Archive pour le 2 avril, 2013

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Paolo VI, Nella speranza e nella gioia la realtà del Mistero Pasquale (Udienza 1 aprile 1970)

http://www.vatican.va/holy_father/paul_vi/audiences/1970/documents/hf_p-vi_aud_19700401_it.html

PAOLO VI

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 1° aprile 1970

Nella speranza e nella gioia la realtà del Mistero Pasquale

Quanti di noi sono oggi qui riuniti, tutti siamo ancora pervasi dal ricordo, dall’emozione e dalla grazia – Dio voglia – della celebrazione del mistero pasquale. Mistero pasquale: ecco una espressione teologica moderna e felice, di cui il Concilio si è valso spesso per riassumere in essa l’opera della redenzione, compiuta dal Signore mediante il suo sacrificio e la sua risurrezione, mediante la sua estensione dal Signore agli uomini, ossia l’opera della grazia, e mediante la sua applicazione alle singole anime per via sacramentale. La celebrazione liturgica ricorda e rinnova il prodigio di questa economia redentrice, specialmente nella santa Messa (Cfr. Sacrosanctum Concilium, 5). Mistero pasquale: è un’espressione assai densa di significato, che dovrà alimentare nelle nostre menti il concetto sintetico degli avvenimenti, degli insegnamenti, delle grazie e dei doveri, che si riferiscono alla storia della nostra salvezza ed alla permanente attualità, che essa conserva per ciascuno di noi.
Noi faremo bene a tributare la massima nostra considerazione a quanto si riferisce a Cristo nel mistero pasquale: è questo il tema centrale biblico, teologico, spirituale della nostra fede; esso è stato da noi meditato durante la Settimana Santa nella visione assorbente della figura divina ed umana di Gesù, come San Paolo, che non pensava di sapere altra cosa che Cristo, e questo crocifisso (Cfr. 1 Cor. 2, 2); o come S. Ignazio d’Antiochia: «È Lui che io cerco, che è morto per noi; è Lui, ch’io voglio, che è risuscitato per noi» (Rom. 6, 1), o come S. Francesco alla Verna; o come il popolo fedele nella Via Crucis, o nella Liturgia della notte santa e sempre in uno studio e in una devozione che fissano su di Lui, Gesù Cristo, tutta l’attenzione.

IL PIANO DELLA REDENZIONE
Ma il mistero pasquale esige da noi una considerazione più completa: noi non possiamo guardare al dramma personale di Gesù, quasi esso riguardasse soltanto Lui e fosse estraneo agli uomini, a noi stessi; perché il mistero pasquale non è un avvenimento isolato, ma è un avvenimento collegato col nostro destino, con la nostra salvezza. E questa ampiezza di visione, che riconosce nella vita, nella morte e nella risurrezione di Cristo l’opera della redenzione, ci obbliga a rintracciare subito l’economia, .cioè il disegno operante, della sua universalità, e specialmente della sua applicazione ad ogni singolo uomo. E questo pensiero offre la trama della nostra spiritualità dopo la celebrazione della festa di Pasqua; è essa festa di Cristo risorto, o è anche festa di noi mortali? È sua, o è anche nostra? E la riflessione si fa più intima nella comprensione del piano della redenzione, e più gioiosa se davvero la possiamo estendere non solo alla passione e alla morte del Signore, ma anche alla sua beata risurrezione. E che la risurrezione sia il complemento necessario del mistero pasquale ce lo dice San Paolo con tanti suoi insegnamenti, che una frase scultorea riassume: «Cristo è stato immolato per causa dei nostri falli ed è stato risuscitato in vista della nostra giustificazione» (Rom. 4, 25). Dice un rinomato commentatore: «La risurrezione di Gesù non è un lusso soprannaturale offerto all’ammirazione degli eletti, né una semplice ricompensa accordata ai suoi meriti, né soltanto un sostegno della nostra fede e un pegno della nostra speranza; è un complemento essenziale e una parte integrante della redenzione stessa» (PRAT, La théol. de St Paul, 11, 256).

LA NOSTRA VITA CRISTIANA
Ricostruito così nella sua integrità il mistero pasquale del Signore, un grande principio teologico s’innesta a questo punto nel quadro della nostra fede, principio a cui dovremo dedicare la valutazione più attenta e più ammirata, ed è quello della comunione, quello della solidarietà, quello della estensione, quello che costituisce propriamente la redenzione, e cioè il principio che riconosce la rappresentanza, la ricapitolazione di tutta l’umanità in Cristo, in modo che ciò che s’è compiuto in Lui può essere a noi partecipato. La sua sorte può divenire la nostra. La sua passione, la nostra. La sua risurrezione, la nostra.
Tutto sta, in questo piano di salvezza del genere umano, nella relazione vitale che noi possiamo stabilire fra Lui e noi. Avviene da sé questa relazione? Avviene in massa o singolarmente? Dio può dare alla sua misericordia ampiezze tali che trascendono il disegno di salvezza da Lui stesso stabilito; ma per noi questo disegno ci indica che la relazione salvatrice con Cristo esige una nostra, se pur minima al confronto, iniziativa personale, cioè esige la risposta della nostra libertà, della nostra fede, del nostro amore, esige alcune condizioni che rendono possibile il flusso della causalità salvatrice di Cristo. Questo aspetto del mistero pasquale ci mostra che la nostra salvezza avviene in alcune fasi successive, le quali formano la storia della nostra redenzione personale; formano la nostra vita cristiana.
Essa, come sappiamo, s’inaugura col battesimo, il sacramento della iniziazione, della rinascita; il sacramento che riproduce misticamente in ogni credente (la fede personale, ovvero la fede della Chiesa, che presenta il neofita, precede il battesimo) la morte e la risurrezione del Signore. «Ignorate, scrive ancora S. Paolo, che quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù siamo stati battezzati nella morte di Lui? Siamo stati dunque sepolti con Lui per mezzo del battesimo nella morte, affinché come fu risuscitato Cristo da morte per la gloria del Padre, così anche noi camminiamo in novità di vita» (Rom. 4, 3, 4 ss.; Col. 2, 12).

PENSARE E SENTIRE CON CRISTO
Ed ecco la seconda fase della nostra rigenerazione cristiana, alla quale è impegnato il tempo della nostra esistenza nel mondo: la vita nuova, la vita in Cristo, la vita nella grazia, ossia nello Spirito Santo effuso da Cristo in noi (Cfr. Io. 14, 26; 15, 26; 16, 7), la buona, la santa vita cristiana. Possiamo dire: la nostra? Viviamo noi, come diciamo nel canone della Messa: Per Ipsum, et cum Ipso, et in Ipso, cioè per Lui, e con Lui, e in Lui? Avvertiamo la novità, l’originalità, la serietà della vita cristiana? L’esigenza della sua mistica e morale autenticità? Ci rendiamo conto davvero che il «fare la Pasqua», l’avere cioè partecipato al mistero pasquale, domanda a noi una fedeltà, una coerenza, un perfezionamento nel nostro modo di pensare, di sentire e di vivere? Viviamo il nostro battesimo? Viviamo la comunione di Cristo, che abbiamo ricevuto nell’Eucaristia pasquale? Viviamo e vivremo la nostra Pasqua? Noi abbiamo spesso tanto diluito e svuotato il nostro specifico appellativo cristiano da svigorirlo del suo impegno e del suo splendore.
Mentre questa effettiva adesione al mistero pasquale, in fondo, è il problema più serio e più comprensivo della nostra presente esistenza; e si fa coestensivo con le vicende, i problemi, le esperienze della nostra naturale esistenza, e vi infonde, dopo la Pasqua, un sentimento di speranza e di gaudio.
Sentimento ch’è dono, è carisma, di cui il cristiano non dovrebbe mai essere privo (Cfr. Rom. 8, 24; 2 Cor. 7, 4); è il preludio dell’ultima fase del mistero pasquale, cioè della piena nostra salvezza, l’immersione completa della nostra umile vita in quella infinita di Dio, nell’al di là.
Non è sogno, non è mito, non è idealismo spirituale. È la verità, è la realtà del mistero pasquale. Ricordatelo: con la Nostra Apostolica Benedizione.

LA CRISI DELL’UTILITARISMO – NELL’ULTIMA ASSEMBLEA DEL CONSIGLIO PERMANENTE DELLA CEI (28 GENNAIO 2013),

http://www.zenit.org/it/articles/la-crisi-dell-utilitarismo

LA CRISI DELL’UTILITARISMO

SENZA ATTENZIONE ALLA PERSONA ED ECONOMIA DEL DONO NON SI ESCE DALLA CRISI. COMMENTO ALLA PROLUSIONE DEL CARDINALE ANGELO BAGNASCO

ROMA, 03 FEBBRAIO 2013 (ZENIT.ORG). CARMINE TABARRO | 185 HITS

NELL’ULTIMA ASSEMBLEA DEL CONSIGLIO PERMANENTE DELLA CEI (28 GENNAIO 2013), NOTEVOLE LA QUALITÀ DEL LUNGO INTERVENTO DEL CARDINALE ANGELO BAGNASCO.

In particolare il suo riferimento all’etica della vita come fondamento dell’economia: la «bioeconomia».
Questo termine richiama i concetti di «biopolitica», o anche di «biodiritto», che oggi tanto spazio trovano nei programmi politici di tutti gli schieramenti, in Italia come all’estero.
In questo passaggio storico, sviluppare e diffondere il concetto di bioeconomia e fondamentale. Difatti, l’attuale crisi prima che finanziaria ed economica è una crisi antropologica e valoriale.
Una cultura, come afferma il cardinale che rischia di sacrificare il capitale umano al «primato economicista».
Questa affermazione del Presidente della CEI (in piena continuità con la Dottrina Sociale della Chiesa), rileva la necessità di mettere in discussione il sistema, perché ha mostrato l’assoluta inadeguatezza e insostenibilità, morale e pratica.
Il merito dell’Arcivescovo di Genova è di aver avuto il coraggio di proporre questioni precise e dettagliate con una carica di forte originalità.
Dire che oltre alla biopolitica e al biodiritto si deve parlare anche di bioeconomia è gettare un sasso nello stagno melmoso, pieno di ideologie, conflitti d’interessi e luoghi comuni.
Il cardinale difatti ha affermato che non tutti i modelli di economia di mercato sono amici della persona umana e della società umana. Certo, all’economia di mercato non c’è alternativa. Ma alcuni modelli sono più compatibili di altri con la Dottrina sociale della Chiesa.
Bagnasco citando la Caritas in veritate afferma che «la questione sociale è diventata radicalmente questione antropologica».
Questo è il tema centrale. Affrontare la questione sociale vuole dire fissare l’attenzione sulle cause più profonde della crisi, e non solo sugli effetti.
Il presidente della CEI richiama alle proprie responsabilità chi vuole far credere che, superata la fase acuta della crisi, si potrà tornare alla finanza creativa e all’egoismo irrazionale, esattamente come prima. Ma è un’illusione, e va detto con forza.
L’assunto antropologico basato sul presupposto dell’individualismo egoista, dell’auto-interesse materialista e dell’utilitarismo riduzionista sostenendo che il capitalismo finanziario anarchico possa regolare se stesso, non ci permetterà di superare la crisi né di costruire un futuro più solido.
In altre parole non ci sarà ripresa fino a che il capitale umano verrà alimentato da una cultura che esalta solo “il successo e la ricchezza facile”.
In altre parole se non incentiviamo il lavoro e ricostruiamo il capitale del bene comune nella sua integralità non potranno essere contrastate le derive sui temi della vita, della famiglia, del matrimonio, e sarà difficile limitare gli aborti, l’eutanasia, l’economicismo, il mercatismo ecc. 

Su questi temi, troppo spesso anche i cattolici sono stati condizionati dalla cultura maggioritaria e dal modello dominante. Ci si è illusi poter ottenere in cambio qualche misura in più per aiutare i poveri o le famiglie. Ma si tratta di surrogati culturali e politici, non della cura del male di cui soffre la società italiana e occidentale.
In questa fase il mondo cattolico deve avere il coraggio e la volontà di elaborare un pensiero che mostri gli errori della cultura dominante fondata sulla visione individualista, auto-interessata, relativista.
Non basta difendere in maniera ideologica la legge naturale: è compito nostro riuscire a mostrare le ragioni teoriche e pratiche per cui la legge naturale è superiore all’assunto individualista e auto interessato. Anche su questo il cardinale Bagnasco ha centrato il problema.
Per quanto riguarda il modello di sviluppo economico, secondo il presidente della CEI, bisogna cambiare.
Dobbiamo investire in una economia che metta al centro la persona non solo nel momento della distribuzione della ricchezza, ma anche nel modo in cui è prodotta. Oggi non basta più pagare un giusto salario ai lavoratori o dare le ferie: il processo produttivo non deve essere umiliante per la persona e per la sua dignità. Il concetto di sviluppo umano integrale è legato a tre fattori: Pil, beni socio-relazionali, e beni spirituali.
La strada che ci indica il cardinale Bagnasco è quella di far crescere il prodotto interno lordo evitando di sacrificare le altre due componenti.
In nome dell’utile, non è bene sfruttare i lavoratori, inquinare l’ambiente, mettere slot-machine nelle scuole, oppure lavorare la domenica.
Attraverso l’etica della vita e la bioeconomia dobbiamo privilegiare un modello di sviluppo che consideri i beni relazionali, i servizi alla persona, i beni intangibili (la fiducia) i beni comuni.
Il modello fondato solo sul consumismo egoistico (sempre più alimentato con il debito) di beni privati è un sistema che non è più sostenibile.
Non possiamo mettere sullo stesso piano gli interessi economicistici con i valori non negoziabili.
Non si può accettare il principio che ti dò più soldi, ma in cambio tu rinunci a realizzare il tuo potenziale umano. Che senso ha avere un reddito maggiore se poi l’organizzazione del lavoro ti impedisce di essere genitore? Di poter fare e stare in famiglia? di far nascere e assistere i figli?

Publié dans:ATTUALITÀ, CEI |on 2 avril, 2013 |Pas de commentaires »

OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO – MESSA CRISMALE

http://www.vatican.va/holy_father/francesco/homilies/2013/documents/papa-francesco_20130328_messa-crismale_it.html 

OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO – MESSA CRISMALE

Basilica Vaticana

Giovedì Santo, 28 marzo 2013

Cari fratelli e sorelle,

con gioia celebro la prima Messa Crismale come Vescovo di Roma. Vi saluto tutti con affetto, in particolare voi, cari sacerdoti, che oggi, come me, ricordate il giorno dell’Ordinazione.
Le Letture, anche il Salmo, ci parlano degli “Unti”: il Servo di Javhè di Isaia, il re Davide e Gesù nostro Signore. I tre hanno in comune che l’unzione che ricevono è destinata a ungere il popolo fedele di Dio, di cui sono servitori; la loro unzione è per i poveri, per i prigionieri, per gli oppressi… Un’immagine molto bella di questo “essere per” del santo crisma è quella del Salmo 133: «È come olio prezioso versato sul capo, che scende sulla barba, la barba di Aronne, che scende sull’orlo della sua veste» (v. 2). L’immagine dell’olio che si sparge, che scende dalla barba di Aronne fino all’orlo delle sue vesti sacre, è immagine dell’unzione sacerdotale che per mezzo dell’Unto giunge fino ai confini dell’universo rappresentato nelle vesti.
Le vesti sacre del Sommo Sacerdote sono ricche di simbolismi; uno di essi è quello dei nomi dei figli di Israele impressi sopra le pietre di onice che adornavano le spalle dell’efod dal quale proviene la nostra attuale casula: sei sopra la pietra della spalla destra e sei sopra quella della spalla sinistra (cfr Es 28, 6-14). Anche nel pettorale erano incisi i nomi delle dodici tribù d’Israele (cfr Es 28,21). Ciò significa che il sacerdote celebra caricandosi sulle spalle il popolo a lui affidato e portando i suoi nomi incisi nel cuore. Quando ci rivestiamo con la nostra umile casula può farci bene sentire sopra le spalle e nel cuore il peso e il volto del nostro popolo fedele, dei nostri santi e dei nostri martiri, che in questo tempo sono tanti!.
Dalla bellezza di quanto è liturgico, che non è semplice ornamento e gusto per i drappi, bensì presenza della gloria del nostro Dio che risplende nel suo popolo vivo e confortato, passiamo adesso a guardare all’azione. L’olio prezioso che unge il capo di Aronne non si limita a profumare la sua persona, ma si sparge e raggiunge “le periferie”. Il Signore lo dirà chiaramente: la sua unzione è per i poveri, per i prigionieri, per i malati e per quelli che sono tristi e soli. L’unzione, cari fratelli, non è per profumare noi stessi e tanto meno perché la conserviamo in un’ampolla, perché l’olio diventerebbe rancido … e il cuore amaro.
Il buon sacerdote si riconosce da come viene unto il suo popolo; questa è una prova chiara. Quando la nostra gente viene unta con olio di gioia lo si nota: per esempio, quando esce dalla Messa con il volto di chi ha ricevuto una buona notizia. La nostra gente gradisce il Vangelo predicato con l’unzione, gradisce quando il Vangelo che predichiamo giunge alla sua vita quotidiana, quando scende come l’olio di Aronne fino ai bordi della realtà, quando illumina le situazioni limite, “le periferie” dove il popolo fedele è più esposto all’invasione di quanti vogliono saccheggiare la sua fede. La gente ci ringrazia perché sente che abbiamo pregato con le realtà della sua vita di ogni giorno, le sue pene e le sue gioie, le sue angustie e le sue speranze. E quando sente che il profumo dell’Unto, di Cristo, giunge attraverso di noi, è incoraggiata ad affidarci tutto quello che desidera arrivi al Signore: “preghi per me, padre, perché ho questo problema”, “mi benedica, padre”, “preghi per me”, sono il segno che l’unzione è arrivata all’orlo del mantello, perché viene trasformata in supplica, supplica del Popolo di Dio. Quando siamo in questa relazione con Dio e con il suo Popolo e la grazia passa attraverso di noi, allora siamo sacerdoti, mediatori tra Dio e gli uomini. Ciò che intendo sottolineare è che dobbiamo ravvivare sempre la grazia e intuire in ogni richiesta, a volte inopportuna, a volte puramente materiale o addirittura banale – ma lo è solo apparentemente – il desiderio della nostra gente di essere unta con l’olio profumato, perché sa che noi lo abbiamo. Intuire e sentire, come sentì il Signore l’angoscia piena di speranza dell’emorroissa quando toccò il lembo del suo mantello. Questo momento di Gesù, in mezzo alla gente che lo circondava da tutti i lati, incarna tutta la bellezza di Aronne rivestito sacerdotalmente e con l’olio che scende sulle sue vesti. È una bellezza nascosta che risplende solo per quegli occhi pieni di fede della donna che soffriva perdite di sangue. Gli stessi discepoli – futuri sacerdoti – tuttavia non riescono a vedere, non comprendono: nella “periferia esistenziale” vedono solo la superficialità della moltitudine che si stringe da tutti i lati fino a soffocare Gesù (cfr Lc 8,42). Il Signore, al contrario, sente la forza dell’unzione divina che arriva ai bordi del suo mantello.
Così bisogna uscire a sperimentare la nostra unzione, il suo potere e la sua efficacia redentrice: nelle “periferie” dove c’è sofferenza, c’è sangue versato, c’è cecità che desidera vedere, ci sono prigionieri di tanti cattivi padroni. Non è precisamente nelle autoesperienze o nelle introspezioni reiterate che incontriamo il Signore: i corsi di autoaiuto nella vita possono essere utili, però vivere la nostra vita sacerdotale passando da un corso all’altro, di metodo in metodo, porta a diventare pelagiani, a minimizzare il potere della grazia, che si attiva e cresce nella misura in cui, con fede, usciamo a dare noi stessi e a dare il Vangelo agli altri, a dare la poca unzione che abbiamo a coloro che non hanno niente di niente.
Il sacerdote che esce poco da sé, che unge poco – non dico “niente” perché, grazie a Dio, la gente ci ruba l’unzione – si perde il meglio del nostro popolo, quello che è capace di attivare la parte più profonda del suo cuore presbiterale. Chi non esce da sé, invece di essere mediatore, diventa a poco a poco un intermediario, un gestore. Tutti conosciamo la differenza: l’intermediario e il gestore “hanno già la loro paga” e siccome non mettono in gioco la propria pelle e il proprio cuore, non ricevono un ringraziamento affettuoso, che nasce dal cuore. Da qui deriva precisamente l’insoddisfazione di alcuni, che finiscono per essere tristi, preti tristi, e trasformati in una sorta di collezionisti di antichità oppure di novità, invece di essere pastori con “l’odore delle pecore” – questo io vi chiedo: siate pastori con “l’odore delle pecore”, che si senta quello -; invece di essere pastori in mezzo al proprio gregge e pescatori di uomini. È vero che la cosiddetta crisi di identità sacerdotale ci minaccia tutti e si somma ad una crisi di civiltà; però, se sappiamo infrangere la sua onda, noi potremo prendere il largo nel nome del Signore e gettare le reti. È bene che la realtà stessa ci porti ad andare là dove ciò che siamo per grazia appare chiaramente come pura grazia, in questo mare del mondo attuale dove vale solo l’unzione – e non la funzione -, e risultano feconde le reti gettate unicamente nel nome di Colui del quale noi ci siamo fidati: Gesù.
Cari fedeli, siate vicini ai vostri sacerdoti con l’affetto e con la preghiera perché siano sempre Pastori secondo il cuore di Dio.
Cari sacerdoti, Dio Padre rinnovi in noi lo Spirito di Santità con cui siamo stati unti, lo rinnovi nel nostro cuore in modo tale che l’unzione giunga a tutti, anche alle “periferie”, là dove il nostro popolo fedele più lo attende ed apprezza. La nostra gente ci senta discepoli del Signore, senta che siamo rivestiti dei loro nomi, che non cerchiamo altra identità; e possa ricevere attraverso le nostre parole e opere quest’olio di gioia che ci è venuto a portare Gesù, l’Unto. Amen

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