Archive pour juillet, 2013

SALMO 137 (138) RENDIMENTO DI GRAZIE

http://www.perfettaletizia.it/bibbia/salmi/Salmo137.htm

SALMO 137 (138) RENDIMENTO DI GRAZIE

DI DAVIDE

Ti rendo grazie, Signore, con tutto il cuore:
hai ascoltato le parole della mia bocca.
Non agli dèi, ma a te voglio cantare,

mi prostro verso il tuo tempio santo.
Rendo grazie al tuo nome per il tuo amore e la tua fedeltà:
hai reso la tua promessa più grande del tuo nome.

Nel giorno in cui ti ho invocato, mi hai risposto,
hai accresciuto in me la forza.

Ti renderanno grazie, Signore, tutti i re della terra,
quando ascolteranno le parole della tua bocca.

Canteranno le vie del Signore:
grande è la gloria del Signore!

Perché eccelso è il Signore, ma guarda verso l’umile;
il superbo invece lo riconosce da lontano.

Se cammino in mezzo al pericolo,
turni ridoni vita;
contro la collera dei miei avversari stendi la tua mano
e la tua destra mi salva.

Il Signore farà tutto per me.
Signore, il tuo amore è per sempre:
non abbandonare l’opera delle tue mani.

COMMENTO

Il salmista ringrazia Dio per avere ascoltato la sua preghiera e avergli usato misericordia. La tradizione parla del re Davide, ma più probabilmente si tratta di Ezechia dopo la clamorosa liberazione di Gerusalemme dall’assedio degli Assiri (2Re 19,35): “Hai reso la tua promessa più grande del tuo nome”.
Egli vuole cantare la sua lode al cospetto di Dio, rifiutando ogni adesione agli idoli: « Non agli dèi, ma a te voglio cantare ».
Dio ha risposto alla sua supplica rendendolo più forte di fronte ai sui nemici: “Hai accresciuto in me la forza”.
Il salmista professa la sua fede nel futuro messianico che vedrà “tutti i re della terra” lodare il Signore. Sarà quando “ascolteranno le parole della tua bocca”, dove per “bocca” si deve intendere il futuro Messia.
I re, i popoli, celebreranno le vie del Signore annunciate dal Messia.
Il salmista ha grande fiducia in Dio, affinché la sua missione di re abbia successo: « Il Signore farà tutto per me ». Il salmista termina invocando: “Non abbandonare l’opera delle tue mani”, cioè la dinastia di Davide.
Noi crediamo che giungerà il tempo della “civiltà dell’amore”, quando i popoli e i potenti che li governano, si apriranno a Cristo. Ogni cristiano deve adoperarsi per questo tempo con la forza (“hai accresciuto in me la forza”) che sgorga dalla partecipazione Eucaristica.
La nostra battaglia non è contro nemici fatti di carne e sangue, come ci dice san Paolo (Ef 6,12), ma “contro i Principati e le Potenze, contro i dominatori di questo mondo tenebroso, contro gli spiriti del male”, cioè contro i demoni.

OMELIA SULLA PRIMA LETTURA: INTERCESSIONE

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/10285.html

OMELIA  SULLA PRIMA LETTURA (2007)

don Marco Pratesi

INTERCESSIONE

La prima lettura è la continuazione di quella di domenica scorsa: dopo la bella ospitalità di Mamre « il cuore di Abramo è in sintonia con la compassione del suo Signore per gli uomini, ed egli osa intercedere per loro con una confidenza audace » (CCC 2571). Nella misura in cui entra in sintonia con Dio, Abramo avverte una responsabilità per gli altri. Sono stranieri, pagani, peccatori, lontani dal suo Dio, eppure si sente in qualche modo legato a loro. Anche per questa via egli diventa benedizione per tutti i popoli, e in quanto progredisce nella propria vocazione, in tanto dimentica se stesso. « Intercedere, chiedere in favore di un altro, dopo Abramo, è la prerogativa di un cuore in sintonia con la misericordia di Dio (CCC 2635).
L’intercessione crea nella Chiesa una trama molto importante d’invisibili scambi: la nostra preghiera diventa per gli altri (vivi o defunti) sorgente di forza spirituale, come la preghiera degli altri (vivi o defunti) lo diventa per noi. In particolare ci è di aiuto prezioso la preghiera della Vergine e dei Santi, ai quali tante volte chiediamo: « prega per noi, pregate per noi »; così come domandiamo a Dio: « per i loro meriti e le loro preghiere, donaci sempre aiuto e protezione » (preghiera eucaristica I).
Certo, ogni possibile intercessione trae la sua forza dall’unica intercessione del Cristo, che sacrificato sulla croce più non muore, e « continua a offrirsi per noi e intercede come nostro avvocato » (Prefazio pasquale III). Momento culminante di tale intercessione è l’Eucaristia: in essa la Chiesa riceve il frutto dell’intercessione di Gesù presso il Padre, e intercede insieme agli Angeli e ai Santi, invocando per tutti gli uomini: « dona, Padre, pace e salvezza al mondo intero » (preghiera eucaristica III).
L’intercessione però esclude ogni atteggiamento di paternalismo e superiorità, esigendo quell’umiltà profonda che sola rende possibile un’autentica fraternità universale. Anche in questo Abramo ci è maestro: « sono polvere e cenere ». Non è semplice « galateo religioso », ma percezione profonda di chi, avvicinandosi a Dio, scopre una ricchezza che rivela modesta ogni altra ricchezza. E quando sgorga da un cuore povero, immancabilmente la preghiera giunge fino a Dio: « Il povero invoca e Dio lo ascolta » (salmo responsoriale).

I commenti di don Marco sono pubblicati dal Centro Editoriale Dehoniano – EDB nel libro Stabile come il cielo.

28 LUGLIO 2013 – 17A DOMENICA – « SIGNORE, INSEGNACI A PREGARE »

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/03-annoC/annoC/12-13/05-Ordinario/Omelie/17-Domenica-2013-C/17-Domenica-2013_C-SC.html

28 LUGLIO 2013  | 17A DOMENICA – TEMPO ORDINARIO C  |  APPUNTI ESEGESITICO-SPIRITUALI

« SIGNORE, INSEGNACI A PREGARE »

Il tema della « preghiera » nel suo significato più profondo unifica la prima e la terza lettura di questa Domenica, mentre continua la proclamazione della lettera ai Colossesi con la esaltazione dei benefici derivati dalla morte e risurrezione di Cristo: « Con Cristo siete stati sepolti nel Battesimo, in lui anche siete stati insieme risuscitati per la fede nella potenza di Dio, che lo ha risuscitato dai morti » (Col 2,12).

« Vedi come ardisco parlare al mio Signore,
Dio che sono polvere e cenere… »
Il primo brano ci descrive, in una scena commossa, confidenziale e drammatica nello stesso tempo, la lotta di Abramo, « nostro padre nella fede », con Dio per strappare dalla rovina le città di Sodoma e Gomorra.
Abramo però supplica il Signore non semplicemente per la sopravvivenza di quelle corrottissime città; in tal caso, infatti, si sarebbe come schierato dalla parte del male, quasi facendosene avvocato presso il Signore!
Egli lo supplica, invece, in nome sia pure di pochi « giusti » (da cinquanta scende fino a dieci!) che si trovassero in quelle città, introducendo così un elemento di compenso e di equilibrio fra il bene e il male: la presenza anche di soli dieci giusti, infatti, starebbe a dire che la potenza del male non è assoluta, che le si può sfuggire, che può essere vinta. Nello stesso tempo starebbe pure a dire che il Signore riconosce ai « giusti » una vera funzione « salvifica » che li inserisce in pieno nel suo disegno: in tal modo essi non hanno bisogno di attendere la fine per diventare « giudici » del mondo (cf 1 Cor 6,2), ma lo sono già fin dal presente. Se il male sfida il bene, è anche vero che il bene sfida ed erode il male.
Più che il problema, direi quasi di carattere giuridico, se sia giusto che i buoni periscano insieme con gli empi, che pure è ampiamente dibattuto nella Bibbia, credo che qui si affronti il problema del valore stesso della « santità » davanti a Dio e se essa sia capace di propiziarlo in favore dei peccatori: « Allora Abramo si avvicinò al Signore e gli disse: « Davvero sterminerai il giusto con l’empio? Forse vi sono cinquanta giusti nella città: davvero li vuoi sopprimere? E non perdonerai a quel luogo per riguardo ai cinquanta giusti che vi si trovano?… »" (Gn 18,23-26).
È commovente il modo con cui Abramo, che doveva conoscere molto bene la situazione morale di quelle città, restringe il numero dei giusti, mercanteggia con Dio alla maniera beduina: « Vedi come ardisco parlare al mio Signore, io che sono polvere e cenere… Forse ai cinquanta giusti ne mancheranno cinque; per questi cinque distruggerai tutte le città?… Forse là se ne troveranno dieci » (vv. 27-28.30.31.32). Dio accetta anche questa ultima, disperata richiesta: « Non la distruggerò per riguardo a quei dieci » (v. 32).
« Possiamo rimproverare ad Abramo di essersi fermato al numero dieci? Fosse arrivato anche al numero uno, non avrebbe trovato nessun giusto: oltretutto era questa la funzione del solo intercessore atteso, Gesù ». È quanto ci dirà il IV canto del « Servo di Jahvèh », che con la sua sofferenza, da solo, « porterà », riscattandolo, « il peccato di molti » (Is 53,12).
In conclusione, questa bellissima pagina della Bibbia ci insegna due cose riguardo alla preghiera: 1) La sua potenza di intercessione, che va molto al di là dei nostri stessi interessi e dei nostri confini. In tal modo essa cessa di essere un fatto individualistico, per assumere le dimensioni stesse del mondo e dei fatti della storia, allo scopo di sottoporli al « giudizio » di Dio e al suo amore perdonante! 2) La sua arditezza, direi quasi spregiudicata, che qui nasce dal fatto che Abramo è l’uomo della « fede » sconfinata, a cui Dio non può rifiutare nulla. In questo senso il « vero » orante è solo il « santo », oppure colui che in qualsiasi maniera ha incominciato a « impegnarsi » seriamente con Dio.
La preghiera perciò interpella la nostra vita ed esige che si realizzi secondo le istanze del Vangelo.

« Un giorno Gesù si trovava in un luogo a pregare… »
È quanto ricaviamo anche più chiaramente dal brano di Luca, che raggruppa in una pericope unitaria alcuni insegnamenti di Gesù sulla preghiera.
È risaputo da tutti che Luca ha un interesse particolare per il tema della preghiera. Non che ne parli in maniera astratta: egli preferisce piuttosto mostrarci Gesù come il « modello » vivente della preghiera. Perciò ce lo mostra spesse volte in atteggiamento « orante » come, ad esempio, in occasione del suo Battesimo (3,21), della scelta dei Dodici (6,12), della Trasfigurazione (9,28-29), ecc. Come avviene anche qui.
A differenza di Matteo, che ci riferisce la « formula » del Pater noster nel contesto dei vari ammaestramenti del discorso della Montagna (6,9-13), Luca la fa nascere come dal vivo dell’esperienza di preghiera di Gesù stesso: « Un giorno Gesù si trovava in un luogo a pregare e quando ebbe finito uno dei discepoli gli disse: « Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli »" (Lc 11,1). Dobbiamo essere grati a questo anonimo discepolo che ha provocato, con la sua spontanea ma commossa richiesta, quell’ondata di preghiera che ha coperto il mondo e lo salva, questo Padre nostro ripetuto ogni giorno infinite volte, sussurrato nel segreto del proprio cuore o cantato a piena voce dalle folle in festa.
Più che una « formula » di preghiera, però, l’anonimo discepolo deve aver richiesto a Gesù, che egli aveva visto immerso nel suo dialogo con Dio, di spiegare loro lo « spirito », il senso e anche il contenuto della preghiera, attingendo proprio al segreto della sua esperienza. Di fatto Gesù darà anche una formula di preghiera, il Pater noster appunto, valida però soltanto in quanto espressiva dei sentimenti e degli atteggiamenti spirituali dei suoi discepoli: al di là della formula, perciò, e mediante la formula, egli intende creare delle « disposizioni d’animo » che permettano all’orante di mettersi davanti a Dio come uno che ha più bisogno di essere da lui richiesto e interpellato, che di richiedergli qualcosa.

« Padre, sia santificato il tuo nome… »
Mettendo da parte non pochi dettagli di carattere critico-letterario, che il testo del Pater noster presenta, vorrei richiamare l’attenzione del lettore sui « contenuti » di fondo della preghiera insegnataci da Gesù.
Prima di tutto mi sembra importante notare che essa si svolge tutta sotto il segno della « paternità » di Dio: « Padre, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno… e non ci indurre in tentazione » (vv. 2-4).
La formula di Luca (« Padre ») è solo apparentemente più fredda di quella adoperata da Matteo: « Padre nostro, che sei nei cieli ». In realtà, essa sembra ripetere alla lettera la supplica di Gesù nell’orto: « Abbà, Padre! » (Mc 14,36), che ci viene riportata nel suo tenore aramaico anche da S. Paolo: segno evidente, questo, che la formula dovette produrre enorme impressione sugli Apostoli. E il motivo è che « Abbà » è formula del tutto originale, rivolta a Dio, in quanto essa viene adoperata dai bambini per rivolgersi nel gergo infantile, al loro padre: qualcosa come « papà mio, babbino » e simili.
In questo modo Gesù ci insegna ad avere non solo un atteggiamento « filiale » nei riguardi di Dio, ma addirittura « infantile », cioè pieno di fiducia, di abbandono, di docilità, di amore.
Anche se è possibile caricare il volto del « padre » di aspetti deformanti della vera paternità (autoritarismo, durezza, ecc.), questo non avviene certamente a livello infantile in cui la carica e lo scambio dell’affetto sono ancora integri e totali. Orbene, questo è il rapporto che noi dobbiamo avere con Dio allorquando preghiamo, come ci invita a fare Gesù anche nelle due piccole parabole che commentano il Pater: « Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli darà al posto del pesce una serpe?… Se dunque voi, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro celeste darà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono! » (vv. 11-13).
Tutto questo implica uno sforzo continuo di limpidità, di trasparenza, di fiducia, una volontà sincera di trasformarci e « diventare come fanciulli » (cf Mt 18,3). Solo allora sarà sincera la nostra invocazione: « Padre nostro, che sei nei cieli »!
In secondo luogo è importante notare i due centri di interesse, che Gesù suggerisce ai suoi discepoli di avere sempre davanti per proporli al Padre: a) la gloria di Dio e l’avvento del suo « regno »; b) i bisogni materiali e spirituali dell’orante (il pane quotidiano, il perdono dei peccati, la liberazione dalla tentazione). Così Gesù ricompone in unità la « pluridimensionalità » dell’uomo: non esiste solo il « cielo » e neppure soltanto la « terra », ma il cielo e la terra insieme che si dànno la mano per permettere all’uomo di realizzarsi in tutta la sua pienezza.

La preghiera « coinvolge » la vita
D’altra parte, per Gesù il pregare non è rimettere nelle mani di Dio i problemi che tormentano l’uomo perché li risolva al suo posto: in tal modo la preghiera sarebbe come una « alienazione ». Tutto il contrario! Nella preghiera l’uomo si impegna a scoprire il disegno di Dio nella propria vita per realizzarlo faticosamente giorno per giorno, con la grazia e la forza sempre nuove che il Padre che sta nei cieli non mancherà di dargli.
Anche se il « regno » che deve venire è Dio che lo realizzerà, rimane pur vero che tocca all’uomo far di tutto per « entrarci ». Questo è anche più chiaro nella richiesta del « pane quotidiano » e del « perdono dei peccati »: Dio non ci perdonerà, se noi non « perdoniamo a ogni nostro debitore » (v. 4). Anche la richiesta di essere liberati dalla « tentazione », che indubbiamente è la grande « tentazione » del tradimento e dell’infedeltà, è legata alla nostra capacità e alla nostra volontà di resistenza, come ricorda Gesù agli Apostoli nell’orto: « Vegliate e pregate per non entrare in tentazione » (Mt 26,41).
Dal che si vede che la preghiera afferra tutta la nostra vita, la lievita, la trasforma per farla coincidere con il progetto di Dio, davanti al quale dobbiamo sentirci e presentarci sempre con l’animo libero e fiducioso dei « figli ».
Per questo avevamo bisogno che Gesù ci « insegnasse » a pregare, prima che con le parole, con la sua stessa vita, che è stata una continua ricerca della « volontà » del Padre.

San Gioacchino e Sant’Anna

San Gioacchino e Sant'Anna dans immagini sacre %CE%B1%CE%B3%CE%B9%CE%B1+%CE%91%CE%BD%CE%BD%CE%B1
http://philotimo-leventia.blogspot.it/2012/12/elder-paisios-he-veneration-of-sts.html

Publié dans:immagini sacre |on 26 juillet, 2013 |Pas de commentaires »

SANT’ANNA E SAN GIOACCHINO (meditazione-devozione direi)

http://digilander.libero.it/giardinodegliangeli/Devozioni/NonniGesu.html

SANT’ANNA E SAN GIOACCHINO

Dai loro frutti li riconoscerete …. Così ogni albero buono produce frutti buoni e ogni albero cattivo produce frutti cattivi.  Mt.7,16-17

I Nonni di Gesù
Sant’Anna e San Gioacchino,
rappresentano un pezzo fondamentale della storia della salvezza.
Davvero preziosa è la loro eredità,
se essa è costituita dalla persona stessa del Verbo incarnato!
Il loro nipote è Gesù Cristo,
Dio generato nella carne umana da Maria.
Gesù dice “Dai frutti conoscerete la pianta”
Dalla santità del frutto, cioè di Maria, Immacolata fin dal concepimento,
colei che doveva diventare il tabernacolo vivente del Dio fatto uomo,
deduciamo la santità dei suoi genitori Anna e Gioacchino.

Celebrare la festa dei “nonni” di Cristo,
significa per la Chiesa prendere sul serio, fino in fondo,
l’inserzione di Dio stesso nelle generazioni umane.

***
Il nome di Anna deriva dall’ebraico Hannah (grazia),
Gioacchino in ebraico significa Dio rende forti.

Sant’Anna, madre della Beata Vergine Maria,
è patrona delle madri di famiglia, delle vedove, delle partorienti,
viene spesso ritratta con un mantello verde, il colore delle gemme a primavera,
perchè dal suo seno è germogliata la Speranza del mondo.

Mancando nei Vangeli ogni accenno ai genitori della Vergine,
i nomi dei genitori di Maria si conoscono dall’apocrifo
‘Protovangelo di Giacomo’ (II Sec.)
dal quale emergono due biografie dense di fede e di tenerezza.

Il Protovangelo inizia la sua narrazione con gli eventi
che cambiarono la vita di Gioacchino e Anna.
Gioacchino era un uomo molto ricco,
che faceva le sue offerte al Tempio in misura doppia,
dicendo: “Quello che do in più sia per tutto il popolo”».
Ma quest’uomo ricco e pio viveva il grande dolore di non aver avuto figli
in vent’anni di matrimonio con la sua pia sposa Anna.
Egli si ricordò del patriarca Abramo, al quale Dio,
nella vecchiaia aveva concesso un figlio, Isacco.
Profondamente afflitto Gioacchino si ritirò nel deserto per quaranta giorni:
«Non scenderò di qui né per mangiare né per bere,
finché il Signore mio Dio non mi avrà guardato benignamente,
e la preghiera sarà per me cibo e bevanda».
Anna intanto viveva un duplice dolore:
«Piangerò la mia vedovanza, e piangerò la mia sterilità»,
e implorava il Signore dicendo:
«Benedicimi ed esaudisci la mia preghiera, come hai benedetto il ventre di Sara».
Ed ecco che l’angelo del Signore le si presentò davanti:
“Anna, Anna, il Signore ha ascoltato la tua preghiera e tu concepirai e partorirai,
e si parlerà della tua prole in tutto il mondo”.
E Anna rispose: “Se io metterò al mondo un figlio lo darò come offerta al Signore
mio Dio e starà al suo servizio per tutti i giorni della sua vita”.
Gioacchino, avvertito da un angelo, ritornò a casa da sua moglie,
che appena lo vide arrivare gli si appese al collo piena d’emozione
«Ora so che il Signore Iddio mi ha grandemente benedetta».
Dopo nove mesi Anna diede alla luce una bambina, alla quale mise il nome Maria.
Quando la bambina ebbe compiuto tre anni fu portata al Tempio,
dove venne accolta dal sacerdote che, la benedisse dicendo:
«Il Signore ha glorificato il tuo nome per tutte le generazioni,
in te alla fine dei tempi il Signore manifesterà la sua redenzione
per i figli d’Israele».

Pur nella discordante letteratura apocrifa, il fondamento storico,
è probabilmente arricchito da elementi secondari,
copiati dalla vicenda della madre di Samuele.

La tradizione cristiana ha comunque, accolto e venerato
Gioacchino e Anna come i genitori della Vergine.
Il culto di Gioacchino e di Anna è molto antico,
si diffuse prima in Oriente e poi in Occidente
Il culto di Sant’Anna è documentato in Oriente nel VI Sec.,
in Occidente nel X Sec.,
quello di San Gioacchino nel XIV Sec.
La Chiesa li festeggia il 26 Luglio.

26 LUGLIO: SANT’ANNA E SAN GIOACCHINO (mf)

http://www.ora-et-labora.net/annagioacchino.html

26 LUGLIO: SANT’ANNA E SAN GIOACCHINO (mf)

Secondo un’antica tradizione che risale al II secolo, ebbero questo nome i genitori della beata Vergine Maria. È il protovangelo di Giacomo, a darne i nomi. Il culto di sant’Anna esisteva in oriente già nel secolo VI e si diffuse in occidente nel secolo X. Più recente è il culto di san Gioacchino.

Dai «Discorsi» di san Giovanni Damasceno, vescovo
Poiché doveva avvenire che la Vergine Madre di Dio nascesse da Anna, la natura non osò precedere il germe della grazia; ma rimase senza il proprio frutto perché la grazia producesse il suo. Doveva nascere infatti quella primogenita dalla quale sarebbe nato il primogenito di ogni creatura «nel quale tutte le cose sussistono» (Col 1, 17).  O felice coppia, Gioacchino ed Anna! A voi é debitrice ogni creatura, perché per voi la creatura ha offerto al Creatore il dono più gradito, ossia quella casta madre, che sola era degna del creatore. Rallégrati Anna, «sterile che non hai partorito, prorompi in grida di giubilo e di gioia, tu che non hai provato i dolori» (Is 54, 1). Esulta, o Gioacchino, poiché dalla tua figlia é nato per noi un bimbo, ci é stato dato un figlio, e il suo nome sarà Angelo di grande consiglio, di salvezza per tutto il mondo, Dio forte (cfr. Is 9, 6). Questo bambino é Dio.
O Giacchino ed Anna, coppia beata, veramente senza macchia! Dal frutto del vostro seno voi siete conosciuti, come una volta disse il Signore: «Li conoscerete dai loro frutti» (Mt 7, 16). Voi informaste la condotta della vostra vita in modo gradito a Dio e degno di colei che da voi nacque. Infatti nella vostra casta e santa convivenza avete dato la vita a quella perla di verginità che fu vergine prima del parto, nel parto e dopo il parto. Quella, dico, che sola doveva conservare sempre la verginità e della mente e dell’anima e del corpo.
O Giachino ed Anna, coppia castissima! Voi, conservando la castità prescritta dalla legge naturale, avete conseguito, per divina virtù, ciò che supera la natura: avete donato al mondo la madre di Dio che non conobbe uomo. Voi, conducendo una vita pia e santa nella condizione umana, avete dato alla luce una figlia più grande degli angeli ed ora regina degli angeli stessi.
O vergine bellissima e dolcissima! O figlia di Adamo e Madre di Dio. Beato il seno, che ti ha dato la vita! Beate le braccia che ti strinsero e le labbra che ti impressero casti baci, quelle dei tuoi soli genitori, cosicché tu conservassi in tutto la verginità! «Acclami al Signore tutta le terra, gridate, esultate con canti di gioia» (Sal 97, 4). Alzate la vostra voce, gridate, non temete.

NATIVITÀ DI MARIA
SANTA GENITRICE DI DIO E GLORIOSISSIMA MADRE DI GESÙ CRISTO.

COSÌ COME VIENE NARRATA NEI VANGELI “APOCRIFI”:
PROTOVANGELO DI GIACOMO
CON INTEGRAZIONI DAL COSIDDETTO EVANGELO DELLO PSEUDO-MATTEO

[1, 1] Secondo le storie delle dodici tribù di Israele c’era un certo Gioacchino, uomo estremamente ricco. Le sue offerte le faceva doppie, dicendo: « Quanto per me è superfluo, sarà per tutto il popolo, e quanto è dovuto per la remissione dei miei peccati, sarà per il Signore, quale espiazione in mio favore ».
[2] Mentre egli così agiva, il Signore gli moltiplicava i greggi, sicché nel popolo d’Israele non c’ era uomo come lui. AvevaGiotto – Il bacio di Anna e Gioacchino iniziato a comportarsi così dall’età di quindici anni. A vent’anni, prese in moglie Anna, figlia di Achar della sua tribù, cioè della tribù di Giuda, della stirpe di Davide. Ma pur avendo convissuto con lei per vent’anni, da lei non ebbe figli, né figlie.
[2] Giunse il gran giorno del Signore e i figli di Israele offrivano le loro offerte. Davanti a lui si presentò Ruben, affermando: « Non tocca a te offrire per primo le tue offerte, poiché in Israele non hai avuto alcuna discendenza ». [3] Gioacchino ne restò fortemente rattristato e andò ai registri delle dodici tribù del popolo, dicendo: « Voglio consultare i registri delle dodici tribù di Israele per vedere se sono io solo che non ho avuto posterità in Israele ». Cercò, e trovò che, in Israele, tutti i giusti avevano avuto posterità. Si ricordò allora del patriarca Abramo al quale, nell’ultimo suo giorno, Dio aveva dato un figlio, Isacco.
[4] Gioacchino ne restò assai rattristato e non si fece più vedere da sua moglie. Si ritirò nel deserto, vi piantò la tenda e digiunò quaranta giorni e quaranta notti, dicendo tra sé: « Non scenderò né per cibo, né per bevanda, fino a quando il Signore non mi abbia visitato: la mia preghiera sarà per me cibo e bevanda ».
[2, 1] Ma sua moglie innalzava due lamentazioni e si sfogava in due pianti, dicendo: « Piangerò la mia vedovanza e piangerò la mia sterilità ». [2] Venne il gran giorno del Signore, e Giuditta, sua serva le disse: « Fino a quando avvilisci tu l’anima tua; Ecco, è giunto il gran giorno del Signore e non ti è lecito essere in cordoglio. Prendi invece questa fascia per il capo che mi ha dato la signora del lavoro: a me non è lecito cingerla perché io sono serva e perché ha un’impronta regale ». [3] Ma Anna rispose: « Allontanati da me. Io non faccio queste cose. Dio mi ha umiliata molto. Forse è un maligno che te l’ha data, e tu sei venuta a farmi partecipare al tuo peccato ». Replicò Giuditta: « Quale imprecazione potrò mai mandarti affinché il Signore che ha chiuso il tuo ventre, non ti dia frutto in Israele? ». Anna si afflisse molto. [4] Si spogliò delle sue vesti di lutto, si lavò il capo, indossò le sue vesti di sposa e verso l’ora nona scese a passeggiare in giardino. Vedendo un alloro, si sedette ai suoi piedi e supplicò il Padrone, dicendo: « O Dio dei nostri padri, benedicimi e ascolta la mia preghiera, come hai benedetto il ventre di Sara, dandole un figlio, Isacco ».
[3, 1] Guardando fisso verso il cielo, vide, nell’alloro, un nido di passeri, e compose in se stessa una lamentazione, dicendo: « Ahimè! chi mi ha generato? qual ventre mi ha partorito? Sono infatti diventata una maledizione davanti ai figli di Israele, sono stata insultata e mi hanno scacciata con scherno dal tempio del Signore. [2] Ahimè! a chi somiglio io mai? Non somiglio agli uccelli del cielo, poiché anche gli uccelli del cielo sono fecondi dinanzi a te, Signore. Ahimè! a chi somiglio io mai? Non somiglio alle bestie della terra, poiché anche le bestie della terra sono feconde dinanzi a te, Signore. Ahimè! a chi somiglio io mai? [3] Non somiglio a queste acque, poiché anche queste acque sono feconde dinanzi a te, o Signore. Ahimè! a chi somiglio io mai? Non somiglio certo a questa terra, poiché anche questa terra porta i suoi frutti secondo le stagioni e ti benedice, o Signore ».
[4, 1] Ecco, un angelo del Signore le apparve, dicendole: « Anna, Anna! Il Signore ha esaudito la tua preghiera; tu concepirai e partorirai. Si parlerà in tutta la terra della tua discendenza ». GIOTTO di Bondone (1267-1337)- Annunciazione a Sant’Anna – Cappella Scrovegni, Padova
Ciò detto, si allontanò dai suoi occhi. Tremante e timorosa per aver visto questa visione e udito il discorso, entrò in camera, si gettò sul letto mezza morta e rimase giorno e notte in gran timore e in preghiera.
Anna rispose: « (Com’è vero che) il Signore, mio Dio, vive, se io partorirò, si tratti di maschio o di femmina, l’offrirò in voto al Signore mio Dio, e lo servirà per tutti i giorni della sua vita ». [2] Ed ecco che vennero due angeli per dirle: « Tuo marito Gioacchino sta tornando con i suoi armenti ». Un angelo del Signore era infatti disceso da lui per dirgli: « Gioacchino, Gioacchino! Il Signore ha esaudito la tua insistente preghiera. Scendi di qui.
Ecco, infatti, che Anna, tua moglie, concepirà nel suo ventre ».
« Io sono un angelo di Dio e oggi sono apparso a tua moglie piangente e orante, e l’ho consolata; sappi che dal tuo seme concepì una figlia e tu l’hai lasciata ignorandola. Questa starà nel tempio di Dio; su di lei riposerà lo Spirito santo; la sua beatitudine sarà superiore a quella di tutte le donne sante; nessuno potrà dire che prima di lei ce ne sia stata un’altra uguale: e in questo mondo, dopo di lei un’altra non ci sarà. Discendi perciò dai monti, ritorna dalla tua sposa e troverai che è in stato interessante. Dio infatti ha suscitato in lei un seme, del quale devi ringraziarlo. Il suo seme sarà benedetto, e lei stessa sarà benedetta e sarà costituita madre di una benedizione eterna ».
[3] Dopo avere adorato l’angelo, Gioacchino gli disse: « Se ho trovato grazia davanti a te, siediti un po’ nella mia tenda e benedici il tuo servo ». L’angelo gli rispose: « Non dirti servo, ma conservo; siamo infatti servi di uno stesso Signore. Ma il mio cibo è invisibile e la mia bevanda non può essere vista da alcun mortale. Perciò non mi devi pregare di entrare nella tua tenda. Se hai intenzione di darmi qualcosa, offrila in olocausto al Signore ».
Gioacchino prese allora un agnello immacolato e disse all’angelo: « Non avrei osato offrire un olocausto al Signore se il tuo ordine non mi avesse dato il potere sacerdotale per offrirlo ». L’angelo gli rispose: « Non ti avrei invitato ad offrire, se non avessi conosciuto la volontà del Signore ». Mentre Gioacchino offriva il sacrificio a Dio, salirono in cielo sia l’angelo sia il profumo del sacrificio.
 [3] Gioacchino scese, e mandò a chiamare i suoi pastori, dicendo: « Portatemi qui dieci agnelli senza macchia e senza difetto: saranno per il Signore, mio Dio. Portatemi anche dodici vitelli teneri: saranno per i sacerdoti e per il consiglio degli anziani; e anche cento capretti per tutto il popolo ». [4] Ed ecco che Gioacchino giunse con i suoi armenti. Anna se ne stava sulla porta, e vedendo venire Gioacchino, gli corse incontro e gli si appese al collo, esclamando: « Ora so che il Signore Iddio mi ha benedetta molto. Ecco, infatti, la vedova non più vedova, e la sterile concepirà nel ventre ». Il primo giorno Gioacchino si riposò in casa sua.
[5, 1] Il giorno seguente presentò le sue offerte, dicendo tra sé: « Se il Signore Iddio mi è propizio, me lo indicherà la lamina del sacerdote ». Nel presentare le sue offerte, Gioacchino guardò la lamina del sacerdote. Quando questi salì sull’altare del Signore, Gioacchino non scorse in sé peccato alcuno, ed esclamò: « Ora so che il Signore mi è propizio e mi ha rimesso tutti i peccati ». Scese dunque dal tempio del Signore giustificato, e tornò a casa sua. [2] Si compirono intanto i mesi di lei. Nel nono mese Anna partorì e domandò alla levatrice: « Che cosa ho partorito? ». Questa rispose: « Una bambina ». « In questo giorno », disse Anna, « è stata magnificata l’anima mia », e pose la bambina a giacere. Quando furono compiuti i giorni, Anna si purificò, diede poi la poppa alla bambina e le impose il nome Maria.
[6, 1] La bambina si fortificava di giorno in giorno e, quando raggiunse l’età di sei mesi, sua madre la pose per terra per provare se stava diritta. Ed essa, fatti sette passi, tornò in grembo a lei che la riprese, dicendo: « (Com’è vero che) vive il Signore mio Dio, non camminerai su questa terra fino a quando non ti condurrò nel tempio del Signore ». Così, nella camera sua fece un santuario e attraverso le sue mani non lasciava passare nulla di profano e di impuro. A trastullarla chiamò le figlie senza macchia degli Ebrei. [2] Quando la bambina compì l’anno, Gioacchino fece un gran convito: invitò i sacerdoti, gli scribi, il consiglio degli anziani e tutto il popolo di Israele. Gioacchino presentò allora la bambina ai sacerdoti, i quali la benedissero, dicendo: « O Dio dei nostri padri, benedici questa bambina e dà a lei un nome rinomato in eterno in tutte le generazioni ». E tutto il popolo esclamò: « Così sia, così sia! Amen ». La presentò anche ai sommi sacerdoti, i quali la benedissero, dicendo: « O Dio delle sublimità, guarda questa bambina e benedicila con l’ultima benedizione, quella che non ha altre dopo di sé ». [3] Poi la madre la portò via nel santuario della sua camera, e le diede la poppa. Anna innalzò quindi un cantico al Signore Iddio, dicendo: « Canterò un cantico al Signore, Dio mio, poiché mi ha visitato e ha tolto da me quello che per i miei nemici era un obbrobrio: il Signore, infatti, mi ha dato un frutto di giustizia, unico e molteplice dinanzi a lui. Chi mai annunzierà ai figli di Ruben che Anna allatta? Ascoltate, ascoltate, voi, dodici tribù di Israele: Anna allatta! ». La pose a giacere nel santuario della sua camera e uscì per servire loro a tavola. Terminato il banchetto, se ne partirono pieni di allegria, glorificando il Dio di Israele. Educazione di Maria – Tiepolo
[7, 1] Per la bambina passavano intanto i mesi. Giunta che fu l’età di due anni, Gioacchino disse a Anna: « Per mantenere la promessa fatta, conduciamola al tempio del Signore, affinché il Padrone non mandi contro di noi e la nostra offerta riesca sgradita ». Anna rispose: « Aspettiamo il terzo anno, affinché la bambina non cerchi poi il padre e la madre ». Gioacchino rispose: « Aspettiamo ». [2] Quando la bambina compì i tre anni, Gioacchino disse: « Chiamate le figlie senza macchia degli Ebrei: ognuna prenda una fiaccola accesa e la tenga accesa affinché la bambina non si volti indietro e il suo cuore non sia attratto fuori del tempio del Signore ». Quelle fecero così fino a che furono salite nel tempio del Signore.
Maria salì velocemente i quindici gradini senza neppure voltarsi indietro né – come suole fare l’infanzia – darsi pensiero dei genitori. Perciò i genitori si affrettarono entrambi stupiti, e cercarono la bambina fino a quando la trovarono nel tempio. Anche i pontefici del tempio si erano meravigliati.
Il sacerdote l’accolse e, baciatala, la benedisse esclamando: « Il Signore ha magnificato il tuo nome in tutte le generazioni. Nell’ultimo giorno, il Signore manifesterà in te ai figli di Israele la sua redenzione ». [3] La fece poi sedere sul terzo gradino dell’altare, e il Signore Iddio la rivestì di grazia; ed ella danzò con i suoi piedi e tutta la casa di Israele prese a volerle bene.
[1] Maria destava l’ammirazione di tutto il popolo di Israele. All’età di tre anni, camminava con un passo così maturo, parlava in un modo così perfetto, si applicava alle lodi di Dio così assiduamente che tutti ne restavano stupiti e si meravigliavano di lei. Essa non era considerata una bambinetta, ma una persona adulta; era tanto assidua nella preghiera, che sembrava una persona di trent’anni. Il suo volto era così grazioso e splendente che a stento la si poteva guardare. Era assidua nel lavoro della lana; e nella sua tenera età, spiegava quanto donne anziane non riuscivano a capire.
[2] Si era imposta questo regolamento: dalla mattina sino all’ora terza attendeva alla preghiera; dall’ora terza alla nona si occupava nel lavoro tessile; dalla nona in poi attendeva nuovamente alla preghiera. Non desisteva dalla preghiera fino a quando non le appariva l’angelo di Dio, dalla cui mano prendeva cibo: così sempre più e sempre meglio progrediva nel servizio di Dio. Inoltre, mentre le vergini più anziane si riposavano dalle lodi divine, essa non si riposava mai, al punto che nelle lodi e nelle vigilie non c’era alcuna prima di lei, nessuna più istruita nella conoscenza della Legge, nessuna più umile nell’umiltà, più aggraziata nei canti, più perfetta in ogni virtù. Era costante, salda, immutabile e progrediva in meglio ogni giorno.
[3] Nessuno la vide adirata né l’udì maledire. Ogni suo parlare era così pieno di grazia che si capiva come sulle sue labbra c’era Dio. Assidua nella preghiera e nella meditazione della Legge, nel parlare era attenta a non mancare verso le compagne. Vigilava inoltre a non mancare in alcun modo con il riso, con il tono della bella voce, con qualche ingiuria, con alterigia verso una sua pari. Benediceva Dio senza posa, e per non desistere dalle lodi a Dio neppure nel suo saluto, quando era salutata rispondeva: « Deo gratias ». Quotidianamente si nutriva soltanto con il cibo che riceveva dalla mano dell’angelo; il cibo che le davano i pontefici lo distribuiva ai poveri. Frequentemente si vedevano gli angeli di Dio parlare con lei e obbedirle diligentemente. Se qualche malata la toccava, nello stesso istante se ne tornava a casa salva.
[8, 1] I suoi genitori scesero ammirati e lodarono il Padrone Iddio perché la bambina non s’era voltata indietro. Maria era allevata nel tempio del Signore come una colomba, e riceveva il vitto per mano di un angelo.

Publié dans:Santi : Anna e San Gioacchino |on 26 juillet, 2013 |Pas de commentaires »

San Giacomo il Maggiore

San Giacomo il Maggiore dans immagini sacre jamesGreaterCano

http://www.aug.edu/augusta/iconography/jamesGreater.html

Publié dans:immagini sacre |on 25 juillet, 2013 |Pas de commentaires »

CAMMINO DI SANTIAGO: STORIA E ORIGINE

http://www.antika.it/005180_cammino-di-santiago-storia-e-origine.html

(un ricordo a coloro che sono morti ed ai feriti ed ai parenti nell’incidente ferroviario di oggi)

CAMMINO DI SANTIAGO: STORIA E ORIGINE

IL CAMMINO DI SANTIAGO NELLA STORIA E LE SUE ORIGINI

Molti credono che il Cammino di Santiago sia un sentiero che attraversa la Spagna settentrionale e, partendo dai Pirenei conduce fino alla cattedrale di Santiago de Compostela in Galizia e termina sulla Costa da Muerte, sull’Oceano Atlantico, a Finisterrae o Muxia. In realtà è molto di più. Il nome Cammino di Santiago indica non un solo percorso, bensì infinite strade e sentieri che, da ogni parte d’Europa conducono e condussero i pellegrini fino a Santiago de Compostela e alle sponde dell’Oceano. Perché nel Medioevo, come per pochi fortunati tradizionalisti moderni, il Cammino di Santiago inizia a casa propria. L’intero continente europeo è attraversato da mille anni da una rete infinita di percorsi tracciati dai pellegrini medievali che per fede o imposizione hanno camminato ad limina Sancti Jacobi, alla tomba di San Giacomo e che oggi sono riconosciuti e tutelati dall’UNESCO come itinerari storici e culturali e, quindi, Patrimonio dell’Umanità.

Origini del culto jacopeo
Il moderno percorso noto come “Camino Francés” o Cammino Francese, che conduce i pellegrini dal versante francese dei Pirenei, attraverso tutta la Spagna settentrionale fino alla cattedrale di Santiago de Compostela e poi a Finisterrae o Muxia, ricalca il viaggio narrato nel quinto libro del Codex Calixtinus, scritto, secondo la tradizione, da Aiméry Picaud nel XII secolo (la redazione del Codice in sé viene però datata attorno al 1260). Tale volume è dedicato alla gloria di San Giacomo Maggiore e al suo culto in Santiago de Compostela ed è una fonte imprescindibile per studiare le origini del Cammino di Santiago. La paternità e la committenza del Codice sono oggetto di dibattito, in quanto esso venne corredato, per anticiparne artificiosamente la data di realizzazione, da una bolla di papa Callisto II, morto nel 1124. Probabilmente, esso venne realizzato nello scriptorium della cattedrale di Santiago ed ora è conservato a Barcellona.

San Giacomo apostolo
Nel terzo libro del Codice, si narra come avvenne la traslazione del corpo di San Giacomo da Gerusalemme fino in Galizia. Ricordiamo che l’Apostolo la cui tomba è venerata e conservata nel cuore della Cattedrale di Santiago de Compostela è San Giacomo Maggiore, fratello di Giovanni e figlio di Zebedeo, nonché, secondo la versione compostellana, primo vescovo della Chiesa di Gerusalemme dopo la morte di Gesù. L’Apostolo, dopo l’Ascensione di Gesu, lasciò la Palestina per evangelizzare la penisola iberica, ma ebbe un ben misero successo, riuscendo a convertire e raccogliere attorno a sé solo una manciata di discepoli.
Dopo diverse disavventure, Giacomo tornò a Gerusalemme, dove divenne capo della comunità cristiana. A Gerusalemme incontrò la morte per decapitazione fra il 41 e il 44 d.C., per ordine di Erode Agrippa I. I pochi discepoli ispanici che l’avevano seguito a Gerusalemme, trafugarono il corpo e lo caricarono su una barca senza equipaggio che, guidata dagli angeli, li condusse alla foce del fiume Ulla, presso il capo di Finisterre in Galizia. Anche lì, però, i cristiani erano perseguitati e i discepoli dovettero difendere le spoglie del loro maestro dalle persecuzioni della Regina Lupa e da Re Duyo. Miracolosamente, la Regina Lupa si convertì alla fede cristiana e l’Apostolo trovò sepoltura nella piana in cui sorgerà secoli dopo la città di Santiago. Dopo tali avvenimenti, il luogo di sepoltura fu dimenticato.
Un alone di leggenda tinge anche la memoria degli eventi che condussero alla riscoperta del sepolcro di San Giacomo. Nel IX secolo, nella diocesi di Iria Flavia, un eremita chiamato Pelagio ebbe una visione in cui gli apparvero delle luminarie nel cuore di una selva, mentre udiva cantare gli angeli. L’eremita avvertì dell’accaduto il vescovo Teodomiro, il quale, accorso sul posto, scoprì una tomba che conservava i resti di tre individui, dei quali uno aveva il capo mozzato ed era identificato dalla scritta “Qui giace Jacobus, figlio di Zebedeo e Salomé”. Sul luogo della tomba venne costruita, per ordine di Alfonso II re delle Asturie, la prima cattedrale, dove nell’893 presero dimora i primi monaci benedettini, e attorno ad essa sorse la città di Santiago de Compostela. Al di là della tradizione, gli scavi archeologici effettuati nel XX secolo, hanno mostrato come sotto la cattedrale jacopea si trovi una necropoli cristiana, romana e germanica, databile ai secoli I-VII d.C..
La città di Santiago prese così il nome dall’Apostolo e tradizionalmente dal “Campo di stelle” della visione di Pelagio e iniziò fin dai primi secoli ad accogliere i primi pellegrini.

Santiago, la Reconquista e la nascita del pellegrinaggio
Nel X e XI secolo, ricordiamo che la situazione politica della penisola iberica era piuttosto burrascosa: la Spagna centrale e meridionale erano sotto l’occupazione araba e la riscoperta del sepolcro di San Giacomo divenne uno stimolo per il nascente movimento della Reconquista. Il culto dell’Apostolo si configurò come un simbolo della riappropriazione dei territori perduti e sono numerosi i miti legati alla partecipazione di San Giacomo alle battaglie fra i principi cristiani e i Mori: in particolare, ricordiamo la battaglia di Clavijo, combattuta il 23 maggio 844, alla quale Santiago avrebbe preso parte in sella a un cavallo bianco per sostenere l’esercito asturiano messo in difficoltà dai nemici. Da questo episodio discende la diffusissima rappresentazione di Santiago “Matamoros”, ossia “ammazza mori”, in cui il santo compare in sella ad un destriero bianco, con la spada sguainata nella mano destra, mentre il cavallo schiaccia un Moro disarmato, caduto a terra.

Santiago Matamoros
Il ruolo della città di Santiago nelle vicende della Reconquista assume un ulteriore peso simbolico quando, nell’anno 997, l’esercito musulmano di Al-Manzor distrusse la città e danneggiò gravemente la cattedrale, lasciando però intatta la tomba dell’Apostolo. Nel 1075 fu iniziata la nuova basilica, voluta dal vescovo Diego Pelàez con il sostegno della casa reale di Castilla y Leon. Mentre i lavori erano ancora in corso, il vescovo successivo, Diego Gelmirez, ottenne da papa Callisto II che Santiago diventasse sede arcivescovile e la dotò del prestigioso palazzo vescovile. Sotto la sua direzione, la cattedrale venne dotata dell’apparato decorativo più noto anche ai giorni nostri: il Portico de la Gloria di Mastro Matèo, completato nel 1188. Nel 1211 la nuova cattedrale venne finalmente consacrata.
Il culto jacopeo, in quanto propulsore e simbolo della Reconquista, divenne anche oggetto di grande attenzione da parte dell’ordine cluniacense, che lo sostenne mettendo a disposizione dei pellegrini e dei viandanti sulle rotte principali verso Santiago de Compostela alcuni dei più grandi e meglio organizzati rifugi e ospitali (l’Ospitale di Santa Cristina lungo il Cammino Aragonese, nella regione pirenaica è il più grande e famoso, una vera oasi nel deserto per i pellegrini che affrontavano la montagna). A partire dall’XI secolo, il Cammino di Santiago divenne un fenomeno di portata europea, grazie soprattutto al sostegno dei regni di Navarra e di Leon, in particolare re Sancho el Mayor di Navarra e Alfonso VI di Leon diedero un grande contributo alla tracciatura del tracciato di massima di quello che ancora oggi è noto come Camino Francés.

Il Cammino di Santiago come fenomeno europeo
Il Cammino Francese divenne una vera e propria direttrice per i pellegrini di tutta Europa: esso sfruttava vie di comunicazione preesistenti, soprattutto antiche vie romane, e venne munito di infrastrutture preziose, quali ponti, ostelli, ospitali, chiese, abbazie e monasteri che prestavano soccorso e accoglienza ai viandanti. Lungo l’itinerario sorsero anche numerosissimi centri abitati, che sfruttavano e assistevano i pellegrini (il pellegrino, come oggi il turista, aveva necessità di trovare alloggio e di comprare del cibo, divenendo perciò una fonte di ricchezza in regioni spesso desolate e quasi disabitate, come le Mesetas fra le città di Burgos e di Leon).
Oltre ai monaci cluniacensi, dopo l’inizio delle Crociate e la fondazione degli ordini militari (Cavalieri del Tempio, Cavalieri di San Giovanni, Cavalieri Teutonici, …), nell’accudire i pellegrini si aggiunsero proprio questi originali ordini monastici, che avevano fra i propri scopi la protezione dei fedeli che si recavano per motivi di fede nei luoghi della Terra Santa e presso gli altri grandi santuari della Cristianità. In effetti, uno degli aspetti più problematici che doveva affrontare un uomo dell’Anno Mille che decideva di mettersi in viaggio per centinaia di chilometri attraverso l’Europa, era quello della propria sicurezza ed integrità fisica: oltre alle intemperie e alle fatiche del viaggio, nei boschi, sulle montagne e nelle lande desolate erano spesso in agguato gruppi di banditi, pronti a rapinare ed uccidere. Il ruolo dei monaci cavalieri era spesso proprio quello di proteggere i pellegrini e mantenere la sicurezza sulle strade.
Come già si è detto, però, accanto al Cammino Francese, oggetto del quinto libro del Codex Calixtinus, si sviluppò una fitta rete di strade e percorsi che attraversavano l’Europa diretti a Santiago de Compostela. Quello più frequentemente percorso dai pellegrini provenienti dall’Italia era noto come Via Tolosana, che risaliva la valle del Rodano, facendo tappa nella città di Arles, poi a Narbonne e Tolosa, per valicare infine i Pirenei al Passo di Somport, dove il pellegrino avrebbe potuto trovare rifugio nell’Ospitale di Santa Cristina.
I pellegrini che provenivano dalla Renania e dalla Borgogna, invece, attraversavano la Francia percorrendo la Via Podense, passando per i santuari di Le-Puy-en-Vélay, Moissac e Conques. La Via Lemovicense era percorsa dai pellegrini tedeschi, loreni e della Champagne, che passavano da Vezelay. Infine, il quarto itinerario francese principale era la Via Turonense, che conduceva i pellegrini della regione di Parigi della Francia centro-settentrionale da Tours a Poitiers, di qui a Bordeaux e ad Ostabat, luogo di congiunzione di tutti i Cammini francesi verso la Spagna. In linea generale, una volta giunti alle pendici dei Pirenei, i viandanti si trovavano davanti due possibilità: valicare le montagne dai Porti d’Aspe (Somport) ed entrare in Aragona, oppure attraversare i Paesi Baschi, entrando in territorio spagnolo da Roncisvalle, luogo di memorie carolinge, munito della preziosa Real Collegiata di Nostra Signora e di un grande ospitale, ancora oggi attivo.
In territorio spagnolo, il pellegrino si trovava ad attraversare – e si trova ancora oggi ad attraversare – i regni di Navarra, la Rioja, Castilla y Leon e infine la Galizia, transitando per grandi città e piccoli villaggi, dove la memoria del Cammino e il culto jacopeo era ed è impressa nelle opere d’arte e nei monumenti. Le tappe più importanti lungo il Cammino Francese sono Roncisvalle, Pamplona, Burgos, Carriòn de los Condes Leon, Astorga alle pendici del Monte Irago, oggi coronato dalla Cruz de Hierro, poi Ponferrada, Villafranca del Bierzo e Sarria.

Santiago de Compostela
Dopo la creazione di percorsi protetti e ben attrezzati, un ulteriore fattore che favorì l’aumento dei pellegrini diretti a Santiago de Compostela fu l’istituzione da parte di Papa Callisto II nel 1122 dell’Anno Santo Jacobeo, che si celebra ogni anno in cui il 25 luglio, festa di San Giacomo Maggiore, cade di domenica (il più recente è stato il 2010); il pontefice successivo, Alessandro III, invece, concesse l’Indulgenza Plenaria a chi visitasse la cattedrale di Santiago de Compostela durante gli Anni Santi Jacobei. Di conseguenza, i pellegrini iniziarono a compiere il Cammino non solo spinti dal desiderio di ricevere grazie o miracoli, ma anche dalla certezza del perdono dei peccati. In seguito a questi eventi, il pellegrinaggio ad limina Sancti Jacobi riscontrò un grandissimo successo per tutto il XII e il XIII secolo, diventando una dei tre grandi pellegrinaggi della Cristianità, con Gerusalemme e Roma.

I secoli della decadenza e la riscoperta del XX secolo
Il XIV secolo, tuttavia, portò a una crisi dei pellegrinaggi in tutta Europa, a causa delle avverse condizioni sociali, politiche e religiose: la diffusione di pestilenze e la crisi economica che coinvolsero tutto il continente, mentre le guerre provocarono una crisi della stabilità politica, mettendo a rischio la sicurezza di chi si avventurava a compiere lunghi viaggi. Il 1492, invece, segnò un momento positivo per la Spagna in generale e per Compostela in particolare: la presa di Granada segna la fine vittoriosa della Reconquista mentre, nello stesso anno, venne eletto papa Alessandro VI, di origine valenciana, che concederà ai monarchi di Spagna Isabella di Castiglia e Fernando di Aragona il titolo di Re Cattolici. Essi erigeranno per i pellegrini l’imponente Hospital de los Reyes Catolicos sulla piazza della Cattedrale di Santiago, in memoria della compiuta Reconquista e della restituzione alla Cattedrale del portale e delle campane saccheggiati da Al-Manzor nel 997.
La decadenza riprese e si aggravò nel XVI secolo; la Riforma Protestante condannò i pellegrinaggi e in particolare il pellegrinaggio a Compostela, equiparata da Lutero ad un atto di idolatria. Le guerre di religione che seguirono la Riforma Luterana misero in crisi le comunicazioni civili fra gli Stati e, per aggravare la situazione, nel XVI secolo l’arcivesco Don Juan Sanclemente per mettere le reliquie dell’Apostolo al riparo dai saccheggi dei corsari guidati da Sir Francis Drake, si vide costretto a trasferirne una parte a Ourense. Nel XVIII secolo, infine, il movimento illuminista e la Rivoluzione Francese gettarono ulteriore discredito sulla pratica dei pellegrinaggi, tanto che, nel XIX secolo ci fu una riduzione quasi totale dell’afflusso dei pellegrini alla Cattedrale, anche se esso non cessò mai completamente. Le fonti ricordano le cronache della Cattedrale che il 25 luglio 1867, a celebrare la festa dell’Apostolo, nella Cattedrale erano presenti solo quaranta pellegrini.
Il processo di recupero del culto jacopeo poté iniziare soltanto in seguito agli scavi sotto l’altare maggiore, voluti a fine Ottocento dal card. Miguel de Payà y Rico, che portarono alla scoperta delle reliquie occultate nel XVI secolo: in seguito ad una indagine scientifica, nel 1884 papa Leone XIII confermò nella bolla “Deus Omnipotens” l’autenticità dei resti di San Giacomo. Nel corso del XX secolo, la tradizione del pellegrinaggio a Compostela ritrovò lentamente vigore, anche grazie all’impegno del card. Quiroga Palacios, che lottò per ridonare lustro alla peregrinazione, e al lavoro del famoso curato di O Cebreiro, don Elias Valina, che dedicò al Cammino diversi studi storici e spirituali e inventò le prime frecce gialle, che aiutarono i pellegrini a risalire i crinali nebbiosi che dal Bierzo conducono al Cebreiro.
Un momento chiave nella ripresa del pellegrinaggio a Santiago de Compostela fu sicuramente la visita di papa Giovanni Paolo II nel 1982 proprio nella capitale della Galizia, seguita nel 1989 dalla Giornata Mondiale della Gioventù. Nel 1987 il Consiglio d’Europa proclamò il Cammino Francese “Primo Itinerario Culturale d’Europa”, mentre esso diventò Patrimonio Culturale dell’Umanità nel 1993. Con l’Anno Santo Jacobeo del 2004 l’afflusso di pellegrini, in crescita costante dal 1985 (quando furono 2491 i pellegrini giunti a piedi a Compostela), raggiunse i 179.994 e negli anni successivi si è mantenuto sempre attorno alle 100.000 unità.

Publié dans:SANTUARI |on 25 juillet, 2013 |Pas de commentaires »

25 LUGLIO: SAN GIACOMO IL MAGGIORE

http://www.sangiacomolevanto.org/sanilmaggiore.htm

SAN GIACOMO IL MAGGIORE

APOSTOLO E MARTIRE

25 LUGLIO – FESTA

ETIMOLOGIA: Giacomo è un nome di origine ebraica e significa « Dio ti protegga ». Esistono circa 50 santi e beati con questo nome, ma il più popolare è San Giacomo Apostolo detto Maggiore. La sua festa si celebra il 25 luglio. Giacomo esiste anche in versione femminile – Giacoma, inoltre in forme derivanti: Giacobbe, Jacopo, Iacopo, (soprattutto in Toscana) , Jakob (tedesco, polacco), James (inglese), Jacques (francese) Iago (spagnolo).
PATRONATI: San Giacomo è patrono e protettore di numerose città e paesi, fra altri : Pisa, Pesaro, Pistoia, Averara, e di Bellino (Cn), Compostela, Spagna, Portogallo, Quatemala
E’ considerato Patrono di pellegrini, viandanti e questuanti, farmacisti, droghieri, cappellai e calzettai; va invocato contro i reumatismi e per il bel tempo.
EMBLEMA: Il suo attributo principale è il bastone e la zucca, attributi secondari possono essere: otre e la borsa da pellegrino, vestito e cappello da pellegrino, conchiglia.

I primi dati biografici sull’Apostolo Giacomo, detto anche il Maggiore,per distinguerlo dall’apostolo omonimo Giacomo di Alfeo, provengono fondamentalmente dai Vangeli. Sappiamo che era figlio di Zebedeo, pescatore in Betsaida, e di Salomé, nonché fratello di Giovanni l’Evangelista. Si suole pensare che la famiglia di Zebedeo fosse imparentata con la Sacra Famiglia, a giudicare dalla familiarità con cui Salomé chiedeva a Gesù incarichi privilegiati per i suoi due figli.
Circa il luogo di nascita, sono molti gli autori che lo collocano nella località di Jaffa, vicino a Nazareth, sulle rive del lago Genesareth. Il suo mestiere era la pesca, attività a cui partecipavano anche i fratelli Simone (San Pietro) e Andrea. In questo gruppo di pescatori Gesù elesse i suoi primi quattro discepoli: Pietro, Andrea, Giacomo e Giovanni.
San Luca racconta (Lc.9,51) che andando verso Gerusalemme, mentre passava per un villaggio della Samaria, gli abitanti non vollero dar loro riparo e Giacomo con suo fratello desiderarono « che venisse fuoco dal cielo e che li consumasse ».
In un’altra occasione chiesero a Gesù di essere i primi, al di sopra di Pietro(Mt.20,23). Tutto ciò pare indicare in loro un temperamento ed un carattere forte e deciso. Per questo Gesù dette loro il nome di « Boanerghes », cioè figli del tuono (MC III, 17) nome che ne rispecchia l’indole ardente, schietta ed aperta. La sua veemenza e perseveranza nella predicazione sono testimoniate nel Codice Calixtino (XII secolo), libro fondamentale della tradizione giacobea, che lo qualifica come « santo di mirabile forza, benedetto nel suo modo di vivere, stupefacente per le sue virtù, di grande ingegno, di brillante eloquenza ».
Negli avvenimenti chiave viene scelto come testimone speciale. È uno degli eletti che assiste nel Tabor alla Trasfigurazione; accompagna Cristo nell’orto di Getsemani; è testimone della resurrezione della figlia di Jairo. Queste circostanze indicano senza dubbio l’affetto che nutriva Cristo per questo Apostolo.
Dopo la crocefissione di Cristo, Giacomo il Maggiore, totalmente identificato con la dottrina del suo maestro, si convertì nel principale predicatore nella comunità di Gerusalemme, riscuotendo grande ammirazione per il fervore e la sincerità delle sue parole.
In quell’epoca si svolgeva un intenso commercio di minerali come lo stagno, l’oro, il ferro ed il rame dalla Galizia alle coste della Palestina. Nei viaggi di ritorno venivano portati oggetti ornamentali, lastre di marmo, spezie ed altri prodotti comperati ad Alessandria ed in altri porti ancora più orientali, di grande importanza commerciale.
Si pensa che l’Apostolo abbia realizzato il viaggio dalla Palestina alla Spagna in una di queste navi, sbarcando nelle coste dell’Andalusia, terra in cui cominciò la sua predicazione. Proseguì la sua missione evangelizzatrice a Coimbra e a Braga, passando, secondo la tradizione, attraverso Iria Flavia nel Finis Terrae ispanico, dove proseguì la predicazione.
Nel Breviario degli Apostoli (fine del VI secolo) viene attribuita per la prima volta a San Giacomo l’evangelizzazione della « Hispania » e delle regioni occidentali, si sottolinea il suo ruolo di strumento straordinario per la diffusione della tradizione apostolica, così come si parla della sua sepoltura in Arca Marmárica. Successivamente, già nella seconda metà del VII secolo, un erudito monaco inglese chiamato il Venerabile Beda, cita di nuovo questo avvenimento nella sua opera, ed indica con sorprendente esattezza il luogo della Galizia dove si troverebbe il corpo dell’Apostolo.
La tradizione popolare indica la presenza del corpo di San Giacomo nelle cime prossime alla valle di Padrón, ove esisteva il culto delle acque. Ambrosio de Morales nel XVI secolo, nella sua opera il Viaggio Santo dice: » Salendo sulla montagna, a metà del fianco, c’è una chiesa dove dicono che l’Apostolo pregasse e dicesse messa, e sotto l’altare maggiore si protende sin fuori della chiesa una sorgente ricca d’acqua , la più fredda e delicata che abbia provato in Galizia ». Questo luogo esiste attualmente ed ha ricevuto il nome affettuoso di « O Santiaguiño do Monte ». Uno degli autori dei sermoni raccolti nel Codice Calixtino, riferendosi alla predicazione di San Giacomo in Galizia, dice che  » colui che vanno a venerare le genti, Giacomo, figlio di Zebedeo, la terra della Galizia invia al cielo stellato ».
Il ritorno in Terra Santa, si svolse lungo la via romana di Lugo, attraverso la Penisola, passando per Astorga e Zaragoza, ove, sconfortato, Giacomo riceve la consolazione ed il conforto della Vergine, che gli appare (secondo la tradizione il 2 gennaio del 40), secondo la tradizione, sulle rive del fiume Ebro, in cima ad una colonna romana di quarzo, e gli chiede di costruire una chiesa in quel luogo. Questo avvenimento servì per spiegare la fondazione della Chiesa di Nuestra Señora del Pilar a Zaragoza, oggi basilica ed importante santuario mariano del cattolicesimo spagnolo. Da questa terra, attraverso l’Ebro, San Giacomo probabilmente si diresse a Valencia, per imbarcarsi poi in un porto della provincia di Murcia o in Andalusia e far ritorno in Palestina tra il 42 ed il 44 d.C..
Oramai in Palestina, Giacomo, assieme al gruppo dei « Dodici », entra a far parte delle colonne portanti della Chiesa Primitiva di Gerusalemme, ricoprendo un ruolo di grande importanza all’interno della comunità cristiana della Città Santa. In un clima di grande inquietudine religiosa, dove di giorno in giorno aumentava il desiderio di sradicare l’incipiente cristianesimo, sappiamo che fu proibito agli apostoli di predicare. Giacomo tuttavia, disprezzando tale divieto, annunciava il suo messaggio evangelizzatore a tutto il popolo, entrando nelle sinagoghe e discutendo la parola dei profeti. La sua gran capacità comunicativa, la sua dialettica e la sua attraente personalità, fecero di lui uno degli apostoli più seguiti nella sua missione evangelizzatrice.
Erode Agrippa I, re della Giudea, per placare le proteste delle autorità religiose, per compiacere i giudei ed assestare un duro colpo alla comunità cristiana, lo sceglie in quanto figura assai rappresentativa e lo condanna a morte per decapitazione. In questo modo diventa il PRIMO MARTIRE DEL COLLEGIO APOSTOLICO. Questa del martirio di San Giacomo il Maggiore è l’ultima notizia tratta dal Nuovo Testamento.
Secondo la tradizione, lo scriba Josias, incaricato di condurre Giacomo al supplizio, è testimone del miracolo della guarigione di un paralitico che invoca il santo. Josias, turbato e pentito, si converte al cristianesimo e supplica il perdono dell’Apostolo: questi chiede come ultima grazia un recipiente pieno d’acqua e lo battezza. Ambedue verranno decapitati nell’anno 44.
Dice la leggenda che due dei discepoli di San Giacomo, Attanasio e Teodoro, raccolsero il suo corpo e la testa e li trasportarono in nave da Gerusalemme fino in Galizia. Dopo sette giorni di navigazione giunsero sulle coste della Galizia, ad Iria Flavia, vicino l’attuale paese di nome Padrón.
Nel racconto della sepoltura dei resti di San Giacomo, impregnato di leggenda, appare Lupa, una dama pagana ricca ed influente, che viveva allora nel castello Lupario o castello di Francos, a poca distanza dall’attuale Santiago. I discepoli, alla ricerca di un terreno dove seppellire il loro maestro, chiesero alla nobildonna il permesso di inumarlo nel suo feudo. Lupa li rimette alla decisione al governatore romano Filotro, che risiedeva a Dugium, vicino Finisterra. Ben lungi dall’intendere le loro ragioni, il governatore romano ordina la loro incarcerazione.
Secondo la tradizione, i discepoli furono liberati miracolosamente da un angelo e si dettero alla fuga inseguiti dai soldati romani. Giunti al ponte di Ons o Ponte Pías, sul fiume Tambre, ed attraversatolo, questo crollò provvidenzialmente permettendogli di fuggire.
La regina Lupa, simulando un cambio di atteggiamento, li portò al Monte Iliciano, oggi noto col nome di Pico Sacro, e gli offrì dei buoi selvaggi che vivevano in libertà ed un carro per trasportare i resti dell’Apostolo da Padrón fino a Santiago. I discepoli si avvicinarono agli animali che, dinnanzi agli occhi esterrefatti di Lupa, si lasciarono porre di buon grado il giogo. La regina dopo quest’esperienza decide di abbandonare le sue credenze per convertirsi al cristianesimo.
Narra la leggenda che i buoi cominciarono il loro cammino senza ricevere nessuna guida, ad un certo punto si fermarono per la sete ed iniziarono a scavare con i loro zoccoli il terreno, facendone zampillare poco dopo dell’acqua. Si trattava dell’attuale sorgente del Franco, vicino al Collegio Fonseca, luogo dove posteriormente sarà edificata, in ricordo, la piccola cappella dell’Apostolo, nell’attuale « rua del Franco ». I buoi proseguirono il loro cammino e giunsero in un terreno di proprietà di Lupa, che lo donò per la costruzione del monumento funerario. In quel medesimo luogo, secoli dopo fu costruita la cattedrale, centro spirituale che presiede la città di Santiago.

Publié dans:SANTI APOSTOLI |on 25 juillet, 2013 |Pas de commentaires »

Saint Charbel Makhlouf

Saint Charbel Makhlouf dans immagini sacre St%20Sharbel

http://communio.stblogs.org/index.php/2009/07/saint_sharbel_makhlouf/

Publié dans:immagini sacre |on 24 juillet, 2013 |Pas de commentaires »
12345...8

PUERI CANTORES SACRE' ... |
FIER D'ÊTRE CHRETIEN EN 2010 |
Annonce des évènements à ve... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | Vie et Bible
| Free Life
| elmuslima31