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Of Your Mystical Supper

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Publié dans:immagini sacre |on 3 mai, 2013 |Pas de commentaires »

SALMO 66 – COMMENTO DI PADRE LINO PEDRON

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SALMO 66  – COMMENTO DI PADRE LINO PEDRON

66 (65) Ringraziamento pubblico
1 Al maestro del coro. Canto. Salmo.
Acclamate a Dio da tutta la terra,
2 cantate alla gloria del suo nome,
date a lui splendida lode.
3 Dite a Dio: «Stupende sono le tue opere!
Per la grandezza della tua potenza
a te si piegano i tuoi nemici.
4 A te si prostri tutta la terra,
a te canti inni, canti al tuo nome».
5 Venite e vedete le opere di Dio,
mirabile nel suo agire sugli uomini.
6 Egli cambiò il mare in terra ferma,
passarono a piedi il fiume;
per questo in lui esultiamo di gioia.
7 Con la sua forza domina in eterno,
il suo occhio scruta le nazioni;
i ribelli non rialzino la fronte.
8 Benedite, popoli, il nostro Dio,
fate risuonare la sua lode;
9 è lui che salvò la nostra vita
e non lasciò vacillare i nostri passi.
10 Dio, tu ci hai messi alla prova;
ci hai passati al crogiuolo, come l’argento.
11 Ci hai fatti cadere in un agguato,
hai messo un peso ai nostri fianchi.
12 Hai fatto cavalcare uomini sulle nostre teste;
ci hai fatto passare per il fuoco e l’acqua,
ma poi ci hai dato sollievo.
13 Entrerò nella tua casa con olocausti,
a te scioglierò i miei voti,
14 i voti pronunziati dalle mie labbra,
promessi nel momento dell’angoscia.
15 Ti offrirò pingui olocausti
con fragranza di montoni,
immolerò a te buoi e capri.
16 Venite, ascoltate, voi tutti che temete Dio,
e narrerò quanto per me ha fatto.
17 A lui ho rivolto il mio grido,
la mia lingua cantò la sua lode.
18 Se nel mio cuore avessi cercato il male,
il Signore non mi avrebbe ascoltato.
19 Ma Dio ha ascoltato,
si è fatto attento alla voce della mia preghiera.
20 Sia benedetto Dio che non ha respinto la mia preghiera,
non mi ha negato la sua misericordia.
Il salmo si apre con l’acclamazione liturgica che si leva a Dio dall’intera assemblea dei fedeli. Scriveva s. Agostino a Proba: « Davanti a Dio sta il nostro desiderio di inebriarci della ricchezza della sua casa e di bere al torrente della sua delizia; poiché presso di lui è la sorgente della vita e alla sua luce vedremo la luce, quando il nostro desiderio sarà saziato di quei beni e non vi sarà più nulla da cercare fra i gemiti, ma solo da possedere nella gioia ».
Il salmo si muove a livello spirituale tra queste due oscillazioni: il desiderio e la sazietà, la speranza e la certezza.
Scrive S. Kierkegaard: « Padre celeste! Tu, nelle tue mani, tieni tutti i buoni doni. La tua abbondanza è più ricca di quel che l’umana mente non comprenda. Tu sei disposto a dare e la tua bontà è più grande di quel che il cuore umano possa capire: perché tu esaudisci ogni preghiera e concedi ciò che ti si domanda… Dona, però, anche la certezza che tutto viene da te, che la gioia non ci separa da te nell’oblio del piacere, che nessun dolore pone una barriera fra noi e te; ma che nella gioia possiamo andare in cerca di te e nel dolore rimanere presso di te. Così che quando i nostri giorni saranno contati e l’uomo esteriore cadrà in rovina, la morte non ci raggiunga col suo nome freddo e terribile, ma venga mite e amica, col saluto e l’annunzio, con la testimonianza di te, nostro Padre che sei nei cieli! Amen ».
Commento dei padri della Chiesa
vv. 1-2 «La risurrezione è offerta a tutti. E alla chiesa delle genti il Signore dice: « Alzati, vieni sorella mia » (Ct 2,10). L’acclamazione è un grido di vittoria. Il vincitore è Dio» (Origene).
« L’acclamazione è l’ovazione militare: il Cristo è il vincitore. Questa acclamazione gioiosa si fa mediante la preghiera, la conoscenza di Dio, il sacerdozio spirituale che si esercita nel rendimento di grazie e nella celebrazione dei misteri della nuova alleanza » (Eusebio).
« Canto di risurrezione. Annuncio della chiamata delle genti e della loro risurrezione spirituale » (Cirillo di Alessandria).
« Annuncio della vocazione universale e della risurrezione. L’acclamazione è il canto di vittoria che esplode dopo l’annientamento del nemico. Tutte le genti sono invitate a cantare la vittoria del Cristo sui principi di questo mondo » (Atanasio).
« Canto di risurrezione. Tutte le genti gioiscano d’essere restaurate nel loro capo. L’acclamazione è una gioia del cuore tanto grande che non si può esprimere » (Cassiodoro).
« La vostra luce brilli davanti agli uomini perché glorifichino Dio » (Ilario).
v. 3 « L’ ammirazione per Dio si accompagna a un timore rispettoso. È un timore affettuoso e filiale, dolce, senza amarezza, che genera speranza e non sfiducia » (Cassiodoro).
« La tua potenza è grande, anche se i tuoi nemici vogliono chiudere gli occhi davanti alla tua luce e rifiutano di guardare colui che li aiuterebbe a credere. Nonostante i morti risuscitati, i giudei hanno negato la sua risurrezione e l’hanno combattuto dando del danaro alle guardie del sepolcro » (Cirillo di Alessandria).
« Davanti alla grandezza delle tue opere ci saranno ugualmente degli empi che non vorranno credere » (Teodoreto).
v. 4 « I giudei possono rinnegarti, ma tutta la terra ti adorerà, soprattutto le genti » (Cirillo di Alessandria).
« Non insultate quanti sono fuori dalla chiesa: Dio può farli entrare » (Agostino).
v. 5 « Tutto ciò che l’uomo potrà dire non assomiglia ai pensieri di Dio: questi lo riempiono di stupore » (Origene).
v. 6 « Il Dio che è venuto nella carne è lo stesso che, in passato, ha prosciugato il mare Rosso » (Atanasio).
« In passato il Signore camminò innanzi e il popolo passò dietro di lui (cfr. Gs 3); allo stesso modo, lavàti dal battesimo, camminando dietro a colui nel quale siamo rinati, entriamo nella terra dei viventi » (Girolamo).
« Quando il popolo ebreo passò il mare, annunciava il battesimo che il Cristo avrebbe dato. È in lui la sorgente della nostra gioia e il principio della nostra salvezza » (Cassiodoro).
« Non stupirti quando ti si racconta la storia del primitivo popolo di Dio. A te, cristiano, che hai passato i flutti del Giordano col sacramento del battesimo, la parola di Dio promette beni più grandi e più alti. E non credere che questa storia non ti riguardi: tutto si realizza in te, in modo spirituale. Quando arriverai alle fonti spirituali del battesimo e sarai stato iniziato ai misteri sublimi, allora avrai attraversato il Giordano ed entrerai nella terra promessa » (Origene).
« Verrà un tempo in cui gioiremo nel fiume della rigenerazione: è il Giordano ove Giovanni predicherà la remissione dei peccati e ove il Signore stesso verrà per farne il lavacro della nuova nascita » (Eusebio).
« Più grande del Giordano è il battesimo: le sue acque, mescolate all’olio, lavano i peccati di tutti » (Efrem).
« Gioiremo nel Cristo. Lui, che fu umiliato quaggiù, è Signore per l’eternità; anche la nostra gioia, che ci conforma a lui, sarà eterna » (Girolamo).
v. 7 « »Con la sua forza domina in eterno ». Queste parole contrastano con la situazione dei re della terra che non regnano né in virtù di un potere che proviene da loro né per sempre »» (Cassiodoro).
« Lo sguardo di Dio è una promessa di riconciliazione: guarda le genti con uno sguardo propizio. Il Signore volge il suo sguardo sulle genti; i raggi di luce che escono dai suoi occhi rendono le anime capaci di Dio e le mostrano tali » (Eusebio).
« Il Signore illumina quelli che guarda e che ha deciso di visitare per salvarli » (Cassiodoro).
« I ribelli sono quanti rifiutano il vangelo » (Eusebio)
« Un castigo attende gli increduli che si vantano della loro incredulità » (Teodoreto).
« I ribelli sono i giudei che contano troppo sulla discendenza da Abramo » (Girolamo).
« Quanti provocano la collera di Dio sogliono esaltarsi in se stessi: ciò fa parte delle infermità della nostra natura » (Cassiodoro).
v. 8 « Il nostro Dio è il Dio d’Israele. Sulla terra ora si possono vedere tutte le genti lodare non gli dèi dei loro padri, ma l’unico Dio » (Eusebio).
v. 9 « Dio non si è occupato solo degli antichi, ma si occupa di me, di ciascuno. Non ha lasciato vacillare i passi degli evangelizzatori. La predicazione del vangelo, che avrebbe dovuto naufragare mille volte, trionfa ovunque » (Eusebio).
« Dio fa passare da morte a vita » (Atanasio).
« Dio ha fatto entrare nella vita l’anima dei martiri, e questi non sono venuti meno nei tormenti » (Ilario).
vv. 10-12 « Lo Spirito profetizza le afflizioni degli apostoli » (Cirillo di Alessandria).
« È attraverso molte tribolazione che si entra nel regno di Dio (cfr. At 14,21) » (Origene).
« Ci hai fatto passare attraverso il fuoco e l’acqua per mezzo del battesimo » (Atanasio).
« Sei tu che ci hai guidati, sei tu che hai fatto tutto; noi non avremmo potuto sopportare questo né venirne fuori » (Eusebio).
« Dopo aver perdonato i nostri peccati ci hai condotti al luogo del sollievo » (Atanasio).
« Il sollievo è la risurrezione e la beatitudine » (Ilario).
« Il sollievo è il Cristo, al quale giungono i martiri » (Girolamo).
vv. 13-14 « La tua casa è la dimora celeste. Olocausti è un modo di dire per esprimere la totale consacrazione a Dio » (Atanasio).
« È l’olocausto di se stessi che i martiri hanno offerto a Dio » (Ilario).
« Purificàti da tutte le colpe descritte nelle righe precedenti, entreremo nella Gerusalemme celeste » (Atanasio).
« Osserverò ciò che ho promesso nel battesimo » (Atanasio).
v. 15 « Offrirò tutto me stesso, con la mia preghiera e le mie opere » (Atanasio).
« È un simbolo per esprimere che dobbiamo dare a Dio il meglio di noi stessi » (Teodoreto).
v. 16 « Voglio che tutti voi, che servite Dio, sappiate quali grandi benefici ho ricevuto da lui » (Teodoreto).
« Quanto ha fatto per me: mi ha messo in comunicazione con la Vita e mi ha condotto al riposo eterno » (Ilario).
v. 17 « Il grido interiore generato da un cuore ardente d’amore » (Cirillo di Alessandria).
v. 18 « Ha coscienza della sua innocenza. Meravigliosa fiducia dei santi! » (Cirillo di Alessandria).
v. 19 « La preghiera pura del cuore puro non è respinta e la misericordia non è lontana dalla preghiera » (Cirillo d’Alessandria).

5 MAGGIO 2013 | 6A DOMENICA DI PASQUA – ANNO C | PROPOSTA DI LECTIO DIVINA

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 5 MAGGIO 2013  | 6A DOMENICA DI PASQUA – ANNO C  |  PROPOSTA DI LECTIO DIVINA

Lectio Divina: Gv. 14,23-29
Le parole di Gesù, che il Vangelo di oggi ci ha ricordato, sono state pronunciate l’ultima notte che Gesù passò con i suoi discepoli. Questi non le hanno potute dimenticare tanto facilmente: sono state parte di una specie di testamento del loro maestro. Gesù si congedò da loro con una serie di raccomandazioni, con le quali ha voluto prepararli per il tempo della sua assenza. A noi oggi, che percepiamo con tanta chiarezza la mancanza di Dio nel nostro mondo, queste parole dovrebbero esserci di aiuto per mantenerci discepoli fedeli al maestro ancora assente, credenti in un Dio che sembra nascondersi a noi ogni giorno di più.

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
23 « Chi mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. 24 Chi non mi ama non osserva le mie parole. E la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato. 25 Vi ho detto questo ora che sono con voi, 26 ma il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che vi ho detto.
27 Vi lascio la pace, vi do la mia pace; la do a voi non come la dà il mondo. Il vostro cuore non sia turbato e non abbia timore. 28Mi avete sentito dire: « Io vado e verrò a voi. » Se mi amaste, vi rallegrereste che io vada al Padre, perché il Padre è più grande di me. 29 Ve lo dico adesso, prima che avvenga, perché quando succede, continuiate a credere « .

 1. LEGGERE: capire quello che dice il testo facendo attenzione a come lo dice
Le parole di Gesù sono una risposta diretta alla domanda di Giuda sul perché sarebbe stato rivelato solo ai suoi e non a tutto il mondo (Gv 14,22); una dimostrazione pubblica del Messia atteso avrebbe seminato la paura tra i nemici del popolo e gioia tra i suoi fedeli (At 1,6). Gesù insiste, rispondendo solo indirettamente, nell’amore obbediente: colui che ama conserva le sue parole (Gv 14:23), chi non ama, non le conserva (Gv 14,24). Cioè, la sua rivelazione per realizzarsi non dipenderà dal fatto che sia massicciamente riconosciuta, ma che la sua parola sia pienamente obbedita. Se la rivelazione è possibile quando trova obbedienza, chi non la riceve viene scoperto come disobbediente. Qui si aggiunge alla fede la sua operatività, che la distingue da un semplice sentimento puramente soggettivo. Solo l’obbediente godrà della presenza del Padre e del Figlio (Gv 14,23). Ci saranno gli attesi prodigi, ma è la fedeltà alla volontà di Gesù ciò che assicura il riconoscimento della presenza di Dio tra i suoi.
Gesù promette, prima di partire, il Paraclito. Inviato dal Padre, ora chiamato Spirito Santo, avrà come missione quella di mantenere l’insegnamento e la memoria di Gesù nella comunità (Gv 14,26). La presenza dello Spirito nella comunità renderà questa, scuola di Dio (Is 54,13; Jr 31,3-34) e luogo della memoria di Gesù. La nuova alleanza continua ad essere legge interiorizzata, ma la legge è quella rivelata da Gesù. Il Paraclito ha la stessa origine, il Padre, e lo stesso compito, le parole del Figlio che sono del Padre (Gv 14,10.24): identica rivelazione sarà ricordata da un nuovo Maestro. Lo Spirito, che, come Gesù, procede dal Padre, verrà inviato nel suo nome, sarà il suo rappresentante; ma il contenuto rimane sempre la rivelazione di Gesù, il suo Vangelo; e in questo modo, il lavoro commemorativo dello Spirito non è mera ricostruzione di ciò che è stato detto né ripetizione di ciò che è stato insegnato da Gesù, ma renderlo presente con il ricordo e efficace con l’insegnamento. La comunità in cui lo Spirito è dono, avrà come compito quello di vivere insegnando e ricordando il grande Assente, Gesù di Nazareth, e in questo modo sentire in essa la sua presenza in modo reale ed efficace.
L’autore chiude questo primo blocco di discorsi di Gesù con alcune parole di saluto, che erano di solito un augurio di pace. Ma questa pace, che in un primo momento era l’espressione della comunione di vita con il Dio Alleato, gioia piena, e poi è divenuta la manifestazione della salvezza escatologica, gioia sicura (Is 9:6; Zac 9.10, Ez 34,25), non è nella bocca di Gesù mero buon desiderio e invocazione (Nm 6:24-26), ma è dono reale, donazione definitiva che separa dal mondo chi la riceve (14,27; 20,19.21) .
La pace di Gesù è dono che viene ereditato (Gv 14,27); non segue, quindi, la logica della pace del mondo, che è il risultato di una conquista o di una convenzione. Proprio per questo non devono temere i discepoli (14,27). Che non possa assicurarla loro il mondo significa che non può nemmeno metterla in pericolo; potranno vivere senza il Risorto, ma non senza la sua pace. Colui che saluta i suoi che lascia in situazione ancora ostile, li lascia, però, pieni di pace e senza paure. Perché chi ama Gesù, sa che torna al Padre, alla sua origine e alla sua gloria, per adempiere la sua piena obbedienza e portare a compimento la sua missione: chi ama gode che l’amato ritorni al suo luogo di origine, al Padre, ancor più grande del suo amato (Gv 14,28).

 2. MEDITARE: applicare alla vita quello che dice il testo!
I discepoli che ascoltano queste parole sanno che Gesù sta per lasciarli, ma che non li abbandona nel mondo. Promette loro di ritornare, lui e il Padre, per abitare in chi, nel frattempo, è stato fedele alla sua parola e si è sentito amato da entrambi. Promette, anche, per il tempo della sua assenza, l’assistenza del suo Spirito: chi ha il coraggio e la forza del suo benefattore come eredità, non rimane orfano. Anche senza il conforto della presenza fisica di Gesù, il discepolo non si sente solo: aveva predetto la sua assenza e l’ha preparata con una doppia promessa; ritornerà a quanti ha lasciato, ricchi del suo Spirito.
Se oggi viviamo il tempo dell’attesa del Signore, non c’è tempo per lamentarci della sua assenza. Noi abbiamo il Suo Spirito e la promessa che Colui che ci ama ritornerà da noi e con noi resterà per sempre. Ma la promessa di Gesù non è solo consolazione; comporta una sfida, quella di dover sopportare la sua assenza senza disperare la sua venuta, e una responsabilità, lasciare che lo Spirito di Cristo sia il Signore delle nostre vite.
La prima consegna che Gesù lascia ai suoi è quella di fare tutto ciò che ha lasciato detto loro: quelli che lo amano, dice, compiranno le sue richieste. Invece di lamentarsi per l’assenza del suo signore, il discepolo deve rendere presente la Sua volontà e farla divenire realtà; quando non lo potrà vedere, potrà ricordare le sue parole; non gli sarà possibile vivere con lui, ma potrà continuare a fare la sua volontà. Gesù dai suoi vuole che lo amino, anche se non lo vedono; richiede che lo tengano presente, anche quando è assente. L’amore che Gesù chiede ai discepoli, lo stesso amore che aspetta da noi, è la pratica della sua volontà: le opere sono amore. In realtà, non è troppo straordinario ciò che Gesù aspetta dai discepoli che ha lasciato in questo mondo; anche noi, nelle nostre relazioni, non ci accontentiamo di mere parole e aspettiamo da chi ci ama che ce lo mostri; e dimostra il suo amore chi opera non tanto perché lo ordiniamo, quanto, soprattutto, perché lo desideriamo. Non è meno esigente Gesù; come noi, desidera un amore vero, un amore autenticamente umano, che superi la prova delle opere: se uno mi ama, osserverà i miei comandamenti.
Siamo contenti, spesso, di mantenere una buona relazione con Dio, solo perché preghiamo bene o perché abbiamo buoni sentimenti, perché alimentiamo buoni desideri o perché promettiamo sempre un cambio di comportamento che non arriva mai. Tutto questo, nonostante la nostra innegabile buona volontà, non ci fa sapere amati da Dio. Il fatto è che se non facciamo ciò che Egli si aspetta da noi, non ci sentiamo amati da Lui né percepiamo la sua tenerezza; Dio Padre si rende presente tra coloro che fanno la sua volontà; Gesù non si attarda con noi, perché non c’è nessuno che lo ama tanto da conservare la sua parola. Non chi dice ‘Signore, Signore’, ma chi fa la sua volontà, si sentirà amato da Dio. E perché non è molto comune che tra i cristiani di oggi ci sia chi vede la volontà di Dio come la ragione della sua vita, si sta verificando questo grande vuoto di Dio nel nostro mondo, del quale ci lamentiamo tanto: stiamo rimanendo più soli, Dio non ha più la sua dimora tra di noi, perché non trova discepoli che lo amano, facendo la sua volontà. Non bisogna arrabbiarsi con Lui, quando non lo troviamo tra di noi; bisognerà prendere più seriamente le sue ultime parole: Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Solo coloro che trascurano la volontà di Dio, si sentono trascurati da Lui.
Ma Gesù non ci ha lasciato solo compiti da compiere, prima di lasciarci soli in questo mondo. Ci ha promesso il suo spirito: questa forza che Lui ebbe lungo il corso della sua vita, che conservò percorrendo la sua patria e proclamando l’amore di Dio. Non potendo rimanere con noi, poiché è ritornato al Padre per prepararci una dimora, ci ha promesso di lasciarci il suo spirito, la sua forza e il suo coraggio, il suo entusiasmo e la sua sapienza. Se non abbiamo Lui in persona, almeno abbiamo il meglio che Lui ha avuto: se ci ha lasciati, non ci ha abbandonati. Non si comprende bene la ragione per cui noi cristiani viviamo con tristezza la nostra fede; è forse perché non crediamo realmente alla promessa di Gesù? Se non abbiamo fede alle sue parole, sarebbe meglio che smettessimo di vivere come suoi discepoli; se non valorizziamo la sua persona, non ci conviene sforzarci ancora. Però se abbiamo ancora un po’ di fiducia in Lui, dovremmo recuperare il nostro entusiasmo: il suo spirito ci appartiene. Il suo soffio, soffio di Dio che creò il mondo, darà forza ai nostri sforzi di fedeltà, ci aiuterà a comprendere ciò che ancora non abbiamo compreso di Dio, ci ricorderà quanto Lui ci ha detto, ce lo farà sentire più vicino alle nostre preoccupazioni e alle nostre difficoltà. Chi si propone di rispondere alle richieste di Gesù, costi quel che costi, nel nostro mondo, potrà fare affidamento sullo Spirito di Gesù, come avvocato, tutore, difensore, intimo amico e forza interiore.
Ma Gesù non ci ha lasciati soli. Oltre a darci il suo spirito, ci ha lasciato la sua pace. Stiamo assistendo, senza poter porre rimedio, allo spettacolo deplorevole che tanto caratterizza la situazione sociale di oggi: la pace è sulla bocca di tutti, ma non riusciamo a fare in modo che sia in tutti i cuori, nemmeno – perché pensare solo agli altri – nel nostro cuore. L’uomo oggi si può permettere quasi tutto, meno che vivere in pace; possiamo comprarci quasi tutto, eccetto la pace interiore. E noi cristiani, che sappiamo di poter contare sulla pace di Gesù, l’unica che pacifica l’uomo nella sua interiorità, pacificando i suoi desideri di possesso, colmando i suoi desideri di sopravvivenza, frenando la sua ansia di supremazia, ci nascondiamo timorosi, dai nostri contemporanei: quanto stiamo vedendo nel nostro mondo – o ci siamo ormai abituati al peccato di Caino, all’omicidio, all’odio? -, dovrebbe armarci di speranza, scoprire nuovi compiti da fare ed impegni da realizzare. Finché la pace non diviene realtà, non avremo assolto al mandato che Cristo ci ha lasciato quando si è allontanato da noi; finché non ci sarà la pace, dobbiamo fare qualcosa noi che crediamo che Cristo ce l’ha lasciata come patrimonio. Siamo chiamati ad essere, mentre Gesù è assente, uomini di pace, pacifici e pacificatori; solo così supereremo le nostre paure e la codardia; la solitudine che soffriamo e il sentimento di insufficienza che sopportiamo, il sentimento di insignificanza con il quale viviamo, li vinceremo quando godremo della pace che Cristo ci ha offerto. Solo così sapremo che abbiamo il suo Spirito e che stiamo compiendo la sua volontà: abbandonare la missione di pacificare il nostro cuore porterebbe il mondo ad aumentare il sentimento di abbandono di Dio, perché non vivremmo come Cristo ci ha lasciati. Non tema il vostro cuore né si scoraggi, disse Gesù ai suoi; ci ha lasciato la sua pace quando ci ha lasciati nel mondo; conservarla significa, allora, mantenere intatto il suo ricordo e conservare la sua eredità, obbedirgli e vivere del suo Spirito. Potremo gioire di essergli fedeli se godiamo della pace che ci ha lasciato e viviamo rendendola possibile a coloro che vivono con noi.
Non abbiamo alcun diritto di sentirci abbandonati da Dio: ci ha lasciato il suo Spirito e la sua pace, ci ha proibito la paura e ci ha promesso di preparare già un posto insieme al Padre. Se questi sono i motivi della sua assenza, non abbiamo alcun motivo di reclamo: la lontananza apparente di Gesù è momentanea, si sta occupando di prepararci un posto con Dio. Solo chi ama Gesù, sopporta la sua lontananza senza disperazione o sfiducia nella sua pace; solo chi ama Cristo, non si sa abbandonato né abbandona il mondo travagliato. Noi cristiani dobbiamo dare, a coloro che non credono, la testimonianza della nostra pace personale e lo sforzo per renderla presente nei loro cuori; perché tornino a fidarsi di un Dio che non abbandona mai, dobbiamo ritrovare il coraggio della nostra fede e tornare a compiere la volontà di Dio. Chi ha lo Spirito di Gesù e la sua pace, non vive intimidito. Questa è la differenza.

JUAN JOSE BARTOLOME sdb

Santi Filippo e Giacomo Apostoli

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Publié dans:immagini sacre |on 2 mai, 2013 |Pas de commentaires »

03 MAGGIO: SANTI FILIPPO E GIACOMO il minore – apostoli

http://www.preghiereperlafamiglia.it/santi-filippo-e-giacomo-apostoli.htm

03 MAGGIO:  SANTI FILIPPO E GIACOMO il minore – apostoli

Filippo, pescatore di Betsaida, in Galilea, fu fra i primi ad essere chiamato da Gesù vicino a sé; conosciamo la sua immediata risposta alla chiamata di Gesù dall’entusiasmo con il quale comunica subito l’incontro a Natanaele: « Vieni e vedi » lo invita, rispondendo alla sua incredula reazione (Gv 1, 43 ss.). Giovanni lo cita in diversi episodi: prima della moltiplicazione dei pani, quando Gesù « per metterlo alla prova » chiede a Filippo dove poter provvedere il pane per sfamare tanta gente (Gv 6, 5-6); dopo l’ingresso messianico a Gerusalemme è a Filippo che si rivolgono alcuni greci che vogliono vedere Gesù (Gv 12, 20-22) ed è Filippo stesso che durante l’Ultima Cena chiede al Maestro di mostrare loro il Padre (Gv 14, 8) a testimonianza che solo per il dono dello Spirito dopo la Risurrezione gli apostoli comprenderanno la verità di Gesù, Cristo, Figlio di Dio e la missione loro affidata.Le altre notizie che si hanno di Filippo sono leggendarie. È comunque probabile che, dopo la Pentecoste, Filippo abbia attraversato l’Asia Minore spingendosi fino alla Scizia (dalle parti dell’attuale Ucraina) e poi nella Frigia (nell’attuale Turchia asiatica), nella cui capitale, Gerapoli, sarebbe stato martirizzato su una croce decussata, cioè a forma di X e con la testa all’ingiù. Dopo diverse vicende le sue reliquie sarebbero state trasportate a Roma e sepolte nella basilica dei Dodici Apostoli.
 Giacomo, detto il Minore per distinguerlo dal fratello Giovanni, divenne vescovo di Gerusalemme dopo la morte di Giacomo il Maggiore e la partenza di Pietro. Occupo’ una posizione di rilievo negli Atti degli Apostoli ed e’ autore di una lettera  » cattolica  » alle  » dodici tribù’ della diaspora « , che e’ come un’eco del « Discorso della montagna ». Il suo ascetismo gli conquisto’ la stima anche di ebrei ortodossi, molti dei quali si convertirono. Sembra sia stato lapidato nel 62 d.C..

PREGHIERA A SAN FILIPPO APOSTOLO
 Glorioso san Filippo, che al primo invito di Gesù lo seguiste
volenteroso, e riconosciutolo come il Messia promesso da Mosè e dai
Profeti, ripieno di santo entusiasmo, lo annunziaste agli amici, perchè
accorressero fidenti ad ascoltare la sua parola;
voi che foste l’intercessore dei gentili presso il divin Maestro e che
foste da lui in particolar modo istruito sul grande mistero della Trinità;
voi che infine anelaste al martirio come alla corona dell’apostolato:

Pregate per noi,
affinchè la nostra mente venga rischiarata dalle sublimi
verità della fede e il nostro cuore si attacchi fortemente agli insegnamenti divini.
 Pregate per noi,
onde non manchi la forza di sopportare la mistica croce del
dolore con la quale potremo seguire il Redentore nella via del
Calvario e nella via della gloria.
 Pregate per noi,
per le nostre famiglie, per i nostri fratelli lontani, per la nostra patria,
affinche trionfi in tutti i cuori la legge del Vangelo, che è la legge dell’amore.

PREGHIERA A SAN FILIPPO APOSTOLO
Abbandonate le cose della terra, hai seguito Cristo, e segnato con l’ispirazione del Santo Spirito, da lui sei stato inviato tra le genti perdute per convertire gli uomini alla luce della conoscenza di Dio, o apostolo Filippo; compiuta la lotta del tuo divino desiderio, tra molteplici supplizi hai consegnato la tua anima a Dio. Supplicalo, o beatissimo, di donarci la grande misericordia. O Santo Apostolo Filippo, intercedi presso il Dio misericordioso perché conceda alle anime nostre la remissione delle colpe

PREGHIERA A SAN GIACOMO IL MINORE, APOSTOLO
San Giacomo ci hai mostrato un cristianesimo molto concreto e pratico, indicandoci che la fede deve realizzarsi nella vita soprattutto nell’amore del prossimo e particolarmente nell’impegno per i poveri: (Gc 2,26).
“Come il corpo senza lo spirito è morto, così anche la fede senza le opere è morta”  Ci hai esortato ad abbandonarci nelle mani di Dio in tutto ciò che facciamo, pronunciando sempre le parole: “Se il Signore vorrà” (Gc 4,15) insegnandoci così a non presumere di pianificare la nostra vita in maniera autonoma e interessata, ma a fare spazio all’imperscrutabile volontà di Dio, che conosce il vero bene per noi.
San Giacomo, la tua vita e le tue parole siano sempre per ciascuno di noi un forte esempio a cui conformare la nostra vita per divenire veri discepoli di Cristo Gesù. Amen.

Publié dans:SANTI APOSTOLI |on 2 mai, 2013 |Pas de commentaires »

INIZIO DELLA SAPIENZA…

http://www.cristianiortodossi.it/monastero/inizio_sapienza.htm

MONASTERO ORTODOSSO SAN SERAFINO DI SAROV

INIZIO DELLA SAPIENZA…

« Inizio della sapienza è il timore del Signore », così il salmista ammonisce, ed al frequentatore contemporaneo della pagine (solo delle « pagine ») della Scrittura questo suona come un anacronistico richiamo alla minaccia di punizioni temporali (da una disgrazia personale o familiare fino al Diluvio) o alla terribile visione dei tormenti eterni dell’Inferno, magari usciti da una Divina Commedia illustrata dal Dorè. Niente di più falso: il « timor di Dio » di cui parlano le Sacre Pagine, è, come » la legge fatta di prescrizioni e di decreti », il salutare rimedio posto dall’economia del piano salvifico di Dio all’immaturità dei suoi figli che – finché restano nella minorità spirituale - » in nulla differiscon dallo schiavo » come ricorda Paolo ai Galati; e siccome noi non siamo – probabilmente – ancora pervenuti alla statura dell’amore che « caccia via il timore, perché chi teme non è perfetto nell’amore » (prima epistola di San Giovanni, 4) – cominciamo la nostra riflessione sapienziale dal timor di Dio. Scopriremo che, lontano dal rivelare un volto terribile di Dio, dimostra la premura paterna di liberarci da uno dei più terribili inganni che ci sovrastano; spesso noi pensiamo che « esser liberi » equivalga a « fare ciò che vogliamo » non avvedendoci che « ciò che vogliamo  » è invece ciò che esige la necessità – deterministica direi – della nostra natura fisica. L’equazione esprime cioè l’inganno della falsa libertà.
L’istinto naturale infatti -quello che abbiamo in comune con gli animali – è la più pesante catena, il più terribile giogo che ci portiamo appresso, fino a quell’istinto di morte che Freud (Al di là del principio del piacere) vide giustamente iscritto in ogni organismo vivente, uomo non escluso; così l’asservimento alla nostra natura fisica equivale, filosoficamente parlando, al nostro « essere per la morte » caro ad alcuni pensatori esistenzialisti; « chi – dunque – ci libererà da questo corpo di morte ? » – « inizio della sapienza è il timore del Signore », esso si oppone alla necessità naturale e ci addita la legge come massimamente liberatoria.
Dice l’istinto: « mangia! se vuoi vivere, paga al ventre il tuo tributo! » La legge al contrario prescrive il digiuno ascetico come via per affrancarci dalla servitù all’istinto, perchè l’uomo « vive di ogni parola che esce dalla bocca di Dio »; pensate a certi santi asceti che hanno vissuto di niente: poco pane qualche goccia d’acqua fino a ridurre il nutrimento alla sola Comunione Eucaristica; agiografie d’oriente e d’occidente son pronte a fornirci, fino ai giorni nostri, esempi numerosi: uomini e donne spiritualizzati, fatti lievi, lontani da ogni pesantezza carnale e terrena, già deiformi, pronti – come aquile dall’alto volo- a raggiungere le vette del Tabor spirituale, del Sinai mistico di San Gregorio di Nissa, del Carmelo dei contemplativi spagnoli del XVI secolo; corpi da icona, con le labbra piccole per la consumazione del frammento eucaristico solo, cui fanno riscontro i grandi occhi, dilatati fino all’estremo per l’incontro interpersonale con Dio e con i fratelli, occhi contemplanti già da quaggiù la visione della Luce Increata; « occhi chiaroveggenti » per dirla con Dovstoevskij.
Dice l’istinto naturale: « fa’ sesso! quando ne senti il bisogno, ché « l’astuzia della ragione » (della ragione immanente di hegeliana memoria), lo userà per riprodurre la specie, per chiamare alla vita altri « destinati alla morte » . Al contrario la legge: non fornicare! – ossia, in una interpretazione amplia, sii tu dominatore e non dominato del tuo appetito sessuale, incornicialo in un rapporto interpersonale in cui l’incontrarsi dei volti – ricorda i grandi occhi delle icone – sia più pregnante di senso che non l’incontro genitale dei corpi; oppure mettilo al servizio dell’eros trasfigurato della vita monastica che guarda lontano, verso orizzonti escatologici, là dove « non si prende né moglie né marito ma si è come gli angeli del cielo ».
Dice l’istinto « aggredisci », « per non esser sopraffatto,segui l’istinto: homo homini lupus  » (Hobbes) . E la legge di rimando: « tu non ucciderai! »,  » vi dico: non resistete al malvagio, se uno ti percuote su una guancia, porgigli anche l’altra »; « beati i mansueti: loro erediteranno la terra »; sì, la terra nuova ed cieli nuovi del Regno. Così, e solo così, l’uomo può avviare il suo processo di trasfigurazione, di redenzione dalla morte, di deificazione, a cui il Risorto ha dato irreversibile inizio ed a cui noi siamo chiamati a rispondere in maniera sinergica, attiva, personale; in questo modo la legge diviene legge di libertà, dell’unica vera libertà; ed il timore si schiude sull’amore sponsale dell’amante Cristo che ci vuol partecipi, nei talami celesti, alla sua vita senza fine.

Un Monaco

Publié dans:meditazioni, Ortodossia |on 2 mai, 2013 |Pas de commentaires »

Marc Chagall, The Creation

Marc Chagall, The Creation dans immagini sacre

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Publié dans:immagini sacre |on 1 mai, 2013 |Pas de commentaires »

LA CONCEZIONE DEL LAVORO NEL MONDO BIBLICO

http://www.liceomedi.com/lavoro/pagina4.htm

LA CONCEZIONE DEL LAVORO NEL MONDO BIBLICO

La posizione della Bibbia ci consente di comprendere l’origine di questa duplicità nel giudizio sul lavoro della cultura occidentale.
L’Antico Testamento insiste su due grandi convinzioni:

Il lavoro è degno dell’uomo visto che Dio stesso opera e lavora. Nella Genesi Dio lavora e si compiace del proprio operato
« Dio disse: Le acque che sono sotto il cielo si raccolgano in un solo luogo e appaia l’asciutto.
E così avvenne. Dio chiamò l’asciutto terra e la massa delle acque mare. E Dio vide che era cosa buona. » (Gen.1,9-10)

La creazione dell’uomo e della donna e il peccato originale
Il lavoro è dunque buono in sé, anche se il peccato ha turbato l’armonia dell’universo, introducendo l’elemento della sofferenza e della fatica.
« Con il sudore del tuo volto mangerai il pane; finché tornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere tornerai » (Gen.3,19).
Il peccato segna la rottura dell’unità dell’uomo con il creato, al punto che lo stare dell’uomo nel mondo diventa un esser gettato nel mondo come esiliato e straniero. Adamo si vergogna dopo aver commesso il peccato.
« Ma il Signore Dio chiamò l’uomo e gli disse: Dove sei? Rispose. Ho udito il tuo passo nel giardino: ho avuto paura perché sono nudo, e mi sono nascosto » (Gen.3,9-10).
L’esperienza dell’esistere nasce come vergogna, in un sentire problematicamente il proprio essere. Scrive Lèvinas in « Dell’Evasione »: La vergogna appare ogni volta che non riusciamo a far dimenticare la nostra nudità. Essa è in rapporto con tutto ciò che si vorrebbe nascondere e a cui non si può sfuggire… Ciò che appare nella vergogna è precisamente il fatto di essere incatenati a sé, l’impossibilità radicale di fuggire da se stessi per nascondersi a sé, l’irremissibile presenza dell’io a se stesso… E’ dunque la nostra intimità, cioè la nostra presenza a noi stessi, che è vergognosa. Essa non rivela il nostro nulla, ma la totalità della nostra esistenza… la vergogna è, in fin dei conti, un’esistenza che cerca per sé delle scuse. Ciò che la vergogna svela è l’essere che si svela ».
« …Il Signore Dio lo scacciò dal giardino di Eden, perché lavorasse il suolo da dove era stato tratto… »
La problematicità del nostro essere emerge in modo chiaro in un celebre versetto della Genesi, 3-22:23.
« Il Signore Dio disse allora: Ecco, l’uomo è diventato come uno di noi, per la conoscenza del bene e del male. Ora egli non stenda più la mano e non prenda anche dell’albero della vita, ne mangi e viva sempre. Il Signore Dio lo scacciò dal giardino di Eden, perché lavorasse il suolo da dove era stato tratto ».
L’uomo, dunque, partecipe della divinità, per quanto concerne la coscienza, ma legato irrimediabilmente alla fragilità e alla mortalità dal punto di vista del suo essere.
Emerge una successione di esperienze di frattura legata al peccato: la prima è quella della perdita dell’unità originaria con la natura, la seconda è la dolorosa scoperta del proprio essere come luogo di vergogna, la terza è quella della contraddizione irrisolvibile tra coscienza ed essere.
Il lavoro rappresenta un dovere morale che Dio ha dato all’uomo da integrare con la preghiera e la contemplazione.
In Gen.2,15 leggiamo « Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino dell’Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse. » E poco dopo, in Gen.2.19 « Allora il Signor Dio plasmò dal suolo ogni sorta di bestie selvatiche, e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all’uomo, per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo l’uomo avesse chiamato ognuno degli esseri viventi, quello doveva essere il suo nome ».
Il lavoro può diventare una specie di occasione per recuperare l’unità attraverso la cura del mondo.
La Bibbia si forma attraverso una progressiva stratificazione di testi, tra i quali si nota un’influenza proveniente da più culture. In particolare il mito della Genesi risulta fortemente collegato alla civiltà mesopotamica.
A Babilonia ogni anno viene letto pubblicamente il poema  » ENUMA ELIAH (« Quando nell’Alto ») che riassume la cosmogonia mesopotamica:
Marduk capo dei nuovi dei lotta con la divinità malvagia Tianath e vince facendo a pezzi l’avversario
Con i pezzi del corpo dell’avversario sconfitto, Marduk costruisce l’universo
La materia si presenta con una connotazione negativa
Chi si occuperà del funzionamento della Materia?
Viene creato l’uomo, con lo sterco degli dei, per svolgere questa funzione
L’uomo è un servo, per il quale il lavoro è il segno inequivocabile della fragilità e dell’umiliazione
Il racconto della Genesi può essere letto come il controcanto di questa cosmogonia: il protagonista è Dio. Di cui Israele ha già fatto esperienza nell’Esodo (la Genesi viene prodotta dopo l’Esodo, quindi dopo che gli Ebrei hanno conosciuto Dio come liberatore). Al posto di Marduk c’è Ihwh, il Dio padre, e non padrone, liberatore che dona la terra all’uomo. Ciò che Dio dona è buono in sé: Dio dà una forma possente alla materia con la parola (dabar-parola-azione. La parola è manifestazione dell’essere, così come lo è l’azione). Se la creazione è manifestazione di Dio, e Dio è buono, allora la creazione è buona. Quindi la Terra è un dono per l’uomo, che deve abitarla e curarla per se stesso in rapporto a Dio. Il nostro abitare la Terra deve essere un continuo accogliere il dono di Dio.
In quest’ottica, il lavoro diventa:
collaborazione con Dio, nella gratitudine per il dono ricevuto
 responsabilità (l’uomo è custode dei mondo)
libertà per l’uomo
sua dignità
L’uomo è interlocutore di Dio. La Genesi ci ha fatto vedere che Dio dà all’uomo il compito di dare nomi agli enti, cioè di fare presa sull’essere. Ora, il lavoro è precetto e obbedienza a Dio in questo senso: è un gradire il suo dono dando a quest’ultimo la sua identità: tutto diventa riconoscibile, compreso l’uomo stesso, che nel lavoro, appunto, riconosce se stesso.
Ecco dunque che il fine del lavoro non è legato all’utilità, al dominio, all’imposizione sul mondo. Il lavoro è un riconoscere la gratuità del dono di Dio, che ha creato come crea un artista, per sovrabbondanza interiore.
Se questo riconoscere la gratuità dell’atto creativo di Dio si dà, nell’uomo adulto, in forma di lavoro, per il bambino si dà come gioco. (Teniamo presente che nella cultura ebraica grande è il rispetto per il gioco. Secondo la legge ebraica, il bambino non può giocare fino a quando non compie il rito di passaggio all’età adulta).
Il gioco è l’esperienza irrinunciabile per l’uomo nell’aurora della sua esistenza, perché è la prima grande esperienza della gratuità dell’agire. L’esperienza del gioco si pone come condizione forte perché poi si possa accedere al lavoro senza tradire la fondamentale gratuità del dono di Dio.

Publié dans:BIBBIA, biblica |on 1 mai, 2013 |Pas de commentaires »
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