Archive pour avril, 2013

IL CUORE DI GESÙ NELL’INSEGNAMENTO DI SAN PAOLO

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IL CUORE DI GESÙ NELL’INSEGNAMENTO DI SAN PAOLO

MARTEDÌ 18 DICEMBRE 2012

DI P. OTTAVIO DE BERTOLIS, S.J.

Non è ovviamente possibile in poche righe parlare del Cuore di Cristo in San Paolo: tutta la sua riflessione è un’altissima meditazione della profondità del mistero racchiuso in Gesù, e una contemplazione di quel Nome che è al di sopra di ogni altro Nome. In questo senso, vorrei solamente proporre alla vostra meditazione e alla vostra preghiera un’affermazione paolina che mi pare assolutamente centrale:
«Sono stato crocifisso con Cristo, e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita che vivo nella carne io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me» (Gai 2, 20).
In questa troviamo il tema fondamentale della teologia di San Paolo: la «giustificazione». Potremmo tradurla come «il giusto rapporto» con Dio, cioè l’essere fatti giusti da Lui; il giusto rapporto con Dio per Paolo non può essere dato dalle «opere», cioè da quanto facciamo noi, perché quel che noi facciamo è sempre deficitario, è sempre troppo poco rispetto a quello che dovremmo fare. E del resto, tutti sperimentiamo non solo che non facciamo (tutto) quel che dovremmo, ma anche disgraziatamente facciamo anche molte cose che non dovremmo (e forse neanche vorremmo) fare. Perciò secondo Paolo la «legge» (quella mosaica, ma il discorso vale per tutta la legge) non «giustifica», ossia non mette nel giusto rapporto con Dio, e neanche può farlo: manifesta che siamo peccatori più che renderci giusti. La «giustizia», ossia la giusta relazione con Dio, ci viene data dalla fede, ossia dalla fiducia personale in Gesù Cristo: come Giovanni, ma con parole sue, Paolo mostra che chi crede ha in sé il germe della vita nuova, cioè è passato dalla morte del peccato alla vita della grazia, compie cioè la Pasqua. E così capiamo l’affermazione che prima abbiamo riferito: «mi ha amato e ha dato se stesso per me». La devozione al Cuore di Gesù è innanzi tutto questa dulcis lesu memoria, questa dolce memoria di Gesù, e il segno del Suo cuore è per noi innalzato sulla croce: «Gesù confido in te», ci fa ripetere suor Faustina, l’apostola della Divina Misericordia nel ventesimo secolo. La confidenza in Lui apre alla fiducia, scioglie l’angoscia, toglie la tristezza, trasforma il nostro modo di vedere noi stessi e anche gli altri, poiché ci rivela che tutti siamo stati amati e perdonati da Lui sulla croce, e quindi ci apre a ricevere questo amore, a testimoniarlo, e a vedere tutti come immersi in questo grande mistero. Così siamo liberati dai nostri rancori e dalle nostre divisioni, proprio perché Lui ha accolto tutti nel Suo cuore, nel colpo di lancia da Lui ricevuto: e se lui ci ha perdonato, impariamo così a perdonarci gli uni gli altri. E questo è il primo e principale frutto della devozione al cuore di Gesù.
Il secondo frutto, è la trasfigurazione di noi stessi nel cuore di Cristo, di modo che anche per noi diventi vita quel che di sé dice Paolo: «non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me». Gesù sulla croce fa a noi dono del Suo Spirito, e lo Spirito desidera scendere in ognuno e fare di noi «altri Cristi», uomini e donne rivestiti degli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù, cioè di misericordia, umiltà, mansuetudine e pazienza. Di più, desidera condurre ognuno di noi alla medesima intimità che il Figlio ha con il Padre, alla medesima preghiera, alla medesima fiducia, al medesimo abbandono. E per questo ogni mattina diciamo al Cuore di Gesù: «ti offro le preghiere, le azioni, le gioie e le sofferenze», non perché siano un dono degno di Lui, ma perché Lui le riempia di sé stesso, siano cioè azioni degne di Lui, cioè sia il Suo agire in noi per gloria del Padre. E così le preghiere nostre siano la Sua preghiera, le nostre sofferenze siano un prolungamento delle Sue, sofferte nel medesimo abbandono e nella medesima fiducia, e perfino le gioie siano corroborate ed esaltate dalla Sua stessa purissima gioia.
Di conseguenza, poiché finché viviamo vivremo nella «carne», cioè nell’umana debolezza che si manifesta in molti modi, non stanchiamoci mai di guardare a Colui che «mi ha amato e ha dato se stesso per me»: Lui è come il serpente che fu innalzato nel deserto, e che gli Israeliti guardandolo guarivano dai morsi velenosi dei serpenti. Lui è la sorgente di acqua viva, cioè dello Spirito, che sgorga dal Suo cuore trafitto dalla lancia come dalla roccia colpita dalla verga di Mosè uscì l’acqua che dissetò il popolo nel deserto. E quest’acqua, irrigando le profondità del nostro spirito, non solo ci renderà simili a Lui, ma dal nostro stesso seno sgorgherà acqua viva per dissetare molti, come Lui stesso ci ha preannunziato.

(Estratto dal libro « Una via semplice e bella », O. De Bertolis, Edizioni AdP, 2012)

Publié dans:San Paolo |on 15 avril, 2013 |Pas de commentaires »

PAPA FRANCESCO, OMELIA A SAN PAOLO: « ANNUNCIARE, TESTIMONIARE, ADORARE »

http://www.zenit.org/it/articles/annunciare-testimoniare-adorare

« ANNUNCIARE, TESTIMONIARE, ADORARE »

PAPA FRANCESCO, NELLA MESSA NELLA BASILICA DI SAN PAOLO, INVITA A SPOGLIARCI DEI TANTI IDOLI E SEGUIRE COERENTEMENTE IL SIGNORE, UNICO DIO DELLA NOSTRA VITA

ROMA, 15 APRILE 2013 (ZENIT.ORG)

Ieri pomeriggio, 14 aprile 2013, III Domenica di Pasqua, il Santo Padre Francesco ha presieduto la Santa Messa nella Basilica Papale di San Paolo Fuori le Mura. A concelebrare con il Pontefice, davanti a numerosi presenti, anche Dom Edmund Power, padre Abate dell’Abbazia di San Paolo e il cardinale James Michael Harvey, arciprete della Basilica papale, che gli ha rivolto un indirizzo di saluto. Al suo arrivo, il Papa è sostato in preghiera al Sepolcro di San Paolo e ha incensato il Trophæun dell’Apostolo. Di seguito, le parole pronunciate dal Santo Padre durante la sua omelia:

***
Cari fratelli e sorelle!

È per me una gioia celebrare l’Eucaristia con voi in questa Basilica. Saluto l’Arciprete, il Cardinale James Harvey, e lo ringrazio per le parole che mi ha rivolto; con lui saluto e ringrazio le varie Istituzioni che fanno parte di questa Basilica, e tutti voi. Siamo sulla tomba di san Paolo, un umile e grande Apostolo del Signore, che lo ha annunciato con la parola, lo ha testimoniato col martirio e lo ha adorato con tutto il cuore. Sono proprio questi i tre verbi sui quali vorrei riflettere alla luce della Parola di Dio che abbiamo ascoltato: annunciare, testimoniare, adorare.
1. Nella Prima Lettura colpisce la forza di Pietro e degli altri Apostoli. Al comando di tacere, di non insegnare più nel nome di Gesù, di non annunciare più il suo Messaggio, essi rispondono con chiarezza: «Bisogna obbedire a Dio, invece che agli uomini». E non li ferma nemmeno l’essere flagellati, il subire oltraggi, il venire incarcerati. Pietro e gli Apostoli annunciano con coraggio, con parresia, quello che hanno ricevuto, il Vangelo di Gesù. E noi? Siamo capaci di portare la Parola di Dio nei nostri ambienti di vita? Sappiamo parlare di Cristo, di ciò che rappresenta per noi, in famiglia, con le persone che fanno parte della nostra vita quotidiana? La fede nasce dall’ascolto, e si rafforza nell’annuncio.
2. Ma facciamo un passo avanti: l’annuncio di Pietro e degli Apostoli non è fatto solo di parole, ma la fedeltà a Cristo tocca la loro vita, che viene cambiata, riceve una direzione nuova, ed è proprio con la loro vita che essi rendono testimonianza alla fede e all’annuncio di Cristo. Nel Vangelo, Gesù chiede a Pietro per tre volte di pascere il suo gregge e di pascerlo con il suo amore, e gli profetizza: «Quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi» (Gv 21,18).
E’ una parola rivolta anzitutto a noi Pastori: non si può pascere il gregge di Dio se non si accetta di essere portati dalla volontà di Dio anche dove non vorremmo, se non si è disposti a testimoniare Cristo con il dono di noi stessi, senza riserve, senza calcoli, a volte anche a prezzo della nostra vita. Ma questo vale per tutti: il Vangelo va annunciato e testimoniato. Ciascuno dovrebbe chiedersi: Come testimonio io Cristo con la mia fede? Ho il coraggio di Pietro e degli altri Apostoli di pensare, scegliere e vivere da cristiano, obbedendo a Dio?
Certo la testimonianza della fede ha tante forme, come in un grande affresco c’è la varietà dei colori e delle sfumature; tutte però sono importanti, anche quelle che non emergono. Nel grande disegno di Dio ogni dettaglio è importante, anche la tua, la mia piccola e umile testimonianza, anche quella nascosta di chi vive con semplicità la sua fede nella quotidianità dei rapporti di famiglia, di lavoro, di amicizia.
Ci sono i santi di tutti i giorni, i santi « nascosti », una sorta di « classe media della santità », come diceva uno scrittore francese, quella « classe media della santità » di cui tutti possiamo fare parte. Ma in varie parti del mondo c’è anche chi soffre, come Pietro e gli Apostoli, a causa del Vangelo; c’è chi dona la sua vita per rimanere fedele a Cristo con una testimonianza segnata dal prezzo del sangue. Ricordiamolo bene tutti: non si può annunciare il Vangelo di Gesù senza la testimonianza concreta della vita. Chi ci ascolta e ci vede deve poter leggere nelle nostre azioni ciò che ascolta dalla nostra bocca e rendere gloria a Dio! Mi viene in mente adesso un consiglio che san Francesco d’Assisi dava ai suoi fratelli: predicate il Vangelo e, se fosse necessario, anche con le parole. Predicare con la vita: la testimonianza. L’incoerenza dei fedeli e dei Pastori tra quello che dicono e quello che fanno, tra la parola e il modo di vivere mina la credibilità della Chiesa.
3. Ma tutto questo è possibile soltanto se riconosciamo Gesù Cristo, perché è Lui che ci ha chiamati, ci ha invitati a percorrere la sua strada, ci ha scelti. Annunciare e testimoniare è possibile solo se siamo vicini a Lui, proprio come Pietro, Giovanni e gli altri discepoli nel brano del Vangelo di oggi sono attorno a Gesù Risorto; c’è una vicinanza quotidiana con Lui, ed essi sanno bene chi è, lo conoscono. L’Evangelista sottolinea che «nessuno osava domandargli: « Chi sei? », perché sapevano bene che era il Signore» (Gv 21,12). E questo è un punto importante per noi: vivere un rapporto intenso con Gesù, un’intimità di dialogo e di vita, così da riconoscerlo come « il Signore ». Adorarlo!
Il brano dell’Apocalisse che abbiamo ascoltato ci parla dell’adorazione: le miriadi di angeli, tutte le creature, gli esseri viventi, gli anziani, si prostrano in adorazione davanti al Trono di Dio e all’Agnello immolato, che è Cristo, a cui va la lode, l’onore e la gloria (cfr Ap 5,11-14). Vorrei che ci ponessimo tutti una domanda: Tu, io, adoriamo il Signore? Andiamo da Dio solo per chiedere, per ringraziare, o andiamo da Lui anche per adorarlo? Che cosa vuol dire allora adorare Dio? Significa imparare a stare con Lui, a fermarci a dialogare con Lui, sentendo che la sua presenza è la più vera, la più buona, la più importante di tutte.
Ognuno di noi, nella propria vita, in modo consapevole e forse a volte senza rendersene conto, ha un ben preciso ordine delle cose ritenute più o meno importanti. Adorare il Signore vuol dire dare a Lui il posto che deve avere; adorare il Signore vuol dire affermare, credere, non però semplicemente a parole, che Lui solo guida veramente la nostra vita; adorare il Signore vuol dire che siamo convinti davanti a Lui che è il solo Dio, il Dio della nostra vita, il Dio della nostra storia.
Questo ha una conseguenza nella nostra vita: spogliarci dei tanti idoli piccoli o grandi che abbiamo e nei quali ci rifugiamo, nei quali cerchiamo e molte volte riponiamo la nostra sicurezza. Sono idoli che spesso teniamo ben nascosti; possono essere l’ambizione, il carrierismo, il gusto del successo, il mettere al centro se stessi, la tendenza a prevalere sugli altri, la pretesa di essere gli unici padroni della nostra vita, qualche peccato a cui siamo legati, e molti altri. Questa sera vorrei che una domanda risuonasse nel cuore di ciascuno di noi e che vi rispondessimo con sincerità: ho pensato io a quale idolo nascosto ho nella mia vita, che mi impedisce di adorare il Signore? Adorare è spogliarci dei nostri idoli anche quelli più nascosti, e scegliere il Signore come centro, come via maestra della nostra vita.
Cari fratelli e sorelle, il Signore ci chiama ogni giorno a seguirlo con coraggio e fedeltà; ci ha fatto il grande dono di sceglierci come suoi discepoli; ci invita ad annunciarlo con gioia come il Risorto, ma ci chiede di farlo con la parola e con la testimonianza della nostra vita, nella quotidianità. Il Signore è l’unico, l’unico Dio della nostra vita e ci invita a spogliarci dei tanti idoli e ad adorare Lui solo. Annunciare, testimoniare, adorare. La Beata Vergine Maria e l’Apostolo Paolo ci aiutino in questo cammino e intercedano per noi. Così sia.

La pesca miracolosa

La pesca miracolosa dans immagini sacre 464px-Bouts_third-appearance

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Publié dans:immagini sacre |on 13 avril, 2013 |Pas de commentaires »

IL LIBRO E L’AGNELLO : (AP. 5, 1-14)

http://www.corsobiblico.it/apocalisse.htm#_Toc73449220

(commento alla seconda lettura, l’Apocalisse, in realtà è 5,11-14, ma metto tutto: 1-14)

IL LIBRO E L’AGNELLO : (AP. 5, 1-14)

1.      E vidi nella mano destra di Colui che era assiso sul trono un libro a forma di rotolo,                        scritto sul lato interno e su quello esterno, sigillato con sette sigilli.                 
2.      Vidi un angelo forte che proclamava a gran voce: “Chi è degno di aprire il libro e scioglierne i sigilli?”.
3.      Ma nessuno né in cielo, né in terra né sotto terra era in grado di aprire il libro e di leggerlo.
4.      Io piangevo molto perché non si trovava nessuno degno di aprire il libro e di leggerlo.
5.      Uno dei vegliardi mi disse: “Non piangere più, ha vinto il leone della tribù di Giuda, il Germoglio di Davide, e aprirà il libro e i suoi sette sigilli”.
6.      Poi vidi ritto in mezzo al trono circondato dai quattro esseri viventi e dai vegliardi un Agnello, come immolato. Egli aveva sette corna e sette occhi, simbolo dei sette spiriti di Dio mandati su tutta la terra.
7.      E l’Agnello giunse e prese il libro dalla destra di Colui che era seduto sul trono.
8.      E quando l’ebbe preso, i quattro esseri viventi e i ventiquattro vegliardi si prostrarono davanti all’Agnello, avendo ciascuno un’arpa e coppe d’oro colme di profumi, che sono le preghiere dei santi.
9.      Cantavano un canto nuovo. “Tu sei degno di prendere il libro e di aprirne i sigilli, perché sei stato immolato e hai riscattato per Dio con il tuo sangue uomini di ogni tribù, lingua, popolo e nazione
10.  E li hai costituiti per il nostro Dio un regno di sacerdoti e regneranno sopra la terra”.
11.  Durante la visione poi intesi voci di molti angeli intorno al trono e agli esseri viventi e ai vegliardi. Il loro numero era miriadi di miriadi e migliaia di migliaia
12.  E dicevano a gran voce: “L’Agnello che fu immolato è degno di ricevere potenza e ricchezza, sapienza e forza, onore, gloria e benedizione”.
13. Tutte le creature del cielo e della terra, sotto la terra e nel mare e tutte le cose ivi contenute, udii che dicevano: “A Colui che siede sul trono e all’Agnello lode, onore, gloria e potenza, nei secoli dei secoli”.
14.  E i quattro esseri viventi dicevano: “Amen”. E i vegliardi si prostrarono in adorazione.

Commento esegetico.
 Dopo la grandiosa visione del trono di Dio (4,1-11), ecco la visione dell’Agnello (5, 1-14) morto e risorto, una pagina cristologica fra le più importanti dell’intero Nuovo Testamento. Le due visioni sono strettamente collegate e complementari. Il profeta vede un Agnello come ucciso (è il Crocifisso) e nel contempo ritto in piedi (è il Risorto), con sette corna che significano la pienezza della forza e con sette occhi che si identificano con i sette spiriti di Dio e significano la divina onniscienza. Di Dio si è celebrata la creazione (4,11), dell’Agnello si celebra la redenzione (5,9: “Hai riscattato col tuo sangue uomini di ogni tribù, lingua, popolo e nazione”).
I quattro viventi e i ventiquattro anziani si prostrano davanti a Lui come a Dio (7, 4-10 e 5,8). La corte celeste ripete per Lui l’inno di gloria già cantato in onore di Dio. E nel cantico liturgico finale, Dio e l’Agnello sono accomunati: “A Colui che siede sul trono e all’Agnello lode e onore” (5,13).
Le due visioni sono, pertanto, complementari (il cristiano crede in Dio e nel suo inviato Gesù Cristo), e ci troviamo di fronte a una delle più esplicite affermazioni della divinità di Gesù e della sua sovranità universale e vittoriosa: il mondo è ancora in balìa del male, ma la vittoria è già nelle mani del Cristo morto e risorto.
Per valutare tutta l’importanza di questa pagina, occorre allargare l’orizzonte.
Secondo la concezione apocalittica ebraica e cristiana, la storia si svolge su due piani: la cronaca dei fatti, degli avvenimenti, delle realtà storiche che si susseguono e che si vedono, e il disegno di Dio che non si vede, ma sta nel profondo, nascosto dalla cronaca e tuttavia da essa rivelato.
L’apocalittica è attenta alle persone, agli avvenimenti e alle vicende del suo tempo, ma vede tutti questi fatti come “segni” e “strumenti” di una realtà che sta oltre.
L’apocalittica, quindi, non si accontenta di leggere i singoli avvenimenti, di confrontarli e collegarli tra loro. E’ convinta che per raggiungere la storia “vera” occorre porsi, in un certo senso, fuori di essa. Occorre una rivelazione. Per capire la storia bisogna guardarla dall’alto: il vero storico è il profeta.
La differenza e l’originalità dell’Apocalisse di Giovanni nei confronti di tutta l’apocalittica giudaica, sta nella visione del libro sigillato e dell’Agnello. La visione afferma che Gesù è al centro della storia. E’ osservando la sua vicenda di morte e resurrezione che noi possiamo comprendere la realtà profonda della storia. Non occorre, dunque, una nuova rivelazione, ma una “memoria”. Se “ricordiamo” la vicenda di Cristo, comprenderemo che il disegno di Dio è sempre combattuto; che addirittura c’è un tempo in cui le forze del male sembrano prevalere (la Croce), ma sappiamo anche che l’ultima parola è la risurrezione. La via dell’amore, della non violenza coraggiosa e del martirio, è crocifissa ma non vinta. Se vogliamo fare la storia, dobbiamo metterci alla sequela di Cristo, percorrere la sua stesa via,  metterci  “in cammino”, come Lui, verso Gerusalemme.
Concludendo questo quadro generale del quinto capitolo, possiamo dire che questo libro “sigillato” racchiude i “segreti” della storia, e che solo Cristo (l’Agnello), è capace di rompere i sigilli e aprire il libro, cioè di darne l’esatta interpretazione. E l’uomo può capire la storia, solo guardando Colui che ci ha “riscattati” con la sua morte e risurrezione.
“Io piangevo molto”: la situazione dei cristiani che subiscono la persecuzione sarebbe assurda e senza speranza, se Cristo con la sua morte, non avesse vinto (v.9), in tal modo mostra ai cristiani fedeli la strada per la loro vittoria (2,11.17.26; 3,5.12).
“Il germoglio di Davide”: questo titolo e quello precedente “il leone della tribù di Giuda”, indicano come l’Agnello abbia adempiuto le promesse veterotestamentarie (Is. 11,1.10; Rom. 15,12).
“Vidi in mezzo al trono un Agnello”: la posizione simboleggia lo stretto legame con Dio, della cui conoscenza (“sette occhi”) e potenza (“sette corna”: Deut. 33,17; Lc. 1,69) l’Agnello è partecipe. Ma l’Agnello è anche in mezzo agli anziani, indicando in tal modo che rimane legato alla sua Chiesa (1,13).
“L’Agnello”: questo è il titolo che più di ogni altro viene attribuito a Cristo nell’Apocalisse (28 volte). Il tema di Cristo sacrificato come un agnello (Gv. 1,29.36; 19,36; Atti 8,32; 1 Cor. 5,7; 1 Pt. 1,18 ss.) si riallaccia con quello del Servo di Jahwè (Is. 53,7) e dell’agnello pasquale (Es. 12). Ma l’Apocalisse considera l’Agnello come un conquistatore che dopo il suo sacrificio detiene un dominio universale.
“Come immolato”: porta ancora i segni del suo sacrificio (Gv. 20,25.17) ma non è più prigioniero della morte. L’azione dell’Agnello che prende il rotolo rappresenta la sua ascesa al trono. Le tre dossologie che seguono vv. 9ss. 12.13) corrispondono alle acclamazioni che seguivano di solito l’intronizzazione di un re.
“L’Agnello giunse e prese il libro dalla destra di Colui che era seduto sul trono”: la mano destra è simbolo dell’azione: lo Spirito Santo è Dio in azione per tutta la terra. Il libro indica il piano di Dio sul mondo, che, prima della venuta di Cristo, era sconosciuto: Gesù rivela il “mistero nascosto da secoli in Dio”.
“Tu sei degno di prendere il libro e di aprirne i sigilli”: prendere il libro, cioè assumere tutta la storia umana (uomini di ogni razza, lingua, popolo e nazione) e darle un senso. Nessuna filosofia è riuscita a farlo in maniera definitiva. Essa inciampa contro i limiti della finitudine e dell’irrazionalità. Solo Gesù, perché Dio (cioè trascendente) e uomo (immanente, dentro la storia), può rivelarne la portata e lo sbocco ultimo. L’uomo non si trova sulla terra solo per passare dall’età della pietra a quella della bomba atomica; egli è fatto per cercare e trovare Dio, e per costruire con lui la Gerusalemme celeste.
“Avendo ciascuno delle cetre”: questo era lo strumento con cui tradizionalmente (14,2; 15,2) si accompagnava il canto dei salmi.
“Le preghiere dei santi”: la chiesa sulla terra si associa alla Chiesa in cielo per rendere il culto a Dio e all’Agnello (8,3; Sal. 141,2; Lc. 1,10). I “santi” ( 8,3; 11,18; 13,7.10; Dan. 7,18) sono i fedeli del regno di Cristo appartenenti a Dio.
“Un cantico nuovo”: quest’espressione frequentemente usata nei Salmi (33,3; 40,3; 98,1), si riferiva originariamente a un insolito inno di lode, ma anche a un avvenimento straordinario (Is. 42,10). Questa novità della lode corrisponde al nome nuovo dato al vincitore (2,17; 3,12), alla nuova Gerusalemme (3,12; 21,1), al nuovo cielo e alla nuova terra (21,1), e infine al rinnovamento universale (21,5). In breve, l’intero universo (i quattro esseri viventi) e la Chiesa (i 24 vegliardi) celebrano Cristo il quale, mediante la risurrezione ha inaugurato la nuova èra.
“Tribù, lingua, popolo, nazione”:  questi quattro termini esprimono tutto l’universo fisico.
Come la dossologia è offerta tanto a Dio quanto all’Agnello, così la regalità e il dominio appartengono indistintamente al Padre e a Cristo (3,21).
Questa solenne liturgia termina con l’omaggio alla Chiesa celeste con i rappresentanti della creazione (v.14).
 In sintesi: Gesù Cristo riceve dalla mano del Padre il libro sigillato (il piano salvifico è opera del Padre). E’ lui che realizza questo piano e lo rende noto.

Commento spirituale.
 “Non piangere più, ha vinto il leone della tribù di Giuda, il Germoglio di Davide, e aprirà il libro e i suoi sette sigilli”. Solo Gesù Cristo è in grado di spiegare i misteri della vita dell’uomo e della storia, e solo lo  Spirito Santo che guida la Chiesa può portare l’uomo alla comprensione del mistero di Cristo, presente nella storia e nella vita dell’uomo. Gesù stesso, salendo al Padre, ci dà quella profonda garanzia di cui avevamo bisogno: “Sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo”. E su questo impegno del Cristo Risorto, che si poggia la fede della Chiesa; è grazie alla presenza del Signore che non verrà mai meno la fede della Chiesa; solo l’avvento del suo regno d’amore, sarà capace di  “rompere i sigilli” e squarciare il velo che nasconde il futuro e rivelare la direzione e il significato della vita dell’uomo.
Gesù di Nazareth non insegna una visione del mondo, ricavata dalla comune esperienza umana, un insieme di verità religiose e morali, frutto di riflessione particolarmente penetrante. Si presenta, invece, come il messaggero di un avvenimento appena iniziato e in pieno svolgimento. Il suo, prima di essere un insegnamento, è un annuncio, un grido di gioia: viene il regno di Dio! Una semplice frase, collocata in apertura del vangelo di Marco, riassume tutta la sua predicazione: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al Vangelo” (Mc. 1,15). Questa è la buona notizia che Gesù ha da comunicare. Questa è la causa per cui vive, la ferma speranza che lo sostiene.
Gesù si inserisce nel suo ambiente, inquieto e pieno di aspettative, con continuità e originalità. Il suo passaggio desta nella gente interesse, stupore, entusiasmo; a volte perfino un misterioso timore. Provoca in molti diffidenza, delusione, rifiuto e ostilità. Non lascia però indifferente nessuno.
Il suo annuncio è che il regno di Dio non è più solo da attendere nel futuro; è in arrivo, anzi in qualche modo è già presente. Viene in modo assai concreto, a risanare tutti i rapporti dell’uomo: con Dio, con se stesso, con gli altri e con le cose (Mt. 11, 2-6; 14, 14-21). Vuole attuare una pace perfetta, che abbraccia tutto e tutti. Al suo confronto l’esodo dall’Egitto e il ritorno da Babilonia erano solo pallidi presagi. Tuttavia il Regno non comporta né il trionfo della legge mosaica, né la rivoluzione nazionale, né gli sconvolgimenti cosmici. Bisogna credere innanzitutto all’amore di Dio Padre, che si manifesta attraverso Gesù, e convertirsi dal peccato, che è la radice di tutti i mali (Mt. 6,33).
Nelle parole, nei gesti e nella persona di Gesù, il Padre comincia a manifestare la sua sovranità salvifica, cioè il suo regno: “Il regno di Dio non viene in modo da attirare l’attenzione, e nessuno dirà: Eccolo qui, o eccolo là. Perché il regno di Dio è in mezzo a voi” (Lc. 17,21); “Se io scaccio i demòni per virtù dello Spirito di Dio, è certo giunto fra voi il regno di Dio” (Mt. 12,28).
Il presente, umile e nascosto, contiene una meravigliosa virtualità che si dispiegherà nel futuro. E’ come il seme che silenziosamente germoglia dalla terra e produce la spiga; come il minuscolo granello di senape che poi diventa un albero, come il modesto pugno di lievito che finisce per fermentare tutta la pasta (Mt. 4, 26-29, 13, 31- 32.33).
Il regno di Dio cresce là dove c’è amore e rispetto per il fratello, dove la condivisione è regola di vita e la solidarietà è di casa; il regno di Dio ha bisogno della nostra cooperazione, si nasconde nella normalità della vita quotidiana e addirittura nella debolezza, nell’apparente fallimento. E, comunque, si tratta sempre di un’esperienza germinale, destinata a compiersi perfettamente solo nell’eternità.
L’uomo sa ben poco del futuro che lo attende, può solo prevederlo; l’uomo può preparare il suo futuro con delle tecniche, però dovrà sempre riconoscere che il futuro sfugge al suo pieno controllo e sfuggirà sempre; neanche l’uomo-cristiano ha piani definiti di intervento né rivelazioni particolari che lo possano illuminare sul suo futuro, però ha una speranza che si concretizza non in un’idea ma in una Persona: Gesù di Nazareth, solo lui può rivelare il futuro dell’uomo (cioè “aprire il libro e i suoi sette sigilli”), che si realizzerà solo quando l’amore avrà l’ultima parola, la verità vincerà sulla menzogna e la solidarietà inaugurerà effettivamente un mondo nuovo. Non sopravviverà solo l’amore, ma il cuore che ama; non rimarrà solo la verità, ma la persona che per la verità ha vissuto e sofferto.

14 APRILE 2013 – 3A DOMENICA DI PASQUA – C / LECTIO DIVINA

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/03-annoC/annoC/12-13/04-Pasqua/Omelie/03-Domenica-di-Pasqua-2013_C-JB.html

14 APRILE 2013 – 3A DOMENICA DI PASQUA – C / LECTIO DIVINA

Lectio Divina: Gv 21,1-19
Dopo l’incontro di Gesù con i suoi discepoli in Gerusalemme, quando il risuscitato dovette farsi vedere e toccare perché credessero in Lui, i discepoli erano ritornati in Galilea. E lì Gesù dovette tornare e apparire a loro come Gesù resuscitato, dividendo con loro la vita di ogni giorno e convincerli della realtà della nuova vita, per poter compiere poi, con maggiore convinzione e con migliori argomenti, la loro missione come testimoni.
Il racconto, semplice in apparenza, nasconde le due preoccupazioni di base del suo autore: prima la dimostrazione della realtà della resurrezione di Gesù, alla quale serve la dettagliata cronaca della pesca miracolosa e l’invito di Gesù a mangiare in comunione; secondo, la concessione a Pietro di un compito di servizio nella comunità. Allo svolgere della narrazione si evidenzia la figura di Pietro; il quale, anche se non è il discepolo preferito, lo sceglierà per confermare la fede agli altri. Sarà perciò obbligato a far passare attraverso il pubblico scrutinio il suo amore verso Gesù, e la ripetuta testimonianza di questo amore gli conseguirà la confermazione della sua missione principale. Non fu il discepolo più amato, ma il più amante, che ottenne la responsabilità di curare e guidare i suoi fratelli.
Il mistero della Chiesa si fonda sopra uomini deboli, che sanno di aver convissuto con il Signore che predicano, perché non possono dubitare dell’amore che hanno: amare Cristo impone di trasmettere la fede tra i fratelli come compito della vita. Se si tratta di essere accolti: non è necessario essere perfetti per optare di essere pastori delle comunità. Non bisogna dimenticare che il ministero è obbligato per chi ama veramente Cristo.
1 In quei giorni, Gesù apparve di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberiade. Egli si rivelatò in questo modo: 2Vi erano Simon Pietro, Tommaso detto Didimo, Natanaele di Cana di Galilea, i figli di Zebedèo e altri due discepoli. 3Simon Pietro dice:
- « Io vado a pescare ».
Gli rispondono:
- « Andiamo anche noi con te ».
Uscirono in barca, ma quella notte non presero nulla. 4Era già l’alba e Gesù si presentò sulla riva, ma i discepoli non sapevano che era Gesù. 5Jesús dice:
- « Figlioli, non avete qualcosa? »
Essi risposero:
- « No. »
6 Gesù dice:
- « Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete ».
La gettarono, e non avevano la forza di tirarla per la moltitudine di pesci. 7Il discepolo che Gesù amava disse a Pietro:
- « E’ il Signore ».
Sentendo che era il Signore, Simon Pietro, che era nudo, si cinse la veste e si gettò in acqua. 8Gli altri discepoli invece vennero con la barca, perché non erano lontani da terra se non un centinaio di metri, trascinando la rete piena di pesci. 9Scesi a terra, videro un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane. Gesù dice:
- « Portate un po ‘del pesce che avete preso. »
11 Simon Pietro salì nella barca e tirò a terra la rete piena di pesci di grandi dimensioni: 153. E sebbene fossero così tanti, la rete non si strappò.
12 Gesù gli dice:
- « Venite a mangiare ».
Nessuno dei discepoli osava domandargli: chi era, perché sapevano bene che era il Signore.
13 Gesús si avvicinò, prese il pane e lo diede a loro, e lo stesso fece con il pesce.
14 Questa era la terza volta che Gesù apparve ai discepoli, dopo essere risuscitato dai morti.
15 Dopo che ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro:
- « Simone di Giovanni, mi ami tu più di costoro? »
Egli rispose:
- « Sì, Signore, tu sai che ti amo. »
16 Gesù gli dice:
- « Pasci i miei agnelli ».
Per la seconda volta gli chiede:
- « Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene? »
Egli rispose:
- « Sì, Signore, tu sai che ti amo. »
Gli dice:
- « Pasci le mie pecorelle ».
17 Per la terza volta gli chiede:
- « Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene? »
Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli chiedesse se gli voleva bene e gli rispose:
- « Signore, tu sai tutto, tu sai che io ti amo ».
Gesù gli dice:
- « Pasci le mie pecore.
18 Te lo assicuro, quando eri più giovane, ti cingevi la veste, e andavi dove volevi, ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi « .
19 Questo gli disse alludendo alla morte con la quale avrebbe glorificato Dio. Detto questo, aggiunse:
- « Seguimi ».

 1. LEGGERE: capire quello che dice il testo facendo attenzione a come lo dice
Gv. 21 è, in realtà, una appendice al Vangelo già concluso (Gv 20,30-31) una specie di epilogo; la storia di Gesù è finita in Gv. 20,31, non così la storia dei suoi discepoli, che continua con il ritorno e nuovi incarichi del Resuscitato in Gv. 21. Sembra che il redattore posteriore aggiunge questo capitolo per non permettere la perdita del materiale tradizionale conosciuto nella comunità giudaica attorno alla sorte del discepolo amato. In questo capitolo domina in più un evidente interesse per la comunità dei credenti, sull’assegnazione a leader fatta a Pietro. Il nostro episodio include quasi tutto il cap. 21, che si divide in due parti. La prima (Gv.21,1-14) narra le tre apparizioni di Gesù, localizzate in Galilea, a sette discepoli (Gv.21,2), durante la quale trasformò una pesca infruttuosa in abbondante, condivisa poi con una cena in comune (Gv. 21,12). La seconda parte(21,15-23) contiene quasi esclusivamente le parole di Gesù che rinnovano compiti e impongono urgenze comunitarie a Pietro. Le due scene, considerando le innegabili differenze formali e di contenuto, riflettono un’unità intima: Gesù (Gv.21,14.5.7.9.12.13.14.15.16.17) e Pietro, coprono tutto il racconto (21.2.3.7.11.15.16.17.), il primo come protagonista, il secondo come suo privilegiato interlocutore: prima in una pesca miracolosa e poi nel suo destino come pastore del gregge di Gesù.
La terza apparizione di Gesù viene posta, senza una previa preparazione, vicino al mare di Tiberiade (Gv.6,1). I discepoli sono tornati, si suppone, alla vita quotidiana; e nel mezzo di questa, in una giornata di duro lavoro, essi vivranno l’esperienza del Resuscitato. Il mare è il luogo del lavoro ma anche dell’incontro con Gesù. E’ di notte, il tempo appropriato per la pesca, però impedisce la visione. E’ l’assenza di Gesù, i discepoli non riescono a fare con successo quello che sanno fare: essere buoni pescatori.
Dopo una notte di lavoro, Gesù li incontra all’alba (Gv.21,4) ma non viene riconosciuto, parla con loro (come successe con Maria 20.14, e quelli di Emmaus (Lc.24.16) chiedendogli in tono familiare un po’di cibo (Gv. 21,5 ragazzi). Non saluta e non da’ la pace, si presenta come bisognoso. Domanda con che cosa accompagnano il pane (Lc. 24,41).
La sua domanda porta i discepoli a riconoscere la loro povertà e il fallimento della pesca: non hanno nulla da dare da mangiare. Gesù ordina loro di ritornare subito al lavoro, assicurando buoni risultati (Gv. 21,6) L’obbedienza allo sconosciuto supera le migliori aspettative: la rete si colma di pesci. Tutto lo si deve alle parole dello sconosciuto. Nel racconto dell’apparizione, come è nella normalità: Gesù non è riconosciuto, se lui no si fa conoscere (Gv. 20.15; Lc.24,16) Qui è il tratto tipico dell’Evangelista: lo riconosce il discepolo amato e lo comunica a Pietro (Gv. 20,7 cf.20,8). La reazione di Pietro tumultuosa e generosa, sottolinea il suo protagonismo che tiene per tutta la scena; vuole pescare e si offre ad accompagnare gli altri (Gv. 21,3), si butta in acqua all’incontro del Signore (Gv. 21,7), mentre gli altri discepoli portano a terra la pesca abbondante (Gv.21,8). Pietro si comporta come padrone dell’imbarcazione; porta a terra la rete, e prende dell’abbondante pesce una parte del pescato. Il bottino, racconta con precisione il narratore, contava di 153 pesci grandi, che non ruppero la rete (Gv. 21,11).
I discepoli si incontrarono con il Signore e con un pasto preparato: pesce alla brace e pane (Gv. 21,9) alimento tipico dei pescatori di Galilea. Non si dice cosa pensavano mentre mangiavano. Il riconoscimento del Resuscitato non avviene durante il lavoro del giorno, avverrà durante il pasto, quando, mangiando con lui, tutti lo riconosceranno (cf. Lc. 24,35). E di fatto, accettando l’invito, (Gv. 21,12) nessun discepolo oserà domandargli la sua identità; sapevano molto bene che era realmente il Signore.(Gv.23,13; cf. 6,11; Lc.24,30. 42.43;Hch 10,41).
Terminata la cena, Gesù conferirà il governo della comunità a Pietro. Gli altri discepoli, eccezion fatta dell’amato di Gesù, scompaiono dal racconto. Il primato di Pietro è un tema conosciuto nella tradizione evangelica (Mt. 16,17-19). Risulta significativo che il quarto Vangelo che, al suo inizio, si occuperà del cambio del nome di Pietro (Gv.1,42) termina con l’imposizione della sua nuova missione (Gv. 21,15. 16,17).
L’episodio include due momenti, l’imposizione del compito pastorale (Gv. 21,15-17) e l’annuncio della testimonianza di sangue (Gv. 21,18-23). Gesù apre uno scrutinio di amore e impone a Pietro una missione che le è propria(Gv.10,1-21). Il dialogo, rapido e ridotto all’essenziale, segue uno schema fisso: per tre volte una stessa questione provoca una uguale reazione e si conferisce un identico incarico. Alla domanda di Gesù (Gv.21,15.16.17) segue la risposta affermativa di Pietro (Gv.21,15.16.17), che provoca la concessione del compito (Gv. 21,15.16.17). La triplice domanda di Gesù, provoca la tristezza di Pietro (Gv.21,17), che deve ricorrere all’onniscienza di Gesù, caratteristica divina, per convincerlo del suo amore. Gesù ha iniziato il dialogo chiedendo l’amore più grande. Non sembra, nonostante tutto, che, con questo interrogatorio, Gesù stava provando la fedeltà dell’unico discepolo che lo aveva negato tre volte(Gv.18,15-28.15-27); lo riabilita, non tanto per la convivenza ma per la missione: Pietro non ritorna nella sua compagnia, è inviato ai fratelli. (Lc. 22,32).
La scena non si focalizza, perciò, nel recupero della fedeltà personale, anche se la include, del discepolo traditore. E’ più evidenziata la cronaca di un’investitura, della consegna del ministero pastorale a Pietro; dovrà avere cura del gregge di Gesù; ma, solo dopo: quando avrà proclamato il suo amore e la sua dedicazione al Signore. Certò è che Pietro si riabilita pubblicamente, confessando pubblicamente il suo amore per Gesù e dolendosi di doverlo ripetere.
Se nei sinottici Gesù rimase impressionato della fede di Pietro (Mc.8,27-29), in Gv. rimarrà convinto solo per la sua protesta di amore: prima di tutto il ministero pastorale è esercizio di amore a Gesù. Amare Cristo implica la responsabilizzazione dei cristiani. Gesù non concede il governo pastorale della sua comunità a chi promise molto (Gv. 13,13,36-37), e neppure a chi era il più amato e miglior credente (Gv.21,7); lo concesse e per tre volte, a Pietro, il quale dovette confermare più volte e con impegno il suo amore. Il gregge segue il messaggio di Gesù. Pietro deve guidarlo e curarlo. La proprietà non cambia, la responsabilità pastorale riposa sopra quello che più dovrà amare, dovrà osservare, e non è casuale, che l’investitura di Pietro come pastore unico va unita alla predizione del suo martirio. Chi divide con Gesù il compito del pastore (Gv.10,11-18) dovrà condividere la sorte e il destino (Gv.15,13); solo così garantirà come vero il suo compito. Il mandato di Gesù, che esige di essere seguito, impone a Pietro un tragico finale, e lo rende inevitabile, sapendo che cammina sulle sue orme. Il seguirlo, impossibile prima della morte di Gesù (Gv.13,36) è ora imperativo: tu seguimi! La sorte solidaria di Pietro con Gesù, una solidarietà che culmina la missione pastorale, non include che Pietro dia la vita per gli altri (Gv. 10,11.17-18), ma che la dà per il suo Signore (Gv.13,37).

 2. MEDITARE: applicare quello che dice il testo alla vita
Secondo quanto ci racconta il Vangelo, i discepoli erano troppo occupati nel loro lavoro, occupati di quello che già sapevano. Invece di occuparsi a essere testimoni di Gesù e portatori di pace, si preoccupavano di guadagnarsi il sostegno giornaliero; li preoccupava di più la necessità di mangiare che l’obbligazione di predicare il Vangelo. Come Pietro, che trascina gli altri alla pesca notturna, oggi tanti credenti si affannano per lavorare di più, e dimenticarsi dell’incarico ricevuto da Cristo Gesù. Come lui, siamo molti quelli che hanno celebrato la resurrezione in questi giorni e sappiamo che Lui è vivo. Ma, come Pietro, ci occupiamo di faccende più utili, meno compromettenti, pur di non portare avanti quello che Lui ci ha incaricato. Non è che Pietro, né noi, facesse del male, occupandosi solo di pescare; procurandosi certamente il necessario per vivere, però faceva silenzio su quello che sapeva di Cristo, che viveva realmente; dimenticandolo lo dava per morto davanti ai suoi.
E posto che stava facendo cosa buona, non compiva la volontà del Risuscitato, non conosceva il trionfo del suo lavoro: quella notte non presero nulla, ci ricorda l’evangelista. Non può essere fruttifera un’occupazione, un lavoro, un’illusione, uno sforzo, che non è conseguenza di una vocazione, che ognuno di noi ha ricevuto da Dio. Chi sa che Gesù è vivo, anche se una maggioranza lo crede morto, o semplicemente non si interessa a Lui, non può stare zitto sulla sua esperienza e occuparsi di quello che non è la sua missione principale. Non basta, perciò, non fare nulla di male: se non diciamo al mondo quello che sappiamo, continueremo vivendo inutilmente, lavorando nella notte e segnando col nostro sudore il mare, mentre non ci occupiamo nel proclamare con la vita quello che sappiamo di Gesù: che Lui vive e noi viviamo per testimoniare al mondo che Cristo è la nostra vita.
Presentandosi di nuovo, Gesù mandò i suoi a pescare quando già non era opportuno. Strano comportamento quello di Gesù, che non si arrabbia perché i suoi non fecero quello che avrebbero dovuto fare, e li manda a fare quello che non è usuale. I discepoli che hanno ignorato il mandato di Gesù Risuscitato, devono imparare che è l’obbedienza che darà efficacia alla loro vita giornaliera: gettare le reti quando era ora di raccoglierle; e ne raccolsero piene di pesci, era contro la logica. Con Gesù l’esito è assicurato, anche se cozza contro la propria esperienza; senza di lui tutto lo sforzo è vano. Il discepolo, che sapeva che Gesù lo amava, riconosce con maggiore facilità che lo sconosciuto è il Signore è, perciò, tra gli apostoli il primo a riconoscerlo.
L’amore è il miglior modo di individuare la presenza dell’amico in uno sconosciuto: e quello che più ama, più facilmente crede.
Non mettiamo in conto le nostre molte difficoltà per lasciarci convincere della presenza e dell’aiuto di Dio. Noi siamo già credenti, ma siamo incapaci di crederci amati da Dio, abbiamo bisogno di prove, perché non siamo sicuri di Dio, del suo amore, del suo affetto. A differenza del discepolo amato, il primo che credette davanti ad una tomba vuota, il primo che riconobbe il Signore dopo una pesca miracolosa, noi non siamo sicuri del suo amore, e non possiamo credere che ci ama veramente: sono tanti i fallimenti, le disavventure, le notti che dobbiamo passare soli, senza vedere il risultato che speravamo, e nulla ci può convincere che Lui sta con noi, cercando di farsi conoscere; se gli obbediremo, affidandoci alle sue parole, ritorneremo alle nostre attività in modo entusiasta, sapendo che Egli di nuovo ci accompagna.
Potremo, almeno, reagire come Pietro, che non seppe in principio riconoscere il suo Signore; però all’udire che si trattava di Lui, si lanciò in mare seminudo, senza considerare il rischio che affrontava; quel mare che la notte prima non gli aveva dato niente, era lo stesso mare tramite il quale lui andava incontro al suo Signore. Il disastro precedente non gli mise nessuna paura: all’udire che era il Signore, si gettò in acqua.
Però, come sapremo noi oggi che il Signore sta con noi e a nostra disposizione, se non ci occupiamo di pesca notturna nel lago di Galilea, come fecero i primi discepoli? La risposta ce la dà il racconto: loro seppero che era il Signore, quando li invitò a mangiare assieme: il ricevere il pane e il pesce dalle mani di Gesù, li convinse che era il Signore e nessuno osò domandargli chi era.
Se non avessero udito dallo sconosciuto l’invito a condividere il pane e a calmare le loro necessità, non lo avrebbero riconosciuto. Però, sapendo che Gesù, l’autentico maestro, si era occupato tante volte di placare la loro fame, riconobbero la sua voce e l’invito di mangiare assieme. Se è quello che desideriamo anche noi: riconoscerlo vivo e vicino alla nostra vita, dobbiamo ascoltare oggi il suo invito a condividere il suo pane ed a soddisfare i nostri bisogni. Non riconoscerlo tra di noi, disattenderemo il suo invito di condividere il suo pane e il suo corpo. Non è casuale tutto il contrario: che per noi è così difficile credere, ma quanto meno lo riceviamo nella nostra vita attraverso l’eucaristia. Senza avvicinarsi alla sua mensa, come sapremo che è vivo e che vive preoccupandosi di noi? Saremo come i suoi discepoli che, anche conoscendolo, si impegnavano nella pesca, lavorando di notte, senza aspettare che Lui desse loro, il giorno seguente, la certezza della sua presenza e la riuscita delle loro fatiche.
L’esempio di Pietro dovrebbe, nonostante tutto, animarci: non fu il preferito di Gesù, però si ardì ad amare il suo Signore contro tutta la logica, lanciandosi in mare: sapeva bene che Gesù amava di più un altro, però lasciò che Gesù gli domandasse in pubblico se lo amava più degli altri. E perché si arrischiò a confessare ripetute volte che amava il suo Signore, fu il preferito per guidare gli altri discepoli. Gesù, curiosamente, non elesse quello che maggiormente amava e che per primo lo riconobbe, mise di fronte alla sua comunità Pietro, il discepolo che più volte lo aveva negato ma che più volte gli promise il suo amore. Seguire Gesù non implica essere migliori, né sapersi il suo migliore amico, però bisogna essere tanto sicuri del suo amore e avere il coraggio di proclamarlo davanti al mondo. Tutti possiamo promettergli amore ed essere, come Pietro, eletti.

JUAN JOSE BARTOLOME sdb, E-mail:

L’Apostolo Giovanni

L'Apostolo Giovanni dans immagini sacre

http://www.patheos.com/blogs/yimcatholic/2012/12/for-all-the-saints-john-apostle-and-evangelist.html

Publié dans:immagini sacre |on 12 avril, 2013 |Pas de commentaires »

ATTI DEGLI APOSTOLI – 17, 16-21 – Paolo entra in Atene

http://sunfinder.serveftp.org/parrocchia/index.php?option=com_content&view=article&id=99:57-atti-degli-apostoli-17-22-34-discorso-allareopago&catid=17:atti-degli-apostoli&Itemid=122&lang=it

ATTI DEGLI APOSTOLI – 17, 16-21 – Paolo entra in Atene

(il discorso di Paolo ad Atene mi affascina!)

16Mentre Paolo li attendeva ad Atene, fremeva nel suo spirito al vedere la città piena di idoli. 17Discuteva frattanto nella sinagoga con i Giudei e i pagani credenti in Dio e ogni giorno sulla piazza principale con quelli che incontrava. 18Anche certi filosofi epicurei e stoici discutevano con lui e alcuni dicevano: «Che cosa vorrà mai insegnare questo ciarlatano?». E altri: «Sembra essere un annunziatore di divinità straniere»; poiché annunziava Gesù e la risurrezione. 19Presolo con sé, lo condussero sull’Areòpago e dissero: «Possiamo dunque sapere qual è questa nuova dottrina predicata da te? 20Cose strane per vero ci metti negli orecchi; desideriamo dunque conoscere di che cosa si tratta».
21Tutti gli Ateniesi infatti e gli stranieri colà residenti non avevano passatempo più gradito che parlare e sentir parlare.

Riflessione
La persecuzione, per un singolare disegno di Dio, spingeva i discepoli a recarsi verso altri luoghi per comunicare anche lì la buona novella del Regno. Il Signore trasformava in vantaggio per il Vangelo la durezza degli uomini che si opponevano a Lui.
Paolo giunse quindi ad Atene come un fuggitivo. Sebbene la città non fosse più cosi prospera come ai tempi di Platone, era tuttavia ancora una grande capitale. Nella narrazione di Luca, dopo Gerusalemme e prima di Roma, Paolo doveva predicare il Vangelo nella capitale della cultura del tempo. Arrivato in città si mescolò al traffico dell’agorà e del mercato per capire quale fosse la sensibilità degli ateniesi.
La sfida era delicatissima e Paolo lo sapeva. Voleva perciò comprendere dal di dentro, potremmo dire, la vita degli ateniesi. Il grande interrogativo era anche semplice: Gerusalemme avrebbe conquistato Atene? Il Vangelo avrebbe toccato il cuore dell’Areopago‘?
È la stessa domanda che noi oggi continuiamo a porci di fronte ai tanti areopaghi di questo mondo, di fronte alle tante culture che abitano il pianeta e che attraversano il cuore e le menti degli uomini. L’audacia di Paolo, che con coraggio si presenta davanti ai sapienti di Atene, ci mostra che nessun areopago è estraneo alla predicazione, nessuna cultura è estranea al Vangelo. Anzi gli areopaghi di oggi attendono discepoli che annunciano la salvezza.
È la grande sfida che tutti i cristiani hanno davanti a loro e che non possono eludere perché solo il Vangelo può rendere più umano il mondo nel quale viviamo.

ATTI DEGLI APOSTOLI – 17, 22-34 – Discorso all’Areopago
 22Allora Paolo, alzatosi in mezzo all’Areòpago, disse: «Cittadini ateniesi, vedo che in tutto siete molto timorati degli dei. 23Passando infatti e osservando i monumenti del vostro culto, ho trovato anche un’ara con l’iscrizione: Al Dio ignoto. Quello che voi adorate senza conoscere, io ve lo annunzio. 24Il Dio che ha fatto il mondo e tutto ciò che contiene, che è signore del cielo e della terra, non dimora in templi costruiti dalle mani dell’uomo 25né dalle mani dell’uomo si lascia servire come se avesse bisogno di qualche cosa, essendo lui che da a tutti la vita e il respiro e ogni cosa. 26Egli creò da uno solo tutte le nazioni degli uomini, perche abitassero su tutta la faccia della terra. Per essi ha stabilito l’ordine dei tempi e i confini del loro spazio, 27perché cercassero Dio, se mai arrivino a trovarlo andando come a tentoni, benché non sia lontano da ciascuno di noi. 28In lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo, come anche alcuni dei vostri poeti hanno detto: Poiché di lui stirpe noi siamo. 29Essendo noi dunque stirpe di Dio, non dobbiamo pensare che la divinità sia simile all’oro, all’argento e alla pietra, che porti l’impronta dell’arte e dell’immaginazione umana. 30Dopo esser passato sopra ai tempi dell’ignoranza, ora Dio ordina a tutti gli uomini di tutti i luoghi di ravvedersi, 31poiché egli ha stabilito un giorno nel quale dovrà giudicare la terra con giustizia per mezzo di un uomo che egli ha designato, dandone a tutti prova sicura col risuscitarlo dai morti». 32Quando sentirono parlare di risurrezione di morti, alcuni lo deridevano, altri dissero: «Ti sentiremo su questo un’altra volta». 33Così Paolo usci da quella riunione. 34Ma alcuni aderirono a lui e divennero credenti, fra questi anche Dionigi membro dell’Areòpago, una donna di nome Dàmaris e altri con loro.

Riflessione

Paolo avvia il suo discorso nell’importante piazza dell’Areopago di Atene prendendo spunto da un altare pagano dedicato al Dio Ignoto che aveva notato nella sua visita alla città. L’apostolo afferma di essere venuto ad annunciare il nome di quel Dio che non era quindi più ignoto.
L’attenzione dei sapienti ateniesi era alta e Paolo suscitava interesse tra quegli esigenti ascoltatori mentre, toccando sulle corde della loro cultura, cercava di metterle in dialogo con il Vangelo. Potremmo dire che l’apostolo era riuscito ad entrare nella sensibilità dei suoi ascoltatori, ma ovviamente era necessario a questo punto comunicare loro il cuore del Vangelo, ossia la vittoria di Gesù sul male e sulla morte.
Paolo doveva annunciare la risurrezione di Gesù dai morti. C’è sempre una discontinuità tra il piano della cultura e quello della fede, tra il Vangelo e la mentalità ordinaria. E la risurrezione è un dono straordinario e inaspettato che il Signore ha fatto all’umanità. Forse l’apostolo sperava che quei sapienti, che pure ritenevano l’anima immortale, avrebbero accolto anche il mistero della risurrezione della carne. E nel suo discorso li aveva come portati sulla soglia.
Gli ateniesi, invece, lo interruppero dicendo: su questo ti ascolteremo un’altra volta. Grande fu la delusione di Paolo, ma forse ricordò le parole di Gesù: ti ringrazio, o Padre, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli.

PERCHÉ, PER ESSERE CRISTIANI, È NECESSARIO ANDARE A MESSA? – (intervista Zenith.org)

http://www.zenit.org/it/articles/perche-per-essere-cristiani-e-necessario-andare-a-messa

PERCHÉ, PER ESSERE CRISTIANI, È NECESSARIO ANDARE A MESSA?

INTERVISTA A DON RICARDO REYES CASTILLO, AUTORE DI « LETTERE TRA CIELO E TERRA », MANUALE DI FACILE LETTURA PER RISCOPRIRE IL VALORE FONDAMENTALE DELL’ESPERIENZA EUCARISTICA DELLA MESSA

ROMA, 11 APRILE 2013 (ZENIT.ORG) SALVATORE CERNUZIO

A volte da una chiacchierata a cena tra amici può nascere un frutto benefico per tutta l’umanità. E’ bastata una semplice domanda di un cattolico non-praticante sull’importanza della Messa, perché don Ricardo Reyes Castillo, sacerdote di Grenoble, incardinato a Roma, desse il via ad un lungo epistolario in cui, grazie ai suoi studi al Pontificio Istituto Liturgico Sant’Anselmo di Roma, spiegasse perché, per essere cristiani, è fondamentale vivere l’Eucarestia. Il risultato è “Lettere tra Cielo e Terra”, volume suddiviso in dodici lettere, scritto in un linguaggio accessibile e rivolto a credenti e non per aiutarli a riscoprire il valore della Messa e la bellezza di Dio.
Il libro, già alla sua seconda edizione con Cantagalli, verrà presentato dal card. Antonio Cañizares Llovera, Prefetto della Congregazione per il Culto divino, e da padre Giuseppe Midili, O. Carm., direttore dell’Ufficio Liturgico Vicariato di Roma, lunedì 15 aprile, alle 21, nella Parrocchia di San Roberto Bellarmino (la parrocchia di cui era titolare il cardinale Bergoglio). ZENIT ha intervistato l’autore.

Don Ricardo, raccontiamo innanzitutto come è nata l’idea di questo libro….
Un mio amico avvocato, un uomo molto istruito, di buona cultura, un giorno mi ha detto: “Ricardo, io ho studiato in istituti cattolici, conosco la Messa a memoria, ma ho una difficoltà di coerenza nell’andare a Messa, perché mi trovo a dire tante parole o fare tanti gesti di cui non so il vero significato. E per me le parole e i gesti hanno un peso; io non posso andare davanti a un Giudice e dire o fare qualcosa che non abbia una intenzione ben precisa”. Allora mi sono proposto di spiegargli ogni singola parola o gesto della Messa, in un primo momento attraverso brevi messaggi via e-mail, diventati poi vere e proprie lettere che hanno preso la forma di un libro.

Qual è il messaggio o, se vogliamo, la sfida che lancia questo libro?
Che il vero rinnovamento liturgico passa attraverso l’educazione liturgica. Secondo me, oggi non bisogna soffermarsi sui grandi concetti, considerando anche il fatto che la cultura in cui viviamo non è più una cultura cristiana o di fede. Bisogna ripartire dalle basi: cosa significa nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo? Cosa vuol dire ‘Che il Signore sia con voi’? Concretamente le formule recitate durante la Messa cosa hanno a che fare con la nostra vita? Nel libro ho cercato di rispondere a tali quesiti attraverso 12 lettere, in cui ho mantenuto tre punti: la parte della Liturgia in questione, un brano della Scrittura e la mia esperienza personale.

Qual è la sua esperienza personale?
Mi riferisco soprattutto a quello che ho vissuto nell’ultimo anno in cui ho scritto il libro. Esperienze di gioia e di dolore che appaiono continuamente nelle varie lettere: dalla morte di uno dei miei più cari amici, fino alla pastorale nella parrocchia di San Basilio, una zona molto difficile di Roma, dietro il carcere di Rebibbia, caratterizzata da problemi di droga e delinquenza, ma allo stesso tempo da una ricca di umanità. Convivere con questi disagi, mi ha fatto capire che c’è bisogno di tornare alle cose essenziali. Ho avuto la conferma vedendo tanta gente della Parrocchia, gente umile, che ha letto il libro e lo ha compreso, ha trovato delle risposte, è stata aiutata a vivere meglio la celebrazione. Questo mi ha consolato molto.
Sarà merito anche del linguaggio semplice utilizzato nel libro. Ha trovato difficoltà nel rendere fruibili temi così complessi per un pubblico non solo di studiosi e specialisti?
Di certo, non è stato un lavoro facile. Oltre alla richiesta del mio amico, il libro nasce anche dalla ‘sfida’ che il card. Cañizares mi ha lanciato dopo la discussione della tesi di Dottorato in Sacra Liturgia al Sant’Anselmo. Il cardinale mi ha detto: “Bravo, ora però devi ‘tradurre’ tutto quello che hai scritto nella tesi e portarlo agli uomini e le donne di oggi”. In questo lavoro, mi sono stati d’aiuto i miei studi, ma anche opere di autori come Luis e Tolkien che nei loro libri hanno tradotto grandissimi concetti della nostra fede in un linguaggio attraente per la gente comune. Credo che sia molto importante, soprattutto oggi, introdurre il cristiano a certe nozioni che sono alla base della sua fede. Io ho cercato di farlo, evitando però un linguaggio ‘infantile’, ma seguendo piuttosto lo stile di un manuale, un manuale ‘semplice’ che si può leggere tutto d’un fiato e che, al contempo, è uno strumento di approfondimento.
Uno stile che ricorda quello delle omelie e dei discorsi di Papa Francesco: essenziali, brevi, efficaci, ricchi di contenuti. Cosa pensa lei di questo Papa?
Sono molto grato a Dio per il Papa. È una ventata di speranza che mi ha dato personalmente un desiderio di ripartire, di ricominciare. Mi incoraggia anche la gioia che grazie a Lui vedo nella gente, nei miei parrocchiani, la quantità di persone che vengono a confessarsi perché “il Papa ha detto che Dio è misericordioso”. Penso, però, che dobbiamo aspettare ancora un po’ di tempo per conoscerlo meglio e capire qual è il suo vero “stile”. Anche dal punto di vista liturgico…
Il suo precedente volume trattava il tema de “L’unità nel pensiero liturgico di Joseph Ratzinger”. Vede aspetti di continuità tra i due Pontefici, in particolare dal punto di vista liturgico?
Quello che ci ha lasciato la Liturgia di Ratzinger, non è la modalità, ma l’equilibrio. Benedetto XVI ha aperto una finestra verso alcuni aspetti, come ad esempio la dimensione escatologica dell’Eucarestia, questo “cielo che si apre”, o il concetto dell’orientamento, cioè quanto sia importante pregare verso Oriente. Ma anche il crocifisso sull’altare, il latino e via dicendo. La grandezza di Ratzinger, però, è stata nell’illuminare l’importanza di questi aspetti, senza pretendere di dover tornare ad essi, ma solo di riscoprirne il valore per utilizzarli nelle modalità attuali. Papa Francesco ora sta portando tutto quello che il suo predecessore aveva introdotto ad una dimensione di semplicità. Ma una cosa non nega l’altra: bisogna uscire da quella visione dualistica della liturgia: o riformista o tradizionalista. La liturgia è ampia, è questa la sua bellezza, e noi dovremmo essere in grado di leggere la bellezza della semplicità liturgica che ci sta dando papa Bergoglio, senza pensare che sia forzatamente opposta alla bellezza offerta da Ratzinger. Anzi, credo proprio che il grande insegnamento di Benedetto XVI, nonostante fosse considerato tradizionalista, ci abbia preparato ad accogliere la genuinità di papa Francesco.
Lei, nel libro, parla molto della sofferenza, affermando che è evidente quanto l’uomo di oggi soffra, “basta salire su una metro in una qualsiasi città europea”, colpa anche di una dilagante scristianizzazione e crisi di fede. Che risposta dà il volume a questo?
La risposta è che bisogna tornare all’Eucarestia, che è il cuore della nostra fede, la fonte e il fine del nostro essere cristiani. In fondo, noi siamo chiamati ad essere Eucarestia vivente, ad essere uomini e donne capaci di spezzarsi per gli altri. Quindi, dobbiamo ritornare a scoprire questo nutrimento spirituale. È nel vivere l’Eucarestia che noi viviamo. Non è una cosa in più che potrebbe aiutare, è l’esigenza primaria del cristiano di oggi, oltre che uno dei doni che il Signore ci ha lasciato e che dobbiamo vivere fino in fondo, altrimenti non viviamo il nostro Battesimo, ma viviamo‘spaccati dentro’.

Santi Pietro e Paolo

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Publié dans:immagini sacre |on 11 avril, 2013 |Pas de commentaires »

DA « MORTI VIVENTI » A « GRAVI DISABILI »: GLI STATI VEGETATIVI NELLA SCIENZA – BIOETICA E DISABILITÀ | EVOLUZIONE DI UN CONCETTO

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DA « MORTI VIVENTI » A « GRAVI DISABILI »: GLI STATI VEGETATIVI NELLA SCIENZA

BIOETICA E DISABILITÀ | EVOLUZIONE DI UN CONCETTO

ROMA, 07 APRILE 2013 (ZENIT.ORG) MASSIMO GANDOLFINI

Nel 1952 il neurologo J.D. French dichiarava che “quando il cervello è gravemente lesionato da provocare un coma profondo, il paziente può vivere qualche giorno o, al massimo, 2 o 3 settimane” Solo vent’anni più tardi, nel 1972, un neurochirurgo scozzese, B. Jennet, ed un neurologo americano, F. Plum potevano affermare che lo sviluppo tecnologico consentiva di trattare pazienti con gravi lesioni cerebrali “allungando la vita, e dando origine a condizioni cliniche mai incontrate in precedenza”. Si parlò di “coma vigile”, volendo evidenziare che si trattava di pazienti “vigili”, con gli occhi aperti, ma non in grado di comunicare e di relazionarsi con l’ambiente circostante. Altri coniarono il termine di “coma apallico”, volendo porre l’accento sul fatto che questi pazienti erano caratterizzati da gravi lesioni della corteccia cerebrale, luogo di integrazione delle cosiddette “funzioni simboliche superiori”, cioè delle capacità funzionali che oggi chiamiamo “cognitive”.
Dobbiamo arrivare all’inizio degli anni ’90 per assistere alla nascita di una terminologia assolutamente nuova: “Stato vegetativo”, con cui si descriveva una condizione clinica caratterizzata dalla conservazione dello stato di vigilanza, associata ad una gravissima compromissione della capacità di consapevolezza di sé stessi e dell’ambiente circostante. Nel 1994 la Multisociety Task Force on PVS decretava i limiti temporali oltre i quali lo stato vegetativo doveva essere considerato e dichiarato “permanente”, cioè “irreversibile”. Negli anni successivi, fino ai nostri giorni, da una parte la rilevazione empirica di casi clinici di “miglioramento” delle performance neurologiche, e dall’altro gli studi di neuroimaging (RMN funzionale e PET) e di neurofisiologia (stimolazione magnetica transuranica e studio EEG ad alta intensità) hanno fatto cadere i due “dogmi” su cui si reggeva l’assunto dell’irreversibile perdita della funzione cosciente: piccoli recuperi neurologici sono possibile e la coscienza non è totalmente persa, perché “isole” di funzione corticale cerebrale cosciente sono documentabili. Questi sono i presupposti scientifici che hanno portato a quella che potremmo definire una vera “rivoluzione” culturale ed antropologica nell’affrontare questo tema. Innanzitutto, va archiviata la dichiarazione di “assenza di coscienza” e s’impongono formule descrittive più adeguate, quali “coscienza sommersa”, “coscienza interna non comunicabile”, “stato della veglia senza risposta”.
In secondo luogo, sul piano antropologico appunto, la definizione di “vegetativo” è erronea, inadeguata e forviante, evocando riferimenti al mondo vegetale, che nulla ha a che fare con la persona umana. Da qui l’esigenza di un nuovo inquadramento, nell’ambito della categoria della “disabilità”. Ammesso e non concesso che abbia un senso stilare una sorta di classifica delle disabilità, potremmo considerarla la “più grave forma di disabilità” oggi nota. Pur non essendo in possesso di un registro nazionale delle persone con “disturbo prolungato di coscienza”, possiamo stimare in circa tremila il numero di nostri concittadini in questa condizione (60% circa in SVP e 40% in SMC), con un incremento che può aggirarsi intorno ai 300/400 nuovi casi all’anno. Nel 45% dei casi, la causa dello SV è rappresentata da un grave trauma cranio encefalico mentre il restante 55% è su base anossica cerebrale o vascolare acuta (ischemia o emorragia). L’età media di queste persone è di 55 anni, ma cala a 43 anni se si considerano solo i posttraumatici (80% maschi, 20% femmine). Circa la durata dello SV, mediamente la sopravvivenza è di circa 5 anni, ma ben il 16% delle persone ha superato i 10 anni, soglia che fino a pochi anni fa si riteneva essere il limite massimo di sopravvivenza.
L’assistenza richiede un accudimento intensivo quantizzabile in circa 4 ore al giorno (il 30% è alimentato per bocca ed il 70% riceve alimentazione enterale) e la famiglia costituisce un facilitatore sociale essenziale, soprattutto nelle regioni del Sud Italia, ove – per carenza di strutture adatte – il 75% di questi gravi disabili è curata a domicilio. 6 Il caregiver maggiormente coinvolto è una figura femminile (91% dei casi: mamma, moglie, figlia, sorella), che nel 38% dei casi deve rinunciare alla propria attività lavorativa, anche solo temporaneamente. Nel Nord Italia, il rapporto s’inverte: il 75% è assistito in ambiente dedicato (RSA, RSD, Casa di Riposo) ed il 25% fa rientro nel proprio domicilio. Su scala nazionale, solo il 25% dei casi può usufruire di un presidio di assistenza domiciliare integrata. Sul piano economico, il fondo nazionale per la disabilità è di 240 milioni di euro all’anno, di cui 20 milioni sono specificamente dedicati agli “stati vegetativi”. Pur con una certa variabilità da Regione a Regione, in generale per accedere agli aiuti previsti dal fondo nazionale è fondamentale la diagnosi stilata dai sanitari all’atto della dimissione dall’unità operativa di riabilitazione, ove viene dichiarato lo stato vegetativo con punteggio Glasgow uguale o inferiore a 10. Nel caso in cui la persona venga inserita in una struttura pubblica, l’intero onere è a carico del SSN; nel caso, invece, faccia ritorno a casa, ci si potrà avvalere di un contributo mensile di 500 euro. L’esperienza concreta sta già suggerendo una modifica della norma sopra descritta, perché può concretizzarsi un paradosso: qualora le condizioni cliniche della persona migliorassero, portandola, ad esempio, a un punteggio Glasgow di 11, si perderebbe il diritto al contributo, proprio nel momento in cui – al contrario – dovrebbe essere maggiore l’impegno riabilitativo, con relativo aumento di costi. Si propone, quindi, di legare l’accesso al contributo ad una costante valutazione della singola persona su due fronti: il fronte clinico – ove si stabiliscono gli effettivi bisogni del paziente – ed il fronte socioeconomico – ove si valutano le reali condizioni economiche della persona – al fine di evitare una distribuzione “a pioggia” delle risorse, che può penalizzare situazioni di reale e grave insufficienza.
Un’allocazione mirata è certamente l’atto più idoneo e virtuoso, data la condizione di grave penuria delle risorse necessarie. D’altro canto, è inammissibile per uno Stato civile, che tale vuole essere, praticare “tagli” sui fondi destinati alla disabilità. Anche in regime di “coperta corta”, come si suol dire, è doveroso che le “fasce deboli” (e non esiste nulla di più debole della grave disabilita!) vengano sempre e comunque tutelate. Sul piano strettamente sociosanitario, il tema degli stati vegetativi costituisce un problema di “nicchia”, riguardando una parte di popolazione, tutto sommato, numericamente esigua: circa 3mila persone, pur con il prevedibile aumento di circa 300/400 soggetti all’anno di cui si diceva poc’anzi, ma sul piano culturale ed antropologico assume il significato di un vero e proprio “paradigma” attraverso il quale leggere l’intero tema della disabilità e della dipendenza. E’ importante definire i soggetti in stato vegetativo “persone” e non pazienti (anche se l’abitudine medica rende più spontaneo parlare di “pazienti”), perché si sottolineano concetti che fondano i “diritti dei disabili”. Fa non poca differenza considerare la “persona in stato vegetativo” rispetto al “paziente affetto da stato vegetativo”: nel primo caso è prioritario “prendersi cura” – individuando i bisogni e strutturando le misure necessarie a darvi risposta – nel secondo caso ci si muove solo sul piano della “terapia”, che essendo, almeno per il momento, terribilmente povera di presidi reali, può indurre verso tentazioni di desistenza ed abbandono, tanto più in condizioni di risorse limitate. A riprova che non stiamo parlando di chimere fantastiche, basterebbe citare il cosiddetto “Liverpool Care Pathway” (2012), in cui viene proposto di comporre elenchi (death list) di pazienti terminali cui interrompere alimentazione ed idratazione artificiale, a giudizio medico ed anche senza il consenso dei parenti, sgravando il regio sistema sanitario britannico di costi inutili. La clinica che ottempera al suddetto suggerimento verrà “premiata” con un extra-bonus di 30mila sterline/anno. In questa prospettiva, acquista ancora più significato ed utilità la Convenzione ONU sui Diritti delle Persone Disabili (2009) in cui si raccomanda di “prevenire il rifiuto discriminatorio di assistenza medica o di prestazioni di cure e servizi sanitari o di cibo e liquidi in ragione della disabilità” (art.25, comma F).
Prendersi cura delle persone in SV comporta un altro aspetto, che deve essere oggetto di grande attenzione e considerazione: la famiglia o, più in generale, i cosiddetti caregivers. Si potrebbe dire con una tautologia efficace “prendersi  cura di chi si prende cura”, ben consci di quanto impegno fisico e psicoemotivo richieda la diuturna assistenza dei grandi disabili. Oggi si parla di “burden”, cioè di “carico”: che tipo di “carico” comporta l’accudimento di una persona in SV. Il carico economico viene quantizzato nel 40% in termini di incidenza sul disagio familiare, il restante 60% è di natura “esistenziale”. Vivere accanto alla grave disabilità significa, in qualche misura, partecipare della disabilità stessa, facendo i conti quotidianamente con le forze a disposizione, con il continuo senso del limite che impone un pesante jatus fra ciò che si vuole, si deve e si può fare, generando spesso delusione, frustrazione, senso di impotenza o –peggio – di abbandono. Non a caso sono nate numerose “associazioni” (39, secondo un recentissimo censimento) di familiari di disabili in SV: una vera rete virtuosa che non solo interagisce con le istituzioni nel comporre idonee politiche di aiuto-sostegno, ma che si pone il compito di “condividere” le difficoltà di tutti. Ancora una volta, la “relazione” si mostra come la vera formula vincente di ogni disagio esistenziale e sociale. Come ci ha insegnato Madre Teresa: “quando per tutti sei nessuno, il dolore non ha più limite”. La condizione dei disabili in SV, letta nella prospettiva che ho cercato di disegnare nei suoi grandi contorni, è una vera “opportunità” antropologica e politica, un vero 7 banco di prova del grado di civiltà di un popolo: è – o può essere – l’occasione per cominciare ad assumere una nuova, rivoluzionaria categoria culturale ed umana, facendoci passare dal “peso” della dipendenza al “valore” della dipendenza.

* Primario neurochirurgo
Direttore Dipartimento Neuroscienze
Poliambulanza Brescia
Vicepresidente nazionale Associazione Scienza & Vita

Per consultare la newsletter di Scienza & Vita, si può cliccare sul seguente link:
http://www.scienzaevita.org/materiale/Newsletter64.pdf

Publié dans:bioetica |on 11 avril, 2013 |Pas de commentaires »
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