Archive pour avril, 2013

COMMENTO MARCO 16,15-20 – FESTA DI SAN MARCO EVANGELISTA

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COMMENTO MARCO 16,15-20  – FESTA DI SAN MARCO EVANGELISTA

a cura dei Carmelitani 
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S. Marco (25/04/2009)
Vangelo: Mc 16,15-20  
1) Preghiera

O Dio, che hai glorificato il tuo evangelista Marco
con il dono della predicazione apostolica,
fa’ che, alla scuola del Vangelo,
impariamo anche noi
a seguire fedelmente il Cristo Signore.
Egli è Dio, e vive e regna con te…

2) Lettura del Vangelo
Dal Vangelo secondo Marco 16,15-20
In quel tempo, apparendo agli Undici, Gesù disse loro: « Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato. E questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno i demoni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano i serpenti, e se berranno qualche veleno, non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno ».
Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu assunto in cielo e sedette alla destra di Dio.
Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore operava insieme con loro e confermava la parola con i prodigi che l’accompagnavano.

3) Riflessione
• Il Vangelo di oggi fa parte dell’appendice del Vangelo di Marco (Mc 16,9-20) che presenta la lista di alcune apparizioni di Gesù: alla Maddalena (Mc 16,9-11), ai due discepoli che camminano per la campagna (Mc 16,12-13) e ai dodici apostoli (Mc 16,14-18). Questa ultima apparizione insieme alla descrizione dell’ascensione al cielo (Mc 16,19-20) costituisce il vangelo di oggi.
• Marco 16,14: I segni che accompagnano l’annuncio della Buona Novella. Gesù appare agli undici discepoli e li rimprovera per non aver creduto le persone che lo avevano visto risorto. Non credettero alla Maddalena (Mc 16,11), nemmeno ai due lungo il cammino della campagna (Mc 16,13). Varie volte, Marco si riferisce alla resistenza dei discepoli nel credere alla testimonianza di coloro che sperimentarono la risurrezione di Gesù. Perché Marco insiste tanto sulla mancanza di fede dei discepoli? Probabilmente, per insegnare due cose. Prima che la fede in Gesù passa per la fede nelle persone che ne danno testimonianza. Secondo, che nessuno deve scoraggiarsi quando nasce l’incredulità nel cuore. Perfino gli undici discepoli dubitarono!
• Marco 16,15-18: La missione di annunciare la Buona Novella a tutte le creature. Dopo aver criticato la mancanza di fede dei discepoli, Gesù conferisce loro la missione: « Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato ». A coloro che ebbero il coraggio di credere nella Buona Novella e che sono battezzati, Gesù promette i segni seguenti: scacceranno i demoni, parleranno nuove lingue, prenderanno in mano i serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno, imporranno le mani ai malati e questi guariranno. Ciò avviene fino ad oggi:
- scacciare i demoni: è combattere la forza del male che distrugge la vita. La vita di molte persone migliora perché sono entrate nella comunità e hanno cominciato a vivere la Buona Novella della presenza di Dio nella loro vita.
- parlare nuove lingue: vuol dire cominciare a comunicare con gli altri in modo nuovo. A volte ci incontriamo con una persona che non abbiamo mai visto prima, ma sembra che l’abbiamo conosciuta da tempo. Questo avviene perché parliamo la stessa lingua, la lingua dell’amore.
- vincere il veleno: ci sono molte cose che avvelenano la convivenza. Molti pettegolezzi che distruggono la relazione tra le persone. Chi vive in presenza di Dio non fa caso a questo e riesce a non essere disturbato da questo terribile veleno.
- cureranno i malati: ovunque, dove appare una coscienza più chiara e più viva della presenza di Dio, appare anche una cura speciale verso le persone escluse ed emarginate, soprattutto verso i malati. Ciò che più favorisce la cura è che la persona si senta accolta ed amata.
• Marco 16,19-20: Attraverso la comunità Gesù continua la sua missione. Gesù stesso che visse in Palestina, e accolse i poveri del suo tempo, rivelando loro l’amore del Padre, questo stesso Gesù continua vivo in mezzo a noi, nelle nostre comunità. Attraverso di noi, lui vuole continuare la sua missione per rivelare la Buona Novella dell’amore di Dio ai poveri. Fino ad oggi, avviene la risurrezione. Ci spinge a cantare: « Chi ci separerà, chi ci separerà dall’amore di Cristo, chi ci separerà? » Nessun potere di questo mondo è capace di neutralizzare la forza che viene dalla fede nella risurrezione (Rom 8,35-39). Una comunità che voglia essere testimone della Risurrezione deve essere segno di vita, deve lottare contro le forze della morte, in modo che il mondo sia un luogo favorevole alla vita, dove credere che un altro mondo è possibile. Soprattutto in quei paesi dove la vita della gente è in pericolo a causa del sistema di morte che è stato imposto, le comunità devono essere una prova viva della speranza che vince il mondo, senza timore di essere felici!

4) Per un confronto personale
• Come avvengono nella mia vita questi segni della presenza di Gesù?
• Quali sono oggi i segni che più convincono le persone della presenza di Gesù in mezzo a noi?

5) Preghiera finale
Canterò senza fine le grazie del Signore,
con la mia bocca annunzierò la tua fedeltà nei secoli,
perché hai detto:
« La mia grazia rimane per sempre »;
la tua fedeltà è fondata nei cieli. (Sal 88)

Papa Paolo VI : San Marco, il secondo evangelista (1967)

http://www.vatican.va/holy_father/paul_vi/audiences/1967/documents/hf_p-vi_aud_19670425_it.html

PAOLO VI

UDIENZA GENERALE

Martedì, 25 aprile 1967

San Marco: il secondo evangelista

Diletti Figli e Figlie!

La vostra visita coincide con la festa d’un santo, che Ci è molto caro: San Marco Evangelista. Perché molto caro? Perché, secondo un’antichissima testimonianza del secondo secolo, quella di Papia, riportata da Eusebio nella sua Storia della Chiesa (III, 39, 15), Marco «era stato l’interprete di Pietro». E così tutta la tradizione successiva (cf. Lagrange, Introdud. XXI, ss.), tanto che San Girolamo, nel suo libro sugli Scrittori ecclesiastici, scrive: «Marco, discepolo e interprete di Pietro, pregato dai fratelli (della comunità) di Roma, scrisse un breve Vangelo secondo quanto egli aveva ascoltato Pietro riferire» (c. 8). E che Pietro avesse particolare affezione a Marco ce lo dice, alla fine della sua prima lettera, Pietro stesso, che scrivendo da Roma ai cristiani dell’Asia Minore, verso gli anni 63-64, nomina solo Marco e gli dà il titolo di «figlio mio» (2 Petr. 5, 13); titolo che indica un’affezione di lunga data, spirituale, e forse anche fondata su qualche parentela familiare (cf. Hophan, Gli Apostoli, 314, ss.).

PROFONDA BENEVOLENZA DEI PRINCIPI DEGLI APOSTOLI
La storia. di Marco (di Giovanni, suo nome ebraico, detto Marco, nome latino; cf. Act. 12, 12) è interessantissima; s’intreccia forse con quella di Gesù, nell’episodio del ragazzo che, nella notte della cattura di Lui nell’orto degli ulivi, lo seguiva, dopo la fuga dei discepoli, coperto da un lenzuolo – per curiosità? per devozione? – ma quando coloro che avevano arrestato Gesù, fecero per afferrarlo, il ragazzo lasciò loro nelle mani il lenzuolo, e sgusciò via da loro (Marc. 14, 52). Ma soprattutto la storia di Marco si fonde con quella degli Apostoli: Paolo e Barnaba, specialmente, che egli segue a Cipro nella prima spedizione apostolica (era cugino di Barnaba), e che poi, forse stanco, forse impaurito, giunto a Perge, nella Pamfilia, egli abbandona per ritornarsene solo da sua madre, a Gerusalemme (Act. 13, 13). Paolo ne fu addolorato; tanto che non lo volle compagno, tre o quattro anni dopo, nel secondo viaggio, nonostante che Barnaba intercedesse; così che Barnaba e Marco lasciarono Paolo con Sila per navigare a Cipro (Act. 15, 37-40). Ma poi Paolo deve aver perdonato a Marco la sua prima infedeltà nella fatica apostolica, perché tre volte lo nomina amorevolmente nelle sue lettere (Philem. 24; Col. 4, 10; 2 Tim. 4, 11).
E dei rapporti fra l’apostolo Pietro e Marco, oltre a quelli accennati, poco sappiamo; ma ci basta qui far nostra la conclusione della tradizione e degli studi moderni: il Vangelo di San Marco è una riproduzione scritta della catechesi narrativa dell’apostolo Pietro a Roma; esso riflette, senza intenti letterari, ma con grande semplicità e vivezza di particolari, i racconti di S. Pietro circa le memorie di lui; la sua documentazione è principalmente, se non la sola, la parola stessa dell’Apostolo, riportata come la relazione genuina d’un testimonio oculare, che conserva di Gesù la più immediata impressione.

LA RIPRODUZIONE SCRITTA DELLA CATECHESI DI PIETRO
La figura di San Pietro, nel secondo Vangelo, quello appunto di Marco, appare con qualche particolare risalto, sebbene non mai adulata, ma meglio delineata, anche nella descrizione dei suoi falli; ma è la figura del Maestro, quella «di Gesù Cristo, Figlio di Dio» (Marc. 1, 1), che campeggia umile e grande insieme, semplice e prodigiosa, meravigliosa, avvincente. Non è una figura idealizzata, descritta con fantasia d’artista; è una figura veduta, quella veduta da Pietro. «Raccontando la storia del Cristo, egli la viveva di nuovo. Egli udiva parlare il Signore, lo vedeva muoversi ed agire» (Huby, S. Marco, XXII).
Perciò San Marco ci ha lasciato in brevi pagine disadorne e non sempre ordinate, ma estremamente sincere e vive, l’immagine di Cristo, come San Pietro la ricordava e la portava scolpita nella semplicità fedele, umile ed entusiasta del suo cuore, realisticamente. Ecco perché Ci è caro San Marco: egli ci riporta il profilo di Cristo, nello sfondo del disegno sinottico primitivo (cf. Vannutelli), visto da San Pietro. E San Pietro, offrendoci la visione sensibile e scenica di Cristo, c’introduce alla conoscenza di Cristo quale veramente è; una conoscenza che solo la fede in qualche modo può afferrare e penetrare.

L’INSEGNAMENTO PER I FEDELI DI OGGI
Ed ecco anche perché a voi, diletti Figli e Figlie, che oggi vediamo in così grande numero ed in tanto fervore intorno alla tomba di San Pietro, raccomandiamo ciò che più preme, ciò che più vale: la conoscenza di quel Gesù, che Pietro qui a Roma, per il mondo intero, annunciò; l’adesione a quella fede in Cristo Signore, per amore del Quale egli fu apostolo e fu martire; fede che qui potete attingere, dove l’autenticità evangelica la sigilla, e dove essa si perpetua nella sua nativa e limpida veracità e nella sua coerente e secolare fecondità nel magistero della Chiesa ed è simboleggiata dalla stabilità della pietra, che da Cristo all’Apostolo fu data in nome e alla Chiesa per fondamento.
Poco altro sappiamo di San Marco; da Roma egli si recò in Egitto e fu il fondatore riconosciuto della Chiesa di Alessandria; le sue reliquie, Venezia gloriosa e devota le custodisce; ma il suo Vangelo di qua soprattutto rifulge, dove Pietro e Paolo, suoi maestri, fecero di Marco l’Evangelista contrassegnato dal simbolo del leone. Un atto di fede in Cristo, e un atto d’amore a Lui sono attesi da voi, Figli carissimi, per dare a questa Udienza il suo pieno significato ed il suo merito; ed è ciò che vi invitiamo a fare col Credo, che alla fine dell’udienza, prima di congedarvi con la Nostra Benedizione Apostolica, insieme noi canteremo.

Saint Mark, detail of the four evangelist

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Publié dans:immagini sacre |on 24 avril, 2013 |Pas de commentaires »

25 APRILE: SAN MARCO EVANGELISTA

http://www.santiebeati.it/dettaglio/20850

SAN MARCO EVANGELISTA

25 APRILE

SEC. I

Ebreo di origine, nacque probabilmente fuori della Palestina, da famiglia benestante. San Pietro, che lo chiama «figlio mio», lo ebbe certamente con sè nei viaggi missionari in Oriente e a Roma, dove avrebbe scritto il Vangelo. Oltre alla familiarità con san Pietro, Marco può vantare una lunga comunità di vita con l’apostolo Paolo, che incontrò nel 44, quando Paolo e Barnaba portarono a Gerusalemme la colletta della comunità di Antiochia. Al ritorno, Barnaba portò con sè il giovane nipote Marco, che più tardi si troverà al fianco di san Paolo a Roma. Nel 66 san Paolo ci dà l’ultima informazione su Marco, scrivendo dalla prigione romana a Timoteo: «Porta con te Marco. Posso bene aver bisogno dei suoi servizi». L’evangelista probabilmente morì nel 68, di morte naturale, secondo una relazione, o secondo un’altra come martire, ad Alessandria d’Egitto. Gli Atti di Marco (IV secolo) riferiscono che il 24 aprile venne trascinato dai pagani per le vie di Alessandria legato con funi al collo. Gettato in carcere, il giorno dopo subì lo stesso atroce tormento e soccombette. Il suo corpo, dato alle fiamme, venne sottratto alla distruzione dai fedeli. Secondo una leggenda due mercanti veneziani avrebbero portato il corpo nell’828 nella città della Venezia. (Avvenire)

Patronato: Segretarie
Etimologia: Marco = nato in marzo, sacro a Marte, dal latino

Emblema: Leone
Martirologio Romano: Festa di san Marco, Evangelista, che a Gerusalemme dapprima accompagnò san Paolo nel suo apostolato, poi seguì i passi di san Pietro, che lo chiamò figlio; si tramanda che a Roma abbia raccolto nel Vangelo da lui scritto le catechesi dell’Apostolo e che abbia fondato la Chiesa di Alessandria.
La figura dell’evangelista Marco, è conosciuta soltanto da quanto riferiscono gli Atti degli Apostoli e alcune lettere di s. Pietro e s. Paolo; non fu certamente un discepolo del Signore e probabilmente non lo conobbe neppure, anche se qualche studioso lo identifica con il ragazzo, che secondo il Vangelo di Marco, seguì Gesù dopo l’arresto nell’orto del Getsemani, avvolto in un lenzuolo; i soldati cercarono di afferrarlo ed egli sfuggì nudo, lasciando il lenzuolo nelle loro mani.
Quel ragazzo era Marco, figlio della vedova benestante Maria, che metteva a disposizione del Maestro la sua casa in Gerusalemme e l’annesso orto degli ulivi.
Nella grande sala della loro casa, fu consumata l’Ultima Cena e lì si radunavano gli apostoli dopo la Passione e fino alla Pentecoste. Quello che è certo è che fu uno dei primi battezzati da Pietro, che frequentava assiduamente la sua casa e infatti Pietro lo chiamava in senso spirituale “mio figlio”.

Discepolo degli Apostoli e martirio
Nel 44 quando Paolo e Barnaba, parente del giovane, ritornarono a Gerusalemme da Antiochia, dove erano stati mandati dagli Apostoli, furono ospiti in quella casa; Marco il cui vero nome era Giovanni usato per i suoi connazionali ebrei, mentre il nome Marco lo era per presentarsi nel mondo greco-romano, ascoltava i racconti di Paolo e Barnaba sulla diffusione del Vangelo ad Antiochia e quando questi vollero ritornarci, li accompagnò.
Fu con loro nel primo viaggio apostolico fino a Cipro, ma quando questi decisero di raggiungere Antiochia, attraverso una regione inospitale e paludosa sulle montagnae del Tauro, Giovanni Marco rinunciò spaventato dalle difficoltà e se ne tornò a Gerusalemme.
Cinque anni dopo, nel 49, Paolo e Barnaba ritornarono a Gerusalemme per difendere i Gentili convertiti, ai quali i giudei cristiani volevano imporre la legge mosaica, per poter ricevere il battesimo.
Ancora ospitati dalla vedova Maria, rividero Marco, che desideroso di rifarsi della figuraccia, volle seguirli di nuovo ad Antiochia; quando i due prepararono un nuovo viaggio apostolico, Paolo non fidandosi, non lo volle con sé e scelse un altro discepolo, Sila e si recò in Asia Minore, mentre Barnaba si spostò a Cipro con Marco.
In seguito il giovane deve aver conquistato la fiducia degli apostoli, perché nel 60, nella sua prima lettera da Roma, Pietro salutando i cristiani dell’Asia Minore, invia anche i saluti di Marco; egli divenne anche fedele collaboratore di Paolo e non esitò di seguirlo a Roma, dove nel 61 risulta che Paolo era prigioniero in attesa di giudizio, l’apostolo parlò di lui, inviando i suoi saluti e quelli di “Marco, il nipote di Barnaba” ai Colossesi; e a Timoteo chiese nella sua seconda lettera da Roma, di raggiungerlo portando con sé Marco “perché mi sarà utile per il ministero”.
Forse Marco giunse in tempo per assistere al martirio di Paolo, ma certamente rimase nella capitale dei Cesari, al servizio di Pietro, anch’egli presente a Roma. Durante gli anni trascorsi accanto al Principe degli Apostoli, Marco trascrisse, secondo la tradizione, la narrazione evangelica di Pietro, senza elaborarla o adattarla a uno schema personale, cosicché il suo Vangelo ha la scioltezza, la vivacità e anche la rudezza di un racconto popolare.
Affermatosi solidamente la comunità cristiana di Roma, Pietro inviò in un primo momento il suo discepolo e segretario, ad evangelizzare l’Italia settentrionale; ad Aquileia Marco convertì Ermagora, diventato poi primo vescovo della città e dopo averlo lasciato, s’imbarcò e fu sorpreso da una tempesta, approdando sulle isole Rialtine (primo nucleo della futura Venezia), dove si addormentò e sognò un angelo che lo salutò: “Pax tibi Marce evangelista meus” e gli promise che in quelle isole avrebbe dormito in attesa dell’ultimo giorno.
Secondo un’antichissima tradizione, Pietro lo mandò poi ad evangelizzare Alessandria d’Egitto, qui Marco fondò la Chiesa locale diventandone il primo vescovo.
Nella zona di Alessandria subì il martirio, sotto l’imperatore Traiano (53-117); fu torturato, legato con funi e trascinato per le vie del villaggio di Bucoli, luogo pieno di rocce e asperità; lacerato dalle pietre, il suo corpo era tutta una ferita sanguinante.
Dopo una notte in carcere, dove venne confortato da un angelo, Marco fu trascinato di nuovo per le strade, finché morì un 25 aprile verso l’anno 72, secondo gli “Atti di Marco” all’età di 57 anni; ebrei e pagani volevano bruciarne il corpo, ma un violento uragano li fece disperdere, permettendo così ad alcuni cristiani, di recuperare il corpo e seppellirlo a Bucoli in una grotta; da lì nel V secolo fu traslato nella zona del Canopo.

Il Vangelo
Il Vangelo scritto da Marco, considerato dalla maggioranza degli studiosi come “lo stenografo” di Pietro, va posto cronologicamente tra quello di s. Matteo (scritto verso il 40) e quello di s. Luca (scritto verso il 62); esso fu scritto tra il 50 e il 60, nel periodo in cui Marco si trovava a Roma accanto a Pietro.
È stato così descritto: “Marco come fu collaboratore di Pietro nella predicazione del Vangelo, così ne fu pure l’interprete e il portavoce autorizzato nella stesura del medesimo e ci ha per mezzo di esso, trasmesso la catechesi del Principe degli Apostoli, tale quale egli la predicava ai primi cristiani, specialmente nella Chiesa di Roma”.
Il racconto evangelico di Marco, scritto con vivacità e scioltezza in ognuno dei sedici capitoli che lo compongono, seguono uno schema altrettanto semplice; la predicazione del Battista, il ministero di Gesù in Galilea, il cammino verso Gerusalemme e l’ingresso solenne nella città, la Passione, Morte e Resurrezione.
Tema del suo annunzio è la proclamazione di Gesù come Figlio di Dio, rivelato dal Padre, riconosciuto perfino dai demoni, rifiutato e contraddetto dalle folle, dai capi, dai discepoli. Momento culminante del suo Vangelo, è la professione del centurione romano pagano ai piedi di Gesù crocifisso: “Veramente quest’uomo era Figlio di Dio”, è la piena definizione della realtà di Gesù e la meta cui deve giungere anche il discepolo.

Le vicende delle sue reliquie – Patrono di Venezia
La chiesa costruita al Canopo di Alessandria, che custodiva le sue reliquie, fu incendiata nel 644 dagli arabi e ricostruita in seguito dai patriarchi di Alessandria, Agatone (662-680), e Giovanni di Samanhud (680-689).
E in questo luogo nell’828, approdarono i due mercanti veneziani Buono da Malamocco e Rustico da Torcello, che s’impadronirono delle reliquie dell’Evangelista minacciate dagli arabi, trasferendole a Venezia, dove giunsero il 31 gennaio 828, superando il controllo degli arabi, una tempesta e l’arenarsi su una secca.
Le reliquie furono accolte con grande onore dal doge Giustiniano Partecipazio, figlio e successore del primo doge delle Isole di Rialto, Agnello; e riposte provvisoriamente in una piccola cappella, luogo oggi identificato dove si trova il tesoro di San Marco.
Iniziò la costruzione di una basilica, che fu portata a termine nell’832 dal fratello Giovanni suo successore; Dante nel suo memorabile poema scrisse. “Cielo e mare vi posero mano”, ed effettivamente la Basilica di San Marco è un prodigio di marmi e d’oro al confine dell’arte.
Ma la splendida Basilica ebbe pure i suoi guai, essa andò distrutta una prima volta da un incendio nel 976, provocato dal popolo in rivolta contro il doge Candiano IV (959-976) che lì si era rifugiato insieme al figlio; in quell’occasione fu distrutto anche il vicino Palazzo Ducale.
Nel 976-978, il doge Pietro Orseolo I il Santo, ristrutturò a sue spese sia il Palazzo che la Basilica; l’attuale ‘Terza San Marco’ fu iniziata invece nel 1063, per volontà del doge Domenico I Contarini e completata nei mosaici e marmi dal doge suo successore, Domenico Selvo (1071-1084).
La Basilica fu consacrata nel 1094, quando era doge Vitale Falier; ma già nel 1071 s. Marco fu scelto come titolare della Basilica e Patrono principale della Serenissima, al posto di s. Teodoro, che fino all’XI secolo era il patrono e l’unico santo militare venerato dappertutto.
Le due colonne monolitiche poste tra il molo e la piazzetta, portano sulla sommità rispettivamente l’alato Leone di S. Marco e il santo guerriero Teodoro, che uccide un drago simile ad un coccodrillo.
La cerimonia della dedicazione e consacrazione della Basilica, avvenuta il 25 aprile 1094, fu preceduta da un triduo di penitenza, digiuno e preghiere, per ottenere il ritrovamento delle reliquie dell’Evangelista, delle quali non si conosceva più l’ubicazione.
Dopo la Messa celebrata dal vescovo, si spezzò il marmo di rivestimento di un pilastro della navata destra, a lato dell’ambone e comparve la cassetta contenente le reliquie, mentre un profumo dolcissimo si spargeva per la Basilica.
Venezia restò indissolubilmente legata al suo Santo patrono, il cui simbolo di evangelista, il leone alato che artiglia un libro con la già citata scritta: “Pax tibi Marce evangelista meus”, divenne lo stemma della Serenissima, che per secoli fu posto in ogni angolo della città ed elevato in ogni luogo dove portò il suo dominio.
San Marco è patrono dei notai, degli scrivani, dei vetrai, dei pittori su vetro, degli ottici; la sua festa è il 25 aprile, data che ha fatto fiorire una quantità di detti e proverbi.

Autore: Antonio Borrelli

Publié dans:Santi Evangelisti |on 24 avril, 2013 |Pas de commentaires »

PAPA FRANCESCO: « CRISTO VIENE A PORTARCI LA MISERICORDIA DI DIO CHE SALVA »

http://www.zenit.org/it/articles/cristo-viene-a-portarci-la-misericordia-di-dio-che-salva

« CRISTO VIENE A PORTARCI LA MISERICORDIA DI DIO CHE SALVA »

LA CATECHESI DI PAPA FRANCESCO DURANTE L’UDIENZA GENERALE DI OGGI

CITTA’ DEL VATICANO, 24 APRILE 2013 (ZENIT.ORG)

Riprendiamo di seguito la catechesi tenuta questa mattina da papa Francesco durante la consueta Udienza Generale del mercoledì, svoltasi in piazza San Pietro.

***
Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

nel Credo noi professiamo che Gesù «di nuovo verrà nella gloria per giudicare i vivi e i morti». La storia umana ha inizio con la creazione dell’uomo e della donna a immagine e somiglianza di Dio e si chiude con il giudizio finale di Cristo. Spesso si dimenticano questi due poli della storia, e soprattutto la fede nel ritorno di Cristo e nel giudizio finale a volte non è così chiara e salda nel cuore dei cristiani. Gesù, durante la vita pubblica, si è soffermato spesso sulla realtà della sua ultima venuta. Oggi vorrei riflettere su tre testi evangelici che ci aiutano ad entrare in questo mistero: quello delle dieci vergini, quello dei talenti e quello del giudizio finale. Tutti e tre fanno parte del discorso di Gesù sulla fine dei tempi, nel Vangelo di san Matteo.
Anzitutto ricordiamo che, con l’Ascensione, il Figlio di Dio ha portato presso il Padre la nostra umanità da Lui assunta e vuole attirare tutti a sé, chiamare tutto il mondo ad essere accolto tra le braccia aperte di Dio, affinché, alla fine della storia, l’intera realtà sia consegnata al Padre. C’è, però, questo « tempo immediato » tra la prima venuta di Cristo e l’ultima, che è proprio il tempo che stiamo vivendo. In questo contesto del « tempo immediato » si colloca la parabola delle dieci vergini (cfr Mt 25,1-13). Si tratta di dieci ragazze che aspettano l’arrivo dello Sposo, ma questi tarda ed esse si addormentano. All’annuncio improvviso che lo Sposo sta arrivando, tutte si preparano ad accoglierlo, ma mentre cinque di esse, sagge, hanno olio per alimentare le proprie lampade, le altre, stolte, restano con le lampade spente perché non ne hanno; e mentre lo cercano giunge lo Sposo e le vergini stolte trovano chiusa la porta che introduce alla festa nuziale. Bussano con insistenza, ma ormai è troppo tardi, lo Sposo risponde: non vi conosco. Lo Sposo è il Signore, e il tempo di attesa del suo arrivo è il tempo che Egli ci dona, a tutti noi, con misericordia e pazienza, prima della sua venuta finale; è un tempo di vigilanza; tempo in cui dobbiamo tenere accese le lampade della fede, della speranza e della carità, in cui tenere aperto il cuore al bene, alla bellezza e alla verità; tempo da vivere secondo Dio, poiché non conosciamo né il giorno, né l’ora del ritorno di Cristo. Quello che ci è chiesto è di essere preparati all’incontro – preparati ad un incontro, ad un bell’incontro, l’incontro con Gesù -, che significa saper vedere i segni della sua presenza, tenere viva la nostra fede, con la preghiera, con i Sacramenti, essere vigilanti per non addormentarci, per non dimenticarci di Dio. La vita dei cristiani addormentati è una vita triste, non è una vita felice. Il cristiano dev’essere felice, la gioia di Gesù. Non addormentarci!
La seconda parabola, quella dei talenti, ci fa riflettere sul rapporto tra come impieghiamo i doni ricevuti da Dio e il suo ritorno, in cui ci chiederà come li abbiamo utilizzati (cfr Mt 25,14-30). Conosciamo bene la parabola: prima della partenza, il padrone consegna ad ogni servo alcuni talenti, affinché siano utilizzati bene durante la sua assenza. Al primo ne consegna cinque, al secondo due e al terzo uno. Nel periodo di assenza, i primi due servi moltiplicano i loro talenti – queste sono antiche monete -, mentre il terzo preferisce sotterrare il proprio e consegnarlo intatto al padrone. Al suo ritorno, il padrone giudica il loro operato: loda i primi due, mentre il terzo viene cacciato fuori nelle tenebre, perché ha tenuto nascosto per paura il talento, chiudendosi in se stesso. Un cristiano che si chiude in se stesso, che nasconde tutto quello che il Signore gli ha dato è un cristiano… non è cristiano! E’ un cristiano che non ringrazia Dio per tutto quello che gli ha donato! Questo ci dice che l’attesa del ritorno del Signore è il tempo dell’azione – noi siamo nel tempo dell’azione -, il tempo in cui mettere a frutto i doni di Dio non per noi stessi, ma per Lui, per la Chiesa, per gli altri, il tempo in cui cercare sempre di far crescere il bene nel mondo. E in particolare in questo tempo di crisi, oggi, è importante non chiudersi in se stessi, sotterrando il proprio talento, le proprie ricchezze spirituali, intellettuali, materiali, tutto quello che il Signore ci ha dato, ma aprirsi, essere solidali, essere attenti all’altro. Nella piazza, ho visto che oggi ci sono molti giovani: è vero, questo? Ci sono molti giovani? Dove sono? A voi, che siete all’inizio del cammino della vita, chiedo: Avete pensato ai talenti che Dio vi ha dato? Avete pensato a come potete metterli a servizio degli altri? Non sotterrate i talenti! Scommettete su ideali grandi, quegli ideali che allargano il cuore, quegli ideali di servizio che renderanno fecondi i vostri talenti. La vita non ci è data perché la conserviamo gelosamente per noi stessi, ma ci è data perché la doniamo. Cari giovani, abbiate un animo grande! Non abbiate paura di sognare cose grandi!
Infine, una parola sul brano del giudizio finale, in cui viene descritta la seconda venuta del Signore, quando Egli giudicherà tutti gli esseri umani, vivi e morti (cfr Mt 25,31-46). L’immagine utilizzata dall’evangelista è quella del pastore che separa le pecore dalle capre. Alla destra sono posti coloro che hanno agito secondo la volontà di Dio, soccorrendo il prossimo affamato, assetato, straniero, nudo, malato, carcerato – ho detto « straniero »: penso a tanti stranieri che sono qui nella diocesi di Roma: cosa facciamo per loro? – mentre alla sinistra vanno coloro che non hanno soccorso il prossimo. Questo ci dice che noi saremo giudicati da Dio sulla carità, su come lo avremo amato nei nostri fratelli, specialmente i più deboli e bisognosi. Certo, dobbiamo sempre tenere ben presente che noi siamo giustificati, siamo salvati per grazia, per un atto di amore gratuito di Dio che sempre ci precede; da soli non possiamo fare nulla. La fede è anzitutto un dono che noi abbiamo ricevuto. Ma per portare frutti, la grazia di Dio richiede sempre la nostra apertura a Lui, la nostra risposta libera e concreta. Cristo viene a portarci la misericordia di Dio che salva. A noi è chiesto di affidarci a Lui, di corrispondere al dono del suo amore con una vita buona, fatta di azioni animate dalla fede e dall’amore.
Cari fratelli e sorelle, guardare al giudizio finale non ci faccia mai paura; ci spinga piuttosto a vivere meglio il presente. Dio ci offre con misericordia e pazienza questo tempo affinché impariamo ogni giorno a riconoscerlo nei poveri e nei piccoli, ci adoperiamo per il bene e siamo vigilanti nella preghiera e nell’amore. Il Signore, al termine della nostra esistenza e della storia, possa riconoscerci come servi buoni e fedeli. Grazie.

[Dopo la catechesi, il Papa si è rivolto ai fedeli provenienti dai vari paesi salutandoli nelle diverse lingue. Ai pellegrini italiani ha detto:]
Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare saluto i fedeli dei diversi pellegrinaggi diocesani, accompagnati dai rispettivi Vescovi, convenuti alla Sede di Pietro in occasione dell’Anno della fede. Saluto inoltre i sacerdoti, le religiose – specialmente le Figlie di Nostra Signora al Monte Calvario a 10 anni dalla canonizzazione della Fondatrice Virginia Centurione Bracelli -, i seminaristi, i gruppi parrocchiali, i fedeli dell’undicesimo Decanato di Napoli e i numerosi anziani dell’Associazione Nazionale Pensionati. La visita alle tombe degli Apostoli rafforzi in tutti la fede nel Cristo Risorto!
Un pensiero speciale rivolgo all’Arcivescovo di Sassari e agli operai della Società « E.ON », si vede che oggi l’aereo è arrivato in orario; grazie tante! -, ed auspico che la grave congiuntura occupazionale possa trovare una rapida ed equa soluzione, nel rispetto dei diritti di tutti, specialmente delle famiglie. La situazione in Sardegna e nell’intero Paese è particolarmente difficile. È importante che ci sia un incisivo impegno per aprire vie di speranza.
Infine, un pensiero affettuoso ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. Cristo Buon Pastore dìa sicurezza a ciascuno di voi, cari giovani, soprattutto agli studenti così numerosi, perché seguendo la sua voce non sbaglierete; sostenga voi, cari ammalati, nel portare la vostra croce quotidiana; e aiuti voi, cari sposi novelli, a costruire la vostra famiglia sull’amore di Dio. Grazie!

Pentecost

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Publié dans:immagini sacre |on 23 avril, 2013 |Pas de commentaires »

UN DIO IN ASCOLTO DELL’UOMO

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UN DIO IN ASCOLTO DELL’UOMO

SINTESI DELLA RELAZIONE DI ARMIDO RIZZI
VERBANIA PALLANZA, 19 GENNAIO 2002

Nella prima parte viene proposto un itinerario fenomenologico sul senso dell’udito, di cui l’ascolto è una modalità, con una ripresa simbolica.
La seconda parte sarà interamente dedicata al tema biblico dell’ascolto nel duplice movimento dell’uomo che grida e di Dio che ascolta e poi di Dio che parla e dell’uomo che ascolta.
1. la fenomenologia del suono.
Faremo un’analisi dell’esperienza così come si dà, esplicitando l’intelligenza che è già dentro i sensi e che differenzia i nostri atti sensitivi da quelli animali. L’approccio fenomenologico non comporta visioni del mondo, giudizi di valore ultimativi (tipo: il corpo è il carcere dell’anima o il mondo è definitivamente la nostra abitazione), e non è neppure una lettura scientifica della realtà. Sono riflessioni che non servono a nulla, o, se si crede, servono solo a ringraziare Dio.
Anzitutto gli atti sensitivi hanno due finalità fondamentali: una finalità funzionale: la percezione di un rumore è un segnale che ci fa capire che sta succedendo qualcosa (lo squillo del telefono, il ticchettio che ci segnala che sta piovendo…) e una finalità fruitiva, una finalità fine a se stessa.
Ci sono poi esperienze sensitive che sono segnali che non mi rimandano ad un’altra cosa, ma evocano qualcosa spesso in chiave autobiografica, a volte in senso più generale (un particolare profumo che richiama un’esperienza, una certa persona…). Le due finalità, funzionali e fruitive, si accavallano.
il senso del suono
Il senso del suono ha caratteristiche che lo differenziano dagli altri sensi.
Il suono è essenzialmente legato alla temporalità, a differenza degli altri sensi che esprimono qualità che ineriscono all’oggetto e che quindi producono in noi il senso della durata. Il suono porta dentro di sé la temporalità, il senso dell’accadere. E anche quando il suono ha una sua durata (una melodia) è come se avesse il tempo dentro di sé (la melodia finisce).
Inoltre il suono, rispetto alle altre sensazioni, è più facilmente producibile e riproducibile. E’ molto più difficile riprodurre un profumo o un sapore sentito che un suono. Ecco perché il suono è il segnale privilegiato (tam-tam, campane, squillo del telefono…)
Ci sono poi suoni che hanno un valore altamente fruitivo. La musica è il linguaggio più autosignificante: il segno è lo stesso significato. Non ha senso chiedersi cosa significa quella certa musica…
La musica ha un alto potere evocativo sia di situazioni passate, che della poeticità del mondo.
Il suono inoltre può arrivare da ogni parte e per questo ci sorprende.
Infine il suono per eccellenza è la parola, originariamente orale. Dalla cavità orale si ricavano suoni e segni che riproducono tutto il mondo. Con variazioni minime di lettere (patto, gatto, ratto, fatto, tatto, batto, matto…) o anche con la semplice diversa intonazione della voce posso riprodurre un’infinità di cose.
2. la dimensione simbolica dell’ascolto
Nell’ascolto prevale l’uso simbolico, traslato.
Mentre lo sguardo tende a ridurre l’altro ad oggetto (sentirsi guardati), l’ascolto più facilmente percepisce l’altro come soggetto.
Mentre l’occhio più facilmente scorge l’esteriorità, l’orecchio, o il suono sedimentato per iscritto, coglie l’interiorità. La vista ha a che fare con quanto appare, mentre l’ascolto con ciò che appartiene all’io. Quando vien meno l’ascolto tende a prevalere la superficialità, l’esteriorità, la reificazione nei rapporti.
Non è un caso che tutte le religioni siano più facilmente acclimatabili con il simbolismo dell’ascolto. Mentre l’occhio della filosofia tende a definire, a mettere dei confini, e quello della scienza a cogliere il funzionamento, l’ascolto delle sapienze e delle religioni si apre a qualcosa di ulteriore, al senso profondo del mondo.
3. l’orecchio e la parola di Dio
Due sono i movimenti: il grido dell’uomo che sale all’orecchio di Dio e la parola di Dio che scende attraverso l’orecchio al cuore dell’uomo.
il grido dell’uomo che sale a Dio
La voce del sangue di Abele (Gen 4) grida a Dio dal suolo. E’ la voce della vittima che grida al vendicatore (goel). Ma Dio è uno strano vendicatore: pone un segno di protezione su Caino. Il Dio che è dalla parte di Abele protegge Caino dalla vendetta.
Dalle labbra del fanciullo Ismaele nel deserto (Gen 21,8-21) sale un pianto e un grido che viene ascoltato da Dio.
Gli ebrei in Egitto diventano stranieri, senza identità, un non popolo, e diventano schiavi, costretti a fare lavori in cui non possono riconoscersi. Allora « alzarono grida di lamento e il loro grido dalla schiavitù salì a Dio. Allora Dio ascoltò il loro lamento, si ricordò della sua alleanza… se ne prese pensiero » (Es 2,23-25).
Gli ebrei in Egitto non hanno gridato a Dio, perché avevano perso il ricordo del Dio di Abramo e non potevano riconoscersi negli dei degli egiziani, che erano dei egiziani. Gli ebrei possono solo gemere, piangere, gridare. E’ il grido dell’esistenza ferita. E’ Dio che si ricorda dell’alleanza.
Dio non ascolta gli ebrei perché lo hanno invocato, ma il grido degli ebrei diventa preghiera e invocazione perché Dio lo ha ascoltato, accolto. Dio trasvaluta il grido in preghiera.
la fondazione biblica dei diritti umani come diritti del povero
Il grido è l’espressione del bisogno, del bisogno per sopravvivere e del bisogno per vivere, del bisogno di cibo e di salute e del bisogno di affetto. Con un’unica espressione si può parlare di bisogno di casa, nella duplice accezione di house (l’edificio in cui ripararsi e trovar da mangiare) e di home (lo spazio esistenziale e affettivo).
Il bisogno è una specie di muta o anche pronunciata invocazione a qualcuno perché ascolti.
Ora dire che Dio tende l’orecchio al grido del povero, dell’orfano, della vedova, dello straniero, vuol dire che quel bisogno di sopravvivere e di vivere viene trasformato in diritto, nel diritto ad essere ascoltato e accolto, nel diritto di trovare qualcuno che si prenda cura di quel bisogno.
« Tu devi essere colui che accoglie il bisogno dell’altro, il grido formulato o muto dell’altro, perché quel grido, in quanto accolto da me, è diventato il suo diritto ». I diritti umani nella bibbia sono sempre i diritti del povero.
Ora ognuno in quanto è un essere di bisogno è soggetto di diritti sotto lo sguardo di Dio, e ognuno, in quanto è soggetto attivo e dotato, è sotto il segno della responsabilità. Rispondo a Dio rendendogli conto di ciò che faccio all’altro, in negativo delle disattenzioni e delle ferite che infliggo, in positivo del mio rispettare, promuovere, prendermi cura.
la parola di Dio e l’ascolto dell’uomo
Deuteronomio 6, 4 ss.:
« Ascolta Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutte le forze. Questi precetti che oggi ti dò ti stiano fissi nel cuore. Li ripeterai ai tuoi figli, ne parlerai quando sarai seduto in casa tua, quando camminerai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai. Te li legherai alla mano come un segno, ti saranno come un pendaglio tra gli occhi e li scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte. »
E’ il testo della fondazione di Israele. Prima esiste un gruppo che Dio educa con fatica a vivere dentro a situazioni invivibili, a vivere nel deserto, aggrappato solo alla parola Dio: « non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio ». La parola che esce dalla bocca di Dio non è una specie di pane spirituale da mangiare con la meditazione, ma è quella promessa credendo alla quale si avrà ogni giorno da Dio il pane. Il pane parola di Dio è il pane che promette l’altro pane, che promette di rendere vivibile il deserto giorno dopo giorno, in modo che il futuro Israele, l’educando a essere Israele, dovrà giorno dopo giorno rinnovare la propria fiducia in questa strana parola.
C’è la dimensione di assolutezza: « Ascolta Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore… » ed insieme la dimensione di concretezza dei comandamenti, traduzioni operative dell’amore. L’obbedienza radicale possiamo darla solo a Dio, la cui parola accende il cuore dell’uomo.
La felicità può scaturire solo dall’agire responsabile e l’agire responsabile non può non fiorire in felicità.
La forma originaria della parola di Dio è la voce, messa per iscritto poi nella tavole di pietra (Deut 4,10-14) e che parla al cuore dell’uomo. E’ una parola che risuona nell’oggi e il cui contenuto è la relazione con l’altro: « Così come io ho amato te quando eri nessuno in Egitto, adesso tu ama lo straniero, l’orfano, la vedova ».
L’oggi della parola di Dio percuote il di dentro, il cuore, e invia fuori, verso l’insieme delle relazioni sociali. Le due tavole della legge sono solo il momento istituzionale delle relazioni, sono solo l’obiettivazione di quello che deve essere il cuore giusto. Solo dal cuore, percosso dalla parola di Dio, possono scaturire veramente la giustizia e il suo frutto lo shalom, cioè la pace come pienezza armonica delle relazioni.
Questa voce, sempre attuale, si fissa in forma di libro. Allora ascoltare questa parola è fare memoria, perché la voce torni a risuonare.
Leggere la bibbia è ritrovare un senso già dato in passato perché risuoni oggi, liberandolo dai rivestimenti storici-culturali (lettura storico-critica). Questa voce, così fatta risuonare, si rivolge a me, al mio cuore, per risvegliare la mia responsabilità verso gli altri, la pratica della giustizia.

Publié dans:biblica |on 23 avril, 2013 |Pas de commentaires »

L’AMORE DI DIO È IN MEZZO A NOI – CAPITOLO PRIMO

http://www.murialdomilano.it/LPcap01.htm

L’AMORE DI DIO È IN MEZZO A NOI – CAPITOLO PRIMO  

La prima tappa
del percorso pastorale
(2006-2007)

FAMIGLIA ASCOLTA
LA PAROLA DI DIO

Capitolo Primo

La parola di Dio dimora in voi
Le comunità e le famiglie in ascolto

18.    La prima tappa del Percorso pastorale, come emerge dal titolo Famiglia ascolta la parola di Dio, punta sull’ascolto. Si tratta di ascoltare, anzitutto, la parola di Dio perché è questa a svelare in tutta la sua bellezza il disegno divino sulla realtà dell’amore, del matrimonio e della famiglia, in corrispondenza con i desideri più vivi e le esigenze più profonde che abitano il cuore dell’uomo e della donna.
In tal senso la parola di Dio ha la sua eco nelle parole delle famiglie, ossia nell’esperienza vissuta degli sposi, dei genitori e dei figli, delle famiglie: un’eco che prolunga la parola di Dio e insieme racchiude un’attesa più o meno cosciente, anzi una ricerca della parola colta alla sua stessa origine, dentro il mistero di Dio amore (cfr 1Giovanni 4,16).
Di fronte a questa “Parola” e a queste “parole” vogliamo metterci in ascolto.
 Ascoltare non è una strategia, ma una condizione umana e teologica fondamentale. Parlare e ascoltare non sono nell’uomo solo una capacità fra le altre: sono la facoltà che fa dell’uomo un uomo. Da solo l’uomo non esiste. Esiste solo nella relazione. E nel suo corpo c’è un organo che è sempre in esercizio, che funziona sempre: è l’orecchio. Gli antichi saggi di Israele facevano notare che l’uomo ha due orecchie e una bocca: il tempo dedicato all’ascolto dovrà essere almeno doppio di quello dedicato a parlare.
Il Dio della Bibbia è un Dio che parla (cfr Deuteronomio 4,32ss). Ma un Dio che parla richiede ascolto. In questo sta la differenza tra la preghiera pagana e quella biblica: non un parlare a Dio, ma un ascoltare Dio. «Ascolta Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore Dio tuo…» (Deuteronomio 6,4-5). Il punto di partenza è l’ascolto, il punto di arrivo è la carità. La regola di san Benedetto, prima regola monastica d’occidente, inizia così: «Ascolta, figlio gli insegnamenti del tuo maestro, apri docile il tuo cuore» (Prologo, 1).
 Se vogliamo allora metterci in ascolto, ci troviamo immediatamente provocati da tante domande: che cosa dice la parola di Dio e come ci raggiunge? Quali risposte possono venire dalle parole delle famiglie a riguardo dei loro problemi e delle loro attese? Quali significati ha la parola di Dio per la nostra vita? Che cosa comporta questo ascolto? Quali disposizioni esige e quali sono i suoi frutti?
Queste e altre domande possono trovare il giusto ascolto e le risposte più persuasive in un ambito ben preciso: quello di comunità e di famiglie capaci di accoglienza.

1. Chiesa e famiglie, comunità accoglienti
    e in ascolto sulla misura del cuore di Cristo
 19.    Ogni parrocchia e realtà di Chiesa e, in esse, le famiglie sono chiamate ad essere comunità di accoglienza, così che chiunque vi si avvicina si senta desiderato, amato, ben accolto e aiutato a stabilire relazioni significative con le persone. Tutti devono contribuire a creare un clima di rapporti cordiali e rispettosi. E il primo passo, la prima espressione dell’accoglienza è l’ascolto.
Come traspare da ogni pagina del vangelo, erano questi l’atteggiamento e lo stile di Gesù. Egli sta in mezzo alla gente, la incontra quotidianamente, la ascolta nelle sue richieste, la previene nelle sue esigenze. E tutto questo ha valore anche in rapporto alla famiglia nei suoi diversi componenti: genitori, figli, fratelli e sorelle, bambini e adulti, sani e malati, ecc. Mentre incontra le persone Gesù ascolta le loro domande, suscita il pentimento e diffonde il perdono, mostra i miracoli della fede e invita a servire con umiltà, guarisce dalle malattie e insegna la riconoscenza (cfr Luca 17,1-19).
È lo stesso atteggiamento e stile che la comunità cristiana e le famiglie sono chiamate a imitare e a rivivere: ogni giorno, nei riguardi di tutti.
 Gesù cammina per le strade di villaggi e città, ascolta, parla, saluta, si ferma.  Nella città di Nain, incontrando l’esperienza del lutto e del dolore, incoraggia una donna vedova che piange per la morte di suo figlio. Porta alla vita questo ragazzo e infonde la pace nel cuore di sua madre (cfr Luca 7,11-17). Anche Giairo, capo della sinagoga, ha bisogno di Gesù e lo prega di recarsi a casa sua: Gesù lo ascolta, lo segue, lo libera dalla paura, lo invita alla fede. Di fronte a due genitori che piangono, prende per mano la loro figlia e la risveglia alla vita (cfr Luca 8,50-56).
          Gesù è attento alle vicende familiari e le persone sanno che possono contare su di lui. Marta e Maria, quando il fratello Lazzaro si ammala, mandano ad avvertire Gesù che il suo amico è malato. Gesù, mai indifferente ai vissuti dolorosi di una vita familiare, ascolta e interviene. Vuole, infatti, molto bene a queste persone e per coloro che ama cambia i suoi programmi. Gesù è così capace di costruire rapporti personali autentici e profondi che va a incontrare i suoi amici nelle loro case ed è atteso: Marta gli va incontro con premura e lo accoglie con gioiosa ospitalità, Maria si siede ai suoi piedi desiderosa di ascoltare la sua parola, Lazzaro offre la sua amicizia. Ora, morto da quattro giorni, Lazzaro riceve da Gesù la pienezza della vita (cfr Giovanni 11,1-44).
          Il Signore si reca dappertutto, ma spesso sceglie la casa come luogo per annunciare il Vangelo e donare la salvezza. Nella casa di Simone, il fariseo, Gesù guarda anzitutto al sovrappiù dell’amore (cfr Luca 7,36-50); di fronte a una donna che ha peccato coglie immediatamente la tenerezza e il pentimento e non esita a dischiudere per lei il torrente della misericordia divina: « Egli disse alla donna: “La tua fede ti ha salvata; và in pace!”» (Luca 7,50).
          Gesù scruta nei cuori e prevede da lontano i desideri della gente. Crea le occasioni per stabilire incontri e colloqui: ascolta e si fa ascoltare, pone domande impegnative e difficili e offre molto di più di quanto ci si potrebbe aspettare. Gesù disse a Zaccheo: «Oggi la salvezza è entrata in questa casa» (Luca 19,9). Gesù entra con grande libertà in rapporto con la gente e non si preoccupa di un eventuale giudizio, vuole soltanto il bene delle persone e le conduce a incredibili conversioni, come è stato per Zaccheo. Ma tutto questo vale anche oggi quando una comunità e una famiglia sono capaci di trasformare le occasioni quotidiane di incontro e di ascolto in autentici miracoli della grazia. Gesù mostra in questo modo che è possibile andare incontro a tutti e che la relazione umana può essere carica di salvezza per ogni persona e per ogni famiglia. Coloro che credono nel Figlio dell’uomo possono veramente andare a cercare e salvare ciò che è perduto (cfr Luca 19,1-10).
          Gesù sta a tavola con tutti, anche con i pubblicani e i peccatori. A lui presentano tante questioni dibattute, riguardanti anche taluni problemi familiari, come la questione del divorzio (cfr Matteo 19,3-12) o quella dell’’eredità (cfr Luca 12,13). Egli, sfidando senza paura i pregiudizi sociali e le correnti religiose o culturali del proprio tempo, è particolarmente attento ai bambini, alle donne, ai poveri, agli emarginati, ai lebbrosi, agli indemoniati.
          Gesù è l’accoglienza fatta carne. Lo afferma lui stesso quando dice: «Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato» (Matteo 10,40). Con queste parole egli ci introduce a cogliere la meravigliosa ricchezza dell’accoglienza; soprattutto ci fa in qualche modo penetrare nel segreto e nel mistero divino dell’accoglienza. Il Figlio vive con il Padre dall’eternità il dono della reciproca accoglienza. Per questo Gesù, parola di Dio fatta carne, diviene in mezzo all’umanità il segno luminoso dell’accoglienza che il Padre riserva a tutti e a ciascuno di noi.
          E poiché l’accoglienza si esprime nell’ascolto della parola, il Figlio è colui che in una intensità unica e del tutto singolare sta in ascolto della parola del Padre ed è obbediente alla sua volontà, come ci testimonia il vangelo quando ci riferisce del silenzio e della preghiera di Gesù lungo la notte sul monte, quando lo presenta nell’atteggiamento di chi invoca il Padre prima di compiere i miracoli della guarigione del corpo e dell’anima.  E Gesù si sente perfettamente accolto e ascoltato dal Padre: per questo lo ringrazia, come avviene prima della risurrezione dell’amico Lazzaro: «Padre, ti ringrazio perché mi hai ascoltato. Io sapevo che sempre mi dai ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato» (Giovanni 11.41-42).
          In questa reciproca accoglienza il Figlio e il Padre si pone l’ascolto obbediente delle parole che sono rivolte a Gesù perché questi le faccia risuonare nel cuore degli uomini. In questo senso Gesù, prima, anzi per ascoltare meglio le parole degli uomini – il loro vissuto con tutto il peso delle sofferenze e tragedie della vita –, ascolta le parole del Padre, come lui stesso ama sottolineare nella sua missione di salvezza: «Io dico al mondo le cose che ho udito da lui (dal Padre)» (Giovanni 8,26); e ancora: «Ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre, l’ho fatto conoscere a voi» (Giovanni 15,15).
          E così questo mistero di Gesù diventa la sorgente stessa della sua missione di salvezza: egli ascolta le parole della gente, perché ascolta le parole del Padre, e queste ultime, che vengono dall’amore di Dio, sono le parole di vita eterna che egli dona al mondo bisognoso di salvezza.
 20.    Se da quanto precede emerge chiara l’esigenza dell’ascolto come espressione dell’accoglienza, ora l’atteggiamento di Gesù ci fa cogliere la densità straordinaria di cui è segnato il contenuto dell’ascolto: è l’ascolto di parole umane, talvolta solo sussurrate oppure gridate, parole di timida invocazione e di disperazione senza limiti, comunque parole che rimandano ai problemi, alle fatiche, alle sofferenze, alle tragedie delle persone e delle famiglie. E insieme rimandano all’esigenza di una parola diversa, più alta, più capace di dare ragioni di speranza. Così l’ascolto si fa vera e propria partecipazione profonda delle sofferenze e delle speranze umane, come testimonia la “compassione” del cuore di Gesù più volte ricordata dal vangelo (cfr Matteo 9,36; 14.14; 15,32; Marco 1,14; Luca 7,13; 10,33).
L’ascolto – pur così importante per ridare fiducia alla vita – non è fine a se stesso, ma costituisce un primo dono che si apre a qualcosa di più grande e di più necessario per l’uomo. Gesù dopo aver accolto nel proprio cuore le “parole” degli uomini prosegue il suo incontro personale scendendo nell’intimo segreto dei cuori umani. E così annuncia la “parola di Dio”, la “buona notizia”, il disegno dell’amore di Dio che libera e salva, che consola e dà forza. Ricordiamo qui – per semplice accenno – il suo appello alla fede in Dio e al suo amore, cui abbandonarsi pienamente, prima di compiere il miracolo della guarigione e della salvezza. Infatti, dopo aver accolto le parole di Marta e il suo grande dolore per la morte del fratello, Gesù pronuncia la parola assolutamente nuova che proclama la risurrezione e la vita eterna: «Gesù le disse: “Tuo fratello risusciterà”. Gli rispose Marta: “So che risusciterà nell’ultimo giorno”. Gesù le disse: “Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno. Credi tu questo? ”. Gli rispose: “Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che deve venire nel mondo”» (Giovanni 11,24-27).
 Accoglienza, dunque, è anzitutto ascolto delle parole e della Parola. Proprio su questo duplice oggetto dell’ascolto vogliamo ora sostare.

2. Alla luce del Vangelo
    e dell’esperienza umana
 21.    Un’espressione particolarmente felice e ricca della Costituzione conciliare Gaudium et spes indica il metodo secondo cui affrontare e risolvere i numerosi, gravi e spesso inediti problemi che travagliano la Chiesa e il mondo di oggi: si tratta di valutare ogni cosa sub luce Evangelii et humanae experientiae.
«Dopo aver esposto – così leggiamo nel testo conciliare – di quale dignità è insignita la persona dell’uomo e quale compito, individuale e sociale, egli è chiamato ad adempiere sulla terra, il Concilio, alla luce del Vangelo e dell’esperienza umana, attira ora l’attenzione di tutti su alcuni problemi contemporanei particolarmente urgenti che toccano in modo specialissimo il genere umano» (n. 46). E tra questi problemi, il primo affrontato dal Vaticano II riguarda proprio la realtà della famiglia.
Ora il Vangelo, di cui ci parla la costituzione Gaudium et spes, sono sì i quattro vangeli, ma in senso più ampio è il lieto annuncio della parola di Dio che troviamo nelle Sacre Scritture, come ad esempio si esprime il salmista: «Lampada per i miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino» (Salmo 118,105). Ma in un senso più radicale, vivo e personale, il Vangelo è la parola di Dio fatta carne in Gesù. E, dunque, la vera lampada per il cammino della vita è Gesù stesso, che a tutti proclama: «Io sono la luce del mondo; chi segue me, non cammina nelle tenebre, ma avrà la luce della vita» (Giovanni 8,12). Lui, la Parola eterna di Dio, come ha preso dimora nel grembo di Maria (cfr Giovanni 1,14), così chiede di poter abitare nel cuore di ogni uomo, secondo quanto scrive l’evangelista Giovanni ai giovani: «La parola di Dio dimora in voi» (1 Giovanni 2,14).
Quanto poi all’esperienza umana, di cui parla il Concilio, essa è riconducibile alle parole degli uomini, al loro vissuto concreto, con tutto ciò che racchiude e sprigiona.
Non ci deve sfuggire il fatto che il Concilio sollecita una lettura e una valutazione dei problemi alla luce del Vangelo e dell’esperienza umana come di due realtà profondamente collegate tra loro. È in questione un legame di singolare reciprocità, perché, da un lato, le parole umane contengono una promessa cui dà pieno esaudimento la parola di Dio e perché, dall’altro lato, il dono di Dio si comunica e si trasmette attraverso i linguaggi umani. In realtà, la parola di Dio assume, purifica, esalta la ragione umana e trascende l’esperienza. È quanto dice questo splendido testo del Concilio: «In realtà solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo. Adamo, infatti, il primo uomo, era figura di quello futuro e cioè di Cristo Signore. Cristo, che è il nuovo Adamo, proprio rivelando il mistero del Padre e del suo amore svela anche pienamente l’uomo all’uomo e gli fa nota la sua altissima vocazione» (Gaudium et spes, 22).
Esiste, dunque, una feconda circolarità tra il Vangelo di Gesù e l’esperienza umana che esige che ascolto della parola di Dio e ascolto delle parole delle famiglie siano come due cammini da percorrere in modo convergente e completo, dall’uno all’altro sino in fondo. Ci chiediamo pertanto quale cammino sia preferibile: partire dal Vangelo per leggere il vissuto delle famiglie o da questo vissuto per rileggere il Vangelo?

Dalle parole alla Parola
 22.    Iniziamo dall’ascolto delle parole delle famiglie: è il passo più immediato, più semplice, più comprensibile e condivisibile da tutti, praticanti o non, credenti o non. Dobbiamo avere fiducia perché queste parole rimandano, non raramente, al vissuto propriamente cristiano delle famiglie, a un vissuto di fede, di sequela, di comunione d’amore con Cristo.
Ma analoga fiducia dobbiamo avere quando ci troviamo di fronte al vissuto umano delle famiglie. In realtà le loro parole hanno dentro di sé la luce della ragione umana, che è dono grande di Dio; rimandano alla coscienza morale, che «è il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli si trova solo con Dio, la cui voce risuona nell’intimità propria» (Gaudium et spes, 16). In esse ci sono il desiderio – più o meno intenso – di cercare il vero e il bene, come pure l’impegno di essere coerenti anche nelle situazioni difficili per dare concretezza alla propria maturità morale e spirituale. Vivere così significa essere in cammino e venir introdotti in una luce superiore, secondo la parola stessa di Gesù: «Chi opera la verità viene alla luce» (Giovanni 3,21).
Infine, non dimentichiamo che anche queste parole umane sono raggiunte dalla parola di Dio, che è Creatore e Padre di tutti, di Dio che penetra in tutti i cuori, anche a insaputa della persona, persino là dove apparisse qualche forma di rifiuto di Dio stesso.

Dalla Parola alle parole
 23.    La Parola è Dio stesso che parla. Parla in Gesù, il Verbo fatto carne. E così il Figlio eterno di Dio, facendosi pienamente uomo, condivide le nostre esperienze. Egli infatti «ha lavorato con mani d’uomo, ha pensato con mente d’uomo, ha agito con volontà d’uomo, ha amato con cuore d’uomo. Nascendo da Maria vergine, egli si è fatto veramente uno di noi, in tutto simile a noi fuorché nel peccato» (Gaudium et spes, 22).
Ha fatto anche l’esperienza umana della famiglia, raggiunto dall’amore materno di Maria e dall’amore di Giuseppe, suo padre secondo la legge. Ha vissuto a Nazaret le vicende familiari, come la “sottomissione” in casa, il lavoro, la lettura e l’ascolto delle sacre Scritture, la pratica religiosa familiare, e ha conosciuto la povertà e l’emarginazione nella sua nascita a Betlemme. Sin da piccolo è stato ricercato a morte e ha sofferto l’esilio. Ha coltivato l’amicizia sincera e tenera con alcune famiglie.
Questa parola di Dio è un singolarissimo dono, che sprigiona per noi luce e forza: luce che ci fa vedere e valutare la realtà e il vissuto, e forza per accogliere e vivere ogni parola che viene dal Signore e ogni sapienza umana autentica. E così la Parola ci si presenta come Vangelo, grazia e promessa, dinamismo e beatitudine. E ci infonde fiducia, speranza, coraggio, gioia.
Straordinaria e consolante l’annotazione dell’evangelista: solo Gesù «sa quello che c’è in ogni uomo» (Giovanni 2,25).

 3. L’ascolto come discernimento
 24.    Che significa ascoltare? Può sembrare domanda inutile, tanto dovrebbe essere ovvio il significato dell’ascolto. Del resto le pagine precedenti l’hanno in qualche modo già indicato. Ma è proprio l’importanza centrale dell’ascolto come tratto qualificante la prima tappa del Percorso pastorale che ci spinge a leggere più in profondità la realtà e il dinamismo di questo atteggiamento del cuore e della mente.
Ci pare che il termine biblico e teologico che coglie gli aspetti più originali e pregnanti dell’ascolto sia quello del discernimento: l’ascolto, cioè, raggiunge la sua verità piena quando si configura come esercizio di discernimento.
Ancora una volta ci è di aiuto il Concilio, quando seguendo l’intuizione di papa Giovanni XXIII parla dei “segni dei tempi”: «È dovere permanente della Chiesa di scrutare i segni dei tempi e di interpretarli alla luce del Vangelo, così che, in un modo adatto a ciascuna generazione, possa rispondere ai perenni interrogativi degli uomini sul senso della vita presente e futura e sul loro reciproco rapporto…» (Gaudium et spes, 4). E ancora: «Il popolo di Dio, mosso dalla fede, per cui crede di essere condotto dallo Spirito del Signore, che riempie l’universo, cerca di discernere negli avvenimenti, nelle richieste e nelle aspirazioni, cui prende parte insieme con gli altri uomini del nostro tempo, quali siano i veri segni della presenza o del disegno di Dio…» (Gaudium et spes, 11).
Il discernimento comporta un duplice e inscindibile elemento: il giudizio e la scelta. È un criterio di giudizio, ossia di lettura, di interpretazione, di valutazione della realtà, degli uomini e delle cose, dei grandi avvenimenti e delle vicende quotidiane, dei valori morali e spirituali e dei problemi materiali, ecc. E tutti noi possiamo e dobbiamo coltivare simile criterio di giudizio, appellandoci alla ragione umana illuminata dalla fede, e dunque dall’esperienza umana e dal Vangelo, per riprendere di nuovo le parole del Concilio.
In particolare il cristiano, nella luce e con la forza dello Spirito, riceve il dono di prendere parte al “pensiero di Cristo”, come testimonia umile e fiero l’apostolo Paolo, lui che ha trattato con singolare profondità la questione della sapienza divina e umana: «Ora, noi abbiamo il pensiero di Cristo» (1 Corinzi 2,16). È ancora Paolo ad ammonirci, come un giorno i cristiani di Efeso: «Se un tempo eravate tenebra, ora siete luce nel Signore. Comportatevi perciò come figli della luce; il frutto della luce consiste in ogni bontà, giustizia e verità. Cercate ciò che è gradito al Signore, e non partecipate alle opere infruttuose delle tenebre, ma piuttosto condannatele apertamente… Vigilate dunque attentamente sulla vostra condotta, comportandovi non da stolti, ma da uomini saggi» (Efesini 5,8-11. 15; cfr 1 Tessalonicesi 5,4-8).
Queste parole dell’apostolo ci introducono al secondo elemento del discernimento: il criterio di scelta. Si tratta, in forza di un giudizio credente e con l’energia della «legge dello Spirito che dà la vita in Cristo Gesù» (Romani 8,2) di scegliere e di decidersi a utilizzare responsabilmente la propria libertà, a renderla cioè operativa mediante precisi atteggiamenti, comportamenti, opere e gesti. Ed è quanto avviene là dove c’è coerenza, corrispondenza armoniosa, quasi un’inscindibile alleanza tra il giudizio e la scelta, tra il “pensiero” di Cristo e l’“agire” di Cristo, che il discepolo è chiamato a imitare e rivivere nella sua esistenza con la luce e la forza dello Spirito.
          Non ci soffermiamo ora nel rilevare quanto sia importante affrontare i più diversi problemi della vita – non ultimi quelli riguardanti l’amore, il matrimonio e la famiglia – con il discernimento razionale ed evangelico. Tutto ciò è ancora più necessario oggi considerato il nostro contesto sociale e culturale: «Siamo di fronte a una mentalità che coinvolge, spesso in modo profondo, vasto e capillare, gli atteggiamenti e i comportamenti degli stessi cristiani, la cui fede viene svigorita e perde la propria originalità di nuovo criterio interpretativo e operativo per l’esistenza personale, familiare e sociale. In realtà, i criteri di giudizio e di scelta assunti dagli stessi credenti si presentano spesso, nel contesto di una cultura ampiamente scristianizzata, estranei o persino contrapposti a quelli del Vangelo» (Giovanni Paolo II, enciclica Veritatis splendor, 88).
          La Chiesa e, in essa, le famiglie cristiane sono allora chiamate a implorare la grazia del Signore e del suo Spirito, che non solo dona la fede e la carità – i due nuovi criteri di giudizio e di scelta per il cristiano – ma anche “purifica” la ragione umana e “fortifica” la volontà, e dunque l’autentica libertà, orientandola con soavità ed energia al vero e al bene, al compimento della «volontà di Dio», di «ciò che è buono, a lui gradito e perfetto» (Romani 12,2).
          Così, identificando l’ascolto con il discernimento, lo stesso ascolto manifesta tutta la sua pregnanza di contenuto, tutta la sua concretezza operativa, tutta la sua bellezza e serietà spirituale: ascoltare le parole delle famiglie – abbiamo detto – è accoglienza, interessamento, partecipazione, aiuto al loro vissuto; così come ascoltare il Vangelo, il Vangelo vivente e personale che è Cristo Signore, è credere in Gesù, ascoltare le sue parole, seguirlo, entrare in comunione di vita, di amore e di destino con lui, camminare nel suo Spirito. Sul versante cristiano c’è dunque un intimo legame tra l’ascolto e la sequela di Cristo: l’ascolto è elemento necessario del discepolato cristiano.
          Proprio in questa direzione si muovono i due successivi capitoli del Percorso pastorale di quest’anno: il primo sul “Vangelo della famiglia”, un Vangelo da accogliere per valutare secondo il pensiero di Cristo, e il secondo sulla “missione della famiglia”, per vivere, annunciare e testimoniare agli altri questo stesso Vangelo secondo lo stile operativo di Cristo.

 4. La pratica dell’ascolto
 25.   Concludiamo questo primo capitolo con alcune indicazioni operative, che richiamano brevemente i contenuti e i tempi, le persone coinvolte e le modalità o condizioni spirituali dell’ascolto.
 I contenuti o luoghi dell’ascolto:
le parole delle famiglie e la parola di Dio
 L’esercizio dell’ascolto dovrà essere sviluppato e approfondito in rapporto a due contenuti o luoghi vitali dell’esistenza delle famiglie: l’esperienza umana (le parole) e la vita di fede (la parola di Dio).
 Il primo contenuto o luogo è la considerazione dell’esperienza concreta della vita e della realtà umana dell’amore nella vita familiare, così come si presenta nel contesto sociale e culturale del nostro tempo. Ascoltare significa raccogliere i vissuti concreti delle nostre comunità, dove le persone hanno un volto, una storia, una loro collocazione vitale. È importante in questa fase dell’ascolto cogliere le abitudini, le tendenze, i comportamenti delle persone che si incontrano ogni giorno e che vivono con noi. Significa interpretare attentamente tutto quello che si pensa, si discute, si propone – a torto o a ragione – nella società d’oggi a proposito del matrimonio e della famiglia. Così l’esperienza umana dell’amore, con tutte le sue possibilità e i suoi drammi, si incontra e si intreccia quotidianamente con la cura pastorale della Chiesa, delle nostre comunità cristiane.
          Il secondo contenuto o luogo è, invece, la considerazione di quanto affermano la parola di Dio e la sapienza cristiana sul matrimonio e sulla famiglia, così come ci viene consegnata dalla tradizione vivente della Chiesa ed è vissuta nella comunità dei credenti. L’amore umano tra l’uomo e la donna, pensato fin dal principio nel progetto originario di Dio, trova nel sacramento del matrimonio il luogo della sua pienezza. La Chiesa ha sempre accompagnato con la sua sapienza e con la sua esperienza la realtà dell’amore e della famiglia e fornisce anche oggi ai credenti quegli aiuti necessari perché il matrimonio e la famiglia raggiungano la loro pienezza e la loro fecondità.
          Per affrontare questi due contenuti della realtà umana e cristiana dell’amore, del matrimonio e della famiglia si potranno opportunamente sfruttare le non poche occasioni pastorali che vedono una certa circolarità di esperienze e di attività tra le famiglie, la comunità ecclesiale e la società civile. Innanzitutto, è buona cosa valorizzare le opportunità che nascono dalla pastorale ordinaria, vivendo questi momenti con autentica attenzione e partecipazione, condividendo comunitariamente ciò che da questi incontri emerge, predisponendo iniziative ed interventi tra loro coordinati e da attuare eventualmente anche nelle prossime tappe del Percorso pastorale.
I momenti dell’ascolto: i due tempi dell’anno
 26.   L’esercizio dell’ascolto può essere declinato in due momenti durante questo anno pastorale.
Il primo momento, dall’inizio dell’anno pastorale fino all’inizio della Quaresima, deve essere inteso come tempo di ascolto per raccogliere una vivace e ricca recensione dei racconti delle persone, in rapporto alle diverse esperienze: la relazione di coppia, l’educazione dei figli, il lavoro, il cammino affettivo dei ragazzi e dei giovani, il matrimonio e la vita familiare nel contesto ecclesiale e sociale di oggi. Il racconto e l’esperienza di molte persone faranno trasparire anche quello che viene recepito dalla parola di Dio e dalla dottrina della Chiesa a proposito del matrimonio, della realtà familiare e dei compiti della famiglia nella vita ecclesiale e sociale.
Il secondo momento si colloca nella parte successiva dell’anno pastorale, dall’inizio della Quaresima fino all’estate. In questo secondo momento – dopo che comunità e famiglia hanno cercato di accostarsi al “Vangelo del matrimonio e della famiglia” – l’ascolto deve essere inteso come una raccolta comune di prospettive e di proposte, adatte alla propria comunità e al proprio territorio, che facciano ripartire una pastorale familiare più dinamica, organica e completa, in conformità alle richieste del Vangelo e aderente alle situazioni e alle esigenze attuali.

 Le persone: i soggetti dell’ascolto
 27.  L’esercizio dell’ascolto, vissuto durante l’anno pastorale nei due momenti indicati e condotto con la guida sapiente del Consiglio pastorale, potrà utilmente avvalersi dell’apporto di idee e di esperienza di due categorie di persone.
Innanzitutto la prospettiva missionaria che caratterizza il Percorso pastorale ci indirizza verso persone o gruppi che, pur vivendo la fede, non sperimentano una particolare frequentazione della comunità cristiana. Sono persone da ricercare tra i giovani, i fidanzati, i conviventi, le famiglie, i divorziati, tra coloro che abbiano competenze relative alla famiglia, all’educazione, alla politica sociale. In questo modo, diamo la possibilità a molte persone, che comunemente non hanno l’occasione o la possibilità di intervenire, di portare alla comunità l’apporto della propria esperienza diretta di vita e di fede. Con delicatezza e coraggio sarebbe opportuno e significativo coinvolgere in questo ascolto della famiglia anche coloro che sono in ricerca o in crisi di fede o in situazioni affettive e familiari difficili e sofferte.
In secondo luogo è indispensabile ascoltare e coinvolgere in questo racconto di esperienza della vita familiare e di adesione alla Parola tutti coloro che sono in grado di osservare la realtà familiare dal punto di vista della cura pastorale della comunità, come i sacerdoti, i diaconi, le persone consacrate, il consiglio pastorale, gli operatori pastorali dei diversi settori, i catechisti, i responsabili di gruppi familiari e tutti coloro che già vivono qualche servizio nella comunità. La responsabilità e il servizio che ciascuno già esercita trova in questo cordiale e sincero confronto un luogo vero e intenso di comunione reciproca tra tutte le componenti della comunità. Comunione e missione si saldano insieme e si rafforzano reciprocamente.
 Le modalità: le condizioni spirituali dell’ascolto
 28.  Per attuare una valida pratica dell’ascolto sono necessari alcuni atteggiamenti virtuosi che aprono a un’autentica sensibilità evangelica, sia individuale sia comunitaria, con cui affrontare i vissuti della vita familiare e le indicazioni della proposta ecclesiale: quasi una spiritualità dell’ascolto.
Grazie a tali modalità interiori ed esteriori ci si rapporta e si interagisce con le altre persone: singoli o coppie di sposi, uomini o donne, giovani o adulti, persone di condizione e appartenenza sociale e culturale diverse, persone conosciute o non conosciute, presenti in modo assiduo alla comunità o solo saltuariamente…
Tra le modalità più significative per aprirci all’ascolto indichiamo la custodia del silenzio, la gioia della gratitudine, il cuore misericordioso e lo spirito di preghiera.
 In tutte le occasioni in cui quest’anno, attraverso uno scambio reciproco, ci troveremo ad ascoltare la vita delle persone, le situazioni delle famiglie e le indicazioni della parola di Dio, dobbiamo amare e custodire il silenzio. Forse potrà sembrare paradossale, ma per ascoltare gli altri occorre anzitutto ascoltare sé stessi. E ci si ascolta nel silenzio, ossia rendendoci davvero presenti a noi stessi e a ciò che facciamo, imparando a conoscerci e a dare un nome a ciò che ci abita, senza scandalizzarci del male che possiamo trovare. Abbiamo bisogno di solitudine interiore per aprirci agli altri: «Nella solitudine, tu ti vedi; e non vedi ciò che ti è esteriore. Finché guarderai altrove, non ti vedrai mai», diceva Isacco il Siro (Lettera a un fratello sull’amore della solitudine).
È necessario custodire il silenzio perché il silenzio custodisca la nostra interiorità. Scava nel profondo del nostro “io” uno spazio per farvi abitare il “tu” dell’Altro e per ascoltare la sua Parola. Un mistico siro-orientale del VII secolo, Giovanni di Dalyatha, diceva: «Fa’ tacere la tua lingua affinché il tuo cuore sia calmo, e fa’ tacere il tuo cuore affinché lo Spirito parli in lui» (Omelie sui doni dello Spirito). Nello steso tempo il silenzio scava nel profondo per farvi abitare il “tu” degli altri e ci dispone a un ascolto attento, intelligente, cordiale e saggio.
 Nell’incontro, nell’accoglienza e nell’ascolto degli altri siamo chiamati a possedere un animo riconoscente, a coltivare la gioia della gratitudine. Molto spesso la maturità di una persona o di una comunità si esprime attraverso il suo spirito di gratitudine di fronte a tanta ricchezza di grazia e di amore che il Signore non si stanca di riversare nei cuori umani e nelle vicende della storia. Siamo dunque chiamati a ringraziare Dio, il datore di ogni bene, ma anche i fratelli per il bene che compiono e per la ricchezza spirituale che in tal modo offrono agli altri. È un dono dello Spirito il renderci conto di tutto quanto abbiamo ricevuto e riceviamo: le grazie del Signore sono sempre più numerose e preziose dei limiti e delle colpe nostre e dell’umanità.
La vera gratitudine è capace di criticità, di coraggio, di innovazione, di profezia. E sa intraprendere tutto questo con intelligenza e determinazione, con perseveranza e serenità. Le nostre comunità siano comunità in cui, nonostante i veloci cambiamenti e le fatiche quotidiane, ci si rende conto del sacrificio e del dono che molti fratelli e sorelle – in ogni vocazione e stato di vita – offrono ogni giorno al Signore come culto spirituale (cfr Romani 12,1-2) nella prospettiva di edificare il Regno di Dio nella storia, di cooperare alla diffusione del Vangelo (cfr Filippesi, 1,3-8).
 Per praticare l’ascolto e per entrare in sintonia con il vissuto degli altri è necessario un cuore misericordioso, senza asprezza, senza giudizio, senza condanna, senza intolleranza. Il cuore misericordioso ama e proclama la verità, ma lo fa con amore e per amore, specie quando la verità è particolarmente esigente. Il cuore misericordioso è innanzitutto cosciente del fatto che ciascuno di noi attraversa le sue difficoltà, conosce le sue povertà, sente il peso dei propri peccati. Per questo lascia a Dio solo il giudizio insindacabile sull’agire umano (cfr 1 Corinzi 4, 3-4).
Riascoltiamo le parole di Paolo VI rivolte ai sacerdoti nel loro ministero verso gli sposi e le famiglie: «Non sminuire in nulla la salutare dottrina di Cristo è eminente forma di carità verso le anime. Ma ciò deve sempre accompagnarsi con la pazienza e la bontà di cui il Signore stesso ha dato l’esempio nel trattare con gli uomini. Venuto non per giudicare ma per salvare (cfr Giovanni 3,17), egli fu certo intransigente con il male, ma misericordioso verso le persone» (enciclica Humanae vitae, 29).
Un cuore misericordioso sa riconoscere le diversità che ci sono nella storia e nella vita delle persone e delle famiglie, sa correggere e perdonare, incoraggia sempre e valorizza anche la più piccola briciola di bene.
Un cuore misericordioso fa crescere la comunità e aiuta i suoi fratelli a vivere l’autentica carità (cfr 1 Corinzi 13,1-13), ciascuno nella propria vocazione, con umiltà, mansuetudine e pazienza, sopportando a vicenda con amore e conservando l’unità per mezzo del vincolo della pace (cfr Efesini 4,1-3).
 Infine, è possibile veramente ascoltare soltanto se si coltiva un profondo spirito di preghiera. Il cammino che intraprendiamo insieme quest’anno dovrà essere accompagnato da un’abbondante preghiera personale e comunitaria.È, infatti, nel rapporto superlativamente personale e amicale con Gesù e nella preghiera comune della Chiesa che ci sarà dato di riscoprire e di apprezzare la verità e la bellezza della vita e dell’amore, di individuare i passi da compiere, di ricevere dallo Spirito la forza per superare le nostre difficoltà e per affidarci a lui, che viene in aiuto alla nostra debolezza e sostiene la nostra perseveranza (cfr Romani 8, 24-27).
La preghiera ci introduce nel cuore di Dio e crea uno stile di ascolto reciproco: a Dio noi rivolgiamo la nostra parola e lui dona a noi la sua parola. E ciò è decisivo per l’ascolto delle parole degli uomini. Infatti, solo se e nella misura in cui nella preghiera rimaniamo in ascolto della parola del Signore, potremo ricevere la grazia di ascoltare a nostra volta – e con il cuore stesso di Dio – le parole delle persone e delle famiglie.

Publié dans:biblica, pastorale |on 23 avril, 2013 |Pas de commentaires »

The Dormition of the Theotokos [the Mother of God]

 The Dormition of the Theotokos [the Mother of God] dans immagini sacre Dormition-of-the-Theotokos-2

http://www.lucascleophas.nl/?p=8640

Publié dans:immagini sacre |on 22 avril, 2013 |Pas de commentaires »

SANT’AGOSTINO SERMONI: SETTIMANA SANTA

http://www.augustinus.it/varie/quaresima/settimana_6.htm

SANT’AGOSTINO SERMONI: SETTIMANA SANTA

(oggi pomeriggio ho visto il discorso del Presidente al Parlamento e non ho avuto tempo per ricerche e considerazioni, questi Sermoni di Sant’Agostino li avevo messi da parte per la Pasqua, poi avevo scelto altri testi, oggi ve li propongo…in fretta ma con amore)

SETTIMANA SANTA:

DOMENICA DELLE PALME

« Ecco, a te viene il tuo re.
Egli è giusto e vittorioso,
umile cavalca un asino.
Annunzierà la pace alle genti ».
(Zc 9, 9.10)

INTRODUZIONE
Con l’ingresso a Gerusalemme, Gesù si consegna volontariamente alla morte, secondo un disegno che non è frutto del caso, ma risponde ad un progetto di salvezza di Dio. Dio permette il male, acconsente alla morte del Figlio per un giudizio che sfugge alla comprensione umana. Questo progetto di salvezza, che si compie con la condanna a morte del Servo, trova una sua anticipazione nella figura del Servo di YHWH, uomo dei dolori, reietto e disprezzato, condotto al macello per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità (Is 52, 13 – 53, 12). La passione di Gesù realizza la profezia dell’Antico Testamento.

DALLE « ESPOSIZIONI SUI SALMI » DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO  (En. in Ps. 61, 22)
Quanti beni ci ha recati la passione di Cristo!
Sí, fratelli, era necessario il sangue del giusto perché fosse cassata la sentenza che condannava i peccatori. Era a noi necessario un esempio di pazienza e di umiltà; era necessario il segno della croce per sconfiggere il diavolo e i suoi angeli (cf. Col 2, 14. 15). La passione del Signore nostro era a noi necessaria; infatti, attraverso la passione del Signore, è stato riscattato il mondo. Quanti beni ci ha arrecati la passione del Signore! Eppure la passione di questo giusto non si sarebbe compiuta se non ci fossero stati gli iniqui che uccisero il Sìgnore. E allora? Forse che il bene che a noi è derivato dalla passione del Signore lo si deve attribuire agli empi che uccisero il Cristo? Assolutamente no. Essi vollero uccidere, Dio lo permise. Essi sarebbero stati colpevoli anche se ne avessero avuto solo l’intenzione; quanto a Dio, però, egli non avrebbe permesso il delitto se non fosse stato giusto.
Che male fu per il Cristo l’essere messo a morte? Malvagi furono certo quelli che vollero compiere il male; ma niente di male capitò a colui che essi tormentavano. Venne uccisa una carne mortale, ma con la morte venne uccisa la morte, e a noi venne offerta una testimonianza di pazienza e presentata una prova anticipata, come un modello, della nostra resurrezione. Quanti e quali benefici derivarono al giusto attraverso il male compiuto dall’ingiusto! Questa è la grandezza di Dio: essere autore del bene che tu fai e saper ricavare il bene anche dal tuo male. Non stupirti, dunque, se Dio permette il male. Lo permette per un suo giudizio; lo permette entro una certa misura, numero e peso. Presso di lui non c’è ingiustizia. Quanto a te, vedi di appartenere soltanto a lui, riponi in lui la tua speranza; sia lui il tuo soccorso, la tua salvezza; in lui sia il tuo luogo sicuro, la torre della tua fortezza. Sia lui il tuo rifugio, e vedrai che non permetterà che tu venga tentato oltre le tue capacità (cf. 1 Cor 10, 13); anzi, con la tentazione ti darà il mezzo per uscire vittorioso dalla prova. È infatti segno della sua potenza il permettere che tu subisca la tentazione; come è segno della sua misericordia il non consentire che ti sopravvengano prove più grandi di quanto tu possa tollerare. Di Dio infatti è la potenza, e tua, Signore, è la misericordia; tu renderai a ciascuno secondo le sue opere.
IN BREVE…
Si celebra la passione del Signore: è tempo di gemere, tempo di piangere, tempo di confessare e di pregare. Ma chi di noi è capace di versare lacrime secondo la grandezza di tanto dolore? (En. in Ps. 21, 1)
LUNEDÌ
Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?
Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio,
ma lo ha dato per tutti noi,
come non ci donerà ogni cosa insieme con Lui?
(Rm 8, 31-32)
INTRODUZIONE
Il peccato originale non solo ha compromesso la relazione tra uomo e Dio, ma ha inficiato anche i rapporti reciproci tra gli uomini e tra questi e il creato, sottomesso anch’esso alla caducità del male. Tutti sono dunque coinvolti nel peccato di Adamo, componendo la cosiddetta massa peccati, degna dell’ira di Dio. Il peccato ha assunto dimensione universale (massa), pur senza intaccare la bontà sostanziale delle creature volute da Dio. Pur di fronte al rifiuto dell’uomo, Dio non abbandona i suoi figli: la storia della salvezza registra i suoi continui interventi volti a ravvedere e ricercare il peccatore per riscattarlo dalla morte. Nella pienezza dei tempi (Gal 4, 4), Dio realizza il suo disegno di salvezza: consegna il Figlio Unigenito per la redenzione universale. L’innocenza di Cristo (che Agostino sottolinea con una triplice ripetizione dell’avverbio innocenter) mette in luce l’indegnità dell’uomo, che non ha meriti da avanzare di fronte a Dio, e fa’ emergere la misericordia sovrabbondante e la generosa benevolenza di Dio.
DAI « SERMONI »DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO  (Serm. 22, 9)
Dio ha dato per noi il sangue del suo Figlio
La misericordia di Dio è sovrabbondante e generosa la sua benevolenza: ci ha redenti con il sangue del Figlio suo (cf. 1 Pt 1, 18-19), mentre per i nostri peccati non meritavamo niente. Egli aveva fatto certo una grande cosa nel creare l’uomo a sua immagine e somiglianza (cf. Gn 1, 27). Ma poiché noi con il peccato volemmo ridurci al nulla ed ereditammo dai progenitori un legame di morte e divenimmo una massa di peccato, una massa d’ira, piacque a lui, nella sua misericordia, riscattarci a tanto prezzo. Ha dato per noi il sangue del suo Unigenito innocentemente nato, innocentemente vissuto, innocentemente morto. Chi ci ha riscattato a tanto prezzo non vuole che periscano quelli che si è acquistato. Non li ha acquistati per farli perire, ma per dar loro la vita. Se i nostri peccati sono una mole più grande di noi, Dio non disprezza il prezzo da lui pagato. Ha pagato un prezzo ingente. Da parte nostra però non lusinghiamoci basandoci unicamente sulla sua misericordia, se non siamo decisi a combattere i nostri peccati. E se ne commettiamo, soprattutto di gravi, non speriamo che ci si usi una tale misericordia che includa dell’ingiustizia. Potrà forse collocare coloro che niente hanno fatto per vivere da convertiti, ma rimasero nell’ostinazione e durezza di cuore, incolparono anzi Dio difendendo i propri peccati, nello stesso posto ove ha collocato i santi Apostoli, i Profeti, i Patriarchi e i suoi fedeli che si sono comportati bene, che lo hanno servito, che hanno camminato nella castità, nella modestia, nell’umiltà, facendo elemosine, perdonando tutto ciò che dovettero sopportare dagli altri? Tale è la via seguita dai giusti, tale è la via seguita dai santi che hanno ritenuto Dio come loro padre e la Chiesa come loro madre. Non disgustando né quel Padre né questa madre ma vivendo nell’amore di ambedue questi genitori e affrettandosi verso l’eredità eterna, appunto perché non si è offeso il Padre né la madre, verrà data a ciascuno l’eredità.
IN BREVE…
Non taccia la nostra lingua e dica: Ecco Cristo ha sofferto, il compratore ha mostrato il compenso, ecco il prezzo che ha dato, il suo sangue è stato versato. Nel sacco del suo Corpo portava il nostro prezzo; è stato colpito dalla lancia, il sacco si è aperto e ne è disceso il prezzo di tutta la terra. (En. in Ps. 21, 28)
MARTEDÌ
E, inginocchiatosi, pregava:
« Padre, se vuoi, allontana da me questo calice!
Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà.
(Lc 22, 41-42)
INTRODUZIONE
Cristo « fu maestro di umiltà con la parola e con l’opera » (Serm. 340/A, 5), non solo predicando tale virtù, ma applicandola concretamente, offrendo liberamente se stesso per il riscatto dei peccatori: Nessuno mi toglie la vita, ma la offro da me stesso (Gv 10, 18). Questo disegno di redenzione passa attraverso il Corpo dato per voi e il Sangue versato per molti; fa esperienza della paura nell’agonia del Getsemani (Mc 14, 36) e dell’abbandono nel grido sulla croce (Mc 15, 34). Ma in obbedienza alla volontà del Padre, Cristo accetta di bere il calice amaro dell’umiliazione, chiudendo la sua vita terrena ancora una volta sotto il segno dell’umiltà. « Questo dunque consideriamo nel Signore: osserviamo la sua umiltà, beviamo al calice della sua umiltà, teniamoci stretti a Lui, facciamolo oggetto della nostra meditazione ». (Serm. 340/A, 5)
 DAI « SERMONI »DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO  (Serm. 20/A, 2-7. 8)
Il calice dell’umiliazione
Nessuna cosa è più cara a Dio di colui che è l’immagine di Dio.
Iddio ha posto tutto al di sotto dell’uomo, e l’uomo al di sotto di sé. Vuoi che sia sotto di te tutto ciò che Dio ha fatto? Sii tu sotto di Dio. Sarebbe grande impudenza che tu pretenda che le creature inferiori stiano sotto di te e intanto tu non riconosci sopra di te colui che le ha create. Iddio dunque ha disposto quel che ha creato ponendo sotto di sé colui che è sua immagine e tutto il resto sotto di questa. Accogli lui e ti innalzerai sull’umano. [...] Anche Cristo fu disprezzato. Lui al quale vien detto: In te mi rifugio (Sal 56, 1), è venuto ad esser disprezzato per te, e ti ha redento proprio perché disprezzato. Tu non saresti salvato, se egli non fosse stato disprezzato. Disprezzato in che senso? Perché ha preso la veste di servo, la tua stessa forma. Altro era infatti quel che si nascondeva, altro quel che si vedeva. Si nascondeva Dio, si vedeva l’uomo (cf. At 3, 13). Così l’uomo fu disprezzato, ma da Dio fu glorificato.
Tutto dunque, egli che per noi si fece via, tutto ciò che gli uomini quaggiù ambiscono come qualcosa di grande, egli lo rifiutò; egli che tutto aveva, a cui apparteneva il cielo e la terra, per mezzo del quale erano stati fatti il cielo e la terra, al quale nei cieli e nel più alto dei cieli servivano gli angeli, egli che sfugava i demoni, che scacciava le febbri, che apriva gli orecchi ai sordi e gli occhi ai ciechi, che comandava al mare, ai venti e alle tempeste, che risuscitava i morti. Egli tanto poteva, eppure contro di lui tanto poté colui che egli aveva creato. Benché creatore dell’uomo, si sottomise all’uomo, quando apparve come uomo per liberare l’uomo. Si sottomise all’uomo, ma nelle vesti di uomo, nascondendo la divinità; manifestatosi come uomo, come uomo fu disprezzato, riconosciuto più tardi come Dio; ma riconosciuto proprio perché prima era stato disprezzato. E anche a te non volle dare la gloria, se non dopo averti insegnato l’umiltà.
Ogni uomo desidera cose sublimi. Ma sulla terra che c’è di sublime? Se dunque desideri cose sublimi, il cielo desidera, le cose celesti desidera, desidera le cose sopracelesti. Brama di essere concittadino degli angeli, anela verso quella città, verso di essa sospira, là dove non perderai l’amico e non dovrai soffrire il nemico, dove non troverai nessuno liberato, perché da quaggiù nessuno vi può portare il suo schiavo. Quella infatti è città eterna, dove nessuno nasce, nessuno muore, dove è perpetua e perfetta sanità, perché la sanità si chiama immortalità. Se tu brami di essere lassù, veramente aspiri a cose sublimi. Questo è il dove; ma considera anche il come. Perché non c’è nessuno che non brami di essere concittadino degli angeli, di godere in Dio, di Dio, sotto Dio, di restare per sempre, di non essere afflitto da nessuna piaga, raggiunto da nessuna vecchiezza, debilitato da nessuna stanchezza, consumato da nessuna malattia e da nessuna morte. Grande cosa, sublime cosa, desiderabile cosa. Tu desideri di arrivarci; ma guarda per dove ci si arriva.
Ecco, quei due discepoli di nostro Signore, i santi e grandi fratelli Giacomo e Giovanni, figli di Zebedeo, come abbiamo letto nel Vangelo, desiderarono dal Signore Dio nostro di poter sedere nel regno uno alla destra e l’altro alla sinistra (cf. Mt 20-23). Essi dunque non desiderarono di esser dei re sulla terra, non ambirono dal Signore Iddio onori caduchi, non di essere ornati di ricchezze, non di avere una famiglia gloriosa, non di essere onorati di clientela, non di essere ingannati da adulatori, ma chiesero veramente qualcosa di grande e di solido, cioè di avere dei seggi nel regno di Dio, in cui si rimane per sempre. È grande cosa quella che desiderarono, ed essi non vengono rimproverati per il desiderio, ma vengono richiamati nell’ordine. In essi il Signore vide il desiderio delle cose grandi e colse l’occasione per insegnare la via dell’umiltà; come se dicesse: « Vedete dove voi aspirate, vedete chi sono io per voi: io che vi ho fatto sono disceso fino a voi, per voi io mi sono umiliato ». Queste parole che sto dicendo veramente non sono nel Vangelo, io però dico la sostanza delle parole che si leggono nel Vangelo. E le parole che sono nel Vangelo adesso ve le rammento, perché vi rendiate conto che quelle che ho detto io sono nate lì, come se quelle fossero le radici e le nostre i rami (cf. Mt 20, 26-27). Quando dunque il Signore ebbe ascoltato il loro desiderio, disse loro: Voi potete bere il calice che io sto per bere? (Mt 20, 22). Voi desiderate di sedere al mio fianco; prima rispondetemi su quanto vi chiedo: Potete bere il calice che io sto per bere? Voi che cercate dei seggi così sublimi, non sarà per voi amaro il calice dell’umiltà?
Però quando il precetto è pesante, grande ne è la ricompensa. Il calice della passione, il calice dell’umiliazione non vogliono, non vogliono berlo gli uomini. Desiderano cose sublimi? Amino quelle umili. Per salire in alto bisogna infatti partire dal basso. Nessuno può costruire una fabbrica alta se prima non ha impiantato in basso le fondamenta. Considerate tutte queste cose, fratelli miei, e da qui partite, da qui costruitevi nella fede, per capire la strada per la quale potrete arrivare dove desiderate. Io lo so, lo riconosco: non c’è alcuno tra voi che non desideri l’immortalità, l’eterna gloria e di avere l’amicizia con Dio. Queste cose tutti le desideriamo. Ma dobbiamo conoscere la strada per arrivare, dato che arrivare è desiderio di tutti.
Tu, uomo avevi paura di affrontare l’oltraggio dell’umiliazione. Ma è utile per te bere il calice così amaro della passione. Le tue viscere sono tumide, il petto ti si è gonfiato. Bevi l’amaro, per ritrovare la salute. Lo beve anche il medico sano; non vorrà berlo il malato indebolito? Così infatti disse ai figli di Zebedeo: Potete bere il calice? (Mt 20, 22) Però non disse: « Potete bere il calice degli oltraggi, il calice del fiele, il calice dell’aceto, il calice delle amarezze, il calice pieno di veleno, il calice di tutte le sofferenze? ». Se avesse detto così, più olle incoraggiarli li avrebbe spaventati. Ma quando si è in compagnia si ha anche più spinta. E allora che paura hai, o servo? Quel calice lo beve anche il Signore. Che paura hai, o infermo? Lo beve anche il medico. Che paura hai, o infiacchito? Lo beve anche il sano.
IN BREVE…
È facile pensare a cose eccelse, è facile compiacersi degli onori, è facile dare ascolto a chi dà assenso e a chi adula. Tollerare la riprensione, udire con pazienza l’ingiuria, pregare per chi oltraggia: ecco il calice del Signore, ecco il convito del Signore. (Serm. 340/A, 5)
 MERCOLEDÌ
Nei giorni della sua vita terrena (Cristo) offrì preghiere e suppliche
con forti grida e lacrime a colui che poteva liberarlo da morte
e fu esaudito per la sua pietà;
pur essendo Figlio, imparò tuttavia l’obbedienza dalle cose che patì
e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna
per tutti coloro che gli obbediscono.
(Ebr 5, 7-9)
INTRODUZIONE
« Se avessimo dovuto immaginare la venuta di un Dio sulla terra, avremmo naturalmente pensato che si sarebbe presentato come il Maestro unico e supremo. Dei filosofi avrebbero sostenuto che l’umiltà non conveniva a quel Dio vivente fra gli uomini; infatti, avrebbero potuto dire l’umiltà è la virtù che caratterizza la nostra condizione di creature. Invece la Rivelazione ci offre una realtà ben diversa: tutta la vita di Cristo, Dio e Creatore, è intessuta di umiltà, è basata sull’umiltà, al punto che Paolo riassume tutta l’Incarnazione redentrice nell’annientamento e nell’ubbidienza… Nessuno sforzo artificiale per abbassarsi: l’umiltà di Gesù deriva semplicemente dal suo amore. Egli si annulla di fronte al Padre perché è unicamente preoccupato di Lui, e perché lo antepone sempre a se stesso. L’umiltà di Gesù è certamente assoluta, ma in un altro senso: si fonda sulla convinzione di aver ricevuto tutto dal Padre ». (J. Galot)
DAI « SERMONI »DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO  (Serm. 23/A, 1-4)
Cristo percorre la via dell’umiltà
Confessare a Dio che cosa significa se non umiliarsi davanti a Dio e non attribuirsi alcun merito? Poiché per grazia sua siamo stati salvati, come dice l’Apostolo, non per merito delle opere, perché nessuno s’insuperbisca; infatti per sua grazia siamo stati salvati (Ef 2, 8-9). Non è preceduta infatti una qualche vita meritoria, che Dio dall’alto possa aver gradito e amato e così possa aver detto: « Veniamo in aiuto, soccorriamo questi uomini, perché vivono bene « . Non fu contento della nostra vita, gli dispiacque in noi tutto quanto facevamo, mentre non gli dispiacque quanto lui aveva fatto in noi. Perciò condannerà quanto abbiamo fatto noi, salverà quanto ha fatto lui. Condannerà le cattive azioni degli uomini, ma salverà gli uomini. Gli uomini non hanno fatto se stessi, ma hanno prodotto cattive azioni. Quanto Dio ha fatto in essi – Dio infatti ha creato l’uomo ad immagine e somiglianza sua (cf. Gn 1, 26) – è buono. Quanto invece l’uomo, respingendo il suo Autore e creatore e volgendosi alla perversità, tramite il libero arbitrio, ha fatto di male, questo condanna Dio per liberare l’uomo; cioè Dio condanna quanto ha fatto l’uomo e libera quanto ha fatto lo stesso Dio.
Noi non eravamo buoni. Ma ha avuto pietà di noi (cf. Sal 66, 2), e ha mandato il suo Figlio (cf. Gal 4, 4) a morire, non per i buoni ma per i cattivi, non per i giusti ma per gli ingiusti (cf. Mt 5, 15). Infatti Cristo è morto per gli empi (Rm 5, 6). E che cosa segue? È raro il caso che uno voglia morire per un giusto; tuttavia qualcuno forse accetterebbe di morire per un uomo dabbene (Rm 5, 7). Si potrebbe trovare qualcuno che abbia il coraggio di morire per un uomo dabbene. Invece per un ingiusto, per un empio, per un iniquo chi vorrebbe morire, se non Cristo solo, così innocente da poter giustificare anche gli ingiusti? Perciò, fratelli miei, non avevamo nessun’opera meritoria, ma soltanto demeriti. Ma pur essendo tali le opere degli uomini, la sua misericordia non abbandonò gli uomini. E mentre erano meritevoli di pena, egli invece della pena dovuta donò la grazia non dovuta. E mandò il Figlio suo (cf. Gal 4, 4) per redimerci, non a prezzo d’oro o d’argento, ma a prezzo del suo sangue (cf. 1 Pt 1, 18-19), che egli sparse, agnello immacolato condotto al macello (cf. Ger 11, 19) per le pecore contaminate, se pur soltanto contaminate o non anche completamente infette. Ecco la grazia che abbiamo ricevuta. Viviamo in maniera degna di questa grazia che abbiamo accolta, per non fare torto a tanto dono. Un così grande medico è venuto a noi, ha rimesso tutti i nostri peccati. Se vogliamo di nuovo ammalarci, non soltanto danneggeremo noi stessi, ma ci mostreremo anche ingrati verso il medico.
Seguiamo perciò le sue vie che egli ci ha mostrato, in modo particolare la via dell’umiltà, perché egli stesso è divenuto umile per noi. Ci ha mostrato con l’insegnamento la via dell’umiltà e l’ha percorsa soffrendo per noi. Non avrebbe sofferto se non si fosse umiliato; chi avrebbe potuto uccidere Dio, se Dio non si fosse umiliato? Il Cristo infatti è Figlio di Dio, e il Figlio di Dio è anch’egli Dio. È lui il Figlio di Dio, il Verbo di Dio, del quale parla Giovanni: In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era in principio presso Dio. Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lui e niente è stato fatto senza di lui (Gv 1, 1-3). Chi avrebbe potuto uccidere colui per mezzo del quale sono state fatte tutte le cose e senza il quale niente è stato fatto? Chi avrebbe potuto ucciderlo, se egli non si fosse umiliato? Ma in che modo si è umiliato? Dice ancora Giovanni: Il Verbo si è fatto carne ed ha abitato in mezzo a noi (Gv 1, 14). Il Verbo di Dio infatti non avrebbe potuto essere ucciso. Perché potesse morire per noi, poiché per sua natura non poteva morire, il Verbo si è fatto carne ed ha abitato in mezzo a noi. Immortale, assunse la mortalità, perché potesse morire per noi, e con la sua morte uccidere la nostra morte. Questo ha fatto il Signore, questo ha compiuto per noi. Onnipotente, si è umiliato; umiliato, è stato ucciso; è stato ucciso, è risorto, è stato esaltato per non abbandonarci, morti, nell’inferno, ma per glorificarci in lui nella resurrezione dei morti, mentre ora ci ha innalzati nella fede e nella confessione dei giusti.
Perciò ci ha dato come via l’umiltà. Se la percorreremo, confesseremo al Signore e allora con verità possiamo cantare: Confesseremo a te, Dio, confesseremo a te e invocheremo il tuo nome (Sal 74, 2).
IN BREVE…
Dio china a noi il suo orecchio. Egli è in alto, noi in basso. Egli è sulla vetta, noi nella miseria; ma non siamo abbandonati. (En. in ps. 85, 2)
GIOVEDÌ SANTO
a. Sul Sacerdozio
Io prego per loro;
per coloro che mi hai dato, perché sono tuoi.
(Gv 17, 9)
INTRODUZIONE
« La nostra preghiera non sale a Dio se non in Cristo e attraverso il Cristo. Tra Dio creatore e noi creature e per di più creature peccatrici, non c’è altro ponte, non c’è altro pontefice che Cristo » (P. A. Trapè). Egli prega per noi come nostro sacerdote: egli è il nostro sacerdote, prega per ciascuno di noi e per tutti gli uomini, chiedendo al Padre quanto è necessario per ciascuno di noi. Cristo prega per noi come nostro capo: è Lui che parla attraverso la Chiesa, che prega in noi attraverso l’azione dello Spirito Santo. Cristo è pregato da noi come nostro Dio: invocando Cristo siamo immessi nel circolo di Amore della Trinità. Questa è la sintesi agostiniana della preghiera di Cristo, con Cristo e in Cristo. Noi siamo invitati a farne esperienza.
DALLE « ESPOSIZIONI SUI SALMI » DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO  (En. in Ps. 85, 1)
La preghiera di Gesù Cristo sacerdote
Dio non avrebbe potuto elargire agli uomini dono più grande di quello di costituire loro capo lo stesso suo Verbo per cui mezzo aveva creato l’universo, unendoli a lui come membra, in modo che egli fosse figlio di Dio e figlio dell’uomo, unico Dio insieme con il Padre, unico uomo insieme con gli uomini. Ne segue che, quando parliamo a Dio e preghiamo, non dobbiamo separare dà lui il Figlio, e quando prega il corpo del Figlio, esso non ha da considerarsi staccato dal suo capo; per cui la stessa persona, l’unico salvatore del corpo mistico, il Signore nostro Gesù Cristo, Figlio di Dio, è colui che prega per noi, che prega in noi e che è pregato da noi. Prega per noi come nostro sacerdote; prega in noi come nostro capo; è pregato da noi come nostro Dio. Riconosciamo dunque in lui la nostra voce, e in noi la sua voce. E quando nei riguardi del Signore Gesù Cristo, soprattutto nelle profezie, si dice qualcosa che contiene dell’umiliazione e quindi indegno di Dio, non dobbiamo esitare ad attribuirlo a lui, poiché lui non ha esitato a unirsi a noi. Al suo servizio è infatti tutta la creazione, perché per suo mezzo tutte le creature sono state fatte. E noi quasi vediamo la sua maestà divina quando ascoltiamo le parole: In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio. Questi era in principio presso Dio. Tutte le cose per suo mezzo sono state fatte e niente è stato fatto senza di lui (Gv 1, 1-3). Contempliamo qui la divinità del Figlio di Dio, così eccelsa e sublime che va al di là di ogni più alta creatura; ma poi, in qualche altra parte delle Scritture, lo ascoltiamo gemere, pregare, e confessare. Stentiamo allora ad attribuire a lui queste parole, e la nostra mente trova difficoltà a discendere dalla recente contemplazione della sua divinità alla sua umiltà. Crede di offenderlo, trovando parole troppo umane riferite a colui al quale dirigeva la supplica quando pregava Dio; e cosìrimane sospesa e vorrebbe cambiare il senso delle parole. Nella Scrittura, però, altro non trova se non che bisogna ricorrere a lui e non lasciarsi sviare da lui. Si desti dunque e vigili nella fede! Ricordi come colui, che poco prima contemplava nella natura di Dio ha assunto la natura di servo: è divenuto simile agli uomini e, per le sue fattezze, è stato ritenuto uomo. Egli si è umiliato e si è fatto obbediente fino alla morte (cf. Fil 2, 5-8); ha voluto far sue le parole del salmo e, mentre pendeva dalla croce, diceva: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? (Sal 21, 2). È pregato dunque nella natura di Dio; prega nella natura di servo. Là è creatore, qui creatura: lui che senza mutamenti assunse la nostra natura mutevole e fece di noi un solo uomo con lui. Lui è il capo, noi il corpo. Noi dunque preghiamo rivolti a lui; preghiamo per mezzo di lui e in lui. Noi preghiamo insieme con lui ed egli prega con noi.
IN BREVE…
(Gesù Cristo) per noi, ben sapendo che non era usurpazione il farsi eguale a Te, si fece invece tuo servo fino alla morte di croce: per noi vincitore e vittima, anzi, vincitore perché vittima; per noi, al tuo cospetto sacerdote e sacrificio, anzi, in tanto sacerdote in quanto sacrificio: e ci ha fatti, da servi, figli, fattosi Egli, Figlio, schiavo per noi. (Confess. 10, 43)
b. Sul comandamento dell’amore vicendevole
Nessuno ha un amore più grande di questo:
dare la vita per i propri amici.
(Gv 15, 13)
INTRODUZIONE
La missione di Cristo si comprende alla luce del dono e del servizio, non del potere e del dominio. Cristo non è il Messia trionfale sognato dagli Ebrei, ma il servo che dona la vita per i fratelli, pronto a compiere anche quel gesto che un pio israelita non avrebbe imposto neppure al suo schiavo: lavare i piedi ad un’altra persona!
DAL « COMMENTO AL VANGELO DI S. GIOVANNI » DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO  (In Io. Ev. tr. 58, 5)
Il servizio vicendevole dei fratelli
Ricordiamo di aver particolarmente sottolineato la sublimità di questo gesto del Signore, che, lavando i piedi dei discepoli, i quali già erano puliti e mondi, volle farci riflettere che noi, a causa dei nostri legami e contatti terreni, nonostante tutti i nostri progressi sulla via della giustizia, non siamo esenti dal peccato; dal quale peraltro egli ci purifica intercedendo per noi, quando preghiamo il Padre che è nei cieli che rimetta a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori (cf. Mt 6, 12). Vediamo come si concilia questo significato con le parole che egli aggiunge per motivare il suo gesto: Se, dunque, io, il Signore e il maestro, vi ho lavato i piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi a vicenda. Vi ho dato, infatti, un esempio, affinché anche voi facciate come ho fatto io (Gv 13, 14-15). Dobbiamo forse dire che anche il fratello può purificare il fratello dal contagio del peccato? Certamente; questo sublime gesto del Signore costituisce per noi un grande impegno: quello di confessarci a vicenda le nostre colpe e di pregare gli uni per gli altri, così come Cristo per tutti noi intercede (cf. Rm 8, 34). Ascoltiamo l’apostolo Giacomo, che ci indica questo impegno con molta chiarezza: Confessatevi gli uni agli altri i peccati e pregate gli uni per gli altri (Gc 5, 16). È questo l’esempio che ci ha dato il Signore. Ora, se colui che non ha, che non ha avuto e non avrà mai alcun peccato, prega per i nostri peccati, non dobbiamo tanto più noi pregare gli uni per gli altri? E se ci rimette i peccati colui che non ha niente da farsi perdonare da noi, non dovremo a maggior ragione rimetterci a vicenda i nostri peccati, noi che non riusciamo a vivere quaggiù senza peccato? Che altro vuol farci intendere il Signore, con un gesto così significativo, quando dice: Vi ho dato un esempio affinché anche voi facciate come ho fatto io, se non quanto l’Apostolo dice in modo esplicito: Perdonatevi a vicenda qualora qualcuno abbia di che lamentarsi nei riguardi dell’altro; come il Signore ha perdonato a voi, fate voi pure (Col 3, 13)? Perdoniamoci a vicenda i nostri torti, e preghiamo a vicenda per le nostre colpe, e così, in qualche modo, ci laveremo i piedi a vicenda. È nostro dovere adempiere, con l’aiuto della sua grazia, questo ministero di carità e di umiltà; sta a lui esaudirci, purificarci da ogni contaminazione di peccato per Cristo e in Cristo, e di sciogliere in cielo ciò che noi sciogliamo in terra, cioè i debiti che noi avremo rimesso ai nostri debitori.
IN BREVE…
Non disdegni il cristiano di fare quanto fece Cristo. Poiché quando il corpo si piega fino ai piedi del fratello, anche nel cuore si accende, o, se già c’era, si alimenta il sentimento di umiltà. (In Io. Ev. 58, 4)
c. Sull’Eucarestia
Io sono il pane vivo, disceso dal cielo.
Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno
e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo.
(Gv 6, 51)
INTRODUZIONE
Non è possibile sintetizzare in poche righe la dottrina di Agostino sull’Eucarestia; proponiamo un solo tassello. L’Eucarestia è il pane dell’unità della Chiesa-corpo con il Cristo-capo, segno concreto della carità che raccoglie i fratelli in Cristo. La partecipazione all’Eucarestia si rivela un forte richiamo alla coerenza di vita dei cristiani.
DAI « SERMONI »DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO  (Serm. 228/B, 2-5)
« O sacramento di pietà, o segno di unità, o vincolo di carità! » (In Io. Ev. tr. 26, 6, 13)
Cristo Signore nostro dunque, che nel patire offrì per noi quel che nel nascere aveva preso da noi, divenuto in eterno il più grande dei sacerdoti, dispose che si offrisse il sacrificio che voi vedete, cioè il suo corpo e il suo sangue. Infatti il suo corpo, squarciato dalla lancia, effuse acqua e sangue, con cui rimise i nostri peccati. Ricordando questa grazia, operando la vostra salute, che poi è Dio che la opera in voi (cf. Fil 2, 12-13), con timore e tremore accostatevi a partecipare di quest’altare. Riconoscete nel pane quello stesso corpo che pendette sulla croce, e nel calice quello stesso sangue che sgorgò dal suo fianco.
Prendete dunque e mangiate il corpo di Cristo, ora che anche voi siete diventati membra di Cristo nel corpo di Cristo; prendete e abbeveratevi col sangue di Cristo. Per non distaccarvi, mangiate quel che vi unisce; per non considerarvi da poco, bevete il vostro prezzo. Come questo, quando ne mangiate e bevete, si trasforma in voi, così anche voi vi trasformate nel corpo di Cristo, se vivete obbedienti e devoti. Egli infatti, già vicino alla sua passione, facendo la Pasqua con i suoi discepoli, preso il pane, lo benedisse dicendo: Questo è il mio corpo che sarà dato per voi (1 Cor 11, 24). Allo stesso modo, dopo averlo benedetto, diede il calice, dicendo: Questo è il mio sangue della nuova alleanza, che sarà versato per molti in remissione d ei peccati (Mt 26, 28). Questo già voi lo leggevate o lo ascoltavate dal Vangelo, ma non sapevate che questa Eucarestia è il Figlio stesso; ma adesso, col cuore purificato in una coscienza senza macchia e col corpo lavato con acqua monda (cf. Ebr 10, 22), avvicinatevi a lui e sarete illuminati, e i vostri volti non arrossiranno (Sal 33, 6). Perché se voi ricevete degnamente questa cosa che appartiene a quella nuova alleanza mediante la quale sperate l’eterna eredità. osservando il comandamento nuovo di amarvi scambievolmente (cf. Gv 13, 34), avrete in voi la vita. Vi cibate infatti di quella carne di cui la Vita stessa dichiara: Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo (Gv 6, 51), e ancora: Se uno non mangia la mia carne e non beve il mio sangue, non avrà la vita in se stesso (Gv 6, 53).
Se dunque avrete in lui la vita, sarete con lui in una sola carne. Non è infatti che questo sacramento dia il corpo di Cristo per poi lasciarvene separati. E l’Apostolo ricorda che questo era già stato predetto nella santa Scrittura: I due formeranno una carne sola. Questo mistero è grande, soggiunge, lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa (Ef 5, 31-32). E in un altro passo, riguardo a questa medesima Eucarestia, dice: Uno solo è il pane, e noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo (1 Cor 10, 17). Voi quindi cominciate a ricevere quel che già avete cominciato ad essere, purché non lo riceviate indegnamente, mangiando e bevendo la vostra condanna.
IN BREVE…
Ti sei seduto ad una grande tavola; sta’ bene attento a ciò che ti è messo davanti, perché bisogna che anche tu prepari altrettanto (Pro 23,1). La grande mensa è quella dove è cibo lo stesso padrone della mensa. Nessuno ciba i convitati di se stesso: lo fa solo Cristo Signore; Egli è colui che invita, ed Egli stesso è cibo e bevanda. (Serm. 329)
VENERDÌ SANTO
A. La croce di Cristo
« Noi predichiamo Cristo crocifisso,
scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani
ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci,
predichiamo Cristo potenza di Dio e sapienza di Dio ».
(1 Cor 1,23-24)
INTRODUZIONE
Restare uniti alla croce di Cristo, perché su di essa poggia il fondamento della Chiesa: ecco la stoltezza e lo scandalo del cristianesimo. Uno strumento di morte infamante nasconde la sapienza e la potenza di Dio. Non si può addolcire la parola della croce sbilanciandosi a favore della resurrezione e passando sotto silenzio il dramma del Calvario, il dolore del Figlio prediletto del Padre che sperimenta l’abbandono di Dio. La Chiesa è comunità di salvati in quanto accoglie la salvezza che proviene dalla croce; alla croce deve aggrapparsi, come ad un legno in mezzo a i flutti del mondo, per compiere quella traversata che la condurrà nel Regno dei cieli.
DAL « COMMENTO AL VANGELO DI S. GIOVANNI » DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO  (In Io. Ev. tr. 2, 3-4)
Restate uniti alla croce di Cristo!
Come vorrei, o miei fratelli, incidervi nel cuore questa verità! Se volete vivere un cristianesimo autentico, aderite profondamente al Cristo in ciò che egli si è fatto per noi, onde poter giungere a lui in ciò che è e che è sempre stato. È per questo che ci ha raggiunti, per farsi uomo per noi fino alla croce. Si è fatto uomo per noi, per poter così portare i deboli attraverso il mare di questo secolo e farli giungere in patria, dove non ci sarà più bisogno di nave, perché non ci sarà più alcun mare da attraversare. È meglio, quindi, non vedere con la mente ciò che egli è, e restare uniti alla croce di Cristo, piuttosto che vedere la divinità del Verbo e disprezzare la croce di Cristo. Meglio però di ogni cosa è riuscire, se possibile, a vedere dove si deve andare e tenersi stretti a colui che porta chi avanza.
Vi sono stati, per la verità, filosofi di questo mondo che si impegnarono a cercare il Creatore attraverso le creature. Che il Creatore si possa trovare attraverso le sue creature, ce lo dice esplicitamente l’Apostolo: Fin dalla creazione del mondo le perfezioni invisibili di Dio possono essere contemplate con l’intelletto nelle opere da lui compiute, come la sua eterna potenza e divinità, onde sono inescusabili. E continua: Perché avendo conosciuto Dio… Non dice: perché non hanno conosciuto Dio, ma al contrario: Perché avendo conosciuto Dio, non lo glorificarono né lo ringraziarono come Dio, ma vaneggiarono nei loro ragionamenti e il loro cuore insipiente si ottenebrò. In che modo si ottenebrò il loro cuore? Lo dice chiaramente: Affermando di essere sapienti, diventarono stolti (Rm 1, 20-22). Avevano visto dove bisognava andare, ma, ingrati verso colui che aveva loro concesso questa visione, attribuirono a se stessi ciò che avevano visto; diventati superbi, si smarrirono, e si rivolsero agli idoli, ai simulacri, ai culti demoniaci, giungendo ad adorare la creatura e a disprezzare il Creatore. Giunsero a questo dopo che già erano caduti in basso. Fu l’orgoglio a farli cadere, quell’orgoglio che li aveva portati a ritenersi sapienti. [...] Essi riuscirono a vedere ciò che è, ma videro da lontano. Non vollero aggrapparsi all’umiltà di Cristo, cioè a quella nave che poteva condurli sicuri al porto intravisto. La croce apparve ai loro occhi spregevole. Devi attraversare il mare e disprezzi la nave? Superba sapienza! Irridi al Cristo crocifisso, ed è lui che hai visto da lontano: In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio. Ma perché è stato crocifisso? Perché ti era necessario il legno della sua umiltà. Infatti ti eri gonfiato di superbia, ed eri stato cacciato lontano dalla patria; la via era stata interrotta dai flutti di questo secolo, e non c’è altro modo di compiere la traversata e raggiungere la patria che nel lasciarti portare dal legno. Ingrato! Irridi a colui che è venuto per riportarti di là. Egli stesso si è fatto via, una via attraverso il mare. È per questo che ha voluto camminare sul mare (cf. Mt 14, 25), per mostrarti che la via è attraverso il mare. Ma tu, che non puoi camminare sul mare come lui, lasciati trasportare da questo vascello, lasciati portare dal legno: credi nel Crocifisso e potrai arrivare. È per te che si è fatto crocifiggere, per insegnarti l’umiltà; e anche perché, se fosse venuto come Dio, non sarebbe stato riconosciuto. Se fosse venuto come Dio, infatti, non sarebbe venuto per quelli che erano incapaci di vedere Dio. Come Dio, non si può dire che è venuto né che se n’è andato, perché, come Dio, egli è presente ovunque, e non può essere contenuto in alcun luogo. Come è venuto, invece? Nella sua visibile umanità.
IN BREVE…
Credi nel crocefisso, perché la tua fede possa elevarsi fino alla croce. Non verrai sommerso, ma sarà la croce a portarti. (Serm. 131, 2)
B. La morte in croce
Apparso in forma umana, umiliò se stesso
facendosi obbediente fino alla morte
e alla morte di croce.
(Fil 2, 7-8)
INTRODUZIONE
Nella visione dell’evangelista Giovanni l’innalzamento di Gesù sulla croce è il segno visibile della sua glorificazione. Si compie quell’ora non ancora giunta nell’episodio di Cana, l’ora della salvezza: Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me (Gv 12, 32). La croce è lo strumento di morte del Figlio dell’uomo; ma anche l’albero della vita: ai suoi piedi nasce la Chiesa, nella figura di Maria e del discepolo Giovanni.
DAL « COMMENTO AL VANGELO DI S. GIOVANNI » DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO  (In Io. Ev. tr. 117, 3)
Lo spettacolo della croce
Presero dunque Gesù, il qule, portandosi egli stesso la croce, si avviò verso il luogo detto Calvario, che in ebraico si dice Golgotha, dove lo crocifissero. Gesù si avviò verso il luogo dove sarebbe stato crocifisso, portandosi egli stesso la croce. Quale spettacolo! Grande ludibrio agli occhi degli empi, grande mistero a chi contempla con animo pio. Agli occhi degli empi è uno spettacolo terribile e umiliante, ma chi sa guardare con sentimenti di devozione, trova qui un grande sostegno per la sua fede. Chi assiste a questo spettacolo con animo empio, non può che irridere il re che, invece dello scettro, porta la croce del suo supplizio; la pietà invece contempla il re che porta la croce alla quale egli sarà confitto, ma che dovrà essere poi collocata perfino sulla fronte dei re. Su di essa egli sarà disprezzato agli occhi degli empi, e in essa si glorieranno i cuori dei santi. Paolo, infatti, dirà: Non accada mai che io mi glori d’altro che della croce del Signore Gesù Cristo (Gal 6, 14). Cristo esaltava la croce portandola sulle sue spalle, e la reggeva come un candelabro per la lucerna che deve ardere e non deve essere posta sotto il moggio (cf. Mt 5, 15). Dunque, portando egli stesso la croce, si avviò verso il luogo detto Calvario, che in ebraico si dice Golgotha. Qui lo crocifissero, e con lui due altri, di qua e di là, e Gesù nel mezzo (Gv 19, 17-18). Questi due, come apprendiamo dalla narrazione degli altri evangelisti, erano briganti. Cristo fu crocifisso insieme ad essi, anzi in mezzo ad essi (cf. Mt 27, 38; Mc 15, 27; Lc 23, 33), compiendosi così la profezia che aveva annunciato: Fu annoverato tra i malfattori (Is 53, 12).
IN BREVE…
Con occhi interiori mirate le piaghe del crocifisso, le cicatrici del risorto, il sangue del morente, il prezzo versato per il credente, lo scambio effettuato dal redentore. Pensate al valore di tutte queste cose e ponetelo sulla bilancia dell’amore… Vi si imprima in tutto il cuore Colui che per voi fu confitto in croce. (La verginità consacrata, 54. 55. 56)
SABATO SANTO
Anche Cristo è morto una volta per sempre per i peccati,
giusto per gli ingiusti, per ricondurvi a Dio;
messo a morte nella carne, ma reso vivo nello spirito.
(1 Pt 3, 18)
DAI « SERMONI »DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO  (Serm. 215, 5)
Dio ama a tal punto da morire di amore per i peccatori!
Potrà sembrar poco questo, che Dio per gli uomini, il giusto per i peccatori, l’innocente per i colpevoli, il re per gli schiavi, il signore per i servi sia venuto rivestito della carne umana, sia stato visto sulla terra, abbia vissuto insieme con gli uomini (cf. Bar 3, 38); ma per di più fu crocifisso, morì e fu sepolto. Non credi? Chiedi forse quando sia successo? Ecco quando: Sotto Ponzio Pilato. Per precisartelo c’è anche il nome del giudice, perché tu non possa dubitare neanche del tempo. E allora credete che il Figlio di Dio fu crocifisso sotto Ponzio Pilato e fu sepolto. Ecco che nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici (Gv 15, 13). Nessuno davvero? Proprio nessuno. È verità, lo ha detto Gesù stesso. Interroghiamo anche l’Apostolo; egli ci dice: Cristo morì per gli empi (Rm 5, 6). E poco dopo: Mentre eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo (Rm 5, 10). E allora in Cristo noi troviamo un amore ancora più grande, perché egli non ha dato la sua vita per degli amici, ma per i suoi nemici. Quanto grande è l’amore di Dio per gli uomini, quanta tenerezza, amare i peccatori fino a tal punto da morire per essi di amore! Egli dimostra il suo amore per noi, sono ancora parole dell’Apostolo, perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi (Rm 5, 8). Anche tu dunque credilo, e non vergognarti di confessarlo per la tua salvezza. Si crede infatti col cuore per ottenere la giustizia, e si confessa con la bocca per avere la salvezza (Rm 10, 10). Inoltre, perché non avessi dubbi, perché non avessi vergogna, quando cominciasti a credere ricevesti il segno di Cristo sulla fronte, che è come la sede del pudore. Ripensa che cosa hai in fronte, e non avrai paura della lingua altrui. Chi si vergognerà di me davanti agli uomini, dice il Signore stesso, anche il Figlio dell’uomo si vergognerà di lui davanti agli angeli di Dio (Mc 8, 38). Non arrossire dunque per l’ignominia della croce che per te Dio stesso non ha esitato di accogliere. Ripeti con l’Apostolo: Per me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo (Gal 6, 14). E ti farà eco ancora lo stesso Apostolo: Io ritenni di non sapere altro in mezzo a voi, se non Gesù Cristo, e questi crocifisso (1 Cor 2, 2). Egli che da un sol popolo fu allora crocifisso, ora è fisso nel cuore di tutti quanti i popoli.
IN BREVE…
Quanto grande è l’amore di Dio per gli uomini, quanta tenerezza amare i peccatori fino al punto da morire per essi di amore! (Serm. 215, 5)
LA VEGLIA PASQUALE
Di questo gioisce il mio cuore, esulta la mia anima;
anche il mio corpo riposa al sicuro,
perché non abbandonerai la mia vita nel sepolcro,
né lascerai che il tuo santo veda la corruzione.
(Sal 16, 9-10)
INTRODUZIONE
Dopo una giornata di silenzio, preghiera e digiuno, durante la quale la Chiesa contempla la deposizione di Gesù Cristo nel Sepolcro, la comunità cristiana si raduna sul far della sera per vivere la celebrazione vigiliare più importante dell’Anno Liturgico. Agostino definisce la veglia di Pasqua come la madre di tutte le veglie: « È questa infatti la nostra veglia grande; a nessun’altra veglia solenne corre il nostro pensiero quando in questo senso si chiede o si dice: Quando si farà la veglia? ». (Serm. 221, 2) Dal buio della notte una luce avanza: Cristo risorto da morte ha vinto la morte! La Chiesa proclama il lieto annuncio: Cristo nostra Pasqua è stato immolato (1 Cor 5, 7).
DAI « SERMONI »DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO  (Serm. 221, 1)
È questa la nostra grande veglia!
Siccome il Signore nostro Gesù Cristo ha reso glorioso con la sua risurrezione il giorno che aveva reso luttuoso con la morte, noi, rievocando i due momenti in un’unica commemorazione solenne, vegliamo ricordando la sua morte, esultiamo aspettando la sua risurrezione. Questa è la nostra festa annuale, questa è la nostra Pasqua, non più figurata nell’uccisione dell’agnello, come per il popolo antico, ma portata a compimento per il popolo nuovo nell’immolazione del Salvatore, perché Cristo nostra Pasqua, è stato immolato (1 Cor 5, 7), e le cose vecchie son passate ed ora ne sono nate delle nuove (2 Cor 5, 17). È se piangiamo è per il peso dei nostri peccati, e se esultiamo, è perché giustificati dalla sua grazia, perché egli è stato messo a morte per i nostri peccati, ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione (Rm 4, 25). Per quelli piangiamo, di questo ci rallegriamo, e sempre siamo nella gioia. Quanto per causa nostra e a nostro vantaggio è stato compiuto di triste o anticipato di lieto, non lo lasciamo passare con ingrata dimenticanza, ma lo celebriamo con riconoscente memoria. Vegliamo dunque, carissimi, perché la sepoltura di Cristo si è protratta fino a questa notte, cosicché proprio in, questa notte è avvenuta la risurrezione di quella sua carne che allora fu oltraggiata sul legno, adesso è adorata in cielo e sulla terra. Naturalmente questa notte si considera come facente parte del giorno di domani, che per noi è il giorno del Signore. Ed era opportuno che risorgesse di notte, perché con Ia sua risurrezione ha rischiarato le nostre tenebre; non per nulla già poco tempo prima si cantava a lui: Illuminerai la mia lampada, Signore; mio Dio, illuminerai le mie tenebre (Sal 17, 29). Così la nostra stessa pietà mette in risalto questo mistero così grande; come la nostra fede, rafforzata dalla sua risurrezione, è già sull’attenti, così anche questa notte, già così piena di luci, sia ancor più luminosa per il nostro vegliare, in modo che noi, insieme a tutta la Chiesa diffusa per il mondo intero, possiamo badare in modo giusto a non esser trovati nella notte. Per tanti e tanti popoli, che dovunque questa fulgida solennità ha radunato insieme nel nome di Cristo, il sole è già tramontato, ma il fulgore non se n’è andato, perché a un cielo pieno di luce ha fatto seguito una terra ugualmente piena di luce.
IN BREVE…
Umilmente vegliamo, umilmente preghiamo, con piissima fede, con saldissima speranza, con ferventissima carità, pensando quanto la nostra glorificazione risplenderà come giorno, se già la nostra umiliazione cambia la notte in giorno. (Serm. 223/I, 1)

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