Archive pour le 10 juillet, 2013

Detail – Icon of St. Benedict, Dormition Abbey, Jerusalem

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L’ATTUALITÀ DELLA REGOLA DI S. BENEDETTO – INCAMMINIAMOCI SU QUESTA STRADA CON IL VANGELO A NOSTRA GUIDA

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L’ATTUALITÀ DELLA REGOLA DI S. BENEDETTO

INCAMMINIAMOCI SU QUESTA STRADA CON IL VANGELO A NOSTRA GUIDA

Estratto dal libro « Alla ricerca di Dio – La strada di S. Benedetto » di Esther de Waal, edito a cura della Comunità monastica benedettina di S. Giovanni Evangelista – Lecce

Il mondo in cui San Benedetto nacque era turbato, lacerato, diviso, insicuro e la Chiesa era travagliata così come le istituzioni civili. Era un mondo senza punti di riferimento. Aveva questo in comune con il ventesimo secolo. La vita era una pressante lotta per rendersi conto di quello che accadeva. La caduta di Roma nel 410 d.C., settant’anni prima della nascita di San Benedetto, era stata uno shock traumatico per l’intero mondo civile, e da allora le invasioni di successive orde barbariche avevano cominciato a smembrare l’impero. A metà secolo gli Unni stavano devastando l’Italia settentrionale e Roma era stata saccheggiata una seconda volta. Anche la Chiesa era lacerata al suo interno, non solo afflitta da guerre e disordini politici, ma divisa teologicamente, specialmente sulla questione della grazia, che era la questione maggiore del quinto secolo. I cristiani avranno dovuto certamente guardare indietro con nostalgia all’epoca dei Padri e si saranno chiesti se mai di nuovo la Chiesa avrebbe prodotto un Sant’ Agostino ed una Città di Dio per mantenere la promessa di pace, di ordine e di luce in un contesto che invece sembrava precipitare rapidamente nel caos. Proprio in questa situazione apparve l’uomo che costruì un’arca che sarebbe sopravvissuta al temporale che s’annunciava, un’arca non fatta da mani d’uomo nella quale sarebbero potuti entrare a due a due i valori umani ed eterni, da conservare finché le acque non si fossero placate, un’arca inoltre che avrebbe superato non solo quel secolo inquieto, ma i successivi quindici secoli e che ha ancora oggi la capacità di portare molti in porto, incolumi. Il costruttore di quell’arca è essenzialmente conosciuto da noi attraverso il suo manoscritto, la Regola.

San Benedetto si rivolge ai suoi ascoltatori dapprima come a reclute per l’armata, poi, come a lavoratori nell’officina di Dio,quindi, come a pellegrini sulla strada, ed infine, come a discepoli nella scuola. Ognuno di noi deve ascoltare la chiamata in modi diversi; una cosa avremo in comune: il messaggio deve essere ascoltato ora; ci dobbiamo risvegliare, ci dobbiamo scuotere dalla nostra apatia.

La Regola indaga sulle scelte che viviamo e considera alcune delle questioni più basilari, che noi tutti dobbiamo affrontare. Come crescere e realizzare noi stessi? Dove possiamo trovare la guarigione per maturare in pienezza? Come stabilire relazioni con quelli che sono intorno a noi? Con il mondo naturale? Con Dio? Se pensiamo a tutte le alienazioni che dobbiamo risolvere ed eliminare, a quelle alienazioni che troviamo nel racconto della caduta nella Genesi: alienazioni l’uno dall’altro, dalla natura, da Dio stesso, scopriamo che tutte hanno il loro punto di partenza in noi stessi. Così le parole familiari al mondo occidentale come radici, appartenenza, comunità, realizzazione, condivisione, spazio, ascolto, silenzio, che ascoltiamo spesso in conferenze, incontri, sermoni, discussioni, sono anche le parole-chiave della Regola. Per amare ed essere amati, per realizzarci come uomini, abbiamo bisogno di ritrovare il senso, il significato delle cose; abbiamo bisogno di un luogo cui appartenere, e non semplicemente in senso geografico; abbiamo bisogno della libertà, ma anche dell’autorità. La Regola conosce molto bene il paradosso secondo cui tutti abbiamo bisogno di stare sia nella piazza dei mercato che nel deserto; ci uniamo in un’adorazione comune, ma vogliamo anche poter pregare da soli; sentiamo vitale l’impegno della stabilità, ma anche l’apertura al cambiamento. Qui non c’è evasione dalla complessità della vita; e, ancora, il paradosso con cui termina il Prologo è che il cammino verso Dio sembra qualcosa di modesto, di agevole, mentre nello stesso tempo richiede un impegno totale. Sono esigenze, queste, di estrema semplicità, che però costano molto.
Ognuno di noi ha bisogno di aiuto, se deve affrontare la realtà, se deve scegliere la strada di Dio come creatura completa ed integra. Non c’è niente di inconsueto in quella chiamata del Prologo, niente di nuovo. E’ saggezza antica, ma è anche contemporanea. E’ un richiamo al barlume divino di ciascuno, mai estinto del tutto, ma bisognoso di riaccensione. In un’epoca di estrema complessità, uomini e donne cercano ancora più disperatamente una luce, poiché senza di essa non c’è speranza. Ecco perché la Regola di San Benedetto parla ad ognuno di noi, risponde ad un bisogno profondo.
I significati di restrizione, di misura, di controllo, persino di burocrazia, che ha oggi la parola regola, non incoraggiano, comunque, la maggior parte di noi a guardare con entusiasmo a una guida, a una simile via. Neanche la modesta valutazione di San Benedetto, secondo il quale essa non è nulla di più che una « piccola regola per principianti » ci rassicura. L’ordinamento di San Benedetto non è né un libro di decreti, né un codice. Non impone, ma indica una via. E’ un testo creativo, che armonizza l’affermazione dell’essenziale con l’elasticità delle sue forme di applicazione pratica. Nei quindici secoli passati, uomini e donne che vivevano fuori della vita monastica benedettina ritornavano ad essa, come fosse una primavera, considerandola come la causa dei loro rinnovamento personale e della loro riforma comunitaria, trovandola ancora rilevante, appropriata, ispiratrice. Così anche coloro che tra noi vivono fuori del monastero, se, nelle diverse situazioni della vita, la lasceranno parlare, scopriranno che essa risponde ai loro bisogni con la sua saggezza immediata, pratica e viva.
Mai San Benedetto dice di essere interessato ad incoraggiare persone singolari a compiere imprese eccezionali. I suoi monaci sono gente comune ed egli li condurrà per strade che sono accessibili a persone normali. Ripetutamente la Regola tiene in debito conto la debolezza umana. Infatti l’importanza di ciò che è ordinario è uno dei grandi principí-guida della Regola, uno dei principi che « rende possibile a gente comune vivere una vita dal valore assolutamente straordinario », come si esprime il cardinale Basil Hume.
Ripetutamente la Regola riconosce la debolezza umana: « Nell’istituire questi precetti, speriamo di non stabilire niente di duro, niente di penoso » (RB Prol 46). L’essenza dell’insegnamento benedettino è condensata in una piccola frase di Thomas Merton, scritta nel 1945, proprio all’inizio della sua vita monastica, nell’abbazia cistercense del Gethsemani nel Kentucky, quando sostenne che «l’impegno nel fare tutto ciò che è ordinario con calma e nel modo più perfetto per la gloria di Dio è il bello dell’autentica vita benedettina ».

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BENEDETTO XVI : SAN BENEDETTO DA NORCIA (11 LUGLIO)

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/audiences/2008/documents/hf_ben-xvi_aud_20080409_it.html

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

PIAZZA SAN PIETRO

MERCOLEDÌ, 9 APRILE 2008

SAN BENEDETTO DA NORCIA (11 LUGLIO)

Cari fratelli e sorelle,

vorrei oggi parlare di san Benedetto, Fondatore del monachesimo occidentale, e anche Patrono del mio pontificato. Comincio con una parola di san Gregorio Magno, che scrive di san Benedetto: “L’uomo di Dio che brillò su questa terra con tanti miracoli non rifulse meno per l’eloquenza con cui seppe esporre la sua dottrina” (Dial. II, 36). Queste parole il grande Papa scrisse nell’anno 592; il santo monaco era morto appena 50 anni prima ed era ancora vivo nella memoria della gente e soprattutto nel fiorente Ordine religioso da lui fondato. San Benedetto da Norcia con la sua vita e la sua opera ha esercitato un influsso fondamentale sullo sviluppo della civiltà e della cultura europea. La fonte più importante sulla vita di lui è il secondo libro dei Dialoghi di san Gregorio Magno. Non è una biografia nel senso classico. Secondo le idee del suo tempo, egli vuole illustrare mediante l’esempio di un uomo concreto – appunto di san Benedetto – l’ascesa alle vette della contemplazione, che può essere realizzata da chi si abbandona a Dio. Quindi ci dà un modello della vita umana come ascesa verso il vertice della perfezione. San Gregorio Magno racconta anche, in questo libro dei Dialoghi, di molti miracoli compiuti dal Santo, ed anche qui non vuole semplicemente raccontare qualche cosa di strano, ma dimostrare come Dio, ammonendo, aiutando e anche punendo, intervenga nelle concrete situazioni della vita dell’uomo. Vuole mostrare che Dio non è un’ipotesi lontana posta all’origine del mondo, ma è presente nella vita dell’uomo, di ogni uomo.

Questa prospettiva del “biografo” si spiega anche alla luce del contesto generale del suo tempo: a cavallo tra il V e il VI secolo il mondo era sconvolto da una tremenda crisi di valori e di istituzioni, causata dal crollo dell’Impero Romano, dall’invasione dei nuovi popoli e dalla decadenza dei costumi. Con la presentazione di san Benedetto come “astro luminoso”, Gregorio voleva indicare in questa situazione tremenda, proprio qui in questa città di Roma, la via d’uscita dalla “notte oscura della storia” (cfr Giovanni Paolo II, Insegnamenti, II/1, 1979, p. 1158). Di fatto, l’opera del Santo e, in modo particolare, la sua Regola si rivelarono apportatrici di un autentico fermento spirituale, che mutò nel corso dei secoli, ben al di là dei confini della sua Patria e del suo tempo, il volto dell’Europa, suscitando dopo la caduta dell’unità politica creata dall’impero romano una nuova unità spirituale e culturale, quella della fede cristiana condivisa dai popoli del continente. E’ nata proprio così la realtà che noi chiamiamo “Europa”.

La nascita di san Benedetto viene datata intorno all’anno 480. Proveniva, così dice san Gregorio, “ex provincia Nursiae” – dalla regione della Nursia. I suoi genitori benestanti lo mandarono per la sua formazione negli studi a Roma. Egli però non si fermò a lungo nella Città eterna. Come spiegazione pienamente credibile, Gregorio accenna al fatto che il giovane Benedetto era disgustato dallo stile di vita di molti suoi compagni di studi, che vivevano in modo dissoluto, e non voleva cadere negli stessi loro sbagli. Voleva piacere a Dio solo; “soli Deo placere desiderans” (II Dial., Prol 1). Così, ancora prima della conclusione dei suoi studi, Benedetto lasciò Roma e si ritirò nella solitudine dei monti ad est di Roma. Dopo un primo soggiorno nel villaggio di Effide (oggi: Affile), dove per un certo periodo si associò ad una “comunità religiosa” di monaci, si fece eremita nella non lontana Subiaco. Lì visse per tre anni completamente solo in una grotta che, a partire dall’Alto Medioevo, costituisce il “cuore” di un monastero benedettino chiamato “Sacro Speco”. Il periodo in Subiaco, un periodo di solitudine con Dio, fu per Benedetto un tempo di maturazione. Qui doveva sopportare e superare le tre tentazioni fondamentali di ogni essere umano: la tentazione dell’autoaffermazione e del desiderio di porre se stesso al centro, la tentazione della sensualità e, infine, la tentazione dell’ira e della vendetta. Era infatti convinzione di Benedetto che, solo dopo aver vinto queste tentazioni, egli avrebbe potuto dire agli altri una parola utile per le loro situazioni di bisogno. E così, riappacificata la sua anima, era in grado di controllare pienamente le pulsioni dell’io, per essere così un creatore di pace intorno a sé. Solo allora decise di fondare i primi suoi monasteri nella valle dell’Anio, vicino a Subiaco.

Nell’anno 529 Benedetto lasciò Subiaco per stabilirsi a Montecassino. Alcuni hanno spiegato questo trasferimento come una fuga davanti agli intrighi di un invidioso ecclesiastico locale. Ma questo tentativo di spiegazione si è rivelato poco convincente, giacché la morte improvvisa di lui non indusse Benedetto a ritornare (II Dial. 8). In realtà, questa decisione gli si impose perché era entrato in una nuova fase della sua maturazione interiore e della sua esperienza monastica. Secondo Gregorio Magno, l’esodo dalla remota valle dell’Anio verso il Monte Cassio – un’altura che, dominando la vasta pianura circostante, è visibile da lontano – riveste un carattere simbolico: la vita monastica nel nascondimento ha una sua ragion d’essere, ma un monastero ha anche una sua finalità pubblica nella vita della Chiesa e della società, deve dare visibilità alla fede come forza di vita. Di fatto, quando, il 21 marzo 547, Benedetto concluse la sua vita terrena, lasciò con la sua Regola e con la famiglia benedettina da lui fondata un patrimonio che ha portato nei secoli trascorsi e porta tuttora frutto in tutto il mondo.

Nell’intero secondo libro dei Dialoghi Gregorio ci illustra come la vita di san Benedetto fosse immersa in un’atmosfera di preghiera, fondamento portante della sua esistenza. Senza preghiera non c’è esperienza di Dio. Ma la spiritualità di Benedetto non era un’interiorità fuori dalla realtà. Nell’inquietudine e nella confusione del suo tempo, egli viveva sotto lo sguardo di Dio e proprio così non perse mai di vista i doveri della vita quotidiana e l’uomo con i suoi bisogni concreti. Vedendo Dio capì la realtà dell’uomo e la sua missione. Nella sua Regola egli qualifica la vita monastica “una scuola del servizio del Signore” (Prol. 45) e chiede ai suoi monaci che “all’Opera di Dio [cioè all’Ufficio Divino o alla Liturgia delle Ore] non si anteponga nulla” (43,3). Sottolinea, però, che la preghiera è in primo luogo un atto di ascolto (Prol. 9-11), che deve poi tradursi nell’azione concreta. “Il Signore attende che noi rispondiamo ogni giorno coi fatti ai suoi santi insegnamenti”, egli afferma (Prol. 35). Così la vita del monaco diventa una simbiosi feconda tra azione e contemplazione “affinché in tutto venga glorificato Dio” (57,9). In contrasto con una autorealizzazione facile ed egocentrica, oggi spesso esaltata, l’impegno primo ed irrinunciabile del discepolo di san Benedetto è la sincera ricerca di Dio (58,7) sulla via tracciata dal Cristo umile ed obbediente (5,13), all’amore del quale egli non deve anteporre alcunché (4,21; 72,11) e proprio così, nel servizio dell’altro, diventa uomo del servizio e della pace. Nell’esercizio dell’obbedienza posta in atto con una fede animata dall’amore (5,2), il monaco conquista l’umiltà (5,1), alla quale la Regola dedica un intero capitolo (7). In questo modo l’uomo diventa sempre più conforme a Cristo e raggiunge la vera autorealizzazione come creatura ad immagine e somiglianza di Dio.

All’obbedienza del discepolo deve corrispondere la saggezza dell’Abate, che nel monastero tiene “le veci di Cristo” (2,2; 63,13). La sua figura, delineata soprattutto nel secondo capitolo della Regola, con un profilo di spirituale bellezza e di esigente impegno, può essere considerata come un autoritratto di Benedetto, poiché – come scrive Gregorio Magno – “il Santo non poté in alcun modo insegnare diversamente da come visse” (Dial. II, 36). L’Abate deve essere insieme un tenero padre e anche un severo maestro (2,24), un vero educatore. Inflessibile contro i vizi, è però chiamato soprattutto ad imitare la tenerezza del Buon Pastore (27,8), ad “aiutare piuttosto che a dominare” (64,8), ad “accentuare più con i fatti che con le parole tutto ciò che è buono e santo” e ad “illustrare i divini comandamenti col suo esempio” (2,12). Per essere in grado di decidere responsabilmente, anche l’Abate deve essere uno che ascolta “il consiglio dei fratelli” (3,2), perché “spesso Dio rivela al più giovane la soluzione migliore” (3,3). Questa disposizione rende sorprendentemente moderna una Regola scritta quasi quindici secoli fa! Un uomo di responsabilità pubblica, e anche in piccoli ambiti, deve sempre essere anche un uomo che sa ascoltare e sa imparare da quanto ascolta.

Benedetto qualifica la Regola come “minima, tracciata solo per l’inizio” (73,8); in realtà però essa offre indicazioni utili non solo ai monaci, ma anche a tutti coloro che cercano una guida nel loro cammino verso Dio. Per la sua misura, la sua umanità e il suo sobrio discernimento tra l’essenziale e il secondario nella vita spirituale, essa ha potuto mantenere la sua forza illuminante fino ad oggi. Paolo VI, proclamando nel 24 ottobre 1964 san Benedetto Patrono d’Europa, intese riconoscere l’opera meravigliosa svolta dal Santo mediante la Regola per la formazione della civiltà e della cultura europea. Oggi l’Europa – uscita appena da un secolo profondamente ferito da due guerre mondiali e dopo il crollo delle grandi ideologie rivelatesi come tragiche utopie – è alla ricerca della propria identità. Per creare un’unità nuova e duratura, sono certo importanti gli strumenti politici, economici e giuridici, ma occorre anche suscitare un rinnovamento etico e spirituale che attinga alle radici cristiane del Continente, altrimenti non si può ricostruire l’Europa. Senza questa linfa vitale, l’uomo resta esposto al pericolo di soccombere all’antica tentazione di volersi redimere da sé – utopia che, in modi diversi, nell’Europa del Novecento ha causato, come ha rilevato il Papa Giovanni Paolo II, “un regresso senza precedenti nella tormentata storia dell’umanità” (Insegnamenti, XIII/1, 1990, p. 58). Cercando il vero progresso, ascoltiamo anche oggi la Regola di san Benedetto come una luce per il nostro cammino. Il grande monaco rimane un vero maestro alla cui scuola possiamo imparare l’arte di vivere l’umanesimo vero.

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