricevettero un medesimo dono, la completa guarigione. Ma solamente uno ritorna a ringraziare della guarigione, solo lui è guarito all’interno. Che solo uno, uno straniero, tornerà a ringraziarlo, lo fece degno di una cura maggiore, anche se meno visibile. Gesù rimandò alla società degli uomini che non seppero mostrargli gratitudine. Per non essere stati capace di fare ciò che avrebbero dovuto fare, persero la cosa più importante. Il riconoscimento pubblico dei doni ricevuti da Dio è la forma di credere che salva il cuore, non solo la pelle dell’uomo. Ne consegue che gli estranei sono i più grati, perché meno sperano da Dio i doni che ricevono; e quelli che mostrano gratitudine saranno curati dai maggiori mali.
I malati gravi cercano in tutti i modi la cura e pochi, tranne alcuni, sono quelli che ringraziano per la guarigione, che riconoscono il bene che si è fatto loro. Ciò che sorprende è il giudizio di valore che, secondo Gesù, merita questa doppia forma di reazione davanti al bene che Dio ha fatto. La maggior parte è stata curata; uno solo salvato, per la fede dimostrata. In realtà il samaritano non ha fatto, riconoscendosi guarito, che ringraziare Dio e Gesù, confermando questa sua gratitudine con un viaggio di ritorno. Ma Gesù legge questo cammino come quello che nasce dalla necessità, non di chiedere misericordia e salute, ma di dare lode e gratitudine ai suoi benefattori come un atto di fede che salva.
Non è infrequente, Gesù se lo chiede con certa sorpresa, che quelli che sanno di meritare meno i doni di Dio, si mostrano con Lui più riconoscenti. Più riconoscenti di chi più si crede con diritto di essere aiutato, dando per scontato che gli si ‘deve’ il favore fatto. In fondo, non riusciamo ad essere più credenti perché ci manca non tanto la certezza del potere salvifico di Dio ma la capacità di riconoscerci favoriti tramite i suoi doni. Chi si rivolge a Dio solamente per chiedere, presto perderà il gusto di tornare a Lui. Adoriamo di meno Dio perché noi non torniamo a Lui pieni di gratitudine. Chi sa riconoscere i doni ricevuti -sia una grande guarigione oppure una piccola salvezza- senza molto sforzo sa di essere credente. La ‘conversione’ forse oggi più urgente, non è quella di curarsi del male, ma quella di ritornare a ringraziare Dio di ciò che ci da. Dio si mostra splendido con chi gli dimostra riconoscenza: se non desideriamo che l’azione di Dio sopra noi rimanga superficiale, se desideriamo che entri profondamente in noi, ritorniamo a ringraziarlo per quello che ha fatto a ognuno di noi. La nostra fede, esercitata nell’azione di grazia, ci avrà salvati. E supposto che abbiamo tanto bisogno di Dio, dobbiamo essere con Lui più riconoscenti.

 JUAN JOSE BARTOLOME sdb,

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