Archive pour juillet, 2013

SAN CHARBEL MAKHLOUF – 24 LUGLIO (mf)

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SAN CHARBEL MAKHLOUF – 24 LUGLIO (mf)

Non è semplice scrivere di San Charbel Makhlouf, un monaco appartenente all’Ordine Libanese Maronita, vissuto nel secolo scorso ed elevato alla Gloria degli altari da Paolo VI il 9 ottobre 1977, non tanto per i suoi miracoli o per i fatti prodigiosi o eclatanti avvenuti durante la sua vita e dopo la sua morte, quanto per le sue virtù eroiche che permettono a noi occidentali di conoscere meglio l’intensa spiritualità della Chiesa Orientale.
La vita di questo Santo merita di essere maggiormente conosciuta anche in occidente, specialmente fra le nuove generazioni che sono alla ricerca di una nuova e intensa spiritualità, come dimostrano l’aumento delle vocazioni negli Ordini monastici contemplativi. Se riusciremo a comprendere il messaggio che San Charbel ci ha lasciato siamo certi che questi potrà essere un valido aiuto per tutti i credenti.

La vita
Il nostro Santo nacque in Beqakafra, paese distante 140 Km. della capitale del Libano, Beirut, l’otto di maggio dell’anno 1828.
Quinto figlio di Antun Makhlouf e Brigitte Chidiac, una pia famiglia di contadini. Otto giorni dopo la sua nascita ricevette il battesimo nella chiesa di Nostra Signora del suo paese, dove i suoi genitori gli imposero il nome di Yusef (Giuseppe). I primi anni trascorsero in pace e tranquillità, circondato della sua famiglia e soprattutto dell’insigne devozione di sua madre, che per tutta la sua vita praticò con la parola e le opere la sua fede religiosa, dando esempio ai suoi figli che crebbero così nel santo timore di Dio.
A tre anni, il padre di Yusef fu arruolato dall’Esercito turco che combatteva in quel momento contro le truppe egizie. Suo padre muore ritornando a casa dalla guerra e sua madre, passato po’ di tempo, si risposa con un uomo devoto e perbene che successivamente riceverà il diaconato. Yusef aiutò sempre il suo patrigno in tutte le cerimonie religiose, rivelando fin dal principio un raro ascetismo ed una inclinazione alla vita di preghiera.

Infanzia
 Yusef imparò le prime nozioni nella scuola parrocchiale del suo paese, in una piccola stanza adiacente alla chiesa. All’età di 14 anni si dedica a curare un gregge di pecore vicino alla casa paterna; in questo periodo iniziano le sue prime e autentiche esperienze riguardanti la preghiera: si ritirava costantemente in una caverna che aveva scoperto vicino ai pascoli e lì passava molte ore in meditazione, ricevendo spesso le burle degli altri ragazzi come lui pastori della zona. A parte il suo patrigno (diacono), Yusef ebbe due zii da parte di madre che erano eremiti appartenenti all’Ordine Libanese Maronita, e da essi accorreva con frequenza, trascorrendo molte ore in conversazioni, riguardanti la vocazione religiosa e il monachesimo.

La vocazione
 All’età di 20 anni, Yusef è un uomo fatto, sostegno della casa, egli sa che presto dovrà contrarre matrimonio, tuttavia resiste all’idea e prende un periodo di attesa di tre anni, nei quali ascoltò la voce di Dio: « Lascia tutto, vieni e seguimi ». Si decide, e senza salutare nessuno, nemmeno sua madre, una mattina del 1851 si dirige al convento della Madonna di Mayfouq, dove sarà ricevuto prima come postulante e poi come novizio, facendo una vita esemplare sin dal primo momento, soprattutto riguardo all’obbedienza. Qui Yusef prese l’abito di novizio e rinunziò al suo nome originale per scegliere quello di Charbel, un martire di Edessa vissuto nel secondo secolo.

Studi da sacerdote
 Passato qualche tempo lo trasferirono al convento di Annaya, dove professò i voti perpetui come monaco nel 1853. Subito dopo, l’obbedienza lo portò al monastero di San Cipriano di Kfifen, dove realizzò i suoi studi di filosofia e teologia, facendo una vita esemplare soprattutto nell’osservanza della Regola del suo Ordine. Fu ordinato sacerdote il 23 luglio 1859 da parte di Mons. Jose al Marid, sotto il patriarcato di Paulo Massad, nella residenza patriarcale di Bkerke. Ordinato da poco tempo, padre Charbel ritornò al monastero di Annaya per ordine dei suoi superiori. Lì passò lunghi anni, sempre come esempio per tutti i suoi confratelli nelle diverse attività che lo coinvolgevano: l’apostolato, la cura dei malati, la cura delle anime ed il lavoro manuale.

L’eremita
 Così trascorse la sua vita in comunità. Tuttavia, egli anelava ardentemente ad essere eremita, e per questo chiese l’autorizzazione al superiore, il quale vedendo che Dio era con lui redasse l’autorizzazione il 13 di febbraio del 1875. Charbel rimase eremita fino al giorno della sua morte avvenuta la vigilia di Natale dell’anno 1898.
Nell’eremo dei Santi Pietro e Paolo, il P. Charbel si dedicò al colloquio intimo con Dio, perfezionandosi nelle virtù, nella ascesi, nella santità eroica, nel lavoro manuale, nella coltivazione della terra, nella preghiera (Liturgia delle ore 7 volte al giorno), e nella mortificazione della carne, mangiando una volta al giorno e portando il cilicio. Padre Charbel raggiunse la fama dopo la sua morte, iniziando con il prodigio del suo corpo incorrotto che sudava sangue ed emanava una luce misteriosa. Fenomeni osservati e constatati non solo dai membri del suo Ordine, ma dal popolo che cominciò a venerarlo come Santo anche quando la gerarchia ed i superiori ne avevano proibito il culto, in attesa che la Chiesa pronunciasse il suo verdetto.

Beatificazione e canonizzazione
 Col passare del tempo, ed in vista dei miracoli che avvenivano e del culto di cui era oggetto, il padre Superiore Generale, Ignacio Dagher, andò a Roma nel 1925 per sollecitare Papa Pio XI all’apertura del processo di beatificazione. Durante la chiusura del concilio Vaticano II, il 5 di dicembre di 1965, Papa Paolo VI, beatificò padre Charbel con le seguenti parole: « Un eremita della montagna libanese è iscritto nel numero dei Venerabili… un nuovo membro di santità monastica arricchisce con il suo esempio e con la sua intercessione tutto il popolo cristiano. Egli può farci capire in un mondo affascinato per il comfort e la ricchezza, il grande valore della povertà, della penitenza e dell’ascetismo, per liberare l’anima nella sua ascensione a Dio ».
Il 9 di ottobre di 1977 durante il sinodo mondiale di vescovi, lo stesso Papa canonizzò il Beato Charbel, elevandolo agli altari con il seguente formula: « In onore della Santa ed Unica Trinità per esaltazione della fede cattolica e promozione della vita cristiana, con l’autorità del Nostro Signore Gesù Cristo e dei venerabili Apostoli Pietro e Paolo, e nostra, dopo matura riflessione e implorando l’intenso aiuto divino… decretiamo e definiamo che il Beato Charbel Makhlouf è Santo, e lo iscriviamo nel Libro dei Santi, stabilendo che sia venerato come Santo con pietosa devozione in tutta la Chiesa. Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo ».
Innamorato dell’Eucaristia e del Santa Vergine Maria, San Charbel modello ed esempio di vita consacrata, è considerato l’ultimo dei Grandi Eremiti. I suoi miracoli sono molteplici e chi si affida alla sua intercessione, non resta deluso, ricevendo sempre il beneficio della Grazia e la guarigione del corpo e dell’anima.
« Il giusto fiorirà, come una palma, si alzerà come un cedro del Libano, piantato nella casa del Signore » (Sal 91(92)13-14).

I miracoli
In vita San Charbel non ha compiuto numerosi miracoli, anche se era un uomo di grande fede e spiritualità e molte persone si recavano nel suo eremo per chiedere preghiere e grazie.
Charbel era un monaco orientale e un eremita, seguiva la tradizione dei Padri del deserto e come tale rifiutava il contatto con la gente per stare nella solitudine e quindi si potrebbe dire che non aveva, in pratica, l’occasione di compiere miracoli.
Tuttavia vogliamo, ricordare un episodio prodigioso del quale sono stati testimoni i suoi confratelli e avvenuto prima di ritirarsi nel suo eremo.
Una sera Charbel tardò a rientrare in convento e per questo non aveva fatto in tempo a farsi consegnare l’olio per la sua lampada; il frate dispensiere per punirlo di questa mancanza, si rifiutò di fare la consegna dopo l’orario prescritto.
Il Padre Charbel rientrò nella sua cella e casualmente il dispensiere notò che nonostante l’ora tarda la finestra era illuminata. Chiamò quindi il Superiore e con questi si recò dal Santo che con la lanterna accesa stava leggendo il breviario. Il Superiore rimproverò Charbel per l’infrazione alla Regola chiedendogli: « Perché tenete la lanterna accesa a quell’ora? Non avete fatto il voto di povertà? ». Padre Charbel si prostrò in ginocchio, chiese perdono al Superiore e rispose che durante la giornata non avuto tempo di leggere l’Uffizio e che quindi lo faceva ora.
A questo punto il dispensiere disse che lui non gli aveva dato l’olio e il Superiore interrogò Charbel in proposito per sapere dove si fosse procurato il combustibile. Questi dopo molte insistenze disse che vi aveva messo un po’ d’acqua.
Il Superiore che credeva soltanto ai propri occhi prese in mano la lanterna che immediatamente si spense. L’aprì, versò il contenuto sul pavimento, e alla luce di una candela constatò che era acqua! Il Superiore rimase interdetto e uscendo dalla cella fra lo sgomento gli disse: « Pregate per me ».
Contrariamente a quanto accade di solito, la fama di santità di Charbel si manifestò pienamente dopo la sua morte. La sua salma fu sepolta nel cimitero di Anaya, dove riposa tuttora e qui è stato anche edificato un santuario in suo onore. Alcune persone dalle case vicine cominciarono e vedere una luce che usciva dal luogo di sepoltura di San Charbel. La notizia iniziò a diffondersi e con essa le prime affermazioni della santità, finché il Superiore si recò di persona nelle case vicine al cimitero dove constatò l’esistenza di questa luce misteriosa.
A questo punto i frati decisero di aprire la tomba; trovarono il corpo di Charbel leggermente coperto di muffa ma sostanzialmente integro nonostante fossero trascorsi circa quattro mesi dalla morte e dallo stesso usciva una sostanza biancastra mista a sangue che nessun medico anche in epoche successive è riuscito a spiegare e a catalogare. Tale fenomeno è presente anche ai nostri giorni.
Poiché la fama di santità di Charbel si era notevolmente diffusa e anche per timore che il corpo potesse essere trafugato, cosa frequente a quell’epoca, i monaci decisero di trasferire la salma in un luogo più sicuro e segreto anche per evitare che fosse oggetto di devozione da parte dei fedeli.
È noto che per la Chiesa simili manifestazioni di per sé sono insufficienti a stabilire la santità, perché essa si basa sulle opere che il Santo ha fatto in vita e se queste possono essere un valido esempio per le generazioni future. Vista comunque la crescente fama di Santità di padre Charbel e i numerosi miracoli che gli venivano attribuiti, nel 1926 il Patriarca Maronita presentò a Roma la documentazione necessaria per iniziare una causa di beatificazione.
I miracoli validi per la beatificazione riguardano la guarigione prodigiosa di Suor Marie-Abel Kamari della congregazione del Sacro Cuore affetta da una gravissima forma di ulcera che guarì istantaneamente il 12 luglio 1950 mentre stava pregando sulla tomba del Santo e l’altro riguarda un certo Iskandar Nalm Obeid, de Baabdate che nel 1937 aveva perso l’uso di un occhio,e ora stava perdendo anche l’altro, riacquistò la vista mentre stava pregando a Anaya sulla tomba di Charbel.
Per la santificazione fu presentata la prodigiosa guarigione di Myriam Aouad, de Mammana affetta da un incurabile cancro alla gola fu guarita nel 1967. Numerosi sono i miracoli, le grazie e i fatti prodigiosi attribuiti all’intercessione di Charbel. Nell’apposito registro conservato nel convento di Annaya sono raccolti centinaia di racconti e le migliaia di lettere provenienti da tutto il mondo che testimoniano le grazie ricevute dai fedeli e non solo cristiani ma anche musulmani.
Di tutti questi ne vogliamo ricordare soltanto uno che ci sembra particolarmente significato perché « autenticato » dalla setta musulmana dei Drusi. Un ragazza, certa Hosn Mohair era nata con una gamba di 5 o 6 centimetri più corta dell’altra, questa imperfezione la faceva zoppicare vistosamente. Un giorno si recò ad Anaya e ritornò portando a casa dell’acqua benedetta e della terra che aveva raccolto presso la tomba del Santo e con questo impasto cominciò a massaggiare la gamba difettosa. I familiari, non vedendo per diversi giorni alcun esito da questa cura cercavano di dissuaderla, ma la ragazza spinta da una fede incrollabile continuò, finché la gamba difettosa raggiunse la stessa lunghezza dell’altra; cosa che gli permise di camminare normalmente. I notabili del villaggio, drusi, che la conoscevano personalmente, rilasciarono nel 1950 delle dichiarazioni giurate attestanti il fatto prodigioso.

Le virtù
In occidente l’apostolato viene fatto principalmente attraverso l’azione e i Santi si distinguono oltre che per la loro intensa spiritualità anche per mezzo delle opere di misericordia, come curare gli infermi, educare la gioventù, alleviare i bisogni della povera gente.
Diversa è la tradizione orientale dove si raggiunge la perfezione non con le opere, ma per mezzo di un continua e costante ricerca interiore di Dio seguendo il concetto che salvando la propria anima si salva il mondo.
Il monaco in oriente non ha doveri pastorali, ma dà il suo esempio con la vocazione, la vita ascetica, le preghiere, le penitenze e con la pratica eroica della virtù. Il monaco quindi deve restare accanto al popolo cristiano, non materialmente, bensì spiritualmente per insegnare il cammino verso la perfezione per mezzo della quale si può raggiungere il Padre Celeste.
Non è quindi l’asceta che va verso il mondo, ma sono gli uomini che vanno verso di lui per riceverne consigli, esempi, migliorarsi, edificarsi, per ottenere benefici materiali e spirituali grazie ai doni divini che possiede soltanto chi è veramente consacrato a Dio. L’ eremita vive completamente distaccato dal mondo perché le passioni, i peccati e le imperfezioni degli uomini possono intralciare l’asceta nella sua assoluta ricerca di perfezione. Quindi la solitudine diventa il mezzo attraverso il quale l’asceta in fuga dal mondo trova la pace interiore e la perfetta unione con Dio.
Ma nella sua vita Charbel non si è limitato a fare tutto questo, egli ha vissuto in modo eroico i voti che aveva pronunciato fin dal primo momento della sua ordinazione.
Certamente anche lui avrà sentito il richiamo dei sensi e avrà combattuto per conservare la sua purezza. I Padri del deserto dicevano a proposito dei pensieri impuri: « se non hai pensieri di tal natura sei un uomo senza speranza; infatti se non hai pensieri di tal natura è segno che tu compi delle azioni ».
Non possiamo certamente sapere se Charbel abbia subito delle violente tentazioni, ma sappiamo che egli faceva di tutto per evitarle. Si rifiutava di parlare con le donne e fra queste erano escluse anche i membri della sua famiglia e non solo evitava perfino di incontrarle sul cammino. Le donne che vivevano intorno al convento Annaya sapevano che il Santo non gradiva la loro presenza e anche loro collaboravano cercando di non incontrarlo oppure nascondendosi al suo apparire.
Anche nella povertà di Charbel era molto rigido, egli non possedeva assolutamente nulla e niente chiedeva, non voleva nemmeno toccare il denaro e quando qualcuno gli lasciava una elemosina, chiamava un suo confratello affinché prendesse i soldi e li consegnasse al Superiore. Si racconta che un giorno il Superiore vedendolo con il saio logoro e malandato gli disse di andare dal fratello sarto per farsene cucire uno nuovo, ma Charbel rispose che quell’abito per lui andava bene mentre era praticamente inservibile, e per far indossare a Charbel un nuovo vestito il Superiore fu costretto a ordinarglielo.
L’obbedienza fu certo la virtù eroica più eclatante del Santo, egli obbediva senza discutere a qualsiasi ordine ricevuto e non solo dai suoi superiori, ma anche dai confratelli e dagli stessi operai del monastero. Tutti potevano comandare padre Charbel. Egli anche quando era un monaco anziano, e poteva non svolgere determinate mansioni, non solo non chiedeva di essere dispensato, ma sceglieva i lavori più umili e fastidiosi. Quindi padre Charbel lavava i piatti, puliva i pavimenti, aiutava gli inservienti del monastero nei lavori meno gratificanti.
Tutto questo dimostra anche l’umiltà del Santo, che nonostante fosse una persona dotta e intelligente in molte occasioni aveva rifiutato importanti incarichi che il suo Ordine gli voleva conferire, dicendo sempre che esistevano persone migliori di Lui per svolgere tali mansioni.

Il Cardinale Paolo Pietro Méouchi, Patriarca di Antiochia e di tutto l’Oriente scrisse a Mons. Salvatore Garofano, Rettore Magnifico della Pontificia Università Urbaniana « De Propaganda Fide » e autore della biografia del Santo redatta in lingua italiana (« Il profumo del Libano » Roma 1977), questa lettera che sintetizza mirabilmente la spiritualità e le virtù del Santo:
Nel dramma dove, attraverso la storia, il mondo si dibatte, i Santi conservano i riflessi di Colui che è nominato « La luce del mondo », Gesù Cristo.
Nell’ultima decade del IXX secolo dove il vento del razionalismo soffia spesso, sul Libano, una sentinella, il monaco Charbel Makhlouf monta la guardia sulla Santa montagna, per affermare nella semplicità del credente e con la presenza di Dio di un anima innamorata che il dramma che scuote l’umanità, nel suo pellegrinaggio terrestre, non trova la sua soluzione che nel ritorno verso le regioni profonde dell’anima dove abita la Santissima Trinità.
Sempre, nella storia della spiritualità orientale si sono opposte la gnosi dei sapienti e la fede dei semplici. Gli gnostici che cercano di mettere Dio nei limiti della ragione trovano davanti a loro delle anime che preferiscono ritrovare il Creatore sulla via del cuore e dell’esperienza, la via, senza esclusione della dotta ignoranza, che si nutre alle grandi fonti della Sacra Scrittura, dei Padri del deserto e della teologia morale. Così faceva San Charbel Makhlouf.
In una spogliazione totale del mondo e soprattutto della propria mente, questo monaco semplice e generoso, ha preferito la pienezza di Dio all’illusione delle ricchezze del mondo. Egli ha messo in pratica che l’avere non è niente e che l’essere è tutto. Dio, la semplicità stessa, non ha niente, ma è l’Assoluto. Così nella fuga dal mondo – questa è d’altronde una delle caratteristiche della spiritualità orientale – Charbel ha voluto stabilire con i suoi prediletti il dialogo della fiducia, della presenza e dell’amore. Egli si sentiva costantemente chiamato dal Cristo Salvatore a ritirarsi nella profondità, e i suoi occhi che si chiudono al mondo, si aprono a delle ricchezze insondabili e divine, che nessun occhio ha visto e nessun orecchio ha sentito. (I Cor. 2,9).
Bisogna credere allora che il nostro monaco abbia vissuto la sua gioia crocefisso da un anima tesa costantemente a convertirsi e a fare penitenza in unione con la croce vittoriosa, nell’egoismo di colui che fissato sull’Assoluto, non ha più cura dei miserabili che vivono sulla terra le loro strane avventure? Ma no! Charbel ritrova la Chiesa nel suo pellegrinaggio spirituale. Che cosa hanno valso delle mortificazioni eroiche, incomprensibili a volte, talmente esse erano eccessive, se esse non erano per riparare se non dei peccati personali come dicevano i Padri della Chiesa, ma i peccati degli altri, di cui si è solidali per l’edificazione delle stesso ed unico Corpo Mistico di Gesù Cristo?
Questo bene, queste strade della profondità che ha praticato Charbel Makhlouf nella sua esistenza, dimentico del mondo, ma che Dio doveva glorificare con dei prodigi inauditi e senza nome, giacché i valori di questa terra si sono lacerati e la fede ha lasciato il posto alla visione.

Publié dans:Santi, Santi: memorie facoltative |on 24 juillet, 2013 |Pas de commentaires »

IL CEDRO DEL LIBANO…PIU’ VOLTE CITATO NELLA BIBBIA

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IL CEDRO DEL LIBANO…PIU’ VOLTE CITATO NELLA BIBBIA

Il cedro del Libano  è una specie di cedro. Fa parte della famiglia delle Pinacee ed è uno degli alberi ornamentali più belli e diffusi in Italia. Migliaia di anni fa estesi boschi di questo albero ricoprivano i pendii montuosi di tutto il Vicino Oriente. Oggi nella sua zona di origine sopravvivono solo poche centinaia di esemplari. E’ giunto nei giardini e nei parchi di tutta Europa nel XVII secolo.

É l’albero rappresentato nella bandiera del Libano.
La pianta arborea,distinguibile per alcuni rami che assumono un portamento a « candelabro » ossia formano un angolo di 90° e salgono verso l’alto. La cima col passare del tempo si appiattisce. Il portamento di questo Cedro è inconfondibile per la disposizione dei rami, in piani orizzontali e negli esemplari secolari, nella zona della vetta, si ha un lago piano più convesso. Nelle zone d’origine arriva a 40m, eccezionalmente a 60m, con un diametro di 1,5 metri
La corteccia è prima liscia, poi fessurata longitudinalmente di colore marrone scuro, ha foglie lunghe fino a 3 cm, di colore verde scuro portate sia singolarmente sui giovani rametti, sia un ciuffi di 20-30 su corti rametti laterali, i suoi fiori sono grigio-verdastri i maschili, lunghi fino a 5 cm e giallastri all’apertura, verdastri i femminili, portati sulla stessa pianta. Dopo aver raggiunto la maturità i suoi frutti che sono di consistenza legnosa si sfaldano, esso è molto resistente e profumato, con cui si realizzano articoli di ebanisteria e matite. Il legno del Cedro del libano era particolarmente apprezzato nell’antichità, proprio per la sua incorruttibilità, e utilizzato soprattutto per costruire imbarcazioni. Il suo habitat è sulla fascia montana a clima fresco, sui versanti esposti a nord dai 1300 ai 3000 metri di altitudine. E’ originario del Mediterraneo Orientale,cresce spontaneo nelle montagne del Libano,della Siria e in Turchia meridionale(monti Tauro) è coltivato in parchi e giardini di tutta Europa dalla fine del Settecento.Notevoli sono due esemplari viventi nel Parco Massari di Ferrara di dimensioni e portamento eccezionali con chioma estesa orizzontalmente di circa 15 metri. Importante è il cedro presente nel Parco del Convitto Mario Pagano di Campobasso. I cedri universalmente considerati più belli e spettacolari sono quelli che si trovano in Libano. Per la protezione di questa pianta il governo libanese ha istituito tre aree protette: la riserva dei cedri dello Shuf,la riserva di Horsh Eden e la riserva delle foreste di Tannourine.
In Italia sulla sommità del colle Monfalletto, maestoso, imponente, venerando, si innalza un cedro del Libano; può essere scorto da qualunque punto dei confini che circoscrivono la zona di coltivazione delle uve nebbiolo per la produzione del vino Barolo; dal luogo in cui sorge, vicendevolmente, si possono distinguere i punti caratteristici, gli avvallamenti, il profilo dei colli mediante i quali, tutto intorno, questi confini possono essere individuati offrendo così la possibilità di valutare l’estensione della zona.
L’albero fa parte della storia e delle tradizioni di queste terre; fu posto a dimora da Costanzo Falletti di Rodello ed Eulalia Della Chiesa di Cervignasco a ricordo delle loro nozze celebrate nel 1856 e quale simbolo del loro amore per la terra.
Secondo quanto tramanda la tradizione di famiglia, i giovani sposi si auspicavano che tale sentimento si serbasse sempre saldo nell’animo dei loro discendenti; l’albero poco a poco sarebbe cresciuto maestoso e longevo: doveva rammentare questo loro desiderio alle generazioni future.

Il colle è denominato Monfalletto dall’antico Mons Fallettorum poi Mont Falet, ovvero Monte dei Falletti.

Publié dans:BIBBIA, PIANTE NELLA BIBBIA |on 24 juillet, 2013 |Pas de commentaires »

Santa Brigida di Svezia

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Publié dans:immagini sacre |on 23 juillet, 2013 |Pas de commentaires »

23 LUGLIO: SANTA BRIGIDA DI SVEZIA RELIGIOSA, FONDATRICE

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SANTA BRIGIDA DI SVEZIA RELIGIOSA, FONDATRICE

23 LUGLIO

Finsta, Uppsala (Svezia), giugno 1303 – Roma, 23 luglio 1373

Compatrona d’Europa, venerata dai fedeli per le sue «Rivelazioni», nacque nel 1303 nel castello di Finsta, nell’Upplandi (Svezia), dove visse con i genitori fino all’età di 12 anni. Sposò Ulf Gudmarson, governatore dell’Östergötland, dal quale ebbe otto figli.Secondo la tradizione devozionale, nel corso delle prime rivelazioni, Cristo le avrebbe affidato il compito di fondare un nuovo ordine monastico. Nel 1349 Brigida lasciò la Svezia per recarsi a Roma, per ottenere un anno giubilare e l’approvazione per il suo ordine, che avrebbe avuto come prima sede il castello reale di Vastena, donatole dal re Magnus Erikson. Salvo alcuni pellegrinaggi, rimase a Roma fino alla sua morte avvenuta il 23 luglio 1373. La sua canonizzazione avvenne nel 1391 ad opera di Papa Bonifacio IX. (Avvenire)

Patronato: Svezia, Europa (Giovanni Paolo II, 1/10/99)
Etimologia: Brigida (come Brigitta) = alta, forte, potente, dall’irlandese

Martirologio Romano: Santa Brigida, religiosa, che, data in nozze al legislatore Ulfo in Svezia, educò nella pietà cristiana i suoi otto figli, esortando lo stesso coniuge con la parola e con l’esempio a una profonda vita di fede. Alla morte del marito, compì numerosi pellegrinaggi ai luoghi santi e, dopo aver lasciato degli scritti sul rinnovamento mistico della Chiesa dal capo fino alle sue membra e aver fondato l’Ordine del Santissimo Salvatore, a Roma passò al cielo.
Nel tardo Medioevo, sia in campo civile che in quello ecclesiastico, gli uomini si dilaniavano in lotte intestine, provocando guerre tra gli Stati e scismi nella Chiesa e mettendo a rischio la stessa sopravvivenza della civiltà cristiana, davanti al pericolo sempre incombente dei musulmani.
Dio allora suscitò donne come santa Brigida di Svezia e santa Caterina da Siena, contemporanee, che con il loro carisma cercarono di pacificare gli animi e di ricostruire l’unità della Chiesa, dando un contributo, sotto certi aspetti determinante, alla civiltà europea.
E giustamente sia s. Brigida patrona della Svezia (1303-1373), sia s. Caterina da Siena compatrona d’Italia (1347-1380), sono state proclamate compatrone dell’Europa, insieme a s. Benedetto da Norcia (470-547).

Sue origini e formazione
Brigida o Brigitta o Birgitta, nacque nel giugno 1303 nel castello di Finsta presso Uppsala in Svezia; suo padre Birgen Persson era ‘lagman’, cioè giudice e governatore della regione dell’Upplan, la madre Ingeborga era anch’essa di nobile stirpe.
In effetti Brigida apparteneva alla nobile stirpe dei Folkunghi e discendeva dal pio re cristiano Sverker I; ebbe altri sei fratelli e sorelle e le fu imposto il nome di Brigida, in onore di santa Brigida Cell Dara († 525), monaca irlandese, della quale i genitori erano devoti.
Dopo la morte della madre, a 12 anni fu mandata presso la zia Caterina Bengtsdotter, a completare la propria formazione; ancora fanciulla, Brigida dopo aver ascoltato una predica sulla Passione di Gesù, ebbe con Lui un profondo colloquio che le rimase impresso per sempre nella memoria.
Alla domanda: “O mio caro Signore, chi ti ha ridotto così?”, si sentì rispondere: “Tutti coloro che mi dimenticano e disprezzano il mio amore!”. La bambina decise allora di amare Gesù con tutto il cuore e per sempre.
Presso la zia, Brigida trascorse due anni, dove apprese le buone maniere delle famiglie nobili, la scrittura e l’arte del ricamo; durante questi anni non mancarono nella sua vita alcuni fenomeni mistici, come la visione del demonio sotto forma di mostro dai cento piedi e dalle cento mani.

Sposa e madre cristiana
A 14 anni, secondo le consuetudini dell’epoca, il padre la destinò in sposa del giovane Ulf Gudmarsson figlio del governatore del Västergötland; in verità Brigida avrebbe voluto consacrarsi a Dio, ma vide nella disposizione paterna la volontà di Dio e serenamente accettò.
Le nozze furono celebrate nel settembre 1316 e la sua nuova casa fu il castello di Ulfasa, presso le sponde del lago Boren; il giovane sposo, nonostante il suo nome, che significava ‘lupo’, si dimostrò invece uomo mite e desideroso di condurre una vita conforme agli insegnamenti evangelici.
Secondo quanto scrisse e raccontò poi la figlia s. Caterina di Svezia, al processo di canonizzazione, i due sposi vissero per un biennio come fratello e sorella nella preghiera e nella mortificazione; soltanto tre anni dopo nacque la prima figlia e in venti anni Brigida diede al marito ben otto figli, quattro maschi (Karl, Birger, Bengt e Gudmar) e quattro femmine (Marta, Karin, Ingeborga e Cecilia).
Nel 1330 il marito Ulf Gudmarsson fu nominato “lagman” di Närke e successivamente i due coniugi divennero anche Terziari Francescani; dietro questa nomina, c’era tutto l’impegno di Brigida, che gli aveva insegnato a leggere e scrivere e Ulf approfittando della spinta culturale della moglie, aveva approfondito anche lo studio del diritto, meritando tale carica.
Per venti anni Ulfasa fu il centro della vita di Brigida e tutta la provincia dell’Ostergötland divenne il suo mondo, il suo ruolo non fu solo quello di principessa di Närke, ma senza ostentare alcuna vanagloria, fu una ottima massaia, dirigeva il personale alle sue dipendenze, mescolata ad esso svolgeva le varie attività domestiche, instaurando un benefico clima di famiglia.
Si dedicava particolarmente ai poveri e alle ragazze, procurando a quest’ultime una onesta sistemazione per non cadere nella prostituzione; inoltre fece costruire un piccolo ospedale, dove ogni giorno si recava ad assistere gli ammalati, lavandoli e rammendando i loro vestiti.
In questo intenso periodo, conobbe il maestro Matthias, uomo esperto in Sacra Scrittura, di vasta cultura e zelante sacerdote; ben presto divenne il suo confessore e si fece tradurre da lui in svedese, buona parte della Bibbia per poterla leggere e meditare meglio; la sua presenza apportò a Brigida la conoscenza delle correnti di pensiero di tutta l’Europa, giacché don Matthias aveva studiato a Parigi, e tutto ciò si rivelerà utile per la conoscenza delle problematiche del tempo, preparandola alla sua futura missione.

Alla corte reale di Svezia
Quando però nel 1335, il re di Svezia Magnus II sposò Bianca di Dampierre, Brigida che era lontana cugina del sovrano, fi invitata a stabilirsi a corte, per ricevere ed assistere la giovane regina, figlia di Giovanni I, conte di Namur.
L’invito non si poteva respingere e quindi Brigida affidati due figlie e un figlio a monasteri cistercensi, lasciò temporaneamente la sua casa di Ulfasa e si trasferì a Stoccolma, portando con sé il figlio più piccolo, bisognoso ancora delle cure materne.
Ebbe grande influenza sui giovani sovrani e finché fu ascoltata, la Svezia ebbe buone leggi e furono abolite ingiuste ed inumane consuetudini, come il diritto regio di rapina su tutti i beni dei naufraghi, inoltre furono mitigate le tasse che opprimevano il popolo.
Poi man mano, mentre la regina cresceva, manifestando una eccessiva frivolezza favorita dalla debolezza del marito, Brigida si trovò messa da parte e la vita di corte divenne molto mondana.
A questo punto, senza rompere i rapporti con i sovrani, approfittando di momenti propizi e del lutto che l’aveva colpita con la morte nel 1338 del figlio Gudmar, Brigida lasciò la corte e se ne ritornò a casa sua, ritrovando nel castello di Ulfasa nella Nericia, la gioia della famiglia e della convivenza e con il marito si recò in pellegrinaggio a Nidaros per venerare le reliquie di sant’Olav Haraldsson (995-1030) patrono della Scandinavia.

Dalla vita coniugale allo stato religioso – L’esperienza mistica
Quando nel 1341 i due coniugi festeggiarono le nozze d’argento, vollero recarsi in pellegrinaggio a Santiago di Compostella; quest’evento segnò una svolta decisiva nella vita dei due coniugi, che già da tempo vivevano vita fraterna e casta.
Nel viaggio di ritorno, Ulf fu miracolosamente salvato da sicura morte grazie ad un prodigio e i due coniugi presero la decisione di abbracciare la vita religiosa, era una cosa possibile in quei tempi e parecchi santi e sante provengono da questa scelta condivisa.
Al ritorno, Ulf fu accolto nel monastero cistercense di Alvastra, dove poi morì il 12 febbraio 1344 assistito dalla moglie; Brigida a sua volta, avendo esaurito la sua missione di sposa e di madre, decise di trasferirsi in un edificio annesso al monastero di Alvastra, dove restò quasi tre anni fino al 1346.
Fu l’inizio del periodo più straordinario della sua vita; dopo un periodo di austerità e di meditazione sui divini misteri della Passione del Signore e dei dolori e glorie della Vergine, cominciò ad avere le visioni di Cristo, che in una di queste la elesse “sua sposa” e “messaggera del gran Signore”; iniziò così quello straordinario periodo mistico che durerà fino alla sua morte.
Ai suoi direttori spirituali come il padre Matthias, Brigida dettò le sue celebri “Rivelazioni”, sublimi intuizioni e soprannaturali illuminazioni, che ella conobbe per tutta la vita e che furono poi raccolte in otto bellissimi volumi.

Stimolatrice di riforme e di pace in Europa
Durante le visioni, Cristo la spingeva ad operare per il bene del Paese, dell’Europa e della Chiesa; non solo tornò a Stoccolma per portare personalmente al re e alla regina “gli ammonimenti del Signore”, ma inviò lettere e messaggi ai sovrani di Francia e Inghilterra, perché terminassero l’interminabile ‘Guerra dei Trent’anni’.
Suoi messaggeri furono mons. Hemming, vescovo di Abo in Finlandia e il monaco Pietro Olavo di Alvastra; un altro monaco omonimo divenne suo segretario.
Esortò anche papa Clemente VI a correggersi da alcuni gravi difetti e di indire il Giubileo del 1350, inoltre di riportare la Sede pontificia da Avignone a Roma.

La fondazione del nuovo Ordine religioso
Nella solitudine di Alvastra, concepì anche l’idea di dare alla Chiesa un nuovo Ordine religioso che sarà detto del Santo Salvatore, composto da monasteri ‘doppi’, cioè da religiosi e suore, rigorosamente divisi e il cui unico punto d’incontro era nella chiesa per la preghiera in comune; ma tutti sotto la guida di un’unica badessa, rappresentante la Santa Vergine e con un confessore generale.
Ottenuto dal re, il 1° maggio 1346, il castello di Vadstena, con annesse terre e donazioni, Brigida ne iniziò i lavori di ristrutturazione, che durarono molti anni, anche perché papa Clemente VI non concesse la richiesta autorizzazione per il nuovo Ordine, in ottemperanza al decreto del Concilio Ecumenico Lateranense del 1215, che proibiva il sorgere di nuovi Ordini religiosi.
Per questo già nell’autunno del 1349, Brigida si recò a Roma, non solo per l’Anno Santo del 1350, ma anche per sollecitare il papa, quando sarebbe ritornato a Roma, a concedere l’approvazione, che fu poi concessa solo nel 1370 da papa Urbano V.
L’Ordine del Ss. Salvatore, era costituito ispirandosi alla Chiesa primitiva raccolta nel Cenacolo attorno a Maria; la parte femminile era formata da 60 religiose e quella maschile da 25 religiosi, di cui 13 sacerdoti a ricordo dei 12 Apostoli con s. Paolo e 2 diaconi e 2 suddiaconi rappresentanti i primi 4 Padri della Chiesa e otto frati.
Riassumendo, ogni comunità doppia era composta da 85 membri, dei quali 60 suore che con i 12 monaci non sacerdoti rappresentavano i 72 discepoli, più i 13 sacerdoti come sopra detto.
Il gioco di numeri, rientrava nel gusto del tempo per il simbolismo, rappresentare gli apostoli e i discepoli, spingeva ad un richiamo concreto a vivere come loro erano vissuti; senza dimenticare che in quell’epoca non esisteva crisi vocazionale e ciò permetteva di raggiungere senza difficoltà il numero di monache e religiosi prescritto per ogni doppio monastero.

Roma sua seconda patria
Arrivata a Roma insieme al confessore, al segretario Pietro Magnus e al sacerdote Gudmaro di Federico, alloggiò brevemente nell’ospizio dei pellegrini presso Castel Sant’Angelo, e poi nel palazzo del cardinale Ugo Roger di Beaufort, fratello del papa, che vivendo ad Avignone, aveva deciso di metterlo a disposizione di Brigida, la cui fama era giunta anche alla Curia avignonese.
Roma non fece una buona impressione a Brigida, ne migliorò in seguito; nei suoi scritti la descriveva popolata di rospi e vipere, le strade piene di fango ed erbacce, il clero avido, immorale e trascurato.
Si avvertiva fortemente la lontananza da tanto tempo del papa, al quale descriveva nelle sue lettere la decadente situazione della città, spronandolo a ritornare nella sua sede, ma senza riuscirci.
Vedere l’Europa unita e in pace, governata dall’imperatore e guidata spiritualmente dal papa, era il sogno di Brigida e dei grandi spiriti del suo tempo.
Dopo quattro anni, si trasferì poi nella casa offertale nel suo palazzo, dalla nobildonna romana Francesca Papazzurri, nelle vicinanze di Campo de’ Fiori; Roma divenne così per Brigida la sua seconda patria.
Trascorreva le giornate studiando il latino, dedicandosi alla preghiera e alle pratiche di pietà, trascrivendo in gotico le visioni e le rivelazioni del Signore, che poi passava subito al suo segretario Pietro Olavo perché le traducesse in latino.
Dalla dimora di Campo de’ Fiori, che abiterà fino alla morte, inviava lettere al papa, ai reali di Svezia, alle regine di Napoli e di Cipro e naturalmente ai suoi figli e figlie rimasti a Vadstena.

Apostola riformatrice in Italia
Si spostò in pellegrinaggio a vari santuari del Centro e Sud d’Italia, Assisi, Ortona, Benevento, Salerno, Amalfi, Gargano, Bari; nel 1365 Brigida andò a Napoli dove fu artefice e ispiratrice di una missione di risanamento morale, ben accolta dal vescovo e dalla regina Giovanna che seguendo i suoi consigli, operò una radicale conversione nei suoi costumi e in quelli della corte.
Napoli ha sempre ricordato con venerazione la santa del Nord Europa, e a lei ha dedicato un bella chiesa e la strada ove è situata nel centro cittadino; recentemente le sue suore si sono stabilite nell’antico e prestigioso Eremo dei Camaldoli che sovrasta Napoli.
Brigida, si occupò anche della famosa abbazia imperiale di Farfa nella Sabina, vicino Roma, dove l’abate con i monaci “amava più le armi che il claustro”, ma il suo messaggio di riforma non fu ascoltato da essi.
Mentre era ancora a Farfa, fu raggiunta dalla figlia Caterina (Karin), che nel 1350 era rimasta vedova e che rimarrà al suo fianco per sempre, condividendo in pieno l’ideale della madre.
Ritornata a Roma, Brigida continuò a lanciare richiami a persone altolocate e allo stesso popolo romano, per una vita più cristiana, si attirò per questo pesanti accuse, fino ad essere chiamata “la strega del Nord” e a ridursi in estrema povertà, e lei la principessa di Nericia, per poter sostenere sé stessa e chi l’accompagnava, fu costretta a chiedere l’elemosina alla porta delle chiese.

Il ritorno temporaneo del papa – Pellegrina in Terra Santa
Nel 1367 sembrò che le sue preghiere si avverassero, il papa Urbano V tornò da Avignone, ma la sua permanenza a Roma fu breve, perché nel 1370 ripartì per la Francia, nonostante che Brigida gli avesse predetto una morte precoce se l’avesse fatto; infatti appena giunto ad Avignone, il 24 settembre 1370 il papa morì.
Durante il breve periodo romano, Urbano V concesse la sospirata approvazione dell’Ordine del Ss. Salvatore e Caterina di Svezia ne diventò la prima Superiora Generale.
Brigida continuò la sua pressione epistolare, a volte molto infuocata, anche con il nuovo pontefice Gregorio XI, che già la conosceva, affinché tornasse il papato a Roma, ma anche lui pur rimanendo impressionato dalle sue parole, non ebbe il coraggio di farlo.
Ma anche Brigida, ormai settantenne, si avviava verso la fine; ottenuto il via per il suo Ordine religioso, volle intraprendere il suo ultimo e più desiderato pellegrinaggio, quello in Terra Santa.
L’accompagnavano il vescovo eremita Alfonso di Jaén custode delle sue ‘Rivelazioni’ messe per iscritto, di cui molte rimaste segrete, poi i due sacerdoti Olavo, Pietro Magnus e i figli Caterina, Birger e Karl e altre quattro persone, in totale dodici pellegrini.
Verso la fine del 1371, la comitiva partì da Roma diretta a Napoli, dove trascorse l’inverno; in prossimità della partenza, nel marzo 1372 Brigida vide morire di peste il figlio Karl, ma non volle annullare il viaggio e dopo aver pregato per lui e provveduto alla sepoltura, s’imbarcò per Cipro, dove fu accolta dalla regina Eleonora d’Aragona, che approfittò del suo passaggio per attuare una benefica riforma nel suo regno.
A maggio 1372 arrivò a Gerusalemme, dove in quattro mesi poté visitare e meditare nei luoghi della vita terrena di Gesù, poi ritornò a Roma col cuore pieno di ricordi ed emozioni e subito inviò ad Avignone il vescovo Alfonso di Jaén, con un’ulteriore messaggio per il papa, per sollecitarne il ritorno a Roma.

Morte, eredità spirituale, culto
A Gerusalemme, Brigida contrasse una malattia, che in fasi alterne si aggravò sempre più e in breve tempo dal suo ritorno a Roma, il 23 luglio 1373, la santa terminò la sua vita terrena, con accanto la figlia Caterina alla quale aveva affidato l’Ordine del Ss. Salvatore; nella sua stanza da letto si celebrava l’Eucaristia ogni giorno e prima di morire ricevette il velo di monaca dell’Ordine fa lei fondato.
Unico suo rimpianto era di non aver visto il papa tornare a Roma definitivamente, cosa che avverrà poco più di tre anni dopo, il 17 gennaio 1377, per mezzo di un’altra donna s. Caterina da Siena, che continuando la sua opera di persuasione, con molta fermezza, riuscì nell’intento.
Fu sepolta in un sarcofago romano di marmo, collocato dietro la cancellata di ferro nella Chiesa di S. Lorenzo in Damaso; ma già il 2 dicembre 1373, i figli Birger e Caterina, partirono da Roma per Vadstena, portando con loro la cassa con il corpo, che fu sepolto nell’originario monastero svedese il 4 luglio 1374.
A Roma rimasero alcune reliquie, conservate tuttora nella Chiesa di San Lorenzo in Panisperna e dalle Clarisse di San Martino ai Monti.
La figlia Caterina e i suoi discepoli, curarono il suo culto e la causa di canonizzazione; Brigida di Svezia fu proclamata santa il 7 ottobre 1391, da papa Bonifacio IX.
Del suo misticismo rimangono le “Rivelazioni”, raccolte in otto volumi e uno supplementare, ad opera dei suoi discepoli. A questi scritti la Chiesa dà il valore che hanno le rivelazioni private; sono credibili per la santità della persona che le propone, tenendo sempre conto dei condizionamenti del tempo e della persona stessa.
Come tante spiritualità del tardo medioevo, Brigida ebbe il merito di mettere le verità della fede alla portata del popolo, con un linguaggio visivo che colpiva la fantasia, toccava il cuore e spingeva alla conversione; per questo le “Rivelazioni” ebbero il loro influsso per lungo tempo nella vita cristiana, non solo dei popoli scandinavi, ma anche dei latini.
Papa Giovanni Paolo II la proclamò compatrona d’Europa il 1° ottobre 1999; santa Brigida è inoltre patrona della Svezia dal 1° ottobre 1891.

Le Suore Brigidine
Il suo Ordine del SS. Salvatore, le cui religiose sono dette comunemente “Suore Brigidine”, ebbe per due secoli un grande influsso sulla vita religiosa dei Paesi Scandinavi e nel periodo di maggiore fioritura, contava 78 monasteri ‘doppi’, nonostante le rigide regole numeriche, diffusi particolarmente nei Paesi nordici. Declinò e fu sciolto prima con la Riforma Protestante luterana, poi con la Rivoluzione Francese; in Italia le due prime Case si ebbero a Firenze e a Roma.
L’antico Ordine è rifiorito nel ramo femminile, grazie alla Beata Maria Elisabetta Hesselblad (1870-1957), che ne fondò un nuovo ramo all’inizio del Novecento; ora è diffuso in vari luoghi d’Europa, fra cui Vadstena, primo Centro dell’Ordine; le Suore Brigidine si riconoscono per il tipico copricapo, due bande formano sul capo una croce, i cui bracci sono uniti da una fascia circolare e con cinque fiamme, una al centro e quattro sul bordo, che ricordano le piaghe di Cristo.

Autore: Antonio Borrelli

Publié dans:Santi |on 23 juillet, 2013 |Pas de commentaires »

QUANDO L’AUTORITÀ È FECONDA

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QUANDO L’AUTORITÀ È FECONDA

Editoriale

«Era cessata ogni autorità di governo, era cessata in Israele,
 fin quando sorsi io, Debora, fin quando sorsi come madre in Israele».
(Giudici 5,7)

«Si può comprendere l’immensa importanza di santa Caterina o di Giovanna d’Arco
 solo quando si pensa a tutti coloro che non avevano saputo assolvere i medesimi grandi compiti».
 (Gertrud von le Fort)

Esiste un gioco tra gli studiosi di ogni latitudine, un gioco linguistico che affascina. A volte confonde, sovente però sprona a riprendere il senso primigenio dei concetti. È il gioco degli ètimi, ossia il risalire alla costruzione e al valore semantico delle parole. Vogliamo anche noi prestarci a tale gioco, sottoponendo a esame un termine che non gode attualmente di molto favore popolare: autorità.
La sua origine è latina (auctoritas); il verbo che genera questa parola è augêre. Chi possiede ancora vivi i ricordi del liceo, non faticherà a cogliere il significato di questo verbo, che è «accrescere», «fecondare». L’associazione mentale sorge immediata: è questa l’«autorità» che sperimentiamo nel quotidiano, un’autorità che aiuta a esprimere le potenzialità e le qualità di ognuno per il bene di tutti? Quando taluni la ricevono e la esercitano, non la confondono nella prassi con il termine cugino «potere», se non addirittura con «dominio»? E che dire dell’autorità concepita e stemperata nel solvente del paternalismo-maternali­smo? L’abituale esperienza con l’autorità forse può lasciarci un po’ delusi, perché la corrispondenza tra senso ideale e realtà appare distante.
Dal gioco – che comincia a farsi seria riflessione – si evince una peculiarità per nulla secondaria: l’autorità sembra connotata dalla fecondità. Non desideriamo dipingere un ideale talmente alto da risultare bello, ma irrealizzabile; tuttavia la chiarezza dell’ètimo ci stimola a pensare che nell’autorità sia inscritta una funzione «maieutica» – per usare una terminologia cara al filosofo greco Socrate – che è fondamento del suo porsi. Infatti sarebbe «autorità», se perdesse tale qualifica che mette al primo posto sviluppo e crescita delle capacità della persona, privilegiando la reciprocità e la rapportualità? O non diventerebbe appunto potere, che esige dalle persone unicamente il rispetto di norme e regole, l’esecuzione di comandi, il funzionamento pressoché perfetto dei meccanismi sociali? Autorità così tratteggiate somigliano agli scribi e ai farisei di Mt 23,4 che «legano pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito».
 È utopia recuperare la «forza maieutica» dell’autorità, la sua capacità di dare espressione, vita e nutrimento alle potenzialità delle persone, come ci sembra abbia compiuto e continua a compiere Gesù? Non sarà una novità eclatante, ma nel nostro piccolo ci pare promettente indicare quale via percorribile quella di rendere più elastici e interagenti due binomi ancestrali, che l’umanità porta con sé: uomo-autorità/potere e donna-bel­lezza/seduzione. Vi è stata storicamente una forte identificazione di ruolo nei due generi, talvolta così rigida da escludere qualsiasi confronto dialettico: cosa può insegnare l’uomo alla donna in fatto di bellezza? cosa può insegnare la donna all’uomo in fatto di autorità? La considerazione risulta evidente e attuale se si pensa all’evento di Tangentopoli e affini, che ha «salutato» la politica italiana degli anni Novanta: quasi tutti gli imputati erano uomini, come a dire che i posti nevralgici dell’autorità (o potere?) erano di stretta “competenza” maschile.
L’ottica femminile può offrire a riguardo spunti interessanti per ricomprendere e proporre l’autorità come actio fecunda, azione feconda. Si pensi al simbolismo della maternità (cf. il contributo particolarmente lucido e denso di Giulia Paola Di Nicola). Scriveva con pertinenza molti anni fa Gertrud von le Fort che «non c’è nulla che denoti più profondamente e tragicamente lo stato del mondo di oggi quanto la completa assenza di ogni ideale materno, e quindi di forze veramente sostenitrici, sostentatrici e feconde» (La donna eterna, 1934). Parole lontane nel tempo, vicine nel senso.
Ai più attenti non saranno sfuggite la strutturazione e l’impostazione particolari di questo numero. Escludendo il contributo documentativo di Tomas Spidlík (un’eccezione che conferma la regola) sulla paternità e mater­nità spirituali nell’Oriente cristiano, è concepito e realizzato interamente da donne. In apertura proponiamo un esame delle forme storiche in cui la donna ha esercitato l’autorità (Adriana Valerio). La riflessione attuale delle donne (Maria Teresa Bellenzier) e alcune considerazioni inerenti il suo esercizio negli ambienti della vita consacrata femminile (Marcella Farina) proseguono il percorso della rivista. Quanto vi è di «ma­schile» e di «femminile» nei modelli di autorità dentro le nostre istituzioni? Un interrogativo non semplice, cui Marisa Forcina dà una risposta. Non poteva ovviamente mancare un contributo che sondasse il tema nella dinamica ecclesiale, contributo svolto da Stella Morra. Sempre su questo sfondo, segue l’articolo di Letizia Tomassone sulla presenza e ruolo della donna nel cammino ecumenico. La chiusura è affidata a Marinella Perroni, che indica l’apporto dato dall’esegesi femminista per comprendere l’autorità della/nella Bibbia.

  a. f.

Publié dans:meditazioni |on 23 juillet, 2013 |Pas de commentaires »

St Mary Magdalene by Quentin Massys

St Mary Magdalene by Quentin Massys dans immagini sacre quentinmassys_stmarymagdalene

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Publié dans:immagini sacre |on 22 juillet, 2013 |Pas de commentaires »

22 LUGLIO: SANTA MARIA MADDALENA (DI MAGDALA)

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SANTA MARIA MADDALENA (DI MAGDALA)

22 LUGLIO

MAGDALA, SEC. I

La Chiesa latina era solita accomunare nella liturgia le tre distinte donne di cui parla il Vangelo e che la liturgia greca commemora separatamente: Maria di Betania, sorella di Lazzaro e di Marta, la peccatrice «cui molto è stato perdonato perché molto ha amato», e Maria Maddalena o di Magdala, l’ossessa miracolata da Gesù, che ella seguì e assistette con le altre donne fino alla crocifissione ed ebbe il privilegio di vedere risorto. L’identificazione delle tre donne è stata facilitata dal nome Maria comune almeno a due e dalla sentenza di San Gregorio Magno che vide indicata in tutti i passi evangelici una sola e medesima donna. I redattori del nuovo calendario, riconfermando la memoria di una sola Maria Maddalena senz’altra indicazione, come l’aggettivo « penitente », hanno inteso celebrare la santa donna cui Gesù apparve dopo la Risurrezione. È questa la Maddalena che la Chiesa oggi commemora e che, secondo un’antica tradizione greca, sarebbe andata a vivere a Efeso, dove sarebbe morta. In questa città avevano preso dimora anche Giovanni, l’apostolo prediletto, e Maria, Madre di Gesù.

Patronato: Prostitute pentite, Penitenti, Parrucchieri
Etimologia: Maria = amata da Dio, dall’egiziano; signora, dall’ebraico

Emblema: Ampolla d’unguento
Martirologio Romano: Memoria di santa Maria Maddalena, che, liberata dal Signore da sette demòni, divenne sua discepola, seguendolo fino al monte Calvario, e la mattina di Pasqua meritò di vedere per prima il Salvatore risorto dai morti e portare agli altri discepoli l’annuncio della risurrezione.

Maria di Magdala, risanata dal Signore Gesù, seguendolo lo serviva con grande affetto (Lc. 8,3). Alla fine, quando i discepoli erano fuggiti, Maria Maddalena era là in piedi presso la croce del Signore con Maria, Giovanni ed alcune donne (Gv. 19,25). Il giorno di Pasqua Gesù apparve a lei e la mandò ad annunciare la sua risurrezione ai discepoli (Mc. 16,9; Gv 20,11-18).
La Chiesa latina era solita accomunare nella liturgia le tre distinte donne di cui parla il Vangelo e che la liturgia greca commemora separatamente: Maria di Betania, sorella di Lazzaro e di Marta, l’innominata peccatrice « cui molto è stato perdonato perché molto ha amato », e Maria Maddalena o di Magdala, l’ossessa miracolata da Gesù, che ella seguì e assistette con le altre donne fino alla crocifissione ed ebbe il privilegio di vedere risorto. L’identificazione delle tre donne è stata facilitata dal nome Maria comune almeno a due e dalla sentenza di S. Gregorio Magno che vide indicata in tutti i passi evangelici una sola e medesima donna.
I redattori del nuovo calendario, riconfermando la memoria di una sola Maria Maddalena senz’altra indicazione, come l’aggettivo « penitente », hanno inteso celebrare la santa donna cui Gesù apparve dopo la Risurrezione. Al capitolo settimo S. Luca, dopo aver descritto l’unzione della peccatrice che irrompe improvvisamente nella sala del banchetto e versa sui piedi di Gesù profumati unguenti che poi asciuga coi propri capelli, prosegue così il suo racconto: « In seguito Gesù passava di città in città, di villaggio in villaggio… e con lui andavano i dodici, ed anche alcune donne, le quali erano state guarite da spiriti maligni e da infermità: Maria, detta Maddalena, da cui erano stati cacciati sette demoni, Giovanna… e molte altre donne, le quali somministravano ad essi i loro averi ».
L’ignota peccatrice, che per la contrizione perfetta ha meritato il perdono dei peccati, è distinta dalla Maddalena, ben conosciuta, che segue costantemente il Maestro dalla Galilea alla Giudea, fino ai piedi della croce e il cui ardente amore Gesù premia nel giorno della Risurrezione. Ella è inconfondibilmente « presso la croce di Gesù », poi in veglia amorosa « seduta di fronte al sepolcro », infine, all’alba del nuovo giorno è la prima a recarsi di nuovo al sepolcro, dove ella rivede e riconosce il Cristo risorto da morte. Alla Maddalena, in lacrime per aver scorto il sepolcro vuoto e la grossa pietra ribaltata, Gesù si rivolge chiamandola semplicemente per nome: « Maria! » e a lei affida l’annuncio del grande mistero: « Va’ a dire ai miei fratelli: io salgo al Padre mio e Padre vostro, al mio Dio e vostro Dio ». E’ questa la Maddalena che la Chiesa oggi commemora e che, secondo un’antica tradizione greca, sarebbe andata a vivere a Efeso, dove sarebbe morta. In questa città avevano preso dimora anche Giovanni, l’apostolo prediletto, e Maria, Madre di Gesù.
L’Ordine dei Predicatori l’annoverò nel numero dei suoi Patroni. Frati e Suore la onorarono in ogni tempo col titolo di “Apostola degli Apostoli”, come viene celebrata nella Liturgia Bizantina, e paragonarono la missione della Maddalena, di annunciare la risurrezione, col loro ufficio apostolico.

Publié dans:Santi, Santi: memorie facoltative |on 22 juillet, 2013 |Pas de commentaires »

PERCHÉ GLI EMPI PROSPERANO? – UNO SGUARDO ALLA BIBBIA

http://camcris.altervista.org/empi.html

IL CAMMINO CRISTIANO

PERCHÉ GLI EMPI PROSPERANO?

UNO SGUARDO ALLA BIBBIA

(testo adattato da « Perché prospera la via degli empi? » di G. Butindaro)

Asaf disse nei salmi: « Ma, quant’è a me, quasi inciamparono i miei piedi; poco mancò che i miei passi non sdrucciolassero. Poichè io portavo invidia agli orgogliosi, vedendo la prosperità degli empi. Poichè per loro non vi sono dolori, il loro corpo è sano e pingue. Non sono travagliati come gli altri mortali, nè sono colpiti come gli altri uomini. Perciò la superbia li cinge a guisa di collana, la violenza li copre a guisa di vestito. Dal loro cuore insensibile esce l’iniquità; le immaginazioni del cuore loro traboccano. Sbeffeggiano e malvagiamente ragionano d’opprimere; parlano altezzosamente. Mettono la loro bocca nel cielo, e la loro lingua passeggia per la terra. Perciò il popolo si volge dalla loro parte, e beve copiosamente alla loro sorgente… Ecco, costoro sono empi: eppure, tranquilli sempre, essi accrescono i loro averi » (Sal. 73:2-10,12).
Giobbe disse: « Perchè mai vivono gli empi? Perchè arrivano alla vecchiaia ed anche crescono di forze? La loro progenie prospera, sotto ai loro sguardi, intorno ad essi, e i loro rampolli fioriscono sotto gli occhi loro. La loro casa è in pace, al sicuro da spaventi, e la verga di Dio non li colpisce. Il loro toro monta e non falla, la loro vacca figlia senz’abortire. Mandano fuori come un gregge i loro piccini, e i loro figliuoli saltano e ballano » (Giob. 21:7-11).
Geremia disse a Dio: « Tu sei giusto, o Eterno, quand’io contendo teco; nondimeno io proporrò le mie ragioni: Perchè prospera la via degli empi? Perchè sono tutti a loro agio quelli che procedono perfidamente? Tu li hai piantati, essi hanno messo radice, crescono, ed anche portano frutto; tu sei vicino alla loro bocca, ma lontano dal loro interiore » (Ger. 12:1,2).
Davide disse nei salmi: « Sta’ in silenzio dinanzi all’Eterno, e aspettalo; non ti crucciare per colui che prospera nella sua via, per l’uomo che riesce nei suoi malvagi disegni » (Sal. 37:7).
Diletti, pure noi siamo testimoni in questa generazione delle cose di cui furono testimoni Asaf, Giobbe, Geremia, e Davide ai loro tempi, infatti anche noi vediamo tanta gente empia prosperare. Non solo gli empi del mondo, ma anche quelle persone che dicono di avere creduto e che onorano Dio con la loro bocca ma hanno il loro cuore lontano da Dio ed esercitato alla cupidigia. Sono conosciuti, parlano anche del vangelo, sono rispettati ed applauditi da molti, prosperano perchè accrescono sempre i loro averi, hanno buona salute, eppure dentro di sè sono orgogliosi, superbi, affaristi, adulteri.
Diletti, che Dio ci dia la grazia di perseverare nel suo timore fino alla fine e di rimanere calmi e fiduciosi in Lui, senza portare la benchè minima invidia agli empi.

La sofferenza e i credenti
(testo adattato da una predicazione del past. David Wilkerson)
Asaf era un maestro cantore, un Levita e una guida dei cori di adorazione del re Davide. Inoltre lui e il suo gruppo suonavano i cembali durante la lode. Gli sono attribuiti undici Salmi.
Quest’uomo era un collaboratore di Davide e un amico molto intimo. Infatti, nessuno poteva essere un Levita e servire nella casa di Dio senza essere vicino a Davide — perchè è lì che Davide si trovava la maggior parte del tempo. Davide amava Dio, e amava stare nella casa di Dio.
Eppure, a dispetto della sua grande chiamata e delle benedizioni, Asaf confessò, « Ma quanto a me, quasi inciampavano i miei piedi, e poco mancò che i miei passi sdrucciolassero » (Salmi 73:2).
Ora, sappiamo che Asaf era un uomo dal cuore puro. Aveva il giusto concetto del Padre celeste, credendo che Dio era buono. Iniziò anche il suo discorso in questo salmo dicendo, « Certamente Dio è buono verso Israele, verso quelli che sono puri di cuore » (verso 1).
Eppure nel verso che segue subito dopo quest’uomo dal cuore puro confessa, « Sono quasi scivolato. Sono quasi caduto! » Perchè Asaf dichiarò questo?
Egli dice: « …portavo invidia ai vanagloriosi, vedendo la prosperità dei malvagi » (verso 3). Quando Asaf si guardava intorno, tutto quello che vedeva era gente malvagia con grandi beni — gente che apparentemente viveva senza problemi, godeva una vita ricca, colma di benedizioni materiali, e aveva tutto quello che avrebbe mai potuto volere o aver bisogno. Forse Asaf sentiva il dolore della sua povertà in modo più acuto. Quel musicista dal cuore puro non riusciva a capire — e gridò, « Signore, questo non ha senso! »
La sofferenza di Asaf lo portò sull’orlo di un peccato mortale: attribuire a Dio infedeltà e noncuranza. Quest’uomo disse a se stesso, « Guarda tutti quei malvagi peccatori. Non pregano. Rigettano la parola di Dio. Ignorano i comandi del Signore. Eppure non sono afflitti come gli altri! »"…non sono tribolati come gli altri mortali » (Salmi 73:5).
Quello che Asaf intendeva qui era, « I malvagi non sono afflitti come me. Essi fanno solo il male — eppure prosperano! Mentro io vivo con abnegazione, essi vivono ricchi e prosperi. Mentre io sono indebolito dai problemi, la loro forza aumenta continuamente » (vedi verso 4).
Quindi Asaf chiede, « Com’è possibile che vi sia… conoscenza nell’Altissimo? » (verso 11). In altre parole: « Dio non vede quello che sta succedendo qui? Non si rende conto della disparità tra i suoi figli sofferenti e giusti, e quelli malvagi? Subiamo costantemente privazioni, mentre gli empi ottengono tutto quello che il loro cuore desidera. E Dio permette che tutto questo continui! »
Secondo il modo di pensare degli uomini, la vita dovrebbe essere così: se diamo tutto a Dio, dobbiamo avere una via sicura alla gloria; niente deve mettersi sul nostro cammino — nessuna sofferenza e nessuna prova. Infatti, molti predicatori stanno cercando di propinare questa falsa dottrina.
Ma la verità è che se cerchi di capire le tue prove con il ragionamento umano, non avranno senso. Non importa quanto ti sforzi, nessuna di esse sembrerà avere senso!
Ti chiedo: hai mai attraversato un periodo in cui ogni giorni ti alzi con una nuvola sulla tua testa? Forse era un periodo di prova, o forse un periodo di allontanamento, di freddezza nella tua vita. O forse, potrebbe anche esserti accaduto durante i tuoi periodi migliori con Dio. Il tuo cuore era aperto alla sua voce; eri pronto per essere un sacrificio vivente per lui; hai pregato, « Padre, sto camminando con te al massimo delle mie possibilità. Se c’è qualcosa nel mio cuore che non va bene davanti a te, toglilo! »
Ma le tue preghiere non sono state esaudite. Non hai sentito niente. E, come Asaf, alla fine ti sei chiesto: « Perchè è così difficile fare il bene? »
Questo è il Punto Più Pericoloso — il Luogo In Cui Si Inizia a Scivolare!
« Invano dunque ho purificato il mio cuore e ho lavato le mie mani nell’innocenza » (Salmi 73:13).
Asaf era così confuso dalle sue sofferenze in confronto alla vita facile dei malvagi, che quasi scivolò in un pozzo di incredulità assoluta. Era pronto ad accusare Dio di averlo dimenticato — di averlo abbandonato, di non curarsi di lui. E per un momento fu pronto ad abbandonare la battaglia — e lasciar perdere completamente.
Questo uomo devoto deve aver pensato, « Ho fatto il bene e ho sopportato le difficoltà tutto questo tempo — ma inutilmente! Tutto il mio rigore, la mia diligenza, le mie lodi e la mia adorazione, il mio studio della Parola di Dio — è stato inutile, in vano. Mi è stato dato tutto per servire il Signore — ho fatto solo quello che era giusto — eppure continuo a soffrire! Queste afflizioni, punizioni e dolori non hanno senso. Che motivo ho per andare avanti? »
Amati, è allora che dovete essere attenti! Quando la calamità cade su di voi, quando una prova arriva, quando state soffrendo — avete bisogno di guardare il vostro cuore dallo scivolare!
Potreste non essere nelle condizioni di Asaf — a un punto di grandi prove e dubbi personali. Ma potreste conoscere qualcuno che sta attraversando quello che lui ha attraversato. Una calamità improvvisa può essere venuta su un parente devoto, un amico o un membro della chiesa — qualcuno che sapete comportarsi fedelmente. E vi siete chiesti, « Perchè, Dio? Come puoi permettere questo? Quella persona è così santa, così giusta! »
Una volta conoscevo una giovane coppia sui trent’anni con due figli. Il marito era un uomo giusto, un marito e un padre affettuoso. Non era mai stato malato un solo giorno in vita sua — ma improvvisamente si ammalò e morì in poco tempo. Sua moglie rimase con i suoi due figli, non sapendo cosa fare.
Tutti intorno a loro si chiedevano, « Perchè, Dio? Questo non ha senso. Come puoi permetterlo? Perchè la sia vita deve essere così dura ora, con questi bambini — dopo tutti gli anni che lei e suo marito ti hanno servito tanto fedelmente? Perchè non è successo a qualcun altro? »
Questo modo di pensare può sembrare innocente — ma rappresenta l’orlo stesso del pozzo dell’incredulità! Mancò poco che Asaf scivolasse in questo pozzo. Ed è il pozzo in cui cadde Israele. Passarono quarant’anni nel deserto dicendo, « Questo non ha senso. La vita è troppo dura! » E morirono dubitando di Dio — in totale apostasia!
Quando Asaf Considerò Tutte Queste Cose, Alla Fine Concluse: « Questo è Troppo
Doloroso per Me. Voglio Andare Alla Casa di Dio! »
« Allora ho cercato di comprendere questo, ma la cosa mi è parsa molto difficile. Finchè sono entrato nel santuario di DIO e ho considerato la fine di costoro » (Salmi 73:16-17).
Asaf andò al tempio. E mentre meditava sul Signore, diceva a se stesso, « Non lascerò che il diavolo mi faccia cadere. Non scivolerò nell’abisso dell’incredulità. Pregherò, per discuterne col Signore ».
Amati, anche quando arriva il vostro periodo di dolore, affanno, o sofferenza dovete andare nel vostro angolo segreto. Non mettetevi al telefono con qualcuno. State da soli con Dio! Gridate col vostro cuore a lui. Andate al santuario per trovare la risposta! Nessun libro, predicatore o registrazione di qualche sermone vi permetterà mai comprendere le vostre prove. Ma se rimanete da soli col Padre, egli vi darà conoscenza!
E’ allora che lo Spirito Santo parlò ad Asaf. E la risposta venne forte e chiara: « Certo, tu li metti in luoghi sdrucciolevoli e così li fai cadere in rovina » (verso 18). Asaf realizzò, « Non sono io quello che sta scivolando. Sono i malvagi a scivolare. Stanno finendo direttamente nella distruzione! »
Il Signore stava dicendo a quest’uomo, « Il tuo problema, Asaf, è che sei rimasto a guardare alle apparenze esteriori — i falsi sogni, le bolle in cui vivono. Non hai mai visto il terrore che c’è nei loro cuori! » « …[sono] consumati con improvvisi terrori » (verso 19).
Dio stava mostrando ad Asaf, « E’ tutto fumo! Se potessi vedere dietro ai loro beni e alle loro apparenze, ti renderesti conto che vivono nel panico e nel terrore. Tutti questa gente malvagia che sembra tanto felice — che passa il tempo bevendo e festeggiando — vanno a casa ogni notte nel panico e nel terrore dei loro cuori. In profondità sanno che un giorno saranno di fronte a me al giudizio — e io li giudicherò. Stanno vivendo in un mondo di sogni, Asaf — e improvvisamente il loro sogno finirà! »
Dio stava dicendo ad Asaf, « Puoi sentirti disprezzato al momento, Asaf. Ma quando tu sarai davanti a me, sarai abbracciato ed amato! »
Improvvisamente, Asaf iniziò a sentire pietà e dolore per quelle persone malvagie che sembravano così benedette: « …mi sentivo trafitto internamente, io ero insensato e senza intendimento » (verso 21-22).
In altre parole: « Come ho potuto essere invidioso di loro? Il loro mondo di sogni è in realtà una vita di terrori nascosti e di paura, di perdizione eterna. Vivranno solo pochi anni nel loro mondo di sogni — ma io ho l’eterna consolazione dello Spirito Santo! Ho un Padre celeste che ha cura di me, indipendentemente da quello che attraverso. E quando sarò di fronte al suo trono, gli sentirò dire, ‘Bene, buono e fedel servitore. Entra nella gioia del tuo Signore!’ »
o — e si rallegrò: « …DIO è la rocca del mio cuore e la mia parte in eterno » (verso 26). Potrebbe dire, « Si, la mia forza può venire meno. Si, sto attraversando una grande battaglia con le mie afflizioni. Ma non sono solo nelle mie lotte. Ho un Padre amorevole in cielo che veglia su di me!
« Signore, non m’importa d’altro in questo mondo al di fuori di te — conoscere te, amare te e credere in te. Chi ho all’infuori di te? Anche se la mia carne e il mio cuore vengono meno, tu sei la forza del mio cuore! »
Fu allora che Asaf entrò davvero nel riposo. Vide che era quasi scivolato — ma si rialzò! Il musicista chiude il suo salmo con questa nota di vittoria: « …io ho fatto del Signore, dell’Eterno, il mio rifugio, per raccontare tutte le opere tue » (verso 28).
Così, caro santo — ti stai mantenendo fermo? O stai credendo alle bugie di Satana secondo cui Dio non può sostenerti? Stai testimoniando la forza di Dio nella tua vita? O stai pensando che il diavolo ha più potere del Dio che abita in te?
Ci deve essere qualcosa in tutti noi che grida, « Oh, Dio, voglio essere liberato! Se sto iniziando a dubitare di te, allora ho iniziato a scivolare. » Questo è il punto in cui dobbiamo credere che Dio sia la nostra forza — non importa quanto deboli ci sentiamo o quanto dolorose sia la nostra prova.
Perciò, smettete di guardare le persone. E fissate i vostri occhi sulla vostra forza — il Signore stesso! Egli ha uno scopo per ogni cosa che permette che accada nella vostra vita. Può non dirvi sempre la ragione — ma Lui sarà la forza del vostro cuore attraverso tutte le avversità. Possa la stessa speranza che provò Asaf venir su dal vostro cuore e gridare, « Signore, tu sei la forza del mio cuore. Vivo o morto, crederò in te! »
Dio aiuti tutti quelli che lo amano a non scivolare mai e a non cadere nell’incredulità.

Publié dans:biblica, meditazioni, meditazioni bibliche |on 22 juillet, 2013 |Pas de commentaires »

Marta e Maria

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http://www.omhksea.org/2013/06/june-4-mary-and-martha-the-sisters-of-lazarus/

Publié dans:immagini sacre |on 19 juillet, 2013 |Pas de commentaires »

21 LUGLIO 2013 | 16A DOMENICA – TEMPO ORDINARIO C – « MARTA, MARTA, TU TI PREOCCUPI PER MOLTE COSE! »

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/03-annoC/annoC/12-13/05-Ordinario/Omelie/16-Domenica-3013-C/16-Domenica-2013_C-SC.html

21 LUGLIO 2013  | 16A DOMENICA – TEMPO ORDINARIO C  |  APPUNTI ESEGESITICO-SPIRITUALI

« MARTA, MARTA, TU TI PREOCCUPI PER MOLTE COSE! »

L’autore della lettera agli Ebrei così esortava i suoi destinatari a praticare l’ospitalità: « Non dimenticate l’ospitalità; alcuni, praticandola, hanno accolto degli Angeli senza saperlo » (13,2). Certamente egli si riferisce all’episodio di Abramo che ospita presso la sua tenda tre misteriosi personaggi (Gn 18,1-15), di cui almeno uno (o tutti e tre insieme!) appare subito essere il Signore (vv. 1.10.11.13).
La Liturgia odierna proponendoci questo episodio come prima lettura, a cui fa riscontro l’incantevole quadretto delle due sorelle, Marta e Maria, che accolgono nella loro casa il Signore (Lc 10,38-42), intende riproporre anche ai cristiani di oggi l’obbligo della ospitalità e della « accoglienza » in genere.
« Ero forestiero e mi avete ospitato… »
E questo non tanto e solo per un senso di umanità, come possono fare tutti, quanto per una più profonda dimensione di fede: sforzarci di vedere negli « altri » l’ombra o, meglio, il volto stesso dell’ »Altro ».
L’ospite, infatti, o chiunque bussa alla nostra porta (o forse neppure bussa, perché ha ritegno o paura!), è il « segno » di Dio o di Cristo: nel loro nome esso si rivolge ad altri fratelli più fortunati perché non respingano colui che Cristo ha come incaricato di un suo « messaggio ». Non si dimentichi, infatti, che Cristo si è identificato con il forestiero, il povero, l’affamato, ecc.: « Ero forestiero e mi avete ospitato… Ogni volta infatti che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me » (Mt 25,35.40).
A noi potrà sembrare di accogliere soltanto un bisognoso; in realtà accogliamo Dio stesso, come è capitato ad Abramo, oppure accogliamo Cristo che non ha disdegnato la festosa ospitalità di Marta e Maria a Betania, di Matteo a Cafarnao, di Zaccheo a Gerico e di tanti altri che l’hanno invitato a casa loro.
A questo punto mi sembra che il discorso vada molto al di là del singolo caso di bisogno: è la « disponibilità » stessa del cristiano ad aprirsi agli altri che viene interpellata e, magari, messa sotto accusa. Si tratta precisamente di spezzare il cerchio del proprio egoismo, di sentire il bisogno, direi quasi fisico, degli altri per fare comunità con loro, per celebrare la festa dell’amore e dell’amicizia; la gioia dello stare insieme, del donare e del ricevere nello stesso tempo.
È così che si dilata il senso della « ecclesialità »: esso cammina oggi proprio sulla via di questa sensazione desolante di asfissia e di oppressione dell’anonimato che ci avvolge, soprattutto nei grandi agglomerati urbani, per cui proviamo tutti un enorme bisogno di ritrovare gli altri, di riscoprire degli amici, di renderci utili a chi ha bisogno. Neppure la famiglia è più sufficiente a ricoprire questa esigenza di apertura e di donazione in una società che tende a disintegrarci, a estraniarci gli uni dagli altri, addirittura a ingenerare la « paura » collettiva.
È in questa situazione che la Chiesa, se riscoperta come « comunità di amore e di servizio », può ritornare a essere la struttura aggregante per eccellenza, il « luogo » in cui gli uomini vivono l’esperienza dilatata della fraternità e della donazione reciproca.
È quanto ci ricorda, con senso di vivo realismo, il Concilio Vaticano II: « Soprattutto oggi urge l’obbligo che diventiamo generosamente prossimi a ogni uomo, e rendiamo servizio con i fatti a colui che ci passa accanto: vecchio da tutti abbandonato, o lavoratore straniero ingiustamente disprezzato, o emigrante, o fanciullo nato da una unione illegittima, che patisce immeritatamente per un peccato da lui non commesso, o affamato che richiama la nostra coscienza, rievocando la voce del Signore: « Quanto avete fatto a uno di questi minimi miei fratelli, l’avete fatto a me » (Mt 25,40) ».
In queste condizioni la Chiesa diventa essa stessa luogo di « accoglienza » per tutti: la nuova tenda di Abramo che ospita gli Angeli di Dio travestiti da uomini, la nuova casa di Betania che accoglie con gioia il Signore stesso, lui pure bisognoso di autentico calore umano e di affetto.
« Maria, sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola »
A questo punto, tenendo presente tutto quello che abbiamo fin qui detto, proviamoci ad analizzare meglio il brano evangelico propostoci.
L’episodio si svolge nella cornice del grande viaggio di Gesù a Gerusalemme, secondo il piano descrittivo di Luca (cf 9,51). In uno sfondo del genere si capisce benissimo sia il bisogno di Gesù di bussare alla porta di qualche amico ospitale, sia la gioia di chi è disposto a dargli non solo la propria casa ma, più ancora, se stesso.
È quanto in realtà faranno le due sorelle, Marta e Maria, dal carattere così diverso ma dal cuore ugualmente largo e generoso: « In quel tempo, Gesù entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo accolse nella sua casa. Essa aveva una sorella, di nome Maria, la quale, sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola; Marta invece era tutta presa dai molti servizi… » (Lc 10,38-42).
Pur essendo questa accoglienza premurosa di Gesù, da parte delle due sorelle, un esempio di ospitalità delicata e piena di amore, a rassomiglianza di quella di Abramo, ritengo che l’accento dell’Evangelista non vada posto su questo aspetto ma su altri, forse anche più importanti.
Prima di tutto, è interessante l’atteggiamento diverso delle due sorelle nei riguardi di Gesù: ambedue vogliono offrirgli il servizio della loro accoglienza, dargli un segno del loro amore. Solo che differiscono nei modi: per Marta quello che importa, in questo momento, è darsi da fare per preparare un buon pranzo al Signore, che è arrivato così all’improvviso. Perciò le dà fastidio che la sorella non le presti una mano nei servizi, e sollecita addirittura l’intervento di Gesù: « Signore, non ti curi che mia sorella mi ha lasciato sola a servire? Dille dunque che mi aiuti » (v. 40). Per Maria, invece, l’importante è godere di questo incontro con Cristo, « saziarsi » della sua presenza e della sua parola: essa è convinta che non è tanto Gesù ad avere bisogno della sua ospitalità, quanto lei della sua presenza. Se egli viene, è per dare più che per ricevere! E perciò, « sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola » (v. 39).
« Mettersi ai piedi » di qualcuno significa farsi suo discepolo: anche Paolo « fu istruito ai piedi di Gamaliele » (At 22,3); e prima ancora Gesù stesso, a dodici anni, fu ritrovato nel tempio « seduto in mezzo ai dottori » (Lc 2,46). È l’atteggiamento tipico del discepolo davanti al maestro. Maria perciò, davanti a Gesù, assume l’unico atteggiamento che si conviene: quello del discepolo che « ascolta » con docilità le parole della verità e dell’amore. Per questo Gesù la giustifica davanti alla sorella, piuttosto aggressiva e impacciosa: « Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, ma una sola è la cosa di cui c’è bisogno. Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta » (vv. 41-42).
E non solo la giustifica, ma addirittura sembra capovolgere la situazione: l’atteggiamento giusto non è quello di Marta, ma di Maria, perché « una sola è la cosa di cui c’è bisogno » (v. 42), e cioè il regno di Dio che ci viene incontro in Gesù. Credo infatti che l’equivalente di questa frase piuttosto enigmatica sia il lóghion che ritroviamo in Matteo: « Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta » (Mt 6,33).
Confrontato con la realtà del « regno » che ci viene incontro in Gesù, lo stesso problema del pranzo e del numero delle vivande è secondario: in questo senso Maria ha scelto « la parte migliore che non le sarà tolta » (v. 42), cioè non deperirà, non verrà a esaurirsi, come accade per il cibo materiale che è fatto per saziare la fame di quel momento. Il regno di Dio, infatti, è una realtà « escatologica » che si perfeziona nell’eternità! Non avendo ben colto questo passaggio di Gesù dal cibo materiale a quello « spirituale » dell’ascolto della Parola, molti codici si son trovati in difficoltà e hanno letto: « C’è bisogno di poche cose, anzi di una sola » (B,S,33 ecc.), quasi che Gesù si riferisse alle vivande, invitando così Marta a preparare quello che era strettamente necessario.

« Essere Marta e Maria » nello stesso tempo
Le due sorelle rappresentano due modi diversi di accogliere e di « servire » il Signore, non necessariamente in contrasto fra di loro, quanto piuttosto complementari. Il torto di Marta non è quello di mettersi a lavorare e a « servire » (= diakonéin) il Signore, quanto quello di « preoccuparsi » e di « agitarsi per molte cose » (v. 41). Tutta presa dal « lavoro », finisce stranamente per trascurare Colui, al quale era diretto tutto il suo lavoro!
È il rischio dell’attivismo e la frenesia della « prassi » che da sempre, ma oggi soprattutto, tentano i cristiani in genere, e la stessa Chiesa gerarchica, quasi che gli uomini siano più importanti di Dio e le « cose » più importanti di Colui che le ha fatte. Un « servire » anche generoso, come quello di Marta, senza aver prima molto « ascoltato », diventa fatalmente un agitarsi senza precisi contenuti, un vano « sprecarsi » per il bisogno di sentirsi « utili », o addirittura « necessari » per il regno di Dio, mentre di « necessario » c’è soltanto Cristo. Nel « fare », gli uomini il più spesso cercano solo se stessi!
È facile perciò vedere come Marta ha bisogno di essere integrata da Maria, cioè dal tipo di discepolo che prima di tutto « ascolta » fino in fondo il messaggio del Maestro, ha bisogno di innamorarsi di lui nella quiete e nel silenzio, di riempirsi gli occhi e il cuore di lui per poi gridarlo agli altri e saperlo davvero « riconoscere » nelle persone dei poveri e dei bisognosi, negli eventi e nelle più strane situazioni della vita.
Nella tradizione patristica, e spirituale in genere, si è visto nelle due sorelle il simbolo della vita attiva e di quella contemplativa, con la evidente preferenza che Gesù darebbe alla seconda sulla prima. Credo che sia una generosa, ma altrettanto forzata « accomodazione » di un brano evangelico a una situazione storica successiva, che si verrà delineando in seguito allo svilupparsi della spiritualità cristiana, soprattutto monastica.
A mio parere, stando alla rigorosità del metodo esegetico, Gesù vuol insegnarci che discepolo autentico del Vangelo è solo colui che prima sa porsi « ai piedi » del Maestro per « ascoltarne » il messaggio, da attuarsi poi nella pratica. Marta deve diventare più contemplativa, per « servire » degnamente il Signore: oltre tutto, quando avrà imparato che « una sola è la cosa di cui c’è bisogno » (v. 42), si sprecherà di meno attorno a cose inutili e superflue! Così come Maria ha pur bisogno di ricordarsi che anche Gesù ha fame e sete, e che bisogna non solo « saziarsi » di lui ma anche « saziarlo » in tutti coloro che ne portano impressa la immagine e la somiglianza. Le due sorelle non sono antitetiche, ma « complementari »!
Oggi che si parla tanto della « liberazione » della donna, questa scena evangelica potrebbe essere altamente significativa: per Gesù neppure la « casa » è capace di esaurirne tutte le risorse e la ricchezza di energie. Se Marta sembra perdersi in mezzo ai mestoli e alle pentole, Maria vola alta, fino a sprofondarsi nella ricerca e nella contemplazione di una verità e di un amore grandi quanto il mondo e più del mondo.

Da: CIPRIANI S., Convocati dalla Parola

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