Archive pour le 5 avril, 2013

Hendrick ter Brugghen – The Incredulity of Saint Thomas

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Publié dans:immagini sacre |on 5 avril, 2013 |Pas de commentaires »

COMMENTO ALLA PRIMA LETTURA: ATTI 5,12-16

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COMMENTO ALLA PRIMA LETTURA

ATTI 5,12-16

12 Molti miracoli e prodigi avvenivano fra il popolo per opera degli apostoli. Tutti erano soliti stare insieme nel portico di Salomone; 13 degli altri, nessuno osava associarsi a loro, ma il popolo li esaltava.
14 Intanto andava aumentando il numero degli uomini e delle donne che credevano nel Signore 15 fino al punto che portavano gli ammalati nelle piazze, ponendoli su lettucci e giacigli, perché, quando Pietro passava, anche solo al sua ombra coprisse qualcuno di loro.
16 Anche la folla delle città vicine a Gerusalemme accorreva, portando malati e persone tormentate da spiriti immondi e tutti venivano guariti.

COMMENTO
Atti 5,12-16
Comunità e mondo esterno
Nella prima parte degli Atti (At 1,15 – 8,4) Luca narra la propagazione del cristianesimo a Gerusalemme. In questo contesto egli introduce due “sommari” riguardanti la comunità di questa città (2,42-48; 4,32-35). A essi aggiunge, subito dopo l’episodio di Anania e Saffira, il presente testo riguardante i rapporti della comunità con l’ambiente esterno.

Nel brano si notano un certo disordine e alcune contraddizioni dalle quali si può dedurre che esso è una composizione fatta da Luca sulla base del materiale già utilizzato precedentemente. L’autore inizia affermando che molti «segni e prodigi» (sêmeia kai terata: cfr 2,19.22.43) erano operati dagli apostoli in mezzo al popolo (v. 12a): questa frase riprende quasi letteralmente il primo sommario sulla vita della comunità (cfr. 2,43b).

Luca riprende poi il tema della comunione dicendo che i credenti in Cristo erano «unanimi» (omothymadon) (cfr. 2,46; 4,32); secondo 2,46 essi manifestavano questa unanimità nel tempio; qui si precisa che si ritrovavano nel portico di Salomone. Luca osserva che essi formavano un gruppo abbastanza chiuso, in quanto «nessuno osava associarsi a loro»; ma aggiunge, come in 2,47; 4,33 che il popolo era loro favorevole (emegalynen autous, li esaltava) (v. 13). Questa constatazione gli permette di aggiungere che aumentava il numero non solo di uomini, ma anche di donne che credevano nel Signore (v. 14; cfr. 2,48).

Il v. 15 spiega gli effetti dei prodigi compiuti dagli apostoli sulla gente; esso inizia con la particella hôste (al punto che), che si collega non alla frase precedente, con la quale non ha un rapporto di causa-effetto, ma con il v. 12a, dove appunto era stato introdotto il tema dei prodigi compiuti dagli apostoli. La descrizione è chiaramente iperbolica: si portavano gli ammalati nelle piazze, si ponevano su lettucci e giacigli, nella speranza che, al giungere di Pietro, la sua ombra coprisse qualcuno di loro. Poi Luca aggiunge che non solo da Gerusalemme, ma anche dalle città circonvicine accorreva la folla, portando malati e persone tormentate da spiriti immondi, e tutti erano guariti (v. 16). Questa descrizione richiama da un lato l’attività di Gesù (Lc 6,17-19) e dall’altra quella di Paolo a Efeso (At 19,11.12). Come il loro maestro, anche gli apostoli annunziano la venuta del regno di Dio più con i segni che con le parole, noncuranti dei fenomeni di superstizione che accompagnavano la loro opera taumaturgica.

Linee interpretative

L’isolamento dei discepoli e al tempo stesso l’impatto che hanno sulla popolazione sembrano a prima vista due fenomeni contraddittori, ma esprimono bene il pensiero dell’autore: da un lato essi manifestano una forte identità, che li porta in qualche misura a separarsi dagli altri e a formare un gruppo chiaramente distinto e fortemente compatto al suo interno; dall’altro però però essi non si chiudono in se stessi, ma intervengono positivamente nella vita della gente ordinaria, aiutandola a risolvere i problemi assillanti legati alla salute dei propri cari. Solo a questo prezzo essi ottengono non solo il favore della gente, ma vedono aumentare il numero di coloro che aderiscono al loro gruppo. Il giusto equilibrio tra dialettica interna e apertura al mondo esterno sono essenziali per la vita di qualsiasi comunità, se non vuole dissolversi o diventare una setta chiusa nel proprio ghetto.

Da questo sommario appare come l’annunzio del regno vada di pari passo con i segni della sua venuta, i quali hanno addirittura la precedenza sulla proclamazione verbale della salvezza. Questa presentazione della missione mette in crisi un’attività il cui scopo primario è la crescita numerica dei convertiti. Il discepolo deve anzitutto operare con tutti i mezzi, specialmente quelli legati alle proprie risorse, personali e comunitarie, e in collaborazione con tutti gli uomini di buona volontà, perché la logica del regno di Dio cominci ad apparire in questo mondo mediante i segni della solidarietà e della fraternità. L’aggregazione di nuovi discepoli alla comunità è un evento successivo, non programmabile, ma spontaneo e immediato, che si accoglie con gioia non in funzione del proprio potere di gruppo, ma perché dà un’ulteriore possibilità di moltiplicare i segni del regno di Dio.

7 APRILE 2013 – 2A DOMENICA DI PASQUA – C / LECTIO DIVINA

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/03-annoC/annoC/12-13/04-Pasqua/Omelie/02-Domenica-di-Pasqua-2013_C-JB.html

7 APRILE 2013 – 2A DOMENICA DI PASQUA – C / LECTIO DIVINA

LECTIO DIVINA: GV 20,19-31

Il Vangelo pone la nostra attenzione su ciò che è accaduto il giorno della risurrezione di Gesù e insiste, soprattutto, sulla difficoltà che ebbero i discepoli a credere che davvero Egli è vivo. Il fatto, piuttosto scioccante, non deve risultare incoraggiante perché è davvero strano vedere che quelli che sarebbero stati i primi predicatori di Cristo Risorto sono stati anche i primi increduli. E’ incoraggiante vedere che Gesù dovette impegnarsi a fondo per convincerli che era risuscitato. Possiamo così vederci ben identificati con la povera immagine che hanno dato di sé questi discepoli: identificarci con le loro paure e la loro testardaggine ci aiuterà a identificarci anche con la loro gioia e la loro fede recuperata. Ricordare quello che è successo a loro ‘la sera di quel giorno », è il modo che abbiamo a nostra disposizione per fare nostra la loro esperienza. Non impedisce nulla che, come quei discepoli, anche noi abbiamo dubbi, non potendo dar credito a ciò che vediamo con i nostri occhi: il Risorto, oggi come allora, è disposto a vincere la nostra resistenza e convincerci che è veramente vivo, oggi come ieri. Questa è la buona notizia del Vangelo.
19 La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse:
« Pace a voi! « .
20 Detto questo, mostrò loro le mani e il costato. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. 21 Gesù disse loro di nuovo:
« Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi ».
22 Dopo aver detto questo, alitò su di loro e disse:
« Ricevete lo Spirito Santo; 23 a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi ».
24 Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Didimo, non era con loro quando venne Gesù. 25 Gli dissero allora gli altri discepoli:
« Abbiamo visto il Signore! « .
Ma egli disse loro:
« Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò ».
26 Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, si fermò in mezzo a loro e disse:
« Pace a voi! « .
27 Poi disse a Tommaso:
« Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo ma credente! « .
28 Rispose Tommaso:
« Mio Signore e mio Dio! « .
29 Gesù gli disse:
« Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno! « .
30 Molti altri segni fece Gesù in presenza dei suoi discepoli, ma non sono stati scritti in questo libro. 31Questi sono stati scritti, perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

 1. LEGGERE: capire quello che dice il testo facendo attenzione a come lo dice
ll testo ci trasmette la cronaca di due incontri del Risorto con i suoi discepoli; anche se avvenuti ambedue a Gerusalemme, non si verificano nello stesso giorno e non hanno lo stesso scopo. Il primo (Gv 20,19-23), che si verifica la sera del giorno di Pasqua, segue lo schema dei racconti di apparizione: presentazione inaspettata di Gesù, gioioso riconoscimento e missione universale. Il secondo (Gv 20,24-29), una settimana dopo, elabora un motivo ricorrente, quello dell »incapacità di credere nella risurrezione per coloro che non hanno personalmente incontrato il Risorto. La comunità dei credenti e il singolo credente sono nati allo stesso modo, da un incontro con il Signore Gesù: quando si presenta al gruppo e, riconosciuto, conferisce una missione universale, nasce la Chiesa; quando si fa conoscere da un singolo discepolo e fa svanire la sua incredulità, lo trasforma in credente e in testimone.
Il primo racconto è quindi il ‘certificato di nascita’ della comunità cristiana: il Risorto conferisce il suo potere, lo Spirito, e affida la sua missione, il perdono dei peccati, al gruppo di discepoli che sceglie come testimoni. Il secondo racconto, invece, indica il percorso individuale per giungere alla fede nella risurrezione: c’è stato chi, non servendosi dell’esperienza dei suoi colleghi, dovette vedere e toccare il Risorto; meglio sarebbe stato credere senza altro sostegno che la predicazione apostolica.
La prima storia, anche se ridotta all’essenziale, è più importante. Gesù Risorto incontra il gruppo dei discepoli, chiusi nella loro casa e intrappolati dalle loro paure. La morte di Gesù ha colmato di angoscia l’esistenza dei suoi seguaci. Si può percepire una chiara intenzione apologetica: da uomini terrorizzati non sarebbero venuti predicatori coraggiosi se non ci fosse stato un vero incontro con il Signore Gesù. La presenza inaspettata di Gesù in mezzo a loro restituisce ad essi la gioia. L’Inviato di Dio, riportato in vita e tornato al Padre, affida ai suoi la sua missione e li fa suoi inviati (Gv 20,21: come a me …, anch’io). L’incarico è un atto di investitura e una prova di fiducia: la consegna di compiti da parte di Cristo ai cristiani rende questi uomini nuovi, ricevono dal Risorto il suo coraggio e una missione che li ricrea. Che l’esperienza pasquale sia l’origine e la ragione della missione cristiana è una convinzione presente in tutta la tradizione evangelica (Mc 16:15-16, Mt 28,19-20, Luca 24,47, Atti 1:8). Tipico di Giovanni è contemplare la missione della Chiesa come perdono universale del peccato: la comunità cristiana è l’unico posto al mondo in cui il peccato non ha futuro.
Il secondo episodio, più sviluppato, descrive come si deve arrivare, personalmente, alla fede nella risurrezione. Giovanni ha voluto così dimostrare che non era stata la testimonianza dei discepoli (Gv 20,25), ma lo stesso Risorto che ha guidato i suoi testimoni alla fede in Lui e, allo stesso tempo, che non ci sarà bisogno di un suo intervento speciale perché credano quelli che vengono dopo; a loro deve bastare la testimonianza apostolica. Tommaso, uno dei dodici (Gv 11.6, 14.5), incarna l’incapacità dei primi discepoli ad accettare il fatto della risurrezione di Gesù; allo stesso tempo, sottolinea la difficoltà di questa seconda generazione di cristiani che dovrà credere senza vedere; infatti, Tommaso non era con loro quando venne Gesù. (Gv 20:24).
La sua insistenza per toccare e vedere, palpare per assicurarsi e credere (Gv 20,25; 4,48 Lc 24:37) ha a che fare con la sua maniera di concepire la risurrezione finale dei corpi: non vede impossibile la risurrezione, ma pone condizioni per accettarla. In effetti, Tommaso non ha chiesto nulla in più di quello che Gesù ha dato agli altri (Gv 20,20; 20,18.25). Ma una cosa è che si conceda e un’altra che si esiga. E anche se Gesù gli dà ciò che chiedeva per credere (Gv 20,27), non fa alcuna concessione nella sua risposta: i credenti, quanto più lontani sono dagli eventi pasquali, tanto maggiore possibilità avranno di essere credenti beati. Agli ascoltatori di oggi del Vangelo è diretto questo avviso e questa promessa: è possibile credere senza toccare tutte le prove; solo questa fede può renderci felici.

 2. MEDITARE: applicare quello che dice il testo alla vita
Il racconto elabora un fatto storico che, spesso, viene trascurato: i primi testimoni della risurrezione sono stati anche, in un primo momento, i primi increduli in essa. Gesù risorto ha dovuto impegnarsi a fondo per portarli ad accettare l’evidenza. E’ di conforto oggi per noi, che continuiamo, venti secoli dopo, a non essere del tutto convinti che Gesù è vivo.
Ma è anche una sfida: le nostre difficoltà attuali non sono impedimento sufficiente per dedicarci a predicare Cristo Vivo. Inoltre, non bisogna dimenticare che Gesù ha benedetto chi crede senza appoggiarsi a ciò che può verificare; è incoraggiante per quanti abbiamo così poco per sostenere la nostra vita di fede. Né va trascurato il fatto che chi, come Tommaso, non ha partecipato alla vita della comunità, ha posto maggiori obiezioni alla nuova fede: la vita in comunità facilita la fede comune e la sua esperienza. I discepoli che vogliono vivere come credenti devono condividere i loro dubbi e la loro fede: la comunità è il luogo dell’incontro con Gesù vivo; è lì che le esitazioni non si prendono in considerazione e ci si aiuta a superarle.
I discepoli, aggrappati alle loro paure, rimanevano rinchiusi in una casa e chiusi nel loro mondo. Là, dove li aveva portati la loro paura, doveva presentarsi il Risorto. E la prima cosa che Gesù ha fatto è stata dar loro la pace. È possibile che richiami la nostra attenzione il fatto che Gesù non li rimprovera per la loro scarsa presenza di spirito né per la loro incredulità: da un intero giorno era vivo, era apparso a vari discepoli e loro continuavano a sottrarre al mondo la nuova notizia, continuavano a darlo per morto. Invece di rimproveri, Gesù dà la pace quando appare ai suoi, ridona la gioia ai volti che lo vedono, illumina l’esistenza di coloro che lo sanno vivo. La paura si trasforma in felicità, la vigliaccheria in pace. Dinanzi all’evidenza di averlo vivo davanti ai loro occhi, hanno potuto rinnegare le loro paure. Hanno recuperato una gioia che non potevano perdere, poiché niente e nessuno ormai, nemmeno la morte, avrebbero potuto rubare loro il Signore che ritornava dalla morte, da una morte in croce, e che riportava con la sua presenza la pace e il coraggio. I discepoli del Risorto oggi continuiamo a restare aggrappati alle nostre paure, difendendoci da un ambiente attorno a noi sempre più ostile alle nostre convinzioni, chiusi in noi stessi, chiusi nella nostra vita privata, poiché non possiamo considerare nemmeno le nostre famiglie come un buon rifugio contro l’incredulità imperante. Il Vangelo di oggi ci dice che la paura del mondo non si vince privatizzando la nostra fede, ma vivendola con la pace e la gioia di chi sa che Cristo, nonostante tutte le apparenze contrarie, vive oggi come ieri. Come non superare le nostre paure, se possiamo essere certi che Lui ha vinto la morte? Cosa o chi dovremmo temere quanti crediamo in Cristo Risorto? La pace e la gioia è – la prima, almeno – il modo di vivere la fede nella sua risurrezione. Non vi è nessun’altra maniera: chi vive la sua fede in Cristo senza serenità interiore e con invincibile tristezza non crede nella risurrezione di Gesù. Il Risorto ha imposto la sua pace ai suoi discepoli impauriti e ha dato la gioia di vivere quando è apparso a loro.
Solo allora il credente può rendere credibile la sua testimonianza: un fantasma non dà ordini, la sua visione è spaventosa e non causa gioia; continuare a coltivare le nostre paure mentre confessiamo la nostra fede nella risurrezione, equivarrebbe a trasformare Cristo in un fantasma e noi in falliti. Certamente non è stato questo il destino di coloro che hanno visto Gesù vivo: hanno ricevuto da Lui il suo spirito e la missione, impossibile oggi come ieri, di essere operatori di pace nel mondo attraverso il perdono universale. Chi ha visto il Risorto una sola volta si trasforma completamente: il coraggio del suo Signore prende il posto delle paure; e con il cuore pieno del nuovo spirito di Gesù diventa un entusiasta missionario del perdono universale chi prima viveva nella paura di non essere perdonato: il coraggio del Risorto viene a quanti lo credono vivo e questo Spirito impone loro come compito delle loro vite, come mezzo per superare le loro paure e i loro dubbi, l’offerta del perdono a tutti gli uomini. Invece di vivere credendo che devono perdonare la sua fede in Cristo, il cristiano vive per perdonare il mondo che ancora non crede nel suo Signore risorto.
Perché, se cristiano è colui che vive per confessare che Cristo vive, cristiano sarà chi vive sentendosi obbligato a offrire il perdono e la pace. Non basta recuperare per noi stessi, cristiani, la pace e la gioia; chi non sa o non può offrirle, mai potrà essere sicuro di averle veramente ricevute; chi non le mette a disposizione, finirà per perderle. Gesù Risorto ha donato la pace a coloro che avrebbe inviato per pacificare il mondo; ha fatto svanire le loro paure, presentandosi vivo; non ha dato loro la pace perché continuassero a restare chiusi nelle loro paure e nelle loro case: li ha inviati a pacificare il mondo, senza altre armi che il suo Spirito né più sapienza che il sapersi suoi inviati. Gesù non convinse i suoi discepoli a base di argomenti ragionevoli, né ha perso troppo tempo per conquistarli. Non ha vinto i loro timori rimanendo con loro, condividendo il loro restare chiusi: li ha mandati nel mondo con il suo perdono e il suo Spirito.
Come è possibile che i « buoni » cristiani continuiamo ad essere oggi gli uomini meno disposti a perdonare, i più veloci ad esigere ‘giustizia’ – contro gli altri, naturalmente -, i più riluttanti a dimenticare, i più sensibili alle offese ricevute, quelli che meno rapidamente perdoniamo o più difficilmente dimentichiamo? E’ così deplorevole come frequente dover ascoltare dai migliori tra noi della loro incapacità a perdonare e dimenticare le offese. Come faremo a diventare operatori di pace nel mondo se non riusciamo a portare la pace nei nostri cuori né gesti di pace nelle nostre relazioni personali? Chi è testimone del Risorto sa che non sta nel mondo per essere perdonato, ma per perdonare; non riusciremo a superare le nostre paure né ad uscire dalle nostre chiusure finché non sentiamo in noi lo spirito di Gesù e obbediamo al Suo comando di perdonare: inoltre perderemo il rispetto al mondo e recupereremo la gioia di vivere come discepoli del Risorto. Fare assegnamento su Gesù vivo è avere il mondo come campo di missione e la sua pacificazione come compito.
Tutto questo ci risulterebbe più facile se sapessimo vivere insieme la nostra fede. Siamo consapevoli del fatto che Tommaso, il discepolo che ha trovato maggiori difficoltà a credere nella risurrezione, era il discepolo che non ha visto il Cristo risorto perché non era stato insieme agli altri: colui che meno conviveva con gli altri, se non altro per condividere le paure comuni, è stato il più incredulo. C’è qui una legge della vita cristiana: Cristo sarà riconosciuto con difficoltà da coloro che vivono lontano dai cristiani. Possiamo, tuttavia, essere più felici dell’apostolo che lo vide, se oggi lo crediamo vivo. Confessarlo risorto senza averlo toccato, annunciarlo nostro Signore e Dio senza averlo visto, è una fortuna per noi.

 JUAN JOSE BARTOLOME

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