Archive pour mai, 2013

La Vierge au buisson de roses

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Publié dans:immagini sacre |on 28 mai, 2013 |Pas de commentaires »

VIII SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO – MARTEDÌ – UFFICIO DELLE LETTURE

http://www.maranatha.it/Ore/ord/LetMar/08MARpage.htm

VIII SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO – MARTEDÌ

UFFICIO DELLE LETTURE

PRIMA LETTURA
DAL LIBRO DI GIOBBE 3, 1-26

Lamentazioni di Giobbe
Giobbe aprì la bocca e maledisse il suo giorno;
prese a dire:
Perisca il giorno in cui nacqui
e la notte in cui si disse:
«E’ stato concepito un uomo!».
Quel giorno sia tenebra,
non se ne curi Dio dall’alto,
né brilli mai su di esso la luce.
Lo rivendichi tenebra e morte,
gli si stenda sopra una nube
e lo facciano spaventoso gli uragani del giorno!
quella notte se la prenda l’oscurità,
non si aggiunga ai giorni dell’anno,
non entri nel conto dei mesi.
Ecco, quella notte sia sterile
e non entri giubilo in essa.
La maledicano quelli che imprecano al giorno,
gli esperti a evocare Leviatan.
Si oscurino le stelle del suo crepuscolo,
speri la luce e non venga;
non veda schiudersi le palpebre dell’aurora,
poiché non mi ha chiuso il varco
del grembo materno,
e non ha nascosto l’affanno agli occhi miei!
E perché non sono morto fin dal seno di mia madre
e non spirai appena uscito dal grembo?
Perché due ginocchia mi hanno accolto,
e perché due mammelle, per allattarmi?
Sì, ora giacerei tranquillo,
dormirei e avrei pace
con i re e i governanti della terra,
che si sono costruiti mausolei,
o con i principi, che hanno oro
e riempiono le case d’argento.
Oppure, come aborto nascosto, più non sarei,
o come i bimbi che non hanno visto la luce.
Laggiù i malvagi cessano d’agitarsi,
laggiù riposano gli sfiniti di forze.
I prigionieri hanno pace insieme,
non sentono più la voce dell’aguzzino.
Laggiù è il piccolo e il grande,
e lo schiavo è libero dal suo padrone.
Perché dare la luce a un infelice
e la vita a chi ha l’amarezza nel cuore,
a quelli che aspettano la morte e non viene,
che la cercano più di un tesoro,
che godono alla vista di un tumulo,
gioiscono se possono trovare una tomba…
a un uomo, la cui via è nascosta
e che Dio da ogni parte ha sbarrato?
Così, al posto del cibo entra il mio gemito,
e i miei ruggiti sgorgano come acqua,
perché ciò che temo mi accade
e quel che mi spaventa mi raggiunge.
Non ho pace, non ho requie,
non ho riposo e viene il tormento!

Responsorio    Cfr. Gb 3, 24-26; 6, 13
R. Al posto del cibo entra il mio gemito, e i miei ruggiti sgorgano come acqua: ciò che temo mi accade, e quel che mi spaventa mi raggiunge. * Pesa su di me la tua collera, Signore;
V. Non v’è proprio aiuto per me? Anche i miei intimi si sono allontanati!
R. Pesa su di me la tua collera, Signore.

SECONDA LETTURA
DALLE «CONFESSIONI» DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO
(LIB. 10, 1. 1 – 2, 2; 5. 7; CSEL 33, 226-227. 230-231)

A te, o Signore, chiunque io sia, sono manifesto
Conoscerò te, o mio conoscitore, ti conoscerò come anch’io sono conosciuto (cfr. 1 Cor 13, 12). Forza della mia anima, entra in essa e uniscila a te, per averla e possederla «senza macchia né ruga» (Ef 5, 27). Questa è la mia speranza, per questo oso parlare e in questa speranza gioisco, perché gioisco di cosa sacrosanta. Tutto il resto in questa vita tanto meno richiede di essere rimpianto, quanto più si rimpiange, e tanto più merita di essere rimpianto, quanto meno si rimpiange. «Ma tu vuoi la sincerità del cuore» (Sal 50, 8), poiché chi la realizza, viene alla luce (cfr. Gv 3, 21). Voglio quindi realizzarla nel mio cuore davanti a te nella mia confessione e nel mio scritto davanti a molti testimoni.
Davanti a te, o Signore, è scoperto l’abisso dell’umana coscienza: può esserti nascosto qualcosa in me, anche se m’impegnassi di non confessartelo? Se mi comportassi così, io nasconderei te a me, anziché me a te. Ma ora il mio gemito manifesta che io dispiaccio a me stesso, e che tu rifulgi e piaci e meriti di essere amato e desiderato, al punto che arrossisco di me e rifiuto me per scegliere te, e non bramo di piacere né a te né a me, se non in te.
Dunque, o Signore, tu mi conosci veramente come sono. Ho già espresso il motivo per cui mi manifesto a te. Non faccio questo con parole e voci della carne, ma con parole dell’anima e grida della mente, che il tuo orecchio ben conosce. Quando sono cattivo, l’atto di confessarmi a te non è altro che un dispiacere a me; quando invece sono buono, l’atto di confessarmi a te non è altro che un non attribuire a me questa bontà, poiché, «Signore, tu benedici il giusto» (Sal 5, 13), ma prima lo giustifichi quando è empio (cfr. Rm 4, 5). Perciò, o mio Dio, la mia confessione dinanzi a te avviene in forma tacita e non tacita: avviene nel silenzio, ma è forte il grido dell’affetto.
Tu solo, Signore, mi giudichi; infatti «chi conosce i segreti dell’uomo se non lo spirito dell’uomo che è in lui?» (1 Cor 2, 11). Tuttavia c’è qualcosa nell’uomo che non è conosciuto neppure dallo spirito che è in lui. Tu però, Signore, conosci tutto di lui, perché l’hai creato. Io invece, quantunque mi disprezzi davanti a te e mi ritenga terra e cenere, so di te qualcosa che non so di me.
«Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia» (1 Cor 13, 12), e perciò, fino a quando sono pellegrino lontano da te, sono più vicino a me stesso che a te, e tuttavia so che tu sei inviolabile in modo assoluto. Ma io non so a quali tentazioni possa resistere e a quali no. Io ho speranza, perché tu sei fedele e non permetti che siamo tentati oltre le nostre forze, ma con la tentazione tu ci darai anche la via d’uscita e la forza per sopportarla (cfr. 1 Cor 10, 13).
Confesserò, dunque, quello che so e quello che non so di me; perché anche quanto so di me, lo conosco per tua illuminazione; e quanto non so di me, lo ignorerò fino a quando la mia tenebra non diventerà come il meriggio alla luce del tuo volto (cfr. Is 58, 10).

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Publié dans:immagini sacre |on 27 mai, 2013 |Pas de commentaires »

27 MAGGIO: SANT’ AGOSTINO DI CANTERBURY VESCOVO

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SANT’ AGOSTINO DI CANTERBURY VESCOVO

27 MAGGIO – MEMORIA FACOLTATIVA

m. 26 maggio 604

Abate benedettino a Roma, fu invitato da San Gregorio Magno ad evangelizzare l’Inghilterra, ricaduta nell’idolatria sotto i Sassoni. Qui fu ricevuto da Etelberto, re di Kent che aveva sposato la cattolica Berta, di origine franca. Etelberto si convertì, aiutò Agostino e gli permise di predicare in piena libertà. Nel Natale successivo al suo arrivo in Inghilterra, più di diecimila Sassoni ricevettero il battesimo. Il Papa inviò altri missionari e nominò arcivescovo e primate d’Inghilterra Agostino, che cercò di riunire la Chiesa bretone a quella sassone senza riuscirci perché troppo forte era il rancore dei bretoni contro gli invasori sassoni. Suo merito però è stato quello di aver convertito quasi tutto il regno di Kent.

Etimologia: Agostino = piccolo venerabile, dal latino

Emblema: Bastone pastorale
Martirologio Romano: Sant’Agostino, vescovo di Canterbury in Inghilterra, che fu mandato dal papa san Gregorio Magno insieme ad altri monaci a predicare la parola di Dio agli Angli: accolto con benevolenza da Edilberto re del Kent, imitò la vita apostolica della Chiesa delle origini, convertì il re e molti altri alla fede cristiana e istituì in questa terra numerose sedi episcopali. Morì il 26 maggio.
(26 maggio: A Canterbury in Inghilterra, deposizione di sant’Agostino, vescovo, la cui memoria si celebra domani)
  La Gran Bretagna, evangelizzata fin dai tempi apostolici (il primo missionario a sbarcarvi sarebbe stato, secondo la leggenda, Giuseppe di Arimatea), era ricaduta nell’idolatria in seguito all’invasione dei Sassoni nel quinto e nel sesto secolo. Quando il re del Kent, Etelberto, sposò la principessa cristiana Berta, figlia del re di Parigi, questa domandò che fosse eretta una chiesa e che alcuni sacerdoti cristiani vi celebrassero i santi riti. Appresa la notizia, il papa S. Gregorio Magno giudicò maturi i tempi per l’evangelizzazione dell’isola. La missione fu affidata al priore del monastero benedettino di S. Andrea sul Celio, Agostino, la cui dote precipua non doveva essere il coraggio, ma in compenso era tanto umile e docile.
Partito da Roma alla testa di quaranta monaci nel 597, fece tappa nell’isola di Lerino. Le notizie sul temperamento bellicoso dei Sassoni lo spaventarono al punto che se ne tornò a Roma a pregare il papa di mutargli programma. Per incoraggiarlo, Gregorio lo nominò abate e poco dopo, quasi ad invogliarlo al passo decisivo, appena giunto in Gallia, lo fece consacrare vescovo. Il viaggio procedette ugualmente a brevi tappe. Finalmente, con l’arrivo della primavera, presero il largo e raggiunsero l’isola britannica di Thenet, dove il re in persona, spintovi dalla buona consorte, andò ad incontrarli.
I missionari avanzavano verso il corteo regale in processione al canto delle litanie, secondo il rituale appena introdotto a Roma. Fu per tutti una felice sorpresa. Il re accompagnò i monaci fino alla residenza già fissata, a Canterbury, a mezza strada tra Londra e il mare, dove sorse la celebre abbazia che prenderà il nome di Agostino, cuore e sacrario del cristianesimo inglese. L’opera missionaria dei monaci ebbe un esito insperato, poiché lo stesso re domandò il battesimo, spingendo col suo esempio migliaia di sudditi ad abbracciare la religione cristiana.
A Roma la notizia venne accolta con gioia dal papa, che espresse la sua soddisfazione nelle lettere scritte ad Agostino e alla regina. Insieme con un gruppo di nuovi collaboratori, il santo pontefice inviò ad Agostino il pallio e la nomina ad arcivescovo primate d’Inghilterra, ma al tempo stesso lo ammoniva paternamente a non insuperbirsi per i successi ottenuti e per l’onore che l’alta carica gli conferiva. Seguendo le indicazioni del papa per la ripartizione in territori ecclesiastici, Agostino eresse altre due sedi vescovili, quella di Londra e quella di Rochester, consacrando vescovi Mellito e Giusto. Il santo missionario morì il 26 maggio del 604 e fu sepolto a Canterbury nella chiesa che porta il suo nome.

Autore: Piero Bargellini

MARIA « AUXILIUM CHRISTIANORUM » – RIFLESSIONI A MARGINE DI UNA « MEMORIA » MARIANA

http://www.zenit.org/it/articles/maria-auxilium-christianorum

MARIA « AUXILIUM CHRISTIANORUM »

RIFLESSIONI A MARGINE DI UNA « MEMORIA » MARIANA

Roma, 25 Maggio 2013 (Zenit.org) Mario Piatti, ICMS

Il 24 del corrente mese di maggio la Chiesa ha ricordato la memoria di Maria “auxilium christianorum”. Il titolo, attribuito alla Vergine e confluito nelle “litanie lauretane” risale, come si sa, alla battaglia di Lepanto, dell’ottobre 1571. San Pio V, in quella occasione, istituì la festa della Madonna del Rosario, mentre alcuni combattenti cristiani, di passaggio da Loreto, elevarono a Maria Santissima, come attestato di filiale gratitudine, questa bella espressione.

Successivamente, Papa Pio VII, volendo ringraziare a sua volta la Madre del Signore per essere stato finalmente liberato, dopo lunghi anni, dalle mani di Napoleone, introdusse la omonima festa, il 24 maggio del 1815.

Come spesso accade, l’intreccio tra devozione e storia, tra gli avvenimenti drammatici di un’epoca e la fede semplice e umile della povera gente, ha generato nei secoli imprevedibili e originali risposte di Grazia, arricchendo il nostro comune patrimonio di tasselli sempre nuovi e variegati, innestati nel tronco vivo della Tradizione. Le parole “aiuto dei cristiani” richiamano inevitabilmente una delle prime preghiere rivolte alla Madonna, il “sub tuum praesidium”, che da secoli echeggia nel cuore e sulle labbra dei credenti e che ha ispirato molte simili invocazioni.

Don Bosco, in particolare, promosse questa efficace devozione, fino a intitolare proprio a Maria “auxilium christianorum” la basilica di Valdocco, dove riposano le sue venerate spoglie, insieme a quelle di altri Santi Salesiani.

Oggi, ai conflitti e alle guerre, che purtroppo hanno sempre accompagnato e insanguinato le vicende degli uomini in terra, si preferiscono e si incoraggiano – specialmente da parte della Chiesa – forme e strumenti concreti di dialogo; si auspicano la conoscenza reciproca e la stima vicendevole; si favoriscono il confronto sincero e l’incontro amichevole. I fatti del passato, d’altra parte, non possono essere ignorati o cancellati: se mai, vanno rivisti in rapporto alla sensibilità della loro epoca, nella luce di una progressiva maturazione verso forme di convivenza più pacifiche e meno bellicose. L’onestà morale e intellettuale, il rispetto e la gratitudine verso i nostri predecessori ci invitano a non condannare troppo facilmente il tempo trascorso, ma ad accoglierlo con uno sguardo ampio e positivo, che sappia dare ragione di tutto, secondo i criteri propri delle varie generazioni, senza certamente nascondere le immancabili povertà e miserie degli uomini.

La profondità e la fecondità spirituale di un titolo, come quello in questione, non si esauriscono comunque al solo livello e significato storico e politico: investono, come sempre, la vita in ogni suo aspetto, accompagnano e sostengono il cammino dei credenti, lungo le sofferte vie del mondo.

Le battaglie di oggi non sono meno cruente e impegnative del passato. Allora erano le armate nemiche a seminare il terrore e a risvegliare la coscienza della propria identità, da difendere, anche a costo della vita. Oggi sono minate le fondamenta stesse di una civiltà, si mettono in dubbio le colonne portanti di una corretta umanità; si distruggono, senza esitazione e senza rimorsi, i valori più veri, più santi ed essenziali: la persona, la famiglia, l’educazione, la vita.

Non si risparmiano le coscienze, assediate e condizionate da una incessante messe di dis-informazioni e di provocazioni di ogni genere. Il cuore dei piccoli è minacciato, fin dalla più tenera età; le attese e i desideri dei giovani sono spesso devastati da una sessualità priva di qualunque significato, dalla liberalizzazione della droga, dal cinismo, dalla indifferenza, dalla sfiducia nelle potenzialità dell’uomo.

Il carcere non sarà forse più quello di un Imperatore assoluto, che crudelmente segregava l’anziano Pontefice, ma ben altre schiavitù ci trattengono ancora prigionieri: la ignoranza, la infedeltà, la tiepidezza. Forse, proprio per non avere riconosciuto né affrontato in tempo “il nemico”, che avanzava, su tutti i fronti – sociale, politico, istituzionale -, ci ritroviamo in un clima di generale disfatta, con una crescente e inquietante proliferazione di “follie” e di incomprensibili aberrazioni morali, come l’equiparazione del matrimonio ad altre “forme” di convivenza, di ogni genere.

È proprio nei momenti di crisi e di fatica, però, che si manifesta la necessità di chiedere, di implorare luce, forza e benedizione dal Cielo. Dio non ci abbandona mai, nonostante tutto: ci dona mille prove della sua benevolenza, ancora ai giorni nostri, anche attraverso lo straordinario esordio di un Pontificato inatteso, che sta riaccendendo in molti cuori desideri e propositi di bene che sembravano ormai assopiti e dimenticati.

Maria, “aiuto dei cristiani”, intercede oggi per noi, se la invochiamo con fede, perché ritroviamo la via che riconduce a Cristo, alla verità, al bene. Le “forze avverse” sono forse prima di tutto dentro di noi, come con tanta semplicità richiama Papa Francesco, nella sua quotidiana incisiva riflessione mattutina. E dentro di noi vi sono insospettabili risorse di Grazia che attendono di venire alla luce, a beneficio di tutti. In noi bussa il Signore – come ci ha detto il Santo Padre nella Veglia di Pentecoste – perché ci apriamo ai nostri fratelli, verso le “periferie” spirituali e materiali del nostro tempo.

Maria, “auxilium christanorum” interceda per noi, perché siamo promotori di bene e protagonisti di quella “Nuova Evangelizzazione” che il beato Giovanni Paolo tanto auspicava e che il mondo ancora – forse inconsapevolmente – tanto attende.

Padre Mario Piatti icms è direttore del mensile “Maria di Fatima”

Publié dans:Maria Vergine |on 27 mai, 2013 |Pas de commentaires »

Santissima Trinità

Santissima Trinità dans immagini sacre Holy-Trinity-Hungarian

http://www.doctrinalhomilyoutlines.com/2013/05/the-solemnity-of-the-most-holy-trinity-may-26/

Publié dans:immagini sacre |on 25 mai, 2013 |Pas de commentaires »

IL MISTERO DELLA TRINITÀ: COSA SIGNIFICA CHE GESÙ È «NATO» DAL PADRE?

http://www.toscanaoggi.it/Rubriche/Risponde-il-teologo/Il-mistero-della-Trinita-cosa-significa-che-Gesu-e-nato-dal-Padre

RISPONDE IL TEOLOGO

IL MISTERO DELLA TRINITÀ: COSA SIGNIFICA CHE GESÙ È «NATO» DAL PADRE?

Un lettore chiede il significato di un’espressione del Credo: «Nato dal padre prima di tutti i secoli». Risponde don Angelo Pellegrini, docente di Teologia dogmatica alla Facoltà Teologica dell’Italia Centrale.

Percorsi: SPIRITUALITÀ E TEOLOGIA
24/04/2013
Siamo nell’Anno della fede. Il credo niceno-costantinopolitano (non quello degli apostoli) dice così: «Credo in un solo Signore, Gesù Cristo, unigenito figlio di Dio, nato dal Padre prima di tutti i secoli…» Se è nato vuol dire che «prima» non c’era. Sotto questo aspetto il Padre è «più» del Figlio. Allora si potrebbe dire che in questo punto questo Credo non esprime bene l’uguaglianza tra Padre e Figlio. È più vero allora Giovanni Evangelista: «In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era, in principio, presso Dio…». Mi può chiarire un teologo?

Giovanni Manecchia
L’acuta osservazione del lettore impone una premessa necessaria, che traggo dal Catechismo della Chiesa Cattolica: «La Trinità è un mistero della fede in senso stretto» (n. 237). Questo significa che le nostre affermazioni su Dio Trino hanno lo scopo di non deformare l’idea di Dio al punto da renderla incompatibile con quanto rivelato da Cristo.
L’idea di un dio troppo razionalistica o umanizzata, ad esempio, andrebbe a scontrarsi con le affermazioni del profeta Isaia il quale sostiene, alla stregua di un idolo, che pregheremmo «un dio che non può salvare» (45,20). Al contempo non possiamo pretendere, proprio perché la Trinità è un mistero in senso stretto, che le nostre espressioni in merito siano totalmente chiare ed immediate.
Il nostro linguaggio nasconde sempre una certa oscurità, ambiguità ed è pertanto suscettibile di spiegazioni utili alla sua precisazione. Data l’importanza e la complessità della questione, spero che queste mie brevi parole possano essere utili ad un chiarimento, anziché portare altra nebbia.
In questo senso i Padri del Concilio di Costantinopoli (381) modificarono la frase in questione che, nel credo del Concilio di Nicea (325), suonava piuttosto diversamente. Il loro scopo era certamente chiarire che Padre e Figlio non sono subordinati, cioè sono «uguali nella natura divina», ma non in questo passaggio. Questo passaggio voleva spiegare piuttosto che essi sono sì uguali, secondo la natura, ma non sono interscambiabili, vanno perfettamente identificati, hanno una specificità propria non comparabile, ma soprattutto scambiabile con la specificità dell’altro. Ossia il Padre è Padre e non va confuso con il Figlio e viceversa.
In questo senso noi traduciamo la parola greca del gennethénta con nato, mentre poco sotto lo stesso participio lo traduciamo con generato, nella frase «generato non creato». Il verbo al participio passato è lo stesso e va capito tenendo assieme le due espressioni. La seconda frase, infatti, fu inserita nel Concilio di Nicea contro il subordinazionismo di Ario il quale sosteneva che non soltanto Padre e Figlio non erano uguali, ma addirittura che, non avendo la stessa natura, il Figlio era semplicemente una creatura, creata da Dio prima delle altre.
Dire che non era creato significava separare il Figlio dalle creature, escludere la sua natura creaturale e affermare la piena divinità della natura del Verbo, poiché generato dal Padre. Sono diverse le espressioni del credo che affermano questo concetto; ne ricordo due, che però non è possibile spiegare in questa sede: consustanziale, ossia della stessa sostanza; Dio vero da Dio vero.
Nel nostro contesto però l’espressione nato/generato assume un valore aggiuntivo: pur affermando l’uguaglianza di Padre e Figlio, ci dice che non sono interscambiabili anzi indica la loro identità specifica. Il Padre è colui che dona, generando, pienamente la divinità e l’amore al Figlio eternamente; il Figlio è colui che, eternamente, riceve in pienezza il dono dell’amore e della divinità dal Padre.
Questo dono eterno è pieno ed è totale, per cui pur non scambiando chi dona e chi riceve, l’espressione non nega la piena uguaglianza di Padre e Figlio secondo la divinità, ma li distingue in ordine alla identificazione personale.
Il discorso andrebbe ovviamente completato mostrando come tutto ciò valga anche per lo Spirito Santo, uguale secondo la natura al Padre e al Figlio, ma distinto per identità personale e ruolo specifico.
Sinteticamente il secondo Concilio di Costantinopoli (553) ha proprio voluto affermare questo concetto sostenendo che «il Padre e il Figlio hanno una sola natura o sostanza […] poiché essi sono una Trinità consustanziale, una sola divinità da adorarsi in tre ipostasi», ossia persone.
Da questo punto di vista il Credo diventa anche una singolarissima spiegazione del primo versetto del Vangelo di San Giovanni opportunamente citato dal lettore.

Holy Trinity by Luca Rossetti da Orta, Fresco, 1738-9, St. Gaudenzio Church at Ivrea, Torino

Holy Trinity by Luca Rossetti da Orta, Fresco, 1738-9, St. Gaudenzio Church at Ivrea, Torino dans immagini sacre luca_rossetti_trinita_chiesa_san_gaudenzio_ivrea

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Publié dans:immagini sacre |on 24 mai, 2013 |Pas de commentaires »

DOMENICA: SS. TRINITÀ – LECTIO DIVINA: GV 16,12-15

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/03-annoC/annoC/12-13/05-Ordinario/Letture/08-Domenica-Trinita-2013_C.html

26 MAGGIO 2013  | 8A DOMENICA: SS. TRINITÀ – T. ORDINARIO C  |  PROPOSTA DI LECTIO DIVINA

LECTIO DIVINA: GV 16,12-15

Dopo aver celebrato i misteri centrali della nostra fede, torniamo al tempo ordinario, durante il quale accompagneremo Gesù, come fecero i suoi discepoli un giorno per le terre della Galilea, ascoltando dalla sua bocca la predicazione del regno e assistendo ai miracoli che operano le sue mani. Si presenta così a noi una nuova opportunità per imparare pian piano da Gesù e per lasciarci guarire dalle nostre infermità, mentre sappiamo di camminare nella vita al suo fianco e seguendo le sue orme. Ma prima di iniziare questo cammino, la Chiesa oggi ci invita a concentrare la nostra attenzione – e speriamo anche i nostri cuori! – solo in Dio, e contemplare il suo mistero più intimo, il suo essere un unico Dio in tre persone distinte.

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
12 « Molte cose ho ancora da dire a voi, ma non siete capaci di portarne il peso, ora.
13 Quando però verrà lo Spirito di verità, vi guiderà alla verità tutta intera. Perché quello che vi dirà non sarà suo: ma parlerà di quello che avrà udito e vi annunzierà le cose a venire.
14 Egli mi glorificherà, perché riceverà da me ciò che vi comunicherà.
15 Tutto ciò che il Padre possiede è mio. Per questo ho detto che prenderà del mio e ve l’annunzierà ».

 1. LEGGERE: capire quello che dice il testo facendo attenzione a come lo dice
Il testo, parte molto breve di un lungo discorso d’addio (Gv 13-17), annuncia la venuta dello Spirito e la missione che compie con il suo arrivo: parlare, comunicare, guidare verso la verità. Gesù annuncia la sua partenza: li lascerà soli e senza capire tutto, ma si impegna a inviare loro il suo Spirito, il Paraclito, che sarà per loro maestro e guida. Allo Spirito è assegnato il compito della rivelazione. C’è stato un tempo – il tempo in cui hanno convissuto con Gesù – che non è stato sufficiente per assumere tutta la conoscenza di Dio; Gesù stesso lo ammette. Ci sarà un tempo, il tempo dello Spirito, nel quale, comunicando ciò che deve ancora venire, guiderà fino alla verità; è la promessa di Gesù. Gesù, pur avendo parlato di tutto quello che aveva udito dal Padre (Gv 15,15), avrebbe voluto dare di più di quello che ha rivelato: lo Spirito supplirà a questa mancanza (Gv 16,12).
Lo Spirito non compete, allora, con Gesù, completa la sua opera; inaugurando il tempo della perfetta conoscenza delle parole di Gesù, guiderà la comunità verso la verità piena. Parlare, ascoltare e annunciare sono i tre verbi che specificano l’azione dello Spirito; la sua azione è, quindi, analoga a quella del Figlio: parlerà di quanto ha ascoltato e annuncerà ciò che deve venire.
L’arrivo dello Spirito non annunzia la fine della storia, si tratta di un nuovo stadio, che viene delimitato dalla partenza di Gesù fino al suo ritorno definitivo. Nel frattempo, la comunità avrà nello Spirito la migliore garanzia di una corretta lettura della propria storia, che si dovrà lasciar giudicare alla luce della predicazione di Gesù continuata dal Paraclito. Né l’uno né l’altro sono origine della rivelazione che entrambi, in tempi e modi diversi, comunicano. Non si tratta solo di parole, o di semplice conoscenza, ma della vita e di ciò che possiede perché tutto ciò che egli possedeva è proprietà del Padre e tutto ciò che comunica lo Spirito è proprietà del Figlio; di questa comunità è ricettore lo Spirito e conoscitrice, e quindi garante, la comunità (Gv 16,15).
La rivelazione, del Figlio e dello Spirito, implica Dio personalmente e ‘spiega’ il suo triplice rapporto personale. Il Padre è all’origine, è colui che ha tutto ciò che si riferisce al Figlio. Quanto manifesta lo Spirito lo ha ascoltato e lo ha preso dal Figlio; né più, né meno. La gloria del Figlio è nel comunicare ciò che lo Spirito ha imparato da lui. La salvezza è vista qui come una rivelazione del Figlio; e il Dio Uno e Trino, totalmente immerso e differenziato in questo caso: nella manifestazione di Cristo è coinvolto il Padre, il Figlio e lo Spirito.

 2. MEDITARE: applicare alla vita quello che dice il testo!
Prima di lasciare i suoi, Gesù promette loro di inviare il suo Spirito. Dietro le sue parole c’è il presentimento dell’esperienza del discepolo che soffre per l’assenza fisica del suo Signore, un’esperienza che caratterizza la sua esistenza attuale. Ma nel discorso si afferma anche la convinzione di non essere rimasto del tutto senza protezione: lo Spirito che verrà continuerà l’opera e l’insegnamento di Gesù. Egli deve continuare a parlare, dove Gesù ha scelto di rimanere in silenzio, farà conoscere ciò che hanno solo intravisto; renderà sopportabili le richieste di Gesù e la sua assenza; aprendoli alla sua verità, li guiderà verso di essa. Lo Spirito continua l’opera di Gesù: Egli è il viatico e la guida, compagno di viaggio e capo della Chiesa fino a quando il Signore ritornerà. Chi soffre, in qualsiasi forma, per qualsiasi motivo, la lontananza di Cristo, può dedicarsi a vivere sotto la protezione dello Spirito di Dio. Non è parca la promessa.
Di fronte al mistero, ogni mistero, all’uomo non resta che l’accettazione o il rifiuto. Mistero è, per definizione, qualcosa che può essere affermato o negato, ma che in nessun caso ci svelerà il suo segreto; non si capta l’esistenza del mistero quando lo si capisce, poiché comprenderlo sarebbe come negarlo; c’è un altro modo onesto di stare davanti al mistero che rispettarlo e ammirarlo; stupirsi e rimanere sopraffatto è l’unico modo, legittimamente umano, di reagire dinanzi ad esso. A chi lo contempla, il mistero lo attira, se si presume che racchiuda qualche beneficio, o lo terrorizza, quando avverte che minaccia la propria esistenza. Ebbene, il credente non ha maggiore mistero da contemplare che il proprio Dio: per quanto sicuro sia di Lui, non potrà mai svelarlo; anche se non ha dubbi circa la sua realtà, non riuscirà mai a chiarire come sia, in realtà, il suo Dio; senza diventare un enigma irrisolvibile, per il credente Dio è sempre una domanda senza risposta, una provocazione sempre aperta. Da quello che Gesù ci ha lasciato detto, ci sono cose che non sono sopportabili …, senza lo Spirito. Per l’orfano dello Spirito, il vangelo diventa insopportabile. Che cosa posso dire di me? Trovo cose in Gesù che non riesco a portare? Sarebbe un’occasione per accettare che ci sono cose di Gesù che ancora ho adattato e riconoscerlo potrebbe essere un modo di camminare con lo Spirito.
Senza rivelare il mistero intimo di Dio, Gesù ha rivelato come lui ha voluto essere Dio per noi. La sua parola e la sua vita ci hanno parlato di un Dio che ci ha amato tanto, in tre modi diversi: come Padre, pensando a noi quando non esisteva nulla e dandoci un posto nel suo cuore, prima di farci opera delle sue mani; come Figlio, facendosi a nostra immagine, vivendo come uno di noi e morendo per noi tutti; come Spirito, scendendo su di noi come soffio divino e rimanendo con noi, mentre, a tentoni e, a volte smarriti, camminiamo verso Dio. Parlando di questo Dio, Trinità per il triplice amore che ci ha mostrato, Gesù non ci ha chiarito il mistero di Dio; lo ha fatto, se possibile, tre volte più misterioso; ma con esso ha scoperto la sua più intima natura, qualcosa che non avremmo neanche sospettato: Dio non è un mistero, ma tre, Dio non è una persona, ma una comunità, una famiglia. Così, almeno, ha voluto essere per noi.
Così noi cristiani abbiamo a nostra disposizione non solo un Dio buono, ma – mi si perdoni l’espressione – tutto un trio di dei; per non mancarci, Dio si è moltiplicato; per dimostrare meglio il suo amore, Dio ci si è mostrato Padre, Figlio e Spirito. Perderemmo il tempo, e Dio, se ci impegniamo a capire le ragioni che Dio ha avuto di amarci tanto; ma se ci lasciamo amare da questo Dio Trino, apprezzeremo la fantasia e le risorse che Dio ha sperperato per amarci in modo tanto personale come diverso, tanto reale come divino; conosceremo meglio il nostro Dio, quanto più ci riconosciamo amati da Lui: chi sa che la sua indole è l’Amore, chi si sente profondamente amato da Dio, penetra in profondità l’essere di Dio; vive il suo mistero, senza la necessità di comprenderlo: si sa amato dal suo Dio, senza doverlo capire, compreso da Lui, ma libero di capirlo. Non abbiamo il diritto di lamentarci di Dio, non abbiamo motivo alcuno di pensare che non si interessa a noi, se per curarsi meglio di noi si è ‘moltiplicato per tre’.
Gesù stesso ce lo assicura nel Vangelo di oggi. Prima di lasciare i suoi nel mondo, ha promesso loro il suo Spirito; poteva farlo, perché tutto quello che aveva, lo aveva ricevuto dal Padre: ci ha dato quello che aveva da Dio Padre. Il suo Spirito lo avrebbe supplito, come lui aveva supplito Dio, mentre era con loro. Tutto ciò che non aveva potuto dire loro, quando parlava con loro, lo avrebbe detto ora lo Spirito. Anche se assente, Gesù non ha abbandonato i suoi: donandoci il suo Spirito ci ha dato un insegnante migliore di lui, che sarà sempre con noi, ovunque siamo, ogni volta che ci rendiamo conto che vive dentro di noi; dove andiamo ci precederà come nostra guida, se ci lasciamo condurre da lui; ci farà ricordare Gesù, quando ogni cosa intorno a noi si sforza di dimenticarlo, e ci renderà più sopportabili le sue esigenze, perché ci infonderà la forza necessaria per viverle.
Lo spirito che animò Gesù in vita, quel respiro che aveva ricevuto dal Padre, ce lo ha lasciato a quanti sentiamo la sua mancanza e ci manteniamo fedeli alla sua volontà. Gesù, volendo rimanere con noi quando doveva tornare al Padre, ci ha lasciato il meglio di se stesso, quello che aveva ricevuto da Dio, il suo stesso Spirito. Il discepolo di Gesù che oggi è discepolo del Suo Spirito impara a conoscere non solo la volontà di Dio, ma soprattutto quanto Dio lo ha amato. Vivere dello Spirito di Gesù è vivere il triplice amore che Dio ha per noi e che ci mantiene in lui; avere un tale Dio e portare la sua impronta sul nostro cuore è alla nostra portata; basterebbe vivere dello Spirito che Gesù ci ha lasciato.
Perché Gesù non solo ci ha parlato di un Dio personale che ci ama per tre volte, in tre modi diversi; Gesù ha messo a nostra disposizione la prova di questo Amore di Dio: il suo Spirito è tutto ciò che Dio ci ha lasciato, in modo che, lasciandoci guidare da lui, ci conduca a Dio. Ci servirebbe ben poco confessare oggi che Dio è uno e trino, se non giungessimo a sentirci amati da Lui; non può interessarci sapere che in Dio vi sono tre persone distinte, se non riusciamo a saperle interessate a noi, tutte e tre, e in tre modi diversi. Non vale a niente credere in Dio, Padre, Figlio e Spirito, se non ci crediamo figli, fratelli e templi di questo Dio Trino.
Dobbiamo quindi prendere sul serio la trinità di Dio, che noi celebriamo oggi: sorprendiamoci di avere un Dio che, per esserci vicino, è riuscito a essere tre persone diverse nel suo agire, ma uniche nel loro amore. Credere oggi nella Trinità di Dio significa sapersi amati da Dio tre volte: questa è la ragione della nostra celebrazione di oggi; potremmo farla diventare un motivo di perenne rendimento di grazie a Dio. Chi può dire di avere un Dio così? Chi, se non noi, può vantarsi di un Dio che ama tanto? Allora cerchiamo di vivere accettando il mistero di Dio e godendo del suo amore. Sicuramente ci guadagneremo. Manifestare Cristo è compito di Dio Trino. Riceverlo in noi è il modo di ricevere Dio. Accettare Cristo nella nostra vita vuol dire relazionarci con un Dio che è, Padre, Figlio e Spirito. Possiamo sperare di più?

 JUAN JOSE BARTOLOME

Publié dans:LECTIO, LITURGIA: SOLENNITÀ |on 24 mai, 2013 |Pas de commentaires »

OMELIA PER LA SOLENNITÀ DELLA SS. TRINITÀ

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/28878.html

OMELIA (26-05-2013)

MONS. VINCENZO PAGLIA

COMMENTO SU PROVERBI 8,22-31; SALMO 8; ROMANI 5,1-5; GIOVANNI 16,12-15

INTRODUZIONE

Il giorno di Pentecoste Gesù comunica se stesso ai discepoli per mezzo dell’effusione dello Spirito Santo. La piena rivelazione di Dio come Padre, Figlio e Spirito Santo si ha nel mistero della Pasqua, quando Gesù dona la vita per amore dei suoi discepoli. Bisognava che questi sperimentassero innanzitutto il supremo dono dell’amore compiuto da Gesù per comprendere la realtà di Dio Amore che dona tutto se stesso. Egli, oltre a perdonare i peccati e a riconciliare l’uomo con sé, lo chiama ad una comunione piena di vita (« In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre e voi in me ed io in voi »: Gv 14,20); gli rivela la ricchezza dei suoi doni e della speranza della gloria futura (Ef 1,17-20); li chiama ad una vita di santità e di donazione nell’amore al prossimo (« Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io vi ho amati »: Gv 15,12). Anch’essi sull’esempio del loro maestro sono chiamati a dare la vita per i fratelli (« Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici »: Gv 15,13). Per ora essi sono incapaci di accogliere e accettare tali realtà. Lo Spirito Santo farà entrare nel cuore degli apostoli l’amore di Cristo crocifisso e risuscitato per loro, li consacrerà a lui in una vita di santità e d’amore, li voterà alla salvezza delle anime. Non saranno più essi a vivere, ma Gesù in loro (cf. Gal 2,20). Ogni cristiano nel corso del suo cammino è chiamato ad arrendersi all’amore e allo Spirito di Cristo crocifisso e risorto. Oggi è il giorno della decisione.

Omelia
Nel Vangelo, tratto dai discorsi di addio di Gesù, si profilano sullo sfondo tre misteriosi soggetti, inestricabilmente uniti tra loro. « Quando verrà lo Spirito di verità, egli vi condurrà alla verità tutta intera…Tutto quello che il Padre possiede è mio [del Figlio!]« . Riflettendo su questi e altri testi dello stesso tenore, la Chiesa è giunta alla sua fede nel Dio uno e trino.
Molti dicono: ma cos’è questo rebus di tre che sono uno e di uno che sono tre? Non sarebbe più semplice credere in un Dio unico, punto e basta, come fanno gli ebrei e i musulmani? La risposta è semplice. La Chiesa crede nella Trinità, non perché prenda gusto a complicare le cose, ma perché questa verità le è stata rivelata da Cristo. La difficoltà di comprendere il mistero della Trinità è un argomento a favore, non contro la sua verità. Nessun uomo, lasciato a se stesso, avrebbe mai escogitato un tale mistero.
Dopo che il mistero ci è stato rivelato, intuiamo che, se Dio esiste, non può che essere così: uno e trino allo stesso tempo. Non può esserci amore se non tra due o più persone; se dunque « Dio è amore », ci deve essere in lui uno che ama, uno che è amato e l’amore che li unisce. I cristiani sono anch’essi monoteisti; credono in un Dio che è unico, ma non solitario. Chi amerebbe Dio se fosse assolutamente solo? Forse se stesso? Ma allora il suo non sarebbe amore, ma egoismo, o narcisismo.
Vorrei cogliere il grande e formidabile insegnamento di vita che ci viene dalla Trinità. Questo mistero è l’affermazione massima che si può essere uguali e diversi: uguali per dignità e diversi per caratteristiche. E non è, questa, la cosa che abbiamo più urgente bisogno di imparare, per vivere bene in questo mondo? Che si può essere, cioè, diversi per colore della pelle, cultura, sesso, razza e religione, eppure godere di pari dignità, come persone umane?
Questo insegnamento trova il suo primo e più naturale campo di applicazione nella famiglia. La famiglia dovrebbe essere un riflesso terreno della Trinità. Essa è fatta da persone diverse per sesso (uomo e donna) e per età (genitori e figli), con tutte le conseguenze che derivano da queste diversità: diversi sentimenti, diverse attitudini e gusti. Il successo di un matrimonio e di una famiglia dipende dalla misura con cui questa diversità saprà tendere a una superiore unità: unità di amore, di intenti, di collaborazione.
Non è vero che un uomo e una donna debbano essere per forza affini per temperamento e doti; che, per andare d’accordo, debbano essere o tutti e due allegri, vivaci, estroversi e istintivi, o tutti e due introversi, quieti, riflessivi. Sappiamo anzi quali conseguenze negative possono derivare, già sul piano fisico, da matrimoni fatti tra parenti, all’interno di una cerchia ristretta. Marito e moglie non devono essere uno « la dolce metà » dell’altro, nel senso di due metà perfettamente uguali, come una mela tagliata in due, ma nel senso che ognuno è la metà mancante dell’altro e il complemento dell’altro. Questo intendeva Dio quando disse: « Non è bene che l’uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto simile a lui » (Gn 2,18). Tutto questo suppone lo sforzo per accettare la diversità dell’altro, che è per noi la cosa più difficile e in cui solo i più maturi riescono.
Vediamo anche da questo come sia errato considerare la Trinità un mistero remoto dalla vita, da lasciare alla speculazione dei teologi. Al contrario, esso è un mistero vicinissimo. Il motivo è molto semplice: noi siamo stati creati a immagine del Dio uno e trino, ne portiamo l’impronta e siamo chiamati a realizzare la stessa sublime sintesi di unità e diversità.

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