Archive pour avril, 2013

Resurrezione di Cristo (Musei Vaticani)

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CREDERE SENZA VEDERE

http://www.zenit.org/it/articles/credere-senza-vedere

(Ho fatto una ricerca su Google sotto la voce : »credere senza vedere », uno dei risultati)

CREDERE SENZA VEDERE

ULTERIORE PROPOSTA DEL VESCOVO DI LOCRI-GERACE PER IL CAMMINO VERSO L’ANNO DELLA FEDE

16 MAGGIO 2012

DI EUGENIO FIZZOTTI

ROMA, mercoledì, 16 maggio 2012 (ZENIT.org).- Continuando a invitare tutti i membri della sua Diocesi a effettuare un cammino solido, personale e comunitario verso l’anno della fede, Mons, Giuseppe Fiorini Morosini, Vescovo di Locri-Gerace, ha stilato una nuova e originale pista di riflessione nella quale fa riferimento alla seconda apparizione di Gesù nel Cenacolo, avvenuta otto giorni dopo la risurrezione (Gv 20, 19-28), che «si conclude con l’atto di fede di Tommaso, che volle vedere prima di credere, e con l’ammonizione di Gesù allo stesso Tommaso: Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno».
La tematica presa in considerazione è quanto mai attuale perché consente di prendere in considerazione alcuni interrogativi fortemente significativi: «Possiamo ritenerci noi beati perché stiamo credendo senza aver visto? Ma veramente non appartiene a una fede vera aspettarsi di vedere i segni che ci aiuterebbero a credere? L’apologetica cristiana, quando affronta il tema delle origini divine di Cristo, non ricorre ai segni che egli ha dato attraverso i miracoli? E allora, che male c’è voler vedere i segni?».
E ciò per consentire ai credenti di riconoscere che Gesù, mentre «ha tacciato di incredulità la sua generazione perché chiedeva segni: Una generazione perversa e adultera pretende un segno! (Mt 12, 39)», qualche volta «è proprio lui ad affermare di operare segni perché la gente che gli sta attorno creda. Infatti, quando dal cielo si udì la voce che affermava di glorificarlo, Gesù osservò: Questa voce non è venuta per me, ma per voi (Gv 12, 20-30). Dopo la moltiplicazione dei pani egli rimproverò la gente perché non seppe vedere in quel miracolo un segno della sua identità messianica: Voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato (Gv 6, 26)».
Nucleo fortemente valido è quindi la considerazione che le affermazioni di Gesù vanno prese nel loro insieme, perché egli alcune volte ribadisce un aspetto della realtà e altre volte ne evidenzia un altro, senza negare quanto ribadito in altri momenti. E riprendendo l’esperienza di Tommaso, dal quale Gesù si sarebbe aspettato una fede semplice, basata sulle testimonianze degli altri apostoli, Mons. Morosini, dopo aver posto l’accento sul fatto che Tommaso vuole vedere per credere, si chiede se «sarà stato solo il fatto dell’aver visto che ha spinto Tommaso a credere, o non piuttosto l’amore verso il maestro coltivato lungo gli anni della sequela, per cui, senza andare a toccare, si inginocchia, con timore misto a vergogna e a gioia, e fa il suo atto di fede: Mio Signore e mio Dio».
E come risposta a tale interrogativo sottolinea che «dall’atto di fede proferito non sembra che in Tommaso prevalga la certezza della ragione, quanto piuttosto la potenza dell’amore, che la visione del maestro ha avuto la forza di far rivivere». Ciò vuol dire che non sono i miracoli a far credere, ma è la fede a far vedere la presenza misericordiosa di Dio in un avvenimento non spiegabile razionalmente. Ecco perché, pur riconoscendo che «i miracoli aiutano la fede, ma non la generano automaticamente», occorre riconoscere che dinanzi a certi fatti inspiegabili dal punto di vista della ragione (es. guarigioni improvvise e istantanee) non tutti diventano credenti.
Essendo un dono di Dio che richiede una corrispondenza da parte dell’uomo «la fede si basa su alcune condizioni che sono prettamente umane. Credere senza vedere significa procedere a un confronto reale con se stessi, del senso che vogliamo dare alla vita, delle nostre aspettative, degli ideali che ci muovono, con la vita e gli insegnamenti di Gesù. Il credere, almeno per quanto riguarda la nostra parte, nascerebbe dal fatto che troviamo in questo confronto interiore con Gesù e la sua parola la risposta ai nostri problemi e conseguentemente la pace e la serenità, individuale e collettiva, perché persone che hanno pace interiore costruiscono una società di pace. Da questo incontro scaturirebbe la nostra adesione a lui e la volontà di sequela, cioè di mettersi al suo seguito per imitarlo. Gesù ha espresso tutto questo con la parabola del tesoro nascosto in un campo: Un uomo lo trova e lo nasconde di nuovo, poi va, pieno di gioia, e vende tutti i suoi averi e compra quel campo (Mt 13, 44)».
Un riferimento esemplare a queste riflessione viene suggerito per Mons. Morosini dalla parabola del ricco cattivo e del povero Lazzaro (Lc 16, 19-31) perché è chiaro che da parte di Gesù emerge «la negazione che il miracolo possa generare automaticamente la fede: Se non ascoltano Mosé e i Profeti, neanche se uno risuscitasse dai morti saranno persuasi (Lc 16, 31)». E nello stesso tempo riconosce che c’è l’indicazione chiara di come procedere per una conversione di vita ai valori della fede: Hanno Mosé e i Profeti; ascoltino loro (Lc 16, 29).
Con estrema chiarezza, quindi, per il Vescovo di Locri-Gerace Gesù «indica l’origine della fede e della conversione di vita in un confronto diretto della propria coscienza con la Parola di Dio, che illumina e guida, e che, accolta, riesce a cambiare la vita. Ecco allora che cosa può significare credere senza aver visto».
E in vista di una concreta accettazione della sua proposta di riflessione Mons. Morosini dichiara che, se ci si trova dinanzi a una persona che non crede e vuole porsi domande di fede o a una persona la cui fede si è indebolita o è caduta in oblio o addirittura è rinnegata, non è necessario invocare miracoli o condurla in posti ove si crede accadano prodigi. Quello che occorre fare invece è invitare a confrontarsi con la Parola di Dio e con la vita della comunità cristiana che si sforza di testimoniare la fede, in modo da ricevere, soprattutto attraverso la preghiera comunitaria, la grazia di Dio che tutto rinnova e consente di maturare nello stile di vita solidale che caratterizza il vero cristiano.

Hendrick ter Brugghen – The Incredulity of Saint Thomas

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Publié dans:immagini sacre |on 5 avril, 2013 |Pas de commentaires »

COMMENTO ALLA PRIMA LETTURA: ATTI 5,12-16

http://www.nicodemo.net/NN/commenti_p.asp?commento=Atti%205,12-16

COMMENTO ALLA PRIMA LETTURA

ATTI 5,12-16

12 Molti miracoli e prodigi avvenivano fra il popolo per opera degli apostoli. Tutti erano soliti stare insieme nel portico di Salomone; 13 degli altri, nessuno osava associarsi a loro, ma il popolo li esaltava.
14 Intanto andava aumentando il numero degli uomini e delle donne che credevano nel Signore 15 fino al punto che portavano gli ammalati nelle piazze, ponendoli su lettucci e giacigli, perché, quando Pietro passava, anche solo al sua ombra coprisse qualcuno di loro.
16 Anche la folla delle città vicine a Gerusalemme accorreva, portando malati e persone tormentate da spiriti immondi e tutti venivano guariti.

COMMENTO
Atti 5,12-16
Comunità e mondo esterno
Nella prima parte degli Atti (At 1,15 – 8,4) Luca narra la propagazione del cristianesimo a Gerusalemme. In questo contesto egli introduce due “sommari” riguardanti la comunità di questa città (2,42-48; 4,32-35). A essi aggiunge, subito dopo l’episodio di Anania e Saffira, il presente testo riguardante i rapporti della comunità con l’ambiente esterno.

Nel brano si notano un certo disordine e alcune contraddizioni dalle quali si può dedurre che esso è una composizione fatta da Luca sulla base del materiale già utilizzato precedentemente. L’autore inizia affermando che molti «segni e prodigi» (sêmeia kai terata: cfr 2,19.22.43) erano operati dagli apostoli in mezzo al popolo (v. 12a): questa frase riprende quasi letteralmente il primo sommario sulla vita della comunità (cfr. 2,43b).

Luca riprende poi il tema della comunione dicendo che i credenti in Cristo erano «unanimi» (omothymadon) (cfr. 2,46; 4,32); secondo 2,46 essi manifestavano questa unanimità nel tempio; qui si precisa che si ritrovavano nel portico di Salomone. Luca osserva che essi formavano un gruppo abbastanza chiuso, in quanto «nessuno osava associarsi a loro»; ma aggiunge, come in 2,47; 4,33 che il popolo era loro favorevole (emegalynen autous, li esaltava) (v. 13). Questa constatazione gli permette di aggiungere che aumentava il numero non solo di uomini, ma anche di donne che credevano nel Signore (v. 14; cfr. 2,48).

Il v. 15 spiega gli effetti dei prodigi compiuti dagli apostoli sulla gente; esso inizia con la particella hôste (al punto che), che si collega non alla frase precedente, con la quale non ha un rapporto di causa-effetto, ma con il v. 12a, dove appunto era stato introdotto il tema dei prodigi compiuti dagli apostoli. La descrizione è chiaramente iperbolica: si portavano gli ammalati nelle piazze, si ponevano su lettucci e giacigli, nella speranza che, al giungere di Pietro, la sua ombra coprisse qualcuno di loro. Poi Luca aggiunge che non solo da Gerusalemme, ma anche dalle città circonvicine accorreva la folla, portando malati e persone tormentate da spiriti immondi, e tutti erano guariti (v. 16). Questa descrizione richiama da un lato l’attività di Gesù (Lc 6,17-19) e dall’altra quella di Paolo a Efeso (At 19,11.12). Come il loro maestro, anche gli apostoli annunziano la venuta del regno di Dio più con i segni che con le parole, noncuranti dei fenomeni di superstizione che accompagnavano la loro opera taumaturgica.

Linee interpretative

L’isolamento dei discepoli e al tempo stesso l’impatto che hanno sulla popolazione sembrano a prima vista due fenomeni contraddittori, ma esprimono bene il pensiero dell’autore: da un lato essi manifestano una forte identità, che li porta in qualche misura a separarsi dagli altri e a formare un gruppo chiaramente distinto e fortemente compatto al suo interno; dall’altro però però essi non si chiudono in se stessi, ma intervengono positivamente nella vita della gente ordinaria, aiutandola a risolvere i problemi assillanti legati alla salute dei propri cari. Solo a questo prezzo essi ottengono non solo il favore della gente, ma vedono aumentare il numero di coloro che aderiscono al loro gruppo. Il giusto equilibrio tra dialettica interna e apertura al mondo esterno sono essenziali per la vita di qualsiasi comunità, se non vuole dissolversi o diventare una setta chiusa nel proprio ghetto.

Da questo sommario appare come l’annunzio del regno vada di pari passo con i segni della sua venuta, i quali hanno addirittura la precedenza sulla proclamazione verbale della salvezza. Questa presentazione della missione mette in crisi un’attività il cui scopo primario è la crescita numerica dei convertiti. Il discepolo deve anzitutto operare con tutti i mezzi, specialmente quelli legati alle proprie risorse, personali e comunitarie, e in collaborazione con tutti gli uomini di buona volontà, perché la logica del regno di Dio cominci ad apparire in questo mondo mediante i segni della solidarietà e della fraternità. L’aggregazione di nuovi discepoli alla comunità è un evento successivo, non programmabile, ma spontaneo e immediato, che si accoglie con gioia non in funzione del proprio potere di gruppo, ma perché dà un’ulteriore possibilità di moltiplicare i segni del regno di Dio.

7 APRILE 2013 – 2A DOMENICA DI PASQUA – C / LECTIO DIVINA

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/03-annoC/annoC/12-13/04-Pasqua/Omelie/02-Domenica-di-Pasqua-2013_C-JB.html

7 APRILE 2013 – 2A DOMENICA DI PASQUA – C / LECTIO DIVINA

LECTIO DIVINA: GV 20,19-31

Il Vangelo pone la nostra attenzione su ciò che è accaduto il giorno della risurrezione di Gesù e insiste, soprattutto, sulla difficoltà che ebbero i discepoli a credere che davvero Egli è vivo. Il fatto, piuttosto scioccante, non deve risultare incoraggiante perché è davvero strano vedere che quelli che sarebbero stati i primi predicatori di Cristo Risorto sono stati anche i primi increduli. E’ incoraggiante vedere che Gesù dovette impegnarsi a fondo per convincerli che era risuscitato. Possiamo così vederci ben identificati con la povera immagine che hanno dato di sé questi discepoli: identificarci con le loro paure e la loro testardaggine ci aiuterà a identificarci anche con la loro gioia e la loro fede recuperata. Ricordare quello che è successo a loro ‘la sera di quel giorno », è il modo che abbiamo a nostra disposizione per fare nostra la loro esperienza. Non impedisce nulla che, come quei discepoli, anche noi abbiamo dubbi, non potendo dar credito a ciò che vediamo con i nostri occhi: il Risorto, oggi come allora, è disposto a vincere la nostra resistenza e convincerci che è veramente vivo, oggi come ieri. Questa è la buona notizia del Vangelo.
19 La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse:
« Pace a voi! « .
20 Detto questo, mostrò loro le mani e il costato. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. 21 Gesù disse loro di nuovo:
« Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi ».
22 Dopo aver detto questo, alitò su di loro e disse:
« Ricevete lo Spirito Santo; 23 a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi ».
24 Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Didimo, non era con loro quando venne Gesù. 25 Gli dissero allora gli altri discepoli:
« Abbiamo visto il Signore! « .
Ma egli disse loro:
« Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò ».
26 Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, si fermò in mezzo a loro e disse:
« Pace a voi! « .
27 Poi disse a Tommaso:
« Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo ma credente! « .
28 Rispose Tommaso:
« Mio Signore e mio Dio! « .
29 Gesù gli disse:
« Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno! « .
30 Molti altri segni fece Gesù in presenza dei suoi discepoli, ma non sono stati scritti in questo libro. 31Questi sono stati scritti, perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

 1. LEGGERE: capire quello che dice il testo facendo attenzione a come lo dice
ll testo ci trasmette la cronaca di due incontri del Risorto con i suoi discepoli; anche se avvenuti ambedue a Gerusalemme, non si verificano nello stesso giorno e non hanno lo stesso scopo. Il primo (Gv 20,19-23), che si verifica la sera del giorno di Pasqua, segue lo schema dei racconti di apparizione: presentazione inaspettata di Gesù, gioioso riconoscimento e missione universale. Il secondo (Gv 20,24-29), una settimana dopo, elabora un motivo ricorrente, quello dell »incapacità di credere nella risurrezione per coloro che non hanno personalmente incontrato il Risorto. La comunità dei credenti e il singolo credente sono nati allo stesso modo, da un incontro con il Signore Gesù: quando si presenta al gruppo e, riconosciuto, conferisce una missione universale, nasce la Chiesa; quando si fa conoscere da un singolo discepolo e fa svanire la sua incredulità, lo trasforma in credente e in testimone.
Il primo racconto è quindi il ‘certificato di nascita’ della comunità cristiana: il Risorto conferisce il suo potere, lo Spirito, e affida la sua missione, il perdono dei peccati, al gruppo di discepoli che sceglie come testimoni. Il secondo racconto, invece, indica il percorso individuale per giungere alla fede nella risurrezione: c’è stato chi, non servendosi dell’esperienza dei suoi colleghi, dovette vedere e toccare il Risorto; meglio sarebbe stato credere senza altro sostegno che la predicazione apostolica.
La prima storia, anche se ridotta all’essenziale, è più importante. Gesù Risorto incontra il gruppo dei discepoli, chiusi nella loro casa e intrappolati dalle loro paure. La morte di Gesù ha colmato di angoscia l’esistenza dei suoi seguaci. Si può percepire una chiara intenzione apologetica: da uomini terrorizzati non sarebbero venuti predicatori coraggiosi se non ci fosse stato un vero incontro con il Signore Gesù. La presenza inaspettata di Gesù in mezzo a loro restituisce ad essi la gioia. L’Inviato di Dio, riportato in vita e tornato al Padre, affida ai suoi la sua missione e li fa suoi inviati (Gv 20,21: come a me …, anch’io). L’incarico è un atto di investitura e una prova di fiducia: la consegna di compiti da parte di Cristo ai cristiani rende questi uomini nuovi, ricevono dal Risorto il suo coraggio e una missione che li ricrea. Che l’esperienza pasquale sia l’origine e la ragione della missione cristiana è una convinzione presente in tutta la tradizione evangelica (Mc 16:15-16, Mt 28,19-20, Luca 24,47, Atti 1:8). Tipico di Giovanni è contemplare la missione della Chiesa come perdono universale del peccato: la comunità cristiana è l’unico posto al mondo in cui il peccato non ha futuro.
Il secondo episodio, più sviluppato, descrive come si deve arrivare, personalmente, alla fede nella risurrezione. Giovanni ha voluto così dimostrare che non era stata la testimonianza dei discepoli (Gv 20,25), ma lo stesso Risorto che ha guidato i suoi testimoni alla fede in Lui e, allo stesso tempo, che non ci sarà bisogno di un suo intervento speciale perché credano quelli che vengono dopo; a loro deve bastare la testimonianza apostolica. Tommaso, uno dei dodici (Gv 11.6, 14.5), incarna l’incapacità dei primi discepoli ad accettare il fatto della risurrezione di Gesù; allo stesso tempo, sottolinea la difficoltà di questa seconda generazione di cristiani che dovrà credere senza vedere; infatti, Tommaso non era con loro quando venne Gesù. (Gv 20:24).
La sua insistenza per toccare e vedere, palpare per assicurarsi e credere (Gv 20,25; 4,48 Lc 24:37) ha a che fare con la sua maniera di concepire la risurrezione finale dei corpi: non vede impossibile la risurrezione, ma pone condizioni per accettarla. In effetti, Tommaso non ha chiesto nulla in più di quello che Gesù ha dato agli altri (Gv 20,20; 20,18.25). Ma una cosa è che si conceda e un’altra che si esiga. E anche se Gesù gli dà ciò che chiedeva per credere (Gv 20,27), non fa alcuna concessione nella sua risposta: i credenti, quanto più lontani sono dagli eventi pasquali, tanto maggiore possibilità avranno di essere credenti beati. Agli ascoltatori di oggi del Vangelo è diretto questo avviso e questa promessa: è possibile credere senza toccare tutte le prove; solo questa fede può renderci felici.

 2. MEDITARE: applicare quello che dice il testo alla vita
Il racconto elabora un fatto storico che, spesso, viene trascurato: i primi testimoni della risurrezione sono stati anche, in un primo momento, i primi increduli in essa. Gesù risorto ha dovuto impegnarsi a fondo per portarli ad accettare l’evidenza. E’ di conforto oggi per noi, che continuiamo, venti secoli dopo, a non essere del tutto convinti che Gesù è vivo.
Ma è anche una sfida: le nostre difficoltà attuali non sono impedimento sufficiente per dedicarci a predicare Cristo Vivo. Inoltre, non bisogna dimenticare che Gesù ha benedetto chi crede senza appoggiarsi a ciò che può verificare; è incoraggiante per quanti abbiamo così poco per sostenere la nostra vita di fede. Né va trascurato il fatto che chi, come Tommaso, non ha partecipato alla vita della comunità, ha posto maggiori obiezioni alla nuova fede: la vita in comunità facilita la fede comune e la sua esperienza. I discepoli che vogliono vivere come credenti devono condividere i loro dubbi e la loro fede: la comunità è il luogo dell’incontro con Gesù vivo; è lì che le esitazioni non si prendono in considerazione e ci si aiuta a superarle.
I discepoli, aggrappati alle loro paure, rimanevano rinchiusi in una casa e chiusi nel loro mondo. Là, dove li aveva portati la loro paura, doveva presentarsi il Risorto. E la prima cosa che Gesù ha fatto è stata dar loro la pace. È possibile che richiami la nostra attenzione il fatto che Gesù non li rimprovera per la loro scarsa presenza di spirito né per la loro incredulità: da un intero giorno era vivo, era apparso a vari discepoli e loro continuavano a sottrarre al mondo la nuova notizia, continuavano a darlo per morto. Invece di rimproveri, Gesù dà la pace quando appare ai suoi, ridona la gioia ai volti che lo vedono, illumina l’esistenza di coloro che lo sanno vivo. La paura si trasforma in felicità, la vigliaccheria in pace. Dinanzi all’evidenza di averlo vivo davanti ai loro occhi, hanno potuto rinnegare le loro paure. Hanno recuperato una gioia che non potevano perdere, poiché niente e nessuno ormai, nemmeno la morte, avrebbero potuto rubare loro il Signore che ritornava dalla morte, da una morte in croce, e che riportava con la sua presenza la pace e il coraggio. I discepoli del Risorto oggi continuiamo a restare aggrappati alle nostre paure, difendendoci da un ambiente attorno a noi sempre più ostile alle nostre convinzioni, chiusi in noi stessi, chiusi nella nostra vita privata, poiché non possiamo considerare nemmeno le nostre famiglie come un buon rifugio contro l’incredulità imperante. Il Vangelo di oggi ci dice che la paura del mondo non si vince privatizzando la nostra fede, ma vivendola con la pace e la gioia di chi sa che Cristo, nonostante tutte le apparenze contrarie, vive oggi come ieri. Come non superare le nostre paure, se possiamo essere certi che Lui ha vinto la morte? Cosa o chi dovremmo temere quanti crediamo in Cristo Risorto? La pace e la gioia è – la prima, almeno – il modo di vivere la fede nella sua risurrezione. Non vi è nessun’altra maniera: chi vive la sua fede in Cristo senza serenità interiore e con invincibile tristezza non crede nella risurrezione di Gesù. Il Risorto ha imposto la sua pace ai suoi discepoli impauriti e ha dato la gioia di vivere quando è apparso a loro.
Solo allora il credente può rendere credibile la sua testimonianza: un fantasma non dà ordini, la sua visione è spaventosa e non causa gioia; continuare a coltivare le nostre paure mentre confessiamo la nostra fede nella risurrezione, equivarrebbe a trasformare Cristo in un fantasma e noi in falliti. Certamente non è stato questo il destino di coloro che hanno visto Gesù vivo: hanno ricevuto da Lui il suo spirito e la missione, impossibile oggi come ieri, di essere operatori di pace nel mondo attraverso il perdono universale. Chi ha visto il Risorto una sola volta si trasforma completamente: il coraggio del suo Signore prende il posto delle paure; e con il cuore pieno del nuovo spirito di Gesù diventa un entusiasta missionario del perdono universale chi prima viveva nella paura di non essere perdonato: il coraggio del Risorto viene a quanti lo credono vivo e questo Spirito impone loro come compito delle loro vite, come mezzo per superare le loro paure e i loro dubbi, l’offerta del perdono a tutti gli uomini. Invece di vivere credendo che devono perdonare la sua fede in Cristo, il cristiano vive per perdonare il mondo che ancora non crede nel suo Signore risorto.
Perché, se cristiano è colui che vive per confessare che Cristo vive, cristiano sarà chi vive sentendosi obbligato a offrire il perdono e la pace. Non basta recuperare per noi stessi, cristiani, la pace e la gioia; chi non sa o non può offrirle, mai potrà essere sicuro di averle veramente ricevute; chi non le mette a disposizione, finirà per perderle. Gesù Risorto ha donato la pace a coloro che avrebbe inviato per pacificare il mondo; ha fatto svanire le loro paure, presentandosi vivo; non ha dato loro la pace perché continuassero a restare chiusi nelle loro paure e nelle loro case: li ha inviati a pacificare il mondo, senza altre armi che il suo Spirito né più sapienza che il sapersi suoi inviati. Gesù non convinse i suoi discepoli a base di argomenti ragionevoli, né ha perso troppo tempo per conquistarli. Non ha vinto i loro timori rimanendo con loro, condividendo il loro restare chiusi: li ha mandati nel mondo con il suo perdono e il suo Spirito.
Come è possibile che i « buoni » cristiani continuiamo ad essere oggi gli uomini meno disposti a perdonare, i più veloci ad esigere ‘giustizia’ – contro gli altri, naturalmente -, i più riluttanti a dimenticare, i più sensibili alle offese ricevute, quelli che meno rapidamente perdoniamo o più difficilmente dimentichiamo? E’ così deplorevole come frequente dover ascoltare dai migliori tra noi della loro incapacità a perdonare e dimenticare le offese. Come faremo a diventare operatori di pace nel mondo se non riusciamo a portare la pace nei nostri cuori né gesti di pace nelle nostre relazioni personali? Chi è testimone del Risorto sa che non sta nel mondo per essere perdonato, ma per perdonare; non riusciremo a superare le nostre paure né ad uscire dalle nostre chiusure finché non sentiamo in noi lo spirito di Gesù e obbediamo al Suo comando di perdonare: inoltre perderemo il rispetto al mondo e recupereremo la gioia di vivere come discepoli del Risorto. Fare assegnamento su Gesù vivo è avere il mondo come campo di missione e la sua pacificazione come compito.
Tutto questo ci risulterebbe più facile se sapessimo vivere insieme la nostra fede. Siamo consapevoli del fatto che Tommaso, il discepolo che ha trovato maggiori difficoltà a credere nella risurrezione, era il discepolo che non ha visto il Cristo risorto perché non era stato insieme agli altri: colui che meno conviveva con gli altri, se non altro per condividere le paure comuni, è stato il più incredulo. C’è qui una legge della vita cristiana: Cristo sarà riconosciuto con difficoltà da coloro che vivono lontano dai cristiani. Possiamo, tuttavia, essere più felici dell’apostolo che lo vide, se oggi lo crediamo vivo. Confessarlo risorto senza averlo toccato, annunciarlo nostro Signore e Dio senza averlo visto, è una fortuna per noi.

 JUAN JOSE BARTOLOME

« Dessine moi la bible », Luk 24, 13 Emmaus_on_the_way_en_route


http://www.artbible.net/3JC/-Luk-24,13_Emmaus_on_the_way_en_route/index6.html

Publié dans:immagini sacre |on 4 avril, 2013 |Pas de commentaires »

«O MIA PAROLA, SALVAMI!» – PASQUA, GRIDO E ANNUNCIO

http://www.sanpaolo.org/pj-online/RUBRICHE/solo-pan/Tematico/Ungaretti/O%20mia%20parola.htm

«O MIA PAROLA, SALVAMI!» – PASQUA, GRIDO E ANNUNCIO

CHI SI SENTE MESSO IN DISCUSSIONE DALLA RESURREZIONE COME COLORO CHE SPERIMENTANO LA MORTE?

Guardandosi attorno, si domandano dove sia questa risurrezione annunciata. Dove sia la loro risurrezione, di fronte alla certezza di morire ogni giorno, nel corpo e nello spirito, e al non vedere altro che questo. Panorami di guerra, di conflitti armati, di lotta interiore. Allora avvertiamo la verità di queste parole: «Gli anni della vita sono settanta, ottanta per i più robusti, ma sono quasi tutti fatica, dolore. Passano presto e noi scompariamo» (Salmo 90).
L’angoscia, l’angoscia d’esserci e basta, cammina con l’uomo. Giunti dallo scorso secolo con sogni di progresso e fame di serenità abbiamo raccolto sconcertanti esiti da tante promettenti premesse. Nella preistoria  il primo incontro tra tribù era lo scontro. Millenni dopo anche il villaggio globale è sorto dalle guerre mondiali. Come doglie del nuovo mondo si canta: «Salvami, salvati/ salvaci, salviamoci!». È legittimo temere questo futuro aggressivo, quasi fosse regolato dal caso:

Abbiate o non abbiate timore:
versate l’obolo nella borsa sonante e date
una buona parola all’uomo cieco,
che l’Orsa trattenga al guinzaglio.
E insaporite bene gli agnelli.

Potrebbe, quest’Orsa, strappare i lacci,
non più minacciare ma dare
la caccia a tutte le pigne cadute
dagli abeti, i grandi abeti alati
precipitati dal paradiso.

Così Ingeborg Bachmann nell’«Invocazione all’Orsa Maggiore» (1956) che vide l’ingresso delle truppe hitleriane in Austria ma soprattutto visse l’ennesima ricostruzione di un’Europa più che mai desolata. Costruire con fatica, distruggere in un lampo, riedificare nuovamente: «qualunque cosa accada, il devastato mondo/ ripiomba nel crepuscolo» (Mio uccello). Penso al processo di pace in Medio Oriente. Parole e fatti sono in tensione costante tra sfiduciata promessa e indecisa finzione, invocando una parola definitiva.

Parola, sii nostra,
libera, chiara, bella.
Certo dovrà avere fine
ogni cautela.

«O mia parola, salvami!» conclude la Bachmann (Dialogo ed epilogo), anelando alla parola purificata da diffidenza ed allusioni. È questo ciclo mai concluso che consuma le vite ed esaspera gli ideali più saldi. Servirà rialzarti anche stavolta? e andare incontro al nuovo giorno? senza lasciarti sopraffare dalla disillusione? Esistere, resistere: un altro grido diffuso.
L’annuncio pasquale, forse, ha qualcosa da dirci. Qualcosa che superi le iniezioni analgesiche ed i rinvii alienanti. Perché se non possiamo amare questa, di vita, se già ci pesa, che importerebbe averne un’altra? È questa vita che reclama minuto per minuto di essere colmata, placata, guarita. Che reclama una fine, sì, perché così non può andare avanti, ma una conclusione diversa dalle fini insoddisfacenti che già conosciamo.
Pasqua nei conflitti, dunque. Giuseppe Ungaretti, soldato già durante il primo scontro mondiale, visse tutta la tragedia degli anni 1943-44 con la sua personale sensibilità. Ne nacque la breve raccolta «Roma occupata», tra cui spicca il componimento tripartito «Mio fiume anche tu», intenso anche se di non facile lettura.

1.
Mio fiume anche tu, Tevere fatale,
Ora che notte già turbata scorre;
Ora che persistente
E come a stento erotto dalla pietra
Un gemito d’agnelli si propaga
Smarrito per le strade esterrefatte;
Che di male l’attesa senza requie,
Il peggiore dei mali,
Che l’attesa di male imprevedibile
Intralcia animo e passi;
Che singhiozzi infiniti, a lungo rantoli
Agghiacciano le case tane incerte;
Ora che scorre notte già straziata,
Che ogni attimo spariscono di schianto
O temono l’offesa tanti segni
Giunti, quasi divine forme, a splendere
Per ascensione di millenni umani;
Ora che già sconvolta scorre notte,
E quanto un uomo può patire imparo;
Ora ora, mentre schiavo
Il mondo d’abissale pena soffoca;
Ora che insopportabile il tormento
Si sfrena tra i fratelli in ira a morte;
Ora che osano dire
Le mie blasfeme labbra:
“Cristo, pensoso palpito,
Perché la Tua bontà
S’è tanto allontanata?”

Nel 1916 Ungaretti aveva scritto un’altra poesia, «I fiumi», nella quale comprendeva se stesso attraverso i fiumi incontrati nel suo pellegrinaggio: dall’Egitto, alla Francia, all’Italia. Con il Tevere «fatale» di Roma in guerra Ungaretti aggiunge un nuovo tassello della sua identità matura. Il Tevere diventa simbolo del dolore che avanza nella «notte» e colpisce gli innocenti, simboleggiati nel «gemito d’agnelli [...] singhiozzi infiniti, a lungo rantoli». Ciò che reca più sofferenza del male stesso è «di male l’attesa senza requie [...] l’attesa di male imprevedibile». L’angoscia rende il gemito «smarrito», rende insicuro ogni rifugio e trasforma le case in «tane incerte».
Nel riconoscere questa situazione come “suo fiume”, Ungaretti ammette che il dolore è parte inseparabile della sua persona. Ma a cosa porta tutto questo? Solo a imparare «quanto un uomo può patire», coscienza di solitudine che porta alla ribellione: «Perché la Tua bontà/ s’è tanto allontanata?». Non basta riappropriarsi psicologicamente del dolore per dargli un senso. Non basta prendere atto dell’evidenza che ci fa impotenti. Non basta, se il dolore continua a generare solo altro dolore.
2.
Ora che pecorelle cogli agnelli
Si sbandano stupite e, per le strade
Che già furono urbane, si desolano;
Ora che prova un popolo
Dopo gli strappi dell’emigrazione,
La stolta iniquità
Delle deportazioni;
Ora che nelle fosse
Con fantasia ritorta
E mani spudorate
Dalle fattezze umane l’uomo lacera
L’immagine divina
E pietà in grido si contrae di pietra;
Ora che l’innocenza
Reclama almeno un eco,
E geme anche nel cuore più indurito;
Ora che sono vani gli altri gridi;
Vedo ora chiaro nella notte triste.

Vedo ora nella notte triste, imparo,
So che l’inferno s’apre sulla terra
Su misura di quanto
L’uomo si sottrae, folle,
Alla purezza della Tua passione.

Solo ora, dopo quarantasei versi senza un punto fermo, possiamo prendere fiato approdando al verso principale: «Vedo ora chiaro nella notte triste». Cosa vede il poeta nella notte della sofferenza? Comprende che eventi infernali come le deportazioni e le fosse comuni avvengono quando l’uomo si sottrae «alla purezza della Tua passione». Il dolore insegna ad Ungaretti che esistono due modi di vivere la sofferenza. E riconosce il male quando l’uomo soffre da solo, separando il suo dolore da quello di Dio. Dio soffre? una passione, una sofferenza pura? Cosa mai avrà di diverso dal nostro il dolore di Cristo, uomo anche lui?

3.
Fa piaga nel Tuo cuore
La somma del dolore
Che va spargendo sulla terra l’uomo;
Il Tuo cuore è la sede appassionata
Dell’amore non vano.

Cristo, pensoso palpito,
Astro incarnato nell’umane tenebre,
Fratello che t’immoli
Perennemente per riedificare
Umanamente l’uomo,
Santo, Santo che soffri,
Maestro e fratello e Dio che ci sai deboli,
Santo, Santo che soffri
Per liberare dalla morte i morti
E sorreggere noi infelici vivi,
D’un pianto solo mio non piango più,
Ecco, Ti chiamo, Santo,
Santo, Santo che soffri.

Una strofa non consolatoria, ma pienamente pasquale. Mostra un altro modo di vivere la sofferenza. Quale? È l’invocazione a Colui che raccoglie ogni dolore non per affliggerci coi ricatti della colpa, ma per condurci nella «sede appassionata/ dell’amore non vano». Guardando questo cuore ognuno di noi può ritrovare ciò che è, ma che la sofferenza gli ha fatto dimenticare. Possiamo trovarci in circostanze che stravolgono tutte le nostre certezze, ma nell’«amore non vano» di Cristo è fissato il senso della nostra esistenza. Tu sei fatto per amare. Nonostante tutto. Se anche «mani spudorate/ dalle fattezze umane lacera l’uomo/ l’immagine divina», Gesù offre se stesso «perennemente per riedificare/ umanamente l’uomo».
«Ecco, Ti chiamo, Santo». Chiamare è parola che salva. L’invocazione apre il guscio del dolore perché vuole guardare oltre la propria situazione presente, dirige lo sguardo altrove, solleva gli occhi incatenati a sé stessi. Ma nel chiamare sincero mi riconosco preceduto da uno che soffriva per me, e con me, prima ancora che io lo chiamassi. Sento che Qualcuno mi sta gratuitamente accanto e capisce ciò che provo, perché ci è già passato. Che ci è passato perché io, oggi, non ci dovessi passare da solo.
Così avviene Pasqua, il Passaggio dentro il conflitto, perché «d’un pianto solo mio non piago più». Non cessa il pianto, ma cessa l’angoscia del male imprevedibile. Cessa la paura di soffrire da soli. Cessa il dubbio che amare sia un vano sprecarsi. Allora può cessare anche il pianto e rinascere la fiducia, come nelle parole del salmista che porta l’inquietudine  al cospetto di Dio[1]. Anche il re Davide, come Ungaretti, era soldato e poeta: «Davanti a te sfogo la mia angoscia!» (Salmo 142). Il dolore viene redento. Assume un senso, pure non esplicito, nell’uscita dalla solitudine.
«O mia parola, salvami!». “Mia” parola, sì, che io dico, ma in cui scopro d’essere aspettato. Cercavo, ma riconosco che quanto cerco mi era già offerto. Precedeva la mia attesa, e devo solo aprirmi mani e cuore per accoglierlo. Assisto al compimento dell’invocazione: sapersi amati ed accolti, assolutamente, già qui, oggi. «Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla [...] Se dovessi camminare per valle oscura non ho nulla da temere, perché tu sei con me» (Salmo 23). Dove, meglio della Pasqua, udiamo questa buona notizia? Attendevo ed ero, invece, atteso. Qualcun altro pazientava, spazientiva con l’orecchio teso verso noi.

Paolo Pegoraro

LA PORTA CHIUSA CI DANNEGGIA, GESÙ È LA PORTA CHE CI APRE LA STRADA VERSO DIO (commento alla lettera del Card. Bergoglio alla diocesi di Buenos Aires per l’anno della fede)

http://www.zenit.org/it/articles/la-porta-chiusa-ci-danneggia-gesu-e-la-porta-che-ci-apre-la-strada-verso-dio

LA PORTA CHIUSA CI DANNEGGIA, GESÙ È LA PORTA CHE CI APRE LA STRADA VERSO DIO

La Lev pubblica « Varcare la soglia della fede », la lettera del cardinale Bergoglio all’arcidiocesi di Buenos Aires per l’Anno della Fede

Citta’ del Vaticano, 04 Aprile 2013 (Zenit.org)

“Trovare chiuse le porte” è una “tra le esperienze più negative degli ultimi decenni”, mentre le “porte che restano aperte” sono “simbolo di luce, amicizia, gioia, libertà, fiducia”. Ha inizio con questa contrapposizione la letterache il cardinale Jorge Mario Bergogliorivolgeva all’arcidiocesi di Buenos Aires per l’Anno della Fede, da oggi disponibile nelle librerie per i tipi della Libreria Editrice Vaticana. La lettera, datata 1° ottobre 2012 e intitolata “Varcare la soglia della fede” (40 pagine, 5 euro), è preceduta da un’ampia presentazione dell’arcivescovo Rino Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione.
“La crescente insicurezza ha portato a poco a poco a sbarrare le porte – osservava il cardinale Bergoglio in un passaggio –, a collocare sistemi di vigilanza, telecamere di sicurezza, a diffidare degli estranei che bussano alla nostra porta”. E proseguiva: “La sicurezza di alcune porte blindate custodisce l’insicurezza di una vita che diventa più fragile e meno sensibile alle ricchezze della vita e dell’amore degli altri”.
“La porta chiusa ci danneggia, ci atrofizza, ci separa”, notava il cardinale prima di riferirsi al documento (Lettera apostolica in forma di motu proprio Porta fidei) con il quale Benedetto XVI invitava “a varcare la soglia, a fare un passo per prendere una decisione intima e libera: spingerci a entrare in una nuova vita”. Superata questa porta, si intraprende “un cammino che dura tutta la vita”, durante il quale si passa “dinanzi a tante porte”, molte delle quali ci rivolgono un invito “allettante ma menzognero a inoltrarvisi”, promettendo “una felicità vuota, narcisistica e con scadenza stabilita”, o conducendo a “crocevia” dove si troveranno “angoscia e disorientamento”.
“Gesù è la porta – ricorda però il cardinale –. Lui, e solo Lui, è e sarà sempre la porta”, che “ci apre la strada verso Dio e come Buon Pastore è l’Unico che si prende cura di noi a costo della sua vita”. Segue una intensa riflessione, a partire dalla domanda “In che consiste la sfida del varcare la soglia della fede?”. Tra le varie risposte appare l’invito a non cadere nel “disfattismo paralizzante”, ma a “pensare il nuovo, apportare il nuovo, creare il nuovo, impastando la vita con il nuovo lievito della giustizia e della santità”, l’esortazione ad “avvicinarsi a chiunque viva alla periferia della vita e chiamarlo col proprio nome”, e quella ad essere “Chiesa dalle porte aperte non solo per accogliere, ma fondamentalmente per uscire fuori e riempire con il Vangelo le strade e la vita degli uomini del nostro tempo”.
“Varcare la soglia della fede è l’espressione che ricorre più volte come incoraggiamento a saper guardare oltre le difficoltà del momento, per abbandonarsi in maniera fiduciosa alla grazia di Dio” rileva monsignor Rino Fisichella nella sua presentazione alla lettera pastorale del cardinale Bergoglio. L’arcivescovo richiama l’importante valenza metaforica rivestita dalla porta e il ricorrere di questa immagine nelle Scritture, asserendo poi che “uno dei dati più inquietanti del momento attuale è proprio la chiusura dell’uomo in se stesso. Chiusura che giunge perfino all’indifferenza e al rifiuto nei confronti di Dio”. Occorre però “un serio esame di coscienza” per verificare “se noi per primi siamo stati capaci di tenere viva la domanda su Dio e se abbiamo utilizzato il linguaggio adatto per permettere di coglierne l’urgenza nella nostra vita”, in quanto “una porta aperta sarà così capace di rendere disponibili altre porte ad aprirsi alla conversione”. L’Anno della fede può costituire allora “una bella opportunità per trasformare l’esistenza e permettere un nuovo incontro con il Signore Risorto”. È una questione di scelte, nelle quali “si pone la grande sfida dei nostri giorni: lasciarsi amare. Ciò significa di non impedire a Dio di amarci. Rinunciare a rinchiudersi in se stessi per lasciare spazio all’ascolto dell’altro. Solo così l’uomo ritrova se stesso”, conclude Fisichella.

GIOTTO TROIS FEMMES AU TOMBEAU DETAIL

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http://www.artbible.net/3JC/-Mat-28,01_Women_Resurrection_Femmes/2nd_16th_Siecle/slides/14%20GIOTTO%20TROIS%20FEMMES%20AU%20TOMBEAU%20DETAIL.html

Publié dans:immagini sacre |on 3 avril, 2013 |Pas de commentaires »

NOT(T)E DI PASQUA – UNA CANTATA DI BACH PER PREGARE

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NOT(T)E DI PASQUA

UNA CANTATA DI BACH PER PREGARE

È molto significativo che la musica ispirata dalla vicenda della morte e risurrezione di Gesù sia nettamente a favore della passione e a svantaggio della risurrezione. Forse è più facile « identificarsi » in un Signore crocifisso … che in un Risorto un po’ incorporeo. Basta fare un breve confronto nella produzione musicale di un compositore prolifico come Bach: di lui conosciamo che abbia composto ben quattro passioni, due delle quali celeberrime e molto eseguite anche nei concerti, la Passione secondo Matteo e la Passione secondo Giovanni. Per la risurrezione, un solo oratorio, l’Oratorio di Pasqua, un lavoro interessante, ma non certo paragonabile alla sublimità delle due Passioni citate, anche per lunghezza (40 minuti contro le due ore e mezzo di ciascuna Passione…).
Si può facilmente intuire la ragione di questo. Bach, il Kantor, è legato a una confessione, quella luterana, è pienamente imbevuto della sua teologia, che è decisamente una theologia crucis, e della sua pietà. La sua preoccupazione principale è la certezza della giustificazione, del perdono dei peccati, della salvezza che ci viene dalla sofferenza vicaria che Cristo sulla croce ha patito per noi. Il senso del peccato, della contrizione, della responsabilità degli uomini di fronte alla condanna dell’Innocente predominano infatti nell’interpretazione del testo evangelico.
 Ma, fortunatamente, Bach si è trovato a dover creare musica, settimana per settimana, in commento ai testi biblici del servizio liturgico domenicale. Ci sono così conservate diverse cantate legate alle diverse domeniche di Pasqua, che tra l’altro superano in numero quelle dedicate alla quaresima… perché in questo tempo liturgico la musica era ridotta al minimo essenziale, in accordo col suo carattere penitenziale.
Scegliamo tra le tante possibili una cantata di Bach, la BWV 67 « Halt im Gedächtnis Jesum Christ » (Ricordati di Gesù Cristo), composta per la domenica dopo Pasqua (domenica detta allora Quasimodogeniti). Le letture della domenica nella chiesa di Lipsia, dove la cantata fu presentata il 16 aprile 1724, erano tratte dalla Prima lettera di Giovanni 5,4-10 (La nostra fede è la vittoria che ha vinto il mondo) e dal Vangelo di Giovanni 20,19-31 (Gesù appare agli apostoli – l’incredulità di Tommaso).
La cantata si riallaccia al testo del vangelo indirettamente, attraverso la frase tratta dalla Seconda lettera a Timoteo (2,8), che menziona la risurrezione di Cristo (in relazione alla sofferenza dell’apostolo). La frase è ripresa nel coro iniziale (n.1): « Ricordati che Gesù Cristo è risorto dai morti ». La vittoria di Gesù sulla morte è ancora rievocata dopo nel recitativo del contralto (n.3), con un’allusione a 1 Corinzi 15,55 (che a sua volta allude a Osea 13,14):
O mio Gesù, Tu sei chiamato veleno della morte e pestilenza dell’inferno: ahimé, che ancora pericolo e orrore mi colpiscono! Tu stesso hai posto sulle nostre lingue un canto di lode, che ora noi cantiamo.
Ma la certezza della risurrezione di Cristo, affermata nel coro iniziale con la frase di san Paolo, sembra subito essere contraddetta dall’aria seguente del tenore (n.2):

Il mio Gesù è risorto:
tuttavia, cosa ancora mi spaventa?
La mia fede conosce la vittoria del Salvatore,
eppure il mio cuore sente contesa e lotta;
o mia Salvezza, appari dunque!

Nonostante la fede, il cuore non ha ancora pace. Con ciò che segue l’incredulo Tommaso diventa sempre più chiaramente simbolo del cristiano tentato dai dubbi: benché Cristo sia « veleno della morte e pestilenza dell’inferno » (n.3), benché si sia salutata la risurrezione di Cristo con le parole di un inno pasquale di Nikolaus Herman (1480-1561) (n. 4):

È apparso il mirabile giorno
di cui nessuno può gioire a sufficienza:
Cristo, il nostro Signore, oggi trionfa,
Tutti i suoi nemici Egli conduce prigionieri,
Alleluja!

tuttavia il nemico continuerebbe ad opprimerci se non ci fosse Gesù che incessantemente combatte per noi (n.5):
Tuttavia pare che il resto dei nemici, che io trovo troppo grande e spaventevole, non mi lasci in pace. Ma se Tu mi hai conquistato la vittoria, allora combatti Tu stesso con me, col tuo figlio. Sì, sì, noi nella fede già presagiamo che Tu, o Principe della pace, adempirai in noi la tua parola e la tua opera.
Ma il culmine della cantata si trova nel n.6: Gesù si presenta ancora oggi, come una volta ai suoi discepoli, ai cristiani, per aiutarli, con il saluto ‘La pace sia con voi’ (Giovanni 20,19), che, ripetuto ben quattro volte, serve come cornice a una poesia in tre strofe:

‘La pace sia con voi!’
O noi felici! Gesù ci aiuta a combattere
e a smorzare la furia dei nemici:
inferno, Satana, arrendetevi!

‘La pace sia con voi!’
Gesù ci chiama alla pace
e rinvigorisce noi stanchi,
lo spirito e insieme il corpo.

‘La pace sia con voi!’
O Signore aiutaci e fa’ che riusciamo
a penetrare, attraverso la morte,
nel tuo regno glorioso!

‘La pace sia con voi!’

Con il corale conclusivo (n.7), tratto da un inno di Jakob Ebert (1549-1614), l’assemblea radunata, rappresentata dal coro, riconosce Cristo come colui che porta la pace:

Tu principe della pace, Signore Gesù Cristo,
vero uomo e vero Dio,
un potente soccorritore sei Tu
in vita e in morte:
Perciò noi soltanto
nel tuo nome
gridiamo al Padre tuo.

Nella sua risolutezza, nei suoi contrasti crescenti tra dubbio da una parte e certezza e fiducia dall’altra, fino al grandioso culmine ‘La pace sia con voi’, il testo è attraversato da un insolito carattere drammatico, che per il compositore diventa uno stimolo potente per la trasposizione musicale.

Vediamo i singoli movimenti un po’ più in dettaglio.
N.1. I due temi principali di questo movimento rappresentano in modo plastico i due motivi centrali « Ricordati » (in tedesco sono tre parole, cioè: « tieni nella memoria », « tieni a mente ») e della risurrezione. Il motivo del « Ricordati » è affidato a una melodia a valori più lunghi, che non a caso, come hanno notato alcuni commentatori, sembra alludere alla melodia « O Agnello di Dio innocente, / Ucciso sull’albero della croce [1] » inserita proprio nel coro d’apertura… della Passione secondo Matteo! Come a dire: il Risorto è anche colui che è stato messo in croce per i nostri peccati. Questo è quello che dobbiamo ricordare e tenere a mente.
La complessa costruzione simmetrica del brano, che sarebbe interessante analizzare, rivela una maestria senza eguali.
N.2. Non da meno è il carattere immaginoso del tema di questo movimento nella cui sola prima frase sono riconoscibili la certezza dell’affermazione (« Il mio Gesù »), la risurrezione (« è risorto »), lo spavento (« cosa mi spaventa ») e infine la domanda (rappresentata dall’innalzarsi della voce). Quasi un’immagine icastica dell’ondeggiare tra fede e incredulità, confidenza e paura di affidarsi….
Nn. 3-5. Questi tre movimenti formano un’unità. I due recitativi visti del contralto (nn. 3 e 5) incorniciano un semplice corale (n.4), che è la prima strofa di un inno pasquale di Nikolaus Herman del 1560.

N.6. Benché sia denominato « aria », si tratta in realtà di una costruzione in realtà più complessa, ossia di un movimento corale a più strofe. Le tre strofe sono inframmezzate dall’a solo del basso che canta « La pace sia con voi ».
Il movimento inizia con una introduzione strumentale degli archi, il cui carattere impetuoso rappresenta l’assalto del nemico. Calmatasi questa introduzione, inizia l’arioso del basso (« La pace sia con voi »), dal carattere parlante e rassicurante, con un accompagnamento dei fiati, in ritmo più tranquillo e puntato. Alla triplice ripetizione del « La pace sia con voi », segue il coro con la prima strofa, accompagnato dalla ripresa della tumultuosa introduzione strumentale dell’inizio. Il movimento prosegue con questa alternanza, leggermente variata, tra interventi corali e a soli del basso. Solo nell’ultimo intervento del basso (« La pace sia con voi »), gli archi (che nell’introduzione rappresentavano l’assalto del nemico) si uniscono ai legni che accompagnavano il basso. Un modo per suggerire che il nemico è vinto, è ristabilita la pace.
Tutti le risorse musicali vengono sfruttate dal compositore per evidenziare il contrasto tra l’uomo che viene tentato e Cristo che porta la pace: movimento – quiete, coro – solista, voci acute – voce bassa (che per Bach è sempre la vox Christi), archi – legni, tempo pari – tempo in tre quarti.

Esempio musiale
http://www.sanpaolo.org/pj-online/RUBRICHE/solo-pan/Tematico/Bach/bach%20Layer-3.wav

 Esempio musicale (file WMA)
N.7. La cantata si chiude con una semplice melodia corale sulle parole dell’inno di Jakob Ebert (1601).

Vincenzo Vitale

[1] Il testo completo dell’inno, scritto da Nicola Decius come parafrasi dell’Agnus Dei e ben noto agli ascoltatori del tempo di Bach come melodia di corale: « O Agnello di Dio innocente / Ucciso sull’albero della croce / sempre trovato paziente / sebbene deriso da tutti. / Hai preso su di te le nostre colpe / altrimenti avremmo dovuto disperare. / Gesù, abbi pietà di noi ».

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