Archive pour le 12 juillet, 2013

Parabola del buon Samaritano

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PREGHIERE ALLO SPIRITO SANTO

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PREGHIERE ALLO SPIRITO SANTO

Invocazioni allo Spirito Santo
Vieni Santo Spirito, dà un senso alla mia vita.
Vieni Santo Spirito trasfigura ai miei occhi il dolore e la sofferenza .
Vieni Santo Spirito, dona alla mia morte un senso.
Vieni Santo Spirito aiutami a non vedere negli altri presenze ingombranti od oggetti da sfruttare per i miei comodi, ma persone destinate ad una dignità immensa.
Vieni Santo Spirito, aiutami a scorgere i segni della tua presenza anche nella natura e negli eventi quotidiani.
Vieni Santo Spirito, fa che ogni legame terreno non venga avvolto dal mio egoismo.
Vieni Santo Spirito, rinvigorisci ed anima i legami familiari col tuo amore universale.
Vieni Santo Spirito,aiutami a non sentirmi un agglomerato di polvere disperso nel cosmo, ma tuo Tempio unificante.
Vieni Santo Spirito, dona ad ogni uomo, compreso me, l’identità in Gesù Cristo.
Vieni Santo Spirito, agisci nelle mie occupazioni quotidiane affiché siano secondo la tua volontà.
Spirito Santo, raccogli ogni disagio e malattia per l’edificazione del Regno.
Spirito Santo, donami occhi per vedere la tua infinita creatività in me e negli altri.
Spirito Santo, guida ogni mio passo alla luce del tuo amore.
Spirito Santo, conferisci un senso ad ogni cosa buona che faccio.
Spirito Santo, donami lo stupore per ammirare tutto ciò che di buono esiste nel Creato.
Spirito Santo, scalda il mio cuore affinché possa accogliere calorosamente ogni persona che metti sul mio cammino.
Spirito Santo donami il vero discernimento : che io possa conoscere la differenza tra il bene ed il male per mettere in pratica la tua volontà.
Spirito Santo anima e vivifica la mia mente, il mio cuore, la mia anima, affinché mi renda conto come tutto passa in questa breve vita terrena e fissi in ogni momento le cose di lassù e non quelle della terra.
Spirito Santo fa che non si inorgoglisca il mio cuore ma aiutami a servirti nell’umiltà.
Spirito Santo trasforma i miei rapporti con il prossimo: scendi su ogni persona che incontro e vivificala, in modo che possa essere edificata.
Spirito Santo, fa che nessuno si allontani da me scontento e rattristato, ma ognuno sia contagiato dal tuo immenso amore.
Spirito Santo aiutami ad essere riconoscente per tutti i doni che mi hai dato,che mi dai e che mi darai. Per l’esistenza, per la gioia e il dolore, per i cinque sensi, per la salute e la malattia, per la povertà e l’abbondanza, per ogni situazione che a te piace donarmi.
Spirito Santo aiutami a riconoscere il tuo tempio in me e negli altri e fa che non mi senta superiore a nessuno.
Spirito Santi, rinnova e rinforza in me la fede, la speranza e soprattutto la carità.
Spirito Santo, che io creda fermamente nella presenza corporale e divina di Gesù Cristo nell’Eucaristia.
Spirito Santo rinnova in me la vera contrizione dei miei peccati con il proposito di non più commetterli in ogni confessione.
Spirito Santo che io creda fermamente nella tua presenza vivificante nella mia famiglia e in tutte le famiglie del mondo.
Spirito Santo donami il vero discernimento della tua parola nelle Sacre Scritture, affinché diventino ogni giorno il mio nutrimento spirituale.
Spirito Santo, donami lo zelo per te e per tutti coloro che metti sul mio cammino.
Spirito Santo aiutami ad amare il Signore mio Dio con tutto il mio cuore, con tutta la mia anima, con tutte le mie forze, con tutta la mia mente.
Spirito Santi aiutami ad amare il prossimo mio come me stesso.
Spirito Santo aiutami a credere nel tuo infinito ed incommensurabile amore misericordioso. Fa che la mia limitatissima visuale non limiti la tua Onnipotenza.
Spirito Santo, aiutami a credere realmente nell’Onnipotenza di Dio in ogni situazione della mia vita.
Spirito Santo che io ti adori profondamente in ogni momento della mia vita fino all’ultimo respiro terreno, in modo che canti la misericordia del Signore per tutta l’eternità.

Spirito Santo, donami la speranza che anticipa la gioia futura. Aiutami a credere nell’infinita misericordia del Padre che desidera ardentemente la salvezza di tutti. Fammi credere profondamente al fatto che il Paradiso è stato preparato anche per me, misero peccatore. Fammi capire quanto La Santissima Trinità mi ami così come sono ed attende da me ogni gesto di riconoscenza. Spirito Santo, fa’ nascere in me la convinzione che Dio-Padre ha già riservato per tutti noi un posto in Paradiso tramite il Figlio che ci ha riscattati con la sua passione e morte. Fa che questa speranza effonda la gioia in ogni più nascosto cantuccio del mio animo, nel mio più remoto inconscio. Fa che desideri ardentemente il giorno della salvezza e che non tema la morte. Fa che il mio slancio quotidiano d’amore non venga smorzato dalle paure, dai dubbi, dalle perversità che semina in me il maligno. Fa che i miei rapporti con il prossimo non vengano sbiaditi dal velo della tiepidezza, della superficialità, del pregiudizio, dell’orgoglio, dell’egoismo e della perversione. Fammi vedere in ogni creatura umana il tuo sacro tempio.
Vieni Santo Spirito a purificare questo povera anima travagliata. Crea in me un cuore puro ed estingui il fuoco delle passioni che mi distolgono da te. Dona pace e serenità a me e a tutti coloro che incontro nel mio cammino. Fa che il mio amore si dilati e diventi universale. Spirito di discernimento, aiutami a capire che gli scrupoli sono solo il frutto di un profondo orgoglio, una inconscia presunzione di innocenza davanti al vero Innocente. Donami la pace interiore anche nella consapevolezza dell’inquinamento che c’è in me. A Te basta che io riconosca il mio nulla obiettivo, perché sei Spirito di verità e detesti ogni forma di menzogna. Se io mi credo innocente vivo nella menzogna. Quando riconosco le mie colpe, vivo nella Verità. E Tu sei pronto a irradiare il tuo infinito amore per queste povere creature bisognose di perdono. Tu le hai riscattate tramite il sangue di tuo Figlio e ciò dimostra quanto ci ami. Aiutami a credere profondamente nel tuo Amore, amore che perdona, che redime, che salva, che effonde gioia, pace, sicurezza. Amore che spazza via gli scrupoli negativi, i quali inibiscono l’azione, immobilizzano lo slancio d’amore, creano tristezza e depressione. Aiutami, o Spirito, a contemplare in ogni momento l’Amore trinitario.
Che la mia miseria sia neutralizzata dalla tua misericordia, la mia tristezza dalla tua gioia, la mia pigrizia dalla tua attività, la mia tiepidezza dal tuo entusiasmo, la mia supeficialita dalla tua profondità, la mia carnale passionalità dalla tua Passione divina, il mio orgoglio dalla tua umiltà, il mio egoismo dal tuo altruismo, la mia incostanza dalla tua determinazione, la mia fragilità dalla tua potenza, la mia ignoranza dalla tua sapienza, la mia freddezza dal tuo calore, la mia falsità dalla tua verità, la mia iposcrisia dalla tua sincerità, la mia artificiosità dalla tua spontaneità.
Ogni desiderio sia il tuo, ogni mio sguardo il tuo sguardo, ogni mia parola la tua parola, ogni mia azione la tua azione, ogni mio pensiero il tuo pensiero. Rivestimi di te, o Santo Spirito, e fa di me uno strumento d’amore per ogni essere che incontro lungo il mio cammino.

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GIOVANNI PAOLO II: CANTICO CFR COL 1,3.12-20

http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/audiences/2004/documents/hf_jp-ii_aud_20041124_it.html

GIOVANNI PAOLO II

UDIENZA GENERALE

MERCOLEDÌ, 24 NOVEMBRE 2004

CANTICO CFR COL 1,3.12-20

Cristo fu generato prima di ogni creatura,
è il primogenito di coloro che risuscitano dai morti
Vespri del Mercoledì della 2a settimana (Lettura: Col 1,3.12.15-17)

1. È risuonato ora il grande inno cristologico con cui si apre la Lettera ai Colossesi. In esso campeggia appunto la figura gloriosa di Cristo, cuore della liturgia e centro di tutta la vita ecclesiale. L’orizzonte dell’inno, tuttavia, ben presto s’allarga alla creazione e alla redenzione coinvolgendo ogni essere creato e l’intera storia.
In questo canto è rintracciabile il respiro di fede e di preghiera dell’antica comunità cristiana e l’Apostolo ne raccoglie la voce e la testimonianza, pur imprimendo all’inno il suo sigillo.
2. Dopo una introduzione nella quale si rende grazie al Padre per la redenzione (cfr vv. 12-14), due sono le strofe in cui si articola questo Cantico, che la Liturgia dei Vespri ripropone ogni settimana. La prima celebra Cristo come «primogenito di ogni creatura», ossia generato prima di ogni essere, affermando così la sua eternità che trascende spazio e tempo (cfr vv. 15-18a). Egli è l’«immagine», l’«icona» visibile di quel Dio che rimane invisibile nel suo mistero. Era stata questa l’esperienza di Mosè che, nel suo ardente desiderio di gettare uno sguardo sulla realtà personale di Dio, si era sentito rispondere: «Tu non potrai vedere il mio volto, perché nessun uomo può vedermi e restare vivo» (Es 33,20; cfr anche Gv 14,8-9).
Invece, il volto del Padre Creatore dell’universo diventa accessibile in Cristo, artefice della realtà creata: «Tutte le cose sono state create per mezzo di lui… e tutte sussistono in lui» (Col 1,16-17). Cristo dunque, da un lato, è superiore alle realtà create, ma dall’altro, è coinvolto nella loro creazione. Per questo può essere da noi visto come «immagine di Dio invisibile», reso a noi vicino attraverso l’atto creativo.
3. La lode in onore di Cristo procede, nella seconda strofa (cfr vv. 18b-20), verso un altro orizzonte: quello della salvezza, della redenzione, della rigenerazione dell’umanità da lui creata ma che, peccando, era piombata nella morte.
Ora, la «pienezza» di grazia e di Spirito Santo che il Padre ha posto nel Figlio fa sì che egli possa, morendo e risorgendo, comunicarci una nuova vita (cfr vv. 19-20).
4. Egli è pertanto celebrato come «il primogenito di coloro che risuscitano dai morti» (1,18b). Con la sua «pienezza» divina, ma anche col suo sangue sparso sulla croce, Cristo «riconcilia» e «rappacifica» tutte le realtà, celesti e terrestri. Egli le riporta così alla loro situazione originaria, ricreando l’armonia primigenia, voluta da Dio secondo il suo progetto d’amore e di vita. Creazione e redenzione sono, quindi, connesse tra loro come tappe di una stessa vicenda di salvezza.
5. Secondo il nostro solito, facciamo ora spazio alla meditazione dei grandi maestri della fede, i Padri della Chiesa. Sarà uno di essi a guidarci nella riflessione sull’opera redentrice compiuta da Cristo nel suo sangue sacrificale.
Commentando il nostro inno, san Giovanni Damasceno, nel Commento alle Lettere di san Paolo a lui attribuito, scrive: «San Paolo parla di « redenzione mediante il suo sangue » (Ef 1,7). È dato infatti come riscatto il sangue del Signore, che conduce i prigionieri dalla morte alla vita. Non era proprio possibile, per quelli che erano soggetti al regno della morte, essere liberati in altro modo, se non mediante colui che è diventato partecipe con noi della morte… Dall’operazione svolta con la sua venuta abbiamo conosciuto la natura di Dio che era prima della sua venuta. È infatti opera di Dio aver estinta la morte, restituito la vita e ricondotto a Dio il mondo. Perciò dice: « Egli è l’immagine del Dio invisibile » (Col 1,15), per manifestare che è Dio, anche se egli non è il Padre, ma l’immagine del Padre, e ha l’identità con lui, benché egli non sia lui» (I libri della Bibbia interpretati dalla grande tradizione, Bologna 2000, pp. 18.23).
Giovanni Damasceno poi conclude con uno sguardo d’insieme all’opera salvifica di Cristo: «La morte di Cristo salvò e rinnovò l’uomo; e riportò gli angeli alla primitiva gioia, a motivo dei salvati, e congiunse le realtà inferiori con quelle superiori… Fece infatti la pace e tolse di mezzo l’inimicizia. Perciò gli angeli dicevano: « Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace sulla terra »» (ibid., p. 37).

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14 LUGLIO 2013 | 15A DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO C : LECTIO DIVINA SU: LC 10,25-37

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/03-annoC/annoC/12-13/05-Ordinario/Omelie/15-Domenica-2013-C/15-Domenica-2013_C-JB.html

14 LUGLIO 2013  | 15A DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO C  |  PROPOSTA DI LECTIO DIVINA

LECTIO DIVINA SU: LC 10,25-37

Oggi il Vangelo non ha bisogno di molti commenti. La lezione di Gesù è tanto evidente come lo fu il giorno che la diede allo scriba. Di facile comprensione; non è stato facile il suo compimento.
In realtà, come pochi brani evangelici, questo chiama ad un cambio di comportamento radicale quanti si credono già sufficientemente buoni, perché pensano di essere buoni solo con Dio. Nello scriba che domanda a Gesù, siamo descritti tutti noi che siamo tanto preoccupati per la nostra salvezza, da non preoccuparci della salvezza – come semplice guarigione – del prossimo. Se oggi qualcosa caratterizza i buoni, è il loro modo di coniugare il proprio interesse personale con Dio con quello per gli uomini: ci preoccupa il non poter vivere vicini a Dio, ma non ci preoccupa il vivere vicini al prossimo. Ci domandiamo come arrivare a Dio e non sappiamo dove abbiamo lasciato il nostro prossimo. Abbiamo paura di allontanarci da Dio del quale abbiamo tanto bisogno, però senza vergogna ci allontaniamo dal prossimo che ha bisogno di noi.

In quel tempo, 25si presentò uno scriba e chiese a Gesù per metterlo alla prova:
« Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna »?
26 Gli disse: « Che cosa sta scritto nella Legge? Cosa hai letto »?
27 Gli rispose:
« Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutto il tuo essere. E il prossimo tuo come te stesso »!|
28 Gli disse; « Ben detto. Fai questo e vivrai ».
29 Ma il dottore della legge voleva giustificarsi, e chiese a Gesù: « E chi è il mio prossimo »?
30 Gesù gli disse:
« Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico, incappò nei briganti che lo spogliarono, lo malmenarono, lasciandolo mezzo morto. 31 Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e vistolo, prese una deviazione per evitarlo. 32E così fece un levita, giunto in quel luogo, al vederlo, prese una deviazione e lo evitò. 33 Un Samaritano, che era in viaggio giunse dove si trovava il malcapitato, lo vide e ne ebbe compassione, 334gli andò vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino, e, montandolo sulla propria cavalcatura, lo portò in una locanda e lo fece albergare. 35Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all’albergatore, dicendo: « Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo renderò al mio ritorno ».
36 « Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti »?
37 Gli rispose: « Chi ha avuto compassione di lui ».
Gesù gli disse: « Va’ e anche tu fai altrettanto ».
 1. LEGGERE: capire quello che dice il testo facendo attenzione a come lo dice

L’episodio si presenta come una conversazione con due parti ben definite (Lc 10,25-8.29-37); ambedue iniziano con una domanda dello scriba (Cosa devo fare?: Lc 10,28. Fai tu lo stesso; Lc 10,37). Decisivo non è domandare cosa fare, ma fare la volontà di Dio. E chi si avvicina a Gesù, anche se per scontrarsi, conoscerà il volere di Dio. L’incontro dello scriba con Gesù è motivato dal desiderio di sapere come salvarsi. Alla sua domanda, non certo male intenzionata, Gesù approfitta per spiegare il senso del primo comandamento della legge. Chi si avvicina a Gesù sa che deve fare di più, però non sa che fare per ereditare la vita eterna.
La prima parte è una discussione ‘scolastica’ tra esperti in legge; sopra un tema centrale che si apre per iniziativa dello scriba. Sebbene la sua domanda sembra sincera, il narratore ci rivela che non era bene intenzionato. Chi domanda deve sapere la risposta e il pensiero di Gesù: e di fatto, lo scriba la conosceva bene. Domandandogli perciò che dice la legge a riguardo (Lc 10,25), Gesù obbliga lo scriba a centrare l’attenzione non in quello che può dire, ma alla volontà scritta da Dio. Nella risposta si evidenzia l’obbedienza: ascoltare la parola (e metterla in pratica) lo farà vivere.
Nella seconda parte del dialogo l’iniziativa è di Gesù, benché sia provocato dalla domanda, per niente innocente, dello scriba: sì, ma chi è il mio prossimo? (Lc 10,29), Gesù risponde un po’ enigmaticamente, con una ‘parabola’. Obbliga così il suo interlocutore a cercare da se stesso -di nuovo- la risposta giusta. Però questa volta non nella Parola scritta, ma in un fatto di vita. Gesù gli fa vedere che non furono prossimi quelli che, per la fretta di servire Dio, non si avvicinarono all’uomo ferito e abbandonato. Prossimo è chi pratica misericordia con chi ne ha bisogno. Conoscerlo obbliga a praticarlo.

 2. MEDITARE: applicare alla vita quello che dice il testo!
Una domanda malintenzionata è occasione perché Gesù spieghi il senso del primo comandamento della legge. Certo che è importante conoscere anzitempo quello che riguarda la propria salvezza! Però chi fece la domanda sapeva già la risposta. L’uomo dovette scegliere tra le centinaia di precetti che regolano la vita del giusto, per scegliere i due che veramente importano. E Gesù, che non poté non dargli ragione, lo sfida a mettersi al lavoro: fai quello che dici e vivrai. Ma era proprio nel compromettersi, dove nascevano le difficoltà allo scriba in legge: sa quello che deve fare, amare Dio e il prossimo; però non sa come farlo, perché non sapeva chi era il suo prossimo.
Ci sono domande che non si dovrebbero porre a Gesù, perché le loro risposte sono già rivelate nella Parola di Dio. Eredita il cielo chi ama con totale esclusività Dio, e come se stesso il prossimo. Curiosamente lo scriba, che conosce la legge, non incontra difficoltà nell’amore che deve a Dio, un amore totale, senza crepe, permanente e indiviso…ma deve anche sapere che è il prossimo che deve amare come ama se stesso. Si immagina che può amare Dio come merita di essere amato. Gli sembra facile amare un Dio che esige tutto. Incontra però problemi nell’identificare il prossimo che deve amare come ama se stesso. La difficoltà non sta dunque nell’amare, ma nell’identificare chi amare. Risulta scioccante sapere che chi, come lo scriba, non incontra difficoltà ad amare Dio come lui esige, non sa chi è il prossimo che si deve amare come se stessi. Non potrà amare il prossimo chi non ama Dio con tutto il cuore, con tutta la sua mente, con tutta la sua forza.
La domanda dello scriba fu malintenzionata, non tanto perché in anticipo supera la risposta, ma quanto perché non considerava già dall’inizio il suo prossimo. Pensava che amare Dio fosse più facile che amare il prossimo. Immaginava che poteva conoscere Dio senza sapere dove stava il suo fratello. Credeva di amare un Dio che non è prossimo dell’uomo, mentre si domandava quale era il suo prossimo da amare. Si illudeva che quel Dio gli era familiare, però non vedeva che ogni uomo era il suo prossimo. Dava per scontato quello che non è ovvio in ogni parola, e dimenticava l’evidente. Con la sua domanda lo scriba pensava di liberarsi dell’obbedienza, in realtà condanna se stesso, come tante volte facciamo noi quando ci dichiariamo disposti a servire Dio, mentre neghiamo il servizio a chi veramente ci sta vicino. Servire Dio non significa perciò servirci di Lui, ma servire chi ha bisogno di noi.
E’ rovinoso sapere che il problema di quest’uomo, che tanto bene conosceva la legge, era quello di ignorare chi era il suo prossimo; sapeva cosa fare però non conosceva a chi doveva farlo. Questo è sempre è stato il problema del credente: dare a Dio l’amore che gli si deve; ma si deve a maggior ragione amare anche il prossimo. È una difficoltà propria di chi vive studiando per comprendere Dio: a forza di accumulare conoscenze su Dio, disconosce chi è il prossimo, la persona che si deve amare come se stesso; illuso di stare vicino a Dio, si dimentica di porsi al lato del suo prossimo. Come non dare ragione allo scriba quando si domanda se c’è qualcuno, fuori di Dio, che si merita l’amore che noi diamo a Lui? E’ logico che Dio possa esigere da noi un amore totale; ma è anche normale che noi non lo riusciamo a dare. Però: chi può sognare di essere amato come ognuno ama se stesso? Chi è poi in realtà il mio prossimo?
E’ quello che Gesù risponde con una parabola, aiutando così a identificare il prossimo. La storia che narra Gesù è tanto reale come la vita stessa: Verso un uomo che aveva bisogno di aiuto, tre sconosciuti prendono atteggiamenti diversi: i primi due, uomini di Dio, lo vedono e lo ignorano, disinteressandosi di lui. Il terzo, un disprezzato samaritano, lo vede, ha pietà, si ferma, si avvicina e gli presta aiuto immediato: gli darà il suo tempo, il suo denaro, le sue cure; e quando lo lascia, lo lascerà ben accudito da altri. Dunque, il samaritano, che non è considerato un buon uomo e neppure un buon vicino, è l’unico, tra quelli che passarono lungo il suo cammino, che agisce come il « prossimo » del ferito: solo lui si avvicina al bisognoso e lo aiuta.
Con la narrazione di una parabola Gesù ci aiuta a incontrare la soluzione, senza darcela esplicitamente: prossimo non è un uomo che ci è vicino, ma quello che ha bisogno di noi e al quale noi dobbiamo avvicinarci. E’ il mio prossimo chi necessita del mio tempo e del mio aiuto, della mia solidarietà e della mia assistenza; è chiunque mi sta lontano, oppure mi è sconosciuto, straniero, oppure nemico (il samaritano). Il mio prossimo non è prossimo, perché mi è vicino, oppure mi è familiare, ma quello a cui mi devo avvicinare perché è in difficoltà e ha bisogno del mio aiuto. Il precetto dell’amore al prossimo si estende, verso limiti insospettabili, meglio ancora fastidiosi; non solamente perché dobbiamo incaricarci verso chi abbisogna del nostro aiuto, chiunque esso sia; ma soprattutto perché: finché c »è qualcuno che ha bisogno di me non smetterò di amare il mio prossimo come me stesso.
E non è per niente casuale nella parabola che coloro che si dedicavano a servire Dio, girarono alla larga e schivarono il bisognoso. Gesù critica seriamente coloro che per vivere assorti nei loro obblighi verso Dio, girano alla larga di quanti hanno bisogno: nel bisognoso ognuno si incontra vicino al suo prossimo e al suo Dio. Non vi è occupazione più santa e più urgente che curarsi di Dio, del quale tanto abbiamo bisogno e curarci del prossimo che tanto ha bisogno di noi.
Ci sarebbe da aggiustare, in più, il carico critico della narrazione di Gesù: gli uomini che meno si interessarono al prossimo, furono quelli più interessati verso Dio; credenti che vivevano, sinceramente per il culto verso Dio, non coltivarono la fraternità col bisognoso: Uomini di Dio, non furono però buoni uomini. Erano vicini sempre a Dio, ma non arrivarono ad avvicinarsi all’uomo che incontrarono lungo il cammino. Occupati a servire Dio, non trovarono tempo e neppure il desiderio di occuparsi di chi chiedeva il loro aiuto. Tutta la loro vita era dedicata a Dio, e per questo tralasciarono di dedicarsi almeno alcune ore al loro prossimo. Consacrati a un Dio che non aveva bisogno di nulla, pensavano di non potersi impegnare con chi cercava il loro aiuto.
L’insegnamento è chiaro, e lo scriba lo capì facilmente. Il prossimo non è chi sta vicino a noi e che possiamo accudire facilmente quando ha bisogno di aiuto; il prossimo è quello che, bisognoso, chiede il nostro aiuto, solidarietà, compagnia e compassione e perciò ci invita a correre in suo aiuto. Il prossimo che dobbiamo amare non è quello che conosciamo da sempre, quello con il quale conviviamo, e del quale ci sono familiari i suoi gusti e i suoi difetti; il prossimo che dobbiamo amare è quello a cui ci dobbiamo avvicinare perché ci apre alle sue difficoltà; è quello che ci confida tutto ciò che vive, che dipende dagli altri per poter vivere o curarsi. Questo è il nostro prossimo; questa è la persona che dobbiamo amare come noi stessi.
Non bisogna avere molta immaginazione per vedere qui riflesso il nostro comportamento; andiamo cercando Dio per tutta la vita e ignoriamo il prossimo bisognoso, che è il volto autentico del Dio che cerchiamo; bisognosi come siamo di Dio, non teniamo conto di quanti hanno bisogno di noi. Continuiamo coltivando una vita di fede e rimaniamo insensibili al prossimo; desideriamo ottenere da Dio un amore e la Sua misericordia, ma non siamo disposti a darli a chi li chiede a noi; camminiamo verso Dio, anelando il suo apprezzamento, ma disprezzando quanti incontriamo sul nostro cammino.
Gesù ha insegnato chi è il prossimo da amare ad uno scriba, lo ha fatto per la sua salvezza.
Dio occorre amarlo con tutto quello che siamo e abbiamo. Dobbiamo amarlo anche riconoscendolo nel prossimo, solamente come uno ama se stesso. Non sono due amori identici; però il secondo è la prova del primo. Chi vede un prossimo bisognoso e non si avvicina, gli gira alla larga, non ama se stesso, e neppure ama Dio come dovrebbe. Gesù ci ricorda oggi che non c’è vero amore verso Dio, né culto autentico, senza un amore concreto verso il bisognoso che incontriamo. Gesù ci insegna che l’amore verso il prossimo, sia verso quello a cui mi avvicino, perché dipende da me, che a quello lontano a cui mi devo avvicinare per aiutarlo nei suoi bisogni, va concretizzato e non permette nessuna scusante: farci prossimo di chi ha bisogno di noi è compiere la legge. Fai questo e vivrai.

JUAN JOSE BARTOLOME sdb

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