GESU’ E LA PREGHIERA

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GESU’ E LA PREGHIERA

Con Gesù, il tema della preghiera viene declinato in maniera diversa e, se vogliamo, innovativa. Egli si colloca del tutto nel giudaismo, anche se spalanca la porta al Cristianesimo. Parlando di lui, affronteremo essenzialmente cinque temi diversi:

1)     La preghiera in Gesù (ossia il modo e le forme in cui egli pregava);
2)     L’insegnamento che egli ci ha lasciato a proposito della preghiera;
3)     Il testo della principale preghiera di Gesù, vale a dire il “Padre nostro” (riportato da Luca e da Matteo);
4)     La preghiera che con Gesù i discepoli rivolgevano a Dio;
5)     La preghiera rivolta a Gesù stesso.

1) Sappiamo che Gesù partecipava alle preghiere che si svolgevano al suo tempo, vale a dire le preghiere giudaiche. Sappiamo inoltre che, da adolescente, egli fece viaggi a Gerusalemme in occasione della Pasqua, che frequentava la sinagoga e che addirittura fu chiamato a fare la lettura (in particolare, lesse Isaia). Dai testi sacri, apprendiamo inoltre che Gesù, prima della Passione, se la prese coi mercanti del tempio e coi cambiavalute, nel tentativo di riportare il culto a una più alta dimensione spirituale. Ancora, sappiamo che egli condivise la cena pasquale coi suoi discepoli e pregò con loro. Insomma, si può dire che Gesù si comportò come un pio giudeo del suo tempo, prendendo parte a tutte le forme di preghiere. In altri passi dei testi sacri, affiorano aspetti più intimi che fanno riferimento alla sua preghiera personale: ad esempio, Luca mostra più volte Gesù nell’atto di isolarsi per poter pregare da solo. Altre volte, egli è raffigurato nell’atto di combattere il demonio e le sue tentazioni, invocando il Padre. Particolarmente significativo è l’aspetto che potremmo dire “filiale” della preghiera di Gesù, alludendo con quest’espressione alla sua familiarità con Dio, da lui iteratamente definito “Padre”, con la confidenza e la fiducia tipica del bambino nei confronti del genitore. Anche sulla Croce, Gesù si rivolge a Dio invocandoLo e chiamandoLo “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. Il Vangelo di Giovanni sviluppa poi i discorsi che Gesù tenne al cospetto dei suoi discepoli: in particolare, il capitolo 17 si presenta come una lunga preghiera.
2) Nei “Sinottici”, vi sono sezioni sugli insegnamenti di Gesù a proposito della preghiera, i quali costituiscono il contesto del “Padre nostro”. Nella prospettiva di Gesù, la preghiera non deve moltiplicare le parole, come fanno indebitamente i Pagani (è difficile stabilire a quali pagani si alluda, visto che le preghiere pagane erano generalmente piuttosto stringate). Inoltre, la preghiera non dev’essere ipocrita, dev’essere non esibita, bensì sentita, personale, silenziosa, in opposizione ai farisei. Nella preghiera, la richiesta di beni materiali dev’essere subordinata alla richiesta della venuta del Regno di Dio, l’interiorità deve prevalere sull’esteriorità.
Addentriamoci ora nella preghiera “Padre nostro”, che sarà ereditato dai Cristiani: esso è tramandato in due maniere differenti da Luca e da Matteo; la versione del secondo, è più ricca, è quella che si è “imposta” nella tradizione cristiana e con buona probabilità è il frutto di un rimaneggiamento della preghiera di Gesù. Come prima cosa, si può rilevare come, nel “Padre nostro”, Dio venga dapprima elogiato ed esaltato e, in seconda battuta, gli si rivolgano delle richieste. L’esaltazione di Dio avviene in tre momenti: a) “sia santificato il tuo nome”, b) “venga il tuo regno”, c) “sia fatta la tua volontà” (quest’ultima esaltazione è assente in Luca). L’esordio della preghiera quale si ha in Matteo – “Padre nostro” – è la tipica invocazione che si ritrova nelle “Diciotto benedizioni” e nella “Preghiera per i defunti”, preghiere che la tradizione ebraica rivolgeva già prima a Dio: si tratta, dunque, di una formula stereotipa. Dal canto suo, Luca esordisce soltanto con “Padre”, invocazione che si ritrova in quasi tutte le religioni (ma non nell’Islam), dagli Egizi ai Greci, e che dev’essere posta in relazione al fatto che, tradizionalmente, Israele è “figlio primogenito” di Dio. Lo stesso tema dell’avvento del regno di Dio era già diffuso nella religiosità ebraica anteriore e dev’essere inteso, oltre che nel più scontato senso materiale, in quello astratto di regalità divina che, per un verso, vige già ora e, per un altro verso, si attuerà solo in un futuro a cui si tende escatologicamente. La seconda parte del “Padre nostro” è dedicata alle richieste umane, proprio come nei Salmi: la prima richiesta è quella del “pane quotidiano”, che dev’essere inteso nel senso più materiale e anche in riferimento al passo biblico della manna piovuta dal cielo con cui può sfamarsi il popolo nel deserto. In secondo luogo, si avanza una richiesta concernente i debiti: “rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori”. Con quest’espressione, Gesù adombra l’idea secondo cui, nella misura in cui noi perdoniamo gli altri, Dio perdona noi. Come terza richiesta, si chiede a Dio di liberare dalle tentazioni: “non indurci in tentazione”. Questa traduzione è ingannevole, perché fa parere che Dio tenti l’uomo: in realtà, dev’essere intesa in questo significato: “non lasciarci in balia della tentazione”. L’ultima richiesta avanzata nel “Padre nostro” è quella di affrancare l’uomo dal male: “liberaci dal male”.   
4) I Vangeli riportano episodi nei quali Gesù prega insieme coi suoi discepoli: pensiamo all’episodio della “trasfigurazione”, nel quale i discepoli vivono un’esperienza estatica, o a quando Gesù si raccoglie insieme ad alcuni discepoli per pregare sul monte. L’episodio forse più famoso è quello dell’“ultima cena”, in cui Gesù celebra un pasto di ringraziamento che i Vangeli presentano come cena pasquale, benché manchino i tratti tipici della Pasqua (ad esempio l’agnello).
5) Sono anche attestati episodi in cui vengono rivolte preghiere a Gesù: tali preghiere, tuttavia, non presentano i tratti del culto, giacché Gesù non è ancora diventato un oggetto di culto. Sono piuttosto preghiere con le quali si richiede a Gesù di sanare lebbrosi, di guarire disabili, di far camminare paralitici: sono piuttosto ambigue per il fatto che, pur non essendo ancora diventato oggetto di culto, Gesù è visto come una persona a cui abbandonarsi con piena fiducia. Sullo sfondo, sono già presenti i futuri atteggiamenti con cui ci si rivolgerà a Gesù quando diverrà oggetto di culto. In altri episodi, egli si presenta come intermediario che, nel sanare i malati, esegue la volontà di Dio.
Possiamo notare come il messaggio di Gesù, in origine, non fosse universale, bensì rivolto ai “figli perduti” di Israele: eppure nel suo agire erano implicite le basi per quell’universalizzazione del Cristianesimo che sarà successivamente operata da Paolo di Tarso. Com’è noto, Gesù opera in Galilea, terra in cui i pagani erano numerosi ma disposti, per così dire, a macchia di leopardo, con la conseguenza che v’erano zone in cui essi erano del tutto assenti. In particolare, i pagani risiedevano nelle città, mentre i Giudei prediligevano i villaggi e la loro refrattarietà alla penetrazione della cultura greca. Sappiamo però di una città, Sefforis, popolosa e sviluppata che stranamente non è mai menzionata nei Sinottici, benché fosse vicinissima alle altre città (Cafarnao) che vengono invece citate: forse Gesù non s’è mai voluto recare a Sefforis? E perché? Probabilmente perché in quella città c’erano i pagani, i quali esulavano dai suoi interessi e cadevano al di fuori del suo messaggio, il quale abbiamo visto essere rivolto soltanto agli Ebrei. Come dicevamo, è con Paolo di Tarso che il verbo cristiano si universalizza e, con esso, lo stesso messaggio di salvezza diventa universale.

Publié dans : preghiera (sulla) |le 17 septembre, 2013 |Pas de Commentaires »

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