Archive pour octobre, 2013

Festa di Tutti i Santi

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Publié dans:immagini sacre |on 31 octobre, 2013 |Pas de commentaires »

CURATO D’ARS: LA SANTITÀ

http://www.atma-o-jibon.org/italiano9/curato_di_ars_sermoni3.htm#La santità

CURATO D’ARS: LA SANTITÀ

Siate santi perché io sono santo, ci dice il Signore. Perché Dio ci dà un simile comandamento? E’ perché siamo figli suoi e, se il Padre è santo, anche i figli lo devono essere. Soltanto i santi possono sperare di avere la felicità di andare a godere la presenza di Dio che è la santità stessa. Infatti, essere cristiano, e vivere nel peccato, è una contraddizione mostruosa. Un cristiano deve essere un santo…
I mondani, per dispensarsi dal lavorare ad acquistare la santità, ciò che, senz’altro, li incomoderebbe troppo nel loro modo di vivere, vogliono farvi credere che, per essere dei santi, bisogna fare azioni strepitose, applicarsi a pratiche di devozione straordinarie, abbracciare grandi austerità, fare molti digiuni, abbandonare il mondo per fuggirsene nei deserti, per passarvi i giorni e le notti in preghiera. Senz’altro tutto questo è buono, ed è proprio la strada che molti santi hanno seguito; ma non è ciò che Dio chiede a tutti. No, non è questo che la nostra santa religione esige; al contrario, essa ci dice: Alzate gli occhi al cielo e osservate se tutti coloro che occupano i primi posti hanno fatto cose meravigliose. Dove sono i miracoli della Madonna, di san Giovanni Battista, di san Giuseppe? Ascoltate: Gesù Cristo stesso dice che molti, nel giorno del giudizio, esclameranno: «Signore, Signore, non abbiamo profetizzato nel tuo nome; non abbiamo cacciato demoni e fatto miracoli? – Andate lontano da me, operatori d’iniquità, risponderà loro il giusto Giudice; come! avete comandato al mare e non avete saputo comandare alle vostre passioni? Avete liberato i posseduti dal demonio, e voi ne siete stati gli schiavi? Avete fatto miracoli, e non avete osservato i miei comandamenti? … Andate, miserabili, nel fuoco eterno; avete fatto grandi cose, e non avete fatto niente per salvarvi e meritare il mio amore» (Parafrasi di Mt. 7, 22-23).
Vedete quindi che la santità non consiste nel fare grandi cose, ma nel compiere fedelmente i comandamenti di Dio, e nell’adempiere i propri doveri, nello stato in cui il buon Dio ci ha messo.
Vediamo spesso una persona del mondo, che compie fedelmente i piccoli doveri del suo stato, essere più gradita a Dio dei solitari nei loro deserti. Volete ancora sapere che cos’è un santo agli occhi della religione? E’ un uomo che teme Dio, che lo ama sinceramente e che lo serve con fedeltà; è un uomo che non si lascia gonfiare dalla superbia, né dominare dal. l’amar proprio, che è veramente umile e piccolo ai suoi propri occhi; che, essendo privo dei beni di questo mondo, non li desidera o che, possedendoli, non vi attacca il proprio cuore; è un uomo che è nemico di ogni acquisto ingiusto; è un uomo che, possedendo la sua anima nella pazienza e la giustizia, non si offende di un’ingiustizia che gli viene fatta. Ama i suoi nemici, non cerca di vendicarsi. Rende tutti i servizi che può al suo prossimo; condivide volentieri i suoi beni con i poveri; cerca Dio solo, disprezza i beni e gli onori di questo mondo. Aspirando soltanto ai beni del cielo, si disgusta dei piaceri della vita e trova la sua felicità unicamente nel servizio di Dio. E’ un uomo che è assiduo alle funzioni divine, che frequenta i sacramenti, e che si occupa seriamente della sua salvezza; è un uomo che, avendo orrore di ogni impurità, fugge le cattive compagnie quanto può, per conservare puro il suo corpo e la sua anima. E’ un uomo che in tutto si sottomette alla volontà di Dio, in tutte le croci e gli ostacoli che gli capitano; che non accusa nessuno, ma che riconosce che la giustizia divina si posa su di lui a causa dei suoi peccati.
E’ un padre buono che cerca soltanto la salvezza dei suoi figli, dando loro l’esempio lui stesso, e non facendo mai nulla che possa scandalizzarli. E’ un padrone caritatevole che ama i suoi domestici come fossero i suoi fratelli e le sue sorelle. E’ un figlio che rispetta suo padre e sua madre e che li considera come aventi il posto di Dio stesso. E’ un domestico che vede, nella persona dei suoi padroni, Gesti Cristo stesso, che gli comanda per bocca loro.
Ecco ciò che voi chiamate semplicemente un uomo onesto. Ma ecco ciò che Dio chiama l’uomo del miracolo, il santo, il grande santo. «Chi è costui? – ci dice il Saggio -lo colmeremo di lodi, non perché ha fatto cose straordinarie nella sua vita, ma perché è stato provato dalle tribolazioni; e perché è stato trovato perfetto; la sua gloria sarà eterna» (cf. Eccli. 31, 9-10)…
Credete voi che i santi siano pervenuti senza sforzo a tale semplicità, a tale dolcezza, che li portavano alla rinuncia della loro propria volontà, ogni volta che l’occasione se ne presentava? Oh, no! Ascoltate san Paolo: «Ahimè, faccio il male che non vorrei e non faccio il bene che vorrei; sento nelle mie membra una legge che si ribella contro la legge 1el mio Dio. Ah, come sono infelice! chi mi libererà h questo corpo di peccato? » (Rom. 7, 15-24). Quali prove non dovettero sopportare i primi cristiani, abbandonando una religione che tendeva soltanto ad assecondare le loro passioni, per abbracciarne una che tendeva soltanto a crocifiggere la loro carne? Credete voi che san Francesco di Sales non abbia dovuto farsi violenza per diventare così mite come era? Quanti sacrifici ha dovuto fare!… I santi sono diventati santi soltanto dopo molti sacrifici e molte violenze.
In secondo luogo, dico che noi abbiamo le stesse grazie di loro. E anzitutto, il battesimo non ha la stessa capacità di purificarci, la cresima di fortificarci, la confessione di rimettere i nostri peccati, l’eucaristia di indebolire in noi la concupiscenza e di aumentare la grazia nelle nostre anime? Riguardo alla parola di Gesù Cristo, non è essa sempre la tessa? Non sentiamo ogni momento questo consiglio: «Lasciate tutto e seguitemi»? E’ ciò che convertì sant’Antonio, sant’Arsenio, san Francesco d’Assisi. .Non leggiamo nel Vangelo quest’oracolo: «Cosa serve all’uomo guadagnare l’universo se perderà poi la sua anima? ».
Sono queste parole che convertirono san Francesco Saverio, e che fecero di un ambizioso un apostolo. Non sentiamo dire ogni giorno: «Vigilate e pregate sempre », «Amate il vostro prossimo come voi stessi»? Non è questa dottrina che ha formato tutti i santi?
Infine, riguardo ai buoni esempi, per quanto sregolato sia il mondo, non ne abbiamo tuttavia alcuni sotto gli occhi, e assai più di quanti ne potremmo imitare?
Infine, la grazia ci manca di più che ai santi?…
Si, possiamo essere dei santi, e dobbiamo tutti lavorare a diventarlo. I santi sono stati mortali come noi, deboli e soggetti alle passioni come noi, abbiamo gli stessi aiuti, le stesse grazie, gli stessi sacramenti…
Possiamo essere santi, perché mai il buon Dio ci rifiuterà la sua grazia per aiutarci a diventarlo? Egli è nostro Padre, nostro Salvatore e nostro amico. Egli desidera con ardore di vederci liberati dai ma li della vita. Egli vuole colmarci di ogni sorta di beni, dopo averci dato, già in questo mondo, immense consolazioni, pregustazioni di quelle del cielo, che io vi auguro.

(Per la festa di Tutti i Santi)

1 NOVEMBRE 2013 | TUTTI I SANTI : « VIDI UNA FOLLA IMMENSA… »

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1 NOVEMBRE 2013 |  TUTTI I SANTI – TEMPO ORDINARIO C |  OMELIA DI APPROFONDIMENTO

« VIDI UNA FOLLA IMMENSA… »

Oggi la Chiesa è colma di gioia: « Rallegriamoci tutti nel Signore… », dice l’Introito.
Essa celebra infatti, con la più grande solennità, tutti insieme i suoi figli gloriosi, già cittadini della patria celeste.
E’ dunque la gioia di una madre che contempla la sterminata moltitudine dei suoi figli ornati del diadema della santità, sicura premessa della sua stessa felicità.
La Chiesa pertanto celebra oggi la sua santità. Rafforza la speranza ne glorioso compimento del suo cammino. Rinsalda la misteriosa corrente che circola fra la terra e il cielo e tiene unita la mirabile compagine di cui Gesù è il Capo.
Festa importante anche per noi, dunque. E’ la verifica della nostra coscienza ecclesiale, della soprannaturale speranza, dell’impegno pratico con cui ci avviamo a quel beato epilogo nel regno, da cui ci osservano oggi i nostri fratelli, che ci hanno preceduti nella gloria.
Perché la festa odierna? La Chiesa celebra i Santi per offrirci una splendida galleria di modelli da imitare. Di fronte all’esempio dei Santi, ognuno di noi deve esclamare con Sant’Agostino : « Se questi e quelle, perché non io? ». In ciò, ricordiamolo, sta il miglior culto dei Santi. Ed essi stessi sarebbero i primi a dolersi e a rimproverarci se alle nostre manifestazioni di culto, spesso anche troppo rumorose, non corrispondesse un vigile impegno interiore di fedele imitazione…

COME LORO
La visione del Cielo deve ripeterci una verità: tutti possiamo e dobbiamo essere santi!
E’ onore della Chiesa cattolica poter offrire, nell’albo dei suoi Santi, un campione per ogni età, per ogni ceto, per ogni professione. Tra i Santi ci sono dei giovinetti (San Domenico Savio, San Tarcisio, la Beata Laura Vicuna); ci sono dei giovani (San Luigi Gonzaga e Santa Teresina); ci sono donne e uomini; ci sono anziani e vecchi; ci sono religiosi e laici; vergini e madri di famiglia.
Ci sono rappresentanti dei più alti ceti dell’autorità e del prestigio: papi, re, principi, e ci sono umilissimi rappresentanti delle classi meno stimate.
Il Cielo è un giardino, in cui tutti i fiori, dall’umile viola alla splendida rosa, fioriscono in una varietà meravigliosa e affascinante. E’ una schiacciante riprova della polivalenza della parola evangelica a tutti rivolta, tutti invitante a salire le ardue vette della perfezione alla sequela di Gesù…
Dunque ognuno di noi può diventare santo. Di più: tutti devono diventar santi. E il Concilio che ce lo ricorda: « Tutti nella Chiesa… sono chiamati alla santità… Il Signore Gesù, maestro e modello divino di ogni perfezione, a tutti e ai singoli suoi discepoli, dio qualsiasi condizione, ha predicato la santità della vita, di cui egli stesso è autore e perfezionatore: « Siate dunque perfetti come è perfetto il vostro Padre celeste… E’ chiaro dunque a tutti che i fedeli di qualsiasi stato o grado sono chiamati alla perfezione della carità » (L.G. 39-40).
Che cosa decidiamo dunque?
I nostri fratelli del Cielo attendono ansiosi una risposta. L’attende anche Gesù.

Il codice della santità
Noi troviamo il codice della santità nelle « beatitudini », che inaugurano il « discorso della montagna ».
Esso è il più sconvolgente proclama rivoluzionario che sia mai risuonato su questa terra. E’ troppo grande il pericolo di svilire quelle parole divine, di ridurne l’immensa ricchezza con poveri commenti umani.
E’ preferibile inginocchiarsi dinanzi a Gesù Maestro e supplicarlo: « O Signore, dammi intelligenza, perché io osservi la tua legge e la custodisca con tutto il cuore » (Sal. 118,34). « Aprimi gli occhi perché io veda le meraviglie della tua legge » (ibid. 18).
Nelle beatitudini è racchiusa, nel suo nucleo germinale, tutta la morale di Gesù, è segnato inequivocabilmente il cammino del suo vero seguace. Se vogliamo farci santi, la via è segnata.
Seguiamo dunque, sull’esempio dei fratelli che ci hanno preceduti, la via che Gesù ci ha tracciato.
E’ via di rinuncia e di sacrificio; non possiamo farci illusioni. Gesù proclama beati i poveri, i piangenti, gli affamati, i perseguitati, gli insultati, in una parola sola: coloro che sanno svuotarsi di tutto, anche di se stessi, delle proprie inclinazioni, del proprio orgoglio; quelli che non confidano nelle proprie risorse terrene, nelle amicizie dei potenti, nel plauso del mondo, ma hanno scelto Dio solo…
E’ questa la « via regia della santa croce », percorsa per primo da Gesù e, dopo di Lui, dai Santi. Ora tocca a noi!
E’ via di amore. La rinuncia imposta dalle beatitudini ha un solo scopo: quello di spingerci a Dio con un cuore indiviso, quello di svuotarci di tutto per riempirci del suo amore. Questo amore totalitario a Dio trova la sua quotidiana esplicazione, nell’amore per i fratelli…
I « miti », i « pacifici », i « misericordiosi » sono appunto coloro che diffondono l’amore, raggiungendo così la santità… La vocazione alla santità, in fondo, non è nient’altro che la vocazione all’amore compassionevole e misericordioso del prossimo. Subito dopo le beatitudini, Gesù prosegue con i famosi sette « Ma io vi dico… », con cui Egli inaugura la « legge nuova » fondata sull’amore.
E’ via di felicità…: « Beati… Beati… Beati… »: che altro significa tale insistenza se non un grande invito alla gioia? « Il distintivo della morale e della religione di Gesù è la gioia, anche in mezzo alle prove della vita. La felicità di Dio, la gioia della salvezza viene partecipata ai discepoli mediante le otto beatitudini.
« Nella misura in cui i discepoli di Gesù comprendono la beatitudine del regno di Dio e la gustano, portano al mondo la pace di Gesù e adempiono anche in mezzo alle contraddizioni, al dolore e alle persecuzioni, il grande comandamento dell’amore » (B. HARING).
Ecco la via che i Santi ci additano dal Cielo. E’ la loro via. Di qui è nata la gioia sovrumana da cui sono ricolmi ora nella luce di Dio. Può essere la nostra via, la via della vera felicità.
La Madonna, Regina di tutti i Santi, ci prenda per mano e ci aiuti a volare per la via delle beatitudini, al termine della quale ci attende Gesù, « delizia di tutti i Santi ».

D. Severino GALLO sdb,

SEMPLICITÀ VIRTÙ DA RISCOPRIRE. ESSERE SEMPLICI NON È COSÌ SEMPLICE…

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SEMPLICITÀ VIRTÙ DA RISCOPRIRE. ESSERE SEMPLICI NON È COSÌ SEMPLICE…

La semplicità è la virtù della persona che è priva di artificio e affettazione, che non finge e non è preoccupata della propria immagine o della propria reputazione, che non è mossa da calcolo, è trasparente e naturale. Ma per viverla bisogna tornare all’essenziale, semplificando tanti aspetti della propria vita.
La vita moderna, società di spettacolo e di consumo, segnata dalla complessità e dall’abbondanza, fa sentire forse in modo più acuto il bisogno di ritorno all’essenziale, di riduzione della complessità, di semplificazione della vita stessa: nell’organizzazione della nostra esistenza, nei rapporti interpersonali, nel nostro modo di pensare e considerare la realtà. Sembra inoltre che di maggior semplicità si senta il bisogno anche quando si leggono le analisi, spesso acute e dettagliate, sui vari aspetti della vita religiosa, oggi, e si ipotizzano proposte per far fronte ai problemi del momento… In fondo, gli istituti religiosi dove le cose funzionano bene si assomigliano un po’ tutti (mentre le situazioni di crisi presentano ciascuna una propria specificità), la vita di consacrazione autentica è in realtà qualcosa di semplice e ciò fa apparire non necessario riproporre ogni volta elaborate sintesi teologiche e approfonditi richiami dottrinali. La stessa vita cristiana, in definitiva, è qualcosa di semplice sia nella sua formulazione che nella traduzione pratica, come sottolinea spesso Benedetto XVI, il quale ci ricorda anche che «il segno di Dio è la semplicità».1

LA PERSONA  SEMPLICE
 Volendo descrivere la semplicità, si può affermare che essa si riscontra nella persona che è priva di artificio e affettazione, che non finge e non è preoccupata della propria immagine o della propria reputazione, che non è mossa da calcolo, è trasparente e naturale. Semplicità è oblìo di sé, autenticità, distacco, serenità, modestia; suoi opposti sono il narcisismo, la presunzione, il sussiego, il fasto, lo snobismo, l’artificio, la doppiezza, la complessità. La semplicità è quiete contro inquietudine, leggerezza contro gravità, spontaneità contro riflessione. «La semplicità non è una virtù che si aggiunge all’esistenza. È l’esistenza stessa, in quanto nulla vi si aggiunge. Sicché è la più lieve delle virtù, la più trasparente, e la più rara. È il contrario della letteratura: è la vita senza discorsi e senza menzogne, senza esagerazione, senza magniloquenza. È la vita insignificante, e la vera».2
 Parlando di semplicità si affaccia spontaneamente alla mente l’immagine del bambino: egli si presenta come una persona ridotta alla sua espressione più semplice, è la vita senza menzogne o esagerazioni, è libertà e leggerezza, è incuranza, è immediatezza. J. Guitton parla della semplicità – pur non citandola espressamente – quando, in un’immaginaria Lettera a un bimbo piccolo, così si rivolge a lui: «I grandi ti insegneranno lo sforzo. Tu insegnerai loro l’atto dell’abbandono che si chiama grazia. Noi ti daremo le regole. Tu, in cambio, ci darai la tua fantasia, la tua innocenza. Ti imponiamo la nostra gravità, tu ci insegni l’allegria. Ti spieghiamo che tutto è più difficile di quanto tu creda. E tu insegni alle nostre fronti già coperte di rughe che tutto è più facile di quanto non si fosse creduto!».3

SEMPLICITÀ E VITA CRISTIANA
  Nella prospettiva della vita cristiana, la semplicità – che è sinonimo di verità, abbandono, umiltà, spirito di infanzia – esprime un atteggiamento fondamentale di chiunque voglia essere fedele al Vangelo. La semplicità, infatti, appare un tratto caratteristico e originale di Gesù: nelle parole, nei gesti, nel suo stile di vita. Per questo, ogni virtù cristiana, senza di essa, mancherebbe dell’essenziale: cosa vale una carità ostentata, un’umiltà ricercata, un coraggio soltanto dimostrativo, una povertà scelta per protesta?
 Semplicità e spirito di infanzia si richiamano a vicenda; ciò spiega perché Gesù raccomanda di essere come i bambini,4 perché il loro è uno stato di abbandono, non sono presi dall’impazienza di crescere e di fare, non sono segnati dalla serietà del vivere. Sono l’immagine più eloquente e convincente di quell’atteggiamento evangelico descritto da Gesù quando dice: “Guardate gli uccelli del cielo… Osservate come crescono i gigli del campo…” (Mt 7,26-28).
 La semplicità peraltro non è certamente virtù infantile, è piuttosto infanzia ritrovata, riconquistata, frutto di dominio di sé e di progressiva liberazione dall’amor proprio, si impara poco alla volta, è frutto di ascesi, si alimenta costantemente alle fonti della parola di Dio e della vita dei santi. In quanto tratto eminentemente evangelico, essa traspare in ogni comportamento del cristiano e nella vita della Chiesa. Si può fare qualche esempio.
 La semplicità fa sì che la Chiesa, nel suo rapporto con il mondo, preferisca in tutto il vangelo agli artifici della politica umana e si presenti al mondo con quello stile sobrio, semplice, diretto, concentrato sull’essenziale che caratterizza in modo tanto evidente lo stile di papa Benedetto XVI. Questo papa si presenta come un cristiano dalla personalità accattivante, dotato di saggezza, semplicità, umanità; un uomo dal cuore grande, che è sempre pienamente se stesso, nella semplicità e gentilezza dei suoi atteggiamenti, nella serenità e mitezza che traspaiono dal suo volto.
 La semplicità dovrebbe trasparire nelle nostre liturgie, accompagnata a decoro e buon gusto, così da evitare pesantezze e oscurità nei riti, nelle parole, negli ornamenti delle chiese.
 La semplicità evangelica caratterizza uno stile di esercizio dell’autorità che rifugge dalle tattiche, dallo sfoggio di titoli e insegne, da ogni forma di privilegio, e si caratterizza per il tratto umile e di servizio.
 Anche il nostro parlare e i rapporti interpersonali guadagnano in autenticità quando sono ispirati a semplicità. Essa ci porta, infatti, a evitare ostentazioni di sentimenti che non si provano, forme di servilismo e piaggeria, la retorica vuota del discorso e il ricorso a espressioni linguistiche che suonano come frasi fatte e di moda,5 la falsa modestia che cela la compiacenza vanitosa. L’enfasi orna, complica: quando le parole non vengono dal cuore e rimbalzano come un’eco lontana, si impone autocontrollo e sobrietà.

LA SEMPLICITÀ DERISA
  La semplicità non va confusa con l’ingenuità, la sprovvedutezza, la dabbenaggine, l’infantilismo. Ciò che impedisce che degeneri in simili atteggiamenti è il fatto che essa è sempre congiunta alla virtù della prudenza: questa fa sì che lo sguardo dell’uomo non si lasci ingannare dal sì o dal no della volontà, ma fa dipendere il sì o il no della volontà dalla verità, da come stanno veramente le cose,6 perché la realizzazione del bene presuppone la conoscenza e la valutazione obiettiva della realtà concreta.
 È facile immaginare che chiunque si presentasse non tanto come una persona semplice quanto piuttosto ingenua o sprovveduta sarebbe oggetto di derisione e compatimento, considerata alla stregua di chi non sa curare i propri interessi, è facilmente manipolabile, uno che non farà strada nella vita… Detto questo, però, occorre aggiungere che la persona genuinamente semplice – cioè colei che vive la semplicità secondo lo spirito evangelico – può comunque essere sottovalutata o guardata con una certa aria di sufficienza, quasi si tratti di un soggetto un po’ fuori moda e che non sta al passo con i tempi. D’altra parte, questo è sempre il destino di chi è autenticamente cristiano e segue l’esempio di Gesù “mite e umile di cuore”. In un mondo segnato dalla brama di potere, di successo, di affermazione – e a questo non sfugge a volte anche il mondo ecclesiastico – può dunque capitare che la semplicità sia poco apprezzata, guardata con diffidenza, ritenuta poco funzionale e, infine, anche più o meno apertamente derisa. Ecco allora che si tende a servirsi del proprio ruolo come di uno schermo dietro il quale proteggersi; si adotta uno stile allusivo, un dire e non dire, che non appare necessario né dettato dalla prudenza; si assume un atteggiamento reticente e un’aria di gravità come di chi è chiamato a svolgere un compito assai difficile e di grande responsabilità; ci si guarda dal manifestare i propri sentimenti per non esporsi alla critica o al pericolo di essere considerati dei deboli; alla comunicazione diretta con la persona interessata si preferisce l’informazione indiretta o generica; al parlare semplice e piano si preferisce il linguaggio ricercato e ad effetto.
Merita di essere citata, a questo riguardo, una pagina di s. Gregorio Magno per rendersi conto di quanto essa sia sempre attuale. Nel suo Commento al libro di Giobbe, il santo sottolinea come venga derisa la semplicità di Giobbe. Scrive infatti: «Ma “viene derisa la semplicità del giusto” (Gb 12,4 volg.). La sapienza di questo mondo sta nel coprire con astuzia i propri sentimenti, nel velare il pensiero con le parole, nel mostrare vero il falso e falso il vero. Al contrario, la sapienza del giusto sta nel fuggire ogni finzione, nel manifestare con le parole il proprio pensiero, nell’amare il bene così com’è, nell’evitare la falsità, nel donare gratuitamente i propri beni, nel sopportare più volentieri il male che farlo, nel non cercare di vendicarsi delle ingiurie, nel ritenere un guadagno l’offesa subìta a causa della verità. Ma questa semplicità del giusto viene derisa, perché la purezza di intenzione è creduta stoltezza dai sapienti di questo mondo. Infatti tutto ciò che si fa con innocenza, è ritenuto da questi senz’altro una cosa stolta, e tutto ciò che la verità approva nell’agire, suona come sciocchezza per la sapienza di questo mondo”.7

LA SEMPLICITÀ DEI SANTI
  Noi parliamo della semplicità, ma i santi l’hanno vissuta e testimoniata. Conviene, dunque, rivolgere a loro l’attenzione per comprenderla meglio e apprezzarla di più. Naturalmente, qui è possibile limitarsi soltanto a qualche esempio.
San Francesco amò sempre e in modo particolarissimo la pura e santa semplicità in se stesso e negli altri. Tommaso da Celano ci ha lasciato una testimonianza significativa: «Il Santo praticava personalmente con cura particolare e amava negli altri la santa semplicità, figlia della grazia, vera sorella della sapienza, madre della giustizia. Non che approvasse ogni tipo di semplicità, ma quella soltanto che, contenta del suo Dio, disprezza tutto il resto.
 È quella che pone la sua gloria nel timore del Signore, e che non sa dire né fare il male. La semplicità che esamina se stessa e non condanna nel suo giudizio nessuno, che non desidera per sé alcuna carica, ma la ritiene dovuta e la attribuisce al migliore. Quella che non stimando un gran che le glorie della Grecia, preferisce l’agire all’imparare o all’insegnare. È la semplicità che in tutte le leggi divine lascia le tortuosità delle parole, gli ornamenti e gli orpelli, come pure le ostentazioni e le curiosità a chi vuole perdersi, e cerca non la scorza ma il midollo, non il guscio ma il nòcciolo, non molte cose ma il molto, il sommo e stabile Bene.
 È questa la semplicità che il Padre esigeva nei frati letterati e in quelli senza cultura, perché non la riteneva contraria alla sapienza, ma giustamente sua sorella germana, quantunque ritenesse che più facilmente possono acquistarla e praticarla coloro che sono poveri di scienza. Per questo, nelle Lodi che compose riguardo alle virtù, dice: “Ave, o regina sapienza. Il Signore ti salvi con la tua sorella, la pura santa semplicità”».8
 San Francesco di Sales, santo della dolcezza e della mitezza, in un suo Trattenimento con le suore della congregazione da lui fondata afferma che la semplicità «non si cura di quello che fanno o possono fare gli altri… Questa virtù ha molta affinità con l’umiltà… È solo l’amor proprio che ci fa guardare se quanto abbiamo detto è stato ricevuto bene o male: la santa semplicità invece non sta dietro alle sue parole e azioni; ma ne lascia la cura alla Divina Provvidenza, alla quale è essenzialmente affidata. Perciò va avanti rettamente per il suo cammino senza guardare né a destra né a sinistra».9 E poco più avanti il santo aggiunge: «Colui che è attento a piacere amorosamente all’Amante Divino, non ha il tempo per ritornare con affanno su se stesso: poiché l’anima sua tende continuamente dove l’attrae l’amore. Questo esercizio di abbandono continuo in Dio, nella sua semplicità, comprende eminentemente tutta la perfezione degli altri esercizi: e poiché la pratica di esso è gradita a Dio, dobbiamo usarlo di preferenza su tutte le altre pratiche».10
 L’abbandono alla volontà di Dio in santa semplicità segna tutta la vita di s. Teresa di Gesù bambino, come si può facilmente ricavare da ogni pagina della sua autobiografia. In una sua poesia, immagina che la Madonna si rivolga a una postulante dicendole che «la virtù che in te veder m’è caro – sovra ogni altra, è la semplicità»;11 quando poi un giorno sr. Agnese la invita a dire qualche parola edificante al medico della comunità, rispose: «Oh! Madre mia, questo non è il mio metodo… Io non amo che la semplicità; il contrario mi fa orrore».12
 Infine, non si può non citare papa Giovanni XXIII, il quale deve soprattutto alla sua bontà e semplicità il fascino che sempre ha esercitato su chi l’ha potuto incontrare e continua a esercitare su chi lo accosta attraverso i suoi scritti. «Per questo papa bastava avere dei concetti semplici, avere un sonno tranquillo, abbandonarsi al Signore come un bambino ed essere senza ambizioni e umile».13 Annota nel suo Il Giornale dell’anima: «l’essere semplice, senza pretesa alcuna, a me costa nulla. È una grande grazia che il Signore mi fa. Voglio continuare, ed esserne degno».14
 È difficile resistere al piacere di offrire un’ampia spigolatura di citazioni raccolte dai suoi scritti, dove egli richiama ed esalta la virtù della semplicità…; mi limito quindi a due sole citazioni.
 Durante il ritiro annuale nel novembre del 1948 faceva questa riflessione: «Più mi faccio maturo d’anni e di esperienze, e più riconosco che la via più sicura per la mia santificazione personale e per il miglior successo del mio servizio alla Santa Sede, resta lo sforzo vigilante di ridurre tutto, principii, indirizzi, posizioni, affari, al massimo di semplicità e di calma… Oh, la semplicità del Vangelo, del libro della Imitazione di Cristo, dei Fioretti di s. Francesco, delle pagine più squisite di s. Gregorio, nei Morali: “Deridetur justi simplicitas”, con quel che segue! Come sempre più gusto quelle pagine, e torno ad esse con diletto interiore! Tutti i sapienti del secolo, tutti i furbi della terra, anche quelli della diplomazia vaticana, che meschina figura fanno, posti nella luce di semplicità e di grazia che emana da questo grande e fondamentale insegnamento di Gesù e dei suoi santi! Questo è l’accorgimento più sicuro che confonde la sapienza del mondo, e si accorda ugualmente bene, anzi meglio, con garbo e con autentica signorilità, a ciò che vi è di più alto nell’ordine della scienza, anche della scienza umana e della vita sociale, in conformità alle esigenze di tempi, di luoghi e di circostanze. “Hoc est philosophiae culmen: simplicem esse cum prudentia”. Il pensiero è di san Giovanni Crisostomo, il mio grande patrono d’oriente. Signore Gesù, conservatemi il gusto e la pratica di questa semplicità che, tenendomi umile, mi avvicina di più al vostro spirito ed attira e salva le anime».15
 Ormai papa e vicino al compimento degli ottant’anni, scriveva questa pagina straordinaria, quasi sintesi di una saggezza accumulata con il trascorrere degli anni: «Comunemente si crede e si approva che il linguaggio anche familiare del papa sappia di mistero e di terrore circospetto. Invece è più conforme all’esempio di Gesù la semplicità più attraente, non disgiunta dalla prudenza dei savi e dei santi, che Dio aiuta. La semplicità può suscitare, non dico disprezzo, ma minor considerazione presso i saccenti. Poco importa dei saccenti, di cui non si deve tener calcolo alcuno, se possono infliggere qualche umiliazione di giudizio e di tratto: tutto torna a loro danno e confusione. Il “simplex, rectus et timens Deum” è sempre il più degno e il più forte. Naturalmente, sostenuto sempre da una prudenza saggia e graziosa. Quegli è semplice che non si vergogna di confessare il Vangelo anche in faccia agli uomini che non lo stimano se non come una debolezza e una fanciullaggine, e di confessarlo in tutte le sue parti, e in tutte le occasioni, e alla presenza di tutti; non si lascia ingannare o pregiudicare dal prossimo, né perde il sereno dell’animo suo per qualunque contegno che gli altri tengano con lui… La semplicità non ha nulla che contraddica alla prudenza, né viceversa. La semplicità è amore, la prudenza è pensiero. L’amore prega, l’intelligenza vigila. Vigilate et orate». Conciliazione perfetta. L’amore è come la colomba che geme, l’intelligenza operativa è come il serpente che non cade mai in terra, né urta, perché va tastando col suo capo tutte le ineguaglianze del suo cammino».16
 «Splendore di ciò che è semplice!», affermava Heidegger, anche se tutti siamo consapevoli che «non è così semplice essere semplice» (P. Reverdy). Eppure, «che cosa di più semplice della semplicità? Cosa di più leggero? È la virtù dei saggi e la saggezza dei santi».17
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Note:
1 Benedetto XVI, Omelia della Messa di mezzanotte di Natale, 25 dicembre 2006.
2 Comte-Sponville A., Piccolo trattato delle grandi virtù, Casa Editrice Corbaccio, Milano 1996, 174.
3 GUITTON J, Lettere aperte, Mondadori, Milano 1995, 40.
4 Mt 18,3.
5 Anche nel campo ecclesiale si vanno diffondendo frasi fatte, luoghi comuni, slogan stantii: un campionario linguistico che viene ormai designato con il termine ecclesialese. Gli esempi abbondano: intercettare i bisogni, passaggi epocali, opzione preferenziale, ottica comunionale, atteggiamenti profetici, lasciarsi provocare dalle urgenze…
6 Cf. Pieper J., Sulla Prudenza, Morcelliana, Brescia 1956.
7 Cf. Liturgia delle Ore, seconda lettura del venerdì della ottava settimana del Tempo ordinario.
8 Tommaso da Celano, “Vita seconda di s. Francesco d’Assisi”, in Fonti Francescane, Assisi 1977, n. 189.
9 Francesco di Sales, Trattenimenti spirituali, Pia Società S. Paolo, Roma 1941, 217.
10 Ibidem, 225.
11 S. Teresa di Gesù bambino, Storia di un’anima, L.I.C.E., Torino 1943, 448.
12 Ibidem, p. 328.
13 Guitton J, Il libro della saggezza e delle virtù ritrovate, Piemme, Casale Monferrato 1999, 257.
14 Giovanni XXIII, Il giornale dell’anima, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 1964, 284.
15 Ibidem, pp. 275-276.
16 Ibidem, pp. 314-315.
17 Comte-Sponville A., Piccolo Trattato, 182.

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31 OTTOBRE: SAN QUINTINO DI VERMAND MARTIRE

http://www.santiebeati.it/dettaglio/75800

31 OTTOBRE: SAN QUINTINO DI VERMAND MARTIRE

Etimologia: Quintino = il quinto figlio nato, dal latino

Emblema: Palma
Martirologio Romano: Nella cittadina in seguito insignita del suo nome nel territorio dell’odierna Francia, san Quintino, martire, che, senatore, subì la passione per Cristo sotto l’imperatore Massimiano.

Un proverbio popolare dice:  » Povero come San Quintino, che suonava a Messa con i tegoli del tetto « . Il detto, efficacissimo e colorito, rappresenta bene una estrema, eppur serena povertà; ma fa pensare a San Quintino nelle vesti di prete, anzi di parroco, dandocene una immagine che mal corrisponde alla figura del Santo che la Chiesa festeggia l’ultimo giorno di ottobre, e che fu missionario in Gallia, nei primissimi secoli cristiani.
E’ vero che, per quanto sia il più celebre, egli non è l’unico Santo di questo nome. Un altro è festeggiato il 4 di questo stesso mese, ma neanche la sua figura corrisponde a quella di un povero prete che suoni i tegoli del tetto invece delle campane, forse perché le campane si incominciarono a fondere, nel  » bronzo campano  » di Nola, soltanto dopo il IV secolo.
Anche questo San Quintino fu francese, di Tours, e sarebbe stato al servizio di un nobile della Turingia, di nome Gontrano. La moglie di questo ultimo si sarebbe invaghita follemente del servitore, e invano avrebbe tentato di sedurlo. Delusa nelle sue voglie, ordì una crudele vendetta e, incaricato Quintino di portare i cavalli al fiume per l’abbeverata, ordinò agli altri servi di decapitarlo.
La sua testa fu gettata in una fontana, che divenne miracolosa, testimoniando la santità del casto servitore. E l’ignoto biografo del Santo, dopo aver narrato la sua storia, molto simile a quella biblica di Giuseppe Ebreo, inutilmente tentato e velenosamente calunniato dalla lasciva moglie di Putifarre, esce a questo punto in una aspra invettiva contro le donne malvagie, che noi però non riporteremo, per non dispiacere alle gentili lettrici.
Il San Quintino di oggi, vien detto romano di nascita, e sarebbe giunto in Gallia al seguito di San Luciano di Beauvais. Dopo aver evangelizzato alcune regioni del Nord-Est, avrebbe posto il centro della sua predicazione ad Ambianus, cioè ad Amiens. Qui anch’egli cadde vittima, non di una donna, ma dei celebre e leggendario persecutore francese Riziovaro, prefetto militare sotto Massimiano Imperatore, cioè agli inizi dei III secolo.
In mancanza di notizie precise sulla passione di questo celebre Martire francese, leggiamo quanto dice lacopo da Varagine nella sua Legenda Aurea:  » Quintino, facendo molti miracoli, per comandamento di Massimiano Imperatore fu preso dal prefetto di Roma, e battuto tanto che i battitori vennero meno ne le battiture, poscia messo in prigione. Ma l’angelo di Dio sciolse i legami de la prigione, e andoe nel miluogo de la città, e predicava al popolo. Onde preso poi un’altra volta, e disteso alla colla infino a la rottura de le vene, battuto ancora co’ nerbi crudi durissimamente, sostenne l’olio e la pece ‘l grasso boglientissimo; e faccendosi scherno del prefetto, adirato il prefetto gittogli in bocca la calcina e l’aceto e la senape « .
Dopo questi e altri raffinatissimi tormenti, Quintino fu decapitato e il suo corpo gettato nel fiume. Per cinquantacinque anni non se ne seppe più nulla, finché a Vermand, sulla Somme, una  » gentile dama romana  » non ritrovò e riconobbe nelle acque il corpo del Santo.
Anche a Vermand, il corpo del Martire, nel corso dei secoli, venne smarrito, e fu ritrovato, nel VII secolo, da Sant’Eligio, il celebre orafo francese, che modellò una preziosa teca dove furon riposte le reliquie del Santo, il cui culto, da allora, si diffuse sempre di più, tanto che anche la città di Vermand prese il nome del Santo, e si chiamò, e ancora si chiama, Saint Quentin.
La città di Saint-Quentin è anche famosa per un avvenimento storico di grande importanza: la battaglia tra gli eserciti francese e spagnolo, che vi si scontrarono nel 1557. A San Quintino si concluse la decennale lotta per l’egemonia in Europa, prima tra Carlo V e Francesco I, poi tra Filippo Il ed Enrico 11.L’esercito vincitore a San Quintino, quello di Filippo 11, era comandato, come si ricorderà, da un condottiero italiano, Emanuele Filiberto, il quale, mentre gli Spagnoli assumevano il dominio dell’Italia, ebbe come ricompensa il territorio della Savoia, di cui fu primo Duca.

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« LA NOSTRA FEDE HA BISOGNO DEL SOSTEGNO DEGLI ALTRI » – PAPA FRANCESCO

http://www.zenit.org/it/articles/la-nostra-fede-ha-bisogno-del-sostegno-degli-altri

« LA NOSTRA FEDE HA BISOGNO DEL SOSTEGNO DEGLI ALTRI »

LA CATECHESI DI PAPA FRANCESCO DURANTE L’UDIENZA GENERALE DI OGGI

Citta’ del Vaticano, 30 Ottobre 2013 (Zenit.org)

Riportiamo di seguito la catechesi pronunciata questa mattina da papa Francesco durante la consueta Udienza Generale del mercoledì, svoltasi in piazza San Pietro.
Al termine dell’Udienza il Pontefice ha anche lanciato un appello per l’Iraq.
***

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Oggi vorrei parlare di una realtà molto bella della nostra fede, cioè della « comunione dei santi ». Il Catechismo della Chiesa Cattolica ci ricorda che con questa espressione si intendono due realtà: la comunione alle cose sante e la comunione tra le persone sante (n. 948). Mi soffermo sul secondo significato: si tratta di una verità tra le più consolanti della nostra fede, poiché ci ricorda che non siamo soli ma esiste una comunione di vita tra tutti coloro che appartengono a Cristo. Una comunione che nasce dalla fede; infatti, il termine « santi » si riferisce a coloro che credono nel Signore Gesù e sono incorporati a Lui nella Chiesa mediante il Battesimo. Per questo i primi cristiani erano chiamati anche « i santi » (cfr At 9,13.32.41; Rm 8,27; 1 Cor 6,1).
1. Il Vangelo di Giovanni attesta che, prima della sua Passione, Gesù pregò il Padre per la comunione tra i discepoli, con queste parole: «Perché tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato» (17,21). La Chiesa, nella sua verità più profonda, è comunione con Dio, familiarità con Dio, comunione di amore con Cristo e con il Padre nello Spirito Santo, che si prolunga in una comunione fraterna. Questa relazione tra Gesù e il Padre è la « matrice » del legame tra noi cristiani: se siamo intimamente inseriti in questa « matrice », in questa fornace ardente di amore, allora possiamo diventare veramente un cuore solo e un’anima sola tra di noi, perché l’amore di Dio brucia i nostri egoismi, i nostri pregiudizi, le nostre divisioni interiori ed esterne. L’amore di Dio brucia anche i nostri peccati.
2. Se c’è questo radicamento nella sorgente dell’Amore, che è Dio, allora si verifica anche il movimento reciproco: dai fratelli a Dio; l’esperienza della comunione fraterna mi conduce alla comunione con Dio. Essere uniti fra noi ci conduce ad essere uniti con Dio, ci conduce a questo legame con Dio che è nostro Padre. Questo è il secondo aspetto della comunione dei santi che vorrei sottolineare: la nostra fede ha bisogno del sostegno degli altri, specialmente nei momenti difficili. Se noi siamo uniti la fede diventa forte. Quanto è bello sostenerci gli uni gli altri nell’avventura meravigliosa della fede! Dico questo perché la tendenza a chiudersi nel privato ha influenzato anche l’ambito religioso, così che molte volte si fa fatica a chiedere l’aiuto spirituale di quanti condividono con noi l’esperienza cristiana. Chi di noi tutti non ha sperimentato insicurezze, smarrimenti e perfino dubbi nel cammino della fede? Tutti abbiamo sperimentato questo, anch’io: fa parte del cammino della fede, fa parte della nostra vita. Tutto ciò non deve stupirci, perché siamo esseri umani, segnati da fragilità e limiti; tutti siamo fragili, tutti abbiamo limiti. Tuttavia, in questi momenti difficoltosi è necessario confidare nell’aiuto di Dio, mediante la preghiera filiale, e, al tempo stesso, è importante trovare il coraggio e l’umiltà di aprirsi agli altri, per chiedere aiuto, per chiedere di darci una mano. Quante volte abbiamo fatto questo e poi siamo riusciti a venirne fuori dal problema e trovare Dio un’altra volta! In questa comunione – comunione vuol dire comune-unione -siamo una grande famiglia, dove tutti i componenti si aiutano e si sostengono fra loro.
3. E veniamo a un altro aspetto: la comunione dei santi va al di là della vita terrena, va oltre la morte e dura per sempre. Questa unione fra noi, va al di là e continua nell’altra vita; è una unione spirituale che nasce dal Battesimo e non viene spezzata dalla morte, ma, grazie a Cristo risorto, è destinata a trovare la sua pienezza nella vita eterna. C’è un legame profondo e indissolubile tra quanti sono ancora pellegrini in questo mondo – fra noi – e coloro che hanno varcato la soglia della morte per entrare nell’eternità. Tutti i battezzati quaggiù sulla terra, le anime del Purgatorio e tutti i beati che sono già in Paradiso formano una sola grande Famiglia. Questa comunione tra terra e cielo si realizza specialmente nella preghiera di intercessione.
Cari amici, abbiamo questa bellezza! È una realtà nostra, di tutti, che ci fa fratelli, che ci accompagna nel cammino della vita e ci fa trovare un’altra volta lassù in cielo. Andiamo per questo cammino con fiducia, con gioia. Un cristiano deve essere gioioso, con la gioia di avere tanti fratelli battezzati che camminano con lui; sostenuto dall’aiuto dei fratelli e delle sorelle che fanno questa stessa strada per andare al cielo; e anche con l’aiuto dei fratelli e delle sorelle che sono in cielo e pregano Gesù per noi. Avanti per questa strada con gioia!

[Dopo la catechesi, il Papa ha salutato i fedeli. Ai pellegrini italiani ha detto:]
Vescovo, Mons. Borghetti, e quelli di Árdara, venuti alla Sede di Pietro in occasione dell’Anno della fede. Saluto le associazioni e i gruppi presenti, specialmente i Maestri del Lavoro di Rimini; il Movimento Apostolico Ciechi di Treviso e l’Associazione italiana Ciechi di guerra; i Dirigenti e Soci della Banca di Credito Cooperativo Sangro Teatina, sorta ad opera di un gruppo di cattolici, capeggiati da quattro sacerdoti animati dall’ideale francescano. La visita alle tombe degli Apostoli confermi in tutti l’adesione a Cristo e il senso di appartenenza alla Chiesa!
Saluto infine i malati, gli sposi novelli e i giovani, con un pensiero speciale agli studenti dei Collegi Universitari provenienti da tutta Italia. Venerdì prossimo celebreremo la Solennità di Tutti i Santi. La loro testimonianza di fede rafforzi in ciascuno di voi, cari giovani, la certezza che Dio vi accompagna nel cammino della vita; sostenga voi, cari ammalati, alleviando la vostra quotidiana sofferenza; e sia di aiuto a voi, cari sposi novelli, nel costruire la vostra famiglia sulla fede in Dio.

[Appello del Santo Padre]
Al termine dell’Udienza saluterò una delegazione di sovraintendenze irachene, con rappresentanti dei diversi gruppi religiosi, che costituiscono la ricchezza del Paese, accompagnata dal Card. Tauran, Presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso. Vi invito a pregare per la cara nazione irachena purtroppo colpita quotidianamente da tragici episodi di violenza, perché trovi la strada della riconciliazione, della pace, dell’unità e della stabilità.

Martyre de Saint Quentin

Martyre de Saint Quentin dans immagini sacre

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Publié dans:immagini sacre |on 30 octobre, 2013 |Pas de commentaires »

Icona della Madonna di Kazan

Icona della Madonna di Kazan dans immagini sacre kazan2

http://www.reginamundi.info/icone/madonna-kazan.asp

 

Publié dans:immagini sacre |on 29 octobre, 2013 |Pas de commentaires »

DAI MARTIRI ALLA SANTITÀ CANONIZZATA

http://www.stpauls.it/coopera/1105cp/testimoni.htm

L’EVOLUZIONE DEL CULTO DEI SANTI

 di JOSÉ ANTONIO PÉREZ, ssp

DAI MARTIRI ALLA SANTITÀ CANONIZZATA

Da sempre i cristiani hanno riservato un culto particolare ai fratelli che in vita erano stati testimoni di Cristo, sia nel martirio che nell’eroismo delle virtù cristiane. La gerarchia da sempre ha garantito la legittimità di questo culto con una assistenza che è cresciuta lungo i secoli, fino all’attuale legislazione, caratterizzata dalla cautela e dal rigore per le procedure di riconoscimento della santità.
Nella storia della Chiesa l’iniziativa della venerazione dei santi è sempre partita dal popolo fedele, non dalla gerarchia, la quale interviene poi nel discernimento e con la sua approvazione per garantire la verità e la legittimità del culto. Questo intervento ha avuto, attraverso i secoli, una grande evoluzione, sia in quanto ai metodi, sia in quanto all’autorità competente a dichiarare santo un servo di Dio, sia per quanto riguarda l’indagine precedente la canonizzazione, ed ha seguito un lento processo prima di trovare una legislazione precisa.
Attualmente, diceva Benedetto XVI ai membri della Congregazione delle cause dei santi il 24 aprile 2006, «le cause vanno istruite e studiate con somma cura, cercando diligentemente la verità storica, attraverso prove testimoniali e documentali omnino plenae, poiché esse non hanno altra finalità che la gloria di Dio e il bene spirituale della Chiesa e di quanti sono alla ricerca della verità e della perfezione evangelica». Sarà interessante ripercorrere, pur brevemente, questo lungo cammino della Chiesa nella storia delle canonizzazioni e beatificazioni e del culto ai santi.

Dagli inizi fino al VI secolo
Agli inizi della vita della Chiesa, il culto dei martiri (« testimoni ») nasceva spontaneo, come frutto dell’entusiasmo e della venerazione dei fedeli verso quelli che consideravano eroi della cristianità perseguitata. Oltre agli apostoli e agli altri discepoli di Gesù, nel corso dei primi tre secoli del cristianesimo, durante il periodo delle persecuzioni verificatesi nel vasto territorio dell’Impero romano, i martiri rendevano l’estrema testimonianza della persona e del messaggio di Cristo con l’effusione del sangue. Il collegamento di questa testimonianza con l’insegnamento di Cristo era molto vivo nella Chiesa primitiva.
Questa « canonizzazione » si fondava essenzialmente su due elementi: la memoria che la comunità cristiana conservava della presenza dei martiri e i miracoli, come segno della loro presenza anche dopo la morte. Espressione del culto era la celebrazione del dies natalis e le numerose acta martyrum (la prima è quella di san Policarpo di Smirne, 69-155) e vitae sanctorum.
Questo riconoscimento portava alla venerazione dei sepolcri dei martiri, spesso con l’erezione di chiese e cappelle, a cui i fedeli confluivano in pellegrinaggio, e con l’invocazione di grazie e miracoli, che diventavano segno e criterio quasi esclusivo della loro santità. L’autorità ecclesiastica si limitava a consentire tale culto, con particolare vigilanza per evitare gli abusi. Già nel secolo III, ma soprattutto con la pace costantiniana, all’inizio del IV secolo, lo stesso criterio fu esteso anche ai confessori: coloro che non avevano testimoniato la loro fede con l’effusione del sangue, ma con una vita virtuosa e santa – sempre più equiparata a un vero martirio – e con i miracoli operati per la loro intercessione, in vita o dopo la morte, la migliore prova della loro santità. La « canonizzazione » avviene da parte del popolo per via di fatto: alla venerazione del confessore si associava poi il clero e il vescovo, che riconosceva questo culto con la sua iscrizione nel catalogo dei santi o con la traslazione delle sue reliquie nella chiesa o cappella, che diventava luogo di pellegrinaggi, dove si esprimeva la devozione con l’invocazione della sua intercessione, e con diversi atti di culto nel dies natalis. Anche per i confessori si componevano delle passiones, spesso piene di prodigi e fatti miracolosi, che diventarono un costituente preponderante, tanto da creare la convinzione che non ci può essere santità senza miracoli.

La canonizzazione vescovile
Così, dal secolo VI fino ai primi decenni del secolo XIII, mentre è in atto un progressivo distacco di Costantinopoli da Roma, in un clima di profondi contrasti fra violenza e santità, in un’epoca di grandi vescovi, monaci missionari, re convertiti, principesse fondatrici, epoca di eremiti e pellegrini (Gerusalemme, Roma e Compostela), si istaura e diventa abituale nella Chiesa la prassi comunemente denominata canonizzazione vescovile.
Infatti, il pullulare di vite scritte senza troppe preoccupazioni critiche, e raccolte dei miracoli a volte fantastici, rende necessaria la presenza e l’intervento del vescovo, al quale viene demandato il compito di accertare la verità degli eventi e di agire con prudenza e serietà nel canonizzare o annoverare tra i santi una persona defunta. A partire dei secoli VI-X si va profilando lentamente una legislazione canonica attraverso l’invenzione, l’elevazione e la traslazione delle reliquie da parte del vescovo locale, sovente con l’assenso del suo metropolita e del sinodo provinciale. Molte di queste « invenzioni » furono promosse da papa Damaso, mentre si devono a sant’Ambrogio varie invenzioni prodigiose e traslazioni di corpi di martiri. Più tardi, a partire del secolo IX, si aggiunse la solenne dichiarazione per mezzo di un decreto comunemente detto canonizzazione, emanato in una assemblea del clero diocesano o in un sinodo vescovile.
A queste canonizzazioni formali bisogna aggiungere numerose altre de facto: il culto locale come movimento spontaneo dei fedeli a numerosi servi di Dio, non sempre con sufficiente discernimento, quando non con degli abusi, ad esempio nel traffico e commercio delle reliquie. Sarà il concilio di Magonza (813) a fissare la canonizatio per decretum, anche se la procedura precedente continuerà fino al decreto Audivimus emesso da Alessandro III (1179), reso obbligatorio dalle Decretali di Gregorio IX. Una delle prime canonizzazioni vescovili è stata quella di san Martino di Tours (anno 461). Per oltre sei secoli, la canonizzazione vescovile è stata la procedura legittima e normalmente praticata nella Chiesa. I criteri erano: esistenza di fama di santità e dei miracoli, o del martirio; presentazione al vescovo di una biografia, con particolare attenzione ai fatti miracolosi, e l’approvazione ufficiale del culto da parte del vescovo o di un sinodo, mediante la traslazione.

La canonizzazione pontificia
Soprattutto a partire del secolo XIII si assiste ad una evoluzione importante: il passaggio, quasi impercettibile alla canonizzazione pontificia. Gli interventi del Papa appaiono all’inizio piuttosto casuali; ma l’opinione che una canonizzazione fatta dal Papa avesse maggiore autorevolezza, fece diventare le richieste sempre più numerose. La prima storicamente certa canonizzazione papale è quella di sant’Udalrico (o Ulderico), vescovo di Augsburgo, eseguita dal papa Giovanni XV nel 993, durante un sinodo romano al Laterano. Progressivamente si formò una procedura più rigida, che finalmente divenne esclusiva, soprattutto a partire dalla raccolta delle Decretali di Gregorio IX (1234).
La prima canonizzazione (1226) compiuta da questo papa fu quella di san Francesco d’Assisi (con una formula simile all’attuale, e i cui atti si sono conservati integralmente). Un caso curioso senza conclusione positiva è la causa di Ildegarda di Bingen, che anche se considerata santa, non è mai stata canonizzata formalmente. A poco a poco si furono aggiungendo nelle bolle di canonizzazione una breve descrizione della vita e i miracoli, l’esame dei miracoli, l’inchiesta sulla vita e i miracoli, e l’invio a Roma per l’esame, l’approvazione e la canonizzazione formale, con la scelta di alcuni prelati per esporre il contenuto del processo, la formulazione dei testi liturgici… Sisto IV concesse la facoltà di un culto limitato dei protomartiri francescani (1481): sarebbe il primo caso di quello che più tardi costituirà la beatificazione. La prima beatificazione formale sarà quella di Francesco di Sales, celebrata da Alessandro VII l’8 gennaio 1662.
Solo il 22 gennaio 1588 il papa Sisto V, istituendo le quindici Congregazioni della Curia romana con la costituzione apostolica Immensa aeterni Dei, affidò alla Congregazione dei Sacri Riti la competenza e l’ordinamento delle cause di canonizzazione. L’ultima canonizzazione secondo lo stile antico fu quella di san Diego di Alcalá (13 novembre 1463).
Questo ordinamento venne sviluppato nel corso dei tempi, soprattutto ad opera di Urbano VIII (che stabilì, tra altre cose, come via ordinaria quella del non cultu – o per viam cultus per i servi di Dio ai quali si tributava un culto almeno da cento anni prima del 1634 – e viene fissata praticamente la procedura canonica completa), e Benedetto XIV (Prospero Lambertini, 1740-1758), la cui opera di sistemazione di tutta la legislazione rimase come regola per quasi due secoli, e fu raccolta essenzialmente nel Codice di Diritto Canonico dell’anno 1917.
Molteplici furono gli interventi dei papi successivi. Da sottolineare quelli di Leone XIII (Commissione storico- liturgica, 1902), san Pio X (ricerca documentaria, titolo di venerabile), Pio XI (Sezione storica, 1930), Pio XII (Commissione dei medici, 1948), cambiata dal beato Giovanni XXIII in Consulta medica, (1959). Paolo VI, con la Sanctitas clarior (19 marzo 1969) stabilì un unico processo cognizionale per raccogliere le prove, istruito dal vescovo; con la riforma della Curia romana (Cost. apost. Sacra Rituum Congregatio), l’8 maggio 1969, al posto della Sacra Congregazione dei Riti costituì due nuovi dicasteri, affidando ad uno di essi il compito di regolare il Culto divino, all’altro invece di trattare le Cause dei santi, con qualche modifica nella procedura.

La attuale normativa
Il Codice di Diritto Canonico del 25 gennaio 1983 rimanda a una peculiare legge pontificia per le Cause dei santi. Il beato Giovanni Paolo II, per venire incontro alle esigenze degli studiosi e ai desideri dei vescovi, che avevano più volte sollecitato l’agilità del modo di procedere, pur mantenendo ferma la sicurezza delle investigazioni, e privilegiando la dottrina della collegialità proposta dal concilio Vaticano II, stabilì delle nuove norme con la costituzione apostolica Divinus Perfectionis Magister (25 gennaio 1983), valida per la Chiesa latina e per le Chiese orientali, abrogando le disposizioni promulgate dai suoi predecessori e le norme stabilite dal Codice di Diritto Canonico del 1917 nelle cause di beatificazione e canonizzazione. Questa costituzione apostolica venne poi completata con le Norme da osservarsi nelle inchieste diocesane nelle cause dei santi, pubblicate il 7 febbraio 1983 dalla Congregazione delle cause dei santi.
Posteriormente, la stessa Congregazione pubblicò l’istruzione Sanctorum Mater, che non è un testo legislativo, ma un aiuto pratico per l’applicazione delle Norme nello svolgimento delle inchieste diocesane, per favorire la collaborazione tra la Santa Sede e i vescovi, e «intende chiarire le disposizioni delle leggi vigenti nelle cause dei santi, facilitare la loro applicazione e indicare i modi della loro esecuzione… evidenziando, in modo pratico e cronologico, la loro applicazione e salvaguardando la serietà delle inchieste».
Posteriormente, anche Benedetto XVI ha voluto dare il suo contributo con tre provvedimenti: evidenziando maggiormente la differenza teologica e liturgica tra beatificazione e canonizzazione; elevando il numero dei periti della consulta medica; concedendo alla Congregazione la facoltà di nominare sette relatori ad casum in aggiunta a quelli di ruolo. Per concludere, ricordiamo che «quando la Chiesa e i teologi studiano e contemplano i santi e ne propongono la venerazione e l’imitazione – afferma mons. M. Bartolucci, Segretario della Congregazione, in una recente intervista –, non fanno altro che indicare percorsi sicuri per arrivare alla verità di Dio e penetrare nel mistero della Chiesa, che è santa e santificatrice».
Con parole di Benedetto XVI (17 dicembre 2007): «I santi, se giustamente presentati nel loro dinamismo spirituale e nella loro realtà storica, contribuiscono a rendere più credibile ed attraente la parola del Vangelo e la missione della Chiesa… La santità semina gioia e speranza, risponde alla sete di felicità che gli uomini, anche oggi, avvertono ». È la sfida per noi tutti.

José Antonio Pérez

Publié dans:martiri, Santi |on 29 octobre, 2013 |Pas de commentaires »

SANTITÀ, UNA META PER TUTTI – GIANFRANCO RAVASI

http://www.it.josemariaescriva.info/articolo/santitagrave2c-una-meta-per-tutti

SANTITÀ, UNA META PER TUTTI

GIANFRANCO RAVASI

“Al centro dell’annunzio evangelico c’è l’incarnazione per cui Dio e uomo s’incontrano talmente strettamente da avere in un uomo, Gesù di Nazaret, la suprema presenza ed epifania divina”. Riportiamo la risposta di Mons. Ravasi a una lettera da Milano, pubblicata su Il Sole 24 ore.
Reverendo monsignore, lei tempo fa, recensendo libri di autori misti ci ha esaltato la contemplazione come sorgente di beatitudine e santità. Va, però, detto che in tempi a noi più vicini, il Concilio Vaticano II ha riscoperto la chiamata universale alla santità per ogni cristiano. Perciò la contemplazione, passaggio indispensabile per giungere alla beatitudine o santità, può essere praticata anche vivendo nel mondo e svolgendo le normali occupazioni.
Un apostolo moderno della santità laicale, l’ormai santo Josemaría Escrivá, da lei ricordato su Il Sole-24 Ore in un articolo in occasione della sua canonizzazione, raccontò di sé che un certo giorno «andava contemplando per le strade di Madrid con luci e ombre che non erano sue» (si veda J. Echevarría, Itinerari di Vita Cristiana, Ares 2001).
Penso che lei condivida il mio assunto, e allora le chiederei di voler argomentare dalle colonne del giornale sulla possibilità di accedere alla beatitudine per ogni cristiano di buona volontà. Una parola di sprone verso la beatitudine può aiutare molti a vincere le paure di un mondo così agitato.
Bruno Mardegan – Milano

La proposta del nostro lettore in verità ci conduce nel cuore stesso del cristianesimo (e, per certi versi, nell’anima stessa di ogni esperienza religiosa autentica). Al centro dell’annunzio evangelico c’è, infatti, l’incarnazione per cui Dio e uomo s’incontrano talmente strettamente da avere in un uomo, Gesù di Nazaret, la suprema presenza ed epifania divina (si legga quel capolavoro, anche letterario, che è l’inno che funge da prologo al Vangelo di Giovanni). Questo evento fa sì che storia ed eterno non siano in dialettica ma s’intreccino tra loro e la genuina esperienza di fede non si consumi decollando dalla realtà contingente verso cieli mitici e mistici, ma incrociando le strade di Dio con quelle dell’uomo. E per questo che già i profeti di Israele esigevano che, per una vera fede, il culto s’unisse alla giustizia, il Credo alla vita sociale, l’ortodossia con l’orto-prassi. Basti solo citare il motto del profeta Osea (VIII secolo a.C.), caro anche a Gesù: «Misericordia io voglio —dice il Signore — e non sacrificio» (6, 6), laddove quella negazione paradossale, nel linguaggio semitico, dev’essere letta così: «Misericordia io voglio e non solo il sacrificio», cioè la pura e semplice spiritualità deve coniugarsi con l’esistenza giusta.
Ma la considerazione del dottor Mardegan va oltre e introduce il tema della pienezza della fede, cioè «la beatitudine o santità». Su questo argomento si consuma spesso un equivoco. Per molti la santità è una questione che riguarda alcuni mistici o qualche eroe della fede che vive in stati “estatici” o compie imprese tali da essere, sì, esemplari ma solo nel senso che sono da collocare nella “gloria del Bernini” o sulle pale degli altari per la pubblica devozione dei credenti. È sulla spinta di questo equivoco che si è pervenuti a una lettura deviata di una delle pagine capitali del Vangelo, le «Beatitudini» che aprono quella sorta di “Magna Charta” del cristianesimo che è il «Discorso della Montagna» di Gesù (Matteo, capitoli 5-7). Infatti quella sequenza: «Beati i poveri.., gli afflitti.., i miti.., gli affamati e assetati di giustizia…, i misericordiosi…, i puri di cuore.., gli operatori di pace…, i perseguitati per la giustizia… » è stata spesso interpretata come un progetto ideale di vita per religiosi e per mistici. In realtà, Cristo si rivolge ai ”discepoli” che, nel linguaggio matteano, è sinonimo di “fedeli, cristiani”. Si propone, così, una via di totalità e di pienezza per tutti, qualunque sia il livello di cultura o lo statuto sociale e professionale.
La “santità” è, perciò, la meta verso cui tendere senza posa da parte di tutti, secondo un’altra battuta dello stesso Discorso: «Siate perfetti come perfetto è il Padre vostro celeste» (Matteo 5,48). Il cristiano è, perciò, sempre in tensione (è l’ inquietudine” agostiniana) e non concepisce la religione come una tassa morale da versare a Dio, così come (forse malvolentieri) si paga la tassa fiscale a Cesare. È, invece, un atteggiamento radicale e vitale, analogo all’amore, il quale costituisce la persona in una specie di status permanente: l’innamorato non è tale solo qualche ora al giorno, come la madre non ama suo figlio solo nei giorni feriali. Naturalmente la fragilità umana comporta abbassamenti di tensione e persino negazioni, ma l’attesa di Dio è sempre quella del padre della celebre parabola lucana del figlio prodigo (Luca 15, 11-24) e il perdono è sempre quello riservato all’adultera o a Pietro pentito o alle prostitute e ai peccatori incontrati da Gesù. Il signor Mardegan ha citato una battuta del nuovo santo, fondatore dell’Opus Dei. È dalla sua opera più nota, Cammino (edizione Ares), che traggo la conclusione del mio discorso: «Hai l’obbligo di santificarti. Anche tu. Chi pensa che la santità sia un impegno esclusivo di sacerdoti e religiosi? A tutti, senza eccezione, il Signore ha detto: Siate perfetti, com’è perfetto il Padre mio che è nei cieli… Non vi è altra strada, figli miei: o sappiamo trovare il Signore nella nostra vita ordinaria, o non lo troveremo mai».

Il Sole 24 ore, 3 Novembre 2002

Publié dans:CAR. GIANFRANCO RAVASI |on 29 octobre, 2013 |Pas de commentaires »
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