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SALMO 8: GRANDE È IL TUO NOME SU TUTTA LA TERRA

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GRANDE È IL TUO NOME SU TUTTA LA TERRA.

MEDITAZIONE DI PINO STANCARI

SALMO 8

2 O Signore, nostro Dio, quanto è grande il tuo nome su tutta la terra:
sopra i cieli si innalza la tua magnificenza.

3 Con la bocca dei bimbi e dei lattanti
affermi la tua potenza contro i tuoi avversari,
per ridurre al silenzio nemici e ribelli.

4 Se guardo il tuo cielo, opera delle tue dita,
la luna e le stelle che tu hai fissate,

5 che cosa è l’uomo perché te ne ricordi
e il figlio dell’uomo perché te ne curi?

6 Eppure l’hai fatto poco meno degli angeli,
di gloria e di onore lo hai coronato:

7 gli hai dato potere sulle opere delle tue mani,
tutto hai posto sotto i suoi piedi;

8 tutti i greggi e gli armenti,
tutte le bestie della campagna;

9 Gli uccelli del cielo e i pesci del mare,
che percorrono le vie del mare.

10 O Signore, nostro Dio, quanto è grande il tuo nome su tutta la terra. torna su

Il salmo 8
Il tema scelto quest’anno è quello del potere. Il tema del potere sarà affrontato seguendo il solito metodo: entrando in contatto con testi biblici dell’Antico e del Nuovo Testamento. Sosteremo su questa o quella pagina biblica che ci aiuterà nella nostra ricerca.
Il primo testo che prenderemo in considerazione è il Salmo 8, che acquista un rilievo per certi versi grandioso nell’ambito dell’itinerario di preghiera che si sviluppa lungo l’intero salterio. Siamo ancora all’inizio, in una fase ancora introduttiva del percorso che cresce e matura con intensità sempre più coinvolgente e in rapporto a situazioni di vita. La preghiera è il cammino della vita, il cammino della fede, il cammino della esistenza umana e di quella condizione storica che ci coinvolge insieme con tutti gli altri uomini di questo mondo. E’ il cammino della vita e siamo all’inizio del percorso. Il salmo con cui abbiamo a che fare acquista, in questa fase iniziale, un rilievo grandioso, di spicco, una posizione certamente determinante.
Guardiamo più da vicino il nostro salmo. Riconosciamo senza fatica le caratteristiche di un canto di lode. Oltretutto il salmo 8 è concatenato con il salmo che precede, salmo 7, una supplica che poi assume la forma di un canto di fiducia, che si conclude al v. 17: «Loderò il Signore per la sua giustizia, canterò il nome di Dio l’Altissimo». Il salmo 8 si connette in modo diretto ed esplicito a questa ultima battuta del salmo 7 con questo proposito di dedicare l’intero cammino della vita al canto della lode, per celebrare il Signore e la sua giustizia, per celebrare il Signore e l’opera di cui egli è l’autore, il disegno che si compie nel mondo e nella storia umana in obbedienza alla sua volontà di amore: «Canterò il nome di Dio, l’altissimo». L’ultimo versetto del salmo 7 diventa così per così dire il prologo del salmo con cui adesso ci stiamo confrontando. E’ un canto di lode, ma nello stesso tempo dovremo riconoscere le caratteristiche di una meditazione sapienziale, gli sviluppi di carattere meditativo sono molto evidenti nel nostro salmo. E’ un canto di lode, ma è come se la celebrazione festosa con cui si proclama la lode del Signore assumesse una andatura pacata, riflessiva, come è proprio delle testimonianze di preghiera che solitamente vengono definite appunto meditazioni sapienziali.
Tutta la forza, lo slancio, l’entusiasmo del canto di lode, ma insieme tutta la moderata, compassata, silenziosa concentrazione meditativa delle preghiere che esprimono la riflessione di qualcuno che sta maturando nella sapienza della vita, del mondo, della storia umana. torna su

Io, noi
Il salmo si apre e si chiude con una antifona, v. 2: «O Signore nostro Dio quanto è grande il tuo nome su tutta la terra». Qui è il caso di mettere un punto, non come nella traduzione CEI dove si trova « : », la traduzione del rigo seguente esige un cambiamento. Per adesso limitiamoci a mettere un punto per identificare l’antifona introduttiva che coincide con la ripetizione conclusiva di essa, v. 10: «O Signore nostro Dio quanto è grande il tuo nome su tutta la terra». Il salmo è così incorniciato. Questo conferma che abbiamo a che fare con un canto che comporta la partecipazione di un coro e poi l’intervento di un solista: il coro ripete l’antifona e il solista sviluppa invece la riflessione sapienziale, personalizzata in modo profondo, in una forma propriamente lirica. Nell’antifona, che apre e chiude il salmo 8, ascoltiamo la testimonianza di un soggetto che parla in prima persona plurale: noi. O Signore nostro Dio.
In tutto il corpo del salmo si esprime, invece, la voce di un soggetto che parla in prima persona singolare: io. Un coro e un singolo testimone. La coralità, che coinvolge la moltitudine umana, la possiamo qualificare per gradi successivi: un coro liturgico, un popolo, il popolo di Dio, tutti i popoli, la moltitudine umana, in un luogo, in tutto i luoghi, in un tempo, una generazione. E’ come se percepissimo l’eco di un coro che raccoglie le testimonianze dell’umanità nel corso della storia, di generazione in generazione. Questo coro tende ad assumere dimensioni sempre più universali, in modo da raggiungere il massimo della potenza ecumenica. Nello stesso tempo il salmo 8 dà voce alla testimonianza di un singolo orante che ci invita a condividere la sua personalissima esperienza sapienziale, la sua esperienza di attento osservatore degli eventi, di persona che vive e che matura nella sapienza interiore del vissuto. torna su

La magnificenza di Dio
«O Signore nostro Dio quanto è grande il tuo nome su tutta la terra». Il salmo si apre e si chiude con la testimonianza di questo sentimento della magnificenza di Dio: quanto è grande il tuo nome su tutta la terra! E’ considerata con uno sguardo panoramico tutta la superficie della terra, tutte le componenti dell’universo. Questa formula molto sobria ed essenziale allude in modo evidentissimo alla grandezza, alla varietà della creazione. Quanto è immensa la creazione, in tutte le sue componenti! «Quanto è grande il tuo nome su tutta la terra».
Lo sguardo, che dilaga in tutte le direzioni e scandaglia tutte le profondità e contempla tutte le dimensioni dell’universo, è attirato da riferimenti di ordine trascendente. Tutta la creazione trasmette una varietà e una ricchezza straordinaria di messaggi che vengono percepiti attraverso la contemplazione del creato e si ricapitolano nel nome del Signore. Tutta la creazione parla, è dotata di una sua singolare eloquenza e concorde proclama il nome del Creatore. La recezione di questa eloquenza, che è espressa dalla moltitudine delle creature, si va a incastonare nell’intimo della persona umana. Qui parla un coro al plurale: « O Signore nostro Dio ». Questa espressione, molto affettuosa, manifesta l’interiorità dell’esperienza che ci viene testimoniata: coloro che stanno contemplando, che stanno recependo il messaggio, coloro che sono in ascolto del nome che risuona silenziosamente e vibra nella moltitudine delle creature, ebbene costoro accolgono nella profondità del loro intimo: «O Signore nostro Dio quanto è grande il tuo nome su tutta la terra».
C’è una nota di commozione che caratterizza in modo decisivo l’antifona che apre e chiude il salmo, una commozione semplice e profondissima: il tuo nome su tutta la terra. E’ questo un messaggio che penetra nell’intimo della persona umana, di ogni persona, di tutte quelle persone che vengono convocate per partecipare al coro degli oranti, che poi è il coro di coloro che vivono, di coloro che stanno al mondo e guardano quello che sta succedendo nel corso della storia umana.
L’accenno al nome, peraltro, conferma questo riferimento allo svolgersi della storia umana; la storia della salvezza ha nella rivelazione del nome santo, il nome del Signore, un suo perno decisivo. «O Signore nostro Dio quanto è grande il tuo nome su tutta la terra». E’ il nome di colui che si è rivelato attraverso una storia che è storia di incontro, di una alleanza; che è storia di comunione, di amore. Sull’orizzonte della gratuità dell’universo creato da Dio e rivelazione della sua iniziativa di amore, ecco lo svolgimento di una storia, che è iniziativa di amore, testimonianza che si fa determinata e definitiva: «O Signore nostro Dio quanto è grande il tuo nome su tutta la terra». Questo sentimento della magnificenza riecheggia nella battuta introduttiva del cantico di Maria, quando entra nella casa di sua cugina Elisabetta e la saluta, canta: «L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio mio salvatore». E’ il sentimento della magnificenza, un modo di respirare, un modo di stare al mondo, un modo di osservare, ascoltare, scrutare, il tempo della storia, la vastità degli spazi: il tuo nome per noi, la tua iniziativa, il tuo modo di rivelarti attraverso la creazione e attraverso la storia, a conferma della tua affettuosa premura per noi. Siamo pervasi dalla commozione di chi si rende conto di ricevere una comunicazione diretta e qui, lo ripeto ancora, è un soggetto plurale che si esprime: noi. Chi è in grado già di pronunciare questa testimonianza in prima persona singolare, porta in sé la risonanza di una partecipazione corale che non ha limiti. Chi è commosso perché si rende conto di ricevere la rivelazione di messaggio, è pronto a dichiarare che tutta la moltitudine umana nella varietà delle situazioni, attraverso le esperienze più eterogenee e originali, è convocata per partecipare a questo unico coro che celebra la lode del Signore. torna su

Chi è l’uomo perché tu te ne curi
Dal v. 2c al v. 9, il corpo dell’inno si articola in 4 brevissime. Al centro di questo svolgimento innico, nel v. 5, risuona un interrogativo: «Che cosa è l’uomo perché te ne ricordi?». In ebraico una formula esclamativa apre e chiude il salmo: Quanto è grande il tuo nome su tutta la terra! Nel centro del salmo, in ebraico, c’è una parola (mah), che serve all’esclamazione e all’interrogazione, per cui il salmo 8, incorniciato all’interno dell’antifona che già conosciamo, ha nel v. 5 il suo perno: Quanto grande… che cosa è l’uomo, chi è l’uomo? E’ un’interrogazione che riproduce in sé stessa l’intensità dell’esclamazione che apre e della esclamazione che chiude il salmo: quanto è grande il tuo nome! Chi è l’uomo?
Adesso il salmo prosegue in prima persona singolare, una testimonianza lirica. Prima strofa: vv. 2c-3. Qui è necessario aggiustare la traduzione della CEI che dice: sopra i cieli si innalza la tua magnificenza. Segue un punto. Bisogna togliere il punto e correggete in questo modo: renderò culto alla tua maestà celeste con la bocca dei bimbi e dei lattanti. Il punto si situa qui. Poi prosegue: affermi la tua potenza contro i tuoi avversari per ridurre al silenzio nemici e ribelli.
C’è qualcuno che si fa avanti e prende posizione personalmente. Il canto di lode, a partire da quella commozione introduttiva, si fa sempre meditativo, sempre più interiore. C’è qualcuno che esprime adesso una intenzione ferma e risoluta: renderò culto alla tua realtà celeste, mi dedicherò a celebrare la lode della tua maestà celeste. Questa dichiarazione così solenne e perentoria si radica in un atteggiamento di docilità e di dipendenza totale al modo di quel che avviene quando un lattante apre la bocca: con la bocca dei bimbi e dei lattanti, io celebrerò la lode della tua maestà celeste. Il lattante con i suoi gorgheggi, con i suoi sospiri, i suoi gemiti, i suoi piagnucolii, che apre la bocca perché si protende verso il latte di cui ha bisogno: sono tutte situazioni graziose, ma anche modeste, per certi versi meschine. Esse sono proprie di questa prima testimonianza di vita, quando ancora il canto della lode non è elaborato. Colui che sta prendendo posizione, dichiarando l’irriducibile intenzione di dedicarsi al canto della lode, sta compiendo un atto interiore discernimento. C’è l’alternativa tra la condizione dei lattanti, che aprono la bocca, e quella dei personaggi di cui si parla nel seguito del v. 2. Vi sono personaggi che sono intraprendenti nell’uso della parola, perché sono abituati a chiacchierare, a rumoreggiare, a intervenire con una sonorità invadente, petulante, insistente, assordante. Il Signore conferma la sua potenza contro i suoi avversari, per ridurre al silenzio nemici e ribelli. In ebraico i ribelli sono figure caratterizzate dalla pretesa di rivendicare un particolare riconoscimento al loro modo di essere presenti, al loro modo di gestire le cose e le situazioni del mondo. Rivendicano un potere. « Tu affermi la tua potenza contro i tuoi avversari per ridurre al silenzio nemici e ribelli ».
Chi si sta esprimendo in questo modo sta testimoniando a noi quale discernimento sia divenuto il criterio di orientamento della sua vita; il suo modo di stare al mondo è segnato da questo passaggio, da questa evoluzione così chiara e provocatoria tra la rumorosa intraprendenza degli avversari e la silenziosa, boccheggiante, aspirazione di un bambino, anzi di un lattante. Questo sono io: un lattante che apre la bocca. Gli avversari individuati sono presenti all’interno di quel discernimento che si svolge nel corso di una vita, attraverso le esperienze più personali. Quegli avversari non sono fuori di me, sono dentro di me; quel modo di occupare la scena del mondo e di gridare e di schiamazzare e di rivendicare un potere è dentro di me, ed è dentro di me che tu affermi la tua potenza riducendomi al silenzio. Proprio in quanto ridotto al silenzio io assumo la solenne, direi proprio sacerdotale autorevolezza, di un interlocutore in grado di celebrare la tua lode. E’ la lode che potrò porgerti con la bocca di un bambino che dev’essere allattato. Proprio in quanto un bambino che attende il latte di cui ha bisogno, io rendo culto alla tua maestà celeste, un culto corrispondente alla tua sovranità e grandezza senza limiti.
La seconda strofa, vv. 4-5, riprende la situazione di quel bambino che dev’essere allattato. Adesso, in quanto ridotto a un lattante, sono in grado di cantare la tua lode. V. 4: «Se guardo il tuo cielo opera delle tue dita». E’ l’incanto di un bambino: sotto il firmamento in una notte stellata c’è il balbettio di lode di un bambino. «Se guardo il tuo cielo, opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai fissate, che cosa è l’uomo perché te ne ricordi e il figlio dell’uomo perché te ne curi?». Il cielo ricamato, opera delle tue dite: il cielo e le stelle, le costellazioni, i movimenti, tutto si squaderna nella notte sotto lo sguardo di una piccola creatura che pure si affaccia su questa sterminata bellezza. Se guardo il tuo cielo, se mi considero come spettatore rivolto a questa visione così immensa, così preziosa, così fulgida, così … che cos’è l’uomo? Come è piccolo l’uomo! Il termine uomo in ebraico è enosc, che è l’uomo mortale, l’uomo limitato, è l’uomo che si consuma, che nasce da donna per ritornare alla terra.
Dice l’altro rigo del v. 5: chi sono io, figlio dell’uomo? Espressione anche questa sintomatica perché il ben-adam, il figlio di adam, è l’uomo che si definisce in se stesso sempre come un soggetto relativo: io sono figlio di… Io non appartengo a me stesso, io non sussisto in me steso, io non gestisco la mia identità in modo autonomo: io sono figlio di… Sono inserito in un circuito di relazioni, in una sequenza di generazioni, non appartengo a me stesso. Che cos’è l’uomo piccolo come sono io? Eppure tu ti ricordi dell’uomo, ti prendi cura di lui. Una piccolezza che ha per te un valore irrevocabile, una piccolezza verso la quale tu sei rivolto con la pazienza di una visita continua. Qui il verbo tradotto con « te ne curi è proprio il verbo che allude all’impegno di una visita. Tu ti sei impegnato a visitare con premurosa delicatezza questa piccolezza che è il figlio dell’uomo.
Il v. 5 ci riporta all’antico racconto della creazione: « Dio crea l’uomo a sua immagine, secondo la sua somiglianza ». Immagine appunto in cui il creatore ha voluto rispecchiarsi; la persona umana creata per entrare in dialogo con il creatore, è un’immagine a cui Dio non ha voluto e non vuole rinunciare. torna su

Una piccolezza gioiosa
Nella seconda strofa l’uomo si rende conto di essere minuscolo nell’universo creato da Dio; eppure questa piccolezza è intimamente rallegrata, sostenuta, dalla gioia festosa di chi, incantato, osserva la volta celeste e scopre di essere non già relegato in una periferia remotissima e insignificante, ma di essere considerato, ricordato, amato, abbracciato: tu ti ricordi di questa piccolezza, tu visiti la impercettibile periferia del mondo e della storia in cui io sussisto. Io, che non appartengo a me stesso, sono l’interlocutore di cui tu vai in cerca e tutto nella creazione, nella storia, mi si configura come testimonianza del tuo diretto, speciale interessamento per me. E’ una piccolezza che assume straordinarie prerogative di grandezza. Paradosso sconcertante, paradosso che il salmo 8 sottolinea fino alla provocazione, ma una provocazione pacata. Tutto avviene nel corso di una meditazione interiore che non cerca lo sfogo delle facili esplosioni. Tutto è contenuto nel segreto del cuore umano, dove la mia piccolezza è visitata. E la sorpresa, la meraviglia, l’incanto con cui contemplo l’universo attorno a me, sopra di me, sotto di me, dentro di me, l’universo vale come segno di una attenzione trascendente che mi conferisce una grandezza del tutto gratuita. Quell’uomo che sono io, piccolissimo, che non appartiene a se stesso, è dotato di una grandezza che proprio il Signore dell’universo gli ha conferito fin dall’inizio. E’ una grandezza a cui lui, il Signore dell’universo, non intende rinunciare, quali che siano i fraintendimenti, le deviazioni, le ribellioni.. Il Signore dell’universo continua a ricordarsi di me, continua a ricercarmi, continua ad indicare in me l’immagine della sua volontà di vita e d’amore. torna su

Meno degli angeli
Che cosa è l’uomo?
Ed ecco, terza strofa, vv. 6-7: la grandezza dell’uomo, quell’uomo minuscolo che sono io. Quest’uomo scopre di essere destinatario di un messaggio di amore che passa attraverso tutta la creazione e tutto lo svolgimento della storia umana: «Eppure l’hai fatto poco meno degli angeli, di gloria e di onore lo hai coronato: gli hai dato potere sulle opere delle tue mani, tutto hai posto sotto i suoi piedi». La grandezza dell’uomo sta nell’essere dotato di un potere che lo riguarda in quanto non è un angelo. L’uomo sta al di sotto del cielo, in una posizione che è inferiore a quella degli angeli. Qui il termine « angeli » allude a delle entità divine, a delle entità che si vorrebbero ergere come se fossero divine. E’ la pretesa di scalare il cielo e di introdursi in esso come padroni dell’universo. Quegli avversari, di cui si parlava nel v. 3, « nemici e ribelli », ricompaiono adesso sotto l’apparenza degli angeli, figure che pretendono di attribuire a se stesse un titolo divino e di farla da padroni in questo mondo. Ora, il potere che tu hai dato all’uomo, per cui è grande nella sua piccolezza, è il potere di stare sotto il cielo, è il potere di non schiacciare la terra.
« Lo hai fatto poco meno degli angeli », in una posizione che segna il limite invalicabile di questa grandezza sotto il cielo, eppure in una posizione che garantisce un riferimento a tutto il resto della creazione, che gli consente di evitare la pesantezza dei passi, l’irruenza prepotente del gesto che stringe, l’intervento delle mani che stritolano e consumano il mondo creato da Dio. Il potere che tu hai dato all’uomo, è il potere di star sotto il cielo, è il potere di non essere angeli, è il potere di chi sta nel mondo senza schiacciarlo, senza opprimerlo, senza offenderne la bellezza.
E’ una piccolezza fatta grande proprio perché dotata di questo potere così originale. Il nostro salmo 8 ci conduce a considerare proprio questa originalità del potere che la potenza di Dio ha conferito alla creatura umana. Un potere che non ha nulla a che fare con l’irruenza dominatrice di quel padrone che volesse scalare il cielo. E’ un potere sottomesso, è un potere che sta sulla terra senza appesantirla con degli interventi che la abbruttirebbero.
Per l’uomo dotato di questo potere il cielo si spalanca: sta sotto il cielo e nel cielo contempla lo specchio della terra, dell’universo, di tutte le creature che gli sono affidate; esercita il suo potere in quanto contempla l’universo nello specchio celeste. torna su

Custode del mondo
Quarta strofa: vv. 8-9. Ancora la grandezza dell’uomo. Adesso la prospettiva è, per così dire, ribaltata. I versetti 8-9 dipendono ancora dal verbo che abbiamo letto nel v. 7: tutto hai posto sotto i suoi piedi, «tutti i greggi e gli armenti, tutte le bestie della campagna; gli uccelli del cielo e i pesci del mare, che percorrono le vie del mare». Adesso lo sguardo è rivolto alle creature che sono sottostanti. Nella strofa precedente lo sguardo era rivolto alle creature superiori, che pretendono di scalare il cielo: gli angeli. Qui, invece, il potere per cui l’uomo nella sua piccolezza è grande, è descritto come prerogativa di non essere bestia, il potere di chi sta al di sopra delle belve: vi sono gli animali domestici, ma poi gli animali selvatici, gli uccelli del cielo, i pesci del mare. Sono tutti i movimenti più caotici, più incomprensibili, che fanno da contrappunto ai movimenti ordinati che sono inscritti nella volta del cielo. Sono i moti sotterranei. Qui attraverso l’immagine delle bestie si allude a tutto quello che sta al di sotto dell’uomo e sta al di dentro dell’uomo: la profondità infernale che si può decifrare nell’intimo della coscienza, nell’abisso del cuore umano. Tra l’altro gli animali, le belve di cui si parla, divengono, nel linguaggio biblico, attraverso la predicazione dei profeti e poi nella visione degli apocalittici nell’ultimo periodo della storia della salvezza, figure emblematiche nelle quali si indica la presenza dei grandi imperi, gli apparati del potere, le forme istituzionali del potere. E’ la bestia nella storia umana, mostri che vengono man mano avvicendandosi, la bestia che è nel cuore umano e che scalpita per muovere i propri artigli, per devastare la scena del mondo.
Ebbene il potere dell’uomo sta al di sopra delle bestie, è il potere di stare sulla terra senza distruggerla, senza tradire la dignità, la qualità, il valore di tutte le creature di Dio. E’ nella sua piccolezza di bambino che l’uomo governa. E’ nella piccolezza di un bambino che sta sotto il cielo incantato, contemplando il ricamo delle stelle. E’ in quella piccolezza che si configura la sovranità dell’uomo che è chiamato ed inviato per governare la terra. Tutta la terra è docile al di sotto di lui che è sottomesso all’altezza del cielo.
Tra cielo e terra, l’uomo: sta sotto il cielo e sta sopra la terra. Il potere di stare sotto il cielo e quindi contemplare nel cielo lo specchio della terra. Il potere di stare sulla terra e di amarla e benedirla nel rispetto di tutta la bellezza che il creatore vi ha effuso.
Si ritorna all’antifona di partenza: «Quanto è grande il tuo nome su tutta la terra». La contemplazione della grandezza del Signore, il canto della lode per lui fa tutt’uno con la contemplazione del creato e con la ricapitolazione di tutto e di tutti nell’intimo del cuore umano, che coglie finalmente il valore della propria vocazione. L’uomo è grande proprio perché è piccolo come un bambino lattante. Ecco la sovranità dell’uomo, ed ecco la maestà di Dio che ha creato per la gioia di compiacersi della sua immagine.
Signore nostro Dio, quanto è grande il tuo nome su tutta la terra. Una responsabilità cui l’uomo non può venire meno, d’altra parte una responsabilità che è conferita all’uomo proprio nella esperienza di una piccolezza che è il prodotto di un discernimento completo, che espelle la pretesa angelica, la pretesa padronale di scalare il cielo e di ergersi come Dio di questo mondo, e nello stesso tempo espelle la pretesa bestiale di occupare la terra. Un discernimento radicale, che scava il cuore umano fino a suscitare quella commozione che diventa ormai il criterio determinante per qualificare il potere che Dio ha conferito all’uomo: Signore nostro Dio, quanto è grande il tuo nome su tutta la terra.

Publié dans:BIBBIA, BIBBIA. A.T. SALMI |on 2 juillet, 2013 |Pas de commentaires »

PIO XII E PIETRO MASCAGNI

http://www.zenit.org/it/articles/pio-xii-e-pietro-mascagni

PIO XII E PIETRO MASCAGNI

Papa Pacelli protagonista umanissimo in una intricata vicenda sentimentale nella vita dello storico musicista italiano

Roma, 02 Luglio 2013 (Zenit.org) Renzo Allegri

La sera di giovedì 4 maggio, a Bagnara di Romagna, in provincia di Ravenna, si terrà un grande concerto  lirico per ricordate i 150 anni della nascita di Pietro Mascagni, il famoso musicista italiano autore tra l’altro di “Cavalleria rusticana”, una della opere più amate ed eseguite nel mondo.
Il concerto è organizzato dal Circolo musicale Pietro Mascagni, sorto intorno al “Museo storico Pietro Mascagni” fondato a Bagnara nel 1975 e che conserva un preziosissimo epistolario del musicista, costituito da 4800 lettere manoscritte, e da molti oggetti e cimeli a lui appartenuti. Il museo ha sede nella casa parrocchiale e presidente del Museo e del Circolo musicale è il parroco, don Francesco Bonello.
Mascagni nacque a Livorno, studiò al Conservatorio di Milano, compose “Cavalleria rusticana” mentre viveva a Cerignola, in Puglia, e dopo il grande successo si stabilì definitivamente a Roma.  Come mai a Bagnara di Romagna, nella casa parrocchiale,  vi è un museo mascagnano con così straordinari e privatissimi documenti, come le 4800 lettere manoscritte.
Qui si inserisce una storia che pochi conoscono ma che è di fondamentale importanza per la comprensione vera e profonda della vita del musicista. Ma Mascagni scrisse quella 4800 lettere negli ultimi 35 anni della sua esistenza,  e le scrisse alla stessa persona Anna Lolli, nativa di Bagnara di Romagna,  che era la sua amante segreta.
Mascagni aveva visto Anna Lolli la prima volta nel 1907. La giovane aveva 19 anni, il maestro 44.  Anna era dotata di una bella voce di soprano leggero, aveva studiato conto ed era diventa corista. Quell’anno era stata scritturata per cantare a Li­vorno, in un’opera diretta da Mascagni. Non appena la vide, il maestro rimase colpito dai suoi occhi verdi e confidò al librettista Illica: « Se rivedo ancora quegli occhi non li la­scio ».   
Il secondo incontro avvenne a Roma, due anni dopo, cioè nel 1909, e questa volta la passione per la ragazza scoppiò focosa. Comin­ciarono gli incontri fur­tivi, gli appuntamenti segre­ti, le lettere appassionate.
“Una banale vicenda di gossip”, verrebbe da dire. Ma non fu così. Si trattò di una storia  complicata e  aggrovigliata, che i due protagonisti vissero in grande segretezza, e nel tormento della consapevolezza di essere nell’errore. Mascagni aveva moglie e quattro figli.  Era notissimo. A quel tempo le separazioni erano un grosso scandalo.
Anna, cresciuta con una educazione profondamente cristiana, per nessuna ragione al mondo voleva distruggere la famiglia del maestro. Cercò in varie occasioni di troncare la relazione. I due si separavano per brevi periodi e poi riprendevano a frequentarsi. Il loro fu sempre un amore tormentato,  in un certo senso doloroso. Un amore clandestino, che si esprimeva soprattutto per lettera.
E ad un certo punto di questa storia, durata 35 anni, si verifica un risvolto assolutamente sconosciuto e impensabile, che vede addirittura  Papa Pio XII coinvolto nella vicenda e umanissimo regista di una soluzione nella verità cristiana.
E’ noto che Papa Pacelli era un intenditore di musica classica. Sapeva suonare bene  il violino ed era un appassionato di opere liriche che ascoltava alla radio.  Non si sa “come”, “quando” e “quante volte” Mascagni  abbia incontrato Papa Pacelli. Ma si sa che il Papa conosceva Mascagni e aveva per lui una particolare stima. Conosceva anche la sua situazione sentimentale  privata. Certamente gliene aveva parlato lo stesso musicista. E Pio XII,  che era un vero pastore e un autentico santo, non ha giudicato, non ha condannato, non ha allontanato da sé quel figlio peccatore per paura delle critiche dei benpensanti. Ha atteso, come il padre del Figliol Prodigo di cui si parla nel Vangelo. E quando gli parve che la situazione fosse maturata, che quel suo figlio avesse riflettuto profondamente sulla propria vicenda e fosse sulla via del ritorno alla casa paterna, gli è corso  incontro  per abbracciarlo.
Tutto questo lo si ricava da una delle 4800 lettere che Mascagni scrisse ad Anna Lolli. Una  delle ultime, che porta la data del 20 luglio 1943, due anni prima che il maestro morisse. Egli viveva in un appartamento  dell’Hotel Plaza a Roma, e le sue condizioni di salute erano precarie. Soffriva per gravi disturbi cardiocircolatori. Le gambe non lo sostenevano. Era praticamente costretto a stare sempre in poltrona. Non usciva più, non aveva più alcuna attività pubblica. E come succede spesso in simili casi, era un po’ dimenticato, anche dagli amici più cari. Ma non da Pio XII. Il Papa si teneva in contatto.
Soprattutto attraverso un suo sacerdote di fiducia, che andava a trovare il maestro all’Hotel Plaza. E qui, a poco a poco è maturata la riconciliazione.  Il 20 luglio 1943,  Pietro Mascagni scrisse ad Anna Lolli: « Annuccia mia adorata… sono in un meraviglioso ed eccezionale stato  di gioia dello spirito….La gioia divina me l’ha concessa il Papa, il quale mi offre sempre il modo di far­mi sapere quanto bene mi vuole. Pensa che mi ha man­dato  un monsi­gnore di sua fiducia, una persona di prim’ordine. Io mi sono sentito preso da un grande entusiasmo religioso. Mi sono confessato ed ho ri­cevuto la Santa Ostia Consa­crata… Ho provato una commozione indicibile, ho pianto molto e mi a sembrato di vivere una nuova vita…. ».
La grafia della lettera è incerta. La mano dello scrivente non era più ferma e decisa come si vede nelle altre lettere. Il testo, su tre facciate, palesa una grande gioia e una profonda serenità. Il musicista che, come compositore di opere liriche, era abituato a “pesare” il preciso significato delle parole per poter rivestirle di musica,  dice di trovarsi in « un meraviglioso ed eccezionale stato  di gioia dello spirito ». E questa gioia proviene dal fatto di « essersi confessato » e di aver « ri­cevuto la Santa Ostia Consa­crata ». Ha fatto cioè la Comunione e dice « ho provato una commozione indicibile, ho pian­to molto e mi è sembrato di vivere una nuova vita… ».
Espressioni che rivelano fede e devozione per ciò che era accaduto e cioè l’incontro “reale” con il Cristo nel mistero dell’Eucaristia. E in questo suo “rinnovamento” Mascagni non dimentica Anna. « An­nuccia mia », le scrive « ho detto tutto a questo monsignore, tutta la mia vita, ho parlato di te con vera venerazione. II mon­signore si è commosso e mi ha detto che vuole conoscer­ti; e mi ha già promesso che tu sarai perdonata dal Si­gnore, e lo stesso sacerdote ti farà la confessione e la comunione come ha fatto a me. Credo di aver compiuto il più sacro dei miei doveri verso di te, Annuccia adora­ta, e son felice, come sarò più felice ancora il giorno in cui avrai anche tu ricevuto il perdono del buon Dio come l’ho ricevuto io con immensa commozione ».
Dopo la morte di Mascagni, Anna tornò a vivere in Romagna, dove morì nel 1973. « La storia è sempre rimasta segreta », dice il parroco di Bagnara, don Francesco Bonello. « Solo poche persone, amici intimi del maestro e di Anna ne erano al corrente. E se Anna, dopo la morte del maestro, avesse bruciato tutte le lettere, nessuno avrebbe mai saputo niente di quella vicenda sentimentale. Ma Anna sapeva che in quelle lettere c’era un autentico patrimonio culturale. Mascagni, infatti, insieme ai propri sentimenti d’amore, le confidava anche i progetti artistici, le battaglie che doveva superare per scrivere le opere, le invidie e le calunnie dei colleghi, le idee politiche. Un materiale preziosissimo. Per questo, Anna Lolli, nel 1972, quando era una vecchietta di 84 anni,  decise  di affidare tutte le lettere, che aveva conservato con tanta cura e tanto amore, al parroco rivelando in questo modo la sua storia d’amore. Disse al parroco che desiderava non si parlasse di lei, ma che quelle lettere erano troppo importanti per andare perdute. E insieme alle lettere volle consegnare tutti i cimeli che aveva conservato e che riguardavano il grande compositore. Il parroco d’allora, che era il mio predecessore, monsignor Alberto Mongardi,  si rese subito conto di aver ricevuto un materiale preziosissimo, e decise di conservarlo costituendo questo piccolo museo che ora è un autentico vanto per il nostro paese ».
Il museo, che porta il nome del suo fondatore, monsignor Alberto Mongardi, si trova al terzo piano della casa parrocchiale e occupa alcune stanze, bene ordinate e piene di luce. Le lettere si trovano dentro grossi contenitori. Ogni lettera in una busta plastificata.  Pagine fitte, scritte con una calligrafia ordinata e chiara. Ogni lettera è composta di almeno quattro facciate e le date si susseguono al ritmo di una ogni due, tre giorni. Ma qualche volta Mascagni ne scriveva anche due al giorno. Oltre alle lettere, il museo contiene anche altri cimeli mascagnani.
« Ci sono studiosi, musicologi, storici che vengono di tanto in tanto a consultare questo materiale », dice don Francesco Bonello. « Ma si limitano a cercare qualche cenno intorno a fatti specifici di cui conoscono la data. Per avere un’idea concreta di ciò che è contenuto in queste lettere, bisognerebbe trascrivere tutto, catalogare, fare un indice di nomi e argomenti, ma per tutto questo lavoro occorrerebbe un patrimonio e io sono soltanto un povero parroco di campagna ».

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The Intercession of the Theotokos

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IL MONDO GRECO E ROMANO

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IL MONDO GRECO E ROMANO

Come si comportavano i Greci e i Romani di fronte alla preghiera? I documenti mitologici in merito sono sterminati: limitati sono, invece, quelli specificamente dedicati alle preghiere in quanto tali, a segnalare come il fenomeno della preghiera, presso i Greci e poi presso i Romani, era meno centrale che per i Giudei. Anche nel mondo greco e poi in quello romano, non meno che in quello giudeo, la preghiera e il sacrificio vengono intesi come strettamente connessi tra loro: in particolare, la preghiera specifica le intenzioni per cui si compie il sacrificio e, in forza di ciò, è secondaria rispetto ad esso.
I Greci elaborarono una nutrita serie di preghiere, sia pubbliche sia private, oltre che una ricca innologia. Le preghiere private dei Greci presentano un’ambiguità ineliminabile: esse, infatti, paiono sempre al confine con la magia, in un equilibrio instabile che tende spesso a capovolgersi in favore del magismo. Una precisa analisi della preghiera è prospettata nell’Iliade (IX, 456-512):

ché i numi stessi, sì di noi più grandi
d’onor, di forza, di virtù, son miti;
e con vittime e voti e libamenti
e odorosi olocausti il supplicante
mortal li placa nell’error caduto.
Perocché del gran Giove alme figliuole
son le Preghiere che dal pianto fatte
rugose e losche con incerto passo
van dietro ad Ate ad emendarla intese.
Vigorosa di piè questa nocente
forte Dea le precorre, e discorrendo
la terra tutta l’uman germe offende.
Esse van dopo, e degli offesi han cura.
Chi dispettoso queste Dee riceve,
ne va colmo di beni ed esaudito;
chi pertinace le respinge indietro,
ne spermenta lo sdegno. Esse del padre
si presentano al trono, e gli fan prego
ch’Ate ratta inseguisca, e al fio suggetti
l’inesorato che al pregar fu sordo.
Trovin dunque di Giove oggi le figlie
appo te quell’onor ch’anco de’ forti
piega le menti.

Dal passo, si evince come la funzione delle preghiere, che sono “figlie” di Zeus, sia di porre riparo alle colpe umane. È un prezioso documento sulla preghiera greca. Nel I libro dell’Iliade (33-47), invece, è riportato il testo di una preghiera rivolta ad Apollo:

Dio dall’arco d’argento, o tu che Crisa
proteggi e l’alma Cilla, e sei di Tènedo
possente imperador, Smintèo, deh m’odi.
Se di serti devoti unqua il leggiadro
tuo delubro adornai, se di giovenchi
e di caprette io t’arsi i fianchi opimi,
questo voto m’adempi; il pianto mio
paghino i Greci per le tue saette.
Sì disse orando. L’udì Febo, e scese
dalle cime d’Olimpo in gran disdegno
coll’arco su le spalle, e la faretra
tutta chiusa. Mettean le frecce orrendo
su gli omeri all’irato un tintinnìo
al mutar de’ gran passi; ed ei simìle
a fosca notte giù venìa.

Si tratta di una richiesta di vendetta rivolta ad Apollo affinché punisca i Greci per la tremenda colpa di cui si sono macchiati. La preghiera si apre con l’invocazione del dio, di cui poi si tessono le lodi e si enumerano le illustre azioni compiute, per poi passare in rassegna le proprie azioni in favore del dio: quasi come se si cercasse di mercanteggiare al fine di convincerlo ad esaudire la preghiera che sul finale gli viene rivolta. Questo costituisce, in generale, il modello di preghiera a cui la tradizione greca resta legata: è evidentemente una preghiera di richiesta, ma va detto che i Greci conobbero anche preghiere di lode, di ringraziamento e di esaltazione. Tuttavia, rimase loro sconosciuta la preghiera di richiesta di perdono: e ciò alla luce del fatto che quella greca era una religione della colpa, intesa però come un qualcosa di cui non si deve chiedere perdono agli dèi. Sarà invece con la nozione ebraico-cristiana di “peccato” a subentrare la richiesta di perdono rivolta a Dio.
I Greci conobbero pure preghiere pubbliche con carattere cittadino, nelle quali si pregavano gli dèi della città: ad esempio chiedendo beni pubblici (prosperità, ordine) o, in tempo di guerra, chiedendo di vincere sul nemico o, come si verifica nei Sette contro Tebe di Eschilo, di essere assistiti dagli dèi negli scontri bellici. La cultura greca, inoltre, dà vita a una cospicua produzione di inni, che i Greci distinsero in inni rivolti agli uomini (epainoi) e inni rivolti agli dèi (umnoi). In questa prospettiva, ci imbattiamo in un gran numero di inni rivolti a Dioniso, a Demetra e, in età ellenistica, ad Apollo e a Iside. Anche gli inni riprendono lo schema della preghiera che abbiamo analizzato a proposito del passo dell’Iliade, ma lo arricchiscono con un’enfatizzata “aretologia”, vale a dire con l’elenco delle virtù proprie della divinità elogiata. Un altro fenomeno degno di nota è la celebrazione delle feste, nelle quali le preghiere vengono pronunciate pubblicamente.
Dal IV secolo a.C., la cultura greca si innesta con le culture orientali grazie alle imprese compiute da Alessandro Magno, il quale unifica il bacino del Mediterraneo e impone il greco (meglio: la koinh greca) come lingua ufficiale. Ora, anche la Palestina si trova coinvolta in questo processo, che provoca un fruttuoso incontro tra il pensiero greco e quello giudeo. Questo incontro, dà vita al cosiddetto “giudaismo ellenistico” sviluppatosi ad Alessandria con Filone.
Rispetto a quella greca, la preghiera dei Romani non è particolarmente innovativa: i Romani, infatti, fanno loro il pantheon greco, ereditandone gli dèi. Va però precisato che a Roma il rituale di preghiera è più rigido, più ordinato e più sistematico che non in Grecia. Infatti, i riti sono codificati più rigidamente e le preghiere pubbliche sono presiedute da sacerdoti specializzati che scandiscono le formule. In particolare, sappiamo di alcuni riti del gruppo dei Salii, i quali invocavano gli dèi danzando. Nelle preghiere pubbliche, si chiedevano generalmente beni pubblici per la collettività; nelle preghiere private, invece, si invocavano gli dèi affinché proteggessero le greggi o, in città, la famiglia. Ma la letteratura latina tramanda anche preghiere personali: è il caso di Enea che prega il fiume Tevere (Eneide, VIII, 71-78), inteso come divinità padre delle Ninfe, chiedendogli di allontanare i pericoli e di essere propizio.    

“e tu con l’onde tue,
padre Tebro sacrato, al vostro Enea
date ricetto, e da’ perigli omai
lo liberate. Ed io da qual sia fonte
che sgorghi, in qual sii riva, in qual sii foce
(poiché tanta di me pietà ti stringe)
sempre t’onorerò, sempre di doni
ti sarò largo. O de l’esperid’onde
superbo regnatore, amico e mite
ne sia il tuo nume, e i tuoi detti non vani”.

Il modello con cui è strutturata la preghiera è, ancora una volta, quello greco della preghiera rivolta ad Apollo, modello che resta del tutto invariato nella sua struttura.
Fin dai tempi più antichi (pensiamo a Senofane, nemico giurato dell’antropomorfismo), i filosofi greci sottopongono a critica razionale la preghiera e, più in generale, la religione. Platone stesso, che molta attenzione riserva al divino, tuona contro la religione popolare e, nelle Leggi (X), contro quella della città. In particolare, nella prospettiva fatta valere da Platone, la preghiera è una richiesta rivolta agli dèi e, insieme al sacrificio, entra a far parte di un rapporto di scambio nel senso più banale del termine (cioè nel senso del do ut des). L’idea che sta alla base della preghiera è infatti, stando a Platone, che tramite doni o parole lusinghiere si possano piegare gli dèi alla propria volontà. Ma allora gli dèi sono corruttibili? Ed è davvero necessario o utile pregare, se la preghiera è banalmente questo scambio? Il problema della preghiera è sentitissimo anche dai filosofi successivi a Platone: così Aristotele scrive un trattato sulla preghiera (purtroppo andato perduto), gli Stoici si interrogano sul significato del pregare, Epicuro azzera il senso della preghiera. È col Neoplatonismo, specie con quello di Giamblico e di Proclo, che la preghiera assume particolare rilievo in sede filosofica. Ad esempio, Giambico è propulsore di una “mistica operativa” mirante alla fusione con l’Uno tramite la teurgia (ossia l’insieme degli atti che favoriscono il ritorno all’Uno). In questa prospettiva, la preghiera altro non è se non un’attività teurgica e, pertanto, priva di autonomia. Ne I misteri degli Egizi, Giamblico esplicita questa unione tra preghiera, teurgia ed estasi, sostenendo che dapprima (con la preghiera) ci si avvicina al divino, il quale secondariamente ci si offre, e infine si verifica la fusione ineffabile con l’Uno. Così intesa, la preghiera è un momento di questo percorso: essa istituisce un primo contatto col divino. Nel V secolo, Proclo scrive un trattato Sulla preghiera, nel quale sviluppa le intuizioni di Giambico, riprendendo le tre tappe del percorso e scandendole in maniera più marcata. In particolare, Proclo rivela di conoscere forme “basse” di preghiera rispetto a quella unitiva.
Occorre poi far menzione del corpo degli “scritti ermetici”, i quali confermano l’incontro del pensiero greco e giudeo. In tutti questi autori, la preghiera tradizionale cessa di essere un atto per passare ad essere un atteggiamento tutto interiore: è per tale via inaugurato il modo cristiano di dialogare con Dio. Come la ricerca unitiva dei Neoplatonici non si arresta mai, così il cristiano dialoga incessantemente col suo Dio, in una sorta di anticipazione della concezione monastica degli oranti notte e giorno. Significativamente, Origene dirà che tutta la vita del cristiano è preghiera.   

Publié dans:STORIA - STUDI VARI, STUDI |on 1 juillet, 2013 |Pas de commentaires »

BEATA COLEI CHE HA CREDUTO – DAL LIBRO DI IGNACIO LARRANAGA, IL SILENZIO DI MARIA

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BEATA COLEI CHE HA CREDUTO

INSERITO DA LATHEOTOKOS SETTEMBRE 2012,

DAL LIBRO DI IGNACIO LARRANAGA, IL SILENZIO DI MARIA, EDIZIONI PAOLINE, CINISELLO BALSAMO 1987, PP. 42-52.

La vita di Maria non fu una tournée turistica. In un giro turistico sappiamo in quale ristorante mangeremo oggi, in quale albergo dormiremo questa notte, quali musei visiteremo domani: tutto è stato previsto e non c’è spazio per sorprese. La vita di Maria non fu così. Anche la Madre fu un’itinerante. Ha percorso le sue strade, e lungo il cammino le si presentarono i tipici risvolti di ogni peregrinare: spaventi, confusione, perplessità, sorprese, paura, stanchezza… Soprattutto sorsero degli interrogativi: questo che significa? sarà vero? che fare? Non vedo nulla. Tutto mi sembra oscuro.

1. TRA LA PENOMBRA
Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui (Lc 2,33).
Ma essi non compresero le sue parole (Lc 2,50).

Fin dai tempi di Mosè esisteva una legge secondo cui ogni primogenito maschio – « di uomini o di animali » (Es 13,1) – era proprietà particolare del Signore. Il primogenito di un animale era offerto in sacrificio, mentre il primogenito dell’uomo era riscattato dai suoi genitori secondo un prezzo stabilito dalla legge (cfr. Lc 2,24). Sempre secondo le ordinanze levitiche, che risalivano ai giorni del deserto, la donna che aveva partorito veniva considerata « impura » per un determinato tempo e doveva presentarsi al tempio per essere dichiarata « pura » dal sacerdote di turno (cfr. Lv 12,1-8). Pertanto, Maria si trovava col bambino tra le braccia nel tempio di Gerusalemme, accanto alla porta di Nicanore, nell’ala destra dell’atrio delle donne, quando, spinto dallo Spirito, si presentò lì, in mezzo al gruppo, un vecchio venerando, «uomo giusto e timorato di Dio, che aspettava il conforto d’Israele » (Lc 3,25). La sua vita era stata una fiamma sostenuta dalla speranza e ora quella fiamma stava per estinguersi. Il vecchio prese il bimbo dalle braccia della madre e, rivolto ai pellegrini e ai fedeli, pronunciò delle strane parole: « Ora lascia, o Signore, che il tuo servo vada in pace secondo la tua parola; perché i miei occhi han visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli, luce per illuminare le genti e gloria del tuo popolo Israele » (Lc 2,29-32). Poi si rivolse a Maria e parlò per lei ma anche per tutti coloro che sino alla fine vorranno intendere il suo messaggio: « Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori. E anche a te una spada trafiggerà l’anima» (Lc 2,34-35). Quale fu la reazione di Maria a queste parole? « Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui » (Lc 2,33). Tutto le sembrava strano. Era « stupita »? Vuol dire che c’era qualcosa che ella ignorava e non comprendeva nel mistero di Gesù. Lo stupore è una reazione psicologica di sorpresa dinanzi a qualcosa di sconosciuto e inaspettato.
Già prima era accaduto un episodio simile, in una notte di gloria. Alcuni pastori custodivano a turno il loro gregge, quando all’improvviso uno splendore divino li avvolse come in una luce e videro e udirono cose mai immaginate. E un angelo del Signore disse loro: « Non temete, ecco io vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia » (I,c 2,10-12). Quelli accorsero senz’indugio e trovarono, com’era stato loro detto, Maria, Giuseppe e il bambino. A questo punto l’evangelista precisa: « E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato loro detto. Tutti quelli che udirono, si stupirono delle cose che i pastori dicevano» (Lc 2,17-18). A chi «riferirono»? Chi erano quei « tutti » che, udendo, « si stupirono »? A noi piace pensare, senza voler fare alcuna forzatura al testo, prima che a ogni altra persona, proprio a coloro che poco più sopra espressamente sono stati nominati: « trovarono Maria, Giuseppe… ». Sono di nuovo, dunque, essi a « stupirsi »!
Ci saranno, un giorno, i momenti di agitazione e di timore, allorché i genitori dovranno, per molto tempo, percorrere alla cieca Gerusalemme in cerca del fanciullo Gesù. Lo troveranno, finalmente, nel tempio, e la Madre esploderà come in una scarica emozionale, con quel suo: « Figlio, perché ci hai fatto così? » (Lc 2,48). Uno sfogo liberatore della tensione nervosa accumulata durante gli interminabili giorni di « angoscia ». La risposta del fanciullo, netta, vigorosa e persino un po’ scostante – « Perché mi cercavate?… » (Lc 2,49) – viene come a definire una distanza tra lui e i suoi interlocutori. Una dichiarazione di totale indipendenza, perché ormai l’unico impegno, l’unico e totale punto di riferimento sarà il Padre e il suo volere: « Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio? » (ivi). Maria « non comprese » le sue parole. Forse rimase paralizzata di fronte al mare di oscurità che la stava avvolgendo. Le restava una cosa sola da fare: serbare tutte quelle cose nel suo cuore, in attesa che si manifestasse la luce.
Queste tre scene ci dicono chiaramente che i gesti e le parole di Gesù – e quindi la sua natura trascendente – non furono interamente compresi dalla Madre o, per lo meno, non furono assimilati in maniera immediata. Le informazioni e l’insistenza circa lo « stupore » (Lc 2,18; 2,33) e la «non comprensione» (Lc 2,50) non poterono uscire se non dalla bocca stessa di Maria. La comunità cristiana primitiva, che tanto la venerava, non avrebbe mai dato di propria iniziativa notizie che potessero diminuire la dignità e l’ammirazione della Madre. Ciò significa che tali informazioni rispondono rigorosamente all’obiettività storica e che possono essere state fornite soltanto da chi ne fece la diretta esperienza. Tra l’altro, siamo dinanzi a una scena profondamente emozionante: la Madre, in seno alla comunità, espone con naturalezza e obiettività, al gruppo dei discepoli, come quelle parole non le abbia comprese, come quelle altre siano state per lei sorprendenti… La Madre era umile fino a commuovere. Maria è fondamentalmente umiltà.
Non è esatto, quindi, affermare che Maria fu pervasa da una potente infusione di conoscenza e che, a motivo di permanenti ed eccezionali doni, per lei furono dissipate tutte le ombre, sollevati tutti i veli, spalancati tutti gli orizzonti; e che fin dai primi momenti della sua « chiamata » sapeva tutto della storia della salvezza, tutto della persona e del destino di Gesù. Ciò è contraddetto dal testo e dal contesto dei vangeli. Cade così il motivo per cui molti fedeli provano di fronte a Maria un indefinibile senso di soggezione. E stata idealizzata tanto da farla divenire un mito e posta fuori della nostra portata e delle nostre vie, talché molti sentono, senza che possano spiegarselo, delle intime riserve verso di lei, quasi fosse una donna « misteriosa », eccessivamente fuori dell’ordinario. La vita di Maria non fu una divagazione turistica, come abbiamo detto. Anch’ella, come tutti noi, scoprì poco alla volta il « mistero » di Gesù Cristo, coi mezzi tipici dei poveri del Signore: abbandono, umile ricerca, disponibilità totale e fiduciosa. Anche la Madre andò pellegrinando per vie solitarie e valli oscure, cercando di scoprire il volto e il volere del Padre. Esattamente come noi.
C’è, nel vangelo di Marco, uno strano episodio carico di mistero. Il contesto del racconto a cui facciamo riferimento sembra significare che Maria non comprendesse con sufficiente chiarezza la personalità e la missione di Gesù, almeno nei primi tempi della sua predicazione pubblica. Dai primi tre capitoli di Marco si deduce che la risonanza attorno alla figura e all’attività del nuovo Maestro superò ogni aspettativa. Sorsero delle vive discussioni ovunque e soprattutto un acuto « dissenso tra i Giudei » (Gv 10,19). Senza dubbio Gesù rivelava una strana personalità, tanto che persino tra i suoi parenti si giunse a pensare che fosse « fuori di sé » (Mc 3,21), mentre qualcun altro diceva, senza mezzi termini: « E posseduto da uno spirito immondo » (Mc 3,30). Sta di fatto che, un certo giorno, i parenti più prossimi decisero di intervenire proponendosi di ricondurlo a casa. Il testo di Marco ci toglie ogni dubbio che tra costoro ci fosse pure Maria (cfr. Mc 3,20-21.31-35). Dall’analisi psicologica di simile comportamento possiamo concludere che, in quel periodo, Maria non possedeva ancora una conoscenza approfondita della natura e della missione del Figlio. In realtà, la Madre subiva, a suo modo, lo sconcerto dei parenti, provocato dalla manifestazione straordinaria e inattesa di Gesù. Lei avrebbe almeno voluto averne un po’ più di cura, visto che in quei giorni « non potevano neppure prendere cibo » (Mc 3,20). La conclusione è sempre la medesima: Maria percorreva, come noi, le vie della fede. Anch’ella andava cercando di scoprire tra le ombre il vero volto di Gesù.
Alle nozze di Cana osserviamo che Maria ha già fatto dei grandi passi nella conoscenza del profondo mistero del Figlio. Nella sua prima reazione, ella si muove in un’orbita meramente umana si presenta come una madre sicura di possedere un ascendente sul figlio, si sente in comunione con lui e si comporta come colei che sa di poter ottenere qualunque favore. Maria crede di essere in comunione col figlio, ma in realtà si trova sola. Tuttavia, con questa prova ella entra in una nuova intesa con lui: l’unità della fede. Per questo dice « Ciò che egli vi dirà, fatelo! ». Non deve aver valore quindi ciò che ella dice, ma quello che egli dice, anche se lei ancora lo ignora. Per il momento, tutto è chiaro per Maria. Non importa che il suo orgoglio materno ne esca ferito; ella ormai sa che tutto è possibile a Gesù, concetto che la Bibbia fino ad allora aveva riservato soltanto a Dio. Se Maria non può determinare Cristo in virtù del suo diritto materno, lo può invece attraverso una più profonda realtà, che proviene dalla sua unità nella fede. La sua fede appare adamantina, poiché non è diritto, né pretesa, ma certezza e confidenza in colui che opera ciò che vuole e lo fa a suo tempo perché è bene così. Non senza un significato, Giovanni aggiunge che, dopo questo episodio, Gesù «discese a Cafarnao insieme con sua madre, i fratelli e i discepoli » (Gv 2,12). Che significa ciò? Che Maria smette di essere madre per cominciare a essere discepola? Che l’esperienza di quel prodigio fugò tutti i suoi dubbi, le fece superare l’alternarsi di luci e oscurità, immergendola definitivamente nella chiarezza totale?

2. TRA LA LUCE E L’OSCURITÀ
Che cosa c’è tra la luce e l’oscurità. La penombra, la quale non è altro che una mescolanza di luce e di oscurità. Se confrontiamo tra loro i testi evangelici, ci convinciamo che la vita di Maria fu un navigare in un mare di bagliori e di ombre. Se ci atteniamo alle parole pronunciate nel giorno dell’annunciazione, constatiamo che Maria ebbe una rivelazione completa e perfetta di Colui che sarebbe fiorito, silenzioso, nel suo seno: « Sarà grande e chiamato Figlio dell’Altissimo… il suo regno non avrà fine» (Lc 1,32). Senza dubbio, la splendida visita di Dio, in quel giorno, la travolse con una straordinaria infusione di luce e di conoscenza. Soprattutto è certo che l’inondazione fecondante e personale dello Spirito Santo fu accompagnata dalla pienezza dei suoi doni, in particolare dallo spirito di sapienza e d’intelligenza. Alla luce penetrante della presenza unica dello Spirito, in quel giorno, Maria vedeva tutto molto chiaramente. Al contrario, dai testi che abbiamo analizzato poco sopra apprendiamo che, più tardi, Maria certe cose non le « comprendeva » e di altre « si stupiva ». Ebbene, se nel giorno dell’annunciazione Maria comprese pienamente la realtà di Gesù e poi, a quanto pare, non comprendeva più la stessa realtà, che successe nel frattempo? C’è forse qualche contraddizione? L’evangelista redattore usufruì di un’informazione insufficiente?
Secondo me, quel substrato oscuro e contraddittorio è colmo di grandezza umana e Maria emerge da tale oscurità più luminosa che mai. La Madre non fu un demiurgo, cioè uno strano impasto tra la dea e la donna. Fu una creatura come noi. Una creatura eccezionale, questo sì, ma non tanto eccezionale da smettere di essere creatura. Ella percorse tutte le nostre strade umane, con i loro imprevisti e i loro crocevia. È necessario collocare Maria nella densità del contesto umano: ciò che accade a noi, poté accadere anche a lei, pur restando sempre intatta la sua grande fedeltà al Signore Dio.
Che cosa avviene, infatti, tra noi? Pensiamo, per esempio, ai consacrati a Dio nel sacerdozio o nella vita religiosa. Un giorno lontano, nel fiore della gioventù, furono sedotti irresistibilmente da Cristo; tutto, allora, era evidente come l’azzurro di un mezzogiorno d’estate: Dio li chiamava a una missione sublime. Era tutto così chiaro che s’imbarcarono con Cristo nell’avventura più affascinante. Dopo molti anni, quanti di quei consacrati vivono oggi nella confusione, pensando che Dio non li abbia mai chiamati, che la vita consacrata non abbia senso? Come mai, ciò che un giorno era una spada lampeggiante può sembrare, oggi, ferro arrugginito? E necessario tener bene i piedi a terra: siamo fatti così.
Si sposarono. Lui diceva che nel firmamento non esisteva stella più luminosa di lei. Lei era certa che neppure con la lanterna di Diogene avrebbe mai trovato nel mondo un essere umano più perfetto di lui. Tutti dicevano che erano nati l’uno per l’altra. Per alcuni anni furono felici. Poi l’abitudine penetrò nella loro vita come un’ombra maledetta. Forse oggi trascinano un’esistenza languida, e a volte pensano che avrebbero dovuto sposare un’altra persona. Come può avvenire che quanto un giorno era luce, divenga poi oscuro? Bisogna ripeterlo: siamo fatti così. Non siamo enti geometrici; l’essere umano non è costituito di linee rigorosamente predisposte.
Siamo fatti così: poche sicurezze e una montagna di incertezze. Al mattino vediamo chiaramente, a mezzogiorno dubitiamo e a sera tutto si è fatto nero. Un anno sposiamo una causa; l’anno successivo, delusi, la disertiamo.
Con questa linea umana, ondulata e oscillante, potremmo spiegarci il fatto che Maria, in un’epoca determinata, vedeva chiaramente e in un’altra, a quel che pare, vedeva le cose un po’ meno limpide. E forse disonorante per la Madre, pensare che anch’ella ha « sentito » il peso del silenzio di Dio? E indecoroso pensare che la Madre, in un’epoca determinata della sua vita, fu prima intaccata dalla delusione, poi dalla confusione e finalmente dal dubbio? Nel giorno dell’annunciazione, il tono solenne delle parole parve prometterle un cammino tra lo splendore inestinguibile dei prodigi. Invece, poco dopo, al momento del parto, si trovava sola e abbandonata. Dovette poi fuggire come un normale profugo politico e vivere sotto cieli stranieri. Infine, per trenta interminabili anni, non ci furono novità, ma regnarono la monotonia e il silenzio. A che cosa doveva aggrapparsi? A ciò che pareva le fosse stato promesso il giorno dell’annunciazione, o alla realtà attuale, dura e fredda? La serenità dell’anima di Maria non sarà stata mai turbata dalla perplessità? Ciò che accade a noi, perché non sarebbe potuto accadere a lei?

3. « SERBAVA TUTTE QUESTE COSE MEDITANDOLE NEL SUO CUORE »
Che faceva la Madre in quelle angustie? Lo sappiamo da lei stessa: si aggrappava alle parole antiche, per potersi tenere in piedi. Quelle parole erano una lampada che Maria conservava perpetuamente accesa: con diligenza « serbava tutte queste cose e le meditava nel suo cuore » (Lc 2,19.50). Non erano foglie morte, ma ricordi vivi. Quando i nuovi avvenimenti risultavano enigmatici e sconcertanti, la fiamma accesa dei vecchi ricordi faceva luce nell’oscura perplessità dell’oggi. Così la Madonna avanzò giorno per giorno tra luci remote e ombre presenti, in attesa della chiarezza totale. I vari testi evangelici e il loro contesto generale dicono in modo chiaro che la « comprensione » del mistero trascendente di Gesù, da parte di Maria, fu realizzata dalla Madre mediante una continua e integra adesione alla volontà di Dio che si manifestava quotidianamente nei nuovi avvenimenti.
A noi accade lo stesso. Molte anime ebbero, in epoche diverse, visite gratuite di Dio, fecero l’esperienza viva della sua presenza, ricevettero grazie infuse e forse doni straordinari, e quei momenti rimasero impressi nelle loro anime come ferite di fiamma: furono momenti inebrianti. Passano gli anni, Dio tace e quelle stesse anime sono aggredite dallo smarrimento e dalla tentazione. Vengono invase dalla monotonia mentre il silenzio di Dio si prolunga ostinatamente. Allora, per non soccombere sono costrette ad aggrapparsi disperatamente al ricordo delle esperienze vive del passato.
Non salviamo la grandezza di Maria immaginandoci che ella non fu mai invasa dalla confusione. E invece un fatto che quando qualcosa superava le sue possibilità di comprensione, ella non se ne angustiava, non reagiva con impazienza e irritazione, ansiosa o spaventata. Per esempio, Maria non affronta il ragazzetto di dodici anni con interpellanze isteriche: « Figlio mio, non capisco più nulla! Che accade? Per favore, su, spiegami subito il significato di tale comportamento ». Maria non dice a Simeone: « Vecchio venerando, che significa questo discorso della spada? Perché il mio bambino dov’essere segno di contraddizione? ». Invece la Madre assume il comportamento tipico dei poveri del Signore; con pace, pazienza e dolcezza ascolta, entra in se stessa e se ne sta raccolta, pensando al significato profondo di quelle parole, al fine di scoprire la volontà di Dio. La Madre è simile a quei fiori che si chiudono quando scompare la luce del sole; anch’ella si ripiega, scrutandosi nell’intimo e, piena di pace, cerca di mettersi in sintonia con la volontà sconcertante di Dio, accettando il « mistero della vita ».
Purtroppo, anche noi somigliamo a tutte le altre creature. Sorgono dolorose circostanze improvvise e ci si avvinghiano come serpenti implacabili. Ci sembra di essere in preda a una cieca fatalità: le disgrazie ci piombano addosso, l’una dopo l’altra, di sorpresa e con brutalità. Il tradimento ci spia dietro le ombre e – chi l’avrebbe mai pensato? – nella nostra stessa casa, talvolta, si esperimenta la fatica della vita fino alla voglia di morire. Che cosa si ottiene col ribellarsi alle cose inevitabili? In simili momenti ci giova comportarci come Maria: chiudere la bocca e rimanere nella pace. Noi non sappiamo nulla, il Padre sa tutto. Se possiamo fare qualcosa per mutare il corso degli eventi, facciamolo pure; altrimenti, se le circostanze non possono essere cambiate dal nostro intervento, a che scopo lottare contro di esse? La Madre può venirci vicino e dirci: « Figlioli miei, io conosco la strada: venite dietro di me. Fate come ho fatto io, percorrete la stessa via che io ho percorso e apparterrete al popolo dei beati: beati quelli che, nel cuore della notte, credono nello splendore dell’alba! ».

Publié dans:Maria Vergine |on 1 juillet, 2013 |Pas de commentaires »
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