Archive pour août, 2013

San Luca Evangelista

San Luca Evangelista dans immagini sacre St_Luke

 

Publié dans:immagini sacre |on 30 août, 2013 |Pas de commentaires »

1 SETTEMBRE 2013 – 22A DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO C – LECTIO DIVINA SU: LC 14,1.7-14

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/03-annoC/annoC/12-13/05-Ordinario/Omelie/22-Domenica-2013_C/22-Domenica-2013_C-JB.html

1 SETTEMBRE 2013  | 22A DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO C  |  PROPOSTA DI LECTIO DIVINA

LECTIO DIVINA SU: LC 14,1.7-14

Sempre in cammino verso gli uomini, senza una casa propria in cui riposarsi, Gesù era solito andare ovunque lo invitassero. Era ospite di persone influenti così come di noti peccatori; non negava a nessuno la sua compagnia nè la parola di Dio. Oggi il passo del Vangelo ci ricorda una di queste occasioni; un sabato un importante fariseo l’aveva invitato a mangiare. La sua presenza in casa di un fariseo importante creò un certo scompiglio fra i presenti che non smettevano di osservarlo. Ben presto egli si accorse di come gli invitati cercavano i migliori posti liberi: tutti pensavano di essere degni di grande distinzione. Un comportamento così sconsiderato lo spinse ad impartire loro una lezione. In realtà Gesù non pretendeva insegnare loro la buona educazione, non era suo compito fare da maestro di buoni costumi. Voleva invece, mostrare loro l’inadeguatezza di un comportamento che cerca il proprio onore prima di quello di Dio e del rispetto del prossimo. E aggiunse anche un ammonimento: non si devono fare favori spinti dalla segreta illusione di essere ricompensati.

1 Un Sabato, Gesù entrò nella casa di uno dei capi dei farisei per mangiare, ed essi lo osservavano.
7 Notando che gli ospiti sceglievano i primi posti, propose loro questa parabola:
8 « Quando sei invitato ad un matrimonio, non sederti nel posto principale, non capiti che sia invitato un altro più importante di te; 9allora verrà chi ha invitato te e l’altro e ti dirà: ‘cedi il posto a lui. « Poi, umiliato, andrai a occupare l’ultimo posto. 10 Al contrario, quando ti invitano, vai a sederti nell’ultimo posto, in modo che quando arriva colui che ti ha invitato, ti dica, ‘Amico, vai più avanti ». Così sarai onorato di fronte a tutti i commensali. 11 Poiché chi si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato « .
12 E disse a colui che lo aveva invitato:
« Quando offri un pranzo o una cena, non chiamare i tuoi amici, né i tuoi fratelli, né i tuoi parenti, né i ricchi tuoi vicini, perché corrispondono invitandoti, e così sarai ripagato.
13 Quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; 14 sarai beato, perché non possono ripagarti; sarai pagato alla risurrezione dei giusti ».
 1. LEGGERE: capire quello che dice il testo facendo attenzione a come lo dice

Per la quinta volta Luca presenta Gesù ospite di una famiglia: il primo fu un pubblicano (Lc 5,29), poi un fariseo (Lc 7,36), dopo Marta e Maria (Lc 10,38) e un altro fariseo (Lc 11, 37; adesso uno dei farisei più in vista. L’ambiente familiare e il mangiare insieme sono « cattedra » di un Gesù vicino agli uomini, che se lo meritino o no. Richiama l’attenzione che si lasci invitare più dai farisei che dagli amici o dai discepoli. In questa scena il narratore fornisce una motivazione: sebbene l’invito fosse a mangiare, la vera intenzione era insidiarlo. Gesù non si trova tra amici ma non si spaventa nè li evita. Si mostra loro come è, maestro di vita.
Ed è un semplice dettaglio che ha osservato (Lc 14,7), un episodio di vita, che forse era diventato irrilevante per molti dalle tante volte in cui era stato ripetuto, ciò che gli dà il via per una lezione inaspettata, o meglio due. Gesù argomenta con la vita per correggere un comportamento che si ripete abitualmente. Anche se Luca presenta le parole d Gesù come una parabola, esse sono in realtà una doppia educazione di tipo sapienziale. La prima parte è rivolta a tutti gli invitati; la seconda solo a colui che li ha invitati.
Agli invitati si indica come comportarsi nella scelta dei posti (Lc 14,8-11). A chi invita come deve scegliere le persone (Lc 14,12-14). In entrambe si va contro a ciò che è visto some normale e sembra logico. Il primo insegnamento sembra una semplice lezione di cortesia, con una certa dose di calcolo e furbizia. Però la conclusione eleva il racconto a principio di vita: cercare la propria gloria è la via per rimanere senza di essa (Ez 21,31). Più esigente e inconsueta è la lezione che dà a chi invita: è un incredibile, e poco ragionevole, richiamo alla generosità e al disinteresse. Chi invita deve scegliere chi è povero, socialmente insignificante e insolvente. Chi fa il bene deve rinunciare ad aspettarselo. Coloro che danno senza speranza di essere ricompensati oggi possono sperare nella propria ricompensa nell’ultimo giorno.

 2. MEDITARE: APPLICARE ALLA VITA QUELLO CHE DICE IL TESTO!
Gesù insegnava sempre. La maggior parte delle volte sceglieva lui i suoi uditori, altre volte lo cercavano per ascoltarlo, e, come ricorda oggi il Vangelo, non sempre con buone intenzioni. Anche quando non era ben visto o preso in giro Gesù predicava il Vangelo. Chi porta il Vangelo e Dio nel cuore non spreca nessuna occasione per parlare del proprio « tesoro ». Non ha bisogno di stare fra i suoi, ben visto, per essere quello che è stato chiamato ad essere e fare quello per cui è stato inviato. Non c’è bisogno oggi di evangelizzatori che come Gesù, parlino di Dio dove non si parla di Lui? Dio merita di esere annunciato anche dove il suo rappresentante non è ospite gradito.
E per trovare temi attraverso cui parlare di Dio a gente non ben disposta, non importa conoscere o fare analisi della situazione; basterà osservare come ci si comporta. Nel comportamento dell’ascoltatore del Vangelo, l’evangelista perspicace scopre ciò che deve annunciare come salvezza, così che, a chi manca Dio, lascia intravedere il vuoto e la solitudine in cui vive. Non sarà che non fissiamo molto il nostro sguardo sul nostro mondo, che non lo osserviamo da vicino e così non ci è amico e per questo ci mancano motivi per parlare di Dio? La nostra negligenza e noncuranza personale sta impedendo agli altri di sentirsi contemplati da Dio e amati da Lui.
Ebbene, invitato a pranzo, Gesù osserva il comportamento degli invitati e da quello prende spunto per il suo insegnamento; non pretende di tenere una lezione di galateo, ma ricavare lo spunto per esporre le norme che devono essere alla base delle relazioni fra gli uomini. Qualcosa di così semplice, e spesso ricorrente, come il desiderio evidente di occupare i primi posti ad un banchetto offrì a Gesù l’occasione per evangelizzare. Non ebbe bsogno di motivi migliori. A chi ha voglia di evangelizzare non mancheranno mai le occasioni. L’invitato non deve considerarsi degno dell’invito, visto che non deve essere mai reso; nemmeno deve cercare posti che non gli siano stati assegnati perchè non si è meritato l’ospitalità ricevuta; l’invito è un dono immeritato, nessun salario è dovuto. Colui che invita non deve calcolare se il suo invito sarà un giorno ricambiato dai suoi ospiti; l’invito dev’essere un’offerta gratuita, non un investimento a lunga scadenza; invitando chi non può pagare sarà Dio incaricato a risarcirlo. In entrambe i casi, il comportamento di Dio, che invita tutti – e senza che nessuno lo meriti – e che in più invita senza speranza che possano ricompensarlo è la ragione del comportamento elogiato da Gesù: secondo lui gli uomini devono imitare il comportamento di Dio nelle cose ordinarie della vita.
Bisogna ammirare il valore di Gesù che si mette ad insegnare a chi non glielo aveva chiesto. Anche se l’occasione non era la più propizia, attorniato com’era di persone che non smettevano di osservarlo, davanti ad una scena così triste, reagisce sicuro di se stesso e mostra la stoltezza di chi pensa solo ad accumulare onori che ha bisogno di sottrarre al proprio prossimo. Noi, fossimo stati invitati, probabilmente avremmo fatto finta di non vedere o provato a giustificare un simile comportamento sempre che non fossimo incappati nello stesso modo di fare. Se Gesù non lascia passare l’accaduto è perchè vede in esso qualcosa di più serio che non una semplice corsa per ottenere privilegi a qualunque costo. E l’avvertimento che fa loro, va molto al di là di ciò che ha osservato: coloro che si credono più degni possono smarrire Dio. Fare il bene a chi lo può contraccambiare non è un buon affare, infatti, ci fa perdere il banchetto nel regno.
La parabola, sebbene sembri alludere a ciò che sta vivendo Gesù in casa dei suoi ospiti, in realtà si riferisce alla relazione del credente con Dio. Potrebbe sembrare che Gesù dia utili consigli agli invitati e ai padroni di casa; in realtà sta parlando di Dio e del suo volere. Il comportamento di Dio che invita tutti, senza che lo meritino e che in più invita senza speranza che possano ricompensarlo, è la ragione del comportamento elogiato da Gesù. Secondo lui gli uomini devono imitare il comportamento di Dio nella loro vita quotidiana. Come il figlio imita il padre, così il credente deve conoscere e imitare le scelte di Dio. Il fatto osservato serve quindi come scusa per correggere la tentazione di credersi migliori, più degni, solo perchè ci sono altri peggiori, meno onorati. Non conviene che davanti a Dio i buoni si distinguano per ambire posti migliori di quelli che hanno ricevuto. Essere stati invitati e già un onore sufficiente; avere Dio come padrone di casa basta già per vivere soddisfatti. Che Dio abbia pensato a ciascuno, dandogli un posto alla sua festa, deve bastare per placare il nostro bisogno di gloria e potere. Davanti a Dio noi siamo buoni per il posto che occupiamo non per il bene che facciamo o che meritiamo; è Dio che ci fa buoni invitandoci a godere della sua compagnia e della sua mensa. Desiderare altri beni significa rendere male ciò che è già concesso: cercare posti migliori significa considerare come non buoni quelli che Dio ci ha assegnato.
Chi non merita l’ospitalità che riceve non deve cercare posti che non gli siano stati assegnati. L’invito è un dono immeritato, non un compenso dovuto. Quando riceviamo un dono e lo consideriamo dovuto, perdiamo l’occasione di sentirci grati e di rispondere riconoscenti. Cercarsi il posto nella vita che uno pensa di meritare significa vivere senza riconoscere la grazia di essere invitati. Convivere con altri richiede vivere con umiltà, accettando ciò che uno è, conformarsi al posto che gli spetta, riservando i restanti per gli altri. La chiesa oggi, le nostre comunità sempre, hanno bisogno di cristiani che si accontentino di occupare quello che si offre loro senza desiderare ciò che è destinato ad altri. Senza umiltà non è possibile sperimentare la gratuità e il vivere in comune. Essere umile significa accettare di buon grado ciò che Dio, attraverso la vita, pensa di darci; desiderare qualcosa di più ci rende infelici oggi, e domani rimarremo umiliati.
Non accontentarsi di ciò che Dio ha disposto per noi sarebbe inoltre fargli un affronto; come l’invitato sconsiderato che non si stanca fino a che non migliora la propria posizione, lascia così ai posti peggiori colui che l’ha invitato; trattiamo Dio così quando non contenti dell’invito che ci offre continuiamo a cercare privilegi, forse più invitanti perchè onorevoli ma che Dio non pensò adeguati abbastanza per concederli a noi. Il rischio che corrono coloro che si credono buoni, è pensare che Dio non è stato abbastanza buono con loro o che meritano di più; finiranno, come già li ha avvertiti Gesù, per cadere nel ridicolo di vedersi privati di quanto hanno usurpato. Quello che il credente riceve da Dio è già buono e abbondante; ambire ad onorificenze maggiori, posti migliori, maggiore dignità significa cercare di fare un torto a Dio e a coloro che condividono con noi i loro doni e la loro copagnia.
Chi si riconosce amato da Dio è libero dalla vanagloria e dall’invidia. Chi sa che Dio lo stima, non ha bisogno di trionfi e riconoscimenti per sentirsi stimato sopra tutti e apprezzato senza merito; potrà rinunciare alla ricerca di onori che dovrebbe ottenere negandoli al suo prossimo e non gli comporterà fatica sopportare che altri ricevano onori che lui non ha. Al credente, per non ambire a privilegi maggiori e fortune migliori, basta essere sicuro dell’amore che Dio ha per lui. Probabilmente l’insoddisfazione con cui viviamo la nostra vita cristiana, il logorio che ci causa vivere con persone che ottengono di più o vivono meglio nascono dalla scarsa consapevolezza che abbiamo dell’amore che Dio ci offre. Se avessimo fede in lui, ci avanzerebbe tutto ciò che non è Lui e che a Lui conduce.
In casa del fariseo Gesù non limita il suo insegnamento ad alcuni invitati noncuranti; senza ricorrere a parabole, affinchè sia più chiara la sua posizione, avverte il padrone di casa del pericolo di invitare coloro che possono ricambiare. Contro ogni logica, e in contraddizione con quello che siamo soliti fare, Gesù pensa che l’invito debba essere un’offerta gratuita, non un investimento a lungo termine; invitando chi non può pagare, Dio si prende la responsabilità di ricompensare; colui che dà a chi non può restituire, ha in Dio l’incaricato di farlo. Non sembra essere una norma di comportamento ragionevole regalare a chi, oltre a non meritarlo, non è oggettivamente in condizioni da poter ricambiare il favore; fare il bene a chi non potrà essere buono con noi è uno spreco senza senso. Non è questo ciò che pensa Gesù: la gratitudine più assoluta deve regnare nelle relazioni fra le persone che attendono il regno di Dio. La certezza che sta per arrivare li libera dal desiderio di avere riconoscimenti: il bene fatto intenzionalmente sapendo che non si ricava niente per questo, il dono che si fa libero da interessi e senza necessità di restituzione, fa bene a chi lo fa e lo fa bene. E promette Gesù, il bene ben fatto, un giorno avrà ricompensa, nel giorno della risurrezione dei giusti. Il Dio buono è incapace di dimenticare chi ha fatto il bene per il bene, gratuitamente.
La logica di Gesù non può essere più evidente, ma le esigenze che ne derivano sono del tutto inconsuete. È normale che chi è stato invitato una volta si senta obbligato ad invitare a sua volta; lo facciamo tutti; non farlo sarebbe cattiva educazione quando non ingratitudine. A nessuno di noi invece passerebbe per la testa invitare sconosciuti, o peggio mendicanti malati e disabili; questo è precisamente ciò che Gesù vuole far capire ai suoi ospiti: se inviti chi poi ricambierà di tasca propria, il debito della sua bontà non perdura, la sua generosità è già stata ricompensata; solo quando non ci può essere restituito il bene compiuto ingrandiamo il tesoro nel regno dei cieli. Gesù vuole che chi fa il bene sappia a chi lo fa; i poveri, che non hanno nulla, gli invalidi che non posso disporre di quello che hanno devono essere preferiti ai familiari e agli amici da cui si spera sempre uguale trattamento e stessa generosità.
Una simile norma di comportamento, messa in pratica con rigore, metterebbe in pericolo la vita sociale e la pace familiare: qualcosa che Gesù certamente non promuove. Non vuole riempire di sconosciuti e di bisognosi le nostre case nei momenti di maggiore intimità o nei loro giorni migliori. Però questo non significa che le sue parole non siano una regola di vita cristiana. Quello che vuole vedere nei suoi ospiti è ciò che vuole trovare nei suoi discepoli: generosità senza calcoli e altruismo disinteressato. Fare il bene non può diventare un investimento a breve termine; la bontà non si elargisce perchè produca benefici sicuri; cercare riconoscimento e ricompense perchè si è stati buoni significherebbe perdere la possibilità di conoscere la bontà di Dio. Chi è buono perchè lo riconoscano o perchè lo paghino perde la ricompensa che Dio ha preparato per i buoni.
Fare il bene senza rendere debitori coloro a cui lo facciamo è ciò che Gesù si aspetta dai suoi. Il cristiano non calcola il bene che fa in funzione dei beni che potrà aspettarsi; investire in bontà per lui è sempre a fondo perduto. E affinchè non ci siano nè tentazione di contare su una ricompensa, per minima che sia, dovremo essere buoni con chi non può esserlo con noi, non perchè sono cattivi ma perchè non hanno niente di buono. Non assomiglia a Gesù la bontà che non sia gratuita, i beni che non rinunciano ad essere divisi. E non lo sarà nemmeno per noi; visto che solo il bene che rinuncia ad essere ricambiato è il bene che un giorno ci farà meritare Dio e i suoi beni per sempre. Non soddisfatto di chiederci di accontentarci di ciò che abbiamo ricevuto, Gesù esige da noi che diamo senza aspettarci un riconoscimento. Chi ha detto che essere discepoli di Gesù è un passatempo facile?

JUAN JOSE BARTOLOME sdb

Publié dans:LECTIO |on 30 août, 2013 |Pas de commentaires »

OMELIA XXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO C: UMILTÀ: VIRTÙ ALLEGRA

 http://www.atma-o-jibon.org/italiano10/omelie364.htm

 LE OMELIE DI DON GIUSEPPE CAVALLI   (29 agosto 2010)

XXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO C

Sir 3, 17-20.28-29 Sal 67 Eb 12, 18-19.22-24a Lc 14, 1.7-14

UMILTÀ: VIRTÙ ALLEGRA

Uno dei grandi predicatori dei primi tempi, Gregorio Magno, scrive un lungo libro intitolato La regola, una specie di elenco di norme per la vita dei seguaci di Gesù. Era una novità che il Papa scrivesse una cosa riguardante non i particolari, ma tutto il modo di portare avanti la vita cristiana di tutti coloro che credevano. Questo libro è poi diventato un po’ un trattato di morale sul quale confrontarsi per fare l’esame di coscienza e il suo uso, quasi quotidiano, da parte dei buoni cristiani è durato circa mille anni.
La regola n. 9 riguarda l’umiltà e Gregorio Magno dice: ci sono persone che, messi gli occhi su di un posto importante nel mondo, fanno la faccia da umili, si fanno piccole, si mettono d’accordo con tutti, abbassano la testa, sembrano addirittura diminuire la loro statura per apparire come persone delle quali ci si può fidare. Questi tali, però, quando poi riescono a raggiungere il posto ambito, diventano degli autentici prepotenti. Sono arrivati e allora, altro che umiltà! Altro che tranquillità! C’è da temerli, prima di tutto perché sono dei prepotenti, ma poi perché sono falsi. Hanno voluto raggiungere quel posto e, una volta ottenutolo, fanno quello che vogliono: gli altri non contano niente.
Va poi avanti e dice: ma tu, non sei per caso una di queste persone? Ma tu, anche se non lo fai per raggiungere dei grandi posti, non è forse vero che qualche volta, mentre preghi, ti fai piccolo piccolo, per poi farti grande una volta che sei riuscito ad ottenere, o dal Signore o da qualche amico, quello che tu prima chiedevi e che, invece, senza fartene accorgere troppo, pretendevi?
Siate piccoli, siate umili, siate capaci di occupare bene il posto che il Signore vi ha affidato. Se il tuo è un posto importante nel mondo, fa’ attenzione, perché devi essere umile più di quelli che non hanno posti importanti. Se non è un posto importante, sta’ tranquillo e fa’ quello che devi: quando il Signore ti giudicherà, giudicherà come hai occupato il posto che lui ti ha affidato. Quando il Signore sceglie qualcuno perché diventi la prima persona nel mondo cristiano, va a cercare proprio quella ragazzina che forse aveva sedici anni e non si aspettava niente. Le chiede tutto quello che doveva chiedere per poter entrare nel mondo. La conosciamo tutti la storia di Maria: non contava niente, ma il Signore aveva bisogno di lei. E allora ci pensa lui a farla grande, a darle la grande grazia di fare la madre, a farla addirittura guida del Salvatore che doveva crescere per imparare a vivere nel mondo.
Un autore inglese, Clive Staples Lewis, un cristiano anglicano, scrive un libro che sembra da ridere, una favola per bambini e che, invece, è un libro per tutti, per gli adulti. Si intitola Le lettere di Berlicche. Berlicche è un demonietto un po’ inesperto al quale è stato affidato un personaggio. Ogni tanto, deve riferire quello che è riuscito a fare con il personaggio che deve tentare, scrivendo una lettera ad un grande demonio nell’Inferno. Sono, ovviamente, lettere inventate, ma tanto attraenti.
Una persona riesce ad essere umile e il povero Berlicche non sa come fare a tentarla, è una persona che veramente si è fatta piccola. « Tu non ti spaventare: dalle ragione, dille che ha fatto bene a diventare umile, dille che ha fatto bene a sembrare piccola, a non contare niente. Mostrale quello che ha fatto come in uno specchio, in modo che si possa rallegrare di essere umile, che se ne possa vantare. Quando dirà: «Io sono veramente umile, oh come sono brava, oh come sono riuscita, oh come ho fatto veramente la volontà di Dio!», allora avrai vinto! Allora sarai un autentico tentatore ».
Il vantarsi, il sentirsi soddisfatto, il credere di aver raggiunto con i propri meriti un bel posto di virtù e di santità, vuol proprio dire non essere umili, dare importanza a sé e non a quello che si deve fare.
Vedete, l’umiltà è una virtù che ha questa caratteristica: se riusciamo a possederla, siamo sempre gioiosi. Perché diremo sempre: io sono al mio posto, riesco a fare quello che il Signore vuole, che io non conti niente. Allora saremo sempre degli ottimisti. Guai a noi se cominciamo a vedere che sbagliamo sempre tutto, guai a noi se cominciamo a dire che non contiamo niente, guai a noi se diciamo che non abbiamo trovato il nostro posto… Perché allora non facciamo più la volontà del Signore, ma pensiamo a noi stessi. Dovremmo imparare a chiedere al Signore: « Cosa devo fare? Qual è il mio posto? Quello che ho fatto l’ho fatto male? Signore, perdonami, ma aiutami a guardare avanti, aiutami a raggiungere veramente quello che tu vuoi! ». Virtù di umiltà vuol dire allegria.
Torniamo alla pagina del Vangelo: Gesù è invitato a pranzo. La gente lo guarda e Lui guarda intorno, alla gente. Gesù, in questo momento, sta facendo un discorso importante, in parte con le parole, ma in parte con i fatti.
Prima di tutto mi pare che ci sia uno sguardo di fede. Gesù guarda la gente che è lì seduta e dice: qualcuno crede nella mia presenza, qualcuno crede nella presenza del Padre, nel suo valore. Vede che c’è anche gente che cerca soprattutto di guadagnarsi i primi posti. Saranno stati i posto vicini agli sposi, i posti più in evidenza, i posti vicino alle persone importanti per avvicinarle. Allora c’è un bel discorso: quando sei invitato a nozze, non cercare i primi posti…
Poi c’è un altro sguardo che mi pare importante: lo sguardo della carità. Fa’ in modo di decidere tu di dare dei pranzi, di fare dei bei gruppi di persone e pensa – dice Gesù – ad invitare o ad avvicinare i più poveri, non i ricchi perché poi ti invitino loro. Quando dai un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi…
Ieri sera, con un gruppetto di persone che frequentano non soltanto la chiesa ma anche la sacrestia, siamo andati in un posto non lontano da qui dove ci sono poveri che chiedono l’elemosina, dove ci sono delle persone che hanno un mestiere, ma poi hanno perduto il lavoro e non sanno che cosa fare, dove ci sono persone che non sanno dove andare a dormire, che non sanno dove andare a mangiare. (Anche noi li aiutiamo con qualche forte sussidio, prendendo i soldi da quelli che offrite voi, ma adesso non vi sto dicendo queste cose per chiedervi soldi). Siamo andati là perché, andando là, si conoscono queste persone. Sapeste come erano bravi! C’era qualcuno che diceva « Io so fare delle pizze … »; un altro diceva: « Io ho imparato a fare il cameriere e adesso lo faccio bene! ». Gente che si metteva a servire, che ci salutava, che si sentiva che voleva bene a noi che andavamo lì per fare un po’ di festa tra noi, ma anche per essere un pochino in loro compagnia. Mi pareva che fosse, anche se non proprio alla lettera, quello che dice il Signore. Lui dice: « Invitali », noi invece ci siamo fatti invitare, siamo andati là e abbiamo pagato la nostra quota. Qualcuno forse direbbe: ma vai a far festa in un ristorante, vai nella casa di qualcuno …! Noi, invece, siamo andati a far festa là. Mi pareva che fosse veramente un modo di vivere, di realizzare, di crescere così come ci dice il Signore.
Dopo lo sguardo di fede, dopo l’esercizio della carità, c’è anche qualche cosa che riguarda l’avvenire: la speranza. Così riceverai la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti. Che bello! Il Signore non guarderà se sappiamo bene tutto, non ci premierà se abbiamo dei bei vestiti, se abbiamo fatto grandi riverenze a delle persone importanti. Ci premierà se avremo saputo incontrare quelli che lui ha considerato i primi beati del suo Regno. Beati i poveri… Loro avranno il regno. Facciamoci poveri anche noi e farci poveri vuol dire anche farci umili, saper occupare bene il nostro posto.
Il Vangelo è un libro profetico, non è un libro di raccontini. Ci sono le parabole, ce n’è una per pagina, però non sono raccontate perché sappiamo a nostra volta raccontarle, ma perché riusciamo a viverle. Entriamoci dentro alle pagine del Vangelo! Il Signore parlava a gente che viveva duemila anni fa, gente che faceva parte di un altro popolo e che aveva un altro tipo di cultura: gli Ebrei di quel tempo, pescatori, pastori, agricoltori. Ma parla a me, con altre parole che io devo capire e sentire perché il Signore, un giorno, possa dare anche a me uno sguardo che mi invita a vivere di fede; perché possa dire anche a me: bene, hai avuto una buona attività di carità nella tua vita; perché anche a me dica: un giorno avrai una ricompensa.
Che il Signore ci aiuti a sentirlo, non soltanto con l’udito ma con il cuore e, sentendolo, possiamo poi vivere ciò che ci suggerisce.

Ildefonso Schuster, Arcivescovo di Milano

Ildefonso Schuster, Arcivescovo di Milano dans immagini sacre alfredo%20ildefonso%20schuster2

http://pierostradella.it/relic/A/alfredo%20ildefonso%20schuster2.html

Publié dans:immagini sacre |on 29 août, 2013 |Pas de commentaires »

OTTANT’ANNI FA (1929, l’articolo è del 2009) L’ABATE DI SAN PAOLO FUORI LE MURA ILDEFONSO SCHUSTER DIVENTAVA ARCIVESCOVO DI MILANO

http://www.vatican.va/news_services/or/or_quo/cultura/206q04a1.html

OTTANT’ANNI FA L’ABATE DI SAN PAOLO FUORI LE MURA ILDEFONSO SCHUSTER DIVENTAVA ARCIVESCOVO DI MILANO

LASCIÒ UN GIARDINO FIORITO PER ANDARE A FARE UN «MESTIERACCIO»

DI INOS BIFFI

L’8 settembre 1929 – esattamente ottant’anni fa – nella festa della Natività di Maria, patrona del Duomo, faceva il suo ingresso a Milano come arcivescovo, l’abate di San Paolo fuori le Mura, Ildefonso Schuster.
La sua figura non era sconosciuta alla Chiesa ambrosiana che, dal 1926 al 1928, lo aveva visto operare, in una missione non facile, come visitatore apostolico dei seminari, quando anche si trattò di progettare e di iniziare la costruzione del nuovo seminario, fuori dalla città, sulla collina boscosa di Venegono Inferiore. Fu una scelta sapiente, per la preparazione nel silenzio e nello studio di quei preti ambrosiani che, una volta scesi nelle popolose parrocchie e nei polverosi oratori, sarebbero stati educatori illuminati e zelanti pastori d’anime. Ecco perché una sua alienazione aprirebbe una ferita profonda nella memoria e nell’identità della Chiesa ambrosiana.
Specialmente il clero era stato impressionato da quel monaco raccolto, rapido, dal profilo gentile. Ne aveva, in particolare, apprezzato la cultura liturgica – egli era il celebre autore dei diversi volumi del Liber Sacramentorum:  un commento al messale romano che ancora oggi si può rimeditare e gustare – tanto il monaco di San Paolo aveva saputo cogliere e illustrare l’anima della preghiera cristiana e lo spirito delle sue vetuste formule, che egli conosceva e spiegava ai seminaristi in modo eccellente. Certo, lo stile, distinto e rispettoso, era accompagnato da una lucida e ferma determinazione, che, d’altronde, rifletteva la risolutezza perentoria di Chi lo aveva mandato e del quale, non senza una prudente mediazione, traduceva le decisioni, ossia di Pio XI, che, dopo essere stato per qualche mese sulla cattedra di sant’Ambrogio, continuava tranquillamente ancora a governarla.
L’invio di Schuster alla sede di Milano era ovviamente dovuto a lui, che lo aveva nominato a quella Chiesa il 26 giugno del 1929, gli aveva imposto il cappello cardinalizio il 18 luglio e lo aveva ordinato vescovo il 21 luglio.
È difficile conoscere per quali ragioni Pio XI, che non si incantava facilmente ed era un lucido conoscitore di uomini, abbia inviato come arcivescovo sulla cattedra di sant’Ambrogio l’abate di San Paolo, che non appariva e, di fatto, non era un uomo di governo. A Roma presiedeva un gruppo di monaci, a Milano avrebbe trovato molte centinaia di presbiteri; la sua diocesi nel Lazio si riduceva a qualche piccola parrocchia, quella ambrosiana era sconfinata. Alla sua nomina, mordacemente, il cardinale vicario Pompili aveva osservato:  « Ma come potrà reggere l’arcidiocesi lombarda, quando non riesce a governare il pollaio di San Paolo? ». Di fatto non pochi anche a Milano rimasero perplessi.
Sarebbe interessante – e ora è possibile con l’accesso agli archivi vaticani del tempo – conoscere le valutazioni di Pio XI sulle varie iniziative pubbliche o « politiche » di Schuster. Forse non tutte le scelte dell’arcivescovo di Milano, che mostrava autonomia di giudizio e tempestività di decisioni, facilitate dal suo temperamento impulsivo e ostinato, erano condivise dal Papa, col quale era in frequente contatto. D’altronde, non mancavano vescovi intelligenti, suoi suffraganei, come quello di Bergamo, Adriano Bernareggi, o di Cremona, Giovanni Cazzani, o autorevoli sacerdoti milanesi e laici riflessivi, che, di là dalla buona fede del cardinale, giudicavano non totalmente prudenti certi suoi gesti. Ma qui viene in mente quanto affermava Newman di Cirillo d’Alessandria:  « Cirillo, lo so, è un santo »; questo però non vuol dire, aggiungeva, che lo sia stato in ogni momento della sua vita o che ogni suo gesto sia stato obiettivamente impeccabile.
Questo non va dimenticato, se non si vuol ridurre a puro e sterile panegirico la biografia di Schuster, com’è stato fatto e, si fa, abitualmente. Nell’ampio e fluido elogio funebre, tenuto il 2 settembre 1954 nel Duomo di Milano, il « Porporato Pontefice dei Veneti » – così Schuster aveva definito il patriarca Roncalli – delineava con ammirevole finezza il profilo spirituale e pastorale del cardinale, monaco e pastore, appartenente alla « fortissima razza dei cenobiti » e al novero dei « grandi Vescovi della Chiesa »:  « Un prodigio coram angelis et hominibus ». E affermava:  « Egli con intenzione retta, con cuore generoso, in vista del pubblico bene, pose talvolta la sua fiducia in chi cessò poi di meritarla:  ma non cessò per questo di essere oggetto della sua carità. Attentare su questo punto alla perfetta buona fede del cardinale Schuster, alla sua lealtà nobile e grande, alla purezza della sua pietà misericordiosa, è azione inqualificabile che la voce della coscienza riprova, e che la storia a sua volta saprà smentire ».
Mentre trascorreva gli ultimi suoi giorni a Venegono, il pensiero di Schuster riandava agli anni passati a Milano, e – come aveva scritto nell’epigrafe per il suo venticinquesimo di episcopato – ringraziava Dio di averlo tradotto « incolume attraverso le dittature, i bombardamenti e gli incendi di Milano »; di averlo fatto passare per « il fuoco e la tempesta »; e di averlo condotto, sostenuto dalla « devota fedeltà del gregge al tribolato pastore », sulla via della salvezza.
Un giorno – ricorda Giovanni Colombo nei Novissima verba, che sono le sue pagine più belle – « nel vano della finestra [il cardinale] guardava in faccia al tramonto. Un tramonto di fine agosto così malinconico che pareva d’autunno inoltrato. Il cielo era tutto di un monotono grigiore cinereo:  poco più su della collina morenica che costeggia a destra l’Olona, il sole morente traspariva con una chiazza sanguigna, come fa una ferita a fior di benda ». Era di recente avvenuta la canonizzazione di Pio X, che Schuster personalmente non si attendeva. A commento l’arcivescovo dichiarava:  « Non tutti gli atti del suo governo si dimostrarono in seguito pienamente opportuni e fecondi »; ma, « altra cosa è l’incidenza più o meno felice sul piano storico di un governo ecclesiastico, altra cosa è la santità che lo anima ». « Certo pensava anche a sé – osserva Colombo – e rispondeva a interrogativi intimi. Ma su un punto la testimonianza della sua coscienza non aveva perplessità:  d’aver cercato solo e sempre in ogni pensiero e in ogni atto il Signore ». Ed è esattamente questa insonne ricerca di Dio, in un totale distacco da ogni bene terreno, che ha unificato e resa splendida ed esemplare la vita di Schuster.
Egli era uscito dal suo monastero – monasterium meum!, come amava dire evocando san Gregorio Magno – per pura obbedienza all’imperiosa volontà di Pio XI. « Quando l’onore di Dio, il servizio della Chiesa ed il bene delle anime lo esigono o lo consigliano – avrebbe scritto in Un pensiero quotidiano al giorno sulla Regola di S. Benedetto – non ci deve trattenere l’amore del « loco natio » né alcuna altra nostalgia ».
La partenza dal cenobio aveva però causato in lui una profonda sofferenza. Chiudendo la sua prima lettera pastorale, confessava di lasciare « con cuore trafitto la mia vetusta abbazia di san Paolo e il giardino fiorito della sua piccola diocesi »; mentre chi lo accompagnava nella sua discesa da Montecassino per avviarsi a Milano ricorda che, dopo aver abbracciato e benedetto i suoi confratelli, « salito in auto, scoppiò in un pianto dirotto che non poté trattenere per qualche momento ». Anche a Milano, sino alla fine dei suoi giorni, il monastero continuò ad affascinarlo con struggente nostalgia.
Ma, se « il respiro della sua vita – come ancora diceva Roncalli nell’orazione funebre – fu la preghiera in esercizio quotidiano di pietà religiosa », questo non solo non lo distraeva dalla dedizione insonne e laboriosissima alla vita attiva qual è richiesta a un pastore d’anime di milioni di fedeli, ma ne costituiva lo stimolo e la risorsa. Amava dire:  « Fare l’arcivescovo di Milano è un mestieraccio ».
D’altra parte, sempre nella sua prima lettera pastorale aveva scritto di sentirsi inviato « per dirla con una frase dell’Apostolo:  « per immolarmi sul sacrificio vostro e sulla liturgia (divino servizio) della vostra Fede »":  vi rimase fedele dal primo momento fino all’ultimo dei suoi anni trascorsi come pastore della Chiesa ambrosiana. I decenni di vita contemplativa, la sua passione per il raccoglimento della cella e soprattutto per l’azione liturgica e per l’opus Dei col suo primato, non lo ritrassero mai da questa « immolazione », anche se imprimevano qualche linea di frettolosità e di impazienza non sempre gradita.
Avvertirono il suo « sacrificio » anzitutto i sacerdoti che, pure, non mancarono di sperimentare, all’inizio del suo episcopato, una severità eccessiva, che poteva in qualche caso diventare sommaria e sbrigativa:  una severità che, dopo la tragedia della guerra e la costatazione dello zelo del presbiterio ambrosiano, finì con lo sciogliersi in una paternità sempre più indulgente e dolce.
Quanto ai fedeli ambrosiani non ebbero, fin da subito, al solo vederlo, il minimo dubbio, né la più piccola esitazione:  per essi quella delicata figura, sempre rapida e raccolta, dagli occhi vivi e dal sorriso lieve, era la figura di un santo.
In particolare, questa santità traspariva nella « devozione » con cui celebrava. Il cardinale Giacomo Biffi ha colto perspicacemente questo aspetto:  « Non era un colosso, eppure la sua presidenza veniva percepita come qualcosa di determinante e di intenso. La gente semplice correva a contemplare quest’uomo esiguo e fragile che, nelle vesti del « liturgo », diventava un gigante. « Liturgo »:  ecco la parola giusta, anche se ovviamente nessuno dei semplici la conosceva. Dunque, un liturgista insigne, ma più che altro un « liturgo » imparagonabile.
« I suoi gesti erano sempre sciolti e misurati:  non c’era niente di teatrale nella sua attitudine. Eppure il suo era davvero uno spettacolo, al tempo stesso spontaneo e affascinante. Intento insieme e assorto, era agli occhi di tutti un testimone eloquente dell’invisibile. Nessuno era più sollecito di lui, che si muoveva entro i sacri misteri con la disinvoltura di chi si sente a casa. Non ci meraviglia allora che i milanesi accorressero in Duomo all’immancabile appuntamento domenicale ».
Del resto, egli, decenni prima del Vaticano ii, ebbe lucida e acuta la percezione della teologia della liturgia. Scriveva:  la Sacra Liturgia è « la preghiera speciale che è per eccellenza la preghiera della Chiesa »; essa è la preghiera « che direttamente sgorga dal cuore della Chiesa orante ».
Schuster si spense quasi improvvisamente il 30 agosto 1954 proprio nel suo seminario. Vi era arrivato, « stremato, smagrito, sofferente », cogliendo tutti di sorpresa:  non aveva fatto mai una vacanza, e i cinque lustri di episcopato lo avevano ormai tutto consumato. L’indomita fortezza del suo animo era sempre stata racchiusa in quel corpo esile, che più volte era comparso nei luoghi più remoti e impervi della diocesi – « come un lumicino preoccupato quasi più di nascondersi che di apparire », avrebbe detto il Patriarca Roncalli nell’epicedio; ma in quei giorni la sua figura ci appariva spossata oltre misura.
Sempre nei Novissima verba Giovanni Colombo, allora rettore maggiore dei seminari milanesi, ricorda:  « L’automobile dell’Arcivescovo si fermò davanti all’atrio del Seminario verso le 18 del 14 agosto. Non pioveva più, ma una bassa nuvolaglia copriva tutto il cielo e la campagna era macera di pioggia recente ».
Non era stato facile convincerlo a lasciare il torrido episcopio di Milano per salire a quel colle, dove il riposo e l’aria salubre si sperava avrebbero rinnovato le sue energie esauste. Ma non ebbe alcun giovamento.
Si spense dopo un’agonia – che ai presenti era parsa una liturgia – e dopo aver benedetto la sua Chiesa e aver chiesto perdono di quello che aveva fatto e non fatto.
Faceva « ancora buio », come quando Maria di Magdala andò al sepolcro:  era l’ora del canto del gallo, « l’araldo del giorno », come lo chiama sant’Ambrogio, quando « la stella lucifera dalla tenebra libera il cielo ». A quell’ora nel monastero di San Paolo, dove l’abate Schuster era sempre il primo ad apparire, si scioglieva « il labbro devoto » e si elevava « la santa primizia dei canti ». A quell’ora abitualmente l’arcivescovo incominciava, pregando, la sua giornata intensa. In quell’alba la sua giornata terrena era finita:  sorgeva « il Giorno che illumina giorni » per una lode ormai perenne.
Quasi subito, dopo quell’annunzio, si avviò un pellegrinaggio orante e ininterrotto al colle del seminario:  una fiumana di gente, come fosse avvenuto tacitamente un accordo in tutta la diocesi, saliva a venerare l’arcivescovo santo e, più che a pregare per lui, ad affidarsi alla sua intercessione.
La mattina nel trasporto a Milano avrebbe percorso, tra folle innumerevoli, la sua « via trionfale » – come l’ha denominata il cardinale Colombo, che nel secolo scorso fu a sua volta un grande arcivescovo di Milano insieme a Ferrari, a Schuster e a Montini – « addobbata di arazzi, illuminata dallo sfolgorio solare ».
È importante per una Chiesa che non si spenga e non si annebbi la memoria della sua storia, e soprattutto dei suoi pastori, specialmente quando questi si presentino con il pregio raro e splendido della santità. Ecco perché sarebbe segno di avvedutezza pastorale e di sensibilità spirituale riaccenderne le figure con impegnative e studiose memorie.

(L’Osservatore Romano 7-8 settembre 2009)

IL SANTUARIO DI ROMA: IL DIVINO AMORE

http://www.santuariodivinoamore.it/madonnadeldivinoamore.html

IL SANTUARIO DI ROMA: IL DIVINO AMORE dans Maria Vergine 06-Madonna-Divino-Amore

(nel testo c’è una clip, metto una immagine)

IL SANTUARIO DI ROMA: IL DIVINO AMORE

Descrizione dell’immagine della Madonna del Divino Amore
secondo la critica fatta nel 1940 quando l’affresco fu strappato dal vecchio muro

del Prof. CARLO DEL VECCHIO

Non sappiamo con certezza quando l’affresco sia stato eseguito, mancandoci a tutt’oggi uno studio ordinato e completo dì esso; comunque, ci sembra chiaro che le sue caratteristiche diano una indicazione abbastanza approssimativa, del periodo di tempo in cui questo dipinto può essere collocato, e cioè verso la fine del 1300 ed i primi anni del secolo seguente. Queste caratteristiche possiamo identificarle sia nella tecnica, sia nel tipo iconografico del soggetto, specie nelle linee che formano la somatica del viso della Madonna.
Si noti a questo proposito, la nobiltà dei lineamenti, i suoi grandi occhi tagliati a mandorla, il naso dritto, la bocca non troppo grande, il segno di graffito che circonda le parti principali delle figure e dei panneggi (graffito che gli antichi facevano con un grosso chiodo acuminato per delimitare, sull’intonaco fresco, i campi principali del disegno), le aureole bacellate che sicuramente erano dorate.
Se l’artista è ignoto, esso però apparteneva con ogni probabilità a quella scuola romana che seguiva fin dai secoli IX e X le linee maestre di una eccellenza della tradizione pittorica che affonda le sue radici nel passato. Questa romanità di origini si faceva notare anche nei mosaici, che pur conservando alcuni residuati di schermi bizantini, in Iacopo Torriti non disdegnò rinunciarsi nei modi stilistici usuali. L’artista a cui vogliamo alludere è Pietro Cavallini, che in quel secolo dominò incontrastato questa scuola. Egli fece più fresca rifluire la nota veristica ed umanitaria, affermandosi nei mosaici e negli affreschi, come il precursore della grande pittura che stava per fiorire in Toscana. L’arte del Cavallini è una ricerca di espressione umana e ideale ad un tempo, che ha già l’individualità del gusto occidentale mediterraneo, preludio della forma plastica di Giotto, del quale la critica moderna lo ritiene oggi suo maestro spirituale. Sebbene i più importanti cicli delle sue pitture murali siano andati perduti, come quello di S. Paolo e di S. Pietro, ci restano ancora oggi i lavori musivi di S. Maria in Trastevere, la Madonna di S. Crisogono ed altri, oltre un grande esempio di pittura in affresco, cioè la parte superiore del Giudizio Universale, che un fortuito caso riportò alla luce ed alla visione ammirata degli scopritori del nostro secolo (meno di 60 anni or sono) nel Coro delle Benedettine Olivetane, posto a ridosso della parete di fondo della Basilica di S. Cecilia.
Nel nostro dipinto della Madonna, sebbene rovinato dal tempo, vi si riscontrano parecchi elementi, come già si è detto, che lo pongono proprio nel ciclo di detta scuola romana. Non sarà stato certo il Cavallini ad eseguirlo, ma certamente uno di quei pittori, se pur più modesto, della sua sequela; anzi possiamo supporre che la figura centrale, la Madonna con il Bambino, sia stata opera di un artista, che fece poi terminare le figure dei due angeli, meno belli del gruppo centrale, da altri più di lui modesti, ma sempre operanti nella scia tracciata dal Cavallini.
L’affresco è molto deteriorato dal tempo perchè, essendo dipinto, come si è detto, sull’ esterno della torre principale del Castello, attraverso i secoli aveva subito tutte le intemperie del tempo ed i raggi distruttori del sole.
Dopo il primo miracolo (1740) fu rimosso dalla torre; come si usava allora fu tagliato o segato direttamente il rettangolo del muro medioevale a tufi, sul quale era l’intonaco affrescato, sorreggendo e legando il tutto con travetti di legno che tutt’ ora sono in loco.
Questa constatazione fu fatta nel 1940, quando il Rettore del Santuario D. Umberto Terenzi, preoccupato dello stato dell’intonaco che in molte parti presentava rigonfianti e sicuri accenni di distacco, minacciandone l’irreparabile caduta con relativa perdita del dipinto, decise provvidenzialmente di farlo completamente staccare, incaricando il prof. Buttinelli del Gabinetto del Restauro del Vaticano, di procedere al detto lavoro.
L’affresco, unitamente al suo intonaco, fu accuratamente strappato; vennero allora alla luce, nel retro di esso, i tufelli medioevali simili a quelli della Torre ed i travetti in legno che legano questo prezioso e storico rettangolo di muro.
Con molta attenzione tolti dal dipinto i vari restauri che per lungo tempo lo avevano deturpato, ultimo, quello eseguito nel 1914, ricomparve l’antica immagine, rovinatasi, ma molto più bella e nobile di quella che eravamo soliti vedere, ed il volto della Madonna si rivelò celestiale con la espressione luminosa dei grandi dolcissimi occhi. Non più il voluminoso cuscino sul quale poggiavano i piedi del Bambino, erroneamente dipinto dai malaccorti restauratori della fine del settecento e seguenti.
Questi lo fecero, quasi sicuramente, per camuffare il tratto d’intonaco che non risulta della medesima qualità dello antico, poi reintegrato perchè caduto. Non più sul braccio destro della Madonna, sul quale è seduto il Bambino Gesù, il panno di stoffa bianca che risulta essere invece parte del manto rosso di questi. La Madonna è in trono – giusta l’iconografia del tempo – ai due lati s’intravedono gli angoli di un cuscino rosso sul quale Essa è seduta; ha la tunica, come il manto del Bambino, di un rosso pompeiano; il manto di Lei è azzurro verdastro con sotto qualche riflesso rosso. La tunichetta che si vede alla spalla e nel braccio destro del Bambino, la cui mano alzata indica con il dito la Sua Mamma Celeste, è di tono scuro grigio verdastro.
Attenendoci agli schemi dell’iconografia antica, al disotto della mano destra della Madonna che sorregge il Bimbo, al posto del pesante cuscino dipinto sul vecchio restauro, dovevano esservi le ginocchia della Vergine, sulle quali poggiavano direttamente i piedini di Gesù. Il tutto risulta ben delineato in una ricostruzione curata dal sottoscritto che aveva seguito nel 1940 le fasi del distacco e dell’ultimo restauro, ricostruzione studiata in tutte le sue parti, compreso lo Spirito Santo, con riferimenti tratti da mosaici e pitture murali del Cavallini, ricostruzione che servì per la stampa delle nuove immagini.
Nel centro del fondo del dipinto vi è una cortina di tono giallo dorè invecchiato, fissata in alto con dei fermagli ad un arco ribassato. Ai lati della Vergine SS.ma due Angeli, con grandi ali in atto di venerazione: uno a sinistra di chi guarda, regge un aspersorio, l’altro a destra, un turibulo; vogliono indicare il primo le benedizioni di Dio sulla Madonna, e, per la Sua intercessione, sugli uomini; il secondo, la preghiera che nella S. Scrittura e nella Liturgia è simboleggiata appunto dall’incenso che sale al trono dell’ Altissimo:« in odore di soavità ». In quanto al colore delle tuniche degli angeli, possiamo osservare, che in quello che ha il turibolo si presenta di tonalità biancastre e fredde e sulla manica a metà del braccio sinistro una fascia azzurra, il manto un giallastro ocra, alquanto chiaro. La tunica dell’altro è meno fredda, con toni bianco giallastri, il manto in giallo ocra scura con qualche ombra brunastra. Le ali, pur indicandoci varietà di toni e di colori sono molto abrasate.
Il fondo generale sul quale si stagliano le figure è di un tono scuro verdastro, qua e là molto incerto e non uniforme, spesso abrasato; in basso all’altezza della mano destra della Madonna, s’intravedono due righe come l’inizio di una zoccolatura più oscura. Le aureole delle figure, come già si è detto, sono bacellate, quella del Bambino oltre alla baccellatura ha la croce greca; esse presentano nel loro fondo un rossastro, quasi fossero passate con bolo armeno per ricevere sopra la doratura che sicuramente in origine avevano; sul petto della Madonna, verso la spalla sinistra fanno capolino i resti di una stella. Per completare la descrizione, diremo ancora che la composizione in alto è chiusa da un arco ribassato che si prolunga ai lati con due spallette; l’ estradosso dell’arco ha tonalità di terra rossa qua e là abrasato facendo trasparire altri toni di fondo scuro.
Con il distacco dell’affresco fu eliminato il periodo di una completa distruzione del simulacro, fu rinforzato con malta su una grossa rete metallica sorretta da un robusto telaio, cosa che permise nei tragici momenti dell’ultima guerra e dei bombardamenti, il trasporto precauzionale della preziosa devota immagine a Roma, nella Chiesa di S. Ignazio, perchè fosse più vicina ai suoi diletti figli.
A questo punto, per dovere di verità storica, dobbiamo dichiarare che l’antico affresco vero e proprio è tutto compreso in quello che abbiamo fin qui descritto. Purtroppo, la parte sovrastante, che riguarda lo Spirito Santo, non è autentica. Infatti essa dopo attente osservazioni risulta opera grossolana, eseguita solo dopo che l’affresco col sottostante muro medioevale fu collocato nella Chiesa eretta nel 1744 nel centro del Castel di Leva: da tutto ciò, se ne può quasi certamente dedurre che l’autentico fosse andato perduto quando il muro fu tagliato dalla torre, e, di conseguenza poi, per non lasciare la figurazione della Madonna senza il suo principale attributo, fu ridipinto molto alla buona, inquadrando la colomba fra quei due drappi verdi che indicano chiaramente il cattivo gusto dell’antico, e forse, improvvisato restauratore. Comunque sia esso è oggi un elemento acquisito dalla iconografia di questo nostro Simulacro e, senza del quale non potremmo immaginarlo, poichè lo Spirito Santo rappresentato dalla colomba simbolica è proprio il Divino Amore che ha dato la sua mirabile qualifica a questa Madonna.
Per completare queste note generali sul dipinto e per essere fedeli alla cronaca, dobbiamo riferire che dopo il distacco del 1940 il Rettore del Santuario invitò ad esaminarlo il prof. Prandi Direttore del Gabinetto dei Restauri e Mons. Giovanni Fallani oggi Presidente della Commissione Pontificia di Arte Sacra, affiancati poi dal pubblicista Guido Guida; tutti furono d’accordo nell’intravvedere, sebbene in un maestro più modesto, l’impronta non spregevole della scuola romana del Cavallini. Essi osservando attentamente il dipinto, dopo aver rilevato le molte osservazioni ed apprezzamenti già sopra descritti, fecero anche attenzione ad una abrasatura che intaccava, sia pur leggermente, oltre il dipinto anche lo stesso intonaco, di andamento ricurvo verso il basso, sotto il ginocchio del Bambino. Tale abrasatura fece supporre provocata da un oggetto appeso dinanzi al dipinto e scendente dall’alto, che, con il vento, poteva facilmente dondolarsi, strusciando sull’affresco, ossia quel lume alimentato dalla pietà dei pastori e dei contadini, lampada di cui si parla in un documento epigrafico del 1741 e che fu certo richiamo al pellegrino, inducendolo a raccomandarsi alla Vergine SS.ma raffigurata in quella effige, per essere liberato dall’ira di un branco di cani pastori che lo circondavano e stavano per assalirlo.

Publié dans:Maria Vergine, ROMA - varie, SANTUARI |on 29 août, 2013 |Pas de commentaires »

Il martirio di San Giovanni Battista

Il martirio di San Giovanni Battista dans immagini sacre

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Publié dans:immagini sacre |on 28 août, 2013 |Pas de commentaires »

BENEDETTO XVI: IL MARTIRIO DI SAN GIOVANNI BATTISTA – 29 AGOSTO

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/audiences/2012/documents/hf_ben-xvi_aud_20120829_it.html

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

CASTEL GANDOLFO

MERCOLEDÌ, 29 AGOSTO 2012

IL MARTIRIO DI SAN GIOVANNI BATTISTA – 29 AGOSTO

Cari fratelli e sorelle,

in quest’ultimo mercoledì del mese di agosto, ricorre la memoria liturgica del martirio di san Giovanni Battista, il precursore di Gesù. Nel Calendario Romano, è l’unico Santo del quale si celebra sia la nascita, il 24 giugno, sia la morte avvenuta attraverso il martirio. Quella odierna è una memoria che risale alla dedicazione di una cripta di Sebaste, in Samaria, dove, già a metà del secolo IV, si venerava il suo capo. Il culto si estese poi a Gerusalemme, nelle Chiese d’Oriente e a Roma, col titolo di Decollazione di san Giovanni Battista. Nel Martirologio Romano, si fa riferimento ad un secondo ritrovamento della preziosa reliquia, trasportata, per l’occasione, nella chiesa di S. Silvestro a Campo Marzio, in Roma.
Questi piccoli riferimenti storici ci aiutano a capire quanto antica e profonda sia la venerazione di san Giovanni Battista. Nei Vangeli risalta molto bene il suo ruolo in riferimento a Gesù. In particolare, san Luca ne racconta la nascita, la vita nel deserto, la predicazione, e san Marco ci parla della sua drammatica morte nel Vangelo di oggi. Giovanni Battista inizia la sua predicazione sotto l’imperatore Tiberio, nel 27-28 d.C., e il chiaro invito che rivolge alla gente accorsa per ascoltarlo, è quello a preparare la via per accogliere il Signore, a raddrizzare le strade storte della propria vita attraverso una radicale conversione del cuore (cfr Lc 3, 4). Però il Battista non si limita a predicare la penitenza, la conversione, ma, riconoscendo Gesù come «l’Agnello di Dio» venuto a togliere il peccato del mondo (Gv 1, 29), ha la profonda umiltà di mostrare in Gesù il vero Inviato di Dio, facendosi da parte perché Cristo possa crescere, essere ascoltato e seguito. Come ultimo atto, il Battista testimonia con il sangue la sua fedeltà ai comandamenti di Dio, senza cedere o indietreggiare, compiendo fino in fondo la sua missione. San Beda, monaco del IX secolo, nelle sue Omelie dice così: San Giovanni Per [Cristo] diede la sua vita, anche se non gli fu ingiunto di rinnegare Gesù Cristo, gli fu ingiunto solo di tacere la verità. (cfr Om. 23: CCL 122, 354). E non taceva la verità e così morì per Cristo che è la Verità. Proprio per l’amore alla verità, non scese a compromessi e non ebbe timore di rivolgere parole forti a chi aveva smarrito la strada di Dio.
Noi vediamo questa grande figura, questa forza nella passione, nella resistenza contro i potenti. Domandiamo: da dove nasce questa vita, questa interiorità così forte, così retta, così coerente, spesa in modo così totale per Dio e preparare la strada a Gesù? La risposta è semplice: dal rapporto con Dio, dalla preghiera, che è il filo conduttore di tutta la sua esistenza. Giovanni è il dono divino lungamente invocato dai suoi genitori, Zaccaria ed Elisabetta (cfr Lc 1,13); un dono grande, umanamente insperabile, perché entrambi erano avanti negli anni ed Elisabetta era sterile (cfr Lc 1,7); ma nulla è impossibile a Dio (cfr Lc 1,36). L’annuncio di questa nascita avviene proprio nel luogo della preghiera, al tempio di Gerusalemme, anzi avviene quando a Zaccaria tocca il grande privilegio di entrare nel luogo più sacro del tempio per fare l’offerta dell’incenso al Signore (cfr Lc 1,8-20). Anche la nascita del Battista è segnata dalla preghiera: il canto di gioia, di lode e di ringraziamento che Zaccaria eleva al Signore e che recitiamo ogni mattina nelle Lodi, il «Benedictus», esalta l’azione di Dio nella storia e indica profeticamente la missione del figlio Giovanni: precedere il Figlio di Dio fattosi carne per preparargli le strade (cfr Lc 1,67-79). L’esistenza intera del Precursore di Gesù è alimentata dal rapporto con Dio, in particolare il periodo trascorso in regioni deserte (cfr Lc 1,80); le regioni deserte che sono luogo della tentazione, ma anche luogo in cui l’uomo sente la propria povertà perché privo di appoggi e sicurezze materiali, e comprende come l’unico punto di riferimento solido rimane Dio stesso. Ma Giovanni Battista non è solo uomo di preghiera, del contatto permanente con Dio, ma anche una guida a questo rapporto. L’Evangelista Luca riportando la preghiera che Gesù insegna ai discepoli, il «Padre nostro», annota che la richiesta viene formulata dai discepoli con queste parole: «Signore insegnaci a pregare, come Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli» (cfr Lc 11,1).
Cari fratelli e sorelle, celebrare il martirio di san Giovanni Battista ricorda anche a noi, cristiani di questo nostro tempo, che non si può scendere a compromessi con l’amore a Cristo, alla sua Parola, alla Verità. La Verità è Verità, non ci sono compromessi. La vita cristiana esige, per così dire, il «martirio» della fedeltà quotidiana al Vangelo, il coraggio cioè di lasciare che Cristo cresca in noi e sia Cristo ad orientare il nostro pensiero e le nostre azioni. Ma questo può avvenire nella nostra vita solo se è solido il rapporto con Dio. La preghiera non è tempo perso, non è rubare spazio alle attività, anche a quelle apostoliche, ma è esattamente il contrario: solo se se siamo capaci di avere una vita di preghiera fedele, costante, fiduciosa, sarà Dio stesso a darci capacità e forza per vivere in modo felice e sereno, superare le difficoltà e testimoniarlo con coraggio. San Giovanni Battista interceda per noi, affinché sappiamo conservare sempre il primato di Dio nella nostra vita. Grazie.

SANTI E SANTINI – FENOMENOLOGIA E SEMANTICA DELLE IMMAGINETTE SACRE

www.ilvecchiotarlo.it/storia_santini_antichi.htm?

(indirizzo web rimanda al sito, non all’articolo che si è aperto html)

SANTI E SANTINI

FENOMENOLOGIA E SEMANTICA DELLE IMMAGINETTE SACRE

TRA COLLEZIONISMO E DEVOZIONISMO POPOLARE

di SEBASTIANO LO IACONO :

CHE COSA SONO I SANTINI
I santini sono un segno. La fede è fatta anche di segni. Le immaginette religiose sono segno, documento e testimonianza di fede. Sono strumenti di rappresentazione di un credo religioso. Appartengono sia alla famiglia dell’arte popolare sia a quella della arte colta. Indipendentemente dal contenuto, appartengono sia alla pittura come arte sia alla fotografia sia all’arte della stampa.
 Rappresentano persone storiche o personaggi del martirologio cristiano, dotati di particolare carisma, che hanno realizzato in profondità gli ideali professati. S’ispirano, in vario modo, all’iconografia classica della pittura occidentale e orientale colte e all’iconografia popolare che dalla prima si differenzia in tanti modi. I santini sono allegorie, metafore, emblemi, visualizzazioni di prototipi ideali, figurazioni di una concezione della vita; contengono modelli ideali da imitare e avere sotto gli occhi nella vita quotidiana, da indossare o portare addosso, da mettere accanto al letto; incarnano e personificano, in assenza di figure umane reali, virtù cristiane teologali e precetti morali.
CLASSIFICAZIONE DEI SANTINI
 La classificazione dei santini va fatta in base al criterio del contenuto in essi raffigurato e in base all’elemento materiale e al procedimento tecnico o artistico con cui sono realizzati. I santini sono realizzati normalmente su carta di vario tipo: carta pesante, cartoncino; carta sottile, velina o carta di riso; pergamena.
 I santini, per quanto riguarda la tecnica di realizzazione, si suddividono in tre grandi settori: quelli realizzati con tecnica manuale, tra cui ci sono quelli a canivets, su pergamena, nonché quelli fatti con ricami su tessuto o su vestiti. Appartengono a questo gruppo di santini fatti a mano quelli a collage, acquerellati e puntinati e quelli detti a vestito. Vedremo più avanti perché si chiamino così
 Nel gruppo dei santini realizzati con stampa meccanica ci sono quelli merlettati, traforati, a rilievo, nonché i santini realizzati con le tecniche della incisione, litografia, cromolitografia, oleografia, fotolitografia, per finire con quelli scritti (che contengono testo a stampa, tra cui preghiere) e i veri e propri santini manoscritti.
 Nel terzo gruppo vanno annoverate le immaginette speciali: a teatrino, apribili a libro, a sorpresa, fustellati, gli ex-voto e quelli contenenti reliquie più o meno autentiche.
 In ognuno di questi settori, ci sono santini più o meno recenti, nonché dotati di diverso valore storico. La loro datazione, in questo caso, non dipende dal soggetto o dal tema raffigurato, bensì dalla tipologia tecnica utilizzata. E’ ovvio che i santini a pergamena hanno, per così dire, un pedigree più antico rispetto a quelli realizzati con stampa meccanica tipografica o con sistemi fotografici moderni di tipo industriale.
 La storia dei santini coincide con la storia dell’arte della stampa. Nell’era della riproducibilità delle opere d’arte l’oggetto unico ha perso il suo valore di oggetto singolare. Il fenomeno ha interessato le opere d’arte vere e proprie e, a maggior ragione, i santini. Solo i santini da collezione sono oggetti unici. I santini, per natura, sono prodotti seriali, la cui produzione ha avuto sempre un numero elevato.
COLLEZIONISMO E FETICISMO
 Un fenomeno recente è quello del collezionismo di massa dei santini, collegato a un mercato di scambi e di aste pubbliche, anche via Internet, di tali immagini della religiosità popolare. Il fenomeno del collezionismo è anche legato ad un bisogno di spiritualità. Questo tipo di spiritualità, che un tempo nei santini aveva un punto di riferimento forte, realizza un rapporto orizzontale tra uomo e santino, ovvero tra santino e devoto, che implica il rapporto verticale tra uomo e realtà trascendente divina, fruita nel rapporto devozionale attraverso la mediazione dei santi nella loro diversa iconografia o tramite l’altra speciale mediazione della Madonna nelle sue varie configurazioni.
 Il santino, dunque, è stato un tramite, un ponte di collegamento tra uomo e Dio, nonché tra uomo e i santi, ulteriori ponti di collegamento di una relazione superiore e verticale. Collezionismo e devozionismo popolare spesso coincidono. Ma il collezionismo può essere, a volte, solo speculazione o morboso rapporto con oggetti di valore più o meno artistico, che sfocia nel cosiddetto feticismo.
 Il santino, ovviamente, non può essere considerato solo un oggetto feticistico per il devoto o per il credente. Può diventarlo per il collezionista professionista che oggi colleziona maniacalmente anche le schede telefoniche o le carte di credito. Ma può diventarlo in casi particolari: molti conservano il santino della Prima Comunione o quello donato da una persona cara defunta. In questo caso, il santino diventa oggetto di culto quasi feticistico.
CLASSIFICAZIONE PER SOGGETTO
 La classificazione dei santini per soggetto, invece, è operazione laboriosa e complessa. E’ anche questo un discorso da fare per capire meglio l’universo di queste immagini. Non tutti i santini sono santini che effigiano santi. Ce ne sono alcuni con soggetto specifico, ma che comunque hanno sempre rapporto con la religione cristiana. In alcuni non è raffigurato un santo storico, persona che la Chiesa ha assunto agli onori degli altari, bensì possono rintracciarsi forme di propaganda religiosa, rappresentazioni di concetti teologici o eventi storici della cultura religiosa, nonché leggende pie, miracoli oppure contenere orazioni o litanie. In quest’ultimo caso, il santino non ha nessuno rilievo figurativo, cioè non contiene immagini.
 Ci sono poi santini che in base al soggetto appartengono a categorie speciali: quelli funebri e quelli che ricordano anniversari di matrimonio, di ordinazione sacerdotale o di eventi religiosi particolari. Questi ultimi, difatti, si chiamano ricordini. Hanno, per così dire, la funzione di souvenir di eventi anche liturgici e sacramentali, pubblici, privati o collettivi. I calendarietti e i santini a francobollo sono un’altra tipologia.
 Il santino è per antonomasia la fede o la rappresentazione dell’esperienza religiosa di un santo che diventano immagine. Il santo si fa immagine. La fede diventa immagine. La religione si incarna in un’immagine. Viviamo, difatti, nell’era dell’immagine, ma già anticamente si sapeva che, per così dire, somministrare il catechismo per immagini era una via più facile e indolore rispetto alla lettura o allo studio di libroni di teologia, come quelli di San Tommaso d’Aquino che scrisse una mole enorme di trattati filosofico-teologici.
 Il catechismo per immagini non significa accentuare il messaggio visivo e ridurre il contenuto. L’immagine, anche oggi, non sempre è a danno o a scapito del contenuto. Basta citare le vignette satiriche: tutti sanno che una vignetta vale più di un editoriale di cento righe firmato da un noto commentatore.
 Il santino è ed è stato sicuramente un’immagine dal forte contenuto rappresentativo. Possederlo, conservarlo, baciarlo, pregare davanti a uno di essi, nonché esporlo a casa e accendervi davanti un cero o una luce di fede e speranza sono stati gesti che i nostri nonni e le nostre mamme facevano e fanno, così come oggi si appende sulle pareti delle stanzette dei giovani il poster di Vasco Rossi o quello di Che Guevara.
 I santini sono proiezioni di un mito. Rappresentano un mito. In questo caso, si tratta di un mito di valenza religiosa e spirituale. Nel caso del poster di Che Guevara, si tratta di un mito politico-rivoluzionario. Una categoria di santini laici, o meglio pagani, nel senso che in essi Dio è assente, quasi fosse un luogo dove Dio è morto, sono, oltre ai poster, anche le famosissime figurine dei calciatori e quelle dei cartoni animati. Anche qui si tratta di immagini di formato ridotto che possono suscitare affezioni ed emozioni quasi feticistiche o sacrali che con il sacro vero e proprio non hanno nulla a che fare.
 Nell’antichità, l’eroe olimpico godeva quasi di un’aura divina, come il calciatore iper-miliardario di oggi, o come il cantante rock, nelle cui canzoni si trasmettono messaggi di vario tipo: da quello ecologico, a quello pacifista, fino a certe forme di esaltazione della droga, della violenza o, addirittura, del satanismo, del razzismo antisemita o del rifiuto del diverso o, infine, della ricerca della trasgressione dionisiaca a ogni costo.
 Questo tipo di immagini, poster e figurine è sicuramente classificabile come appartenente allo stesso bisogno dell’uomo di avere e toccare un alcunché di visibile di ciò che non si possiede direttamente e che direttamente non può essere percepito sensitivamente.
 Si cerca il santino, sia esso quello religioso e sacro oppure quello laico e profano, per riempire un vuoto. Abbiamo una voluttà dell’immagine. Non c’è dubbio. L’immagine riempie un vuoto. Se si pensa, invece, che in alcune civiltà, come quella ebraica o islamica, il ricorso alle immagini, non solo quelle divine, ma anche di altro tipo, era ed è vietato, possiamo notare lo scarto che c’è tra la nostra antica e moderna civiltà dell’immagine e quella delle culture mediorientali o asiatiche che nell’immagine del divino o del sacro rintracciano alcunché di negativo. Riprodurre l’immagine di Dio per gli ebrei era sacrilegio. Per i romani, raffigurare l’imperatore come un dio era cosa normalissima e legittima.
 I santini hanno risposto al bisogno nostro e della nostra cultura europea e occidentale di dare immagine a ogni cosa. In quanto tali, i santini sono una mediazione tra ciò a cui si crede e si conferisce valore sacro e religioso e ciò che, in quanto tale, non si vede, né può vedersi immediatamente, cioè senza una qualche mediazione visiva. I santini sono stati e sono un medium. Li possiamo considerare veri e propri mass-media ante litteram, prima che i mass-media fossero inventati e diventassero mezzi di comunicazione non solo visiva su scala planetaria. In quanto mezzi di comunicazione di massa svolgono e svolsero un ruolo di intermediazione tra i valori della religione e il popolo di Dio. I santini, difatti, sono una mediazione tra ciò che non si vede e ciò che vorremmo vedere; tra ciò a cui crediamo e ciò che non possiamo sentire vicino, toccare e percepire direttamente.
UN CATECHISMO PER IMMAGINI
 I santini, quelli di tipo religioso, inoltre, hanno riempito un altro tipo di vuoto: la mancanza di scrittura e di alfabetizzazione nelle classi popolari subalterne. Lo stesso ruolo hanno assolto le rappresentazioni pittoriche sulle pareti o sulle vetrate e le volte celesti delle grandi cattedrali: gli affreschi di Giotto sulla vita di San Francesco o quelli di Michelangelo sulla Cappella Sistina erano, per così dire, libri di catechismo di più facile lettura per il popolo di Dio rispetto ai trattati tomistici della stessa epoca.
 Quando quelle immagini di arte dotta, per così dire, si staccarono dalla loro sede eccelsa, le cattedrali, e diventarono immaginette sacre, cioè riproduzioni popolari con fruizione di massa, nacquero, appunto così, quelli che chiamiamo santini. Molti santini, difatti, riproducono opere d’arte colta.
 Anche in questo caso si può dire, senza essere irriverenti, che l’occhio vuole la sua parte. Nei santini si vede ciò che si insegnava a scuola, in famiglia, nel catechismo o nelle grandi riunioni liturgiche religiose. Sentire la parola non bastò più. Bisognò che la parola diventasse immagine.
 La parola si fece immagine nell’arte classica e poi, scendendo dal piedistallo dell’arte colta, riservata a pochi, si fece immaginetta sacra, destinata a tutti, rivolgendosi così al popolo di Dio nella sua universalità. I santini si fanno vedere. Vedendoli toccano corde emotive che tramite la vista possono accendere autentici sentimenti di fede e devozione. Allo stesso modo si verifica quando si sente cantare un salmo in stile gregoriano. I santini, dunque, per questo, riempirono il vuoto di cui si è detto. Il popolo di Dio analfabeta e illetterato non poté mai leggere, nonostante la traduzione latina del Vangelo di San Girolamo, i testi degli Evangelisti con la stessa facilità con cui “lesse” le pitture delle grandi cattedrali, gli affreschi delle chiese minori e, infine, le immagini altrettanto minori dei santini.
CLASSIFICAZIONE IN BASE ALLA TECNICA DI REALIZZAZIONE
 I santini a CANIVETS sono immaginette intagliate a mano con un temperino (CANIV), realizzando così una serie di fregi, fogliami e cornici. Possono essere di carta o pergamena. Acquerellati e dipinti sono i più antichi e risalgono ai secoli XVII-XVIII. Nell’Ottocento si passò alle cromolitografie che erano applicate con la colla.
 I santini su PERGAMENA o cartapecora usavano, appunto, pelle di pecora o di capra o di vitello. La pelle era conciata e lisciata. Anticamente era usata come materiale scrittorio in sostituzione del papiro. Su questo supporto erano stampate e dipinte le immagini.
 I santini con RICAMI SU TESSUTO erano immagini completate e impreziosite con un fitto e delicato ricamo di fili colorati.
 I santini a VESTITO non erano quelli che s’indossavano sugli indumenti, bensì quelli la cui immagine era vestita con frammenti di carta, seta, stoffa o raso e resa preziosa da contorni e finezze in lamine d’orate.
 I santini su COLLAGE utilizzavano tecniche miste e materiali compositi: carta, cartoncino, lamine d’avorio, stagnola, madreperla, stoffa, pagliuzze colorate, foglie e petali essiccati incollati. Gli esperti, in questo caso, affermano che questa è una delle massime espressioni dell’arte popolare relativa alle immaginette religiose.
 I santini ACQUERELLATI erano dipinti a mano. Si usavano generalmente colori vegetali o tempere. Nella prima produzione industriale di santini, la coloritura pur essendo manuale era eseguita con apposite mascherine.
 I santini PUNTINATI erano realizzati con la tecnica particolare della foratura del fondo del santino con una punta finissima, un ago o uno spillo, creando così disegni e cornici.
 I santini MERLETTATI TRINATI O CON PIZZO erano prodotti con un procedimento di stampa eseguita con punzoni a secco. L’immagine risultava col contorno simile ad un merletto. Più il punzone è fine e lavorato più l’effetto ottenuto sull’immagine è gradevole e prezioso.
I santini A RILIEVO utilizzavano la tecnica di stampa ottenuta pressando la carta tra due lastre di metallo sagomate.
 I santini ad INCISIONI fanno parte di quelli la cui tecnologia è la più elaborata. Si tratta di un tipo di stampa che, in base ai materiali utilizzati e incisi, assume nomi e caratteri diversi: acquaforte, bulino, puntasecca, silografia ecc. Normalmente le incisioni erano e sono in bianco/nero. Sono rare e interessanti quelle color sanguinia.
 I santini realizzati con la LITOGRAFIA nascono da un processo di stampa eseguita su pietra calcarea o lastre di metallo (zinco o alluminio) opportunamente trattati, e sensibili alla proprietà di assorbire determinati grassi.
 Con la CROMOLITOGRAFIA si ottengono santini frutto di una sovrapposizione di più pietre o lastre litografiche stampate a più colori.
 L’OLEOGRAFIA è, invece, un procedimento cromolitografico idoneo ad ottenere effetti simili ad una pittura ad olio.
 Con la FOTOLITOGRAFIA si passa all’uso dell’immagine fotografica.
 I santini SCRITTI e/o MANOSCRITTI sono piccoli rettangoli di carta privi d’immagine utilizzati per preghiere particolari o comunioni Pasquali nell’Ottocento. Rarissimi sono i santini di questo tipo manoscritti.
 Quelli A TEATRINO sono, in genere, cromolitografie sagomate, trattenute per mezzo di linguelle di carta, adatte a far sì che si possano estendere e quindi aprirsi e formare diversi piani o livelli di profondità. Si aprono, appunto, come una scenografia teatrale.
 Quelli APRIBILI A LIBRO sono formati da parti diverse ripiegate e possono aprirsi come se si sfogliasse in libro. Questo tipo di santini può essere definito anche a fisarmonica.
 I santini A SORPRESA sono immaginette che in determinate condizioni celano una sorpresa. Aperti manualmente o esposti alla luce svelano il segreto e diventano graficamente completi.
 I santini FUSTELLATI sono realizzati con cartoncino prodotto meccanicamente, con piccolissimi fori, equidistanti e molto vicini, predisposti per essere intagliati manualmente. Si presta bene per un numero illimitato di disegni geometrici o come supporto per il ricamo. E’ chiamato anche cartoncino mezzo punto o carta millepunti.
 I santini CURIOSITÁ ex-voto sono, infine, un raro esempio di devozione popolare che si concretava nella rappresentazione rudimentale ed elementare della Grazia ricevuta.
I santini RELIQUIE, invece, contengono immaginette con parti delle vesti o degli oggetti appartenuti ad un santo o ad un beato.
I SANTINI SONO SEGNI
 Il santino, dunque, è un segno. I segni hanno una loro grammatica e sintassi. Se si facesse uno studio sui segni e sulle immagini segniche presenti sui santini sicuramente verrebbero fuori grandi scoperte relativamente all’universo della cultura popolare religiosa. Sarebbe, questo, un nuovo campo di studi da approfondire: la cosiddetta semantica dei santini.
 Tutti i santini hanno un recto e un verso: come le medaglie o le monete, e, come sanno bene i collezionisti di oggetti numismatici, si tratta della facciata A e della parte posteriore. Sui santini, com’è noto, la parte posteriore contiene spesso una preghiera dedicata al santo o all’immagine religiosa raffigurata, nonché la data di stampa, il nome della ditta stampatrice e l’imprimatur di un’autorità religiosa. A volte, sono presenti anche notizie biografiche sulla vita del santo o beato raffigurato. Possono essere riportate anche preghiere e orazioni in forma poetica con strofe spesso fatte da quartine di versi senari i settenari e rima baciata o incrociata. Nel testo in prosa se la prosa è barocca si può parlare di origine dotta del testo; se il  linguaggio presenta errori il committente ha origini popolari illetterate. Lo stesso dicasi per l’iconografia: ci sono stilemi dotti e stilemi popolari anche nel linguaggio figurativo provenienti dai rispettivi committenti e dai rispettivi livelli socio-culturali fruitori-consumatori del santino.
IL  LINGUAGGIO E LA SEMANTICA DEI SANTINI
 Per quanto riguarda l’analisi stilistica e linguistica delle preghiere e invocazioni presenti sulla parte posteriore dei santini, c’è da osservare alcune cose: il linguaggio è spesso, anche oggi, ampolloso e retorico; la prosa è barocca e lo stile spesso scivola verso il kitsch; non sono rari enormi svarioni grammaticali e sintattici, nonché errori tipografici spesso insopportabili.
 In alcuni santini la prosa delle preghiere contenute sul retro spesso sfiora l’umorismo e il ridicolo involontari. Ma questo si spiega con il livello socio-culturale dei committenti del santino, che spesso era ovviamente basso e da collocare nell’area delle classi basse o medio-basse. Gli errori sfuggivano sia al tipografo stampatore sia alla autorità religiosa diocesana o parrocchiale da cui il santino otteneva l’approvazione ecclesiastica nella sua struttura bifronte: cioè nella parte figurativa anteriore e in quella posteriore letteraria.
 Immagine e contenuto di ogni santino passano, prima di essere stampati e diffusi, sotto il controllo ecclesiastico onde garantirne l’ortodossia ed evitare, giustamente, che si mettano in circolazione simboli del sacro e segni di fede non coerenti al magistero della Chiesa, nonché onde evitare che insorgano forme di culto che possano degenerare verso il folklorismo religioso o peggio verso forme di superstizione.
 In questo caso, basta citare alcuni fenomeni legati alla figura di Padre Pio: si è arrivati alla produzione di micro-immagini, che santini non sono, che si incollano sul telefonino cellulare o sul PC portatile. La storia ci ha fatto vedere come questo fenomeno abbia avuto effetti assurdi e devastanti: in Libano o in Irlanda sulle mitragliatrici di alcuni terroristi c’era chi incollava immaginette della Madonna o di altre figure carismatiche della Chiesa.
 Il santino, c’è da dire anche, alimenta un commercio industriale, ufficiale o clandestino, per la stampa di immagini di santi e beati, più o meno riconosciuti come tali dalla Chiesa: in zone del pianeta meno evolute, come l’America Latina o l’Africa, l’uso dei santini sfocia nel ridicolo o nel paradossale. In Brasile, per esempio, il santino di un santo cristiano può apparire in coppia con divinità pagane appartenenti a culti indigeni e primitivi. In questo caso si parla di sincretismo, ossia una forma di commistione culturale e religiosa.
 Se il santino è un segno di fede, dunque, si deve aggiungere anche che la fede non è e non sta solo ed esclusivamente nel santino. Anche perché dei santini se ne può fare, come si è detto, un uso improprio o feticistico. Il santino può essere un di più e anche un di meno. Il santino alimenta la fede, ma la fede non si ferma all’uso del santino.
 In quanto segno, si può dire che è anche un segno dell’infanzia, del tempo in cui i poveri di spirito si accontentavano di un’immagine semplice e appena colorata per intessere un dialogo di preghiera e quindi toccare con mano e vedere con gli occhi un segno, un indizio, un segnale visibile dell’invisibile e così, tramite il segno visibile di un santo, accedere alla dimensione verticale del sovra-sensibile.
 I santini sono un fenomeno dagli aspetti molteplici. Non è solo il collezionismo che li ha riportati di moda. Il collezionismo li ha riscoperti, ma sta a chi professa un’autentica religiosità conferire al santino il ruolo appropriato e limitato di una volta.
 Il santino non è solo un rettangolo di carta o di altro materiale che parla il linguaggio muto dell’immagine. Il santino è il segno di una  parola e di un vissuto che si fa immagine.
L’immagine può avvicinare, educare, stimolare, invitare, diventare slogan, accendere un entusiasmo. Può convergere verso il contenuto per cui è stata fatta, ma può anche divergere da un obiettivo di pedagogia o catechesi.
A volte, il santino diventa oggetto prezioso e quindi oggetto d’arte. In questo caso si tratta d’arte religiosa popolare. Ma il valore di arte religiosa di un santino, colta o popolare che sia, non esaurisce il discorso.
 Il santino apre una finestra. Può anche chiuderla. In entrambi i casi, il santino è un oggetto non solo da vedere, ma anche da toccare e annusare. Nel caso dei santi reliquia il rapporto con il santino diventa, difatti, più complesso: alcuni santini possono contenere pezzi o frammenti di vestiti del santo raffigurato in essi. Qui, si può dire, che una certa mentalità magica e pre-logica, come la definiscono gli antropologi, opera sul fruitore del santino come un bambino sente giocattoli o pupazzetti di pezza compenetrati da un alcunché di animato. L’uso del santino, in questo  caso, può degenerare nell’animismo, forma di religiosità primitiva che considera anche le cose inanimate dotate di una dimensione spirituale.
I santini, comunque, sono l’anticamera del sacro, del divino o del religioso: in quanto tali sono e restano segni figurativi visibili di alcunché di non immediatamente visibile. Se ogni segno o simbolo ha questo compito, i santini assolvono ancora a questo bisogno umano di farci vedere direttamente ciò che direttamente non si può vedere e percepire.

Dicembre 2001-Gennaio 2002
©Sebastiano LO IACONO per mistrettanews2009

Publié dans:immagini sacre, SANTINI (I) |on 28 août, 2013 |Pas de commentaires »

Filippino Lippi, Sant’Agostino

Filippino Lippi, Sant'Agostino dans immagini sacre

http://it.wikipedia.org/wiki/Agostino_d’Ippona

Publié dans:immagini sacre |on 27 août, 2013 |Pas de commentaires »
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