Archive pour avril, 2013

Il Buon Pastore

Il Buon Pastore dans immagini sacre

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Publié dans:immagini sacre |on 20 avril, 2013 |Pas de commentaires »

IL “PASTORE” – DI MONS. GIAN FRANCO RAVASI

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 IL “PASTORE” -  DI MONS. GIAN FRANCO RAVASI

IO SONO IL BUON PASTORE. IL BUON PASTORE OFFRE LA VITA PER LE PECORE.

(GIOVANNI 10,11)

La via dominante per parlare di Dio è quella simbolica e la Bibbia ne è una testimonianza continua, vivida e affascinante. Si parte da segni concreti del mondo o dell’esperienza e si identificano in essi elementi che ci possono condurre verso l’alto, verso la pienezza e la perfezione, verso Dio. Ora, è noto che la matrice del popolo ebraico è nomadica e quindi legata alla vita pastorale, spesso sentita in tensione con quella sedentaria: emblemdtica è la scena di Abele, pastore, e Caino, agricoltore, col suo esito tragico. La Bibbia rivela spesso una certa nostalgia per il nomadismo, anche sulla base della vicenda esodica, quando Israele aveva vagato per quarant’anni nelle steppe del Sinai.

Ma ritorniamo al simbolismo pastorale e alla sua applicazione teologica al Signore che è chiamato anche nel Nuovo Testamento «il Pastore grande delle pecore» (Ebrei 13,20). In questa immagine due sono le componenti fondamentali. Da un lato, il pastore è la guida del gregge. Come dice il Salmo 23,4: «il suo bastone e il suo vincastro danno sicurezza» e guidano attraverso la valle oscura. Oppure, come dice Gesù, il pastore «deve condurre il gregge» all’ovile e le pecore «ascoltano la sua voce e lo seguono» (Giovanni 10,3-4).
D’altro lato c’è, però, un altro elemento rilevante a cui spesso non si bada: il pastore è il compagno di vita e di viaggio del suo gregge. Nel Salmo citato si afferma di «non temere alcun male perché tu sei con me». Egli non mette in salvo prima sé stesso, non si sfama o si disseta indipendentemente dal suo gregge, bensì ne condivide l’esistenza. Con un’immagine pastorale particolare, quella dell’otre che contiene l’acqua necessaria durante il trasferimento da un’oasi all’altra, il Salmista afferma che il Pastore divino «le mie lacrime nell’otre suo raccoglie» (Salmo 56,9), impedendo che le sofferenze si dissolvano nel non senso e nel nulla. Anzi, Gesù dichiara che il pastore «offre la vita per le pecore».
Il simbolismo ha spesso un profilo antitetico. Lo insegna il profeta Ezechiele quando nel capitolo 34 del suo libro delinea il comportamento dei pastori di Israele, ossia dei capi politici e religiosi, che si preoccupano solo di «nutrirsi di latte, di rivestirsi di lana, di ammazzare le pecore più grasse, ignorando le pecore deboli, non curando le inferme, non fasciando le ferite, non riportando le disperse».
Nel Vangelo di Giovanni al pastore è opposto, invece, il mercenario: egli nell’ora del pericolo è pronto solo a salvare sé stesso. Forse anche Gesù allude ai sacerdoti, agli scribi, ai politici del tempo o agli zeloti, i ribelli antiromani, tutti pronti a raggiungere i loro scopi e a tutelare i loro interessi, non certo a donare la vita per il gregge.
Il buon pastore — o, come dice il testo greco del capitolo 10 di Giovanni, il “bel pastore” — è colui che conosce e ama il suo gregge. È su questo modello che devono esemplarsi anche i pastori della Chiesa, a partire da Pietro che riceve la missione di pascere le pecore del gregge di Cristo (Giovanni 21, 15-17). È proprio san Pietro ad ammonire i pastori della Chiesa a «pascere il gregge di Dio…, facendosi modelli del gregge» (si legga 1 Pietro5, l-4).

LE PAROLE PER CAPIRE

MERCENARIO – Era il lavoratore salariato assunto a giornata con una “mercede~ pattuita volta per volta e versata a lui prima del tramonto del sole, al termine della sua prestazione (Levitico 19,13). Si ricordi la parabola dei lavoratori mandati nella vigna a ore diverse (Matteo 20,1-16).

PIETRA ANGOLARE – Si trattava della pietra che si metteva a base di un edificio o di quella che teneva insieme la volta di una sala. La sua funzione decisiva a livello architettonico l’aveva resa simbolo per designare il tempio di Sion (Salmo 118,22) oppure lo stesso Cristo all’interno della storia della salvezza (Marco 12,10) o della Chiesa (Efesini 2,20; 1 Pietro 2,4-8).

21 APRILE 2013: 4A DOMENICA DI PASQUA C / OMELIA DI APPROFONDIMENTO: GESÙ, PASTORE E SALVATORE

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21 APRILE 2013: 4A DOMENICA DI PASQUA C / OMELIA DI APPROFONDIMENTO

GESÙ, PASTORE E SALVATORE

« Le mie pecore ascoltano la mia voce ». Con queste parole, nel contesto in cui Giovanni le riferisce, Gesù contrappone i suoi discepoli, animati da buona volontà, al gruppo dei « Giudei » che lo circondano, ai quali dichiara: « Voi non credete, perché non siete mie pecore » (Gv 10,26). Possiamo ben ritenere che non pensava solo a quelli che avevano la ventura di vederlo e udirne la viva voce. Pecore di Gesù saranno anche i « discepoli » di Paolo e Barnaba che, mentre questi, cacciati da Antiochia di Pisidia, se ne andavano a Iconio, erano « pieni di gioia e di Spirito Santo ». Pecore di Gesù possiamo essere anche noi (e non ci spiaccia questo appellativo, pensando che il nostro « pastore » non è un puro uomo fosse anche il più grande, ma il Dio fatto uomo, che ha detto: « Io e il Padre siamo una cosa sola »).

Pastore e salvatore di tutti
Nell’episodio di Antiochia non si parla di « pastore », come poi nella 2ª lettura e nel Vangelo. Ma quando gli apostoli citano il testo di Isaia che parla di « luce per le genti », d’una « salvezza » che deve essere portata « sino all’estremità della terra », si riferiscono, con altre parole, alla missione di Gesù pastore. L’accento è posto, in questa pagina, sulla universalità di questa missione. Essa è sdegnosamente rifiutata dai Giudei, irritati al vedere che anche dei « proseliti credenti in Dio » (cioè persone che senza appartenere al popolo ebreo ne condividevano la fede) affollassero la sinagoga ascoltando con attenzione e buona volontà « la parola di Dio ». Luca attribuisce il loro malanimo a « gelosia ».
Orgogliosi di essere il popolo eletto – Paolo bollerà questo sentimento di superbia nella lettera ai Romani – questi Ebrei non potevano accettare di condividere tale privilegio con i pagani. Non volevano capire che era superata ormai l’antica alleanza e il Figlio di Dio fatto uomo era la luce che doveva illuminare le nazioni pagane, pur rimanendo gloria del popolo d’Israele (cf Lc 2,32). La missione universale di Gesù Salvatore è riaffermata implicitamente nell’Apocalisse, quando Giovanni vede « una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, razza, popolo e lingua ».
Forse anche noi abbiamo bisogno di credere più fermamente che Gesù è il Salvatore di tutti e trarre le conseguenze da questa persuasione. Credere che anche il popolo ebreo, dal quale « sono nati gli apostoli, fondamenta e colonne della Chiesa, e quei moltissimi primi discepoli che hanno annunciato al mondo il vangelo di Cristo », rimane sempre carissimo « a Dio, i cui doni e la cui chiamata sono senza pentimento » (Nostra aetate, 4). Diceva un vescovo, nella cui diocesi la « presenza del mondo ebraico è particolarmente sentita »: « Noi pensiamo che il ricordo di Gesù, anche se non ancora accolto dai nostri fratelli ebrei come noi lo accogliamo, serva a risvegliare il senso profondo delle attese del mondo ebraico; come pensiamo che i fratelli ebrei compiano verso di noi, come verso il mondo intero, la funzione di ravvivare il senso dell’attesa della liberazione dal male, del raggiungimento del bene, della pace di Dio ».
Credere che nel piano di Dio la luce del Vangelo deve arrivare a tutti i popoli, che « la Chiesa peregrinante è per sua natura missionaria », che « piacque a Dio chiamare gli uomini alla partecipazione della sua vita non solo ad uno ad uno, senza alcuna mutua connessione, ma riunirli in un popolo, nel quale i suoi figli che erano dispersi si raccogliessero in unità » (Ad gentes, 2). Abbiamo bisogno di coltivare l’anelito missionario, di sentirci tutti coinvolti nella responsabilità che incombe a tutta la Chiesa, poiché « tutti i fedeli, come membra di Cristo vivente, a cui sono stati incorporati ed assimilati mediante il battesimo, la confermazione e l’Eucaristia, hanno l’obbligo di cooperare all’espansione e alla dilatazione del suo corpo » (Ad gentes, 36).
Questo vale per i singoli e per le comunità diocesane e parrocchiali, istituzioni religiose, gruppi, movimenti. L’opera missionaria ha certamente bisogno di persone e istituzioni che vi si consacrino a tempo pieno per una vocazione particolare, ma ciò non significa che un tale impegno possa essere delegato a loro dispensando gli altri credenti da uno sforzo fattivo e generoso di collaborazione.
Quando parliamo di « missione » e di « impegno missionario », sarà bene tener presente che anche vicino a noi molti ambienti sono in buona parte « paese di missione ». Quanti sono quelli che nel mondo operaio e giovanile, nel mondo della scuola e della cultura, non sono raggiunti, o in modo del tutto inadeguato, dal messaggio evangelico? Cosa facciamo ciascuno di noi e le nostre comunità per annunziare Cristo ai nostri fratelli?

Pastore e agnello
In un linguaggio fatto tutto di simboli, com’è quello dell’Apocalisse, non può fare gran meraviglia trovare espressioni che suonano paradossali: « L’Agnello che sta in mezzo al trono sarà il loro pastore ». Gesù è il Pastore che guida le pecore « alle fonti della vita ». È l’Agnello che si è immolato per la salvezza del gregge. Nel sangue versato da lui, che « ci purifica da ogni peccato », i suoi seguaci « passati attraverso la grande tribolazione » hanno lavato le loro vesti rendendole candide. È anzitutto nel battesimo che il sangue di Gesù ci ha purificati dal peccato, e ci purifica ogni volta che questo sangue scende su noi nel sacramento della riconciliazione. Non ha detto Gesù che « il buon Pastore offre la vita per le sue pecore » (Gv 10,11)?
Pastore e Agnello. Le due immagini convergono nel richiamare l’amore di Gesù Salvatore. La vigilia della sua morte egli dirà: « Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici » (Gv 15,13). Eppure, sembra dire Paolo, Gesù è andato al di là di quella che egli presenta come la misura suprema dell’amore, poiché, « mentre a stento si trova chi sia disposto a morire per un giusto… Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi » (Rm 5,7-8). Il salmo responsoriale ci suggerisce la risposta a questo annuncio: « Acclamate al Signore… Egli ci ha fatti e noi siamo suoi, suo popolo e gregge del suo pascolo. Buono è il Signore, eterna la sua misericordia ». Ma c’è un’altra risposta che egli attende da noi: « Se egli ha dato la sua vita per noi, quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli » (1 Gv 3,16).
Anche qui l’amore per i fratelli, risposta all’amore di Gesù per noi, è indicato nella sua espressione suprema, il dono della vita. Come Giovanni aggiunge subito dopo, questo implica il dovere di aiutare i fratelli bisognosi col dono dei nostri averi e, evidentemente, con tutte le prestazioni richieste dalle loro necessità e consentite dalle possibilità nostre.

« Io do loro la vita eterna »
Di « vita eterna » ci parla il racconto degli Atti: « Abbracciarono la fede tutti quelli che erano destinati alla vita eterna ». La visione dell’Apocalisse ci presenta una realtà che evidentemente trascende l’esistenza terrena: « Non avranno più fame, né avranno più sete, né li colpirà il sole, né arsura di sorta ». Dono della Pasqua, di Cristo che « risuscitato dai morti non muore più » (Rm 6,9), è la partecipazione alla sua risurrezione per essere anche noi sottratti all’impero della morte e vivere per sempre col Signore (cf 1 Ts 4,17).
Perciò preghiamo nella colletta di oggi: « Guidaci al possesso della gioia eterna, perché l’umile gregge dei tuoi fedeli giunga con sicurezza accanto a te, dove lo ha preceduto il Cristo, suo pastore ». Perciò chiediamo, nella preghiera sulle offerte, che la redenzione « sia per noi causa di perenne letizia ». Perciò supplichiamo Dio, dopo la comunione, di guidarci « ai pascoli eterni del cielo ». « Viene presentata la vita eterna », spiega s. Agostino, « come un buon pascolo: ivi l’erba non inaridisce, tutto è sempre verde ».
Se la Pasqua non fosse questo, non sarebbe la Pasqua del cristiano. Ma la vita eterna siamo chiamati a viverla, in germe, su questa terra. È la vita di unione con Cristo, poiché con lui siamo figli di Dio e fratelli tra noi, chiamati ad amare il Padre e ad amare i fratelli con un amore simile a quello con cui ci ha amato Gesù, pastore e agnello immolato per noi.

« Io sono il pane disceso dal cielo », dal vangelo di oggi

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Publié dans:immagini sacre |on 18 avril, 2013 |Pas de commentaires »

AMORE PER LA CREAZIONE IN FRANCESCO D’ASSISI

http://www.gliscritti.it/preg_lett/antologia/amore_creazione.htm

AMORE PER LA CREAZIONE IN FRANCESCO D’ASSISI

DA CERCATE LE COSE DI LASSÙ, DI JOSEPH RATZINGER (EDIZIONI PAOLINE, MILANO, 2005, PAGG.143-146)

Tra i nomi presenti nel calendario dei santi della Chiesa cattolica, Francesco d’Assisi ha un posto di primo piano. Cristiani e non cristiani, credenti e non credenti amano quest’uomo. Da lui emana una gioia, una pace che lo pongono al di là di molti contrasti altrimenti insanabili. Naturalmente le varie generazioni hanno anche voluto vedere in lui, in modi diversi, il sogno dell’uomo buono. In un tempo che cominciava a non poterne più delle dispute confessionali, apparve come il portavoce di un cristianesimo sovraconfessionale, che si lasciava alle spalle il peso opprimente di una storia dolorosa e ricominciava semplicemente dal Gesù biblico. In seguito se ne impadronì il Romanticismo, facendone una sorta di sognatore fanatico della natura. Il fatto che oggi Francesco sia visto ancora sotto un’altra forma dipende da due situazioni che condizionano largamente la coscienza degli uomini nelle nazioni industrializzate: da una parte la paura delle conseguenze incontrollabili del progresso tecnico, e dall’altra la nostra cattiva coscienza nei confronti della fame nel mondo a causa del nostro benessere. Perciò ci affascina in Francesco il deciso rifiuto del mondo del possesso e l’amore semplice per la creazione, per gli uccelli, i pesci, il fuoco, l’acqua, la terra. Egli ci appare come il patrono dei protettori dell’ambiente, il capo della protesta contro un’ideologia che mira solo alla produzione e alla crescita, come propugnatore della vita semplice.
In tutte queste immagini di Francesco c’è qualcosa di vero; in tutte si affrontano dei problemi che toccano punti nevralgici delle creature umane. Ma se si considera Francesco attentamente, dovremmo anche correggere in ogni caso i nostri atteggiamenti. Egli non ci dà semplicemente ragione; pretende molto più di quello che vorremmo riconoscere, e con le sue esigenze ci porta alla pretesa della verità stessa. Per esempio, non possiamo risolvere il problema della separazione dei cristiani cercando semplicemente di sfuggire alla storia e creandoci un nostro Gesù personale. Lo stesso vale per le altre questioni. Prendiamo il problema dell’ambiente. Desidero raccontarvi innanzitutto una storiella. Francesco una volta pregò il frate che si occupava del giardino di “non coltivare tutto il terreno a orto, ma di lasciare una parte del giardino per i fiori perché in ogni periodo dell’anno produca i nostri fratelli fiori per amore di colui che viene chiamato “fiore dei campi e giglio della valle” (Ct 2,1)”. Analogamente voleva che fosse coltivata sempre un’aiuola particolarmente bella, di modo che in tutte le stagioni le persone, guardando i fiori, levassero lodi entusiaste a Dio, “perché ogni creatura ci grida: Dio mi ha creato per te, o uomo” (Specchio della Perfezione 11,118). In questa storia non si può lasciare da parte l’aspetto religioso come anticaglia, per riprendere solo il rifiuto del meschino utilitarismo e la conservazione della ricchezza della specie. Se è questo che si vuole, si fa qualcosa di completamente diverso da ciò che ha fatto e voluto Francesco. Ma soprattutto in questo racconto non si avverte affatto quel risentimento contro l’uomo come presunto disturbatore della natura presente oggi in così tante arringhe a favore della natura. Se l’uomo si perde e non si piace più, ciò non può giovare alla natura. Anzi: egli deve essere in accordo con se stesso; solo così può essere in accordo con la creazione ed essa con lui. E questo, di nuovo, gli è possibile solo se è in accordo con il Creatore che ha voluto la natura e noi. Il rispetto per l’essere umano e il rispetto per la natura sono un tutto unico, ma entrambi possono prosperare e trovare la propria misura solo se rispettiamo nella creatura umana e nella natura il Creatore e la sua creazione. Solo lui può unirli. Non potremo ritrovare l’equilibrio perduto se ci rifiutiamo di arrivare a questo punto. Abbiamo perciò tutte le ragioni perché Francesco d’Assisi ci renda pensierosi e ci conduca con sé sulla via giusta.

Publié dans:San Francesco d'Assisi |on 18 avril, 2013 |Pas de commentaires »

PAPA FRANCESCO: DOPO L’ASCENSIONE, GESÙ NON SCOMPARE, ANZI È PIÙ PRESENTE DI PRIMA

http://www.zenit.org/it/articles/dopo-l-ascensione-gesu-non-scompare-anzi-e-piu-presente-di-prima

DOPO L’ASCENSIONE, GESÙ NON SCOMPARE, ANZI È PIÙ PRESENTE DI PRIMA

DURANTE L’UDIENZA GENERALE, PAPA FRANCESCO ESORTA A NON AVER PAURA DI CHIEDERE MISERICORDIA A CRISTO

CITTA’ DEL VATICANO, 17 APRILE 2013 (ZENIT.ORG) LUCA MARCOLIVIO

Nell’ambito delle catechesi dedicate all’Anno della Fede, papa Francesco, in occasione dell’Udienza Generale di stamattina, ha trattato, con qualche settimana d’anticipo sul calendario liturgico, il tema dell’Ascensione di Nostro Signore.
Già nel Credo di Nicea troviamo scritto che Gesù “è salito al cielo, siede alla destra del Padre”. Questo evento, ha spiegato il Santo Padre, rappresenta il momento culminante dell’esistenza terrena di Cristo, il quale, quando sente vicino il momento dell’estremo sacrificio, compie una prima “ascensione” verso Gerusalemme.
Recandosi alla Città Santa, “Gesù vede già la meta, il Cielo, ma sa bene che la via che lo riporta alla gloria del Padre passa attraverso la Croce, attraverso l’obbedienza al disegno divino di amore per l’umanità”, ha detto il Papa. Per usare le parole del Catechismo della Chiesa Cattolica, “l’elevazione sulla croce significa e annuncia l’elevazione dell’ascensione al cielo” (n° 661).
Allo stesso modo, anche nella nostra vita quotidiana di cristiani, dobbiamo ricordare che l’ingresso “nella gloria di Dio esige la fedeltà quotidiana alla sua volontà, anche quando richiede sacrificio” e ci costringe a “cambiare i nostri programmi”.
È significativo, ha osservato il Pontefice, che l’Ascensione sia avvenuta sul Monte degli Ulivi, lo stesso luogo in cui Gesù “si era ritirato in preghiera prima della passione per rimanere in profonda unione con il Padre”.
Durante l’Ascensione, inoltre, il Risorto dà la sua benedizione ai discepoli, i quali “si inginocchiano chinando il capo”, riconoscendolo come “l’unico ed eterno Sacerdote che, con la sua passione, ha attraversato la morte e il sepolcro ed è risorto e asceso al Cielo”.
Come afferma San Giovanni nella sua Prima Lettera, Gesù è il “nostro avvocato”, è colui che “ci difende sempre, ci difende dalle insidie del diavolo, ci difende da noi stessi, dai nostri peccati”. Per questo motivo non dobbiamo avere paura di “andare da Lui a chiedere perdono, a chiedere benedizione, a chiedere misericordia”, ha detto il Santo Padre.
L’Ascensione ci mostra una realtà “consolante per il nostro cammino: in Cristo, vero Dio e vero uomo, la nostra umanità è stata portata presso Dio”. Affidandoci al Signore siamo sempre “in mani sicure”, ha aggiunto il Papa. Gesù è come un “capo-cordata” che ci conduce alla scalata verso la vetta della montagna, dove c’è Dio.
Nonostante la definitiva separazione terrena dal Maestro, dopo l’Ascensione, i discepoli tornano a Gerusalemme “con grande gioia”. Hanno infatti compreso che “sebbene sottratto ai loro occhi, Gesù resta per sempre con loro, non li abbandona e, nella gloria del Padre, li sostiene, li guida e intercede per loro”, ha proseguito Francesco.
Narrando dell’Ascensione anche all’inizio degli Atti degli Apostoli, San Luca ci fa capire che questo evento “è come l’anello che aggancia e collega la vita terrena di Gesù a quella della Chiesa”.
Quando poi Gesù ascende al cielo, seminascosto da una nube, appaiono “due uomini in vesti bianche che li invitano a non restare immobili a guardare il cielo, ma a nutrire la loro vita e la loro testimonianza della certezza che Gesù tornerà nello stesso modo con cui lo hanno visto salire al cielo (cfr At 1,10-11)”.
È nella “contemplazione della Signoria di Cristo”, quindi, che possiamo trarre “la forza di portare e testimoniare il Vangelo nella vita di ogni giorno – ha spiegato il Santo Padre -. Contemplare e agire, ora et labora insegna san Benedetto, sono entrambi necessari nella nostra vita di cristiani”.
L’Ascensione, in definitiva, non indica “l’assenza di Gesù” ma ci rivela che “Egli è vivo in mezzo a noi in modo nuovo”, presente ovunque, “in ogni spazio e tempo, vicino ad ognuno di noi”.
Papa Francesco ha concluso la catechesi, ricordando la felice presenza di “tanti fratelli e sorelle che nel silenzio e nel nascondimento, nella loro vita di famiglia e di lavoro, nei loro problemi e difficoltà, nelle loro gioie e speranze, vivono quotidianamente la fede e portano, insieme a noi, al mondo la signoria dell’amore di Dio”.

Il passaggio del Mar Rosso

Il passaggio del Mar Rosso dans immagini sacre Red_sea_passage

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Publié dans:immagini sacre |on 17 avril, 2013 |Pas de commentaires »

DALLE CHIESE GIUDEO-CRISTIANE ANTICHE A QUELLE ODIERNE

http://www.puntoacroce.altervista.org/Proiezioni/906-Giudeo-cristianesimo_storia_OiG.htm

DALLE CHIESE GIUDEO-CRISTIANE ANTICHE A QUELLE ODIERNE

 di Fernando De Angelis

Sintesi: Gesù ha operato all’interno dell’ebraismo e le chiese del Nuovo Testamento — sia quelle di lingua ebraica che quelle di lingua greca — sono state fondate in genere da ebrei. Su tutte, comunque, veniva esercitata una funzione di guida chiaramente ebraica (apostoli, chiesa di Gerusalemme). La distruzione del Tempio e la dispersione degli ebrei hanno poi fatto prevalere l’elemento culturale greco e quello politico romano, introducendo nelle chiese distorsioni e stravolgimenti. Il ritorno degli ebrei in Terra Santa, con il loro essere di nuovo in possesso di Gerusalemme, ci sembra che indichi come il «tempo dei Gentili» (Lc 21,24) stia ormai per essere superato. In ogni modo, il riemergere di chiese di lingua ebraica o costituite prevalentemente da ebrei ci costringe a riscoprire le radici ebraiche del cristianesimo.

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 La preminenza degli ebrei nel Nuovo Testamento
     Le prime chiese nacquero in Giudea, furono fondate sotto il diretto influsso degli apostoli ed erano esclusivamente «giudeo-cristiane»; le loro caratteristiche sono riportate nel Nuovo Testamento, all’inizio del libro degli Atti. La caratteristica che qui mettiamo in primo piano è lo stretto collegamento di queste chiese con l’ambiente ebraico, anche di quelle esentate dall’osservanza della Legge di Mosè (At 15). Anche le chiese composte da Gentili, infatti, erano state per lo più fondate da ebrei. In ogni caso, tutti gli apostoli erano ebrei e, almeno nei primi tempi, erano le chiese d’estrazione ebraica (quella di Gerusalemme in particolare) a svolgere una funzione di guida.
     Le cose cominciarono a cambiare nell’anno 70 d.C., con la distruzione del Tempio e di Gerusalemme, episodi che sconvolsero anche gli ebrei divenuti cristiani. Il colpo finale, però, avvenne circa 65 anni dopo (intorno al 135), quando i Romani repressero un’ulteriore rivolta ebraica (guidata dal supposto Messia Bar Kochba), con la cacciata degli ebrei da Gerusalemme e dall’intera Giudea. Non essendoci più territori a prevalenza ebraica, finirono per sparire anche le chiese con quel tipo di preminenza. Insomma, dalla situazione descritta all’inizio del Nuovo Testamento, si è poi passati a una condizione diversa, perciò già le chiese posteriori al 200 si discostano dal Nuovo Testamento.

La successiva preminenza dell’elemento greco
     Le chiese di lingua greca, che già erano arrivate a essere una larga maggioranza, erano guidate chiaramente fin dall’inizio da gente locale (At 14,23); se all’inizio i contatti verso il cristianesimo giudaico erano frequenti (cfr. At 15,22s), questo aspetto andò sempre più ad affievolirsi, quando morì la generazione dei missionari giudaici e il cristianesimo giudaico diventò minoritario. Verso il 200 poi le chiese di lingua ebraica erano divenute del tutto irrilevanti. Successe allora che al contesto ebraico del Vangelo si sostituì un contesto culturale derivato dalla filosofia greca, un’operazione facilitata dal fatto che il Nuovo Testamento era scritto in greco e già da tempo circolava la famosa traduzione greca dell’Antico Testamento (avviata due secoli prima di Cristo). Questa diversità di contesto fece sempre più sbiadire l’ebraicità di Gesù, che così finì per non essere più realmente visto come un «Figlio di Davide nato a Betlemme», ma lo si cominciò a vedere per lo più come «Salvatore e cittadino del mondo».
     Dalla concretezza unitaria ebraica, allora, si passò sempre più ai dualismi greci, con la contrapposizione anima-corpo, cielo-terra, spirito-materia: deformazioni largamente presenti e sostanzialmente inestirpabili in tutta la cristianità posteriore.
     Gesù cominciò a non essere visto più in continuità con l’Antico Testamento, ma in contrapposizione con esso (dualismo Antico – Nuovo Testamento), iniziò così a consolidarsi la millenaria tendenza a cercare i possibili contrasti fra prima e dopo Cristo, fra Mosè e Gesù, fra la Legge e la grazia, fra il corpo e lo spirito, per citarne solo alcuni. La proibizione delle immagini, codificata perfino nei dieci comandamenti, venne ritenuta superata. Con la qualifica d’ebrei vennero sempre più indicati non Cristo e coloro che avevano fatto nascere il cristianesimo, bensì coloro che avevano crocifisso Gesù (sottacendo che la massima responsabilità giuridica fu di Pilato, rappresentante di Roma). Ancora oggi, a livello popolare, quando s’ascolta che Gesù e gli apostoli erano ebrei, si rimane increduli! Chi invece è più informato ormai ne ha preso atto, salvo che poi si limita in genere a riconoscere che Gesù era ebreo, rifiutando sostanzialmente che lo sia ancora (come se Gesù si fosse convertito abbandonando l’ebraismo).
     È allora evidente che dopo il 200, pur mantenendosi certi principi base del cristianesimo, si vennero a costituire delle chiese con una sensibilità diversa da quella degli apostoli, che s’espresse anche in teologie nuove. Agli ideatori di questa nuova realtà venne dato il nome di «Padri della Chiesa», nome che si può ritenere corretto solo se s’aggiunge una precisazione, indicandoli cioè come «Padri della Chiesa post-apostolica», altrimenti si dà l’impressione che la Chiesa cominci con loro e non con gli apostoli.
     I greci, si sa, hanno sempre avuto difficoltà ad aggregarsi e così, parallelamente, anche le chiese di lingua greca rimasero abbastanza indipendenti le une dalle altre.

Le chiese di lingua latina
     Quando Paolo scrisse la famosa Lettera ai Romani, usò la lingua greca, perché nelle chiese cristiane di Roma prevalevano le persone provenienti dall’Oriente e perciò di lingua greca. Presto si convertirono sempre più anche quelli di lingua latina i quali, in Occidente, divennero la maggioranza, apportando nella Chiesa la loro cultura. La cristianità romana acquistò improvvisamente grande forza con l’editto di Costantino (313), col quale il cristianesimo venne sempre più a definirsi come «religione di Stato» e l’Occidente cominciò a crescere come centro decisionale parallelo all’Oriente. Alla cornice culturale greca venne aggiunta la tipica struttura di governo imperiale: il titolo di Sommo Pontefice, non a caso, era in precedenza un titolo spettante all’imperatore. La Chiesa si trasformò da «sinagogale» (insieme di persone) a «territoriale» (il vescovo intendeva esercitare la sua autorità su tutto un suo territorio definito) e così l’adesione alla Chiesa non fu più libera, ma divenne obbligatoria, con l’imposizione del credo cristiano e del battesimo anche ai neonati (pedobattismo). L’organizzazione si gerarchizzò sempre più, fino ad arrivare al dogma dell’infallibilità papale (1870).
     Le rivolte ebraiche contro Roma, con le impegnative e prolungate guerre che ci furono (nel 70 e nel 135), accentuarono i sentimenti antiebraici dei Romani e così Gesù divenne ancor meno «Figlio di Davide». Arrivando a dipingere Gesù (un ebreo che rifiutava le immagini) come biondo e con gli occhi azzurri (caratteristiche a dir poco inusuali fra i nativi del Medio Oriente).[1] L’odio antiebraico è cresciuto fino a promuovere delle adunate di popolo pronte al massacro e ciò in quasi tutta la cristianità (dall’Oriente russo all’Occidente spagnolo). Fino a negare per gli ebrei (nella Germania di Hitler) finanche la validità d’una loro eventuale conversione a Gesù, anche se già formalizzata col battesimo!

Il riemergere dell’elemento ebraico (chiese giudeo-cristiane recenti)
     Lutero e Calvino dichiararono di voler tornare alla Scrittura ma, nel loro percorso verso le origini della Chiesa, si fermarono risolutamente a dopo Costantino, mantenendo il battesimo dei neonati e la struttura territoriale della Chiesa. Gli anabattisti volevano invece ritornare a una Chiesa «sinagogale» separata dallo Stato e alla quale s’aderiva per libera decisione personale: Lutero e Calvino, non avendo validi argomenti estraibili dal Nuovo Testamento, per contrastare gli anabattisti decisero d’usare la spada dei loro protettori. La tendenza espressa dal variegato mondo anabattista riemergerà poi nei battisti, che hanno trovato fertile terreno negli Stati Uniti, nazione formatasi sotto il loro prevalente impulso (pluralità delle religioni e loro separazione dallo Stato). Proprio da questo tipo di chiese è sorto un atteggiamento nuovo verso il popolo d’Israele, con una nuova sottolineatura dell’ebraicità di Gesù.
     A ciò si è aggiunto un fatto molto significativo: il ritorno degli ebrei nella Terra Promessa, con la costituzione d’un loro Stato (1948) e con la successiva presa di possesso di Gerusalemme (1967). Il rinascere della lingua ebraica e d’un territorio ebraico ha consolidato e dato incremento alla rinascita di chiese a prevalenza ebraica, che riconoscono Gesù quale «Messia, Figlio di Davide».
     Tutte le chiese cristiane fatte in prevalenza da Gentili, allora, sono di nuovo costrette a confrontarsi con le consorelle ebraiche e alcune situazioni assomigliano a quelle che illustriamo con una storiella.
     Una giovane donna sposò un uomo più maturo e andò a stare nella casa del marito, che le diede alcuni figli e poi partì in guerra. Dopo un po’ il marito venne dichiarato disperso e tale ufficialmente rimase per diversi anni, dopo i quali però si ripresentò inaspettatamente a casa sua. In che situazione avrà trovato la moglie? Che reazione ha avuto rivedendo il marito? Nel caso di Penelope, essendo rimasta fedele, accolse con gioia il marito Ulisse. Se invece ha voluto credere che il marito fosse morto e ha accolto un altro uomo, farà di tutto per non far rientrare in casa colui che ne ha invece tutti i diritti.
     Il Vangelo di Matteo comincia con la semplice frase «Genealogia di Gesù Cristo, figlio di Davide», ma se ci si riflette coerentemente bisogna cacciar via dalla Chiesa le distorsioni greco-romane, per ripristinare quella radice ebraica del cristianesimo che è l’unica a essere legittima; chiaramente ciò deve avvenire in sintonia con le decisioni prese nel cosiddetto Concilio di Gerusalemme (At 15).
     Per l’apostolo Pietro il Vangelo di Matteo costituiva l’inizio del Nuovo Testamento, mentre per Cornelio e per i suoi amici (At 10,24), cioè per coloro che non hanno un solido retroterra ebraico, il Vangelo di Matteo può essere compreso solo alla fine d’un percorso che deve necessariamente cominciare con un riassunto semplificato dell’Antico Testamento, contesto nel quale ha vissuto e operato Gesù. Ciò si può vedere facendo un confronto fra il messaggio rivolto da Pietro agli ebrei (At 2,22-40; 3,12-26) e quello nella casa di Cornelio (At 10,37-43), come pure confrontando la predicazione di Paolo nella sinagoga d’Antiochia di Pisidia (At 13,16-41) con quelle fatte in ambiente non ebraico, cioè a Listra (At 14,11-18) e all’Areopago (At 17,22-31). In ogni modo, i missionari giudei non imposero ai Gentili l’elemento culturale e devozionale giudaico, perché la cosa importante era la massima dottrina del nuovo patto: la persona e l’opera di Gesù Cristo, ossia l’Evangelo, rispetto al quale tutto diventava «contorno». Gli elementi principali della loro predicazione ai Gentili non erano l’ubbidienza alla Legge e la circoncisione, ma la fede in Gesù e la rigenerazione mediante lo Spirito Santo (cfr. At 10,36ss.44ss; 11,15ss).

Una predizione su cui meditare
     «Gerusalemme sarà calpestata dai Gentili, finché i tempi dei Gentili siano compiuti» (Lc 21,24). Questa predizione di Gesù mi sembra chiara, anche se forse per qualcuno non lo è. Il calpestamento di Gerusalemme da parte dei Gentili è facilmente collegabile, sia con la distruzione operata dai Romani nel 70, sia con la successiva espulsione da essa (circa 135) di tutti gli ebrei. Gesù usò il verbo «calpestare» perché nessuno cammina su Gerusalemme col il rispetto e il senso di sacralità di quei luoghi che hanno gli ebrei.
     Gesù però annunciò anche che questo calpestamento sarebbe cessato e ciò quando i Gentili avrebbero esaurito il loro compito (che è quello di diffusori del Vangelo nel mondo). Gerusalemme sarebbe allora tornata in mano ebraica (come è successo nel 1967) e ciò sarebbe stato l’indice dell’avvio di un’era nuova.[2]
     Sono passati ormai quattro decenni dalla riconquista ebraica di Gerusalemme e qualcuno potrebbe dire che non è successo granché. Chi però ha seguito le vicende di quest’ultimo quarantennio, una piccola cosa l’ha notata: è il progressivo crescere, sulla scena mondiale, dell’importanza delle questioni collegate con Gerusalemme.
     Dio comunque non ha la nostra fretta. Quando Gesù venne nel mondo, a Roma non ci fecero caso; e per prendere atto che aveva spaccato in due la Storia (prima e dopo Cristo) ci misero cinque secoli: eppure era tutto successo dentro i confini dell’impero! Abramo percorse la Terra Promessa con la convinzione che Dio gliene avesse fatto dono, ma morì dopo aver preso possesso solo d’un campo da usare come cimitero (Gen 23,17-20). Quelli del posto probabilmente avranno anche riso di quest’anziano visionario che pensava d’aver avuto da Dio tutto e invece era morto senza aver ottenuto niente. Quei popoli ci misero quattro secoli per accorgersi che, mentre loro continuavano a ridere, Dio continuava a far crescere il suo progetto in un appartato territorio dell’Egitto (Gen 15,12-21; 47,6; Es 12,41).
     Le chiese messianiche (cioè fatte in prevalenza d’ebrei che credono nel Messia Gesù, Figlio di Davide) si sono da tempo formate e stanno rapidamente crescendo all’interno dello Stato d’Israele: un fatto che interpella tutti i cristiani del mondo. Gruppi d’ebrei messianici, però, sono nati anche in Italia e interpellano le chiese italiane in modo speciale. Certo la Storia non può tornare indietro e le chiese d’oggi non saranno mai come quelle del tempo degli apostoli. Come successe dopo Atti 15, però, possiamo di nuovo dare alle chiese quell’equilibrio e quella forza derivante dalla diversità delle due componenti (quell’ebraica e quella non ebraica) che, quando si coordinarono, ebbero una grande forza.

[1]. Questa tipologia occidentale di Gesù di Nazaret, uomo in realtà orientale, si può constatare nelle iconografie religiose (arte, santini, icone) e politiche (arianesimo, nazismo), nella cinematografia, eccetera. Si veda al riguardo Nicola Martella, Chi dice la gente che io sia? Offensiva intorno a Gesù 1 (Punto°A°Croce, Roma 2000).
[2]. Bisogna ammettere comunque che nessuno sa con precisione quando «i tempi dei Gentili saranno compiuti» né quando la «cattività fra tutte le genti» effettivamente finirà per l’intero popolo; il v. 25 parla del tempo della tribolazione (nota di Nicola Martella).

► URL di origine:
http://puntoacroce.altervista.org/Proiezioni/906-Giudeo-cristianesimo_storia_OiG.htm
22-06-2008; Aggiornamento: 05-10-2008

Publié dans:GIUDEO-CRISTIANI |on 17 avril, 2013 |Pas de commentaires »

ALLA RICERCA DEL CORPO PERDUTO – UN INVITO ALLA RIFLESSIONE

http://www.atma-o-jibon.org/italiano9/antonelli_corpo_ritrovato1.htm

(sono 10 parti, molto belle per me, è difficile che possa metterle tutte perché ogni giorno intervengono pensieri diversi, i santi, i tempi liturgici, l’esigenza di approfondire la Bibbia, i Padri, ma se vi piace potete andare al link)

ALLA RICERCA DEL CORPO PERDUTO – UN INVITO ALLA RIFLESSIONE

MARIO ANTONELLI – biografia
(Antonelli don Mario, Nato a Monza nel 1960, è stato ordinato prete nel 1985.
Conseguito il baccalaureato presso la Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale – Sezione del Seminario Arcivescovile di Milano, ha proseguito gli studi presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma, conseguendo il Dottorato in Teologia. Insegna teologia fondamentale presso il Seminario di Milano (sede di Seveso) e collabora con gli Uffici di Pastorale Missionaria e di Pastorale dei Migranti della Curia di Milano. Dopo 15 anni di insegnamento nel Seminario di Milano, con esperienze in altri Istituti e Facoltà teologici italiani, dal 2004 al 2010 è stato missionario fidei donum nel nord del Brasile, insegnando cristologia e teologia trinitaria.)

I. DOV’ È IL CORPO?

Tu farai del mio corpo il tuo giardino più caro.
E. Jabès

Corpo bello, corpo splendido,
corpo sformato, corpo curato,
corpo malato, corpo piagato,
corpo sano, corpo stanco, corpo cadente,
corpo toccato, corpo baciato,
corpo avvolto, corpo penetrato,
corpo esibito, corpo violato,
corpo atteso, corpo desiderato,
corpo che geme,
corpo che gode,
corpo che soffre,
corpo che attende,
corpo che si nasconde,
corpo perduto…

Pensieri in libertà… nella libertà della storia,
nella libertà nuova del Vangelo

C’è una ripresa del «corpo» e del suo valore nella cultura attuale? Forse anche nella Chiesa arriva l’onda lunga di questa ripresa, così che si rivaluta l’importanza del corpo nell’impresa di essere credenti? O che sia la Chiesa nella sua fedeltà al Vangelo ad alimentare e a rilanciare il senso del corpo nell’impresa di essere uomini? O forse è solo apparenza; e in realtà ci aggiriamo ancora nelle immense praterie della cultura laica e nelle mille aiuole ecclesiali a elemosinare una parola, una suggestione che ci prometta il ritrovamento del corpo? Già, perché pare proprio che l’abbiamo perduto, che qualcuno ce l’abbia sottratto! Maledizione!
Esattamente, questa è una maledizione; è la maledizione! Ci hanno portato via il corpo…
Chi può essere stato? Chi mai può aver osato tanto? .. .ma è poi tanto convinta questa nostra interrogazione quasi indispettita? Spenderemmo davvero qualcosa di più di un soldo per avere una qualche informazione, sapremmo avventurarci in un’indagine mirata sulle tracce del corpo, troveremmo almeno l’umiltà per mandare avanti qualcuno che lo cerchi per noi? Saremmo davvero così disposti a investire più di un ciclo di catechesi o più di un buon libro per ritrovare il corpo? O forse ci accontenteremmo di procedere nella fatica dell’esistere e nella gioia tribolata dell’esistere cristiano facendo finta di poter fare a meno del corpo? Ma allora, assente il corpo, non sarebbe «fatica mesta» l’esistere e «gioia simulata» l’esistere cosiddetto cristiano?
Ebbene, chi è stato a portarci via il corpo? Aleggia qualche sospetto circa l’autore di questa sottrazione? Ti fermeresti a sussurrare che c’è la mano distratta dei tuoi genitori, la loro parola stentata in materia di corpo e dintorni? Ne potresti fornire indizi fondati? O vuoi dire pure di una cultura diffusa che nelle sue varie agenzie educative produce un’enfasi del corpo, una sua esibizione ossessiva?
È noto come lì il corpo venga ostentato quasi fosse davvero «corpo del reato» che quelle agenzie presumono di aver confiscato a preti e padri; e ora ti urlano, a mo’ di legittimi venditori, loro, ladruncoli incalliti, ti urlano «Te lo restituiamo noi, te lo vendiamo noi quel corpo che preti e genitori ti avevano sequestrato; costa… la tua anima; dacci l’anima ed è tuo!». E te l’hanno portato via! Un’altra volta. Maledizione!
Talvolta ti graffia il sospetto che a sottrartelo siano stati proprio quelli che ti hanno insegnato a credere che i corpi risorgeranno; eh, già! Ecco l’inganno: con il residuo di autorità che gli riconosci, ti dicono, ormai blandamente, questa cosa: che ciò che conta è l’anima e che il corpo è poca cosa. Così tu non ti agiti troppo a cercarlo, il corpo, prima di quella sua ricomparsa spettacolare alla fine dei tempi. Nel frattempo – te l’hanno detto – è questione di «cuore che ama», di «anima bella», di «coscienza pulita» che tra un esame e l’altro impara addirittura ad accomodare in panchina quel corpo che qualche minuto di partita lo vorrebbe pure giocare, diamine! … e prima che si fischi la fine.
Che siano stati loro, proprio i «nostri» a portar telo via, a nascondertelo? Proprio loro? Eppure sono sempre loro, ogni volta che ci troviamo insieme a ringraziare Dio, che ripetono le parole del Maestro: «Prendete e mangiate; questo è il mio corpo. . .»; e che consegnano le parole di quel grande amante del Maestro che ancora riesce a scuoterci con quel «Vi esorto, fratelli, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi» (Romani 12, 1 ss). Siamo ben avvertiti della serietà della cosa: non è uno scherzo, anzi. Il corpo del Maestro è cibo per una vita finalmente vera; l’offerta del mio corpo è condizione per rimanere lieti nel cuore della misericordia di Dio. L’evidenza dell’imbarazzo si impone: come faccio a prendere e a mangiare questo corpo nuovo se non lo vedo e non lo tocco; come mai farò a offrire il corpo se me l’hanno portato via o mi convincono della sua inutilità?
Tuttavia, nel rincorrersi di queste supposizioni, ci arriva, dolce e consolante, una parola da regioni remote, da cieli di nuovo luminosi, parola che ti accarezza e ti invita a cercare, ancora: «Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato…» (Ebrei 10, 5-7). Parola buona del Figlio al Padre che sempre lo ama; ammaestramento sapiente per tutti i fratelli che egli incontra nel mondo, perché tutti godano della sua comunione con il Padre. Memoria affettuosa dell’origine eterna di quel corpo nuovo che è il corpo di Gesù; verità segreta del corpo che pareva scomparso, codice semplice che fa riapparire il tuo corpo perduto e lo fa riapparire con la medesima forma di quel corpo nuovo. Ti vien dato di ascoltare la promessa di Dio che per nulla vuole il tuo presuntuoso sacrificio e la tua offerta un po’ superstiziosa; lui, invece, ti prepara il corpo, sempre, con la stessa cura con cui ha plasmato e custodisce il corpo del Figlio.
E questa sua parola non è ancora spenta. Scortata dal ricordo imperdibile del corpo di Gesù, essa arriva puntuale a smentire la supposizione di sempre: quella secondo cui per chi si impegna nel legame sacro e lieto con Dio non v’è ragione di contare sul corpo; la supposizione che, tanto, la voce del corpo, il suo gemito e il suo grido, saranno senz’altro insignificanti nell’avventura della relazione con Dio. Più che insignificanti: dannosi.

Più di una parabola…
Il cammino che ci viene dischiuso sembra scandito dalle note che accompagnano il racconto bello del mattino di Pasqua: in Maria di Màgdala, come in filigrana, puoi rinvenire il tuo pianto per la perdita del corpo, la tua supposizione circa il responsabile di un tale misfatto, la tua gioia per il dono… del corpo «nuovo». Modo indubbiamente strano di leggere il racconto evangelico; ma vogliamo credere che quella donna, che nella resistenza risoluta degli affetti ha sentito e visto semplicemente la Vita, vogliamo credere che lei volentieri ci presta la parola. Del resto lei fin da quel giorno di Pasqua aveva «prestato» la sua parola di testimone ai discepoli.
Maria invece stava all’esterno vicino al sepolcro e piangeva. Mentre piangeva, si chinò verso il sepolcro e vide due angeli in bianche vesti, seduti l’uno dalla parte del capo e l’altro dei piedi, dove era stato posto n corpo di Gesù. Ed essi le dissero: «Donna, perché piangi?». Rispose loro: «Hanno portato via il mio Signore e non so dove lo hanno posto». Detto questo, si voltò indietro e vide Gesù che stava lì in piedi; ma non sapeva che era Gesù. Le disse Gesù: «Donna, perché piangi? Chi cerchi?», Essa, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: «Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove lo hai posto e io andrò a prenderlo». Gesù le disse: «Maria!». Essa allora, voltatasi verso di lui, gli disse in ebraico: «Rabbunì!», che significa: Maestro! Gesù le disse: «Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli e di’ loro: lo salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro». Maria di Màgdala andò subito ad annunziare ai discepoli: «Ho visto il Signore» e anche ciò che le aveva detto.
(Giovanni 20, 11-18)
Questa è la donna che stava presso la croce; ora sta presso il sepolcro e piange. Questa è la donna che piange: piange forse non tanto l’andarsene del suo Signore, cristallino «amore sino alla fine», opera compiuta del Padre, ma il fatto che gliel’hanno portato via, sottrazione insopportabile, opera cattiva degli uomini.
Non siamo forse lì con lei, lì dove dovrebbe brillare la gioia della Pasqua, lì dove la vita cristiana si dispiega come incontro affettuoso e grato con il Signore? Non siamo invece lì, noi, a piangere un Signore stancamente cantato e commemorato come in un lamento mesto e lagnante? Non siamo forse lì, impacciati nel seguire Maria di Màgdala sino alla fede che, solerte e lieta, annuncia; lì a piangere perché ci hanno portato via il Signore e ci hanno sottratto pure il corpo, il nostro corpo? E non sappiamo dove lo hanno posto, il Signore e il nostro corpo… Però sappiamo bene che quando sparisce il Signore se ne va anche il senso vero del corpo; e quando scompare il senso del tuo corpo anche del Signore devi dire: «L’ho cercato e non l’ho trovato» (Cantico dei Cantici 3,1ss).
Dove l’avete posto? La domanda emerge imperiosa; è segnata dalla convinzione profonda che se ti portano via il corpo, ti portano via pure il Signore, la comunione autentica con lui, proprio con lui; e viceversa! Il pianto di Maria di Màgdala, questo lo sapeva bene. Lo strazio correva nelle sue lacrime di donna amante del Signore e della vita; per lei perduto il Signore, addirittura sottratto, per lei perduto il suo proprio corpo. Lei infatti era stata guarita da Gesù; meglio, era stata liberata da sette demoni (Luca 8, 2). Da quel giorno corpo finalmente libero, il suo, grazie a Gesù; e ora lui se ne va, ora lo portano via.
Non sarà, per caso, che, scomparso Gesù, il suo corpo di donna finalmente slegato dai vincoli cattivi e liberato da un’occupazione devastante, non sarà, per caso, che questo suo corpo di donna debba ritornare alla detestabile condizione di prima, occupato e saccheggiato? Da qui zampilla come un fiotto il suo dolore… e un presagio oscuro, scarnificante: lei sente nella pancia e nel cuore che, se perde il corpo del Signore, le viene sottratto di nuovo il suo proprio corpo.
Lo teme, anzi, ne è angosciata: e tu? «Hanno portato via il mio Signore e non so dove lo hanno posto»: la tua pena per il dissolversi del Signore e per la scomparsa del tuo corpo, del suo senso autentico, non è anche segnata dal sospetto che il corpo, il tuo corpo, debba scomparire proprio in nome delle esigenze di una vita con il Signore?
Già. Questa donna sospetta che quello che lei crede il custode del giardino abbia trafugato il corpo del suo Signore. Noi, proprio lì, nel giardino della Pasqua, dove ci viene restituito il nostro corpo trasformato secondo la novità di Gesù, noi avanziamo l’ipotesi – diabolica, sì, diabolica… e lo vedremo – che precisamente il Signore ci abbia portato via il corpo, il nostro corpo; immaginiamo che a quanti osano l’ingresso nella comunione con Dio venga requisito il corpo, quasi fosse una cauzione: ti verrà restituito là, alla fine, se ti comporti correttamente qui nel frattempo. Ti viene requisito, poiché tanto non serve; …e ti viene confiscato proprio da Dio, poiché – e quanto è antica questa persuasione! – «sappiamo bene» che nella relazione con l’immateriale, l’invisibile, l’impassibile, l’«interiore», insomma con Dio, il corpo non serve, anzi, è dannoso con tutta quella sua materialità, la sua visibilità, le sue passioni, la sua «esteriorità».
Questo insegnamento circola diffusamente nel mondo, da sempre. Illusorio espellerlo definitivamente dal campo del vivere; triste riconoscere che noi cristiani ce ne siamo lasciati sedurre; soprattutto inquieta che questo insegnamento corra troppo indisturbato sui nostri campi ecclesiali. L’espulsione definitiva, finché si campa, no, non ce la si fa: d’accordo. Ma che almeno fiacchino le ammonizioni! Almeno.
E che dire di quella determinazione di Maria di Màgdala che è disposta ad andare a prendere il suo Signore? «… e io andrò a prenderlo»: alla sua risolutezza corrisponde la nostra presunzione di andare a riprendere il corpo, il nostro corpo, quasi fosse un oggetto semplicemente disponibile alla coscienza, alle nostre buone intenzioni.
Siamo alle prese qui con il solito dispotismo che la coscienza esercita sul corpo: ed ecco il buon proposito di riprendere il corpo smarrito, di liberare il corpo legato, di emancipare il corpo censurato, di ammansire il corpo ribelle, di ricomporre il corpo disordinato… Quanti insuccessi dovrebbero ormai averci disincantato! Quanti propositi che gonfiavano di sacro orgoglio e di serioso puntiglio tante confessioni si sono frantumati sotto quel dispotismo velleitario di una «buona coscienza» !
Questa donna si sente corretta dal Signore: «Non mi trattenere; ora non puoi tenermi così come mi tenevi prima». L’eco di questa correzione ti raggiunge mentre piangi il corpo perduto, il tuo corpo perduto, mentre coltivi propositi buoni di ripresa del corpo: «non lo trattenere…», non costringerlo, il corpo, in una definizione e non considerarlo come un oggetto, non sottrarlo alla Vita che vi si manifesta, non togliergli il respiro identificandolo con ciò e soltanto con ciò che tu hai visto, hai sentito, hai toccato. Lascia che lungo la pazienza dei giorni affiori la gloria del corpo, il suo essere provvidente, il suo valore e la sua ospitalità nei confronti della tua verità e della verità di Dio. Che possa rivelarsi, il corpo, come maestro buono, grembo materno della tua coscienza? Che da lì, proprio da lì, dalla materialità del tuo corpo ti possa venire il tuo nome, finalmente pronunciato correttamente? …voce che porta l’accento di Dio, inconfondibile come per Maria di Màgdala?
Ma, in fondo (e qui il brano di Maria di Màgdala torna a essere letto come racconto), l’esperienza secondo lo Spirito è esperienza del corpo glorioso di Gesù… Quel corpo benedetto viene a prendere te, corpo animato, anima incarnata; e stupita, tu, piccola Maria di Màgdala, piangendo ora non più la mestizia di una sottrazione, ma la gioia di un dono, tu godrai del tuo corpo, finalmente tuo, restituito nella sua forma bella. E andrai, così, come Maria di Màgdala, piedi che corrono, occhi che confidano il segreto, bocca che canta l’incontro, corpo della comunione, corpo offerto… Benedizione per Maria di Màgdala e per te; benedizione per quanti l’hanno incontrata e per quanti incontreranno te!

Publié dans:meditazioni bibliche |on 17 avril, 2013 |Pas de commentaires »

Santo Stefano, lettere nelle messe di questi giorni

Santo Stefano, lettere nelle messe di questi giorni dans immagini sacre 6810698727_115e408d8a_b

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Publié dans:immagini sacre |on 15 avril, 2013 |Pas de commentaires »
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