Archive pour mai, 2013

Santa Rita da Cascia

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22 MAGGIO: SANTA RITA DA CASCIA VEDOVA E RELIGIOSA

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SANTA RITA DA CASCIA VEDOVA E RELIGIOSA

22 MAGGIO – MEMORIA FACOLTATIVA

ROCCAPORENA, PRESSO CASCIA, PERUGIA, C. 1381 – CASCIA, PERUGIA, 22 MAGGIO 1447/1457

La tradizione ci racconta che, portata alla vita religiosa, fu data in sposa ad un uomo brutale e violento che, convertito da lei, venne in seguito ucciso per una vendetta. I due figli giurarono di vendicarlo e Rita, non riuscendo a dissuaderli, pregò Dio farli piuttosto morire. Quando ciò si verificò, Rita si ritirò nel locale monastero delle Agostiniane di Santa Maria Maddalena. Qui condusse una santa vita con una particolare spiritualità in cui veniva privilegiata la Passione di Cristo. Durante un’estasi ricevette una speciale stigmata sulla fronte, che le rimase fino alla morte. La sua esistenza di moglie di madre cristiana, segnata dal dolore e dalle miserie umane, è ancora oggi un esempio.

Patronato: Donne maritate infelicemente, Casi disperati
Etimologia: Rita = accorc. di Margherita

Martirologio Romano: Santa Rita, religiosa, che, sposata con un uomo violento, sopportò con pazienza i suoi maltrattamenti, riconciliandolo infine con Dio; in seguito, rimasta priva del marito e dei figli, entrò nel monastero dell’Ordine di Sant’Agostino a Cascia in Umbria, offrendo a tutti un sublime esempio di pazienza e di compunzione.
Fra le tante stranezze o fatti strepitosi che accompagnano la vita dei santi, prima e dopo la morte, ce n’è uno in particolare che riguarda s. Rita da Cascia, una delle sante più venerate in Italia e nel mondo cattolico, ed è che essa è stata beatificata ben 180 anni dopo la sua morte e addirittura proclamata santa a 453 anni dalla morte.
Quindi una santa che ha avuto un cammino ufficiale per la sua canonizzazione molto lento (si pensi che sant’Antonio di Padova fu proclamato santo un anno dopo la morte), ma nonostante ciò s. Rita è stata ed è una delle più venerate ed invocate figure della santità cattolica, per i prodigi operati e per la sua umanissima vicenda terrena.
Rita ha il titolo di “santa dei casi impossibili”, cioè di quei casi clinici o di vita, per cui non ci sono più speranze e che con la sua intercessione, tante volte miracolosamente si sono risolti.
Nacque intorno al 1381 a Roccaporena, un villaggio montano a 710 metri s. m. nel Comune di Cascia, in provincia di Perugia; i suoi genitori Antonio Lottius e Amata Ferri erano già in età matura quando si sposarono e solo dopo dodici anni di vane attese, nacque Rita, accolta come un dono della Provvidenza.
La vita di Rita fu intessuta di fatti prodigiosi, che la tradizione, più che le poche notizie certe che possediamo, ci hanno tramandato; ma come in tutte le leggende c’è alla base senz’altro un fondo di verità.
Si racconta quindi che la madre molto devota, ebbe la visione di un angelo che le annunciava la tardiva gravidanza, che avrebbero ricevuto una figlia e che avrebbero dovuto chiamarla Rita; in ciò c’è una similitudine con s. Giovanni Battista, anch’egli nato da genitori anziani e con il nome suggerito da una visione.
Poiché a Roccaporena mancava una chiesa con fonte battesimale, la piccola Rita venne battezzata nella chiesa di S. Maria della Plebe a Cascia e alla sua infanzia è legato un fatto prodigioso; dopo qualche mese, i genitori, presero a portare la neonata con loro durante il lavoro nei campi, riponendola in un cestello di vimini poco distante.
E un giorno mentre la piccola riposava all’ombra di un albero, mentre i genitori stavano un po’ più lontani, uno sciame di api le circondò la testa senza pungerla, anzi alcune di esse entrarono nella boccuccia aperta depositandovi del miele. Nel frattempo un contadino che si era ferito con la falce ad una mano, lasciò il lavoro per correre a Cascia per farsi medicare; passando davanti al cestello e visto la scena, prese a cacciare via le api e qui avvenne la seconda fase del prodigio, man mano che scuoteva le braccia per farle andare via, la ferita si rimarginò completamente. L’uomo gridò al miracolo e con lui tutti gli abitanti di Roccaporena, che seppero del prodigio.
Rita crebbe nell’ubbidienza ai genitori, i quali a loro volta inculcarono nella figlia tanto attesa, i più vivi sentimenti religiosi; visse un’infanzia e un’adolescenza nel tranquillo borgo di Roccaporena, dove la sua famiglia aveva una posizione comunque benestante e con un certo prestigio legale, perché a quanto sembra ai membri della casata Lottius, veniva attribuita la carica di ‘pacieri’ nelle controversie civili e penali del borgo.
Già dai primi anni dell’adolescenza Rita manifestò apertamente la sua vocazione ad una vita religiosa, infatti ogni volta che le era possibile, si ritirava nel piccolo oratorio, fatto costruire in casa con il consenso dei genitori, oppure correva al monastero di Santa Maria Maddalena nella vicina Cascia, dove forse era suora una sua parente.
Frequentava anche la chiesa di S. Agostino, scegliendo come suoi protettori i santi che lì si veneravano, oltre s. Agostino, s. Giovanni Battista e Nicola da Tolentino, canonizzato poi nel 1446. Aveva tredici anni quando i genitori, forse obbligati a farlo, la promisero in matrimonio a Fernando Mancini, un giovane del borgo, conosciuto per il suo carattere forte, impetuoso, perfino secondo alcuni studiosi, brutale e violento.
Rita non ne fu entusiasta, perché altre erano le sue aspirazioni, ma in quell’epoca il matrimonio non era tanto stabilito dalla scelta dei fidanzati, quando dagli interessi delle famiglie, pertanto ella dovette cedere alle insistenze dei genitori e andò sposa a quel giovane ufficiale che comandava la guarnigione di Collegiacone, del quale “fu vittima e moglie”, come fu poi detto.
Da lui sopportò con pazienza ogni maltrattamento, senza mai lamentarsi, chiedendogli con ubbidienza perfino il permesso di andare in chiesa. Con la nascita di due gemelli e la sua perseveranza di rispondere con la dolcezza alla violenza, riuscì a trasformare con il tempo il carattere del marito e renderlo più docile; fu un cambiamento che fece gioire tutta Roccaporena, che per anni ne aveva dovuto subire le angherie.
I figli Giangiacomo Antonio e Paolo Maria, crebbero educati da Rita Lottius secondo i principi che le erano stati inculcati dai suoi genitori, ma essi purtroppo assimilarono anche gli ideali e regole della comunità casciana, che fra l’altro riteneva legittima la vendetta.
E venne dopo qualche anno, in un periodo non precisato, che a Rita morirono i due anziani genitori e poi il marito fu ucciso in un’imboscata una sera mentre tornava a casa da Cascia; fu opera senz’altro di qualcuno che non gli aveva perdonato le precedenti violenze subite.
Ai figli ormai quindicenni, cercò di nascondere la morte violenta del padre, ma da quel drammatico giorno, visse con il timore della perdita anche dei figli, perché aveva saputo che gli uccisori del marito, erano decisi ad eliminare gli appartenenti al cognome Mancini; nello stesso tempo i suoi cognati erano decisi a vendicare l’uccisione di Fernando Mancini e quindi anche i figli sarebbero stati coinvolti nella faida di vendette che ne sarebbe seguita.
Narra la leggenda che Rita per sottrarli a questa sorte, abbia pregato Cristo di non permettere che le anime dei suoi figli si perdessero, ma piuttosto di toglierli dal mondo, “Io te li dono. Fà di loro secondo la tua volontà”. Comunque un anno dopo i due fratelli si ammalarono e morirono, fra il dolore cocente della madre.
A questo punto inserisco una riflessione personale, sono del Sud Italia e in alcune regioni, esistono realtà di malavita organizzata, ma in alcuni paesi anche faide familiari, proprio come al tempo di s. Rita, che periodicamente lasciano sul terreno morti di ambo le parti. Solo che oggi abbiamo sempre più spesso donne che nell’attività malavitosa, si sostituiscono agli uomini uccisi, imprigionati o fuggitivi; oppure ad istigare altri familiari o componenti delle bande a vendicarsi, quindi abbiamo donne di mafia, di camorra, di ‘ndrangheta, di faide familiari, ecc.
Al contrario di s. Rita che pur di spezzare l’incipiente faida creatasi, chiese a Dio di riprendersi i figli, purché non si macchiassero a loro volta della vendetta e dell’omicidio.
S. Rita è un modello di donna adatto per i tempi duri. I suoi furono giorni di un secolo tragico per le lotte fratricide, le pestilenze, le carestie, con gli eserciti di ventura che invadevano di continuo l’Italia e anche se nella bella Valnerina questi eserciti non passarono, nondimeno la fame era presente.
Poi la violenza delle faide locali aggredì l’esistenza di Rita Lottius, distruggendo quello che si era costruito; ma lei non si abbatté, non passò il resto dei suoi giorni a piangere, ma ebbe il coraggio di lottare, per fermare la vendetta e scegliere la pace. Venne circondata subito di una buona fama, la gente di Roccaporena la cercava come popolare giudice di pace, in quel covo di vipere che erano i Comuni medioevali. Esempio fulgido di un ruolo determinante ed attivo della donna, nel campo sociale, della pace, della giustizia.
Ormai libera da vincoli familiari, si rivolse alle Suore Agostiniane del monastero di S. Maria Maddalena di Cascia per essere accolta fra loro; ma fu respinta per tre volte, nonostante le sue suppliche. I motivi non sono chiari, ma sembra che le Suore temessero di essere coinvolte nella faida tra famiglie del luogo e solo dopo una riappacificazione, avvenuta pubblicamente fra i fratelli del marito ed i suoi uccisori, essa venne accettata nel monastero.
Per la tradizione, l’ingresso avvenne per un fatto miracoloso, si narra che una notte, Rita come al solito, si era recata a pregare sullo “Scoglio” (specie di sperone di montagna che s’innalza per un centinaio di metri al disopra del villaggio di Roccaporena), qui ebbe la visione dei suoi tre santi protettori già citati, che la trasportarono a Cascia, introducendola nel monastero, si cita l’anno 1407; quando le suore la videro in orazione nel loro coro, nonostante tutte le porte chiuse, convinte dal prodigio e dal suo sorriso, l’accolsero fra loro.
Quando avvenne ciò Rita era intorno ai trent’anni e benché fosse illetterata, fu ammessa fra le monache coriste, cioè quelle suore che sapendo leggere potevano recitare l’Ufficio divino, ma evidentemente per Rita fu fatta un’eccezione, sostituendo l’ufficio divino con altre orazioni.
La nuova suora s’inserì nella comunità conducendo una vita di esemplare santità, praticando carità e pietà e tante penitenze, che in breve suscitò l’ammirazione delle consorelle. Devotissima alla Passione di Cristo, desiderò di condividerne i dolori e questo costituì il tema principale delle sue meditazioni e preghiere.
Gesù l’esaudì e un giorno nel 1432, mentre era in contemplazione davanti al Crocifisso, sentì una spina della corona del Cristo conficcarsi nella fronte, producendole una profonda piaga, che poi divenne purulenta e putrescente, costringendola ad una continua segregazione.
La ferita scomparve soltanto in occasione di un suo pellegrinaggio a Roma, fatto per perorare la causa di canonizzazione di s. Nicola da Tolentino, sospesa dal secolo precedente; ciò le permise di circolare fra la gente.
Si era talmente immedesimata nella Croce, che visse nella sofferenza gli ultimi quindici anni, logorata dalle fatiche, dalle sofferenze, ma anche dai digiuni e dall’uso dei flagelli, che erano tanti e di varie specie; negli ultimi quattro anni si cibava così poco, che forse la Comunione eucaristica era il suo unico sostentamento e fu costretta a restare coricata sul suo giaciglio.
E in questa fase finale della sua vita, avvenne un altro prodigio, essendo immobile a letto, ricevé la visita di una parente, che nel congedarsi le chiese se desiderava qualcosa della sua casa di Roccaporena e Rita rispose che le sarebbe piaciuto avere una rosa dall’orto, ma la parente obiettò che si era in pieno inverno e quindi ciò non era possibile, ma Rita insisté.
Tornata a Roccaporena la parente si recò nell’orticello e in mezzo ad un rosaio, vide una bella rosa sbocciata, stupita la colse e la portò da Rita a Cascia, la quale ringraziando la consegnò alle meravigliate consorelle.
Così la santa vedova, madre, suora, divenne la santa della ‘Spina’ e la santa della ‘Rosa’; nel giorno della sua festa questi fiori vengono benedetti e distribuiti ai fedeli.
Il 22 maggio 1447 (o 1457, come viene spesso ritenuto) Rita si spense, mentre le campane da sole suonavano a festa, annunciando la sua ‘nascita’ al cielo. Si narra che il giorno dei funerali, quando ormai si era sparsa la voce dei miracoli attorno al suo corpo, comparvero delle api nere, che si annidarono nelle mura del convento e ancora oggi sono lì, sono api che non hanno un alveare, non fanno miele e da cinque secoli si riproducono fra quelle mura.
Per singolare privilegio il suo corpo non fu mai sepolto, in qualche modo trattato secondo le tecniche di allora, fu deposto in una cassa di cipresso, poi andata persa in un successivo incendio, mentre il corpo miracolosamente ne uscì indenne e riposto in un artistico sarcofago ligneo, opera di Cesco Barbari, un falegname di Cascia, devoto risanato per intercessione della santa.
Sul sarcofago sono vari dipinti di Antonio da Norcia (1457), sul coperchio è dipinta la santa in abito agostiniano, stesa nel sonno della morte su un drappo stellato; il sarcofago è oggi conservato nella nuova basilica costruita nel 1937-1947; anche il corpo riposa incorrotto in un’urna trasparente, esposto alla venerazione degli innumerevoli fedeli, nella cappella della santa nella Basilica-Santuario di S. Rita a Cascia.
Accanto al cuscino è dipinta una lunga iscrizione metrica che accenna alla vita della “Gemma dell’Umbria”, al suo amore per la Croce e agli altri episodi della sua vita di monaca santa; l’epitaffio è in antico umbro ed è di grande interesse quindi per conoscere il profilo spirituale di S. Rita.
Bisogna dire che il corpo rimasto prodigiosamente incorrotto e a differenza di quello di altri santi, non si è incartapecorito, appare come una persona morta da poco e non presenta sulla fronte la famosa piaga della spina, che si rimarginò inspiegabilmente dopo la morte.
Tutto ciò è documentato dalle relazioni mediche effettuate durante il processo per la beatificazione, avvenuta nel 1627 con papa Urbano VIII; il culto proseguì ininterrotto per la santa chiamata “la Rosa di Roccaporena”; il 24 maggio 1900 papa Leone XIII la canonizzò solennemente.
Al suo nome vennero intitolate tante iniziative assistenziali, monasteri, chiese in tutto il mondo; è sorta anche una pia unione denominata “Opera di S. Rita” preposta al culto della santa, alla sua conoscenza, ai continui pellegrinaggi e fra le tante sue realizzazioni effettuate, la cappella della sua casa, la cappella del “Sacro Scoglio” dove pregava, il santuario di Roccaporena, l’Orfanotrofio, la Casa del Pellegrino.
Il cuore del culto comunque resta il Santuario ed il monastero di Cascia, che con Assisi, Norcia, Cortona, costituiscono le culle della grande santità umbra.

Autore: Antonio Borrelli

« FAI IL BENE, NON IL MALE »: UN COMANDAMENTO PER I CATTOLICI, PER GLI ATEI, PER TUTTI… – NELLA MESSA IN SANTA MARTA, IL PAPA …

http://www.zenit.org/it/articles/fai-il-bene-non-il-male-un-comandamento-per-i-cattolici-per-gli-atei-per-tutti

« FAI IL BENE, NON IL MALE »: UN COMANDAMENTO PER I CATTOLICI, PER GLI ATEI, PER TUTTI…

NELLA MESSA IN SANTA MARTA, IL PAPA SOTTOLINEA CHE « UCCIDERE IN NOME DI DIO È UNA BESTEMMIA » E CHE « FARE IL BENE » È UN DOVERE DI TUTTA L’UMANITÀ, AL DI LÀ DELLA DIVERSITÀ DI RELIGIONE O IDEOLOGIE

Citta’ del Vaticano, 22 Maggio 2013 (Zenit.org) Salvatore Cernuzio

In un mondo come quello attuale, dove l’essere umano uccide il suo simile per la diversità di ideologie e religioni, “fare il bene” sembra quasi impossibile. Eppure è questa la vocazione a cui esso è chiamato: andare incontro all’altro, non fargli del male, anzi aspirare alla pace e amare con quello stesso struggente amore con cui il Creatore ha amato la sua creatura.
Come ogni mattina, nelle Messa in Santa Marta, Papa Francesco accende una fiammella per un’umanità che troppo spesso brancola nel buio. Nella funzione di oggi, concelebrata con il cardinale Béchara Boutros Raï, patriarca di Antiochia dei Maroniti, alla presenza dei dipendenti del Governatorato vaticano, il Santo Padre ha incentrato la sua omelia sulla “cultura dell’incontro” che – ha detto – è la “base della pace”.
La spinta alla riflessione del Pontefice l’ha offerta il Vangelo di oggi che riferisce della ‘chiusura’ di mente e di cuore dei discepoli di Gesù nel credere che anche una persona esterna al loro ‘gruppo’ possa fare del bene. Gli apostoli, infatti, “si lamentano » ha affermato il Papa, convinti che se uno “non è del nostro partito, non può fare il bene”.
È l’idea di possedere la verità che rende i seguaci di Cristo “un po’ intolleranti” ha spiegato Papa Francesco. Il loro pensiero si basava su un punto fermo: “Tutti quelli che non hanno la verità, non possono fare il bene”. Ma Gesù “allarga l’orizzonte” e corregge questa ‘ideologia’ sbagliata, invitandoli a lasciare che anche un ‘esterno’ possa fare del bene in Suo nome.
“La possibilità di fare il bene” infatti, è un dono “che tutti abbiamo” ha chiarito il Santo Padre. Un dono che affonda le sue radici “nella creazione”, dal momento che “il Signore ci ha creati a Sua immagine e somiglianza” e “Lui fa il bene”. Pertanto, “tutti noi abbiamo nel cuore questo comandamento: fai il bene e non fare il male”.
“Ma, padre, questo non è cattolico! Non può fare il bene!”. “Ma, padre, questo non è cristiano, non può farlo!”: sono frasi che chissà quante volte Bergoglio avrà sentito durante la sua esperienza pastorale di prete, di vescovo, di cardinale, di Papa. Invece: “Sì! Può farlo” ha affermato oggi, anzi: “Deve farlo, perché ha questo comandamento dentro”.
“Questa chiusura di non pensare che si possa fare il bene fuori – ha proseguito – è un muro che ci porta alla guerra e anche a quello che alcuni hanno pensato nella storia: uccidere in nome di Dio”. E “dire che si possa uccidere in nome di Dio”, ha sottolineato, “semplicemente, è una bestemmia”.
Perché il Signore – ha ribadito il Papa – “ci ha dato questo comandamento all’interno del cuore: fai il bene e non fare il male. Il Signore tutti ci ha redenti con il sangue di Cristo: non soltanto i cattolici. Tutti! Padre, gli atei? Anche loro. Tutti! E questo sangue ci fa figli di Dio di prima categoria!”.
In virtù di questa ‘primogenitura’ divina, “tutti noi abbiamo il dovere di fare il bene”, un comandamento che “è una bella strada verso la pace” ha sottolineato il Santo Padre. “Se noi – ha soggiunto – ciascuno per la sua parte, facciamo il bene agli altri”, “lentamente, adagio, piano piano” facciamo quella “cultura dell’incontro” di cui abbiamo tanto bisogno. “Ma io non credo, padre, io sono ateo! Ma fai il bene, ci incontriamo là!”.
“Fare il bene” inoltre non è, secondo il Papa, “una questione di fede”, bensì “un dovere”, una “carta d’identità che il nostro Padre ha dato a tutti, perché ci ha fatti a sua immagine e somiglianza”.
Un ultimo pensiero Papa Francesco l’ha rivolto a Santa Rita da Cascia, la “santa dei casi impossibili” di cui oggi la Chiesa celebra la memoria liturgica. A lei, ha detto il Santo Padre, chiediamo la grazia “che tutti, tutte le persone facciano il bene e ci incontriamo in questo lavoro, che è un lavoro di creazione che assomiglia alla creazione del Padre”. “Un lavoro di famiglia – ha concluso – perché tutti siamo figli di Dio. Tutti! E Dio ci vuole bene. A tutti! Che Santa Rita ci conceda questa grazia, che sembra quasi impossibile”.

SALMO 48 – DIVO BARSOTTI

http://www.figlididio.it/salmi/48.html

DIVO BARSOTTI

SALMO 48

Grande è il Signore e degno di ogni lode
nella città del nostro Dio.
Il suo monte santo, altura stupenda,
è la gioia di tutta la terra.
Il monte Sion, dimora divina,
è la città del grande Sovrano.
Dio nei suoi baluardi
è apparso fortezza inespugnabile.

Ecco, i re si sono alleati,
sono avanzati insieme.
Essi hanno visto:
attoniti e presi dal panico,
sono fuggiti.
Là sgomento li ha colti,
doglie come di partoriente,
simile al vento orientale
che squarcia le navi di Tarsis.

Come avevamo udito, così abbiamo visto
nella città del Signore degli eserciti,
nella città del nostro Dio;
Dio l’ha fondata per sempre.
Ricordiamo, Dio, la tua misericordia
dentro il tuo tempio.
Come il tuo nome, o Dio,
così la tua lode si estende
sino ai confini della terra;
è piena di giustizia la tua destra.
Gioisca il monte di Sion,
esultino le città di Giuda
a motivo dei tuoi giudizi.

Circondate Sion, giratele intorno,
contate le sue torri.
Osservate i suoi baluardi,
passate in rassegna le sue fortezze,
per narrare alla generazione futura:
Questo è il Signore, nostro Dio
in eterno, sempre:
egli è colui che ci guida.

Gerusalemme
L’occasione del salmo è difficile determinarla, o almeno non sono concordi i critici, tuttavia più probabile sembra che sia un canto di allegrezza e di ringraziamento a Dio per la disfatta di Sennacherib al tempo di Isaia. Tanti versi vi sono nella Sacra Scrittura che esaltano la vittoria di Dio su un esercito sterminato che aveva già assediato la città e dovette in una notte sgombrare l’accampamento per rifuggirsene lontano donde era venuto: era stata la peste, era stata una sommossa di palazzo, che aveva richiamato immediatamente il re nella sua sede. Israele comunque non vide in questa precipitosa fuga che la vittoria stessa del suo Dio. Dio si era dimostrano veramente il più grande degli dei, il più potente, Dio veramente si era dimostrato Colui solo che salva.
Nella liberazione del popolo di Israele dall’Egitto, Dio salva soltanto il suo popolo, un popolo che ancora cerca una sua terra, un popolo ancora nomade che deve attraversare il deserto e conquistarsi un suo regno. Ora la salvezza di Dio coincide con la salvezza di una città: Israele non è più saltano un popolo in marcia, è una nazione, è un popolo che si è radicato in una terra. Israele è un popolo che si è donato delle leggi, è un popolo che ha una sua città: la salvezza ora di Dio non riguarda più solo le singole persone, non riguarda soltanto un popolo, riguarda anche le istituzioni che esso si è dato, riguarda la gloria che egli si è conquistata, riguarda la civiltà che egli ha raggiunto. Dio salva la città! Nel Salterio quanti sono i salmi che cantano Gerusalemme! È uno dei temi fondamentali di tutta la Bibbia, il tema della città, ma certo questo tema non viene mai cantato con tanto lirismo come nei Salmi: nei Salmi è tutto quanto un popolo che si sente veramente popolo di Dio, in quanto tutto e raccolto, tutto è stato fatto uno, non soltanto attraverso una legge cui tutto lo governa, ma attraverso una città che tutto lo accoglie e lo unisce. La città di Dio è la Santa Montagna! Certo Gerusalemme è costruita su di una montagna, ma questa identificazione della città con la montagna sembra voler dire qualcosa di più. Non è soltanto un’espressione, un richiamo geografico, un richiamo piuttosto alla concezione della religione primitiva che Israele ha in qualche modo assunto, anche se la rivelazione che ha ricevuto importa per Israele un progresso dell’antica concezione religiosa degli uomini. La Montagna Sacra, il punto centrale del mondo: ecco che cos’è Gerusalemme. Il luogo più alto della terra, quel luogo, come diranno poi i rabbini, dove si fermò l’arca di Noè, il luogo che non fu mai sommerso dal diluvio; quel luogo su cui può discendere Iddio parche è il più vicino al cielo, quel luogo ove gli uomini possono parlare a Dio, luogo in cui la loro parola può giungere più facilmente su nelle altezze.
Gerusalemme, vertice del mondo, centro della vita universale! Così la contempla già il salmista. Gerusalemme, montagna sacra a cui convergeranno tutti i popoli, tutte le nazioni per ricever la legge! Come la canterà Isaia. Qua non è tanto considerato questo assoggettarsi di tutte le nazioni a Israele, alla Santa Città di Gerusalemme, quanto piuttosto è cantata l’invulnerabilità di lei: sull’alta montagna, come non è giunta l’acqua del diluvio a sommergerla, così non può giungere l’offesa dei nemici. Né la marea delle acque né la marea degli uomini possono distruggere la Santa Città, ella sovrasta a tutte le insidie nemiche: « Le porte dell’Inferno non prevarranno contro di essa », per usare l’espressione che poi sarà propria dei Vangeli sinottici a proposito della Chiesa che è la nuova Gerusalemme a proposito di quella Chiesa che subentra all’antica Gerusalemme disfatta, o prossima ad esser di nuovo distrutta dall’Impero Romano.
« Grande è il Signore »: si noti, il salmista celebra la città di Gerusalemme, ma questa celebrazione ridonda immediatamente in una lode di Dio, Perchè? Perché Dio stesso non si manifesta che in essa, essa è la manifestazione visibile, più alta, più piena della potenza e della forza di Dio, dalla bellezza e della grandezza del Suo Nome, Dio non si rivela direttamente agli uomini, Dio non si manifesta immediatamente agli uomini, ma come si è rivelato nella salvezza un giorno ad Israele così ora si rivela nella costruzione della Santa Città invulnerabile ai nemici e nella bellezza della santa Città. Si parla della bellezza di Gerusalemme perchè creata da Dio, o della unità che stringe tutto il popolo nella Santa Città, perchè anche questa unità è frutto di una divina presenza. Non si può dire certo come per la Chiesa cattolica, come per questa nuova città creata da Dio, che l’unità di Israele sia la presenza stessa di Dio, ma è la presenza di Dio che fa l’unità di Israele. L’unità della Chiesa è lo Spirito Divino, anima di tutta la Chiesa, Egli unisce tutte le membra in un solo Mistico Corpo, una_ sola mistica città, dona a questa umanità nuova una unità che supera tutte le unità; l’unità della Chiesa infatti è l’unità in qualche modo di Dio, che ne è l’anima, che ne è il principio di vita. Questo non si può dire per Israele perchè lo Spirito Santo, come dirà poi Gesù nel IV Vangelo, o piuttosto come dirà S. Giovanni, non è stato ancora dato e tuttavia Dio è presente in Gerusalemme. Ed è questa presenza che attira a Dio Israele, che lo plasma in una sola compagine, che lo unisce tutto in una sola nazione, in un solo popolo, che fa di questa città una città tutta compatta come dico il salmo 121. La grandezza della città dunque dice la grandezza di Dio, la sua bellezza rivela Dio, Dio si rivela attraverso l’opera che Egli ha compiuto, in quello che Egli compie, in quello che Egli fa.
Santità, bellezza, fortezza, ecco gli attributi di Gerusalemme: la santità perchè Dio vi è presente, vi è il suo tempio; bellezza questo ergersi del monte, solitario su tutto l’universo, questa bellezza nei suoi torrioni, nelle mura che circondano il monte, questa forza che la rende invulnerabile, che rende impossibile una sua disfatta. « Monte Sion, città del grande sovrano ». Il grande sovrano non è più Sennacherib come lo chiamano gli assiri, il Gran Sovrano è Dio stesso: Gerusalemme non conosce altri re, vi è soltanto un rappresentante del Grande Monarca. In Gerusalemme vive veramente il Signore.
Dopo una celebrazione così generale di Gerusalemme, il salmista dimostra come si. è manifestata la potenza di Dio. I nemici si erano tutti coalizzati contro di lei, contro Gerusalemme. Si erano mossi contro gli estremi confini della terra, tutti per assalirla, tutti per sommergerla: è bastato che l’abbiano vista per rimanerne colpiti, per essere come infranti, spezzati nella loro volontà, costernati; per essere presi come dalle doglie di una partoriente. Dio quale uragano, come l’uragano fa con le navi sul mare, così ha sfracellato questi popoli con un solo atto della sua volontà. La poesia qui raggiunge un lirismo di una grandezza anche classica che non ha confronti, direi, se non pochi, in tutta la letteratura ebraica e in tutta la letteratura universale. L’assalto dei re si spezza, si dissipa come una nube allo splendore di Sion. La rappresentazione drammatica di questa disfatta di eserciti innumerevoli, si chiude in una immagine possente: basta che Dio si mostri, per sconfiggere i suoi nemici. « Simile al vento orientale che squarcia le navi di Tarsis »: non è una battaglia navale, è un’immagine; un vento tempestoso nel mare, e le piccole barche di allora, ma anche le navi di Tarsis potevano essere solo delle piccole navi, sballottate dalle onde, sfracellate dall’uragano! Si ripete per Israele la salvezza di Dio: Dio è presente in Israele per operare, continua la salvezza che operò agli inizi.
Come l’esperienza del cristianesimo è la presenza del mistero di Cristo (nella Messa ogni giorno tu non vivi altro che questa presenza e l’atto della Redenzione) così per Israele, la sua storia non è che l’esperienza della vittoria, la salvezza sui nemici. Ecco perchè ora la disfatta di Sennacherib ripete la disfatta del Faraone; ecco perchè si parla di navi e di mare: il richiamo del mare unisce la disfatta presente alla disfatta antica dell’esercito del Faraone sommerso nel Mar Rosso.
« Come avevamo udito, così abbiamo visto »: non è più semplice fede in un fatto passato: è un’esperienza presente di una stessa salvezza. Dio è la difesa d’Israele, Dio è la salvezza del popolo suo, « nella città del nostro Dio ».
« Come avevamo udito, così abbiamo visto ». La salvezza di Dio le rende vanto in eterno. Dopo aver contemplato la disfatta di Sennacherib ecco ora tutto il popolo riunito nel Tempio canta la lode di Dio. Dio si è manifestato potente fino all’estremità della terra, perchè tutta quanta la terra è stata sottoposta al suo Impero; nella disfatta di Sennacherib tutte le nazioni sono state sconfitte, non rimane vincitrice che Gerusalemme, non rimane vittorioso che Dio che ne ha il suo regno. Voi capite come è facile la trasposizione da un’esegesi letterale a un’esegesi spirituale ed escatologica! Tutto il popolo canta dunque la lode di Dio, e la lode di Dio e grande come il suo nome; il suo nome si e sparso su tutta la terra, il terrore ha invaso tutti i popoli, e il terrore dei popoli di fronte a Gerusalemme s’innalza al cielo come lode alla divina potenza, come lode alla forza vincitrice di Dio.
Questa è la lode: non più una liturgia che sale soltanto nel Tempio, anche la guerra, la disfatta è una liturgia perchè manifesta la divina potenza. Dopo l’introduzione alla seconda parto dell’inno, allora il salmista chiama il popolo d’Israele a contemplare la bellezza di Gerusalemme, cioè, come dicevo prima, la sua invulnerabilità: Andate intorno, guardate! I nemici non l’hanno nemmeno toccata, non vi è breccia nelle sue mura. Quello che possono faro gli uomini contro la città di Dio si esprime nell’orgoglio d’Israele che contempla la sua città, bella come prima, non toccata dalla mano del nemico. « Circondate Sion, giratele intorno, contate le sue torri. Osservate i suoi baluardi, passate in rassegna le sue fortezz… »: gli altri sono disfatti, gli altri sono tutti morti, ella ancora si eleva in alto, come prima. È la bellezza di questa Gerusalemme che rimane il canto e la lode di Dio.
Questo ci dice il salmo 48. È uno dei salmi che più facilmente possono avere una trasposizione in una esegesi spirituale. È chiaro qui, che la città non può rappresentare che la Chiesa per noi, ed è chiaro che come la Chiesa può esser sempre contemplata da noi come il miracolo della divina potenza, della bellezza divina. Dio ci manifesta nella vita della Chiesa la sua invulnerabilità. Ella si erge al di sopra delle nazioni, non combatte come Gerusalemme nelle parole di questo salmo, ma basta che gli altri la vedano per esserne disfatti; la sua stessa presenza sgomina ogni nemico. Intatta si eleva come miracolo permanente e segno di una divina presenza.
Una trasposizione, direi più fedele, si ha se noi leggiamo questo salmo in una prospettiva escatologica: la disfatta di Sennacherib è la disfatta di tutti i nemici di Dio al termine dei giorni. Il Paradiso rimane, e di fronte al paradiso la morte, la fine di ogni potenza che abbia voluto in qualche modo contrastare la vittoria del Regno! Gerusalemme sola s’innalza come monte, come vertice di tutte le montagne ed è salda e combatte non toccata da mano nemica. Piena di una divina presenza, salda perchè consacrata da questa stessa presenza, ella non è che l’amore eterno di Colui che l’ha creata, l’ha salvata ed ora la illumina tutta, ed ora la riempie della sua gloria. Come comprendiamo che la Chiesa voglia che noi preghiamo il Signore coi salmi! Come ci rendiamo conto che questi antichi inni possano avere un significato cristiano sulle nostre labbra! Dall’inizio alla fine Dio non compie che l’opera sua: l’accenna prima, la compie poi, la manifesta in ultimo, in tutta la sua grandezza a colui che ha creduto e gli è rimasto fedele.

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The Holy Trinity

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FEDELTÀ ALLE PICCOLE COSE – DIVO BARSOTTI (5 febbraio 1956)

http://www.figlididio.it/meditazioni/index.htm

FEDELTÀ ALLE PICCOLE COSE

DIVO BARSOTTI

(5 febbraio 1956)

Se leggiamo il Vangelo non vediamo che Gesù obbedisca a un regolamento. Egli vive in una piena, in una pura libertà la sua vita divina. Anche per noi sarà così quando avremo raggiunto la perfezione. Per noi sarà così quando saremo in Paradiso, perché la perfezione non la si raggiunge che in Paradiso.
La nostra vita soprannaturale è imperfetta non soltanto per i peccati che commettiamo, per le abitudini contratte, per l’incapacità della nostra volontà a rimaner ferma, decisa, forte in tutte le situazioni in cui viene a trovarsi; anche se noi fossimo del tutto liberi dal peccato e dalle imperfezioni volontarie, non sarebbe sufficiente perché ci potessimo liberare senza danno da ogni regolamento, per poterci esimere dalla fedeltà a una certa regola di vita. Non sono soltanto le imperfezioni morali quelle da cui dobbiamo guardarci; nella nostra vita spirituale dobbiamo tener conto anche delle imperfezioni e delle debolezze della stessa natura umana.
L’uomo, così com’è, oggi di fatto non può essere sempre desto, non può, non è capace di vivere una vita di continua tensione che importi una piena e continua coscienza di quello che fa e una piena deliberazione nel suo agire. La massima parte dei nostri atti sono atti « remissi », come dice la teologia, cioè, in parole povere, fatti nel dormiveglia. Noi crediamo di non dormire mai, e praticamente, invece, non siamo mai svegli. In tutta la nostra giornata sono centinaia di migliaia gli atti che compiamo, sia interni che esterni: sentimenti che si susseguono, volizioni, velleità, volontà più o meno chiare ed esplicite, pensieri, impressioni… Ma quanti di questi atti sono pienamente volontari, pienamente coscienti? Quanti? Pochissimi, forse nessuno. Passano dei giorni in cui non abbiamo emesso nemmeno un atto pienamente libero e cosciente che impegni tutte le nostre potenze spirituali. Viviamo così…, un po’ per abitudine. Ci lasciamo un po’ condurre dalle cose, influenzare dall’ambiente, portare dagli avvenimenti. Siamo portati a rimorchio. Certo, se l’ambiente, se l’atmosfera in cui viviamo… urtassero troppo i nostri sentimenti cristiani o le nostre abitudini comuni, insorgerebbe allora immediatamente la coscienza e anche si imporrebbe un atto di volontà. Ma la nostra vita è talmente tranquilla! Sappiamo bene quello che dobbiamo fare ogni giorno: dobbiamo visitare gli stessi ambienti, avere a che fare con le stesse persone, compiere le stesse cose… Così non siamo mai urtati da avvenimenti esteriori in tal modo da essere richiamati violentemente e drammaticamente ad assumere il controllo pieno dei nostri atti. Si vive così… un po’ alla buona. E non è mica male: è una difesa del nostro organismo, della nostra vita, questo agire così fiaccamente, questo essere portati un poco dalle cose. Anche gli uomini dalla volontà più potente, più creativa, più originale, nella massima parte della loro giornata sono portati. Napoleone era un grandissimo uomo, ma forse doveva dipendere dal suo cameriere per quello che riguardava il mettersi il colletto o l’allacciarsi le scarpe.
È così. È inevitabile che sia così. Siamo degli esseri tanto delicati! L’uomo è anche più delicato dell’animale: l’equilibrio fra l’anima e lo spirito è talmente sottile che basterebbe una tensione troppo viva a consumarci in poco tempo. O si impazzisce o si muore. Abbiamo bisogno di una certa distensione. Ma se abbiamo bisogno di una certa distensione, e perciò di atti remissi, si impone che questi atti remissi siano precisamente secondo quell’impegno che noi abbiamo preso, che cioè la massima parte della nostra vita non contrasti, non venga in urto con l’impegno che ci siamo assunto: la nostra vita di abitudini, la nostra vita ordinata, regolata e dall’ambiente e dai rapporti e dal lavoro continuo e dalle abitudini contratte, deve essere tale da non ostacolare il nostro cammino a Dio, ma piuttosto di favorirlo.
La santità non consiste nelle abitudini, nella regola, nel vivere in un certo ambiente. Mica io sono santo perché vivo chiuso in una cella, in un eremo; mica son santo perché non vedo nessuno, perché mi alzo alle tre di notte e vado in cappella per quattro ore del giorno e poi mangio soltanto l’erba e non tocco mai carne. Mica son santo per questo! Ma, indubbiamente, queste cose che a un certo punto della mia vita non pesano più perché diventano abitudine, così come diventa pesante per il certosino trovarsi in mezzo alla gente, ebbene, tutte queste cose favoriscono il mio impegno religioso. Se io non vivo un impegno religioso, indubbiamente non sono queste pratiche che mi fanno santo; ma se io vivo un impegno e non rimango fedele a una regola di vita, e non vivo in una certa atmosfera che lo favorisca, praticamente il mio impegno è un fuoco di paglia. Lì per lì ci sembra di toccare il cielo con un dito, crediamo di raggiungere in pochi giorni la santità, e dopo tre settimane ci accorgiamo che siamo gli stessi, tali e quali, con le stesse reazioni e con gli stessi attaccamenti di prima a noi stessi, al mondo, alle nostre imperfezioni, ai nostri peccati.
Bisogna che noi siamo fedeli a certe pratiche; bisogna riconoscere l’importanza che esse hanno. La fedeltà alle piccole pratiche serve a creare delle abitudini che, se non favoriscono, almeno non ostacolano la vita religiosa, non creano una mentalità che contrasti con l’impegno religioso assunto. Rendiamocene conto: noi possiamo essere dei bravissimi cristiani. Se si legge il giornale tutti i giorni, senza rendercene conto acquistiamo la mentalità di chi lo scrive; se andiamo nei salotti, magari a far dell’apostolato, praticamente si diventa dei pettegoli anche noi. In un primo tempo non ce ne accorgiamo; cerchiamo di non mancare alla carità, anzi, facciamo dei discorsi buoni; ma piano piano subiamo l’influenza dell’ambiente, siamo portati alla deriva e diventiamo anche noi come gli altri.
Certe rinunzie non hanno soltanto il valore di una mortificazione, hanno il valore invece di creare delle possibilità all’anima, o piuttosto di togliere all’anima gli ostacoli che impediscono l’adempimento del suo impegno. Nostro Signore poteva andare anche nei salotti, e ci andava, ma Gesù non fu mai passivo di fronte alle cose; noi, invece, siamo sempre più o meno passivi anche di fronte alle cose, e ne subiamo l’influenza. Subiamo l’influenza del sacerdote che ci parla, ma anche del cameriere che ci serve, dei libri che leggiamo, dei discorsi che ascoltiamo, dell’ambiente che frequentiamo. Sentiamo l’influenza di tutte le cose e non ce ne rendiamo conto.
La fedeltà a certe pratiche ha grande importanza: prima di tutto, ci immunizza di fronte ad altre abitudini che potremmo contrarre e che ostacolerebbero la nostra vita religiosa. Se non siamo fedeli a un regolamento, si contraggono ugualmente delle abitudini e, perché abitudini, non si contraggono in forza di un impegno religioso, ma in forza di un consenso ai nostri istinti, magari alla nostra pigrizia.
La fedeltà al regolamento ci sostiene, bisogna mantenerci fedeli. Ci ordina. Non soltanto un regolamento riguardo all’orario, ma anche riguardo ai luoghi, alle occupazioni, ecc. Io debbo proibirmi di andare in certi luoghi; la mia cella deve essere il luogo del mio lavoro; i miei rapporti debbono essere con le tali persone. Certo, tutto questo non deve escludere la mia libertà; ma andare contro il regolamento deve importare per me la coscienza che questo fatto direttamente favorisce il mio impegno religioso, cioè una libertà da quell’automatismo cui sono dovuti in massima parte i miei atti. Ogni infrazione al regolamento suppone l’esercizio di una volontà che deliberatamente si determina ad altro per un cosciente rifiuto alla grazia o per una docilità maggiore a quanto essa chiede.
Noi siamo impegnati a fare qualche particolare esercizio di pietà. Sapete che sostegno può essere la fedeltà a questo esercizio? Non parlo delle preghiere obbligatorie, ma di quelle cui siamo impegnati per conto nostro. La nostra vita religiosa, per un certo movimento automatico, si lega e si ravviva attraverso certi atti che sono divenuti comuni, e quasi necessari, alla nostra vita. Insomma, c’è un automatismo nelle nostre azioni e reazioni, nella nostra volontà e intelligenza, che ha la sua importanza e bisogna rendersene conto. Noi siamo figli delle nostre abitudini piuttosto che delle nostre decisioni.
Non ci rendiamo conto dell’importanza che può avere per la nostra mentalità, per la nostra devozione mariana, il Rosario. Non potete rendervi conto dell’importanza che può avere, fondamentale, grandissima, la lettura della sacra Scrittura. Manteniamoci fedeli, leggiamola! La Sacra Scrittura ci forma. Se il giornale ti forma, tanto più la Parola di Dio!
Bisogna mantenerci fedeli alle piccole pratiche. Ma quali sono? Voi non lo sapete, ma avete qualche cosa a cui rimanete fedeli, nonostante tutto, che dà un certo carattere di originalità alla vostra vita. Anche un certo lavoro potrebbe sciupare una vita religiosa, se abitua al gusto delle cose inutili, a veder tutto in una certa luce di bellezza. I soprammobili, le cose per benino, la casa borghese… Ci sono alcune anime più o meno refrattarie alle influenze, ma nessuno può mai dirsi del tutto immune dal subirle. Può essere anche che l’ambiente, il lavoro ecc., provochi invece una reazione, e contribuisca in senso positivo.
Non ci rendiamo mai conto di chi siano figli i nostri atti, di come ci siamo formati; ma indubbiamente tutto ci forma e, attraverso la fedeltà alle piccole cose, dobbiamo immunizzarci da tutto quello che potrebbe deformarci (il giornale, il cinema, i romanzi, le conversazioni ecc.) e abbandonarci piuttosto all’azione segreta di tutto quello che può plasmarci – anche se non ce ne rendiamo conto – secondo quell’ideale di perfezione a cui Dio ci ha chiamati.
Siamo quello che siamo: figlioli della nostra epoca, delle nostre abitudini, del nostro ambiente, del nostro lavoro, delle nostre azioni. Ora, per liberarci da tutte queste influenze, per essere a servizio di una vocazione religiosa che abbiamo ricevuta da Dio, per essere sempre più disponibili alla grazia, per poter rispondere all’impegno di perfezione a cui siamo chiamati, che cosa fare? Dobbiamo riacquistare una libertà di fronte a tutte queste influenze che subiamo, che subiamo involontariamente, inconsciamente. Per questo si impone un distacco. Il distacco di per sé non è santo, ma ci libera da influenze che, se non sono colpevoli, ci rendono indisponibili alla grazia. Il distacco ci sottrae al nostro ambiente, e allora l’anima si rende più facilmente disponibile di fronte a una grazia che non è legata a noi, anche se si vale di tutto.
Il santo non è mai pienamente libero di fronte alla sua epoca, all’influenza che subisce da parte della sua epoca, del suo popolo, dell’ambiente in cui vive. Tutto questo è vero. Ma è anche vero che il santo subisce meno queste influenze di quanto non le subiscano gli altri. Il santo non le subisce più passivamente, ma una volta che si è veramente immunizzato di fronte ad una influenza inconsapevole, allora fa consapevolmente servire tutto questo al suo impegno religioso: l’ambiente, il lavoro che fa, la funzione che esercita.
Ora, perché noi ci possiamo sottrarre un poco al nostro ambiente, all’atmosfera che respiriamo, al lavoro, alla famiglia, si impone una rottura; rottura che per noi non può avvenire col lasciare la famiglia, la patria, la lingua, col lasciare tutti i beni di una civiltà che è la nostra; la vocazione non ci chiede questo, perché dobbiamo rimanere nel mondo, e anche se non viviamo insieme rimaniamo però in Italia, e anche se non rimanessimo in Italia oggi è difficilissimo escludere i beni di una civiltà che sono diventati universali. Ma noi ci immunizzeremo attraverso un certo regolamento, attraverso delle pratiche particolari volute da noi, che sono scelte da noi e che possono in qualche modo darci una certa libertà.

Vorrei dirvi l’importanza che hanno le piccole cose nella vita spirituale. Non grandi discorsi, non grandi idee che possono illuderci invece di educarci, fintanto che non sappiamo realizzare queste grandi idee in una vita totalmente di Dio; fintanto che siamo legati alle cose umane, al mondo. I grandi discorsi possono entusiasmarci, ma poi ci lasciano più poveri ancora, perché meno consapevoli della nostra miseria, illusi di aver realizzato quello che invece è ancora molto lontano da noi. Certo, la vita spirituale non consiste nelle piccole cose. Sarebbe errato dire che la vita spirituale consiste nel dire il Rosario, l’Ufficio, nel non fare spese che non siano necessarie, nell’essere fedeli a un regolamento. Ma tutto questo ha anche la sua importanza.
Siamo uomini, e come tali nelle nostre azioni siamo guidati da una volontà non sempre vigile e consapevole di quello che compie. Siamo in gran parte sorretti e portati da un certo automatismo morale. Abbiamo già visto che gli atti pienamente coscienti, pienamente umani, nella nostra giornata sono pochi, e più spesso interiori. Per questo dobbiamo acquistare delle abitudini, purché siamo fedeli a quegli impegni ai quali siamo legati. Le piccole fedeltà danno un tono speciale alla nostra vita.
Se qualcuno sente il dovere di non perdere il tempo in discorsi inutili e sfugge le persone che glielo fanno perdere, forse potremmo anche criticarlo, perché la santità dovrebbe importare una interiore libertà a certe formule e a certi mezzi; ma la libertà è un grande peso per l’anima. Nella comunità non ci sono proibizioni, ma ciascuno di noi ha già tuttavia una sua linea di condotta, un modo di agire al quale deve rimanere fedele.
Si può dire: ma essere legati alle regole non toglie freschezza al nostro amore? Il pericolo c’è, sì, ma è minore dell’altro pericolo, che cioè il non sentirsi legati a nulla tolga all’anima il sostegno più efficace alla sua vita religiosa. Troppi sono gli atti che compiamo per abitudine, per mimetismo, ed è inevitabile. L’uomo assai difficilmente potrebbe durare in una vigilanza continua e in una continua tensione di spirito.
Considerate le comunità religiose: non si potrà mai capire l’importanza della fedeltà alle piccole pratiche, ai piccoli doveri, finché non abbiamo vissuto la vita conventuale. È anche vero che queste anime abituate ad una regola, a un ritmo costante di vita, facilmente si sbandano se portate fuori. Ma come è più frequente e grave la dissipazione delle anime che non hanno il sostegno naturale di una regola, di un abituale ritmo di vita!
Dobbiamo impostare la nostra vita in modo da rendere più facile l’adempimento della nostra volontà a vivere l’impegno religioso assunto. Si deve vedere un poco come organizzare la nostra giornata, la nostra settimana, la nostra vita di famiglia, la nostra vita a scuola, all’ufficio, col prossimo. C’è un pericolo, certo, in questa organizzazione di una vita che dovrebbe essere invece libertà pura, continua novità di amore. Ma il pericolo, per anime che vivono nel mondo, è meno grave di quello che importerebbe lo sganciarsi dalla fedeltà a un regolamento per affidarsi, istante per istante, agli impulsi. Già troppa è la nostra libertà; un minimo di regola nel nostro vivere è necessario. Si è obbligati a vivere una vita che faciliti l’impegno che ci si è presi col Signore. Tutta la tua vita dovrà in qualche modo sentire la necessità di mettersi sotto un certo legame, in modo che alcune cose devono essere eliminate, altre corrette, altre guidate.
Dobbiamo vedere che cosa facciamo per realizzare tutto quello che il Signore ci ispira interiormente. Che cosa offriamo alla grazia perché ci faccia raggiungere quello che ci ha fatto desiderare. Dobbiamo curare quello che ci conduce a questa vita: le conversazioni, il lavoro, il dormire, il mangiare. Sono obbligato a seguire, debbo mantenermi fedele a tutto quello che favorisce la risposta alla mia vocazione. Ascoltare una meditazione vuol dire essere sollecitati da Dio a un impegno; ma siamo soggetti a severa condanna se non cercheremo poi di realizzare quello che la meditazione ci ha interiormente ispirato.
Ognuno di noi riceve una grazia e ognuno di noi, secondo la grazia ricevuta, deve giudicare che cosa gli è chiesto: che si elimini qualche cosa, che si dia più tempo alla preghiera, che ci si dia di più alla carità. Il Signore può chiedermi di essere più fedele ad alzarmi al mattino, più fedele a certe letture, alla meditazione, più fedele alla preghiera. E io devo cercare di salvare il mio impegno religioso nell’umile fedeltà a queste piccole cose.
La vita spirituale è anche una progressiva liberazione da ogni legge: lo dice San Paolo. E San Giacomo dice che la legge del cristiano è la legge della libertà. Siamo impegnati ad essere liberi. Che cosa magnifica! Ma anche come difficile! L’uomo quaggiù non raggiungerà mai una liberazione perfetta. Certo, la vita spirituale è tanto più luminosa e vigorosa quanto più è semplice e libera. L’anima non si sente legata a nulla. Il santo non è più legato a nulla.
In certe Costituzioni di istituti religiosi si invita a procedere altre ogni Regola se mossi dallo Spirito di Dio. Così nella Regola di San Benedetto, così anche San Francesco, che scrive a frate Leone di fare la sua volontà. Uno dei nuovi istituti religiosi, Les petits frères de Jésus, vuole che si vada anche contro la legge per seguire un impegno di carità.
Tuttavia la massima parte della vita dell’uomo obbedisce ad un certo automatismo psichico. Pochissimi sono gli atti originali nell’uomo. Noi dipendiamo dall’ambiente, da certe abitudini contratte. Certo, quando compiamo degli atti anche influenzati dall’ambiente e dall’abitudine, non manca una certa volontà; ma l’abitudine ci inclina in un senso e quasi determina già il nostro cammino.
Un atto originale cosciente è quello della conversione. Ma questo atto si compie poche volte, mentre gli atti che compiamo durante la giornata sono migliaia. Che immensa attività noi compiamo ogni giorno! Attività interiore ben più ricca dell’attività esterna. E quali sono gli atti in cui siamo pienamente originali, in cui non obbediamo a un certo automatismo? Sono pochissimi. Anche il santo acquista il dominio delle proprie potenze assai lentamente. Il cammino della perfezione tende alla libertà, ma per giungervi l’anima deve liberarsi da un automatismo creato da influenze che non sono state volontarie e che non ordinano la vita al Signore. Può essere benissimo che l’anima preghi meglio in camera, in giardino, in soffitta piuttosto che in chiesa, ma non sempre quando è in giardino è raccolta, mentre la chiesa favorisce più facilmente la vita di raccoglimento. Le pratiche a cui l’anima deve essere fedele la inclinano ad un automatismo che la dispone al raccoglimento e alla preghiera.
La santità non consiste nelle pratiche e nella fedeltà alle pratiche che potrebbero invece fossilizzare l’anima. Quante anime pie che fanno tutte le cose per bene sono aride, vuote, meschine! La santità non consiste nella fedeltà alle pratiche, ma piuttosto è generata da atti originari. La fedeltà alle pratiche però può liberarci dalla schiavitù di un automatismo che di fatto ci rende meno disponibili alla preghiera. Siccome l’uomo obbedisce a un continuo automatismo, è meglio che questo automatismo sia favorevole alla vita di raccoglimento e di preghiera piuttosto che a una vita di dissipazione.
La fedeltà alle pratiche ha questo senso e questo valore: non un valore per sé, ma è un aiuto e un mezzo. Non dobbiamo sentirci più santi perché non andiamo al cinema, perché ci alziamo alle sei e andiamo alla Messa… Ci possono essere anime che non fanno questo e sono più sante di noi.
Tutte queste pratiche possono creare un’abitudine che scuote l’amore. Però è anche vero che se uno ascolta la Messa tutti i giorni e fa la Comunione e la meditazione, molto probabilmente vive in un’atmosfera che può sollecitare maggiormente la grazia, la quale può così trovare meno impedimenti nell’anima e sollevarla e portarla più in alto.
Che cosa fa di meno una Suora qualunque di quello che ha fatto Santa Teresa del Bambin Gesù? È più povera di amore.
Un certo automatismo è facile acquistarlo. I direttori degli istituti religiosi dicono che è facile abituare i novizi a una certa vita di pietà. Siccome la nostra vita risponde ad un automatismo, bisogna che questo sia la servizio di una grazia che per sé è ordinata a rompere ogni abitudine per donarci sempre nuova freschezza e più pura libertà.
Ci sono le Regole, dice San Benedetto, e tu devi obbedire; ma c’è sempre la possibilità di superare ogni regola nell’amore. Tuttavia, finché non c’è questo amore obbedisci alla Regola.
Se tu obbedisci ad un automatismo che ti distrae da Dio, troppo potente deve essere la grazia per scuoterti. E ti scuoterà. Ma quanto più facilmente la grazia ti darà la forza di superare questi tuoi modi, se questi tuoi modi sono tali da ordinarti già al Signore.
Quante volte nel dire il Rosario ci annoiamo! Quante volte la Sacra Scrittura ci stanca! Ma non ci rendiamo conto dell’importanza che deve avere nella nostra vita la fedeltà a un impegno che può non dirci nulla, ma ci libera tuttavia dalla schiavitù ad un automatismo che ci disperde, che ci distrae.
Mantenetevi fedeli: è un impegno di umiltà. È un impegno d’amore.
Mantenetevi fedeli alle piccole cose, alle piccole pratiche. Sono poche, ma sufficienti a mantenervi in un certo automatismo che vi ordina al Signore. Sarà un mezzo molto efficace anche di rinnovamento interiore, non in quanto la fedeltà crei la novità, ma in quanto vi rende più sensibili alla grazia.
Dobbiamo renderci indisponibili alla curiosità, alla dispersione, alle sollecitazioni della nostra intelligenza, della nostra sensibilità. E ci sentiamo meno disponibili con questi impegni per mezzo dei quali l’anima si pone a servizio della grazia e dell’amore.
La fedeltà alle piccole pratiche mantiene in una certa attenzione al Signore, onde l’anima possa vivere in una disponibilità al dono totale.
Vorrei che consideraste anche come la fedeltà a certe pratiche è anche impegno di umiltà, un impegno concreto: cose semplici e umili, che hanno molto peso nella vita religiosa. Molto spesso ci si compiace dei nostri desideri e ci illudiamo di aver realizzato quello che abbiamo soltanto intravisto: non possiamo realizzarlo se non con la fedeltà alle piccole cose.
Immenso è l’ideale che Dio vi fa talora intravedere nell’orazione, ma non crediamo di poter realizzare subito quello che l’anima ha intravisto. La vita spirituale ha delle leggi che sembrano ripetere le leggi della vita naturale. Molto spesso Dio ci fa intravedere fin dall’inizio la meta cui Egli ci chiama, ma questo ideale non possiamo raggiungerlo che attraverso un cammino lento e faticoso. E questo cammino che ci porta alla meta è precisamente la fedeltà alle piccole cose, a questi piccoli impegni, a queste piccole esigenze, alle quali soltanto oggi possiamo rispondere.
Se risponderemo oggi a quello che il Signore ci chiede oggi, acquisteremo la forza per rispondere a quello che ci dirà domani, per arrivare a quella libertà che risponde soltanto a una legge d’amore. Essere fedeli alla libertà vuol dire non essere più schiavi di nessuno, ma essere schiavi soltanto di Dio.

U.S.F.P.V.

Publié dans:meditazioni |on 21 mai, 2013 |Pas de commentaires »

CONFERENZA SUL TEMA « MARIA FIGLIA DI SION – INTERVENTO DEL CARDINALE TARCISIO BERTONE

 http://www.vatican.va/roman_curia/secretariat_state/card-bertone/2008/documents/rc_seg-st_20080615_monte-varallo_it.html

CONFERENZA SUL TEMA « MARIA FIGLIA DI SION:
DALLA GERUSALEMME TERRENA ALLA GERUSALEMME CELESTE »

INTERVENTO DEL CARDINALE TARCISIO BERTONE,
SEGRETARIO DI STATO

Sacro Monte di Varallo
Domenica, 15 giugno 2008

Eccellenza,
Signor Sindaco,
cari organizzatori del festival Imago veritatis,
cari amici,

1. IMAGO VERITATIS
   Volentieri ho accolto l’invito che mi è stato gentilmente rivolto a partecipare, quasi a concludere, questa interessante iniziativa da voi promossa. Il titolo Imago veritatis dice già che si tratta di qualcosa di bello capace di aiutarci a percepire la verità che comunica ogni rappresentazione artistica di valore. Il linguaggio artistico, quando riflette l’armonia creatrice dell’animo umano, l’arte sacra in modo speciale, costituisce una via di comunicazione privilegiata tra l’uomo e il Creatore e riesce a far percepire di Dio la sovrumana bellezza che incanta il cuore umano. Si pensi ai capolavori d’arte, di letteratura, di pittura, ecc… che hanno come autori credenti di fede provata: in queste opere essi trasmettono la profondità della loro fede, potremmo quasi dire che il volto di Dio si materializza grazie alla creatività umana. Basti ricordare le Confessioni di Sant’Agostino, ove si entra in rapporto con un uomo che ha un continuo colloquio con Dio, che a Lui parla e Lui ascolta, ripercorrendo le tappe della sua esistenza e lodando il Signore per quanto ha vissuto e vive. Si pensi a una scultura di Michelangelo o ad una sinfonia di Beethoven: sono frammenti di una storia umana, nei nostri casi letteraria, artistica, musicale, la cui conoscenza fa oltrepassare la pochezza di ciascuno e fa condividere verità e grandezze, aiuta ad essere con loro, a partecipare al loro mondo.
La vostra iniziativa, a cui rinnovo il mio più sincero plauso, vuole essere un impegno a far rivivere lo spettacolo dell’arte come un’esperienza spirituale, quale del resto è sempre stata nella tradizione cristiana prima dell’avvento, piuttosto recente, del fenomeno della secolarizzazione, che ha investito un po’ tutta la cultura occidentale. L’intenzione di sottolineare l’arte come via spirituale é già nel titolo che avete scelto: avete così intrapreso un percorso che, sono certo, potrà proseguire nei prossimi anni. Mi complimento pertanto con chi ha avuto l’idea di promuovere questa manifestazione, con chi concretamente l’ha organizzata e sostenuta finanziariamente e con quanti in diverse maniere hanno offerto il loro contributo.
Perché una simile iniziativa proprio sul Sacro Monte di Varallo? Varallo risulta essere un luogo dove è possibile proporre, come gli stessi organizzatori dell’esposizione sottolineano, la lettura spirituale delle opere d’arte sacra di cui oggi si va perdendo la memoria e che un tempo costituivano un patrimonio di fede e di arte. Proprio per questo Varallo è un’oasi di cultura di altissimo pregio.

2. “Nuova Gerusalemme”
Così il francescano P. Bernardino Caimi chiamò l’opera che qui volle realizzare: attraverso un percorso segnato da cappelle dedicate alla passione e alla morte di Cristo, voleva qui riprodurre i luoghi sacri della Palestina accanto al convento della Madonna delle Grazie. Siamo nella metà del secolo XV. La situazione politica, dopo la caduta di Costantinopoli sotto l’impero Ottomano (1453) e l’avanzata dei mussulmani, rendeva sempre più difficile per i cristiani la possibilità compiere pellegrinaggi in Terra Santa, come invece avveniva in precedenza. Si volle così costruire per i pellegrini una “Nuova Gerusalemme” con la cappella del Santo Sepolcro perfettamente identica a quella di Gerusalemme ed altre che con il tempo arricchitesi di opere pittoriche di grande valore, grazie, tra gli altri, al genio di Gaudenzio Ferrari e Tanzio da Varallo. Nella “Nuova Gerusalemme” la figura di Maria, Assunta in Cielo occupa un posto privilegiato: all’interno della Basilica 142 statue rappresentanti angeli, profeti e patriarchi sono rivolte verso di Lei. Tutta la vita del Sacro Monte è polarizzata attorno al simulacro della Vergine dormiente, conservato con cura e devozione fin dai primi tempi, da quando si trovava nella chiesa vecchia. Vuole la tradizione che esso in precedenza fosse venerato nella Basilica di Santa Sofia a Costantinopoli, prima del 1453: Maria dunque, figura della Nuova Gerusalemme, è ponte fra l’Oriente e l’Occidente, è stella che sulla terra ci indica il Cielo, dove Lei, la Tutta Santa, ci ha preceduto nella gloria di Dio. Maria, potremmo dire, è Colei che aiuta i fedeli anche qui, sul Sacro Monte, a entrare in comunione profonda con Cristo.

3. Maria, serva e madre
“Maria, figlia di Sion: dalla Gerusalemme terrena alla Gerusalemme celeste”: siamo così giunti al tema di questa mia esposizione. Non è mia intenzione trattare ampiamente questo tema biblico- mariano, bensì proporre qualche riflessione sulla Prescelta da Dio tra le figlie del popolo d’Israele per essere la Madre del Redentore. Resa gloriosa dall’Onnipotente, brilla come segno di sicura speranza per la Chiesa pellegrina nel mondo verso la Patria celeste. Maria é la punta di diamante dell’umanità che Cristo é venuto a salvare. In Lei Iddio ha realizzato il suo progetto salvifico in pienezza: l’ha preservata dal peccato originale, l’ha resa “piena di grazia” e a così grande dono la Vergine ha corrisposto pienamente, fedelmente, umilmente. Mi è capitata tra le mani una bella preghiera di san Giovanni Damasceno, tratta da una sua omelia  e ben adatta al contesto biblico e spirituale del Sacro Monte. Egli scrive: “Rallegrati, Madre predestinata di Dio. Rallegrati, tu che sei stata scelta prima dei tempi nel piano di Dio, germoglio divinissimo della terra, ricettacolo del fuoco divino, sorgente d’acqua viva, giardino dell’albero della vita, fiume pieno dei profumi dello Spirito, campo della divina spiga, rosa veste regale, agnello che partoristi l’Agnello di Dio che cancella il peccato del mondo, officina della nostra salvezza, più elevata delle potenze angeliche, serva e Madre” (Omelia sulla dormizione, 5).  In tutta la tradizione cristiana, in Occidente come in Oriente, Maria occupa un posto di altissimo rilievo accanto a Cristo, suo Figlio. Commenta Germano di Costantinopoli: “quando la Madre è glorificata, il Figlio che ama la Madre se ne rallegra”.

4. Figlia di Sion.
Nell’Antico come nel Nuovo Testamento si parla spesso della “Figlia di Sion”, espressione equivalente a “Figlia di Gerusalemme”. Nella “Figlia di Sion” viene simbolicamente personificato il popolo con cui Dio stringe alleanza, che vive, soffre ed agisce nell’attesa che sorga al suo interno il Messia, del quale sarà, al compimento delle promesse messianiche, il corpo mistico. Moltissimi esegeti vedono identificata nella “Figlia di Sion” Maria. Alla luce di vari testi dell’Antico e del Nuovo Testamento, essi affermano anzi che la “Figlia di Sion” in Maria cessa di essere un simbolo e diventa persona. L’evangelista Luca, nel narrare l’annuncio dell’Angelo o nel riportare il “Magnificat”, pare proprio vedere nella Vergine la “Figlia di Sion” di cui parla l’Antico Testamento. Il saluto dell’Angelo, “rallegrati” (chaire), richiama le profezie antiche e specialmente quella di Sofonia (3,14-18) che preannunciava questa gioia alla “Figlia di Sion”.
Nel capitolo 12mo dell’Apocalisse, quando Giovanni parla della “Donna vestita di sole” che dà alla luce il Cristo e le sue mistiche membra, è facile vedervi un chiaro richiamo alla “Figlia di Sion” di cui parlano i profeti Michea (4, 8.10) e Geremia (31,21-22).
L’apocalisse tardo-giudaica (il nome deriva da «rivelazione» in quanto scioglimento, e da «manifestazione» in quanto avvicinamento dell’occulto e quindi del futuro), considera solo il trionfo del popolo eletto, la sua vittoria, e la sconfitta dell’odiato paganesimo. All’opposto di essa sta la profezia, sempre rivolta alla salvezza perfino nella minaccia della condanna. Il giudizio trova la clemenza. Per questo la parola dei profeti è compenetrata dalla possibilità della conversione. Essa cerca l’uomo, che nella libertà si apre alla guida della grazia, come il «tu» di Dio. A differenza dell’apocalisse, essa considera la salvezza come mèta della storia. Principio essenziale è per essa l’universalismo della salvezza.
In questa luce l’apocalisse neotestamentaria di Giovanni, che sottolinea l’assolutezza della sovrana potenza storica di Dio ed accentua il tema della conversione e della penitenza, ci appare come il superamento delle attese apocalittiche del tardo giudaismo e come sua redenzione. Basta pensare alle sette lettere dirette alle rispettive comunità, e ancora all’universalismo della misteriosa rivelazione che contempla un mondo nuovo, la nuova Gerusalemme le cui porte sono aperte a tutti ed in cui tutto diviene perfetto. Apocalisse e profezia si trovano qui riconciliate (cfr Julius Tyciak, Profili dei profeti, Città Nuova 1971).
Maria dunque è come un centro che si riallaccia all’antico popolo dell’Alleanza e prolunga la sua presenza nel popolo della Nuova Alleanza, cioè nella Chiesa. E’ “luogo d’incontro”: in Lei si realizzano, quale Madre di Cristo, tutte le aspirazioni di perfezione  spirituale espresse nei vaticini dei profeti, dei salmi e degli inni biblici; è archetipo della Chiesa riassumendo in se stessa la grazia di tutta la Chiesa e prefigurandone la sublime vocazione. Vergine Madre  di Cristo e Madre della Chiesa. Il ruolo materno che Maria svolge nella storia della salvezza viene ampiamente sottolineato nell’insegnamento dei Padri della Chiesa e, come sopra si diceva, in tutta la tradizione cristiana.

5. “Dalla Gerusalemme terrena alla Gerusalemme celeste”.
Qui, sul Sacro Monte, la devozione mariana è fortemente vissuta e la presenza spirituale di Maria fu ben avvertita sin dall’inizio. Il complesso monumentale, accresciutosi lungo il tempo, lascia trasparire chiaramente il ruolo della madre di Cristo nella vita dei cristiani, nella vita della Chiesa. Le statue, le figure di angeli, profeti e santi che popolano la Basilica centrale convergono verso Colei che, assunta in Cielo, splende della luce di Dio. La “Vergine dormiente”, la Vergine Assunta in Cielo indica a quanti salgono su questo monte quale sia la meta finale del nostro pellegrinaggio dalla Gerusalemme terrena a quella celeste. Sulla scena del mondo si svolge una lotta tremenda tra Dio e il suo avversario che tenta di trascinare gli uomini alla perdizione. Intravediamo questa battaglia già nel libro della Genesi, dove sta scritto: “ Io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno” (Gn 3,15); ritroviamo questa battaglia escatologica nell’ultimo libro della Bibbia, l’Apocalisse, che narra la celebre visione della donna e del drago. Segno e garanzia di vittoria è Maria totalmente solidale con il Bene nello scontro contro il Male. La sua è un’esistenza di assoluta pienezza positiva. Ciò non toglie che anche Lei abbia dovuto affrontare l’avventura umana, abbia dovuto conoscere il dolore e le prove. Sotto la Croce, sul Calvario resta in piedi accanto al suo Figlio crocifisso. Proprio perché solidale con l’umanità che avanza verso il compimento dei disegni divini, Maria, totalmente abbandonata nelle mani dell’Altissimo, è sostegno e modello per ogni essere umano. Anche la sua vita é stata “una peregrinazione della fede” come il Servo di Dio Giovanni Paolo II scrive nella “ Redemptoris Mater” riecheggiando a tale riguardo il pensiero del Concilio Vaticano Secondo (LG 58).

6. Abramo e Maria
In questo luogo sacro, come in tutti i santuari mariani, è più facile entrare nel mistero di Maria. Nel suo cuore di Madre avvertiamo il respiro di una preghiera costante, di una contemplazione che la immerge in Dio per realizzarne pienamente la volontà. Anche da questo punto di vista Maria è per noi sostegno e modello: modello e sostegno della nostra preghiera, della preghiera che si fa vita e della vita che deve tradursi in preghiera; modello e sostegno della nostra vocazione cristiana che è ascolto e compimento della volontà divina letta attraverso gli eventi quotidiani.
Soffermiamoci, cari amici, a considerare il “mistero mariano”; fermiamo gli sguardi della mente e del cuore sulla sua pietà che mostra la ricchezza della sua fede, della sua speranza, del suo amore. Nell’Antico Testamento, proprio agli inizi della storia della salvezza, incontriamo Abramo chiamato a percorrere un itinerario umanamente impossibile: si fida di Dio oltre ogni logica umana e diviene nostro padre nella fede, come nota san Paolo nella Lettera ai Romani (cfr 4,16-18). Anche Maria ha ricevuto una missione umanamente inconcepibile, anche lei si fida senza esitare e senza riserve del Signore. Anzi, con una fede persino superiore a quella di Abramo, e così contribuisce a portare a compimento il progetto salvifico che Iddio aveva avviato con Abramo dopo la caduta di Adamo ed Eva. Con Maria iniziano dunque i tempi nuovi, i tempi della Chiesa, “la nuova Gerusalemme in cui quali pietre viventi, veniamo a formare su questa terra, un tempio spirituale“ (LG, 6). Abramo e Maria sono i capostipiti di due popoli di cui il secondo è l’inveramento del primo. E l’episodio di Abramo pronto ad immolare sul monte Moria il suo unico figlio Isacco, l’erede promesso di tutta la sua posterità, non è che una pallida figura del sacrificio di Cristo sulla Croce a cui Maria ha assistito trapassata nel cuore dalla lancia del dolore. E come fu ampiamente ricompensata la fede di Abramo, ancor più Maria ha partecipato alla gioia della risurrezione del suo Figlio crocifisso. Ai piedi della Croce, associata misticamente all’immolazione del suo Figlio unigenito, Maria è diventata vera Madre di ogni discepolo di Cristo, Madre della Chiesa.

7. Volgiamo lo sguardo verso Maria
Il Sacro Monte di Varallo nel suo insieme è un invito a considerare la vita cristiana come un pellegrinaggio dalla Gerusalemme terrena alla Gerusalemme celeste: un pellegrinaggio che presenta un duplice aspetto, da una parte la conversione personale che è un incessante andare incontro a Cristo, dall’altra parte un itinerario comunitario, il cammino della Chiesa che attraverso i secoli avanza verso il ritorno glorioso del Redentore alla fine dei tempi. La Costituzione dogmatica del Concilio Vaticano II sulla Chiesa, Lumen gentium  dedica l’ultimo suo capitolo proprio al ruolo di Maria nella Chiesa: viene presentata come segno di certa speranza e di consolazione per il pellegrinante popolo di Dio. Maria è segno del popolo di Dio, immagine e primizia della Chiesa che dovrà avere il suo compimento nell’età futura: dalla Gerusalemme terrena alla Gerusalemme celeste. Maria è per la Chiesa e per l’umanità segno di certa speranza e di consolazione grazie alla sua presenza materna che si palesa in tanti modi, come viene testimoniato anche qui, sul Sacro Monte di Varallo. Maria è madre, madre di Cristo e madre nostra
Nella luce meravigliosa della sua maternità spirituale, la sentiamo vicina mentre ci conduce ai porti della gioia e della vita in modo amorevole, instancabile e prodigioso. Ma la sua mediazione materna, sottolinea il Concilio Vaticano II, “in nessun modo oscura o diminuisce l’unica mediazione di Cristo, ma ne mostra l’efficacia”. Infatti, “ogni salutare influsso della Beata Vergine verso gli uomini non nasce da regale necessità, ma dal beneplacito di Dio e sgorga dalla sovrabbondanza dei meriti di Cristo, si fonda sulla mediazione di lui, da esso assolutamente dipende e attinge tutta la sua efficacia” (n. 60).
Su questo Sacro Monte hanno sostato in preghiera tanti santi ed illustri personaggi. E’ vero, il richiamo di Maria è sempre molto forte! Ma qui, la Vergine Assunta in cielo rivolge un invito particolare ai pellegrini e visitatori. Nella solennità dell’Assunta del 2005 il Santo Padre Benedetto XVI ebbe a dire che Maria assunta in cielo in corpo e anima ci ricorda che anche per il corpo c’è posto in Dio. “Il cielo – ha egli affermato – non è più per noi una sfera molto lontana e sconosciuta. Nel cielo abbiamo una Madre. E’ la Madre di Dio, la Madre del Figlio di Dio, è la nostra Madre. Egli stesso lo ha detto: “Ecco tua Madre”. Nel cielo abbiamo una Madre. Il cielo è aperto, il cielo ha un cuore”.
  Cari amici, la Madonna mantenga sempre vivo in noi il desiderio del Cielo affinché tutto ciò che compiamo sulla terra sia in vista della Gerusalemme celeste dove “non vi sarà più notte e i servi dell’Agnello non avranno più bisogno di luce di lampade, né di luce di sole, perché il Signore Dio li illuminerà e regneranno nei secoli dei secoli” (Ap 22,4-5). Grazie per il vostro ascolto!

Publié dans:Cardinali, Maria Vergine |on 21 mai, 2013 |Pas de commentaires »

Dove of Holy Spirit

Dove of Holy Spirit dans immagini sacre Holy-Spirit

http://cardinalsblog.adw.org/2012/12/reconciliation-is-the-sacrament-of-the-year-of-faith/

Publié dans:immagini sacre |on 18 mai, 2013 |Pas de commentaires »

LA PENTECOSTE: IL TRAGITTO SI COMPIE (ANNO B, credo)

http://www.toscanaoggi.it/Rubriche/Commento-al-Vangelo/La-Pentecoste-il-tragitto-si-compie

LA PENTECOSTE: IL TRAGITTO SI COMPIE (ANNO B, credo)

Domenica 12 giugno, Pentecoste. Il senso di un tragitto si compie: il disceso alla terra, l’innalzato in croce e l’asceso al cielo effonde il suo Spirito, il senza volto unicamente leggibile nelle tracce che lascia a  cui alludono le molteplici immagini partorite dal linguaggio umano: colomba-nube-acqua-fuoco-vento-iconografo interiore-maestro interiore-respiro e altro ancora. Immagini le cui tracce o frutti rimandano al nesso inscindibile Spirito-vita.

DI GIANCARLO BRUNI

Domenica 12 giugno, Pentecoste. Letture: At 2,1-11; 1Cor 12.3b-7.12-13; Gv 20,19-23

di GIANCARLO BRUNI

Eremo delle Stinche – Panzano in Chianti

1. Il senso di un tragitto si compie: il disceso alla terra, l’innalzato in croce e l’asceso al cielo effonde il suo Spirito, il senza volto unicamente leggibile nelle tracce che lascia a  cui alludono le molteplici immagini partorite dal linguaggio umano: colomba-nube-acqua-fuoco-vento-iconografo interiore-maestro interiore-respiro e altro ancora. Immagini le cui tracce o frutti rimandano al nesso inscindibile Spirito-vita. Lo Spirito colomba che plana sulla creatura e come nube la avvolge è all’uomo arido, spento e insipiente acqua che lo fa fiorire, fuoco che lo rende incandescente e vento apportatore di semi di saggezza. È presenza interiore che disegna l’essere a similitudine di Cristo iniziandolo alla conoscenza profonda del suo Vangelo. Spirito pertanto uguale a principio di novità, a generazione dell’inedito sotto il sole: l’uomo a immagine del Signore Gesù e, aggiungiamo, la società a immagine della Trinità, una e distinta nella libertà, nell’amore e nella reciprocità. Questo è lo Spirito che il Padre alita a Pentecoste tramite il Risorto dando avvio alla nuova creazione chiamata ad un esistere contrassegnato da un respiro «santo», cioè altro. Al respiro fisico che dà vita fisiologica e al respiro culturale che dà vita sapiente, e «sapienza è poco sapere, niente potere, molto sapore» (Roland Barthes), si aggiunge il Respiro santo che dà figura al cristiforme e al deiforme facendolo emergere dalla deformità. Capire questo è cogliere bene il nesso Signore-Spirito-uomo convertendolo in preghiera: il «Vieni Signore Gesù» è in vista del «Vieni santo Spirito», e quest’ultimo è in vista dell’«uomo vieni alla luce» a  misura dell’«Ecco l’uomo» (Gv 19,5), il Cristo. Il Padre dona alla terra il Figlio, il Figlio dona alla terra lo Spirito, lo Spirito dona alla terra l’uomo nuovo, umanissimo, al contempo adoratore del cielo e amante alla follia della terra.

2. È all’interno di questa ottica di novità che vanno lette le pagine evangelica e paolina. Il giorno della sua stessa resurrezione il Vivente appare ai suoi adempiendo su di essi un  gesto singolare: «Alitò su di loro e disse: Ricevete lo Spirito santo» (Gv 20,22). Gesto che rimanda alla prima creazione (Gen 2,7; Sap 15,11), gesto che inaugura la nuova creazione, gesto che indica il posto e il ruolo dello Spirito donato. Egli è costitutivamente l’«interposto», il «posto tra» generando «relazioni di pace tra»: sta tra il Padre e il Figlio come legame d’amore tra i due; sta in noi spingendoci con il suo soffio verso rapporti filiali con il Padre, amicali con il Signore Gesù, fraterni tra uomo e uomo e nazione e nazione, custodi nei confronti del creato e eterni nei confronti della morte. Lo Spirito invera in noi e tra di noi la parola del Risorto: «Pace a voi» (Gv 20,19.21), una riconciliazione a tutto campo affidata alla litania mai conclusa dei perdoni: «Rimettete i peccati» (Gv 20,23), abitate il perdono attraverso il quale Dio ritesse giorno dopo giorno la trama ferita della pace, di quella unità resa possibile ai «battezzati in un solo Spirito…agli abbeverati a un solo Spirito» (1Cor 12,13), a coloro che leggono se stessi e ciò che hanno come dono dello Spirito per la edificazione della casa  comune.

Il messaggio è chiaro e domanda attenzione per essere intuito e accolto in un cuore semplice e laudativo: l’amore del Padre contemplato nella benevolenza del Figlio si consuma nella effusione di uno Spirito uguale a rugiada che dischiude l’essere al « versus» dall’«adversus», all’atto cioè dell’accoglienza non condizionata dell’altro (1Cor 12,13) nell’atto del dono incondizionato di sé all’altro sempre aperto al perdono. Questo modo di abitare la terra nel ringraziamento per averlo compreso è la traccia dell’esserci e del passaggio dello Spirito.

3. Il messaggio della Pentecoste riguarda l’uomo in quanto tale, dire Chiesa è dire frammento inclusivo e indicativo di una possibilità che concerne tutti. Chiesa sulla quale il Risorto alita il suo Soffio di novità in ogni celebrazione domenicale, il giorno della convocazione nel giardino della nuova creazione, quella degli iniziati ad ascoltare ciò che lo Spirito dice alle Chiese nell’oggi storico (Ap 2,7).
Dice di essere liberato da ogni prigionia, ad esempio la contiguità ecclesiastica con mondi socio-economico-politici dominanti per sprigionare tutta la sua forza profetica; ad esempio l’eccessiva accentuazione del versante gerarcologico della Chiesa per poter esprimere tutta la sua potenzialità di creatore di comunione in un camminare insieme nella uguaglianza, nella valorizzazione della differenza, nel dialogo e nella libertà di coscienza. E ancora domanda di essere liberato dalla paura (Gv 20,19) di un mondo guardato con occhi di risentimento e di rivalsa per potersi raccontare ad esso, in mitezza-dolcezza-franchezza, come fonte nascosta di un esserci visibile nella bontà. Chiesa come declinazione dell’azione dello Spirito in termini di bellezza, bello è l’uomo icona di Cristo, bella è l’umanità icona della Trinità. Pentecoste è dire sì alla sorgente del nuovo secondo Dio.

Publié dans:feste, meditazioni |on 18 mai, 2013 |Pas de commentaires »

Penttecoste

Penttecoste dans immagini sacre THE_PENTECOST-web

http://www.byzarticon.gr/en/iconography-gallery-byzantine-art/wall-icon-toixaografies/saint-porfirios-jerusalem.html?start=6

Publié dans:immagini sacre |on 17 mai, 2013 |Pas de commentaires »
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