Archive pour septembre, 2013

San Girolamo

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30 SETTEMBRE: SAN GIROLAMO (O GEROLAMO) SACERDOTE E DOTTORE DELLA CHIESA

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SAN GIROLAMO (O GEROLAMO) SACERDOTE E DOTTORE DELLA CHIESA

30 SETTEMBRE

STRIDONE (CONFINE TRA DALMAZIA E PANNONIA), CA. 347 – BETLEMME, 420

Fece studi e enciclopedici ma, portato all’ascetismo, si ritirò nel deserto presso Antiochia, vivendo in penitenza. Divenuto sacerdote a patto di conservare la propria indipendenza come monaco, iniziò un’intensa attività letteraria. A Roma collaborò con papa Damaso, e, alla sua morte, tornò a Gerusalemme dove partecipò a numerose controversie per la fede, fondando poco lontano dalla Chiesa della Natività, il monastero in cui morì. Di carattere focoso, soprattutto nei suoi scritti, non fu un mistico e provocò consensi o polemiche, fustigando vizi e ipocrisie. Scrittore infaticabile, grande erudito e ottimo traduttore, a lui si deve la Volgata in latino della Bibbia, a cui aggiunse dei commenti, ancora oggi importanti come quelli sui libri dei Profeti.

Patronato: Archeologi, Bibliotecari, Studiosi
Etimologia: Girolamo = di nome sacro, dal greco
Emblema: Cappello da cardinale, Leone

Martirologio Romano: Memoria di san Girolamo, sacerdote e dottore della Chiesa: nato in Dalmazia, nell’odierna Croazia, uomo di grande cultura letteraria, compì a Roma tutti gli studi e qui fu battezzato; rapito poi dal fascino di una vita di contemplazione, abbracciò la vita ascetica e, recatosi in Oriente, fu ordinato sacerdote. Tornato a Roma, divenne segretario di papa Damaso e, stabilitosi poi a Betlemme di Giuda, si ritirò a vita monastica. Fu dottore insigne nel tradurre e spiegare le Sacre Scritture e fu partecipe in modo mirabile delle varie necessità della Chiesa. Giunto infine a un’età avanzata, riposò in pace.
San Girolamo è un Padre della Chiesa che ha posto al centro della sua vita la Bibbia: l’ha tradotta nella lingua latina, l’ha commentata nelle sue opere, e soprattutto si è impegnato a viverla concretamente nella sua lunga esistenza terrena, nonostante il ben noto carattere difficile e focoso ricevuto dalla natura.
Girolamo nacque a Stridone verso il 347 da una famiglia cristiana, che gli assicurò un’accurata formazione, inviandolo anche a Roma a perfezionare i suoi studi. Da giovane sentì l’attrattiva della vita mondana (cfr Ep. 22,7), ma prevalse in lui il desiderio e l’interesse per la religione cristiana. Ricevuto il battesimo verso il 366, si orientò alla vita ascetica e, recatosi ad Aquileia, si inserì in un gruppo di ferventi cristiani, da lui definito quasi «un coro di beati» (Chron. Ad ann. 374) riunito attorno al Vescovo Valeriano. Partì poi per l’Oriente e visse da eremita nel deserto di Calcide, a sud di Aleppo (cfr Ep. 14,10), dedicandosi seriamente agli studi. Perfezionò la sua conoscenza del greco, iniziò lo studio dell’ebraico (cfr Ep. 125,12), trascrisse codici e opere patristiche (cfr Ep. 5,2). La meditazione, la solitudine, il contatto con la Parola di Dio fecero maturare la sua sensibilità cristiana. Sentì più pungente il peso dei trascorsi giovanili (cfr Ep. 22,7), e avvertì vivamente il contrasto tra mentalità pagana e vita cristiana: un contrasto reso celebre dalla drammatica e vivace « visione », della quale egli ci ha lasciato il racconto. In essa gli sembrò di essere flagellato al cospetto di Dio, perché «ciceroniano e non cristiano» (cfr Ep. 22,30).
Nel 382 si trasferì a Roma: qui il Papa Damaso, conoscendo la sua fama di asceta e la sua competenza di studioso, lo assunse come segretario e consigliere; lo incoraggiò a intraprendere una nuova traduzione latina dei testi biblici per motivi pastorali e culturali. Alcune persone dell’aristocrazia romana, soprattutto nobildonne come Paola, Marcella, Asella, Lea ed altre, desiderose di impegnarsi sulla via della perfezione cristiana e di approfondire la loro conoscenza della Parola di Dio, lo scelsero come loro guida spirituale e maestro nell’approccio metodico ai testi sacri. Queste nobildonne impararono anche il greco e l’ebraico.
Dopo la morte di Papa Damaso, Girolamo lasciò Roma nel 385 e intraprese un pellegrinaggio, dapprima in Terra Santa, silenziosa testimone della vita terrena di Cristo, poi in Egitto, terra di elezione di molti monaci (cfr Contra Rufinum 3,22; Ep. 108,6-14). Nel 386 si fermò a Betlemme, dove, per la generosità della nobildonna Paola, furono costruiti un monastero maschile, uno femminile e un ospizio per i pellegrini che si recavano in Terra Santa, «pensando che Maria e Giuseppe non avevano trovato dove sostare» (Ep. 108,14). A Betlemme restò fino alla morte, continuando a svolgere un’intensa attività: commentò la Parola di Dio; difese la fede, opponendosi vigorosamente a varie eresie; esortò i monaci alla perfezione; insegnò la cultura classica e cristiana a giovani allievi; accolse con animo pastorale i pellegrini che visitavano la Terra Santa. Si spense nella sua cella, vicino alla grotta della Natività, il 30 settembre 419/420.
La preparazione letteraria e la vasta erudizione consentirono a Girolamo la revisione e la traduzione di molti testi biblici: un prezioso lavoro per la Chiesa latina e per la cultura occidentale. Sulla base dei testi originali in greco e in ebraico e grazie al confronto con precedenti versioni, egli attuò la revisione dei quattro Vangeli in lingua latina, poi del Salterio e di gran parte dell’Antico Testamento. Tenendo conto dell’originale ebraico e greco, dei Settanta, la classica versione greca dell’Antico Testamento risalente al tempo precristiano, e delle precedenti versioni latine, Girolamo, affiancato poi da altri collaboratori, poté offrire una traduzione migliore: essa costituisce la cosiddetta « Vulgata », il testo « ufficiale » della Chiesa latina, che è stato riconosciuto come tale dal Concilio di Trento e che, dopo la recente revisione, rimane il testo « ufficiale » della Chiesa di lingua latina. E’ interessante rilevare i criteri a cui il grande biblista si attenne nella sua opera di traduttore. Li rivela egli stesso quando afferma di rispettare perfino l’ordine delle parole delle Sacre Scritture, perché in esse, dice, « anche l’ordine delle parole è un mistero » (Ep. 57,5), cioè una rivelazione. Ribadisce inoltre la necessità di ricorrere ai testi originali: «Qualora sorgesse una discussione tra i Latini sul Nuovo Testamento, per le lezioni discordanti dei manoscritti, ricorriamo all’originale, cioè al testo greco, in cui è stato scritto il Nuovo Patto. Allo stesso modo per l’Antico Testamento, se vi sono divergenze tra i testi greci e latini, ci appelliamo al testo originale, l’ebraico; così tutto quello che scaturisce dalla sorgente, lo possiamo ritrovare nei ruscelli» (Ep. 106,2). Girolamo, inoltre, commentò anche parecchi testi biblici. Per lui i commentari devono offrire molteplici opinioni, «in modo che il lettore avveduto, dopo aver letto le diverse spiegazioni e dopo aver conosciuto molteplici pareri – da accettare o da respingere –, giudichi quale sia il più attendibile e, come un esperto cambiavalute, rifiuti la moneta falsa» (Contra Rufinum 1,16).
Confutò con energia e vivacità gli eretici che contestavano la tradizione e la fede della Chiesa. Dimostrò anche l’importanza e la validità della letteratura cristiana, divenuta una vera cultura ormai degna di essere messa confronto con quella classica: lo fece componendo il De viris illustribus, un’opera in cui Girolamo presenta le biografie di oltre un centinaio di autori cristiani. Scrisse pure biografie di monaci, illustrando accanto ad altri itinerari spirituali anche l’ideale monastico; inoltre tradusse varie opere di autori greci. Infine nell’importante Epistolario, un capolavoro della letteratura latina, Girolamo emerge con le sue caratteristiche di uomo colto, di asceta e di guida delle anime.
Che cosa possiamo imparare noi da San Girolamo? Mi sembra soprattutto questo: amare la Parola di Dio nella Sacra Scrittura. Dice San Girolamo: « Ignorare le Scritture è ignorare Cristo ». Perciò è importante che ogni cristiano viva in contatto e in dialogo personale con la Parola di Dio, donataci nella Sacra Scrittura. Questo nostro dialogo con essa deve sempre avere due dimensioni: da una parte, dev’essere un dialogo realmente personale, perché Dio parla con ognuno di noi tramite la Sacra Scrittura e ha un messaggio ciascuno. Dobbiamo leggere la Sacra Scrittura non come parola del passato, ma come Parola di Dio che si rivolge anche a noi e cercare di capire che cosa il Signore voglia dire a noi. Ma per non cadere nell’individualismo dobbiamo tener presente che la Parola di Dio ci è data proprio per costruire comunione, per unirci nella verità nel nostro cammino verso Dio. Quindi essa, pur essendo sempre una Parola personale, è anche una Parola che costruisce comunità, che costruisce la Chiesa. Perciò dobbiamo leggerla in comunione con la Chiesa viva. Il luogo privilegiato della lettura e dell’ascolto della Parola di Dio è la liturgia, nella quale, celebrando la Parola e rendendo presente nel Sacramento il Corpo di Cristo, attualizziamo la Parola nella nostra vita e la rendiamo presente tra noi. Non dobbiamo mai dimenticare che la Parola di Dio trascende i tempi. Le opinioni umane vengono e vanno. Quanto è oggi modernissimo, domani sarà vecchissimo. La Parola di Dio, invece, è Parola di vita eterna, porta in sé l’eternità, ciò che vale per sempre. Portando in noi la Parola di Dio, portiamo dunque in noi l’eterno, la vita eterna.
E così concludo con una parola di San Girolamo a San Paolino di Nola. In essa il grande Esegeta esprime proprio questa realtà, che cioè nella Parola di Dio riceviamo l’eternità, la vita eterna. Dice San Girolamo: «Cerchiamo di imparare sulla terra quelle verità la cui consistenza persisterà anche nel cielo» (Ep. 53,10).

Autore: Papa Benedetto XVI (Udienza generale 14 Novembre 2007)

Con quest’uomo intrattabile hanno un debito enorme la cultura e i cristiani di tutti i tempi. Ha litigato con sprovveduti, dotti, santi e peccatori; fu ammirato e detestato. Ma rimane un benefattore delle intelligenze e la Chiesa lo venera come uno dei suoi padri più grandi. Nato da famiglia ricca, riceve il battesimo a Roma, dove va a studiare. Studierà per tutta la vita, viaggiando dall’Europa all’Oriente con la sua biblioteca di classici antichi, sui quali si è formato. Nel 375, dopo una malattia, Gerolamo passa alla Bibbia, con passione crescente. Studia il greco ad Antiochia; poi, nella solitudine della Calcide (confini della Siria), si dedica all’ebraico. Riceve il sacerdozio ad Antiochia nel 379 e nel 382 è a Roma. Qui, papa Damaso I lo incarica di rivedere il testo di una diffusa versione latina della Scrittura, detta Itala, realizzata non sull’originale ebraico, bensì sulla versione greca detta dei Settanta. A Roma fa anche da guida spirituale a un gruppo di donne della nobiltà. E intanto scaglia attacchi durissimi a ecclesiastici indegni (un avido prelato riceve da lui il nome “Grasso Cappone”).
Alla morte di Damaso I (384), va in Palestina con la famiglia della nobile Paola. Vive in un monastero a Betlemme, scrivendo testi storici, dottrinali, educativi e corrispondendo con gli amici di Roma con immutata veemenza. Perché così è fatto. E poi perché, francamente, troppi ipocriti e furbi inquinano ora la Chiesa, dopo che l’imperatore Teodosio (ca. 346-395) ha fatto del cristianesimo la religione di Stato, penalizzando gli altri culti.
Intanto prosegue il lavoro sulla Bibbia secondo l’incarico di Damaso I. Ma, strada facendo, lo trasforma in un’impresa mai tentata. Sente che per avvicinare l’uomo alla Parola di Dio bisogna andare alla fonte. E così, per la prima volta, traduce direttamente in latino dall’originale ebraico i testi protocanonici dell’Antico Testamento. Lavora sulla pagina e anche sul terreno, come dirà: « Mi sono studiato di percorrere questa provincia (la Giudea) in compagnia di dotti ebrei ». Rivede poi il testo dei Vangeli sui manoscritti greci più antichi e altri libri del Nuovo Testamento. Gli ci vorrebbe più tempo per rifinire e perfezionare l’enorme lavoro. Ma, così come egli lo consegna ai cristiani, esso sarà accolto e usato da tutta la Chiesa: nella Bibbia di tutti, Vulgata, di cui le sue versioni e revisioni sono parte preponderante, la fede è presentata come nessuno aveva fatto prima dell’impetuoso Gerolamo.
E impetuoso rimane, continuando nelle polemiche dottrinali con l’irruenza di sempre, perfino con sant’Agostino, che invece gli risponde con grande amabilità. I suoi difetti restano, e la grandezza della sua opera pure. Gli ultimi suoi anni sono rattristati dalla morte di molti amici, e dal sacco di Roma compiuto da Alarico nel 410: un evento che angoscia la sua vecchiaia.

Autore: Domenico Agasso

Publié dans:Santi |on 30 septembre, 2013 |Pas de commentaires »

DI GIANFRANCO RAVASI – L’ALLENAMENTO PER CHI VUOLE SALIRE, TEOLOGIA E MISTICA DELLA MONTAGNA BIBLICA

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L’ALLENAMENTO PER CHI VUOLE SALIRE, TEOLOGIA E MISTICA DELLA MONTAGNA BIBLICA

DI GIANFRANCO RAVASI

Tre monti nominati nella Bibbia hanno un rilievo, un’incidenza tutta particolare. Cominciamo col « monte Sion ». Cominciamo di qui, anche se non è il primo dal punto di vista logico, non soltanto perché il monte Sion riassume in sé tutta la tensione verso l’alto delle pagine bibliche – come abbiamo potuto vedere anche attraverso lo sguardo che si leva verso l’alto e verso il monte, l’unico che può dare la salvezza – ma anche perché col monte Sion è stato identificato da parte della tradizione ebraica e cristiana prima e poi anche da parte di quella musulmana, un altro monte, che è radicale per tutte e tre le religioni monoteiste, ovvero il monte di Abramo, il monte Moria, monte che non è rintracciabile in nessun atlante.
Faremo solo tre considerazioni essenziali. La prima: l’identificazione tra Sion e monte Moria. Che cos’è il monte Moria? È per eccellenza il monte della fede. Sappiamo che nel racconto del capitolo 22 della Genesi, una pagina tra l’altro di straordinaria fragranza non solo teologica, ma anche narrativa, Abramo si trova di fronte alla prova più ardua della sua fede. Dio infatti lo invita quasi a smentire se stesso: Isacco non era forse il figlio della promessa e quindi il dono di Dio per eccellenza? Come andare contro la promessa stessa di Dio per ordine dello stesso Dio, uccidendo Isacco, cancellando per ciò stesso il senso della promessa? Si tratta qui, dunque, di un’esperienza che è l’esperienza più lacerante possibile, più tenebrosa. In quel momento appare un Dio amato e crudele allo stesso tempo e Abramo deve credere in lui correndo il rischio estremo, il rischio dell’assurdo, perdendo tutte le ragioni del credere, comprese le ragioni stesse della fede, cioè il figlio suo, dono di Dio. È per questo motivo che l’autore sacro, nel descrivere i tre giorni di viaggio per ascendere le pendici del monte Moria, mette in scena un dialogo tra Abramo e suo figlio continuamente ritmato sulle relazioni di paternità e filiazione: « padre mio », « figlio mio », si dicono continuamente tra di loro, aggrappandosi all’unico valore che essi hanno, quello della paternità e della filiazione, cioè a un valore umano, in quanto non c’è più ormai alcun valore evidente di fede che possa aiutare in questo pellegrinaggio verso l’assurdo. E lassù sul monte, alla fine, si consuma il dramma.
Come sappiamo questa pagina della Genesi ha avuto un commento straordinario in un’opera di grande finezza filosofica e teologica, Timore e tremore di Soeren Kierkegaard. Il filosofo danese fa una considerazione a mio avviso molto interessante nel parlare del monte Moria-Sion come monte della fede. Egli ricorda come questo viaggio, questa ascesa al monte sia sicuramente il paradigma per eccellenza del vero credere e commenta questa considerazione utilizzando un’immagine che tra l’altro appartiene al mondo dell’Oriente. Egli dice che quando la madre deve svezzare il suo bambino si tinge di nero il seno perché il piccolo non l’abbia più a desiderare; in quel momento il bambino odia sua madre perché gli toglie la sorgente del suo piacere, del suo cibo, del suo alimento; in quel momento il bambino sente che la madre in un certo senso lo costringe ad andare lontano da lei. Questo è un gesto che alla madre costa; vi sono, come sappiamo, delle madri che questo gesto non lo fanno mai. Tutti abbiamo conosciuto nella vita qualche persona di cui si usa dire che non ha avuto mai il cordone ombelicale staccato da sua madre; si tratta di quelle persone incapaci, sempre timorose, che sempre hanno bisogno di tornare al grembo della madre, che hanno paura del mondo. La madre, dunque, quando stacca il figlio da sé, compie un gesto che a lei costa, ma alla fine risulta un gesto d’amore perché in quel momento il figlio diventa finalmente una creatura libera che cammina per il mondo da sola.
Il gesto che Dio fa sul monte Moria vuol significare dunque che il credere deve essere frutto totale e assoluto di una decisione libera dell’uomo, non dipendere cioè dall’aver ricevuto dei doni, con la relativa certezza quindi che il credere sia simile a un evento economico, un dare e ricevere. È per questo motivo allora che nel finale si dà del monte Moria un’etimologia che, come spesso succede nelle etimologie bibliche, filologicamente non è probabilmente fondata: secondo tale etimologia il significato del termine sarebbe « là sul monte Dio provvede »; è dunque il monte della provvidenza di Dio, dell’amore di Dio nei confronti della sua creatura, è il luogo nel quale Dio vede che ormai la fede di Abramo è totale e assoluta, pronta anche a strapparsi il figlio dalle proprie viscere.
Seconda considerazione a proposito del monte Sion. Facciamo riferimento a Isaia (2, 1-5). Si tratta di una pagina anche questa di grande bellezza letteraria, è il grande Isaia, il Dante della letteratura ebraica. Qui si rappresenta il monte Sion avvolto di luce mentre delle tenebre planetarie, potremmo dire, si stendono su tutto il mondo. All’interno di questa oscurità si muovono processioni di popoli e queste processioni hanno come punto di riferimento questo monte, che certo non è il più importante della terra. I popoli vengono da regioni diverse, salgono il monte, il monte della parola di Dio, e una volta che sono saliti in Sion ecco che lasciano cadere dalle mani le armi; le spade vengono trasformate in vomeri e le lance in falci e Isaia dice: « Essi non si eserciteranno più nell’arte della guerra ». Sion diventa il luogo nel quale tutti i popoli della terra convergono e là fanno cadere l’odio e costruiscono invece la pace; cancellano la guerra e costruiscono un mondo di armonia.
E qui, per inciso, possiamo osservare come il testo di Isaia sia attuale; sempre nella storia di Israele le pietre di Sion sono striate di sangue, e ancor più, purtroppo, ai nostri giorni. Tutti i popoli hanno dunque, come dice la Bibbia, diritto di cittadinanza in Sion, non solo gli Ebrei; e tutti i popoli, quando trasformano i vomeri in spade, gli strumenti per lavorare la terra in strumenti di guerra, compiono un atto blasfemo nei confronti del sogno di Dio.
Nel salmo 87 possiamo incontrare una ulteriore conferma a quanto abbiamo appena detto. Troviamo qui una formula che in ebraico è ripetuta tre volte, anche se con una variazione: jullad sham / jullad bah, « tutti là sono nati / in essa sono nati » tutti i popoli della terra. Questa formula, tecnicamente parlando, era la formula propria dell’anagrafe, dell’iscrizione nei registri di una città. Nel salmo in questione l’elenco delle nazioni, dei luoghi che vengono citati, è in pratica la planimetria del mondo allora conosciuto; si va da Rahab, che indica l’Egitto, a Babel, che indica Babilonia, la superpotenza occidentale e quella orientale, quindi. Viene nominata anche la Palestina, i Filistei, anche loro con diritto di cittadinanza in Gerusalemme; vengono nominati tutti i popoli della terra, anche i più remoti: tutti trovano in Gerusalemme il loro luogo di nascita, tutti hanno un diritto nativo in Gerusalemme. Alla fine il poeta immagina che tutti questi popoli così diversi tra loro siano in Sion e siano là cantando e danzando, ripetendo questa loro professione d’amore nel monte Sion, il monte del tempio: « In te sono tutte le nostre sorgenti ».
Terza considerazione: dopo il monte della fede e il monte della pace, ecco ora profilarsi in Sion il monte di Dio per eccellenza, il monte dell’incrocio e dell’abbraccio tra Dio e l’uomo. È bellissimo il termine con cui viene definito nella Bibbia il tempio; di per sé è il termine che viene usato quando si parla del santuario mobile nel deserto, lo si chiama in ebraico ‘ohel mo’ed, cioè « la tenda dell’incontro », naturalmente la tenda dell’incontro degli Ebrei tra di loro: è, infatti, il luogo dell’assemblea, qahal in ebraico, l’assemblea dei figli di Israele. Ma è anche il luogo dell’incontro e dell’abbraccio dell’uomo con Dio. Possiamo osservare allora come il santuario di Sion non corrisponda ai templi magici: qui si tratta dell’incrocio, dell’intreccio, dell’abbraccio di due libertà. Tant’è vero che, se Israele è peccatore, Dio non è costretto a stare nel tempio di Sion. Conosciamo la riflessione che fanno, ad esempio, i profeti Geremia ed Ezechiele a proposito della presenza di Dio in Sion. Secondo Geremia, se Sion si trasforma in una spelonca di ladri, Dio allora non è più lì, non è costretto nel perimetro sacro e consacrato, quasi per una costrizione magica.
È significativo il capitolo ottavo del Primo Libro dei Re dove si parla della grande preghiera di dedicazione del santuario di Sion che Salomone pronuncia dopo aver eretto il tempio. Vi sono due frasi che ora riporteremo e che mostrano veramente come lì si compia il mo’ed, cioè l’incontro, il convegno. Al versetto 27 si dice: « I cieli e i cieli dei cieli, o Signore, non ti possono contenere, quanto meno questa casa che io ho costruita! ». Dio, che è infinito, non può essere compreso nel perimetro sacro di un tempio, Dio non può essere costretto magicamente a essere lì, ma come si dice al versetto 30: « Ascolta la supplica del tuo (…) popolo, quando pregheranno in questo luogo. Ascoltali dal luogo della tua dimora ». Possiamo qui osservare come Dio giunga dalla sua dimora celeste, che è il simbolo appunto della trascendenza, ad ascoltare il grido che l’uomo eleva verso di lui: ecco allora che il tempio di Sion diventa il luogo del dialogo.
Di Sion abbiamo dato dunque tre definizioni: in primo luogo monte della fede, della fede più pura, più assoluta, sotto il nome di monte Moria, il monte sul quale Abramo, padre di Israele, padre della nostra fede di cristiani, padre attraverso Ismaele dell’Islam, compie il suo atto di fede. Ciò che è importante qui non sono le opere, ma il suo atto di fede in Dio, fede pura e totale. Seconda definizione: luogo della pace, del sogno di Dio in un’umanità che si incrocia e si riunisce in Sion. Infine, terzo momento, luogo dell’intreccio delle mani di Dio e dell’uomo attraverso il santuario.
Passiamo ora al secondo monte che costituisce un momento obbligato di riflessione: il monte Sinai, un monte evidentemente carico di risonanze, a proposito del quale vorrei però anche in questo caso indicare solamente tre dimensioni. La prima: il Sinai è il luogo della teofania, della grande manifestazione del Dio misterioso. « Sul far del mattino vi furono tuoni e lampi, una nube densa sul monte, un suono fortissimo di tromba, tutto il popolo che era nell’accampamento fu scosso da terrore » (Esodo, 19-26). Siamo di fronte alla celebrazione per eccellenza del tremendum di Dio, è il luogo questo nel quale Dio ci fa scoprire tutta l’impotenza dell’uomo – chi è stato sul Sinai riesce anche a intuirlo proprio nell’atmosfera stessa di questo monte, monte solitario, monte desolato, arido, attraversato dal vento, prosciugato dall’incandescenza del sole, mutevole anche per i cangianti colori delle sue pietre durante la giornata.
Seconda riflessione: è anche il luogo della « teo-logia », cioè non solo della manifestazione, dell’apparizione di Dio, ma anche della parola di Dio. A questo proposito vorrei ricordare, oltre al Decalogo che ci giunge da questo monte – le dieci parole fondamentali sulle quali si organizza ancora la nostra pur dispersa e tante volte anche disordinata e distratta società – soprattutto un bellissimo versetto del quinto libro della Bibbia, il Deuteronomio, laddove Mosè, ricordando quell’esperienza, dice: « Il Signore vi parlò dal fuoco, voi udivate soltanto qôl devarîm [cioè una voce di parole, un suono di parole], ma non vedevate alcuna figura », non c’era nessuna temunah, nessuna figura, zulatî qôl, ma « soltanto una voce ». Bellissima questa intuizione che ci ricorda come sul monte noi scopriamo soltanto la voce circondata dal silenzio. Eccoci dunque a una seconda esperienza fondamentale: la parola da scoprire sul monte, la « teo-logia ».
In terzo luogo vorrei porre l’accento su di un vocabolo che non è evidentemente nella Bibbia e neppure è normalmente usato nella teologia; è un vocabolo coniato da Pierre Teilhard de Chardin per parlare del manifestarsi di Dio che si riflette in noi: egli utilizza il termine « diafania ». Teofania, teologia e ora diafania, ovvero il passare di un Dio « diafano » attraverso di noi, attraverso la terra, attraverso il monte in questo caso.
È dunque per questo motivo che il Sinai diventa anche il luogo dell’intimità di Dio, non unicamente del Dio terribile, affatto diverso da noi, totalmente altro, non soltanto del Dio che ti dà la sua parola, ma anche del Dio che persino si adatta a te, entrando misteriosamente accanto a te con tenerezza.
A questo punto non possiamo allora prescindere da due riferimenti biblici molto significativi. Innanzitutto quella bellissima, indimenticabile esperienza di Elia sul monte Horeb – un altro nome per il Sinai – che viene descritta nella Bibbia nel primo libro dei Re. Dio non si presenta qui con l’apparato teofanico, pur legittimo, Dio non è nel vento che spacca la roccia, non è nel fulmine, nella folgore, non è nel terremoto che sommuove la terra, ma semplicemente Dio è in « un mormorio di vento leggero ». In ebraico tutto ciò viene espresso con tre parole, tre parole che sono veramente un capolavoro anche dal punto di vista dell’intuizione: Elia scopre soltanto qôl demamah daqqah, cioè qôl « voce, suono », demamah « silenzio », daqqah « sottile ». Dio diventa una voce di silenzio sottile, un silenzio « bianco » che riassume in sé tutti i colori, come il bianco riassume tutto lo spettro cromatico. Dio si adatta talmente da avvolgerci pacatamente con la quiete del silenzio. Un’esperienza appunto che anche il laico, incontrando il silenzio, prova sulla montagna.
L’altro riferimento è al Sinai cristiano, cioè al monte delle Beatitudini. Come sappiamo gli esegeti spiegano che seppur la tradizione l’abbia identificato con quel bellissimo poggio che si affaccia sul lago di Tiberiade, in realtà si tratta di un monte teologico più che di un monte orografico, topografico. Tant’è vero che una parte del discorso che Matteo mette sul monte, Luca, nel capitolo sesto del suo Vangelo, lo ambienta in un luogo pianeggiante, campestre. Le Beatitudini probabilmente sono enunciate in un’area attorno alla sponda del lago di Tiberiade, abbiamo però bisogno di collocarle proprio su un monte, il monte della teofania, della teologia, della diafania perché in Matteo Cristo diventa il nuovo Mosè, il Mosè per eccellenza, che raccoglie e compendia tutto l’insegnamento di Mosè. Noi sappiamo che Gesù fa riferimento proprio ai testi del Sinai portandoli all’estreme conseguenze, radicalizzandoli, mostrando la vicinanza assoluta di Dio che, attraverso le Beatitudini e il discorso della montagna, si presenta come il Dio d’amore, della pienezza, della intimità assoluta. Lutero usava un’espressione paradossale in latino, persino ironica potrebbe apparire, per rappresentare Cristo in quel momento. Egli diceva che sul monte delle beatitudini Cristo è Mosissimus Moses, è il Mosè all’ennesima potenza. Tutto quello che Mosè aveva rappresentato ora Cristo ce lo rappresenta mostrandoci non solo la trascendenza, non solo la parola di Dio ma anche la sua intimità.
Giungiamo così al terzo e ultimo monte della Bibbia. Il monte che ora citeremo, quasi inesistente dal punto di vista orografico, è un punto di passaggio obbligato per noi cristiani: si tratta infatti del Golgota, del Calvario. Un monte che di sua natura è, come abbiamo detto, irrilevante – chi è stato a Gerusalemme sa che il monte è inglobato ormai all’interno della basilica del Santo Sepolcro -: si tratta di uno sperone roccioso di sei o sette metri, chiamato Golgota, in aramaico « cranio », probabilmente per la sua forma tondeggiante, o forse perché lì vicino c’erano le sepolture dei condannati a morte. L’etimologia qui ora non ci interessa; vogliamo però sottolineare come in Occidente tutti, anche coloro che non hanno nessuna fede in Cristo, sanno che cos’è il Calvario (traduzione latina della parola aramaica Golgota), tanto che l’espressione « un calvario di sofferenze » è diventata un modo di dire comune.
Se analizziamo questo luogo, soprattutto attraverso la teologia dei Vangeli e in particolare del quarto Vangelo, ci accorgiamo che esso è, sì, il monte della morte ma anche, a ben vedere, il monte della vita; è il monte dell’umanità, della tragedia di un Dio che assume la finitudine fino al punto da bere il calice della sofferenza, della solitudine, della tristezza, del silenzio di Dio (« Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? »); ma è insieme anche il luogo nel quale Giovanni già ci mostra la gloria dell’elevazione, della resurrezione. Il Calvario è già anche il monte dell’ascensione, è già il monte degli Ulivi, è il monte anche della glorificazione, dell’esaltazione, della speranza. Il Calvario è dunque insieme monte del dolore e del sangue e monte della gloria e dell’infinito. A questo punto giungiamo a capire come il Calvario riesca a riassumere quelle due dimensioni a cui sempre abbiamo fatto riferimento. Sul monte infatti è sempre Dio che noi cerchiamo, però siamo noi a salire, siamo noi che con la nostra fatica ascendiamo.
Vorrei concludere parlando della mistica della montagna. Sappiamo infatti come tutta la tradizione mistica abbia usato spesso la montagna come una parabola. Voglio qui accennare – sperando che magari qualcuno abbia l’occasione di riprendere in mano o di leggerlo se non l’ha mai fatto – a un libro, in verità arduo e che, tra l’altro, ha come punto di riferimento un monte biblico: intendo riferirmi alla Salita del monte Carmelo, uno dei capolavori, insieme con il Commento al Cantico dei Cantici, di Giovanni della Croce, Juan de la Cruz.
Giovanni della Croce scrive questo libro nel 1578, libro che poi non completa. È un testo raffinatissimo dal punto di vista della ricerca intellettuale, ma anche soprattutto dal punto di vista della mistica, un testo carico di simboli, ma anche di esperienze interiori. È curioso tra l’altro come il santo abbia disegnato più volte – tant’è vero che ne esistono più copie di sua mano e molte altre fatte dai suoi discepoli – un bozzetto del monte Carmelo, micrografandolo poi con scritte che indicano i vari percorsi, i vari itinerari di ascesi, di purificazione oltre che di illuminazione. Questo disegno, con le indicazioni relative al percorso di salita rappresentato in maniera folgorante, Giovanni lo dava alle suore di cui era confessore perché lo tenessero nel loro libro di preghiere.
Nel descrivere questa salita al monte egli inizia con una poesia, dichiarando di volerla poi commentare, mentre in realtà ne commenterà effettivamente solo una strofa. Nel monte Carmelo, il monte di Elia, il monte della sfida con l’idolatria (1 Re, 18), il monte dell’ordine carmelitano a cui Giovanni apparteneva, egli riassume tutta una serie di significati insieme ascetici e mistici. Il termine « ascesi » a noi purtroppo evoca solo l’idea della fatica, della purificazione in senso negativo; questo non è del tutto vero in quanto qui l’ascesi si intreccia già con la mistica.
« Ascesi » infatti, come dice il termine greco àskesis, non vuol dire « penitenza », ma semmai « esercizio ». Pensiamo ad esempio all’acrobata, a quei disegni così improbabili che egli fa e che sfidano le leggi stesse della fisica; l’acrobata compie tutto ciò con estrema facilità perché alla base c’è un esercizio che alla fine diventa creatività, disegno. E pensiamo anche alla professione della ballerina. Osservandone gli eleganti e dinamici tratti nell’atto della danza ci si rende conto di cosa voglia dire riuscire a costruire l’equilibrio sulla punta di un piede, che cosa comporti tutto quel gioco di movimenti che anche in questo caso rappresentano una sfida continua alle leggi della fisica. Per lei, però, tutto ciò non avviene ora attraverso il calcolo e la fatica, ma semmai attraverso un libero abbandono che produce e suppone divertimento e creatività.
Questa è l’ascesi, è fatica indubbiamente, è esercizio pesante, ma alla fine giunge a essere grande creatività che è al tempo stesso grande libertà.

Abraham and three Angels

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PREGHIERE AGLI ANGELI E AGLI ARCANGELI

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PREGHIERE AGLI ANGELI E AGLI ARCANGELI

ALL’ANGELO CONSOLATORE DI GESÙ NELL’ORTO
Questa preghiera fu composta dal Servo di Dio p. Bernardino di Porto­gruaro O.F.M. Il venerando Padre, ag­giungeva: « Questa devozione è molto utile nelle pene che il buon Dio ci man­da. Chi ebbe la missione di consolare il Capo nella sua agonia, ha ricevuto pure il potere e la missione di consolare anche le membra nelle loro pene, ma soprattut­to nell’agonia. Fatene la prova e vedrete che la devozione verso l’Angelo Con­solatore di Gesù vi riuscirà immensa­mente vantaggiosa in tutta la vostra vita e nell’ora della vostra morte ».
Io vi saluto, o Santo Angelo Consola­tore del mio Gesù agonizzante, e lodo con voi la Ss.ma Trinità per avervi scelto, fra tutti, a consolare e fortificare Colui che è la consolazione e la forza di tutti gli afflitti. Vi supplico per questo onore che avete avuto e per l’obbedienza, l’umiltà e l’affetto con cui avete soccorso la Santa Umanità del mio Salvatore Gesù, che soccombeva per il dolore alla vista dei peccati del mondo, e in special modo dei miei: ottenetemi il perfetto dolore delle mie colpe; degnatevi di consolarmi nel­l’afflizione che ora mi opprime, e in tutte le altre che potranno sopravvenirmi in seguito, e particolarmente quando mi troverò nell’agonia. Amen.
(Indulgenza parziale. S. Penit., 5 agosto1921).
Si aggiungano tre Gloria Patri, per onorare le agonie di nostro Signore Gesù Cristo nell’orto e sulla Croce.

PREGHIERA A TUTTI GLI ANGELI  (di San Pietro d’Alcantara)
O beatissimi Spiriti che tanto avvam­pate del fuoco d’amore pel vostro Dio Creatore, e voi soprattutto, ardenti Se­rafini, che i Cieli e la terra accendete di Carità divina, non abbandonate il pove­ro infelice mio cuore; ma, come già face­ste del labbro d’Isaia, purificatelo da tut­ti i suoi peccati, ed infiammatelo del vo­stro ardentissimo amore, affinché non ami che il Signore, lui solo cerchi e in lui solo riposi nei secoli dei secoli. Così sia. Santi Angeli pregate per noi.

Per la protezione personale
O Dio, che chiami gli Angeli e gli uomini a cooperare al Tuo disegno di salvezza, concedi a noi, pellegrini sulla terra, la protezione degli Spiriti Beati, che in cielo stanno davanti a Te per servirti e contemplano la gloria del Tuo Volto. Per Cristo nostro Signore.
(Liturg. di S. Michele)

All’Angelo della Gloria
Noi proclamiamo, Signore, la Tua Gloria che risplende negli Angeli e negli Arcangeli; onorando questi Tuoi messaggeri, esaltiamo la Tua infinita bontà; negli Spiriti Beati Tu ci riveli quanto sei grande e amabile al di sopra di ogni creatura, per Cristo nostro Signore.
(Prefazio degli Angeli)

All’Angelo della Casa
Visita, Signore, la nostra casa e allontana da noi ogni insidia del nemico infernale; i Tuoi Angeli Santi ci custodiscano nella pace e sia sempre sopra di noi la Tua Benedizione. Per Cristo nostro Signore.
(Liturg. di Compieta)

Ai tre Arcangeli
Venga dal Cielo nelle nostre case l’Angelo della pace, Michele, venga portatore di serena pace e releghi nell’inferno le guerre, fonte di tante lacrime.
Venga Gabriele, l’Angelo della forza, scacci gli antichi nemici e visiti i templi cari al Cielo, che Egli trionfatore ha fatto elevare sulla Terra.
Ci assista Raffaele, l’Angelo che presiede alla salute; venga a guarire tutti i nostri malati e a dirigere i nostri incerti passi per i sentieri della vita.
(Liturg. degli Angeli custodi)

Per la protezione dalle forze oscure (preghiera medioevale)
Signore, manda tutti i santi Angeli e Arcangeli. Manda il santo Arcangelo Michele, il santo Gabriele, il santo Raffaele, affinché siano presenti e difendano e proteggano questo tuo servo, Tu che lo plasmasti, cui desti un’anima e per il quale Ti degnasti di profondere il Tuo sangue. Lo proteggano, lo illuminino quando è sveglio, quando dorme, lo rendano così tranquillo e sicuro da ogni manifestazione diabolica, che nessun essere che abbia maligno potere possa in lui entrare giammai. Né osi offendere o ferire la sua anima, il suo corpo, il suo spirito o atterrirli o solleticarli con la tentazione.

Agli Arcangeli
Glorioso Arcangelo Michele, principe delle milizie celesti, difendici contro tutti i nostri nemici visibili e invisibili e non permettere mai che cadiamo sotto la loro crudele tirannia.
San Gabriele Arcangelo, tu che giustamente sei chiamato la forza di Dio, poiché sei stato scelto per annunciare a Maria il mistero in cui l’Onnipotente doveva manifestare meravigliosamente la forza del suo braccio, facci conoscere i tesori racchiusi nella persona del Figlio di Dio e sii nostro messaggero presso la sua santa Madre!
San Raffaele Arcangelo, guida caritatevole dei viaggiatori, tu che, con la potenza divina, operi miracolose guarigioni, degnati di guidarci nel corso del nostro pellegrinaggio terreno e suggerisci i veri rimedi che possono guarire le nostre anime e i nostri corpi. Amen.

Agli Arcangeli
San Michele Arcangelo difendici nella battaglia; sii tu nostro sostegno contro la perfidia e le insidie del diavolo, che Dio eserciti il suo dominio su di lui, te ne preghiamo supplichevoli; e tu, o Principe della milizia celeste, con la potenza divina ricaccia nell’inferno Satana e gli altri spiriti maligni, i quali errano nel mondo per perdere le anime. Amen.
O glorioso Arcangelo san Gabriele io condivido la gioia che provasti nel recarti, quale celeste messaggero, a Maria, ammiro il rispetto col quale ti presentasti a lei, la devozione con cui la salutasti, l’amore con cui, primo fra gli Angeli, adorasti il Verbo incarnato nel suo seno. Ti prego di ottenermi di ripetere con gli stessi tuoi sentimenti il saluto che allora rivolgesti a Maria e di offrire con lo stesso amore gli ossequi che allora presentasti al Verbo fatto Uomo, con la recita del Santo Rosario e dell’Angelus Domini. Amen.
O glorioso Arcangelo san Raffaele che, dopo aver custodito gelosamente il figlio di Tobia nel suo fortunoso viaggio, lo rendeste finalmente ai suoi cari genitori salvo e incolume, unito a una sposa degna di lui, siate guida fedele anche a noi: superate le tempeste e gli scogli di questo mare procelloso del mondo, tutti i vostri devoti possano raggiungere felicemente il porto della beata eternità. Amen.

Ai nove cori degli Angeli
Angeli santissimi, vegliate su di noi, dovunque e sempre. Arcangeli nobilissimi, presentate a Dio le nostre preghiere e i nostri sacrifici. Virtù celesti, donateci forza e coraggio nelle prove della vita. Potenze dell’Alto, difendeteci contro i nemici visibili e invisibili. Principati sovrani, governate le nostre anime e i nostri corpi. Dominazioni altissime, regnate di più sulla nostra umanità. Troni supremi, otteneteci la pace. Cherubini pieni di zelo, dissipate tutte le nostre tenebre. Serafini pieni di amore, infiammateci di ardente amore per ilSignore. Amen

Publié dans:angeli, preghiere |on 28 septembre, 2013 |Pas de commentaires »

I tre Arcangeli

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Publié dans:immagini sacre |on 27 septembre, 2013 |Pas de commentaires »

29 SETTEMBRE: GLI ARCANGELI MICHELE, GABRIELE E RAFFAELE

http://www.donboscoland.it/articoli/articolo.php?id=128073

29 SETTEMBRE: GLI ARCANGELI MICHELE, GABRIELE E RAFFAELE

(è il mio onomastico… Gabriella)

Essi vengono da Dio «inviati in servizio, a vantaggio di coloro che devono essere salvati». La nostra «azione di grazie», l’ Eucaristia, è una «concelebrazione» in cui ci uniamo agli Angeli nel triplice canto: «Santo, Santo, Santo il Signore Dio dell’universo».

            Michele, nome ebraico che vuol dire « Chi è come Dio? » viene ricordato nel libro di Daniele del popolo eletto (Dan 10,13 e 12,1). La lettera di san Giuda lo presenta in lotta contro Satana per il corpo di Mosè. Anche l’Apocalisse ricorda il combattimento di Michele e dei suoi angeli contro il drago. La liturgia dei defunti lo vuole accompagnatore delle anime. Molto venerato dagli Ebrei divenne presto assai popolare nel culto cristiano. Il 29-IX cade l’anniversario della dedicazione di una chiesa in suo onore sulla via Salaria (sec. V).

          Gabriele «forza di Dio», si presentò a Zaccaria come «colui che sta al cospetto di Dio» (Lc 1,19). Portare l’annuncio di Dio è il compito che gli riconosce Daniele (8,16; 9,21): annunziò infatti la nascita del Battista e di Gesù Cristo (Lc 1,5-22.26-38).

          Raffaele, «Dio ha curato», compare nel libro di Tobia come accompagnatore nel viaggio del giovane Tobia e come portatore di salvezza al vecchio padre cieco.

          San Luca mostra sovente l’intervento degli angeli nelle origini della Chiesa perché con la venuta di Cristo l’umanità è entrata nell’era definitiva in cui Dio è vicino all’uomo e il cielo è unito alla terra. Essi vengono da Dio «inviati in servizio, a vantaggio di coloro che devono essere salvati». La nostra «azione di grazie», l’ Eucaristia, è una «concelebrazione» in cui ci uniamo agli Angeli nel triplice canto: «Santo, Santo, Santo il Signore Dio dell’universo». 
Dalle «Omelie sui vangeli» di san Gregorio Magno, papa
          E’ da sapere che il termine «angelo» denota l’ufficio, non la natura. Infatti quei santi spiriti della patria celeste sono sempre spiriti, ma non si possono chiamare sempre angeli, poiché solo allora sono angeli, quando per mezzo loro viene dato un annunzio. Quelli che recano annunzi ordinari sono detti angeli, quelli invece che annunziano i più grandi eventi son chiamati arcangeli.
          Per questo alla Vergine Maria non viene inviato un angelo qualsiasi, ma l’arcangelo Gabriele. Era ben giusto, infatti, che per questa missione fosse inviato un angelo tra i maggiori, per recare il più grande degli annunzi. A essi vengono attribuiti nomi particolari, perché anche dal modo di chiamarli appaia quale tipo di ministero è loro affidato. Nella santa città del cielo, resa perfetta dalla piena conoscenza che scaturisce dalla visione di Dio onnipotente, gli angeli non hanno nomi particolari, che contraddistinguono le loro persone, ma quando vengono a noi per qualche missione, prendono anche il nome dall’ufficio che esercitano.
Così Michele significa: Chi è come Dio?, Gabriele: Fortezza di Dio, e Raffaele: Medicina di Dio.
          Quando deve compiersi qualcosa che richiede grande coraggio e forza, si dice che è mandato Michele, perché si possa comprendere, dall’azione e dal nome, che nessuno può agire come Dio. L’antico avversario che bramò, nella sua superbia, di essere simile a Dio, dicendo: Salirò in cielo (cfr. Is 14, 13-14), sulle stelle di Dio innalzerò il trono, mi farò uguale all’Altissimo, alla fine del mondo sarà abbandonato a se stesso e condannato all’estremo supplizio. Orbene egli viene presentato in atto di combattere con l’arcangelo Michele, come è detto da Giovanni: «Scoppiò una guerra nel cielo: Michele e i suoi angeli combattevano contro il drago» (Ap 12, 7).
          A Maria è mandato Gabriele, che è chiamato Fortezza di Dio; egli veniva ad annunziare colui che si degnò di apparire nell’umiltà per debellare le potenze maligne dell’aria. Doveva dunque essere annunziato da «Fortezza di Dio» colui che veniva quale Signore degli eserciti e forte guerriero.
          Raffaele, come abbiamo detto, significa Medicina di Dio. Egli infatti toccò gli occhi di Tobia, quasi in atto di medicarli, e dissipò le tenebre della sua cecità. Fu giusto dunque che venisse chiamato «Medicina di Dio» colui che venne inviato a operare guarigioni.

Preghiera
San Michele Arcangelo,
difendici nella lotta;
sii nostro aiuto contro la cattiveria e le insidie del demonio.
Gli comandi Iddio,
supplichevoli ti preghiamo:
tu, che sei il Principe della milizia celeste,
con la forza divina rinchiudi nell’inferno Satana
e gli altri spiriti maligni
che girano il mondo
per portare le anime alla dannazione.
Amen.

Angeli e arcangeli nella fede cattolica
            Le affermazioni sugli angeli, nella fede cattolica, sono precise ed insieme discrete. Se ne riconosce come verità di fede l’esistenza ed il ministero di servitori di Cristo e della sua opera di salvezza e, perciò, la loro presenza a vantaggio dell’uomo e della Chiesa. E’ la testimonianza biblica il continuo punto di riferimento per queste affermazioni teologiche.

Gli angeli nel Catechismo della Chiesa cattolica
            L’esistenza degli esseri spirituali, incorporei, che la Sacra Scrittura chiama abitualmente angeli, è una verità di fede. La testimonianza della Scrittura è tanto chiara quanto l’unanimità della Tradizione.

Chi sono?
             Sant’Agostino dice a loro riguardo: “Angelus officii nomen est, non naturae. Quaeris nomen huius naturae, spiritus est; quaeris officium, angelus est: ex eo quod est, spiritus est, ex eo quod agit, angelus – La parola angelo designa l’ufficio, non la natura. Se si chiede il nome di questa natura si risponde che è spirito; se si chiede l’ufficio, si risponde che è angelo: è spirito per quello che è, mentre per quello che compie è angelo” [Sant'Agostino, Enarratio in Psalmos, 103, 1, 15]. In tutto il loro essere, gli angeli sono servitori e messaggeri di Dio. Per il fatto che “vedono sempre la faccia del Padre. . . che è nei cieli” (Mt 18,10), essi sono “potenti esecutori dei suoi comandi, pronti alla voce della sua parola” (Sal 103,20).
            In quanto creature puramente spirituali, essi hanno intelligenza e volontà: sono creature personali [Cf Pio XII, Lett. enc. Humani generis: Denz. -Schönm., 3891] e immortali [Cf Lc 20,36]. Superano in perfezione tutte le creature visibili. Lo testimonia il fulgore della loro gloria [Cf Dn 10,9-12].

Cristo “con tutti i suoi angeli”
            Cristo è il centro del mondo angelico. Essi sono “i suoi angeli”: “Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli… ” (Mt 25,31). Sono suoi perché creati per mezzo di lui e in vista di lui: “Poiché per mezzo di lui sono state create tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili: Troni, Dominazioni, Principati e Potestà. Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui” (Col 1,16). Sono suoi ancor più perché li ha fatti messaggeri del suo disegno di salvezza: “Non sono essi tutti spiriti incaricati di un ministero, inviati per servire coloro che devono ereditare la salvezza?” (Eb 1,14).
            Essi, fin dalla creazione [Cf Gb 38,7] e lungo tutta la storia della salvezza, annunciano da lontano o da vicino questa salvezza e servono la realizzazione del disegno salvifico di Dio: chiudono il paradiso terrestre, [Cf Gen 3,24] proteggono Lot. [Cf Gen 19] salvano Agar e il suo bambino, [Cf Gen 21,17] trattengono la mano di Abramo; [Cf Gen 22,11] la Legge viene comunicata “per mano degli angeli” (At 7,53), essi guidano il Popolo di Dio, [Cf Es 23,20-23] annunziano nascite [Cf Gdc 13] e vocazioni, [Cf Gdc 6,11-24; Is 6,6] assistono i profeti, [Cf 1Re 19,5] per citare soltanto alcuni esempi. Infine, è l’angelo Gabriele che annunzia la nascita del Precursore e quella dello stesso Gesù [Cf Lc 1,11; Lc 1,26].
            Dall’Incarnazione all’Ascensione, la vita del Verbo incarnato è circondata dall’adorazione e dal servizio degli angeli. Quando Dio “introduce il Primogenito nel mondo, dice: lo adorino tutti gli angeli di Dio” (Eb 1,6). Il loro canto di lode alla nascita di Cristo non ha cessato di risuonare nella lode della Chiesa: “Gloria a Dio… ” (Lc 2,14). Essi proteggono l’infanzia di Gesù, [Cf Mt 1,20; Mt 2,13; Mt 1,19] servono Gesù nel deserto, [Cf Mc 1,12; Mt 4,11] lo confortano durante l’agonia, [Cf Lc 22,43] quando egli avrebbe potuto da loro essere salvato dalla mano dei nemici [Cf Mt 26,53] come un tempo Israele [Cf 2Mac 10,29-30; 2Mac 11,8]. Sono ancora gli angeli che “evangelizzano” (Lc 2,10) annunziando la Buona Novella dell’Incarnazione [Cf Lc 2,8-14] e della Risurrezione [Cf Mc 16,5-7] di Cristo. Al ritorno di Cristo, che essi annunziano, [Cf At 1,10-11] saranno là, al servizio del suo giudizio [Cf Mt 13,41; Mt 25,31; Lc 12,8-9].

Gli angeli nella vita della Chiesa
            Allo stesso modo tutta la vita della Chiesa beneficia dell’aiuto misterioso e potente degli angeli [Cf At 5,18-20; At 8,26-29; At 10,3-8; At 12,6-11; At 27,23-25].
            Nella Liturgia, la Chiesa si unisce agli angeli per adorare il Dio tre volte santo; [Messale Romano, “Sanctus”] invoca la loro assistenza (così nell’“In Paradisum deducant te angeli…” – In Paradiso ti accompagnino gli angeli – della Liturgia dei defunti, o ancora nell’“Inno dei Cherubini” della Liturgia bizantina), e celebra la memoria di alcuni angeli in particolare (san Michele, san Gabriele, san Raffaele, gli angeli custodi).
            Dal suo inizio [Cf Mt 18,10] fino all’ora della morte [Cf Lc 16,22] la vita umana è circondata dalla loro protezione [Cf Sal 34,8; Sal 91,10-13] e dalla loro intercessione [Cf Gb 33,23-24; Zc 1,12; Tb 12,12]. “Ogni fedele ha al proprio fianco un angelo come protettore e pastore, per condurlo alla vita” [San Basilio di Cesarea, Adversus Eunomium, 3, 1: PG 29, 656B]. Fin da quaggiù, la vita cristiana partecipa, nella fede, alla beata comunità degli angeli e degli uomini, uniti in Dio.

Publié dans:angeli, feste |on 27 septembre, 2013 |Pas de commentaires »

COMENTO ALLE LETTURE DELLA DOMENICA – AMOS 6,1A.4-7

http://www.nicodemo.net/NN/commenti_p.asp?commento=Amos%206,1a.4-7

BRANO BIBLICO SCELTO – AMOS 6,1A.4-7

Così dice il Signore onnipotente:
1 « Guai agli spensierati di Sion
e a quelli che si considerano sicuri sulla montagna di Samaria!
4 Essi su letti d’avorio e sdraiati sui loro divani
mangiano gli agnelli del gregge e i vitelli cresciuti nella stalla.
5 Canterellano al suono dell’arpa,
si pareggiano a Davide negli strumenti musicali;
 6 bevono il vino in larghe coppe
e si ungono con gli unguenti più raffinati,
ma della rovina di Giuseppe non si preoccupano.
7 Perciò andranno in esilio in testa ai deportati
e cesserà l’orgia dei buontemponi ».

COMMENTO

I rischi di una vita dissoluta
Nel libro di Amos, dopo una serie di oracoli contro le nazioni (Am 1,3 – 2,16) e prima delle cinque visioni avute dal profeta (Am 7,1 – 9,10), è riportata una raccolta di oracoli contro Israele (Am 3,1 – 6,14). All’ultimo posto si situa un oracolo (6,1-14), la cui unità tematica è indicata dal riferimento alla «casa d’Israele» e dalla menzione di coloro che si sentono sicuri, fiduciosi, e infine dalla contrapposizione tra «la prima fra le nazioni» e «la nazione che li opprimerà». Il testo si articola in due sezioni di sette versetti ciascuna (vv. 1-7; 8-14), che descrivono rispettivamente il comportamento degli empi e la loro punizione. La liturgia riporta solo i vv. 1.4-7 che descrivono le colpe di un gruppo privilegiato, i notabili della «casa d’Israele» (6,1b), e concludono con l’annunzio della punizione che verrà poi specificata in seguito. Il soggetto che parla è il profeta: non c’è infatti alcun segno che indichi una parola di JHWH.
Il testo inizia con questa esclamazione: «Guai agli spensierati di Sion e a quelli che si considerano sicuri sulla montagna di Samaria!» (v. 1a). L’esclamazione «guai!» introduce una denunzia o un ammonimento (cfr. Am 5,18). L’espressione «spensierati di Sion» indica una categoria di persone che si trovano a loro agio, senza preoccupazione, con una nota di insolenza e di orgoglio. La loro sicurezza deriva dal fatto che risiedono in Sion, cioè in Gerusalemme, dove si trova il tempio di JHWH. In parallelismo sono menzionati «coloro che si considerano sicuri», cioè confidano, sono fiduciosi. Anche questo atteggiamento ha un significato negativo, quando si tratta di persone che pongono la loro fiducia in se stesse, oppure negli alleati militari o negli idoli (cfr. Is 32,9; 36,4-9; Mi 2,8; 7,5).  Qui si tratta di persone che si sentono sicure sulla montagna di Samaria, confidando nelle fortificazioni che difendono la città dai nemici. La denunzia del profeta cade dunque su una certa categoria di abitanti sia del regno di Giuda che di quello di Israele. Essi si ingannano volutamente pensando di evitare un grave danno per il paese. La stessa falsa sicurezza viene loro rimproverata nuovamente nei vv. 1b-3 omessi dalla liturgia. Si introducono così i vv. 4-6 nei quali si descrive il loro modo di vivere.
Il primo rimprovero riguarda i festini a cui partecipano: «Distesi su letti d’avorio e sdraiati sui loro divani mangiano gli agnelli del gregge e i vitelli cresciuti nella stalla» (v. 4). Si tratta dunque di persone che appartengono alle classi più abbienti e politicamente influenti. I due verbi «distendersi» e «sdraiarsi» indicano il loro modo di vita «sciolto» «dissoluto» di vivere (cfr. v. 7). La descrizione dei cibi insiste sul fatto che essi li prendono direttamente dal meglio del gregge e della stalla. La « stalla» è menzionata per indicare i vitelli da ingrasso (cfr. 1Sam 28,24; Ger 46,21; Ml 3,20).
 Oltre che sdraiarsi pigramente nei loro banchetti, coloro a cui si rivolge Amos «canterellano al suono dell’arpa, come Davide improvvisano su strumenti musicali» (v. 5). Il verbo tradotto «canterellare» è interpretato abitualmente in riferimento al suonare o al cantare, forse in modo inetto (vociare, urlare, schiamazzare), probabilmente sotto l’effetto del vino. Tale traduzione è congetturale e si basa sulla presenza del termine «arpa». In questo contesto, l’espressione «improvvisare su strumenti musicali come Davide» assume un senso ironico. Forse si tratta semplicemente di utilizzare posate e piatti per accompagnare, come se fosse musica, i loro discorsi di ubriachi.
Infine le persone in questione «bevono il vino in larghe coppe e si ungono con gli unguenti più raffinati, ma della rovina di Giuseppe non si preoccupano» (v. 6). Le coppe del vino sono ampi «crateri», un termine frequente nella descrizione delle offerte (Nm 7) e degli arredi del tempio (1Re 7; Ger 52,18-19) per indicare recipienti assai grandi. L’impiego di questo termine in Amos sottolinea l’abbondanza del vino consumato. Nonostante l’allusione all’unzione  evochi l’unzione di Davide, (cfr. 1Sam 16,12-13; Sal 89,21), di Ieu (2Re 9,3.6), di Aronne e dei suoi figli (Lv 8,12.30), è evidente che qui si tratti semplicemente dei cosmetici usati dai partecipanti alla celebrazione. Il vero rimprovero arriva solamente nel v. 6b: «Non si dolgono per la distruzione di Giuseppe». Il verbo «dolersi» in forma riflessiva esprime non lo stare male fisicamente, ma l’affliggersi interiormente (cfr. Is 17,11; Ger 12,13). «Giuseppe» (cfr. «casa di Giuseppe» in Am 5,6, e «resto di Giuseppe» in Am 5,15), senza alcun’altra determinazione e in chiara contrapposizione ai benestanti («la casa d’Israele» del v. 1b), si riferisce a tutti coloro che sono esclusi da quei banchetti.
Dopo la descrizione del comportamento dei benestanti in Sion e a Samaria, il profeta pronunzia la condanna: «Perciò ora andranno in esilio in testa ai deportati e cesserà l’orgia dei dissoluti» (v. 7). Introdotta dal minaccioso «perciò» la conclusione è l’annunzio dell’esilio d’Israele (cfr. Am 5,27; 7,11.17). Gli esiliati che vanno in testa sono infatti i «notabili». Il popolo minuto era probabilmente in buona parte risparmiato dall’esilio, per ragioni non certo umanitarie ma tecniche ed economiche. Anche in Am 4,2 si distingue implicitamente tra coloro che vanno in testa e coloro che li seguono nel corteo degli imprigionati. Questa lettura è confermata dal v. 7b che annunzia la fine delle baldorie, alle quali solo partecipavano i notabili (cfr. vv. 3-6). Il termine tradotto con «orgia» appare altrove solamente in Ger 16,5, dove, dal contesto, significa «casa dei banchetti » (di cordoglio). La traduzione «orgia» per Am 6,7 è favorita dalla presenza, per la seconda volta nel testo, dei dissoluti, cioè di «coloro che si sdraiano per i banchetti» (cfr. v. 4).

LINEE INTERPRETATIVE
In questo testo il profeta critica aspramente la corruzione di una classe dirigente che trae vantaggio dalla propria posizione sociale e non si cura del bene comune. Ciò che al profeta sta a cuore non è tanto la giusta distribuzione del benessere economico, ma il senso di responsabilità che dovrebbero avere coloro che sono a capo di una nazione. Essi invece sottovalutano i pericoli, si godono la vita e pongono le premesse di una catastrofe che colpirà tutta la nazione.
Di fronte a questa superficialità dettata dall’egoismo, il profeta annunzia come castigo la conquista nemica e l’esilio. Si tratta proprio del disastro che i notabili di Israele non hanno saputo o voluto prevenire. Quando questo evento capiterà, proprio loro saranno i primi a essere colpiti. Si può dire che essi hanno procurato da se stessi la propria rovina. Su questo sfondo il messaggio del profeta è un invito a cambiare mentalità e ad assumere fino in fondo le proprie responsabilità.

OMELIA 29 SETTEMBRE 2013 – 26A DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO C – SU: LC 16,19-31

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/03-annoC/annoC/12-13/05-Ordinario/Omelie/26-Domenica-2013-C/26-Domenica-2013_C-JB.html

29 SETTEMBRE 2013  | 26A DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO C  |  PROPOSTA DI LECTIO DIVINA

LECTIO DIVINA SU: LC 16,19-31

Comprendere quanto Gesù vuole dirci con la parabola non risulta difficile. Fino a quando visse, il ricco nuotò nell’abbondanza; ebbe di tutto, tranne che compassione verso il povero che digiunava alla sua porta. Dopo la morte, non poté né alleviare la sua disgrazia né evitare che la sua famiglia camminasse, senza saperlo, verso un’identica fine. Carico di beni, il ricco non poté salvarsi, né salvare i suoi.
Una volta morto il povero, che nessuno aveva soccorso in vita, godé per sempre della consolazione di Dio. La morte di ambedue cambiò radicalmente e definitivamente, la loro sorte: chi prima non si privava di nulla non trovò dopo neppure una goccia d’acqua per rinfrescarsi; colui che aveva solo il desiderio di saziarsi con quello che altri sprecavano, ottenne come soddisfazione la compagnia di Dio.
Se l’abbondanza di beni causò la perdizione del ricco, il povero non dovette fare altro che lottare per sopravvivere senza disperare di Dio. Il ricco non aveva bisogno né del povero, né di Dio, per vivere bene; al povero gli mancò di tutto, dei beni ed un prossimo compassionevole, ma ebbe sempre Dio dalla sua parte quantunque non lo sapeva.

In quel tempo, Gesù disse ai farisei:
19 « C’era un uomo ricco, che vestiva di porpora e di lino e banchettava sontuosamente ogni giorno. 20Un mendicante, di nome Lazzaro, giaceva alla sua porta, coperto di piaghe, 21 che desiderava nutrirsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco. Anche i cani venivano a leccare le sue piaghe. 22 Ora avvenne che il povero morì e gli angeli lo portarono nel seno di Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. 23 Essendo all’inferno, in mezzo ai tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro nel suo seno, 24 e gridò: « Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e bagnarmi la lingua, perché soffro tormenti in queste fiamme ». 25 Ma Abramo rispose: ‘Figlio, ricordati che hai ricevuto i tuoi beni in vita, e Lazzaro, a sua volta, i mali: ora lui è consolato, mentre tu sei tormentato. 26E anche tra noi e voi vi è un grande abisso, perché non si riesca ad attraversare, anche se si vuole, né da qui a voi, né da lì a noi’. 27 Il ricco rispose: « Ti prego, dunque, padre, di mandarlo a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli, 28 affinché dia la sua testimonianza, e così evitare che vengano anch’essi in questo luogo di tormento ». 29Ma Abramo rispose: « Hanno Mosè e i Profeti, che ascoltino loro ». 30 Il ricco riprese a dire: « No, padre Abramo, ma se qualcuno dai morti andrà da loro, si pentiranno ». 31 Rispose Abramo: « Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se qualcuno risorge dai morti ».

 1. LEGGERE: CAPIRE QUELLO CHE DICE IL TESTO FACENDO ATTENZIONE A COME LO DICE
Luca considera destinatari dell’insegnamento di Gesù i farisei, i quali ha definito poco prima « amanti » del denaro, (Lc 16,14). Non si può passar sopra al dettaglio, se si vuole interpretare correttamente Gesù. Si rivolge solo a chi ama più i suoi beni che il suo prossimo. I diretti destinatari della severa avvertenza non sono un gruppo di fedeli ebrei, bensì tutti coloro che vivono attaccati ai loro beni.
La parabola che si può vedere come un’illustrazione paradigmatica di quando disse già Gesù nella pianura, (Lc 6,20 -21.24-25), contiene una dura condanna della ricchezza, non per la sua provenienza illecita che qui non si menziona, bensì per la sua malefica conseguenza: il suo potere di rendere insensibile il cuore dell’uomo e chiuderlo alla necessità del prossimo. Ma è, inoltre, buona notizia, perché svela dove Dio ha messo le sue preferenze ed il suo cuore. Il Dio di Gesù non è neutrale, si è schierato a beneficio dell’indigente e del sottovalutato, benché lo mostri non sempre in forma immediata o evidente.
La narrazione presenta i personaggi (Lc 16,19.20). Il ricco ha molti beni, ma non ha nome, non ha viso; può essere chiunque. Il povero è identificato dal suo nome, (Lazzaro: Dio aiuta), prima ancora che si menzionino i suoi mali e la sua fame. Il ricco si dava a banchetti giornalieri; il povero era carne per i cani. Non si può dire con altre parole l’abisso che li separava. La morte di ambedue farà che questo abisso, prima non affrancato, diventi ora insormontabile, definitivo. Ma con fortuna invertita.
Il ricco che non aveva fatto niente ‘di male’, solo vivere dei suoi beni, andò all’inferno. Il povero, del quale non si racconta niente ‘di buono’, solo di essere povero di tutto, è introdotto nel ‘seno di Abramo.’ Benché sembri un fine logico dentro l’insegnamento di Gesù, non smette di essere sorprendente in una cultura, come quella biblica, dove i beni sono buoni, perché provengono dal buon Dio. Ma, insegna Gesù, c’è qualcosa più pregiato dei propri beni, vedere, il prossimo che ha bisogno di essi. È in dialogo con Abramo quando il ricco ‘imparerà’ la lezione. E gli uditori di Gesù, riceveranno un pesante avvertimento. Lazzaro, il povero che non fu soccorso in vita non può aiutare nessuno, né i morti, né i vivi che continuano a godere della vita. Nessuno può aiutare chi non si fa aiutare dalla legge di Dio, Mosè e dai profeti. È Dio, la sua volontà espressa, quella che deve aprire il cuore del ricco alla necessità del suo prossimo. Per il ricco c’è solo un ‘miracolo’ che possa salvarlo, la presenza del povero al suo fianco. Chi rimane insensibile alla necessità del suo prossimo si sta coltivando la sua propria condanna.
Terribile istruzione: chi non fu compassionevole in vita non riceverà compassione dopo la sua morte. Chi ama i suoi beni più che il suo prossimo, non avrà chi lo soccorrerà. Quello sarà, per sempre, il suo ‘inferno.’

 2. MEDITARE: APPLICARE ALLA VITA QUELLO CHE DICE IL TESTO!
Con questa parabola che gli è propria, Luca ha voluto presentare, in forma particolarmente drammatica, senza concessioni né moine, il pericolo che corre il credente ricco: non è che uno possa, un giorno, perdere quanto ha, è che i suoi averi possono farlo perdere per sempre. Quanto facile risulta per un povero, fidarsi di Dio! E di chi se no? Quanto costa ad un ricco mettere la sua fiducia in Dio: metti la tua sicurezza in noi, gli dicono i suoi beni! C’è qualcosa, dunque, di molto ‘brutto’ nei ‘beni’; essi hanno una capacità molto forte di perversione. Il loro piacere allontana il povero dal proprio cuore e ci pone in contrasto con Dio. L’unico bene in cui il povero conta è Dio. Il ricco, per il quale un povero non conta niente, smette di contare per Dio.
È evidente che Gesù, raccontando simile storia, prendeva una posizione sorprendentemente critica rispetto all’abbondanza di beni in vita. Perché niente di brutto aveva fatto il ricco, al massimo spendere i suoi beni senza considerazione né pietà verso il prossimo che soffriva al suo fianco. E niente fece di buono il povero, se non quello di starsene per terra mendicando un aiuto che non arrivò mai.
Dobbiamo riconoscere che, benché chiaro, l’insegnamento di Gesù non ci aggrada: contraddice non già solo la moda, i valori, della nostra società, bensì, soprattutto, la nostra stessa vita e le opzioni che prende il nostro cuore quotidianamente. Pochi giudizi di Gesù ci risultano tanto irrealizzabili nel mondo in cui viviamo, tanto lontani dalla nostra realtà, come il suo giudizio sulla ricchezza. Nei nostri giorni non c’è chi consideri i beni materiali come un grave pericolo o lo sperpero come un’autentica ingiustizia. I nostri ricchi possono fare quello che vogliono del loro denaro; ciò che ci dispiace è che lo consumino senza di noi. E noi, quelli che diciamo di seguire Gesù, facciamo qualcosa di più per avere maggiori beni, godere di migliori condizioni di vita, poter pagarci i nostri capricci, spendere il nostro denaro come ci pare? Come qualunque altro, invidiamo quanti hanno più di noi, sognando il giorno in cui arriveremo ad essere ricchi ed identifichiamo la fortuna con una somma importante di denaro. Non ci mancano ragioni; perché i beni materiali sono quei beni che ci sono necessari per vivere. Benché sappiamo che il denaro non basta per fare felice una vita, la sua mancanza è già un motivo di infelicità.
Gesù non condanna la ricchezza, non la considera cattiva per sé stessa. Ma con la sua parabola ci fa notare la sua pericolosità: quello che ha molto, per il fatto di avere di più, normalmente non è più sensibile davanti a chi ha meno, normalmente non sente responsabilità di fronte a lui. Crede di potere disporre del suo denaro solo perché gli appartiene, senza che gli importi il fatto che altri non abbiano di che cosa vivere. Avere di più, godere meglio, spendere rapidamente, è per molti oggi il fine della loro vita; Gesù ci fa notare che quello può essere anche il fine: la cosa brutta non era il fatto che il ricco possedesse molto, ma che non mettesse qualcosa a disposizione del povero. Sprecò i suoi beni, e la sua vita per sempre, non perché spendesse molto, bensì perché non si consumò un po’ a beneficio di chi era nella necessità. La cosa brutta dei beni non è averli, né desiderarli. La cosa brutta sta nel fatto che chi più ha, meno dà. Gesù ci avvisa con calma: la nostra fortuna finale non dipende da quello che abbiamo potuto accumulare in vita bensì da quanto abbiamo voluto condividere. Sopravvivremo non per quanto avremo speso in vita, bensì per quello che abbiamo voluto mettere a disposizione degli altri.
Tutto quello che ebbe il ricco non gli valse per salvarsi. Poté comprarsi di tutto in vita, meno che un posto vicino a Dio dopo la sua morte. E chi più aveva fu chi perse di più, non già la vita ed alcuni beni, perse tutta la vita e Dio. I beni che abbiamo, il benessere che godiamo, il denaro che sprechiamo possono farci star bene senza l’unico Dio e l’autentica buona vita, ma non godere della sua intimità per sempre. A tanto rischiamo quando ci attacchiamo ai beni che periscono con noi: dimentichiamo che l’unico bene che sopravvivrà è quello che facciamo agli altri; il bene che facciamo a noi stessi morrà con noi; il bene che non facciamo a chi è nella necessità ci condannerà. Non inganniamoci mettendo come scusa che, in fin dei conti, noi non siamo tanto ricchi come il signore della parabola. Benché non possediamo tanto per banchettare splendidamente ogni giorno, basta che ci sia qualcuno vicino a noi che abbia maggiori necessità e mangi meno. Comparato con quanto volessimo avere, saremo sempre poveri; in paragone con chi dispone meno di noi, siamo, in realtà, benestanti. Non rimanere al passo di chi ha bisogno, non aiutare chi ha bisogno, ci fa ricchi ed egoisti, benché possediamo poco. Dio ci ha dato i beni per fare il bene e, così, farci migliori, non più ricchi. Quello che siamo riusciti ad accumulare nella vita c’è stato concesso affinché rispondiamo alle nostre necessità e a quelle del nostro prossimo.
Gesù non demonizza la ricchezza in sé stessa. Sottolinea l’insensibilità che produce nell’anima di chi la possiede: chi non vide con pietà l’indigenza altrui diventa sordo alla parola di Dio ed i suoi profeti, e non darà credito alle sue opere più stupende. Neanche il miracolo più portentoso è capace di cambiare il cuore immutabile davanti alla povertà del fratello: chi non ha ascoltato la voce dell’indigente non obbedirà alla legge di Dio né ascolterà la sua voce, benché la senta. Per sentire Dio bisogna ascoltare il povero. La sua esistenza miserabile è il solo « miracolo » che può operare la nostra conversione. Abbiamo poveri a sufficienza intorno a noi, affinché possiamo convertirci alla povertà. Dio ci ha dato tanti prossimi che hanno bisogno di noi, dei nostri beni, perché Egli vuole essere nostro unico Bene. In ogni povero che convive tra noi, Dio ci ha dato un motivo, e l’occasione, per la nostra conversione.
Nella parabola Gesù, inoltre, ci fa un secondo avvertimento. Chi non vede con pietà l’indigenza altrui non sentirà la parola di Dio né darà credito alle sue opere più stupende. Sarebbe stato inutile che un ricco tornasse alla vita, non per salvare se stesso, ma semplicemente per avvisare la sua famiglia. Chi è insensibile davanti ad un mendicante che ha vicino a sé, diventa sordo alla voce stessa di Dio ed annichilisce anche la sua capacità di vedere prodigi. I miracoli sono insufficienti, Dio stesso è superfluo per chi non si intenerisce davanti allo stato di necessità del suo prossimo. Il portento più stupendo o la stessa legge di Dio non possono cambiare il cuore un uomo che ama più i beni che il suo prossimo che preferisce sprecare il suo denaro invece di soccorrere il bisognoso. Risulta commovente vedere come i beni che possediamo finiscono per possederci, occupano il nostro tempo e sequestrano i nostri migliori sentimenti, prendono in ostaggio il nostro cuore. E la cosa brutta non è che Gesù ce lo faccia notare; la cosa peggiore è che siamo spesso tutti spettatori, e vittime, di quella tentazione di optare per i nostri beni contro il nostro prossimo.
Se prendiamo sul serio la parabola di Gesù, ci accorgeremo che ha anche un messaggio promettente. Finché c’è qualcuno vicino a noi da soccorrere, non stiamo salvando noi stessi, ma neanche siamo persi per sempre. Finché esiste vicino a noi qualcuno con maggiori necessità di noi, abbiamo ancora la speranza di guadagnare Dio per sempre. Il povero da curare è la nostra assicurazione sulla vita eterna! Nessuno è completamente perso – né salvo! -, se ha qualcuno a cui badare. Nessuno di noi ha così pochi beni da non avere possibilità di aiutare con quello che ha: che Dio sia il nostro futuro Bene dipenderà sempre dal fatto che mettiamo i nostri beni al servizio di chi ha più bisogno di essi. Serviamoci di quanto Dio ci diede in vita per averlo come Dio per sempre.
Più che stupirsi per l’inappellabile condanna del ricco e la salvezza senza troppo sforzo del povero, bisogna sorprendersi – lì sta il ‘cuore’ di questo vangelo – del Dio che si rivela in entrambe le attuazioni: un Dio che concede, e per sempre, la compagnia di Abramo a chi visse tra i cani; un Dio che esce in difesa solo di chi non ha avuto nulla, neanche compassione del suo prossimo; un Dio che non sopporta che non si tratti bene chi non ottenne beni. Badare al povero non è, dunque, compito opzionale per un credente. Dio ci ha dato i poveri perché vuole essere Lui, un giorno e per sempre, la nostra ricchezza.

JUAN JOSE BARTOLOME sdb,

Santi Cosma e Damiano, martiri

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Publié dans:immagini sacre |on 26 septembre, 2013 |Pas de commentaires »
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