Archive pour le 19 juillet, 2013

Marta e Maria

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Publié dans:immagini sacre |on 19 juillet, 2013 |Pas de commentaires »

21 LUGLIO 2013 | 16A DOMENICA – TEMPO ORDINARIO C – « MARTA, MARTA, TU TI PREOCCUPI PER MOLTE COSE! »

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21 LUGLIO 2013  | 16A DOMENICA – TEMPO ORDINARIO C  |  APPUNTI ESEGESITICO-SPIRITUALI

« MARTA, MARTA, TU TI PREOCCUPI PER MOLTE COSE! »

L’autore della lettera agli Ebrei così esortava i suoi destinatari a praticare l’ospitalità: « Non dimenticate l’ospitalità; alcuni, praticandola, hanno accolto degli Angeli senza saperlo » (13,2). Certamente egli si riferisce all’episodio di Abramo che ospita presso la sua tenda tre misteriosi personaggi (Gn 18,1-15), di cui almeno uno (o tutti e tre insieme!) appare subito essere il Signore (vv. 1.10.11.13).
La Liturgia odierna proponendoci questo episodio come prima lettura, a cui fa riscontro l’incantevole quadretto delle due sorelle, Marta e Maria, che accolgono nella loro casa il Signore (Lc 10,38-42), intende riproporre anche ai cristiani di oggi l’obbligo della ospitalità e della « accoglienza » in genere.
« Ero forestiero e mi avete ospitato… »
E questo non tanto e solo per un senso di umanità, come possono fare tutti, quanto per una più profonda dimensione di fede: sforzarci di vedere negli « altri » l’ombra o, meglio, il volto stesso dell’ »Altro ».
L’ospite, infatti, o chiunque bussa alla nostra porta (o forse neppure bussa, perché ha ritegno o paura!), è il « segno » di Dio o di Cristo: nel loro nome esso si rivolge ad altri fratelli più fortunati perché non respingano colui che Cristo ha come incaricato di un suo « messaggio ». Non si dimentichi, infatti, che Cristo si è identificato con il forestiero, il povero, l’affamato, ecc.: « Ero forestiero e mi avete ospitato… Ogni volta infatti che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me » (Mt 25,35.40).
A noi potrà sembrare di accogliere soltanto un bisognoso; in realtà accogliamo Dio stesso, come è capitato ad Abramo, oppure accogliamo Cristo che non ha disdegnato la festosa ospitalità di Marta e Maria a Betania, di Matteo a Cafarnao, di Zaccheo a Gerico e di tanti altri che l’hanno invitato a casa loro.
A questo punto mi sembra che il discorso vada molto al di là del singolo caso di bisogno: è la « disponibilità » stessa del cristiano ad aprirsi agli altri che viene interpellata e, magari, messa sotto accusa. Si tratta precisamente di spezzare il cerchio del proprio egoismo, di sentire il bisogno, direi quasi fisico, degli altri per fare comunità con loro, per celebrare la festa dell’amore e dell’amicizia; la gioia dello stare insieme, del donare e del ricevere nello stesso tempo.
È così che si dilata il senso della « ecclesialità »: esso cammina oggi proprio sulla via di questa sensazione desolante di asfissia e di oppressione dell’anonimato che ci avvolge, soprattutto nei grandi agglomerati urbani, per cui proviamo tutti un enorme bisogno di ritrovare gli altri, di riscoprire degli amici, di renderci utili a chi ha bisogno. Neppure la famiglia è più sufficiente a ricoprire questa esigenza di apertura e di donazione in una società che tende a disintegrarci, a estraniarci gli uni dagli altri, addirittura a ingenerare la « paura » collettiva.
È in questa situazione che la Chiesa, se riscoperta come « comunità di amore e di servizio », può ritornare a essere la struttura aggregante per eccellenza, il « luogo » in cui gli uomini vivono l’esperienza dilatata della fraternità e della donazione reciproca.
È quanto ci ricorda, con senso di vivo realismo, il Concilio Vaticano II: « Soprattutto oggi urge l’obbligo che diventiamo generosamente prossimi a ogni uomo, e rendiamo servizio con i fatti a colui che ci passa accanto: vecchio da tutti abbandonato, o lavoratore straniero ingiustamente disprezzato, o emigrante, o fanciullo nato da una unione illegittima, che patisce immeritatamente per un peccato da lui non commesso, o affamato che richiama la nostra coscienza, rievocando la voce del Signore: « Quanto avete fatto a uno di questi minimi miei fratelli, l’avete fatto a me » (Mt 25,40) ».
In queste condizioni la Chiesa diventa essa stessa luogo di « accoglienza » per tutti: la nuova tenda di Abramo che ospita gli Angeli di Dio travestiti da uomini, la nuova casa di Betania che accoglie con gioia il Signore stesso, lui pure bisognoso di autentico calore umano e di affetto.
« Maria, sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola »
A questo punto, tenendo presente tutto quello che abbiamo fin qui detto, proviamoci ad analizzare meglio il brano evangelico propostoci.
L’episodio si svolge nella cornice del grande viaggio di Gesù a Gerusalemme, secondo il piano descrittivo di Luca (cf 9,51). In uno sfondo del genere si capisce benissimo sia il bisogno di Gesù di bussare alla porta di qualche amico ospitale, sia la gioia di chi è disposto a dargli non solo la propria casa ma, più ancora, se stesso.
È quanto in realtà faranno le due sorelle, Marta e Maria, dal carattere così diverso ma dal cuore ugualmente largo e generoso: « In quel tempo, Gesù entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo accolse nella sua casa. Essa aveva una sorella, di nome Maria, la quale, sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola; Marta invece era tutta presa dai molti servizi… » (Lc 10,38-42).
Pur essendo questa accoglienza premurosa di Gesù, da parte delle due sorelle, un esempio di ospitalità delicata e piena di amore, a rassomiglianza di quella di Abramo, ritengo che l’accento dell’Evangelista non vada posto su questo aspetto ma su altri, forse anche più importanti.
Prima di tutto, è interessante l’atteggiamento diverso delle due sorelle nei riguardi di Gesù: ambedue vogliono offrirgli il servizio della loro accoglienza, dargli un segno del loro amore. Solo che differiscono nei modi: per Marta quello che importa, in questo momento, è darsi da fare per preparare un buon pranzo al Signore, che è arrivato così all’improvviso. Perciò le dà fastidio che la sorella non le presti una mano nei servizi, e sollecita addirittura l’intervento di Gesù: « Signore, non ti curi che mia sorella mi ha lasciato sola a servire? Dille dunque che mi aiuti » (v. 40). Per Maria, invece, l’importante è godere di questo incontro con Cristo, « saziarsi » della sua presenza e della sua parola: essa è convinta che non è tanto Gesù ad avere bisogno della sua ospitalità, quanto lei della sua presenza. Se egli viene, è per dare più che per ricevere! E perciò, « sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola » (v. 39).
« Mettersi ai piedi » di qualcuno significa farsi suo discepolo: anche Paolo « fu istruito ai piedi di Gamaliele » (At 22,3); e prima ancora Gesù stesso, a dodici anni, fu ritrovato nel tempio « seduto in mezzo ai dottori » (Lc 2,46). È l’atteggiamento tipico del discepolo davanti al maestro. Maria perciò, davanti a Gesù, assume l’unico atteggiamento che si conviene: quello del discepolo che « ascolta » con docilità le parole della verità e dell’amore. Per questo Gesù la giustifica davanti alla sorella, piuttosto aggressiva e impacciosa: « Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, ma una sola è la cosa di cui c’è bisogno. Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta » (vv. 41-42).
E non solo la giustifica, ma addirittura sembra capovolgere la situazione: l’atteggiamento giusto non è quello di Marta, ma di Maria, perché « una sola è la cosa di cui c’è bisogno » (v. 42), e cioè il regno di Dio che ci viene incontro in Gesù. Credo infatti che l’equivalente di questa frase piuttosto enigmatica sia il lóghion che ritroviamo in Matteo: « Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta » (Mt 6,33).
Confrontato con la realtà del « regno » che ci viene incontro in Gesù, lo stesso problema del pranzo e del numero delle vivande è secondario: in questo senso Maria ha scelto « la parte migliore che non le sarà tolta » (v. 42), cioè non deperirà, non verrà a esaurirsi, come accade per il cibo materiale che è fatto per saziare la fame di quel momento. Il regno di Dio, infatti, è una realtà « escatologica » che si perfeziona nell’eternità! Non avendo ben colto questo passaggio di Gesù dal cibo materiale a quello « spirituale » dell’ascolto della Parola, molti codici si son trovati in difficoltà e hanno letto: « C’è bisogno di poche cose, anzi di una sola » (B,S,33 ecc.), quasi che Gesù si riferisse alle vivande, invitando così Marta a preparare quello che era strettamente necessario.

« Essere Marta e Maria » nello stesso tempo
Le due sorelle rappresentano due modi diversi di accogliere e di « servire » il Signore, non necessariamente in contrasto fra di loro, quanto piuttosto complementari. Il torto di Marta non è quello di mettersi a lavorare e a « servire » (= diakonéin) il Signore, quanto quello di « preoccuparsi » e di « agitarsi per molte cose » (v. 41). Tutta presa dal « lavoro », finisce stranamente per trascurare Colui, al quale era diretto tutto il suo lavoro!
È il rischio dell’attivismo e la frenesia della « prassi » che da sempre, ma oggi soprattutto, tentano i cristiani in genere, e la stessa Chiesa gerarchica, quasi che gli uomini siano più importanti di Dio e le « cose » più importanti di Colui che le ha fatte. Un « servire » anche generoso, come quello di Marta, senza aver prima molto « ascoltato », diventa fatalmente un agitarsi senza precisi contenuti, un vano « sprecarsi » per il bisogno di sentirsi « utili », o addirittura « necessari » per il regno di Dio, mentre di « necessario » c’è soltanto Cristo. Nel « fare », gli uomini il più spesso cercano solo se stessi!
È facile perciò vedere come Marta ha bisogno di essere integrata da Maria, cioè dal tipo di discepolo che prima di tutto « ascolta » fino in fondo il messaggio del Maestro, ha bisogno di innamorarsi di lui nella quiete e nel silenzio, di riempirsi gli occhi e il cuore di lui per poi gridarlo agli altri e saperlo davvero « riconoscere » nelle persone dei poveri e dei bisognosi, negli eventi e nelle più strane situazioni della vita.
Nella tradizione patristica, e spirituale in genere, si è visto nelle due sorelle il simbolo della vita attiva e di quella contemplativa, con la evidente preferenza che Gesù darebbe alla seconda sulla prima. Credo che sia una generosa, ma altrettanto forzata « accomodazione » di un brano evangelico a una situazione storica successiva, che si verrà delineando in seguito allo svilupparsi della spiritualità cristiana, soprattutto monastica.
A mio parere, stando alla rigorosità del metodo esegetico, Gesù vuol insegnarci che discepolo autentico del Vangelo è solo colui che prima sa porsi « ai piedi » del Maestro per « ascoltarne » il messaggio, da attuarsi poi nella pratica. Marta deve diventare più contemplativa, per « servire » degnamente il Signore: oltre tutto, quando avrà imparato che « una sola è la cosa di cui c’è bisogno » (v. 42), si sprecherà di meno attorno a cose inutili e superflue! Così come Maria ha pur bisogno di ricordarsi che anche Gesù ha fame e sete, e che bisogna non solo « saziarsi » di lui ma anche « saziarlo » in tutti coloro che ne portano impressa la immagine e la somiglianza. Le due sorelle non sono antitetiche, ma « complementari »!
Oggi che si parla tanto della « liberazione » della donna, questa scena evangelica potrebbe essere altamente significativa: per Gesù neppure la « casa » è capace di esaurirne tutte le risorse e la ricchezza di energie. Se Marta sembra perdersi in mezzo ai mestoli e alle pentole, Maria vola alta, fino a sprofondarsi nella ricerca e nella contemplazione di una verità e di un amore grandi quanto il mondo e più del mondo.

Da: CIPRIANI S., Convocati dalla Parola

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