Archive pour le 1 juillet, 2013

The Intercession of the Theotokos

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Publié dans:immagini sacre |on 1 juillet, 2013 |Pas de commentaires »

IL MONDO GRECO E ROMANO

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IL MONDO GRECO E ROMANO

Come si comportavano i Greci e i Romani di fronte alla preghiera? I documenti mitologici in merito sono sterminati: limitati sono, invece, quelli specificamente dedicati alle preghiere in quanto tali, a segnalare come il fenomeno della preghiera, presso i Greci e poi presso i Romani, era meno centrale che per i Giudei. Anche nel mondo greco e poi in quello romano, non meno che in quello giudeo, la preghiera e il sacrificio vengono intesi come strettamente connessi tra loro: in particolare, la preghiera specifica le intenzioni per cui si compie il sacrificio e, in forza di ciò, è secondaria rispetto ad esso.
I Greci elaborarono una nutrita serie di preghiere, sia pubbliche sia private, oltre che una ricca innologia. Le preghiere private dei Greci presentano un’ambiguità ineliminabile: esse, infatti, paiono sempre al confine con la magia, in un equilibrio instabile che tende spesso a capovolgersi in favore del magismo. Una precisa analisi della preghiera è prospettata nell’Iliade (IX, 456-512):

ché i numi stessi, sì di noi più grandi
d’onor, di forza, di virtù, son miti;
e con vittime e voti e libamenti
e odorosi olocausti il supplicante
mortal li placa nell’error caduto.
Perocché del gran Giove alme figliuole
son le Preghiere che dal pianto fatte
rugose e losche con incerto passo
van dietro ad Ate ad emendarla intese.
Vigorosa di piè questa nocente
forte Dea le precorre, e discorrendo
la terra tutta l’uman germe offende.
Esse van dopo, e degli offesi han cura.
Chi dispettoso queste Dee riceve,
ne va colmo di beni ed esaudito;
chi pertinace le respinge indietro,
ne spermenta lo sdegno. Esse del padre
si presentano al trono, e gli fan prego
ch’Ate ratta inseguisca, e al fio suggetti
l’inesorato che al pregar fu sordo.
Trovin dunque di Giove oggi le figlie
appo te quell’onor ch’anco de’ forti
piega le menti.

Dal passo, si evince come la funzione delle preghiere, che sono “figlie” di Zeus, sia di porre riparo alle colpe umane. È un prezioso documento sulla preghiera greca. Nel I libro dell’Iliade (33-47), invece, è riportato il testo di una preghiera rivolta ad Apollo:

Dio dall’arco d’argento, o tu che Crisa
proteggi e l’alma Cilla, e sei di Tènedo
possente imperador, Smintèo, deh m’odi.
Se di serti devoti unqua il leggiadro
tuo delubro adornai, se di giovenchi
e di caprette io t’arsi i fianchi opimi,
questo voto m’adempi; il pianto mio
paghino i Greci per le tue saette.
Sì disse orando. L’udì Febo, e scese
dalle cime d’Olimpo in gran disdegno
coll’arco su le spalle, e la faretra
tutta chiusa. Mettean le frecce orrendo
su gli omeri all’irato un tintinnìo
al mutar de’ gran passi; ed ei simìle
a fosca notte giù venìa.

Si tratta di una richiesta di vendetta rivolta ad Apollo affinché punisca i Greci per la tremenda colpa di cui si sono macchiati. La preghiera si apre con l’invocazione del dio, di cui poi si tessono le lodi e si enumerano le illustre azioni compiute, per poi passare in rassegna le proprie azioni in favore del dio: quasi come se si cercasse di mercanteggiare al fine di convincerlo ad esaudire la preghiera che sul finale gli viene rivolta. Questo costituisce, in generale, il modello di preghiera a cui la tradizione greca resta legata: è evidentemente una preghiera di richiesta, ma va detto che i Greci conobbero anche preghiere di lode, di ringraziamento e di esaltazione. Tuttavia, rimase loro sconosciuta la preghiera di richiesta di perdono: e ciò alla luce del fatto che quella greca era una religione della colpa, intesa però come un qualcosa di cui non si deve chiedere perdono agli dèi. Sarà invece con la nozione ebraico-cristiana di “peccato” a subentrare la richiesta di perdono rivolta a Dio.
I Greci conobbero pure preghiere pubbliche con carattere cittadino, nelle quali si pregavano gli dèi della città: ad esempio chiedendo beni pubblici (prosperità, ordine) o, in tempo di guerra, chiedendo di vincere sul nemico o, come si verifica nei Sette contro Tebe di Eschilo, di essere assistiti dagli dèi negli scontri bellici. La cultura greca, inoltre, dà vita a una cospicua produzione di inni, che i Greci distinsero in inni rivolti agli uomini (epainoi) e inni rivolti agli dèi (umnoi). In questa prospettiva, ci imbattiamo in un gran numero di inni rivolti a Dioniso, a Demetra e, in età ellenistica, ad Apollo e a Iside. Anche gli inni riprendono lo schema della preghiera che abbiamo analizzato a proposito del passo dell’Iliade, ma lo arricchiscono con un’enfatizzata “aretologia”, vale a dire con l’elenco delle virtù proprie della divinità elogiata. Un altro fenomeno degno di nota è la celebrazione delle feste, nelle quali le preghiere vengono pronunciate pubblicamente.
Dal IV secolo a.C., la cultura greca si innesta con le culture orientali grazie alle imprese compiute da Alessandro Magno, il quale unifica il bacino del Mediterraneo e impone il greco (meglio: la koinh greca) come lingua ufficiale. Ora, anche la Palestina si trova coinvolta in questo processo, che provoca un fruttuoso incontro tra il pensiero greco e quello giudeo. Questo incontro, dà vita al cosiddetto “giudaismo ellenistico” sviluppatosi ad Alessandria con Filone.
Rispetto a quella greca, la preghiera dei Romani non è particolarmente innovativa: i Romani, infatti, fanno loro il pantheon greco, ereditandone gli dèi. Va però precisato che a Roma il rituale di preghiera è più rigido, più ordinato e più sistematico che non in Grecia. Infatti, i riti sono codificati più rigidamente e le preghiere pubbliche sono presiedute da sacerdoti specializzati che scandiscono le formule. In particolare, sappiamo di alcuni riti del gruppo dei Salii, i quali invocavano gli dèi danzando. Nelle preghiere pubbliche, si chiedevano generalmente beni pubblici per la collettività; nelle preghiere private, invece, si invocavano gli dèi affinché proteggessero le greggi o, in città, la famiglia. Ma la letteratura latina tramanda anche preghiere personali: è il caso di Enea che prega il fiume Tevere (Eneide, VIII, 71-78), inteso come divinità padre delle Ninfe, chiedendogli di allontanare i pericoli e di essere propizio.    

“e tu con l’onde tue,
padre Tebro sacrato, al vostro Enea
date ricetto, e da’ perigli omai
lo liberate. Ed io da qual sia fonte
che sgorghi, in qual sii riva, in qual sii foce
(poiché tanta di me pietà ti stringe)
sempre t’onorerò, sempre di doni
ti sarò largo. O de l’esperid’onde
superbo regnatore, amico e mite
ne sia il tuo nume, e i tuoi detti non vani”.

Il modello con cui è strutturata la preghiera è, ancora una volta, quello greco della preghiera rivolta ad Apollo, modello che resta del tutto invariato nella sua struttura.
Fin dai tempi più antichi (pensiamo a Senofane, nemico giurato dell’antropomorfismo), i filosofi greci sottopongono a critica razionale la preghiera e, più in generale, la religione. Platone stesso, che molta attenzione riserva al divino, tuona contro la religione popolare e, nelle Leggi (X), contro quella della città. In particolare, nella prospettiva fatta valere da Platone, la preghiera è una richiesta rivolta agli dèi e, insieme al sacrificio, entra a far parte di un rapporto di scambio nel senso più banale del termine (cioè nel senso del do ut des). L’idea che sta alla base della preghiera è infatti, stando a Platone, che tramite doni o parole lusinghiere si possano piegare gli dèi alla propria volontà. Ma allora gli dèi sono corruttibili? Ed è davvero necessario o utile pregare, se la preghiera è banalmente questo scambio? Il problema della preghiera è sentitissimo anche dai filosofi successivi a Platone: così Aristotele scrive un trattato sulla preghiera (purtroppo andato perduto), gli Stoici si interrogano sul significato del pregare, Epicuro azzera il senso della preghiera. È col Neoplatonismo, specie con quello di Giamblico e di Proclo, che la preghiera assume particolare rilievo in sede filosofica. Ad esempio, Giambico è propulsore di una “mistica operativa” mirante alla fusione con l’Uno tramite la teurgia (ossia l’insieme degli atti che favoriscono il ritorno all’Uno). In questa prospettiva, la preghiera altro non è se non un’attività teurgica e, pertanto, priva di autonomia. Ne I misteri degli Egizi, Giamblico esplicita questa unione tra preghiera, teurgia ed estasi, sostenendo che dapprima (con la preghiera) ci si avvicina al divino, il quale secondariamente ci si offre, e infine si verifica la fusione ineffabile con l’Uno. Così intesa, la preghiera è un momento di questo percorso: essa istituisce un primo contatto col divino. Nel V secolo, Proclo scrive un trattato Sulla preghiera, nel quale sviluppa le intuizioni di Giambico, riprendendo le tre tappe del percorso e scandendole in maniera più marcata. In particolare, Proclo rivela di conoscere forme “basse” di preghiera rispetto a quella unitiva.
Occorre poi far menzione del corpo degli “scritti ermetici”, i quali confermano l’incontro del pensiero greco e giudeo. In tutti questi autori, la preghiera tradizionale cessa di essere un atto per passare ad essere un atteggiamento tutto interiore: è per tale via inaugurato il modo cristiano di dialogare con Dio. Come la ricerca unitiva dei Neoplatonici non si arresta mai, così il cristiano dialoga incessantemente col suo Dio, in una sorta di anticipazione della concezione monastica degli oranti notte e giorno. Significativamente, Origene dirà che tutta la vita del cristiano è preghiera.   

Publié dans:STORIA - STUDI VARI, STUDI |on 1 juillet, 2013 |Pas de commentaires »

BEATA COLEI CHE HA CREDUTO – DAL LIBRO DI IGNACIO LARRANAGA, IL SILENZIO DI MARIA

http://www.latheotokos.it/modules.php?name=News&file=article&sid=795

BEATA COLEI CHE HA CREDUTO

INSERITO DA LATHEOTOKOS SETTEMBRE 2012,

DAL LIBRO DI IGNACIO LARRANAGA, IL SILENZIO DI MARIA, EDIZIONI PAOLINE, CINISELLO BALSAMO 1987, PP. 42-52.

La vita di Maria non fu una tournée turistica. In un giro turistico sappiamo in quale ristorante mangeremo oggi, in quale albergo dormiremo questa notte, quali musei visiteremo domani: tutto è stato previsto e non c’è spazio per sorprese. La vita di Maria non fu così. Anche la Madre fu un’itinerante. Ha percorso le sue strade, e lungo il cammino le si presentarono i tipici risvolti di ogni peregrinare: spaventi, confusione, perplessità, sorprese, paura, stanchezza… Soprattutto sorsero degli interrogativi: questo che significa? sarà vero? che fare? Non vedo nulla. Tutto mi sembra oscuro.

1. TRA LA PENOMBRA
Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui (Lc 2,33).
Ma essi non compresero le sue parole (Lc 2,50).

Fin dai tempi di Mosè esisteva una legge secondo cui ogni primogenito maschio – « di uomini o di animali » (Es 13,1) – era proprietà particolare del Signore. Il primogenito di un animale era offerto in sacrificio, mentre il primogenito dell’uomo era riscattato dai suoi genitori secondo un prezzo stabilito dalla legge (cfr. Lc 2,24). Sempre secondo le ordinanze levitiche, che risalivano ai giorni del deserto, la donna che aveva partorito veniva considerata « impura » per un determinato tempo e doveva presentarsi al tempio per essere dichiarata « pura » dal sacerdote di turno (cfr. Lv 12,1-8). Pertanto, Maria si trovava col bambino tra le braccia nel tempio di Gerusalemme, accanto alla porta di Nicanore, nell’ala destra dell’atrio delle donne, quando, spinto dallo Spirito, si presentò lì, in mezzo al gruppo, un vecchio venerando, «uomo giusto e timorato di Dio, che aspettava il conforto d’Israele » (Lc 3,25). La sua vita era stata una fiamma sostenuta dalla speranza e ora quella fiamma stava per estinguersi. Il vecchio prese il bimbo dalle braccia della madre e, rivolto ai pellegrini e ai fedeli, pronunciò delle strane parole: « Ora lascia, o Signore, che il tuo servo vada in pace secondo la tua parola; perché i miei occhi han visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli, luce per illuminare le genti e gloria del tuo popolo Israele » (Lc 2,29-32). Poi si rivolse a Maria e parlò per lei ma anche per tutti coloro che sino alla fine vorranno intendere il suo messaggio: « Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori. E anche a te una spada trafiggerà l’anima» (Lc 2,34-35). Quale fu la reazione di Maria a queste parole? « Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui » (Lc 2,33). Tutto le sembrava strano. Era « stupita »? Vuol dire che c’era qualcosa che ella ignorava e non comprendeva nel mistero di Gesù. Lo stupore è una reazione psicologica di sorpresa dinanzi a qualcosa di sconosciuto e inaspettato.
Già prima era accaduto un episodio simile, in una notte di gloria. Alcuni pastori custodivano a turno il loro gregge, quando all’improvviso uno splendore divino li avvolse come in una luce e videro e udirono cose mai immaginate. E un angelo del Signore disse loro: « Non temete, ecco io vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia » (I,c 2,10-12). Quelli accorsero senz’indugio e trovarono, com’era stato loro detto, Maria, Giuseppe e il bambino. A questo punto l’evangelista precisa: « E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato loro detto. Tutti quelli che udirono, si stupirono delle cose che i pastori dicevano» (Lc 2,17-18). A chi «riferirono»? Chi erano quei « tutti » che, udendo, « si stupirono »? A noi piace pensare, senza voler fare alcuna forzatura al testo, prima che a ogni altra persona, proprio a coloro che poco più sopra espressamente sono stati nominati: « trovarono Maria, Giuseppe… ». Sono di nuovo, dunque, essi a « stupirsi »!
Ci saranno, un giorno, i momenti di agitazione e di timore, allorché i genitori dovranno, per molto tempo, percorrere alla cieca Gerusalemme in cerca del fanciullo Gesù. Lo troveranno, finalmente, nel tempio, e la Madre esploderà come in una scarica emozionale, con quel suo: « Figlio, perché ci hai fatto così? » (Lc 2,48). Uno sfogo liberatore della tensione nervosa accumulata durante gli interminabili giorni di « angoscia ». La risposta del fanciullo, netta, vigorosa e persino un po’ scostante – « Perché mi cercavate?… » (Lc 2,49) – viene come a definire una distanza tra lui e i suoi interlocutori. Una dichiarazione di totale indipendenza, perché ormai l’unico impegno, l’unico e totale punto di riferimento sarà il Padre e il suo volere: « Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio? » (ivi). Maria « non comprese » le sue parole. Forse rimase paralizzata di fronte al mare di oscurità che la stava avvolgendo. Le restava una cosa sola da fare: serbare tutte quelle cose nel suo cuore, in attesa che si manifestasse la luce.
Queste tre scene ci dicono chiaramente che i gesti e le parole di Gesù – e quindi la sua natura trascendente – non furono interamente compresi dalla Madre o, per lo meno, non furono assimilati in maniera immediata. Le informazioni e l’insistenza circa lo « stupore » (Lc 2,18; 2,33) e la «non comprensione» (Lc 2,50) non poterono uscire se non dalla bocca stessa di Maria. La comunità cristiana primitiva, che tanto la venerava, non avrebbe mai dato di propria iniziativa notizie che potessero diminuire la dignità e l’ammirazione della Madre. Ciò significa che tali informazioni rispondono rigorosamente all’obiettività storica e che possono essere state fornite soltanto da chi ne fece la diretta esperienza. Tra l’altro, siamo dinanzi a una scena profondamente emozionante: la Madre, in seno alla comunità, espone con naturalezza e obiettività, al gruppo dei discepoli, come quelle parole non le abbia comprese, come quelle altre siano state per lei sorprendenti… La Madre era umile fino a commuovere. Maria è fondamentalmente umiltà.
Non è esatto, quindi, affermare che Maria fu pervasa da una potente infusione di conoscenza e che, a motivo di permanenti ed eccezionali doni, per lei furono dissipate tutte le ombre, sollevati tutti i veli, spalancati tutti gli orizzonti; e che fin dai primi momenti della sua « chiamata » sapeva tutto della storia della salvezza, tutto della persona e del destino di Gesù. Ciò è contraddetto dal testo e dal contesto dei vangeli. Cade così il motivo per cui molti fedeli provano di fronte a Maria un indefinibile senso di soggezione. E stata idealizzata tanto da farla divenire un mito e posta fuori della nostra portata e delle nostre vie, talché molti sentono, senza che possano spiegarselo, delle intime riserve verso di lei, quasi fosse una donna « misteriosa », eccessivamente fuori dell’ordinario. La vita di Maria non fu una divagazione turistica, come abbiamo detto. Anch’ella, come tutti noi, scoprì poco alla volta il « mistero » di Gesù Cristo, coi mezzi tipici dei poveri del Signore: abbandono, umile ricerca, disponibilità totale e fiduciosa. Anche la Madre andò pellegrinando per vie solitarie e valli oscure, cercando di scoprire il volto e il volere del Padre. Esattamente come noi.
C’è, nel vangelo di Marco, uno strano episodio carico di mistero. Il contesto del racconto a cui facciamo riferimento sembra significare che Maria non comprendesse con sufficiente chiarezza la personalità e la missione di Gesù, almeno nei primi tempi della sua predicazione pubblica. Dai primi tre capitoli di Marco si deduce che la risonanza attorno alla figura e all’attività del nuovo Maestro superò ogni aspettativa. Sorsero delle vive discussioni ovunque e soprattutto un acuto « dissenso tra i Giudei » (Gv 10,19). Senza dubbio Gesù rivelava una strana personalità, tanto che persino tra i suoi parenti si giunse a pensare che fosse « fuori di sé » (Mc 3,21), mentre qualcun altro diceva, senza mezzi termini: « E posseduto da uno spirito immondo » (Mc 3,30). Sta di fatto che, un certo giorno, i parenti più prossimi decisero di intervenire proponendosi di ricondurlo a casa. Il testo di Marco ci toglie ogni dubbio che tra costoro ci fosse pure Maria (cfr. Mc 3,20-21.31-35). Dall’analisi psicologica di simile comportamento possiamo concludere che, in quel periodo, Maria non possedeva ancora una conoscenza approfondita della natura e della missione del Figlio. In realtà, la Madre subiva, a suo modo, lo sconcerto dei parenti, provocato dalla manifestazione straordinaria e inattesa di Gesù. Lei avrebbe almeno voluto averne un po’ più di cura, visto che in quei giorni « non potevano neppure prendere cibo » (Mc 3,20). La conclusione è sempre la medesima: Maria percorreva, come noi, le vie della fede. Anch’ella andava cercando di scoprire tra le ombre il vero volto di Gesù.
Alle nozze di Cana osserviamo che Maria ha già fatto dei grandi passi nella conoscenza del profondo mistero del Figlio. Nella sua prima reazione, ella si muove in un’orbita meramente umana si presenta come una madre sicura di possedere un ascendente sul figlio, si sente in comunione con lui e si comporta come colei che sa di poter ottenere qualunque favore. Maria crede di essere in comunione col figlio, ma in realtà si trova sola. Tuttavia, con questa prova ella entra in una nuova intesa con lui: l’unità della fede. Per questo dice « Ciò che egli vi dirà, fatelo! ». Non deve aver valore quindi ciò che ella dice, ma quello che egli dice, anche se lei ancora lo ignora. Per il momento, tutto è chiaro per Maria. Non importa che il suo orgoglio materno ne esca ferito; ella ormai sa che tutto è possibile a Gesù, concetto che la Bibbia fino ad allora aveva riservato soltanto a Dio. Se Maria non può determinare Cristo in virtù del suo diritto materno, lo può invece attraverso una più profonda realtà, che proviene dalla sua unità nella fede. La sua fede appare adamantina, poiché non è diritto, né pretesa, ma certezza e confidenza in colui che opera ciò che vuole e lo fa a suo tempo perché è bene così. Non senza un significato, Giovanni aggiunge che, dopo questo episodio, Gesù «discese a Cafarnao insieme con sua madre, i fratelli e i discepoli » (Gv 2,12). Che significa ciò? Che Maria smette di essere madre per cominciare a essere discepola? Che l’esperienza di quel prodigio fugò tutti i suoi dubbi, le fece superare l’alternarsi di luci e oscurità, immergendola definitivamente nella chiarezza totale?

2. TRA LA LUCE E L’OSCURITÀ
Che cosa c’è tra la luce e l’oscurità. La penombra, la quale non è altro che una mescolanza di luce e di oscurità. Se confrontiamo tra loro i testi evangelici, ci convinciamo che la vita di Maria fu un navigare in un mare di bagliori e di ombre. Se ci atteniamo alle parole pronunciate nel giorno dell’annunciazione, constatiamo che Maria ebbe una rivelazione completa e perfetta di Colui che sarebbe fiorito, silenzioso, nel suo seno: « Sarà grande e chiamato Figlio dell’Altissimo… il suo regno non avrà fine» (Lc 1,32). Senza dubbio, la splendida visita di Dio, in quel giorno, la travolse con una straordinaria infusione di luce e di conoscenza. Soprattutto è certo che l’inondazione fecondante e personale dello Spirito Santo fu accompagnata dalla pienezza dei suoi doni, in particolare dallo spirito di sapienza e d’intelligenza. Alla luce penetrante della presenza unica dello Spirito, in quel giorno, Maria vedeva tutto molto chiaramente. Al contrario, dai testi che abbiamo analizzato poco sopra apprendiamo che, più tardi, Maria certe cose non le « comprendeva » e di altre « si stupiva ». Ebbene, se nel giorno dell’annunciazione Maria comprese pienamente la realtà di Gesù e poi, a quanto pare, non comprendeva più la stessa realtà, che successe nel frattempo? C’è forse qualche contraddizione? L’evangelista redattore usufruì di un’informazione insufficiente?
Secondo me, quel substrato oscuro e contraddittorio è colmo di grandezza umana e Maria emerge da tale oscurità più luminosa che mai. La Madre non fu un demiurgo, cioè uno strano impasto tra la dea e la donna. Fu una creatura come noi. Una creatura eccezionale, questo sì, ma non tanto eccezionale da smettere di essere creatura. Ella percorse tutte le nostre strade umane, con i loro imprevisti e i loro crocevia. È necessario collocare Maria nella densità del contesto umano: ciò che accade a noi, poté accadere anche a lei, pur restando sempre intatta la sua grande fedeltà al Signore Dio.
Che cosa avviene, infatti, tra noi? Pensiamo, per esempio, ai consacrati a Dio nel sacerdozio o nella vita religiosa. Un giorno lontano, nel fiore della gioventù, furono sedotti irresistibilmente da Cristo; tutto, allora, era evidente come l’azzurro di un mezzogiorno d’estate: Dio li chiamava a una missione sublime. Era tutto così chiaro che s’imbarcarono con Cristo nell’avventura più affascinante. Dopo molti anni, quanti di quei consacrati vivono oggi nella confusione, pensando che Dio non li abbia mai chiamati, che la vita consacrata non abbia senso? Come mai, ciò che un giorno era una spada lampeggiante può sembrare, oggi, ferro arrugginito? E necessario tener bene i piedi a terra: siamo fatti così.
Si sposarono. Lui diceva che nel firmamento non esisteva stella più luminosa di lei. Lei era certa che neppure con la lanterna di Diogene avrebbe mai trovato nel mondo un essere umano più perfetto di lui. Tutti dicevano che erano nati l’uno per l’altra. Per alcuni anni furono felici. Poi l’abitudine penetrò nella loro vita come un’ombra maledetta. Forse oggi trascinano un’esistenza languida, e a volte pensano che avrebbero dovuto sposare un’altra persona. Come può avvenire che quanto un giorno era luce, divenga poi oscuro? Bisogna ripeterlo: siamo fatti così. Non siamo enti geometrici; l’essere umano non è costituito di linee rigorosamente predisposte.
Siamo fatti così: poche sicurezze e una montagna di incertezze. Al mattino vediamo chiaramente, a mezzogiorno dubitiamo e a sera tutto si è fatto nero. Un anno sposiamo una causa; l’anno successivo, delusi, la disertiamo.
Con questa linea umana, ondulata e oscillante, potremmo spiegarci il fatto che Maria, in un’epoca determinata, vedeva chiaramente e in un’altra, a quel che pare, vedeva le cose un po’ meno limpide. E forse disonorante per la Madre, pensare che anch’ella ha « sentito » il peso del silenzio di Dio? E indecoroso pensare che la Madre, in un’epoca determinata della sua vita, fu prima intaccata dalla delusione, poi dalla confusione e finalmente dal dubbio? Nel giorno dell’annunciazione, il tono solenne delle parole parve prometterle un cammino tra lo splendore inestinguibile dei prodigi. Invece, poco dopo, al momento del parto, si trovava sola e abbandonata. Dovette poi fuggire come un normale profugo politico e vivere sotto cieli stranieri. Infine, per trenta interminabili anni, non ci furono novità, ma regnarono la monotonia e il silenzio. A che cosa doveva aggrapparsi? A ciò che pareva le fosse stato promesso il giorno dell’annunciazione, o alla realtà attuale, dura e fredda? La serenità dell’anima di Maria non sarà stata mai turbata dalla perplessità? Ciò che accade a noi, perché non sarebbe potuto accadere a lei?

3. « SERBAVA TUTTE QUESTE COSE MEDITANDOLE NEL SUO CUORE »
Che faceva la Madre in quelle angustie? Lo sappiamo da lei stessa: si aggrappava alle parole antiche, per potersi tenere in piedi. Quelle parole erano una lampada che Maria conservava perpetuamente accesa: con diligenza « serbava tutte queste cose e le meditava nel suo cuore » (Lc 2,19.50). Non erano foglie morte, ma ricordi vivi. Quando i nuovi avvenimenti risultavano enigmatici e sconcertanti, la fiamma accesa dei vecchi ricordi faceva luce nell’oscura perplessità dell’oggi. Così la Madonna avanzò giorno per giorno tra luci remote e ombre presenti, in attesa della chiarezza totale. I vari testi evangelici e il loro contesto generale dicono in modo chiaro che la « comprensione » del mistero trascendente di Gesù, da parte di Maria, fu realizzata dalla Madre mediante una continua e integra adesione alla volontà di Dio che si manifestava quotidianamente nei nuovi avvenimenti.
A noi accade lo stesso. Molte anime ebbero, in epoche diverse, visite gratuite di Dio, fecero l’esperienza viva della sua presenza, ricevettero grazie infuse e forse doni straordinari, e quei momenti rimasero impressi nelle loro anime come ferite di fiamma: furono momenti inebrianti. Passano gli anni, Dio tace e quelle stesse anime sono aggredite dallo smarrimento e dalla tentazione. Vengono invase dalla monotonia mentre il silenzio di Dio si prolunga ostinatamente. Allora, per non soccombere sono costrette ad aggrapparsi disperatamente al ricordo delle esperienze vive del passato.
Non salviamo la grandezza di Maria immaginandoci che ella non fu mai invasa dalla confusione. E invece un fatto che quando qualcosa superava le sue possibilità di comprensione, ella non se ne angustiava, non reagiva con impazienza e irritazione, ansiosa o spaventata. Per esempio, Maria non affronta il ragazzetto di dodici anni con interpellanze isteriche: « Figlio mio, non capisco più nulla! Che accade? Per favore, su, spiegami subito il significato di tale comportamento ». Maria non dice a Simeone: « Vecchio venerando, che significa questo discorso della spada? Perché il mio bambino dov’essere segno di contraddizione? ». Invece la Madre assume il comportamento tipico dei poveri del Signore; con pace, pazienza e dolcezza ascolta, entra in se stessa e se ne sta raccolta, pensando al significato profondo di quelle parole, al fine di scoprire la volontà di Dio. La Madre è simile a quei fiori che si chiudono quando scompare la luce del sole; anch’ella si ripiega, scrutandosi nell’intimo e, piena di pace, cerca di mettersi in sintonia con la volontà sconcertante di Dio, accettando il « mistero della vita ».
Purtroppo, anche noi somigliamo a tutte le altre creature. Sorgono dolorose circostanze improvvise e ci si avvinghiano come serpenti implacabili. Ci sembra di essere in preda a una cieca fatalità: le disgrazie ci piombano addosso, l’una dopo l’altra, di sorpresa e con brutalità. Il tradimento ci spia dietro le ombre e – chi l’avrebbe mai pensato? – nella nostra stessa casa, talvolta, si esperimenta la fatica della vita fino alla voglia di morire. Che cosa si ottiene col ribellarsi alle cose inevitabili? In simili momenti ci giova comportarci come Maria: chiudere la bocca e rimanere nella pace. Noi non sappiamo nulla, il Padre sa tutto. Se possiamo fare qualcosa per mutare il corso degli eventi, facciamolo pure; altrimenti, se le circostanze non possono essere cambiate dal nostro intervento, a che scopo lottare contro di esse? La Madre può venirci vicino e dirci: « Figlioli miei, io conosco la strada: venite dietro di me. Fate come ho fatto io, percorrete la stessa via che io ho percorso e apparterrete al popolo dei beati: beati quelli che, nel cuore della notte, credono nello splendore dell’alba! ».

Publié dans:Maria Vergine |on 1 juillet, 2013 |Pas de commentaires »

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