Archive pour avril, 2013

San Giuseppe Lavoratore

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Publié dans:immagini sacre |on 30 avril, 2013 |Pas de commentaires »

Santa Caterina da Siena

Santa Caterina da Siena dans immagini sacre
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Publié dans:immagini sacre |on 29 avril, 2013 |Pas de commentaires »

29 APRILE: SANTA CATERINA DA SIENA VERGINE E DOTTORE DELLA CHIESA, PATRONA D’ITALIA

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SANTA CATERINA DA SIENA VERGINE E DOTTORE DELLA CHIESA, PATRONA D’ITALIA

29 APRILE

SIENA, 25 MARZO 1347 – ROMA, 29 APRILE 1380

«Niuno Stato si può conservare nella legge civile in stato di grazia senza la santa giustizia»: queste alcune delle parole che hanno reso questa santa, patrona d’Italia, celebre. Nata nel 1347 Caterina non va a scuola, non ha maestri. I suoi avviano discorsi di maritaggio quando lei è sui 12 anni. E lei dice di no, sempre. E la spunta. Del resto chiede solo una stanzetta che sarà la sua «  »cella »" di terziaria domenicana (o Mantellata, per l’abito bianco e il mantello nero). La stanzetta si fa cenacolo di artisti e di dotti, di religiosi, di processionisti, tutti più istruiti di lei. Li chiameranno «  »Caterinati »". Lei impara a leggere e a scrivere, ma la maggior parte dei suoi messaggi è dettata. Con essi lei parla a papi e re, a donne di casa e a regine, e pure ai detenuti. Va ad Avignone, ambasciatrice dei fiorentini per una non riuscita missione di pace presso papa Gregorio XI. Ma dà al Pontefice la spinta per il ritorno a Roma, nel 1377. Deve poi recarsi a Roma, chiamata da papa Urbano VI dopo la ribellione di una parte dei cardinali che dà inizio allo scisma di Occidente. Ma qui si ammala e muore, a soli 33 anni. Sarà canonizzata nel 1461 dal papa senese Pio II. Nel 1939 Pio XII la dichiarerà patrona d’Italia con Francesco d’Assisi. (Avvenire)

Patronato: Italia, Europa (Giovanni Paolo II, 1/10/99)
Etimologia: Caterina = donna pura, dal greco
Emblema: Anello, Giglio

Martirologio Romano: Festa di Santa Caterina da Siena, vergine e dottore della Chiesa, che, preso l’abito delle Suore della Penitenza di San Domenico, si sforzò di conoscere Dio in se stessa e se stessa in Dio e di rendersi conforme a Cristo crocifisso; lottò con forza e senza sosta per la pace, per il ritorno del Romano Pontefice nell’Urbe e per il ripristino dell’unità della Chiesa, lasciando pure celebri scritti della sua straordinaria dottrina spirituale.
Quando si pensa a santa Caterina da Siena vengono in mente tre aspetti di questa mistica nella quale sono stati stravolti i piani naturali: la sua totale appartenenza a Cristo, la sapienza infusa, il suo coraggio. I due simboli che caratterizzano l’iconografia cateriniana sono il libro e il giglio, che rappresentano rispettivamente la dottrina e la purezza. L’insistenza dell’iconografia antica sui simboli dottrinali e soprattutto il capolavoro de Il Dialogo della Divina Provvidenza (ovvero Libro della Divina Dottrina), l’eccezionale Epistolario e la raccolta delle Preghiere sono stati decisivi per la proclamazione a Dottore della Chiesa di santa Caterina, avvenuta il 4 ottobre 1970 per volere di Paolo VI (1897-1978), sette giorni dopo quella di santa Teresa d’ Avila (1515–1582).
Caterina (dal greco: donna pura) vive in un momento storico e in una terra, la Toscana, di intraprendente ricchezza spirituale e culturale, la cui scena artistica e letteraria era stata riempita da figure come Giotto (1267–1337) e  Dante (1265–1321), ma, contemporaneamente, dilaniata da tensioni e lotte fratricide di carattere politico, dove occupavano spazio preponderante le discordie fra guelfi e ghibellini.

La vita
Nasce a Siena nel rione di Fontebranda (oggi Nobile Contrada dell’Oca) il 25 marzo 1347: è la ventiquattresima figlia delle venticinque creature che Jacopo Benincasa, tintore, e Lapa di Puccio de’ Piacenti hanno messo al mondo. Giovanna è la sorella gemella, ma morirà neonata. La famiglia Benincasa, un patronimico, non ancora un cognome, appartiene alla piccola borghesia. Ha solo sei anni quando le appare Gesù vestito maestosamente, da Sommo Pontefice, con tre corone sul capo ed un manto rosso, accanto al quale stanno san Pietro, san Giovanni e san Paolo. Il Papa si trovava, a quel tempo, ad Avignone e la cristianità era minacciata dai movimenti ereticali.
Già a sette anni fece voto di verginità. Preghiere, penitenze e digiuni costellano ormai le sue giornate, dove non c’è più spazio per il gioco. Della precocissima vocazione parla il suo primo biografo, il beato Raimondo da Capua (1330-1399), nella Legeda Maior, confessore di santa Caterina e che divenne superiore generale dell’ordine domenicano; in queste pagine troviamo come la mistica senese abbia intrapreso, fin da bambina, la via della perfezione cristiana: riduce cibo e sonno; abolisce la carne; si nutre di erbe crude, di qualche frutto; utilizza il cilicio…
Proprio ai Domenicani la giovanissima Caterina, che aspirava a conquistare anime a Cristo, si rivolse per rispondere alla impellente chiamata. Ma prima di realizzare la sua aspirazione fu necessario combattere contro le forti reticenze dei genitori che la volevano coniugare. Aveva solo 12 anni, eppure reagì con forza: si tagliò i capelli, si coprì il capo con un velo e si serrò  in casa. Risolutivo fu poi ciò che un giorno il padre vide: sorprese una colomba aleggiare sulla figlia in preghiera. Nel 1363 vestì l’abito delle «mantellate» (dal mantello nero sull’abito bianco dei Domenicani); una scelta anomala quella del terz’ordine laicale, al quale aderivano soprattutto donne mature o vedove, che continuavano a vivere nel mondo, ma con l’emissione dei voti di obbedienza, povertà e castità.
Caterina si avvicinò alle letture sacre pur essendo analfabeta: ricevette dal Signore il dono di saper leggere e imparò anche a scrivere, ma usò comunque e spesso il metodo della dettatura.
Al termine del Carnevale del 1367 si compiono le mistiche nozze: da Gesù riceve un anello adorno di rubini. Fra Cristo, il bene amato sopra ogni altro bene, e Caterina viene a stabilirsi un rapporto di intimità particolarissimo e di intensa comunione, tanto da arrivare ad uno scambio fisico di cuore. Cristo, ormai e in tutti i sensi, vive in lei (Gal 2,20).
Ha inizio l’intensa attività caritatevole a vantaggio dei poveri, degli ammalati, dei carcerati e intanto soffre indicibilmente per il mondo, che è in balia della disgregazione e del peccato; l’Europa è pervasa dalle pestilenze, dalle carestie, dalle guerre: «la Francia preda della guerra civile; l’Italia corsa dalle compagnie di ventura e dilaniata dalle lotte intestine; il regno di Napoli travolto dall’incostanza e dalla lussuria della regina Giovanna; Gerusalemme in mano agli infedeli, e i turchi che avanzano in Anatolia mentre i cristiani si facevano guerra tra loro» (F. Cardini, I santi nella storia, San Paolo, Cinisello Balsamo -MI-, 2006, Vol. IV, p. 120). Fame, malattia, corruzione, sofferenze, sopraffazioni, ingiustizie…

Le lettere
Le lettere, che la mistica osa scrivere al Papa in nome di Dio, sono vere e proprie colate di lava, documenti di una realtà che impegna cielo e terra. Lo stile, tutto cateriniano, sgorga da sé, per necessità interiore: sospinge nel divino la realtà contingente, immergendo, con una iridescente e irresistibile forza d’amore, uomini e circostanze nello spazio soprannaturale. Ecco allora che le sue epistole sono un impasto di prosa e poesia, dove gli appelli alle autorità, sia religiose che civili, sono fermi e intransigenti, ma intrisi di materno sentire: «Delicatissima donna, questo gigante della volontà; dolcissima figlia e sorella, questo rude ammonitore di Pontefici e di re; i rimproveri e le minacce che ella osa fulminare sono compenetrati di affetto inesausto» (G. Papàsogli, Caterina da Siena, Fabbri Editori RCS, Milano 2001, p. 201). Usa espressioni tonanti, invitando alla virilità delle scelte e delle azioni, ma sa essere ugualmente tenerissima, come solo uno spirito muliebre è in grado di palesare.
La poesia di colei che scrive al Papa «Oimé, padre, io muoio di dolore, e non posso morire» è costituita da sublimi altezze e folgoranti illuminazioni divine, ma nel contempo, conoscendo che cosa sia il peccato e dove esso conduca, tocca abissi di indicibile nausea, perché Caterina intinge il pensiero nell’inchiostro della realtà tutta intera, quella fatta di bene e male, di angeli e demoni, di natura e sovranatura, dove il contingente si incontra e si scontra nell’Eterno.

Per la causa di Cristo
Una brulicante «famiglia spirituale», formata da sociae e socii, confessori e segretari, vive intorno a questa madre che pungola, sostiene, invita, con forza e senza posa, alla Causa di Cristo, facendo anche pressioni, come pacificatrice, su casate importanti come i Tolomei, i Malavolti, i Salimbeni, i Bernabò Visconti…
Lotte con il demonio, levitazioni, estasi, bilocazioni, colloqui con Cristo, il desiderio di fusione in Lui e la prima morte di puro amore, quando l’amore ebbe la forza della morte e la sua anima fu liberata dalla carne… per un breve spazio di tempo.
I temi sui quali Caterina pone attenzione sono: la pacificazione dell’Italia, la necessità della crociata, il ritorno della sede pontificia a Roma e la riforma della Chiesa. Passato il periodo della peste a Siena, nel quale non sottrae la sua attenta assistenza, il 1° aprile del 1375, nella chiesa di Santa Cristina, riceve le stimmate incruente. In quello stesso anno cerca di dissuadere i capi delle città di Pisa e Lucca dall’aderire alla Lega antipapale promossa da Firenze che si trovava in urto con i legati pontifici, che avrebbero dovuto preparare il ritorno del Papa a Roma. L’anno seguente partì per Avignone, dove giunse il 18 giugno per incontrare Gregorio XI (1330–1378), il quale, persuaso dall’intrepida Caterina, rientrò nella città di san Pietro il 17 gennaio 1377. L’anno successivo morì il Pontefice e gli successe Urbano VI (1318–1389), ma una parte del collegio cardinalizio gli preferì Roberto di Ginevra, che assunse il nome di Clemente VII (1342– 1394, antipapa), dando inizio al grande scisma d’Occidente, che durò un quarantennio, risolto al Concilio di Costanza (1414-1418) con le dimissioni di Gregorio XII (1326–1417), che precedentemente aveva legittimato il Concilio stesso, e l’elezione di Martino V (1368–1431), nonché con le scomuniche degli antipapi di Avignone (Benedetto XIII, 1328–1423) e di Pisa (Giovanni XXIII, 1370–1419).
All’udienza generale del 24 novembre 2010 Benedetto XVI ha affermato, riferendosi proprio a santa Caterina: «Il secolo in cui visse – il quattordicesimo – fu un’epoca travagliata per la vita della Chiesa e dell’intero tessuto sociale in Italia e in Europa. Tuttavia, anche nei momenti di maggiore difficoltà, il Signore non cessa di benedire il suo Popolo, suscitando Santi e Sante che scuotano le menti e i cuori provocando conversione e rinnovamento».
Amando Gesù («O Pazzo d’amore!»), che descrive come un ponte lanciato tra Cielo e terra,  Caterina amava i sacerdoti perché dispensatori, attraverso i Sacramenti e la Parola, della forza salvifica. L’anima di colei che iniziava le sue cocenti e vivificanti lettere con «Io Catarina, serva e schiava de’ servi di Gesù Cristo, scrivo a voi nel prezioso sangue suo», raggiunge la beatitudine il 29 aprile 1380, a 33 anni, gli stessi di Cristo, nel quale si era persa per ritrovare l’autentica essenza.

Autore: Cristina Siccardi

Publié dans:Santi, santi: biografia |on 29 avril, 2013 |Pas de commentaires »

UMANO (QUESTO È) – DA DOGMA E PREDICAZIONE DI J.RATZINGER

http://www.gliscritti.it/preg_lett/antologia/umano.htm

UMANO (QUESTO È)

DA DOGMA E PREDICAZIONE DI J.RATZINGER

L’assioma “gratia praesupponit naturam” vuol dire, in base a tutto quello che abbiamo ripensato, anche in accordo con la Bibbia, che la grazia, cioè l’incontro dell’uomo col Dio che lo chiama, non distrugge la vera realtà umana dell’uomo, ma la salva e la completa. Questa vera realtà umana dell’uomo, la condizione creaturale di uomo, non è completamente estinta in nessun uomo; essa sta alla base di ognuna delle persone umane e si esplica in forme svariate anche nella concreta esistenza dell’uomo, incoraggiandolo e guidandolo ininterrottamente. Però non è presente in nessun uomo in forma non deformata e non adulterata; in ognuno invece essa è ricoperta da quello sporco rivestimento che Pascal ha acutamente definito la “seconde nature” dell’uomo. L’uomo ha aggiunto a se stesso una seconda natura, che ha per centro la schiavitù nei confronti dell’io, la concupiscentia. Ne è una conseguenza anche il fatto che sia nelle lingue antiche, sia nelle moderne la parola “uomo” contiene una particolare ambiguità di significati, nella quale si intrecciano fra loro dignità e bassezza, nobiltà e volgarità. Come è tipica questa ambiguità, ad esempio, nell’autoritratto per metà ironico e per metà serio di Goethe:

Da bambino taciturno e ostinato
Da giovane ardito e sorpreso
Da vecchio irresponsabile e capriccioso
Sulla tua lapide si leggerà:
Questo è stato un vero uomo!

In una frase del cardinale Saliège, che io lessi una volta su un calendarietto, si avverte con intensità ancora maggiore l’identica sensazione: “Con l’espressione ‘questo è umano’ oggi si giustifica tutto. Si cerca il divorzio: è umano. Si beve: è umano. Si imbroglia in un esame o in un concorso: umano. Si sciupa la propria giovinezza nel vizio: è umano. Si lavora con indolenza: è umano. Si è gelosi: è umano. Si commette peculato: è umano. Non esiste nessun vizio che non si giustifichi con questa formula. Con il termine ‘umano’ si caratterizza così ciò che di più caduco e meschino esiste nell’uomo. A volte diventa addirittura sinonimo di bestiale. Che bizzarro modo di esprimersi! L’umano è proprio quello che ci distingue dalla bestia. Umano è l’intelletto, il cuore, la volontà, la coscienza, la santità. Questo è umano”.

BENEDETTO XVI, FRANCESCO E L’ARTE DI VEDERE IL VOLTO DI CRISTO

http://www.zenit.org/it/articles/benedetto-xvi-francesco-e-l-arte-di-vedere-il-volto-di-cristo

BENEDETTO XVI, FRANCESCO E L’ARTE DI VEDERE IL VOLTO DI CRISTO

PER VEDERE CRISTO, È NECESSARIO PREPARARE GLI OCCHI ATTRAVERSO LA FEDE

ROMA, 29 APRILE 2013 (ZENIT.ORG) RODOLFO PAPA

Si potrebbe delineare – come molte volte è stato già fatto nel passato e nel presente -, una storia che attraverso le opere d’arte miri alla descrizione del volto di Cristo. Si potrebbe anche scrivere una storia che narri la varie modalità con cui il volto di Cristo è stato rappresentato. Si potrebbero scrivere – come del resto si fa – minuziose analisi storico-critiche di ogni dettaglio e di ogni particolare del volto di Cristo nell’arte.
Si potrebbe fare tutto questo, e tuttavia di fatto non comprendere nulla del volto di Cristo, e forse nemmeno nulla del “sistema d’arte” che ha prodotto quei meravigliosi testi “visibili” di spiritualità che sono i dipinti della storia dell’arte sacra. Anzi, certe analisi minuziose ma decontestualizzate nascondono il vero significato di queste opere. Infatti non basta possedere la vista per vedere le cose, bisogna che questa sia educata alla visione, spirituale e fisica, del mondo, delle cose e dell’arte.
Papa Francesco, nella predica di venerdì scorso durante la Santa Messa nella cappella di Santa Marta [1], ci ha ricordato che «Gli occhi della nostra anima hanno bisogno, hanno necessità di essere preparati per guardare quel volto meraviglioso di Gesù». Infatti è necessario che si percorra un cammino di formazione, di preparazione per educare i nostri occhi a vedere il volto di Gesù Cristo. L’arte della pittura ha questo compito meraviglioso di offrire alla vista lo sguardo dell’Amato, per mostrarlo e per farcelo riconoscere come colui che ci ama; le immagini dipinte ci possono educare pazientemente, delicatamente, a riconoscere il volto di Dio.
Ma come può accadere questo? Solo attraverso la preghiera: solo attraverso la preghiera un artista può tentare di offrire un ritratto del volto di Cristo e solo attraverso la preghiera si può contemplare con giusta devozione l’immagine dipinta.
Abbiamo argomentato più volte [2] come l’arte pittorica svolga primariamente un compito di educazione catechetica, cui si aggiunge un effetto caritativo nell’offerta di modelli parenetici e misure comportamentali. A questi due aspetti fondamentali dell’azione dell’immagine sull’anima del fedele, andrebbe aggiunto il primo ed il più importante dei moti che essa produce, ovvero l’educazione dell’occhio stesso alla visione, l’educazione al vedere. Infatti, l’immagine educa alla sua visione.
A motivo dell’importanza fondamentale di questo aspetto, è imprescindibile comprendere che non tutte le immagini sono buone; non ogni immagine educa al bene. C’è una grande differenza, a volte abissale, tra una immagine ed un’altra.
La Chiesa, nella sua infinita saggezza, anche attraverso molti travagli, ha ribadito che l’immagine dipinta è utile, è un valido mezzo capace di affiancare le parole, gli scritti e le preghiere, per formare ed educare la vista oculare e quella dell’anima al bene, al vero ed al bello. Ed ha anche offerto gli strumenti per discernere quale arte possa servire il sacro culto [3] e quali teorie estetiche vadano respinte [4].
Nella medesima omelia di venerdì, papa Francesco si è riferito criticamente alle filosofie che identificano la religione con la “alienazione” (facendo un probabile e implicito riferimento al marxismo, ma non solo ad esso). Ha ribadito che Gesù, però, trasmette un messaggio opposto, invitandoci a fidarci di lui: «Abbiate fede anche in me. Questo che io ti dico è la verità: io non ti truffo, non ti inganno».
Francesco in modo suggestivo ha spiegato che prepararsi al cielo significa «incominciare a salutarlo da lontano», quasi un cominciare a vederlo, intraprendendo un “cammino della bellezza”, che ci conduce al “ritorno alla patria”: proprio questa è la “verità” e non è “alienazione”, è permettere che «Gesù prepari il nostro cuore, i nostri occhi per quella bellezza tanto grande». Papa Francesco ha concluso la sua omelia con la preghiera che il Signore ci conceda una “speranza forte” e ci prepari «la dimora definitiva, nel nostro cuore, nei nostri occhi e nel nostro udito».
Ascoltando queste parole di Papa Francesco, mi sono tornati in mente alcuni scritti di Joseph Ratzinger, risalenti al 1981, volti a fondare teologicamente una cristologia spirituale. Egli infatti spiegava che per comprendere veramente ed interamente Gesù Cristo, senza lasciarsi fuorviare dai vari modelli interpretativi -che sono al contempo riduttivi-, è necessario partecipare alla Sua preghiera, perché essa è il centro della persona di Gesù. In tal senso Ratzinger scriveva «l’atto fondamentale della religione è la preghiera, che nella religione cristiana raggiunge la sua del tutto specifica caratteristica: essa è una consegna del proprio sé nel corpo di Cristo, dunque un atto d’amore, che, in quanto amore nel corpo e col corpo di Cristo, necessariamente conosce e compie l’amore di Dio come amore del prossimo, come amore alle membra di questo corpo».
Da qui ne discende una peculiare caratteristica della cristologia spirituale che egli propone come modalità di conoscere il volto di Gesù Cristo, senza separazioni o divisioni o contrapposizioni, superando di fatto una ermeneutica storico-critica, capace di analisi importanti ma incapace di rendere una visione unitaria e omnicomprensiva di tutti gli aspetti e i livelli di indagine. All’interno di questo peculiare percorso teologico, Ratzinger evidenzia l’importanza dell’occhio, scrivendo «il Nuovo Testamento fa continuamente intuire questo fatto e prepara così le componenti fondamentali di una dottrina della conoscenza teologica. Faccio un solo esempio. Quando Anania fu mandato da Paolo, al fine di accoglierlo nella Chiesa, egli, riluttante e diffidente di fronte a questo uomo, si sentì dire: va’ da lui, “ecco sta pregando” (At 9,11).
Nella preghiera Paolo s’avvicina al momento in cui liberato dalla cecità non solo esteriormente, ma anche intimamente inizia ad essere un vedente. Chi prega, inizia a vedere; pregare e vedere sono in relazione, poiché – come afferma Riccardo di S. Vittore – L’amore è occhio. Gli autentici progressi della cristologia non possono perciò mai provenire da una pura teologia di scuola, e nemmeno da una moderna teologia di scuola, quale si presenta in un’esegesi critica, in una storia del dogma, in un’antropologia orientata alle scienze umane, e così via. Tutto questo è importante, tanto importante come lo è la scuola. Ma non basta: deve aggiungervisi la teologia dei santi, la quale è teologia dell’esperienza. Tutti i reali progressi nella conoscenza teologica hanno la loro origine nell’occhio dell’amore e nella sua facoltà visiva» [5].
Da qui ne deduciamo un parallelo: come attraverso la conoscenza di una sola scuola teologica non si può riuscire a  conoscere veramente Gesù e a riconoscerlo come il Cristo, come l’Amato, similmente  per saper vedere bene le immagini che Lo rappresentano e Lo mostrano alla vista, è necessario superare ogni visione riduttiva e parziale di una sola “scuola”, e nutrire sempre la conoscenza con la Fede nutrita dalla preghiera.
L’arte apre alla vista, se a sua volta si apre alla Fede attraverso la preghiera, altrimenti rimane lettera morta, e tutti i percorsi –pur importanti- per studiarla rimarrebbero riduttivi. Se la storia dell’arte sacra non è informata della Fede, difficilmente sarà capace di restituire una esegesi corretta del senso, e dall’altra parte se l’arte non è realmente informata da una profonda Fede non sarà in grado di dirci nulla del volto di Cristo, perché si lascerà di volta in volta fuorviare  da storiografie riduzioniste o comunque parziali.
Gli artisti, come gli esegeti biblici, si possono far distrarre di volta in volta da posizioni disgreganti, come ancora Ratzinger ci ricorda: «in tal modo si disgrega anche la figura dello stesso Gesù presentato in modelli sempre nuovi: il Gesù delle fonti scientifiche, il Gesù  di questa o di quella comunità, il Gesù filantropico, il Rabbi Gesù, il Gesù apocalittico, il Gesù zelota, il Gesù rivoluzionario, il Gesù politico, e così via» [6] .
A queste riduzioni e riduzionismi, a queste lacerazioni e ritratti di moda, l’arte sacra – quella autentica – si è sempre opposta, cercando, per quanto è possibile, l’interezza del volto di Gesù Cristo, volgendosi alla sua bellezza che è visione contemplante, che apre l’occhio e ridona la vista al cieco.
Rappresentando le sacre storie, l’arte della pittura, attraverso narrazioni, simboli e metafore, educa ad uno sguardo più profondo e penetrante della realtà. L’arte sacra, attraverso il suo complesso “sistema d’arte”, educa ad un linguaggio in grado di comprendere l’interezza, la pienezza del discorso cristiano, senza limitazioni e senza riduzioni o decurtazioni.
La figurazione non è una porzione superata dalla storia, un lacerto di un modo antico ed ingenuo ormai superato ed insignificante, ma è il linguaggio compiuto della Chiesa che, attraverso un lungo percorso di elaborazione, è teso alla rappresentazione dell’intero e non del parziale. L’immagine sacra cristiana si volge a tutta l’umanità di Gesù e al suo essere divino, al suo essere Figlio, al suo essere Chiesa come corpo mistico, tanto da tenere insieme contemporaneamente il poco che possiamo e l’intero che preghiamo.
Per certi versi si potrebbe dire che la dinamica è la medesima di quella proposta nella splendida prima omelia che Papa Francesco ha pronunziato di fronte ai Cardinali il 14 marzo 2013 nella Cappella Sistina: «Noi possiamo camminare quanto vogliamo, noi possiamo edificare tante cose, ma se non confessiamo Gesù Cristo, la cosa non va. Diventeremo una ONG assistenziale, ma non la Chiesa, Sposa del Signore. Quando non si cammina, ci si ferma. Quando non si edifica sulle pietre cosa succede? Succede quello che succede ai bambini sulla spiaggia quando fanno dei palazzi di sabbia, tutto viene giù, è senza consistenza. Quando non si confessa Gesù Cristo, mi sovviene la frase di Léon Bloy: “Chi non prega il Signore, prega il diavolo”. Quando non si confessa Gesù Cristo, si confessa la mondanità del diavolo, la mondanità del demonio».
Rodolfo Papa, Esperto della XIII Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, docente di Storia delle teorie estetiche, Pontificia Università Urbaniana, Artista, Storico dell’arte, Accademico Ordinario Pontificio. Website: www.rodolfopapa.it  Blog: http://rodolfopapa.blogspot.com  e.mail:  rodolfo_papa@infinito.it  .

NOTE
[1]Cfr.http://www.zenit.org/it/articles/gli-occhi-dell-anima-vanno-preparati-a-vedere-il-volto-meraviglioso-di-gesu in Zenit, 26 aprile 2013.
[2] Cfr. l’insieme degli articoli di questa rubrica “Riflessioni sull’arte” ed anche R. Papa, Discorsi sull’arte sacra, introd. Card. Canizares, edizioni Cantagalli, Siena 2012.
[3] Per esempio: Concilio Vaticano II, Costituzione sulla Sacra Liturgia Sacrosanctum Concilium, 4 dicembre 1963, e come riflessione cfr. R. Papa. Discorsi sull’arte sacra, cit., pp. 94-100.
[4] Per esempio, Concilio Vaticano II, Decreto sugli strumenti di comunicazione sociale Inter Mirifica, 4 dicembre 1963,  e come riflessione, cfr. R.Papa, Arte e morale. La profonda attualità del decreto conciliare Inter Mirifica (pubblicato su Zenit 17 dicembre 2012) e R.Papa, Arte e Morale. Ancora sull’attualità del Decreto conciliare Inter Mirifica. (pubblicato su Zenit il 7 gennaio 2013). R.Papa, Arte e carità. (I parte) L’aspetto giuridico dell’arte sacra. (pubblicato su Zenit il 21 gennaio 2013). [5] J. Ratzinger, Guardare al Crocifisso (1984), trad. it. Jaca Book, Milano 1992, p. 25.
[6] Ibid., p. 39.

Duccio di Buoninsegna (ca. 1255, Siena – 1319, Siena), “L’ultima Cena

Duccio di Buoninsegna (ca. 1255, Siena - 1319, Siena), “L’ultima Cena dans immagini sacre duccio-ultima-cena

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Publié dans:immagini sacre |on 26 avril, 2013 |Pas de commentaires »

LA GERUSALEMME CELESTE – AP 21,1-27 – COMMENTO SPIRITUALE.

http://www.corsobiblico.it/apocalisse.htm#_Toc73449236

LA GERUSALEMME CELESTE – AP 21,1-27

COMMENTO SPIRITUALE.

“Vidi la città santa”. La suprema perfezione e felicità, che noi chiamiamo “Paradiso”, è ineffabile. Per evocarla, la Bibbia si serve di immagini derivate dalle esperienze più gratificanti: cielo (2 Re 2,11; Ef. 2,6), città di pietre preziose (Is. 54,12; Ap. 18,16), giardino (Ger. 31,12; Ez. 36,35), convito (Is. 25, 6-7; Mt. 22, 1-14), nozze (Mt. 25, 1-13; Ap. 19,9), festosa liturgia (Ap. 7, 10-12), canto (Is. 42,10; Ap. 14, 2- 3).
Incontro immediato con Dio uno e trino, totale comunione con gli altri, armoniosa integrazione con il mondo: ecco la meta, verso cui gli uomini sono incamminati. “Per questo stanno davanti al trono di Dio e gli prestano servizio giorno e notte nel suo santuario; e Colui che siede sul trono stenderà la sua tenda sopra di loro. Non avranno più fame, né avranno più sete, né li colpirà il sole, né arsura di sorta, perché l’Agnello che sta in mezzo al trono sarà il loro pastore e li guiderà alle fonti delle acque della vita”. (Ap. 7, 15- 17).
“Vidi poi un nuovo cielo e una terra nuova, perché il cielo e la terra di prima erano scomparsi e il mare non c’era più. Vidi anche la città santa, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. Udii allora una voce potente che usciva dal trono: “Ecco la dimora di Dio con gli uomini! Egli dimorerà tra di loro ed essi saranno suo popolo ed egli sarà il “Dio-con-loro”. E tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate”. E Colui che sedeva sul trono disse: “Ecco io faccio nuove tutte le cose”. (Ap. 21, 1-5)”.
“La città non ha bisogno della luce del sole, né della luce della luna perché la gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l’Agnello… Il trono di Dio e dell’Agnello sarà in mezzo a lei e i suoi servi lo adoreranno; vedranno la sua faccia e porteranno il suo nome sulla fronte… e regneranno nei secoli dei secoli “(Ap. 21,23; 22, 3-5).
Nella beatitudine celeste, come già nel cammino terreno, sarà sempre Gesù Cristo la porta di accesso al Padre. Il Signore crocifisso e risorto, comunicando in modo definitivo il suo Spirito, ci unirà perfettamente a sé e ci renderà pienamente figli di Dio, capaci di vedere il Padre “come egli è” (1 Gv. 3,2). La Chiesa sarà “tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata”(Ef. 5,27). Gli uomini abiteranno nella celeste Gerusalemme in festosa convivialità e Dio abiterà con essi (Ap. 21, 2-3). Le esperienze attuali più riuscite di comunione tra amici, tra coniugi, tra genitori e figli prefigurano l’universale comunione dei santi in Dio, ma sono ben poca cosa al confronto di essa. Se è meravigliosa già adesso la compagnia delle persone buone e intelligenti, che cosa sarà la compagnia di tanti fratelli “portati alla perfezione” (Eb. 12,23)?
Non ha senso però situare il paradiso in qualche parte dell’universo piuttosto che in altre. Il cielo, nel linguaggio biblico, è un simbolo per indicare Dio e, secondo la fede cristiana, “la vita è essere con Cristo: dove è Cristo, lì è la vita, lì è il Regno”.
Questa vita perfetta, questa comunione di vita e di amore con la Santissima Trinità, con la Vergine Maria, gli angeli e tutti i beati è chiamata “il cielo”. Il cielo è il fine ultimo dell’uomo e la realizzazione delle sue aspirazioni più profonde, lo stato di felicità suprema e definitiva.
Vivere in cielo è “essere con Cristo” (Gv. 14,3; Fil. 1,23; 1 Ts. 4,17). Con la sua morte e la sua Risurrezione Gesù Cristo ci ha “aperto” il cielo. Il cielo è la beata comunità di tutti coloro che sono perfettamente incorporati in lui. Questo mistero di comunione beata con Dio e con tutti coloro che sono in Cristo supera ogni possibilità di comprensione e di descrizione: “Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano” (1 Cor. 2,9).
I santi formeranno una comunità di persone e non una massa collettiva senza volto. Ognuno sarà introdotto alla festa con un invito personalissimo: avrà “una pietruzza bianca sulla quale sta scritto un nome nuovo, che nessuno conosce all’infuori di chi lo riceve” (Ap. 2,17). Anche la perfezione sarà diversa secondo i doni ricevuti nella vita terrena e la corrispondenza verso di essi (Mt. 16,27; 1 Cor. 3,8). Tutti però saranno beati secondo la loro capacità  tutti si rallegreranno del bene degli altri come del proprio.
Armonia con Dio, con gli altri, con la natura e con se stessi: nel gaudio eterno si quieterà il desiderio illimitato del cuore; sarà il riposo, la festa, il giorno del Signore senza tramonto.
“Le nazioni cammineranno alla sua luce e i re della terra a lei porteranno la loro magnificenza… Non vidi alcun tempio in essa perché il Signore Dio, l’Onnipotente, e l’Agnello sono il suo tempio”.
La Gerusalemme celeste viene descritta come l’incontro di uomini di razze diverse, di nazioni, di cultura, di mentalità differenti. Da quando è venuto l’Agnello, cielo e terra si sono incontrati, il Tempio di Dio non c’è più, perché il Tempio è lo stesso Agnello. Ma questa Gerusalemme celeste non è solo un avvenimento futuro, ma ci appartiene già oggi.
Il “cielo” di Gesù, dunque, è l’incontro con quanti non camminano con Lui, con quanti sono diversi da noi e che sono lontani. Il cielo di Gesù è la partecipazione alla gioia del Padre che fa festa, perché è tornato un figlio lontano. Ogni volta che nelle nostre comunità si verifica una situazione di questo genere, il cielo si trasferisce sulla terra, cielo e terra si incontrano un’altra volta. Quando, invece, le nostre Chiese sono dure e sprezzanti verso chi ritorna dopo aver sbagliato, e quando non si accetta di fare festa al peccatore pentito, cielo e terra si allontanano di nuovo e crescono le divisioni tra gli uomini.
Il cielo di Gesù è un banchetto a cui sono invitati gli uomini della strada: storpi, ciechi, zoppi, i rifiutati dalla nostra mentalità; un banchetto in cui sono invitati i perseguitati e gli emarginati e di cui si è commensali a casa di ogni Zaccheo e di ogni Maddalena, che possiamo incontrare amichevolmente: questo è il cielo di Gesù Cristo.
Nel cielo di Gesù, l’ultimo è messo al posto d’onore e chi ha più autorità deve lavare i piedi a tutti. Il cielo di Gesù è la celebrazione della diversità:
“apparve una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, razza, popolo e lingua”.

« VIDI LA NUOVA GERUSALEMME SCENDERE DAL CIELO… » – APPUNTI ESEGESITICO-SPIRITUALI

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/03-annoC/annoC/12-13/04-Pasqua/Omelie/05-Domenica-di-Pasqua-2013_C-SC.html

28 APRILE 2013: 5A DOMENICA DI PASQUA C / APPUNTI ESEGESITICO-SPIRITUALI

« VIDI LA NUOVA GERUSALEMME SCENDERE DAL CIELO… »

L’uso continuato dell’Apocalisse come seconda lettura, in questo terzo ciclo, dà uno splendore e una profondità tutta particolare alla celebrazione di queste Domeniche dopo Pasqua.
La gioia pasquale trova qui ampia possibilità di trasmettersi, quasi per contagio, agli attenti lettori; e con la gioia anche il senso sempre più dilatato della Pasqua, che diventa così evento non solo ecclesiale, ma addirittura cosmico. « Ecco, io faccio nuove tutte le cose », leggiamo al termine del brano odierno dell’Apocalisse (21,5): la « novità » introdotta e portata a termine da Cristo va ben oltre i confini della Chiesa, e abbraccia l’universalità del cosmo, che « geme » in attesa della « liberazione » finale (cf Rm 8,19).
« Vieni, ti mostrerò la fidanzata, la sposa dell’Agnello »
La 2ª lettura fa parte dell’ultima sezione dell’Apocalisse (19,11-22,5), in cui si descrive la definitiva e totale sconfitta del male: « Io, Giovanni, vidi un nuovo cielo e una nuova terra, perché il cielo e la terra di prima erano scomparsi e il mare non c’era più » (Ap 21,1). Siamo dunque davanti a un mondo « nuovo », diverso da quello di prima: il « mare », luogo di vita del drago e simbolo del male, scomparirà per sempre, quasi ritirandosi per paura davanti alla marcia vittoriosa del « nuovo » Israele.
Quello infatti che interessa al Veggente di Patmos non è la « novità » delle cose ma la novità degli uomini, che egli ci rappresenta sotto il simbolo appassionato della Gerusalemme celeste: « Vidi anche la città santa, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo » (v. 2). È chiaro che il simbolo intende alludere alla comunità dei redenti che, alla fine dei tempi, si stringerà attorno all’Agnello per celebrare per sempre l’amore salvante di Dio in Cristo. A questo rimanda anche l’immagine della « sposa » che si prepara e si « adorna per il suo sposo ». E tra poco ascolteremo « uno dei sette angeli, che avevano le sette coppe piene degli ultimi flagelli », gridare: « Vieni, ti mostrerò la fidanzata, la sposa dell’Agnello » (v. 9).
Le immagini sono davvero esaltanti e riassumono in felice sintesi la storia dell’amore di Dio verso gli uomini. Gerusalemme è la città di Davide, capitale e centro religioso d’Israele, città di Dio, città santa, soprattutto perché in essa era costruito il Tempio. I Profeti l’assumono come simbolo della futura metropoli del popolo messianico. Ai tempi del N. Testamento Cristo consumerà in essa il suo sacrificio, « poiché non è possibile che un profeta muoia fuori di Gerusalemme » (Lc 13,33); in essa gli Apostoli riceveranno il dono dello Spirito che li spingerà alla conquista di tutta la terra; a essa farà sempre ritorno Paolo al termine dei suoi viaggi missionari.
Tutto questo era più che sufficiente per farla assumere come « simbolo » anche della consumazione finale della salvezza, che non potrà essere se non una salvezza « comunitaria »: la Chiesa della terra è predestinata a diventare la futura Chiesa celeste! Non c’è soluzione di continuità fra le due realtà, tanto che S. Paolo potrà dire che « la nostra cittadinanza è nei cieli » (Fil 3,20).
Non si tratta dunque qui di una localizzazione « geografica », quanto di una « dimensione » dello spirito: già fa parte della Gerusalemme celeste chi è capace di aderire a Cristo con tutta l’intensità del suo amore.
Sì, perché non si diventa cittadini di questa città se non in forza dell’amore. È per questo che la Gerusalemme celeste ci viene presentata anche sotto un altro simbolo: quello della « sposa che si adorna per il suo sposo » (Ap 21,22). È chiaro che siamo nel mondo delle immagini, se si può passare così facilmente dall’una all’altra!
E qui si recupera tutta la meravigliosa tematica dell’allegoria « nuziale », con cui i profeti dell’Antico Testamento avevano inteso rappresentare i rapporti di amore, di benevolenza, di preferenza di Dio verso Israele. In tal modo l’ideale profetico è realizzato: « Ti farò mia sposa per sempre, ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto, nella benevolenza e nell’amore, ti fidanzerò con me nella fedeltà e tu conoscerai il Signore » (Os 2,21-22). Soltanto che adesso le nozze non saranno più con Jahvèh ma con l’Agnello (cf v. 9), in quanto « Agnello di Dio » però (cf Gv 1,36): cioè nella espressione massima dell’amore che Dio possa dimostrare all’uomo, dando appunto per lui alla morte « il proprio Figlio » (Rm 8,32). È a questo punto che il rapporto di nuzialità è perfetto: una capacità di donarsi nell’amore, che non si arresta neppure davanti alla morte.
Ecco perché il brano dell’Apocalisse, anche se apparentemente lontano dalla tematica pasquale, ha invece una profonda risonanza pasquale: la « nuzialità » della Chiesa nasce dall’amore senza limiti che le ha dimostrato il suo Signore. Tutte le precedenti esperienze d’Israele erano solo « l’ombra » di quanto Dio avrebbe fatto per noi alla fine dei tempi, « donandoci » Cristo. La Pasqua cristiana è l’esaltazione di questo amore « nuziale », con cui Dio assume gli uomini come suoi partners in un amplesso senza fine.
Di qui anche il senso di gioia e di esultanza che pervade il resto del nostro brano, sul quale però non possiamo ulteriormente intrattenerci: « Udii allora una voce potente che usciva dal trono: Ecco la dimora di Dio con gli uomini! Egli dimorerà tra di loro ed essi saranno suo popolo ed egli sarà il « Dio con loro ». E tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate » (vv. 3-4)!
« VI DO UN COMANDAMENTO NUOVO »
Però, perché si abbia un vero patto nuziale, l’amore deve circolare dalle due parti. È precisamente a questo che ci richiama il breve, ma ricchissimo brano del Vangelo di Giovanni, ripreso dal racconto dell’ultima Cena.
Dopo la scena drammatica dello svelamento del traditore e la sua fuga dal Cenacolo, « nella notte » (Gv 13,30), Gesù ha come un senso di sollievo che esprime nei seguenti termini: « Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato e anche Dio è stato glorificato in lui. Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito » (vv. 31-32). È il tema della « gloria » che Giovanni lega, come ben sappiamo, più alla Passione che alla Risurrezione: « Io quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me » (12,32).
Dal momento che Giuda, spinto da Satana, è uscito per mandare a effetto il suo tradimento, Gesù considera il dramma della Passione come già avviato, e perciò adopera il verbo al passato: « Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato… » (13,31). D’altra parte, se la « gloria » che lui dà a Dio è già in atto, quella che il Padre darà a lui, dimostrandogli di aver gradito la sua offerta, deve ancora venire nella Risurrezione. Ecco il perché dei due futuri successivi: « Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito » (v. 32). Gesù non ha dubbi sul gradimento del Padre, e perciò è sicuro che la glorificazione avverrà « subito ».
Si apre qui uno squarcio degli insondabili rapporti di amore inesauribile fra il Padre e il Figlio, che è il segno rivelatore della loro unità di natura: « Io e il Padre siamo una cosa sola » (Gv 10,30).
È possibile che qualche cosa di questa « unione » così profonda si riverberi anche sui discepoli di Cristo, in modo che anch’essi siano un segno rivelatore della presenza del Dio-Trinità in loro? È quanto Gesù dichiara immediatamente dopo, dando il « comandamento nuovo » dell’amore, cercando così quasi di prolungare la sua presenza in mezzo agli uomini. Mediante l’amore, tutto « nuovo », dei suoi discepoli, gli uomini scopriranno le orme del suo passaggio nella nostra storia: « Figlioli, ancora per poco sono con voi. Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri » (vv. 33-35).
Dal contesto è chiaro che qui Gesù lascia ai suoi come un « testamento », che esprime la sua volontà ultima e definitiva: « Ancora per poco sono con voi » (v. 33). E come ogni testamento, soprattutto questo di Gesù è un « dono » gratuito: « Vi do un comandamento nuovo… » (v. 34). In Giovanni, infatti, il verbo greco dídomi (dare) esprime normalmente un dono.
Ma come è possibile che sia dono un « comandamento »? Lo è se esso, più che imporci qualcosa, ci scopre una dimensione del nostro essere, ci fa penetrare più a fondo nel mistero del nostro intimo costitutivo di uomini e di cristiani, strutturati per amarsi appunto come fratelli. Cristo non ci impone qualcosa che venga come dal di fuori, ma ci illumina su quello che siamo e su quello che dobbiamo fare per realizzarci fino in fondo. Non c’è niente di « legalistico » in tutto questo, ma la scoperta del disegno di Dio sopra di noi. Perciò Giovanni non adopera qui il termine nómos (= legge), che è una realtà superata nella prospettiva evangelica, ma entolé, termine caratteristico nella letteratura deuteronomistica, adoperato dalla versione dei Settanta per esprimere la manifestazione della volontà di Dio.
« COME IO VI HO AMATO »
Ma perché Gesù chiama « nuovo » questo comandamento dell’amore fraterno? Anche l’Antico Testamento, infatti, esigeva l’amore verso il prossimo, tanto che Gesù farà proprio quel precetto: « Amerai il prossimo tuo come te stesso » (Lv 19,18 e Mt 22,39), ampliandolo però a tutti gli uomini, ivi inclusi i nemici. Per Giovanni la « novità » consiste soprattutto nel « modo » e nell’intensità con cui questo amore deve venire attuato: « Come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri » (v. 34).
Non dimentichiamoci che siamo in un contesto di passione: Gesù si sta ormai avviando a « dare la sua vita in riscatto » per tutti gli uomini (cf Mc 10,45). Perciò rimanda i suoi discepoli a un esempio concreto di amore, capace di introdurre nei rapporti fra gli uomini qualcosa di rivoluzionario, nel senso che un amore del genere deve sempre « rigenerarsi » per non diventare abitudinario.
Amare « come » Gesù ci ha amati significa, infatti, prendere come misura non la piccolezza del nostro cuore, ma la immensità del cuore di Dio; significa entrare costantemente in rottura con la logica dell’egoismo, della chiusura, della prepotenza che è in noi e nella società che noi tutti contribuiamo a creare. Amare « come » Cristo ci ha amati significa metterci noi stessi a « lavare i piedi » ai fratelli, senza pretendere che siano loro a lavarli a noi (cf Gv 13,1-20).
Credo che il lettore avrà facilmente osservato come ci sia un’insistente convergenza sull’aggettivo « nuovo », in questi due brani: « un nuovo cielo e una nuova terra », « la nuova Gerusalemme », « comandamento nuovo », ecc. Questo sta a dire che la « novità » radicale è già venuta, anche se apparirà nella sua pienezza e in tutto il suo splendore solo alla fine.
Perciò tocca ai cristiani di anticipare, fin da ora, la discesa dal cielo della « nuova Gerusalemme », fermentando la Chiesa e la stessa comunità civile di questa potenza « nuova » dell’amore, la sola capace di creare, finché c’è ancora tempo, possibilità concrete di « convivenza » fra gli uomini.

Da: CIPRIANI S., Convocati dalla Parola

LA GIOIA NON È ASSENZA DI PROBLEMI, MA ESPERIENZA DELL’AMORE DI DIO

http://www.zenit.org/it/articles/la-gioia-non-e-assenza-di-problemi-ma-esperienza-dell-amore-di-dio

LA GIOIA NON È ASSENZA DI PROBLEMI, MA ESPERIENZA DELL’AMORE DI DIO

Mario Landi, Coordinatore nazionale del Rinnovamento nello Spirito, spiega la gioia di essere cristiani

Rimini, 26 Aprile 2013 (Zenit.org) Antonio Gaspari

Di fronte ad un pubblico festoso e ispirato di oltre 15.000 persone, Mario Landi, Coordinatore nazionale del Rinnovamento nello Spirito (RnS), ha indicato ieri a Rimini le quattro parole che possono costituire il fondamento sicuro e il riferimento della Convocazione degli aderenti al Movimento: “Parola di Dio, Spirito Santo, Fede e Gioia”
Landi ha ricordato che in occasione della Domenica delle Palme, Papa Francesco ha detto: « Non siate mai uomini e donne tristi: un cristiano non può mai esserlo! Non lasciatevi prendere mai dallo scoraggiamento! La nostra è una gioia che nasce dall’aver incontrato una Persona: Gesù, che è in mezzo a noi; nasce dal sapere che con Lui non siamo mai soli, anche nei momenti difficili, e ce ne sono tanti! (…) Seguiamo Gesù! Ma soprattutto sappiamo che Lui ci carica sulle sue spalle: qui sta la nostra gioia
Partendo dalle parole di papa Francesco, il coordinatore del RnS ha precisato che “se Parola e Spirito sono il dono della misericordia di Dio”, fede e gioia sono “il segno di un’alleanza perenne”, perché “senza la gioia la fede non contagia, non può essere trasmessa…e senza fede…la gioia è una illusione di un attimo che sempre sparisce”.
Rivolgendosi alla folla, Landi ha rivelato: “Voglio dire un piccolo segreto ai nuovi, a coloro che sono qui per la prima volta: la gioia che vedrete sui volti dei fratelli e delle sorelle non nasce dalla spensieratezza di chi non ha problemi, malattie, povertà o fragilità”.
Questa gioia – ha aggiunto – « non è assenza di problemi », ma « aver capito che la soluzione di tutti i problemi ha un nome Gesù… Gesù è il Signore… l’unico nome nel quale c’è salvezza e noi lo affermiamo con forza perché è lo Spirito che ci fa gridare che Gesù è il Signore, e questo grido è più grande  e forte di ogni grido di disperazione di sofferenza e di morte che il mondo e il demonio tenta di farci fare”.
“Perciò – ha concluso Landi – siate ricolmi di gioia, anche se ora dovrete essere, per un po’ di tempo, afflitti da varie prove; affinchè la vostra fede, messa alla prova, molto più preziosa dell’oro – destinato a perire e tuttavia purificato con fuoco – torni a vostra lode, gloria e onore quando Gesù Cristo si manifesterà. Voi lo amate, pur senza averlo visto e ora, senza vederlo, credete in Lui. Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa, mentre raggiungete la meta della vostra fede: la salvezza delle anime”.

Publié dans:meditazioni |on 26 avril, 2013 |Pas de commentaires »

The lion – the symbolism of a winged lion being associated with Mark.

The lion -  the symbolism of a winged lion being associated with Mark.  dans immagini sacre Mark

http://www.stmarksstc.org/history/Lion.html

Publié dans:immagini sacre |on 25 avril, 2013 |Pas de commentaires »
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