Archive pour le 5 juillet, 2013

The Transfiguration (una icona con i 72 dicepoli non l’ho trovata)

The Transfiguration (una icona con i 72 dicepoli non l'ho trovata) dans immagini sacre transfigfeature

http://www.goodshepherdbh.org/2011/08/01/more-than-meets-the-eye/

Publié dans:immagini sacre |on 5 juillet, 2013 |Pas de commentaires »

ISAIA 66,10-14 – COMMENTO

http://www.nicodemo.net/NN/ms_pop_vedi1.asp?ID_festa=235

ISAIA 66,10-14

10 Rallegratevi con Gerusalemme, esultate per essa quanti la amate. Sfavillate di gioia con essa voi tutti che avete partecipato al suo lutto. 11 Così succhierete al suo petto e vi sazierete delle sue consolazioni; succhierete con delizia all’abbondanza del suo seno.
12 Poiché così dice il Signore: « Ecco io farò scorrere verso di essa, come un fiume, la prosperità; come un torrente in piena la ricchezza dei popoli; i suoi bimbi saranno portati in braccio, sulle ginocchia saranno accarezzati.
13 Come una madre consola un figlio, così io vi consolerò; in Gerusalemme sarete consolati. 14 Voi lo vedrete e gioirà il vostro cuore, le vostre ossa saranno rigogliose come erba fresca. La mano del Signore si farà manifesta ai suoi servi ».

COMMENTO
Isaia 66,10-14c

La maternità di Dio

Il brano liturgico è ricavato dalla terza parte del libro di Isaia, chiamato Terzo Isaia (Is 56-66), che consiste in una raccolta di oracoli composti dopo il ritorno dei giudei dall’esilio babilonese. Esso si trova al termine della quarta e ultima parte della raccolta (Is 63-66), che si apre con un brano apocalittico (63,1-6), cui fa seguito una lunga meditazione sulla storia di Israele (63,7 – 64,11). Dopo una polemica nei confronti dell’idolatria di Israele (65,1-7) e un testo in cui si contrappone la salvezza dei giusti alla rovina dei malvagi (65,8-16), è affrontato poi il tema apocalittico della nuova creazione (65,17 – 66,24).

In questa sezione viene riportato anzitutto un oracolo in cui il profeta preannunzia l’inizio di un’era di pace, in cui tutti avranno lunga vita e abbondanza di beni materiali, unitamente al favore divino; persino gli animali selvaggi si riconcilieranno con quelli domestici e non faranno più male a nessuno (65,20-25). Il brano successivo inizia con questa domanda: «Quale casa mi potreste costruire?» (Is 66,1-2). Non certo un tempio dove «uno sacrifica un giovenco e poi uccide un uomo, … uno brucia incenso e poi venera l’iniquità» (66,3). Il vero tempio, che Dio vuole, è una comunità nuova, una società di uomini onesti e responsabili. Ma nessuno, all’infuori di Dio, può far nascere questa comunità nuova. Perciò si annunzia che, senza i dolori del parto, viene alla luce un maschio (v. 7). È una nascita che suscita meraviglia e sorpresa: essa è simbolo di qualcosa ancora più incredibile, cioè la nascita simultanea di un popolo intero. Ebbene qui si tratta appunto della nascita di un popolo: la madre Sion ha partorito i suoi figli (v. 8). È un miracolo inatteso e imprevisto, è l’opera stupenda di Dio. Infatti Dio, che «apre» il grembo materno, cioè che ha creato la donna perché partorisca, può dare la fecondità e far generare figli (v. 9).

Inizia qui il brano liturgico, che è un inno di gioia per la rinascita di Gerusalemme. Anzitutto il profeta invita coloro che amano la città santa a rallegrarsi con lei. Essi, che prima erano in lutto, adesso sono invitati a sfavillare di gioia (v. 10). Coloro ai quali è rivolto l’invito sono tutti gli abitanti di Gerusalemme, soprattutto quelli che erano desolati e depressi per la situazione di rovina in cui era caduta la città. Ora tutto è cambiato, la città è risorta, ed essi devono rallegrarsi.

La gioia che esplode nella città santa deriva dalla ricchezza dei beni di cui essa è arricchita, segno della benevolenza divina. Gerusalemme è immaginata come una madre che allatta i suoi figli, li riempie di consolazione e li inonda della sua gloria (v. 11). L’abbondanza di cui gode la città non è frutto del lavoro dei suoi abitanti, ma il segno di una benevolenza divina che raggiunge abbondantemente tutti i suoi abitanti. Infatti essa deriva direttamente da Dio, il quale farà scorrere verso di essa, come un fiume ricco d’acqua, la pace, e con questa la gloria delle genti (v. 12a). Viene qui ripreso un tema tipico del Terzo Isaia che descrive il futuro radioso di Gerusalemme come l’arrivo dei gentili che, in pellegrinaggio, si recano al tempio per adorare il Dio di Israele portando con sé in dono tutti i loro beni (cfr. Is 60,1-22). Ritorna poi nuovamente l’immagine della madre che allatta i suoi figli, li porta in braccio, li fa sedere sulle sue ginocchia e li accarezza (v. 12b). Questa volta però l’uso del passivo significa che il soggetto non è più direttamente la città, ma Dio stesso che ha profuso in essa i suoi doni.

L’immagine della madre viene poi ripresa nel versetto successivo (v. 13). Nei confronti degli abitanti di Gerusalemme, Dio è come una madre che consola il suo figlio, e lo fa proprio nella città in cui vivono. Infine Dio dà una solenne conferma di quanto ha promesso, assicurando che essi, cioè gli abitanti di Gerusalemme, lo vedranno, il loro cuore gioirà e le loro ossa saranno rigogliose come l’erba (v. 14a). La liturgia omette la seconda parte del v. 14 in cui si dice che «la mano del Signore», cioè la sua potenza, sarà causa di causa di benessere per i suoi servi, ma motivo di collera per i suoi nemici. A questo tema sono riservati i successivi vv. 15-18, mentre nel brano successivo, con in quale si chiude il libro di Isaia (Is 66,22-24), si riprende il tema della nuova creazione.

Linee interpretative

In un momento nel quale in primo piano si trova la preoccupazione per la ricostruzione del tempio, questo brano va veramente contro corrente. In esso l’accento viene posto non sull’edificio materiale, ma sulla nascita di un popolo fedele a Dio. Senza di esso il tempio non ha ragione di esistere. Non si tratta però dell’effetto di un’iniziativa umana, ma di un’opera compiuta direttamente da Dio. Solo Dio infatti può dare vita a un popolo. Si tratta quindi di un dono straordinario, di fronte al quale non c’è altro da fare che rallegrarsi con grande riconoscenza. Che nasca una comunità giusta e santa, prospera e pacifica, è un vero miracolo di Dio. La nascita di una tale comunità è una cosa meravigliosa e inattesa. È questa la speranza che il Terzo Isaia coltiva e mantiene viva tra i giudei rimpatriati a Gerusalemme.

La rinascita di cui si parla nel brano non è un evento di carattere puramente spirituale. Esso infatti è accompagnato da un’abbondanza di beni materiali, che non sono riservati solo a qualcuno ma sono equamente distribuiti fra tutti i membri del popolo. Là dove nasce l’autentica comunità del popolo di Dio, non verranno a mancare i beni di questo mondo. In questo testo lo sviluppo materiale viene visto come un dono di Dio, perché viene raggiunto mediante gli sforzi congiunti di tutto un popolo che nella fede ha trovato l’unità dei cuori e delle menti. Il vero sviluppo non dipende solo dalla tecnologia ma anche e soprattutto dalla solidarietà e dalla ricerca della giustizia. Perciò all’origine di tutti i benefici divini viene messa la pace, che è l’ambito in cui tutti gli altri doni trovano significato ed efficacia.

7 LUGLIO 2013 – 14A DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO C : ECCO IO VI MANDO COME AGNELLI…

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/03-annoC/annoC/12-13/05-Ordinario/Omelie/14-Domenic-2013-C/14-Domenica-2013_C-BF.html

7 LUGLIO 2013  |  14A DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO C | OMELIA DI APPROFONDIMENTO

ECCO IO VI MANDO COME AGNELLI…

La frase che apre il brano del Vangelo che abbiamo ascoltato è una delle più impegnative e
importanti del messaggio di Gesù:
In quel tempo, il Signore designò altri settantadue e li inviò a due a due
davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi.

Gesù non manda i dodici apostoli. Manda settantadue dei suoi. Nella Bibbia i numeri sono importanti e hanno un valore simbolico. Settanta o settantadue è il numero delle nazioni pagane. Il Vangelo è destinato a tutti. E in un certo senso, tutti siamo mandati. A due a due, perché solo così, secondo la giurisprudenza del tempo, la testimonianza è sicura e fondata. E forse anche perché, come Gesù ha detto in un’altra circostanza: «Se due o tre si riuniscono per mettere in pratica le mie parole, io sono presente in mezzo a loro». Anche noi quindi siamo designati, cioè scelti e chiamati, e poi inviati per una missione tutt’altro che semplice: le trentasei coppie di discepoli non devono “seguire” Gesù, devono andare “davanti” a lui. Fare da apripista. I cristiani sentono la vita come vocazione, missione, responsabilità. Tre concetti poco apprezzati e negletti dalla cultura attuale. Il dono più grande che Gesù ci fa è sapere di avere un compito tra la nascita e la tomba. Ed esso è inscritto nella vita, non su tavole di pietra, bensì nelle profondità della persona, tracciato dallo spirito di Dio. Ogni vita che sboccia è l’inizio dell’universo, una nuova creazione, un nuovo fantastico progetto di Dio. Vista così, la vita acquista un’altra prospettiva. Siamo in missione per conto di Gesù. Dobbiamo aprirgli la strada in questo mondo, nella nostra famiglia, dentro di noi. Lo stiamo facendo? La cosa è complicata dal fatto che non abbiamo un gran equipaggiamento. Dice Gesù: «Non portate denaro nelle vostre borse, monete d’argento o di rame. Non portate con voi un vestito di ricambio ed un secondo paio di scarpe. E non portate con voi dei bastoni o delle armi per difendervi dagli animali o dagli esseri umani. E non portate con voi provviste alimentari. Chi lavora ha diritto ad essere nutrito. Attraversate il paese come mendicanti. Solo così sarete credibili. Non entrate nelle osterie, strada facendo. E non lasciatevi fermare da nessuno. Se entrate in una casa, salutatela con una parola di pace. Se in quella casa abita qualcuno che ama la pace, la vostra pace riempirà la casa. Se no, la vostra pace proseguirà, con voi, il cammino. Se da qualche parte non vi vogliono ascoltare allora scuotete dai vostri piedi la polvere del luogo e lasciatelo alle vostre spalle». È come dire: l’unica garanzia siete voi stessi. I cristiani in realtà non hanno una missione, sono la missione. I cristiani sono chiamati a vivere l’Incarnazione, cioè a vivere nel corpo fisico e nel corpo morale della comunità la presenza di Dio. Sono in missione per conto di Gesù e chi li riceve dà ospitalità a Dio: «In verità, in verità io vi dico: chi accoglie colui che io manderò, accoglie me; chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato» Un giorno, uscendo dal convento, san Francesco incontrò frate Ginepro. Era un frate semplice e buono e san Francesco gli voleva molto bene. Incontrandolo gli disse: «Frate Ginepro, vieni, andiamo a predicare». «Padre mio» rispose, «sai che ho poca istruzione. Come potrei parlare alla gente?». Ma poiché san Francesco insisteva, frate Ginepro acconsentì. Girarono per tutta la città, pregando in silenzio per tutti coloro che lavoravano nelle botteghe e negli orti. Sorrisero ai bambini, specialmente a quelli più poveri. Scambiarono qualche parola con i più anziani. Accarezzarono i malati. Aiutarono una donna a portare un pesante recipiente pieno d’acqua.
Dopo aver attraversato più volte tutta la città, san Francesco disse:  «Frate Ginepro, è ora di tornare al convento». «E la nostra predica?». «L’abbiamo fatta… L’abbiamo fatta» rispose sorridendo il santo. La predica migliore è sempre quella fatta di carne e di sangue. Gesù paragona i cristiani al sale: «Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente» (Vangelo di Matteo 5, 13). San Paolo li paragona ad un profumo: «Siate il buon profumo di Cristo».  Chi porta addosso un profumo non ha bisogno di raccontarlo a tutti: il profumo parlerà per lui. In un centro di raccolta per barboni, un alcolizzato di nome Giovanni, considerato un ubriacone irrecuperabile, fu colpito dalla generosità dei volontari del centro e cambiò completamente. Divenne la persona più servizievole che i collaboratori e i frequentatori del centro avessero mai conosciuto. Giorno e notte, Giovanni si dava da fare, instancabile. Nessun lavoro era troppo umile per lui. Sia che si trattasse di ripulire una stanza in cui qualche alcolizzato si era sentito male, o di strofinare i gabinetti insudiciati, Giovanni faceva quanto gli veniva chiesto col sorriso sulle labbra e con apparente gratitudine, perché aveva la possibilità di essere d’aiuto. Si poteva contare su di lui quando c’era da dare da mangiare a uomini sfiniti dalla debolezza, o quando bisognava spogliare e mettere a letto persone incapaci di farcela da sole. Una sera, il cappellano del centro parlava alla solita folla seduta in silenzio nella sala e sottolineava la necessità di chiedere a Dio di cambiare. Improvvisamente un uomo si alzò, percorse il corridoio fino all’altare, si buttò in ginocchio e cominciò a gridare: «O Dio, fammi diventare come Giovanni! Fammi diventare come Giovanni! Fammi diventare come Giovanni!». Il cappellano si chinò verso di lui e gli disse: «Figliolo, credo che sarebbe meglio chiedere: « Fammi diventare come Gesù! »». L’uomo guardò il cappellano con aria interrogativa e gli chiese: «Perché, Gesù è  come Giovanni ?». Se qualcuno ti chiede: «Com’è un cristiano?» l’unica risposta accettabile è «Guardami». Con le parole si può anche mentire. Con gli occhi non è possibile, quindi il comandamento di coloro che seguono Gesù è «Non dare falsa testimonianza». La fede cristiana anela a prendere una forma visibile, a essere vista. La parola d’ordine del cristiano è epifania. Il cristiano è chiamato
a “manifestare” la bellezza del volto di Dio e la sapienza del destino finale dell’umanità. «Tu – dice Gesù – puoi diventare un genio, un organizzatore, un inventore, un uomo di successo, una donna famosa. Ma tutto questo è molto meno che essere uno strumento nelle mani di Dio. Che cosa potresti diventare? Te lo dico con grande semplicità: Puoi essere una bocca attraverso la quale Dio parla agli esseri umani Puoi essere un occhio che possiede una vista molto acuta: vede la presenza di Dio e la indica agli altri. Puoi essere un orecchio che riesce a captare voci e suoni anche fra i rumori del mondo e aiuta gli altri ad ascoltare ciò che non sembra più udibile. Puoi essere la mano con cui Dio agisce nel suo mondo. In ogni caso potrai essere felice soltanto se vivi in sintonia col tuo destino, se rispondi a  quanto Dio vuol fare servendosi di te. Non assoggettarti alle insidiose leggi della giungla in vigore nel tuo ambiente. Non avere paura dei lupi, anche se ti senti debole e indifeso. Sii pronto a donare integralmente te stesso. E non rincorrere i tuoi desideri ma impegnati per la liberazione degli esseri umani. Le malattie da curare sono molte e gli uomini senza speranza sono milioni. E questa le messe che attende gli operai. Sei destinato al Regno, al Regno che viene. Puoi collaborare alla sua preparazione. In te ci sono più potenzialità di quante puoi stimare da te stesso. In mezzo al grande disorientamento umano tu rappresenti un frammento del futuro». Noi siamo l’unico futuro di Dio su questa terra.

PUERI CANTORES SACRE' ... |
FIER D'ÊTRE CHRETIEN EN 2010 |
Annonce des évènements à ve... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | Vie et Bible
| Free Life
| elmuslima31