Archive pour mars, 2013

LA LIBERTÀ DEI FIGLI DI DIO – Daniel Rops *

http://www.atma-o-jibon.org/italiano6/letture_patristiche_o.htm#«QUANDO VERRÒ E VEDRÒ IL VOLTO DI DIO?»

LA LIBERTÀ DEI FIGLI DI DIO

Daniel Rops *

Nato a Epinal in Francia nel 1901, Henri Petiot, detto Daniel Rops, è morto il 27 luglio 1965. Storico e scrittore di valore è stato ammesso tra gli accademici di Francia nel 1955. Lavoratore infaticabile, ha saputo far fruttificare i suoi doni eccezionali, specialmente nella poderosa opera in otto volumi «Storia della Chiesa di Cristo». Abbiamo qui un vivace ritratto del fondatore dell’Oratorio san Filippo Neri.

In tutta la storia della Chiesa non vi è certamente nessun santo che come san Filippo Neri abbia dato una testimonianza tanto valida della libertà dei figli di Dio. Egli fondò l’Oratorio, uno degli istituti più singolari – almeno agli inizi – esistenti in seno alla Chiesa. Per le vie di Roma incontriamo, verso il 1590, questo brav’uomo dall’aspetto strano, calvo, con la barba incolta,la corporatura alta e dinoccolata, che si agita gesticolando e parla e ride con tutti. Nulla di artificioso in lui: questo è il meno che si possa dire. Gli piace moltissimo lanciare una battuta, fare qualche scherzo bonario e giungere fino a mettere in ridicolo se stesso: sa lui il perché. Si direbbe che ha deciso di non farsi prendere sul serio: ma è proprio questa umiltà che tocca le anime, questa delicata disinvoltura… la sua «continua ilarità di spirito» è comunicativa, e il suo umorismo, da cui non volle mai staccarsi, si situa al punto di incontro della tenerezza con l’ironia, del consiglio morale con lo scherzo, là dove esplode, nella gioia, la libertà del cristiano.
Ma, nello stesso tempo, questo personaggio così curioso, così sconcertante per molti aspetti, quest’uomo d’una meravigliosa purezza d’animo, è un grande mistico che il cielo ricolma di grazie visibili e di carismi. Come si racconta, il Cristo stesso l’ha segnato con il suo sigillo, in un misterioso colloquio di cui Filippo non parla mai, ma che certamente è stato determinante nella sua vita; si dice che in quell’istante il suo cuore si è rivelato troppo piccolo per contenere l’immensità del suo amore soprannaturale; perciò si è gonfiato tanto che le costole si sono sollevate per fargli posto. Quando Filippo prega si direbbe che non appartenga più alla terra, che stia per volare al cielo verso cui tende le sue mani scarne e diafane. E’ evidente che al capezzale dei malati – uno dei posti che egli predilige – Dio si serve di lui per guarigioni miracolose… I penitenti che si inginocchiano al suo confessionale, come più tardi quelli del curato d’Ars, non hanno bisogno di manifestare le proprie colpe: il santo legge nel loro cuore meglio di quanto lo facciano loro stessi. E se uno volesse chiedergli: «Padre da che cosa vede che ho commesso questa colpa?», si sentirebbe rispondere, in uno scoppio di risa: «Dal colore del tuo pelo!».
Questo era il Filippo che Firenze aveva visto nascere nel 1515 da una povera famiglia di bottegai e che a 17 anni, invece di andare a imparare i segreti del mestiere presso uno degli zii, si era improvvisamente messo al servizio di Cristo. Per anni, vivendo di espedienti, dormendo nelle chiese o sotto i portici, portando il suo pane nel cappuccio del mantello, era stato uno di quegli apostoli laici, uno di quei bizzarri testimoni della Parola, che oggi sembrano una cosa inconcepibile e che allora,invece, erano piuttosto numerosi. In tutti i quartieri, fossero anche i più malfamati, egli predicando all’aperto ad ascoltatori ben disposti, otteneva conversioni sorprendenti. Lo si vedeva spesso nelle catacombe, in preghiera davanti alla tomba di qualche martire; si recava regolarmente in pellegrinaggio alle «sette chiese», le più celebri e sante basiliche della città. La confraternita della Carità, che riuniva membri appartenenti a tutte le classi sociali, non aveva servitore più devoto, più dedito al prossimo, di quell’uomo eccentrico che aveva sempre Dio sulle labbra… Più tardi accettò di diventare sacerdote, anche se – come pare – non aveva compiuto studi di teologia molto regolari. Ma lo Spirito di Dio, per soffiare, non ha assoluto bisogno né della teologia, né dei teologi: ed era appunto questo Spirito che parlava per bocca sua.

* L’Eglise de la Renaissance et de la Réforme catholique, Fayard, Parigi 1955, pp. 160-162.

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Sante Perpetua e Felicita

Sante Perpetua e Felicita dans immagini sacre

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7 MARZO: SANTA PERPETUA E FELICITA, MARTIRI (mf)

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7 MARZO: SANTA PERPETUA E FELICITA, MARTIRI  (mf)

 di dom Prosper Guéranger,

Gloria di questo giorno.
La festa di queste due sante eroine della fede cristiana veniva celebrata, nelle chiese loro dedicate, domani 7 marzo, giorno anniversario del loro trionfo; ma la memoria di san Tommaso d’Aquino sembrava eclissare quella delle sue due grandi Martiri africane. Avendo perciò la Santa Sede elevato la loro memoria, per la Chiesa universale, al rito doppio, prescrisse d’anticipare d’un giorno la loro solennità; così la Liturgia presenta fin da oggi all’ammirazione del lettore cristiano lo spettacolo di cui fu testimone la città di Cartagine nell’anno 202 o 203. Niente ci fa meglio comprendere il vero spirito del Vangelo secondo il quale in questi giorni dobbiamo riformare i nostri sentimenti e la nostra vita. Queste due donne, queste due madri affrontarono i più grandi sacrifici; Dio chiese loro non soltanto la vita, ma più che la vita; ed esse vi si assoggettarono con quella semplicità e magnanimità che fece d’Abramo il Padre dei credenti.

La forza nella debolezza.
I loro nomi, come osserva sant’Agostino, erano un presagio della sorte che il cielo riservava loro: una perpetua felicità. L’esempio che diedero della forza cristiana è di per se stesso una vittoria che assicura il trionfo della fede di Gesù Cristo in terra d’Africa. Ancora pochi anni, e san Cipriano farà sentire la sua voce eloquente che chiama i cristiani al martirio. Dove trovare accenti più commoventi che nelle pagine scritte dalla mano della giovane donna di ventidue anni, Perpetua, la quale ci narra con una calma celestiale le prove che doveva passare prima d’arrivare a Dio, e che, sul punto d’andare all’anfiteatro, trasmise ad un altro perché completasse la sua sanguinosa tragedia?
Leggendo queste gesta, di cui i secoli non hanno potuto alterare né fascino, né grandezza, sentiamo quasi la presenza dei nostri antenati nella fede e ammiriamo la potenza della grazia divina, che suscitò un tale coraggio dal seno stesso d’una società idolatra e corrotta; e considerando qual genere di eroi Dio usò per infrangere la formidabile resistenza del mondo pagano, non si può fare a meno di ripetere con san Giovanni Crisostomo: « A me piace tanto leggere gli Atti dei Martiri; ma ho un’attrattiva particolare per quelli che ritraggono le lotte sostenute dalle donne cristiane. Più debole è l’atleta e più gloriosa è la vittoria; infatti il nemico vede l’avvicinarsi della disfatta proprio dal lato dove aveva sempre trionfato. Per la donna egli ci vinse; ora per la donna viene abbattuto. Nelle sue mani ella fu una arma contro di noi; ora ne diviene la spada che lo trapassa. In principio la donna peccò, e quale compenso del suo peccato ebbe in eredità la morte; ora la martire muore, ma muore per non peccare più. Sedotta da promesse menzognere, la donna violò il precetto divino; ora per non violare la fedeltà al divino benefattore, la martire preferisce sacrificare la vita. Quale scusa ora avrà l’uomo per farsi perdonare la sua codardia, quando delle semplici donne mostrano un sì virile coraggio? quando, così deboli e delicate, si sono viste trionfare dell’inferiorità del loro sesso, e, fortificate dalla grazia, riportare sì gloriose vittorie »? (Omelia Su vari passi del N. T.).
Le Lezioni di queste due Martiri narrano i tratti più salienti del loro combattimento. Vi sono inseriti frammenti del vero racconto scritto da santa Perpetua. Esso ispirerà senza dubbio a più di un lettore il desiderio di leggere per intero negli Atti dei Martiri [1] il resto del magnifico testamento di questa eroina.
VITA. – Sotto l’imperatore Severo, furono arrestati a Cartagine, in Africa, alcuni giovani catecumeni: Revocato e Felicita, tutti e due schiavi, e con loro Saturnino e Secondolo, e da ultimo, Vibia Perpetua, di famiglia distinta, educata con molta cura e sposata a un uomo di alta condizione. All’età di ventidue anni ella aveva ancora il padre e la madre, due fratelli, uno dei quali era, come lei, catecumeno, e un bambino al quale essa dava ancora il latte. Vibia Perpetua scrisse interamente di suo pugno la storia del suo martirio.
Eravamo già sotto la pressione dei nostri persecutori, racconta Perpetua, e mio padre, spinto dal grande amore che mi portava, faceva ogni sforzo per scuotermi e farmi cambiare d’avviso. Padre mio, gli dissi, io non posso chiamarmi con altro nome diverso da quel che sono, cioè cristiana.
A tale parola mio padre si slanciò contro di me e sembrava volesse cavarmi gli occhi, ma finì per dirmi soltanto delle villanie e delle ingiurie, e quindi si ritirò confuso per non aver potuto vincer la mia fermezza con tutti gli artifizi che il demonio gli aveva suggerito. Per qualche giorno non si fece più vedere da me e ne ringraziai il Signore. La sua lontananza mi era un sollievo. Durante questo breve intervallo ricevemmo il battesimo; e lo Spirito Santo, mentre io stavo nell’acqua, m’ispirò di domandare un’unica cosa: la pazienza nelle pene che avrei dovuto soffrire nel corpo.
Pochi giorni dopo fummo condotti in prigione. All’entrare ebbi uno spavento indicibile, perché io non avevo mai visto tenebre sì orrende. Che giorni tristi! Eravamo così ammucchiati uno contro l’altro che si soffocava; per di più si era costretti a subire ad ogni momento l’insolenzà dei soldati di guardia. Ma l’angoscia più grave mi veniva dal pensiero del mio bambino, che era lontano da me. Terzo e Pomponio, i cari diaconi che avevano cura di noi, riuscirono a ottenere, profondendo del denaro, che per alcune ore lungo la giornata fossimo condotti in luogo aperto, a respirare un poco d’aria. Allora, usciti dal fondo del carcere, ciascuno poteva ristorarsi come meglio gli piaceva. Mia cura era di dare il latte al bambino, già mezzo morto per l’inedia. Con molto affetto parlai a mia madre, confortai mio fratello, e raccomandai a tutti in modo speciale l’assistenza al piccino. Ma ero in pena nel vedere i miei cari afflitti per causa mia.
Dopo pochi giorni si diffuse la voce che saremmo stati giudicati. A tal notizia mio padre, accasciato dal dolore, corse dalla sua villetta e venne a vedermi, sperando di togliermi dal mio proposito, e mi diceva: « Figlia mia, abbi pietà dei miei capelli bianchi; abbi pietà di tuo padre, se almeno mi credi ancora degno d’essere chiamato tuo padre! Pensa a tua madre, ai tuoi fratelli, al tuo figlioletto, che senza di te non potrà vivere. Non ostinarti a questo modo, perché tu fai morire tutti, e ci mandi in rovina! ».
Così parlava mio padre nel suo amor per me, e nello stesso tempo mi baciava le mani, si gettava ai miei piedi, mi chiamava non « figlia » ma signora e padrona. A simili accenti, io sentivo pietà per lui, perché di tutta la mia famiglia era l’unico che non si sarebbe gloriato del mio martirio; lo rassicurai dicendo: « Accadrà quel che Dio vorrà: poiché non siamo noi i padroni di noi stessi, ma Dio! Ed egli se ne andò molto rattristato ».
Un giorno, durante la refezione, fummo improvvisamente chiamati per un interrogatorio. Andammo al foro. Sparsasi di ciò subito la voce, veniva agglomerandosi nei dintorni del foro una folla immensa. Montammo sul palco del tribunale. I miei compagni furono interrogati e confessarono. Quando venne il mio turno d’essere interrogata, mio padre apparve d’improvviso portando in braccio il mio figlioletto; mi trasse in disparte fuori del mio posto e in atto supplichevole mi disse: « Abbi pietà del bambino ». Il procuratore Ilariano insisteva: « Abbi pietà dei capelli bianchi di tuo padre; « abbi compassione della tenera età di tuo figlio. Sacrifica alla salute degl’imperatori « . Non farò mai una cosa simile, risposi, io sono cristiana.
Allora il giudice pronunziò la sentenza, per la quale eravamo tutti condannati alle belve: noi scendemmo festanti dal palco per andare nelle prigioni. Poiché il mio bambino era abituato a prendere il latte da me ed a restare con me nella prigione, inviai subito a richiederlo a mio padre, ma egli non volle darlo. Piacque a Dio che il bimbo non domandasse più latte, di modo che io non ebbi più alcuna preoccupazione per lui, né venni a soffrire per questo, alcuna dolorosa conseguenza.
Fino a questo punto ho scritto io stessa il racconto; quello poi che accadrà in seguito, nel combattimento per il mio martirio, scriverà chi vorrà.
Anche Felicita ottenne da Dio un insigne favore. Ella era otto mesi che attendeva dal Signore un bambino. Man mano che il giorno dei giochi si avvicinava la sua tristezza aumentava, perché temeva che il suo stato di madre facesse rimandare il martirio ad altra epoca: la legge infatti proibiva di giustiziare a questo modo le madri. I suoi compagni di martirio non erano meno rattristati di lei, al pensiero d’abbandonare, sola, sul cammino della speranza e del bene che essi avrebbero posseduto così dolce amica e sorella. Perciò tutti si unirono in una sola preghiera in favore di Felicita. E tre giorni prima dei giochi, ella ebbe la grazia d’una bambina. Ai gemiti di lei nell’oscura prigione un carceriere disse: « Se tu in questo momento non sei capace di sopportare il dolore, che accadrà quando sarai di fronte alle bestie, che tu hai mostrato or ora di disprezzare e di non temere quando hai rifiutato di sacrificare? ». Felicita rispose: « Adesso a soffrire sono io sola, ma allora ci sarà un Altro in me, che patirà per me, perché anch’io patirò per lui ». La bambina di Felicita fu adottata da una cristiana.
Spuntò finalmente il giorno del trionfo. Camminavano i martiri dalla prigione all’anfiteatro come andassero al cielo, giulivi in volto, commossi e trepidanti non per il timore ma per la gioia. Veniva ultima Perpetua, placida in viso, il passo grave, calma e maestosa come si conviene a una matrona di Cristo; con la forza superiore e divina dei suoi occhi imponeva rispetto a tutti. Era con lei Felicita, gioiosa per la sua riacquistata liberazione, che le permetteva di combattere quel giorno con le fiere, e desiderosa di purificarsi in un secondo battesimo.
Per le due donne si era preparato una mucca furiosa (certo fu il demonio a suggerire questo animale generalmente sconosciuto nei giuochi), quasi si volesse recare maggior insulto al loro sesso. Si spogliarono queste sante donne delle loro vesti, si involsero in una rete, e in tale stato furono esposte alle belve. Perpetua fu esposta prima, e fu dalla mucca sollevata in aria con le corna. Ricadde sui lombi, battendo in terra fortemente. Nella caduta la sua tunica si aperse per buon tratto da un fianco; ed ella la ricongiunse subito con la mano e si ricoprì, più attenta al pudore che non al dolore.
« Richiamata dagli arenai, si accorse che la sua capigliatura era sciolta: e allora raccolse e rannodò la chioma, pensando che una martire non deve avere, morendo, i capelli scarmigliati, affinchè nessuno avesse a credere che si affliggeva nel momento della sua gloria. Così ricomposta, Perpetua si rialzò, e, vedendo Felicita che giaceva al suolo quasi morta (gettata anch’essa a terra dalla vacca), le si accostò, le diede la mano, la sollevò dal suolo. Si fermarono là in piedi ambedue. Il popolo, mosso a compassione, gridò che si facessero uscire dalla porta Sanavivaria. Ivi Perpetua accolta da un catecumeno a lei molto affezionato, di nome Rustico, sembrava una persona che esce da un profondo sonno, ma era in estasi, e, guardandosi intorno chiese con stupore di tutti: « Quando dunque saremo esposte a questa mucca? ». E siccome le si rispose che ciò era già stato fatto, essa non se ne convinse, finché non vide sopra le sue vestimenta e sopra il suo stesso corpo le tracce di quanto aveva sofferto. Dopo di che fece chiamare suo fratello e Rustico, e disse loro: « State saldi nella fede, amatevi gli uni e gli altri, e non rendetevi scandalo dei nostri patimenti ».
Quanto a Secondolo, Dio volle chiamarlo a sé mentre stava ancora chiuso nel carcere. Saturnino e Revocato, prima assaliti da un leopardo, furono poi crudelmente trascinati da un orso. Saturo fu prima esposto a un cinghiale, quindi a un orso; ma questa bestia non usci fuori della sua gabbia, così che, due volte rimasto immune, il martire fu chiamato dentro; solo alla fine dello spettacolo venne presentato a un leopadro, che con un sol morso lo immerse in un lago di sangue. « È lavato davvero! è lavato davvero!  » gridò il popolo alludendo al battesimo. Poi il martire cadde svenuto e fu trasportato nello spoliario, ove già si trovavano gli altri martiri per essere scannati.
Ma il popolo reclamava il ritorno dei condannati, poiché voleva darsi al barbaro piacere di mirare le spade quando s’immergono nel corpo d’un uomo. I martiri da loro stessi s’alzarono, condiscendendo al desiderio del popolo; e, giunti nel mezzo dell’anfiteatro, si diedero il bacio per consumare così il martirio in pace; poi, immobili, silenziosi, attesero il ferro. Saturo, che marciava in testa, morì per il primo.
Perpetua era riserbata a un nuovo dolore. Colpita per sbaglio tra le coste e la gola diede un grido; poi, siccome il suo carnefice era un gladiatore novizio, prese essa stessa la mano tremante di quell’apprendista e si appoggiò la punta della spada sopra la gola. Sembrava che questa donna valorosa non potesse morire che di propria volontà, e che lo spirito immondo, dal quale era temuta, non potesse toccarla senza il suo consenso.
Nota sulla composizione degli Atti.
« Nel leggere questo celebre brano – d’un sì ardente e puro entusiasmo e d’una semplicità così bella e commovente, solo qua e là gravata di un tantino di retorica – ci si rende conto della sua intessitura. Il primo capitolo è un prologo da attribuirsi al redattore, che ha messo insieme le diverse parti narrate. Nel secondo capitolo il redattore narra sommariamente la simultanea cattura di Vibia Perpetua, giovane donna di ventidue anni, istruita e di famiglia ragguardevole; di due giovani, Saturnino e Secondolo; da ultimo di due schiavi, Revocato e Felicita, tutti catecumeni. (Un po’ più tardi, un certo Saturo, loro istruttore, si sarebbe spontaneamente consegnato: paragrafo iv). Quindi dichiara che cede la parola a Perpetua che ha redatto di proprio pugno il racconto delle sue sofferenze…
Bisogna perciò immaginarsi che le cose siano andate press’a poco così: Perpetua e Saturo nell’oscura prigione ebbero l’agio di stendere una breve relazione dei patimenti che soffrirono, e prima di tutto dei « carismi » con cui Dio li visitò. Tali annotazioni cadono fra le mani d’un testimone oculare del loro supplizio, il quale indaga su particolari che non ha potuto vedere coi propri occhi, completa la narrazione dei martiri e, dai diversi elementi, ne ricava un insieme che inquadra in un’esortazione morale e religiosa. Bisogna dunque distinguere due parti negli Atti quella del compilatore e quella degli stessi martiri…
Io credo che, con tutta franchezza, si possa identificare nel redattore Tertulliano… Sono il suo stile, la sua lingua, le sue parole… Il testo poi fu redatto poco dopo il 202-303, data del supplizio dei martiri ».
(Pietro di Labriolle, Histoire de la litterature latine chrétienne, 3a ediz., 1947, p. 156).

Santa Perpetua.
Tutta la cristianità s’inchina davanti a te, o Perpetua! Ma c’è di più: ogni giorno, il celebrante pronuncia il tuo nome fra i nomi privilegiati ch’egli ripete al cospetto della vittima divina; così la tua memoria è perpetuamente associata a quella di Cristo, cui il tuo amore rese testimonianza col sangue. Ma quale beneficio egli s’è degnato d’accordarci, permettendoci di penetrare i sentimenti della tua anima generosa nelle pagine vergate dalle tue mani e pervenute fino a noi attraverso i secoli! Là noi apprendiamo il tuo amore « più forte della morte » (Ct 8,6), che ti fece vittoriosa in tutti i combattimenti. L’acqua battesimale non aveva ancora bagnata la tua fronte, che già eri annoverata fra i martiri. Ben presto dovesti sostenere gli assalti di un padre, e superare la tenerezza filiale di quaggiù per preservare quella che dovevi all’altro Padre che sta nei cieli. Non tardò il tuo cuore materno ad essere sottoposto alla più terribile prova, quando il bambino che prendeva vita dal tuo seno ti fu portato via come un novello Isacco, e rimanesti sola nella veglia dell’ultimo combattimento.

« Dov’eri tu, diremo con sant’Agostino, quando neppure vedevi la bestia furibonda cui ti avevano esposta? Di quali delizie godevi, al punto d’essere divenuta insensibile a sì gravi dolori? Quale amore t’inebriava? Quale bellezza celeste ti cattivava? Quale bevanda ti aveva tolto il senso delle cose di quaggiù, tu, ch’eri ancora, nei vincoli della vita mortale? » (Per il giorno natalizio di santa Perpetua e Felicita).
Il Signore ti aveva predisposta al sacrificio. E allora comprendiamo come la tua vita sia divenuta affatto celeste, e come la tua anima, dimorante già per l’amore, in Gesù che ti aveva tutto chiesto e al quale nulla negasti, fosse sin d’allora estranea a quel corpo che doveva ben presto abbandonare. Ti tratteneva ancora un legame, quello che la spada doveva troncare; ma affinché la tua immolazione fosse volontaria sino alla fine, fu necessario che con la tua stessa mano vibrassi il colpo che schiudeva all’anima il passaggio al Sommo Bene. Tu fosti donna veramente forte, nemica del serpente infernale! Oggetto di tutto il suo odio, tu lo vincesti! Ed ecco che dopo secoli il tuo nome ha il privilegio di far palpitare ogni cuore cristiano. 

Santa Felicita.
Ricevi anche tu i nostri omaggi, o Felicita! Tu fosti degna compagna di Perpetua. Nel secolo essa brillò nel novero delle matrone di Cartagine; ma, nonostante la tua condizione servile, il battesimo l’aveva resa tua sorella, e ambedue camminaste di pari passo nell’arena del martirio. Appena si rialzava dalle violente cadute, essa correva a te, e tu le tendevi la mano; la nobile donna e la schiava si confondevano nell’abbraccio del martirio. In tal modo gli spettatori dell’anfiteatro erano già in grado di capire come la nuova religione avesse insita in sé una virtù, destinata a far soccombere la schiavitù.
O Perpetua! o Felicita! fate che i vostri esempi non vadano perduti, e che il pensiero delle vostre virtù ed immolazioni eroiche ci sostengano nei sacrifici più piccoli che il Signore esige da noi. Pregate anche per le nuove Chiese che sorgono sulle sponde africane; esse si raccomandano a voi; beneditele, e fate che rifioriscano, per la vostra potente intercessione, la fede e i costumi cristiani.                                         

[1] PG t. 3, c. 13-58 e H. Leclerq. XX: I Martiri, t. I, p. 122-139. Questi Atti costituiscono uno del brani più completi della letteratura cristiana, e la loro autenticità è al di sopra d’ogni sospetto.          

da: dom Prosper Guéranger, L’anno liturgico. – I. Avvento – Natale – Quaresima – Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, p. 831-837

Il debutto storico della Cina al conclave

http://www.zenit.org/it/articles/il-debutto-storico-della-cina-al-conclave

Il debutto storico della Cina al conclave

Intervista con il cardinale José Saraiva Martins, prefetto emerito della Congregazione per le Cause dei Santi

Roma, 06 Marzo 2013 (Zenit.org) Giuseppe Rusconi

Dall’appartamento di José Saraiva Martins si gode una bella vista su piazza San Pietro. Ottantunenne, ha presieduto fino al 2009 il dicastero delle Cause dei Santi. Se il conclave del 2005 non fosse riuscito a eleggere quasi subito Joseph Ratzinger, la sua candidatura sarebbe stata proposta dal cardinal Martini. In effetti, essendo Saraiva Martins portoghese e dunque europeo ma nel contempo legato in ragione delle colonie ad Africa, America latina e Asia, la sua elezione avrebbe potuto rappresentare nella storia della Chiesa un momento di passaggio morbido del testimone tra la vecchia Europa e il resto del mondo.
Eminenza, Lei ha partecipato al conclave del 2005, caratterizzato dall’elezione rapida di Joseph Ratzinger. A otto anni distanza un nuovo conclave, cui Lei contribuirà intervenendo nella fase preparatoria, anche se – essendo ultraottantenne – non potrà votare. I contesti storici sono diversi…
In linea di principio tutti i conclavi si somigliano nelle procedure e nel fine da raggiungere. Certo i tempi cambiano e oggi c’è una novità significativa che vorrei evidenziare: per la prima volta tra i cardinali elettori siederà un cardinale cinese, l’arcivescovo di Hong Kong John Tong Hon. Non solo: ce ne sarà uno, filippino, ma di madre cinese, il cardinale Luis Antonio Tagle. Ambedue sono stati promossi alla porpora l’anno scorso: il primo a febbraio, il secondo nel piccolo Concistoro di novembre, voluto fortemente da Benedetto XVI.
Ciò sta forse a significare che non si può escludere una svolta storica nell’elezione del Papa?
Questo non lo posso sapere. Tuttavia l’elezione di un cardinale cinese al soglio di Pietro sarebbe certo un fatto epocale. E, se ciò accadesse, le conseguenze sarebbero importantissime. Lei sa che la Cina sta ormai da anni giocando un ruolo primario nel mondo, lo sta sempre più influenzando. I cinesi sono dappertutto. Sempre più. Con un Papa cinese, anche la Cina non potrebbe non incominciare a cambiare seriamente al suo interno e nei rapporti con l’esterno!
Tra i cardinali c’è però più d’uno che fa un altro tipo di ragionamento: proprio perché l’Europa cattolica (e non solo) è in piena crisi, dobbiamo scegliere un europeo che tale crisi la viva sulla propria pelle, la conosce e sarebbe in grado di reagire adeguatamente…
Noi europei abbiamo spesso ancora una mentalità eurocentrica, ragioniamo come se fossimo ancora dei dominatori. La realtà odierna è però molto diversa, perché invece continuiamo a perdere influenza. Non penso che si debba scegliere il Papa in base all’appartenenza geografica o al colore della pelle. Il Papa è di tutti e per tutti, per l’Europa e perla Cina.UnPapa, di qualsiasi colore esso sia, deve conoscere i problemi della Chiesa e deve avere il coraggio di affrontarli come hanno fatto Giovanni Paolo II e Benedetto XVI…
…due Papi che alcuni mettono in contrasto…

Ma no! Io, che li ho ben conosciuti, so che non possono essere messi in contrasto tra loro. Ambedue hanno seguito le orme dell’evangelizzazione. Giovanni Paolo II è stato il più grande missionario della storia; i suoi erano viaggi apostolici, certo non turistici! Aveva una visione globale della realtà mondiale. In Benedetto XVI sono emerse la chiarezza e la determinazione nell’affrontare i problemi più urgenti della società, non solo della parte cattolica. Il problema della famiglia è universale e dalla crisi della famiglia emergono quasi tutti gli altri problemi, compreso quello dei giovani. I governanti dovrebbero porsi il sostegno alla famiglia come priorità, indipendentemente dal fatto che siano cristiani o no, perché i cosiddetti ‘principi, valori cristiani’ non sono distinguibili da quelli genericamente ‘umani’, che valgono per tutti. Giovanni Paolo II è venuto a ricordare all’uomo l’obbligo di vivere secondo i valori ‘umani’: l’uomo è il cammino della Chiesa e tutto il pontificato di papa Wojtyla ha inteso mettere in atto questo principio.
Anche il nuovo Papa dovrà puntare su questo…
E’ indispensabile. Perciò il Papa nuovo dovrà saper comunicare semplicemente e dunque efficacemente. Anche un grande teologo come Joseph Ratzinger l’ha saputo fare, ha saputo adattarsi a tale esigenza di esprimersi nella lingua dell’uomo d’oggi, senza naturalmente tradire la dottrina.
Tra poche ore i cardinali incominceranno le riunioni preparatorie al conclave, le cosiddette ‘Congregazioni generali’…
L’importante non è fare in fretta, ma fare bene. Le Congregazioni generali sviluppano le loro dinamiche interne, a volte sorprendenti. Perché tutti abbiano le idee chiare sullo stato e i problemi principali della Chiesa e sulle persone adatte per ascendere al soglio di Pietro, ci vuole un po’ di tempo. Non si esageri poi con la questione dell’età. Come diceva Einstein, “vecchio è solo quell’uomo in cui i rimpianti superano i sogni”.

[L’intervista al card. Saraiva Martins è stata pubblicata sul quotidiano svizzero Il Corriere del Ticino, in data 6 marzo 2013]

« Oggi sarai con me in paradiso »

http://liturgiadomenicale.blogspot.it/2010/11/nostro-signore-gesu-cristo-re.html

Publié dans:immagini sacre |on 5 mars, 2013 |Pas de commentaires »

UNA CONVERSIONE È SEMPRE UNA NUOVA NASCITA – Alessandro Manzoni

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UNA CONVERSIONE È SEMPRE UNA NUOVA NASCITA

Alessandro Manzoni *

Alessandro Manzoni, dopo un breve periodo di sbandamento interiore, si convertì a 25 anni. Conversione già preparata da una ricerca profonda della verità. Da allora in poi la religione cristiana improntò costantemente la sua vita e la sua opera. Suo capolavoro è il romanzo «I promessi sposi». Questo libro, tra i più grandi della prosa italiana, dai personaggi plastici, che scaturiscono da una acuta analisi psicologica, è tutto penetrato da una profonda concezione cristiana della vita.
Appena introdotto l’Innominato, Federico gli andò incontro, con un volto premuroso e sereno, e con le braccia aperte, come a persona desiderata… I due stettero alquanto senza parlare e diversamente sospesi. L’Innominato, che era stato come portato lì per forza da un determinato disegno, d stava anche come per forza, straziato da due passioni opposte, quel desiderio e quella speranza confusa di trovare un refrigerio al tormento interno, e dall’altra parte una stizza, ‘una vergogna di venir lì come un pentito, come un sottomesso, come un miserabile, a confessarsi in colpa, a implorare un uomo: e non trovava parole, né quasi ne cercava. Però, alzando gli occhi in viso a quell’uomo, si sentiva sempre più penetrare da un sentimento di venerazione imperioso insieme e soave, che, aumentando la fiducia, mitigava il dispetto, e senza prender l’orgoglio di fronte, l’abbatteva e, dirò così, gli imponeva silenzio.
La presenza di Federico era infatti di quelle che annunziano una superiorità e la fanno amare…
Tenne anche lui, qualche momento, fisso nell’aspetto dell’Innominato il suo sguardo penetrante ed esercitato da lungo tempo a ritrarre dai sembianti i pensieri; e, sotto a quel fosco e a quel turbato, parendogli di scoprire sempre più qualcosa di conforme alla speranza da lui concepita al primo annunzio di una tal visita, tutto animato, «Oh! – disse – Che preziosa visita è questa!… Voi avete una buona nuova da darmi… ».
«Una buona nuova, io? Ho l’inferno nel cuore; e vi darò una buona nuova? Ditemi voi, se lo sapete, qual’è questa buona nuova che aspettate da un par mio».
«Che Dio v’ha toccato il cuore, e vuoi farvi suo», rispose pacatamente il cardinale.
«Dio! Dio! Dio! Se io vedessi! Se io sentissi! Dov’è queste Dio?».
«Voi me lo domandate? voi? E chi più di voi l’ha vicino? Non ve lo sentite in cuore che v’opprime, che vi agita, che non vi lascia stare e nelle stesso tempo vi attira, vi fa presentire una speranza di quiete, di consolazione, d’una consolazione che sarà piena, immensa, subito che voi lo riconosciate, lo confessiate, l’imploriate?».
«O certo! Ho qui qualche cosa che mi opprime, che mi rode! Ma Dio! Se c’è queste Dio, se è quello che dicono, cosa volete che faccia di me?».
Queste parole furono dette con un accento disperato; ma Federico, con un tono solenne, come di placida ispirazione, rispese: «Cosa può fare Dio di voi? Cosa vuol farne? Un segno della sua potenza e della sua bontà: vuol cavare da voi una gloria che nessun altro gli potrebbe dare… quando voi stesso sorgerete a condannare la vostra vita, ad accusare voi stesso, allora! allora Dio sarà glorificato! E voi domandate cosa Dio possa fare di voi?.. cosa possa fare di codesta volontà impetuosa, di codesta imperturbata costanza, quando l’abbia animata, infiammata d’amore, di speranza, di pentimento?.. Cosa può Dio fare di voi? E perdonarvi? e farvi salvo? e compiere in voi l’opera della redenzione? Non son cose magnifiche e degne di lui? Oh pensate! se io miserabile qual sono, mi struggo ora tanto della vostra salute… Oh pensate come vi ami, come vi veglia quello che mi comanda e mi ispira un amore per voi che mi divora!».
A misura che queste parole uscivano dal suo labbro, il volto, lo sguardo, ogni moto ne ispirava il senso. La faccia del suo ascoltatore, da stravolta e convulsa, si fece da principio attonita e intenta; poi si compose a una commozione più profonda e meno angosciosa; i suoi occhi, che dall’infanzia più non conoscevano le lacrime, si gonfiarono; quando le parole furono cessate, si coprì il viso con le mani, e diede in un dirotto pianto che fu come l’ultima e più chiara risposta.

* I promessi sposi – U. Hoepli editore – Milano 1906 – pp. 326-329.

La geografia del Vangelo: Un nuovo modo di disegnare la mappa del mondo

http://www.atma-o-jibon.org/italiano4/achille5.htm

LA GEOGRAFIA DEL VANGELO

Un nuovo modo di disegnare la mappa del mondo
.
Hai mai disegnato una carta topografica? Che ne dici di provare? Ci vuole soltanto carta, matita, una bussola e tanta voglia di camminare e osservare! Ricordo l’entusiasmo degli scout quando al campo estivo si lanciava l’impresa di topografia! Ho rivissuto lo stesso slancio quando in missione il Vescovo mi chiese di fare la carta geografica della diocesi. I miei confratelli sparsi nelle varie parrocchie collaborarono all’iniziativa mobilitando i catechisti. Mio compito era quello di coordinare il lavoro e collegarlo nella mappa della diocesi, con il giusto orientamento e una scala delle distanze unitaria. Il risultato non fu certo da « National Geographic », ma permetteva una visione di insieme della presenza dei cristiani sul territorio e poteva suggerire idee per il cammino della missione.
È facile disegnare la mappa di un territorio limitato: ma se pensi alla cartina del mondo, intuisci subito la difficoltà di trasferire una realtà curva (la terra è rotonda!) su una superficie piana… Nella storia della cartografia sono stati tanti i criteri per compiere tale proiezione: la carta secondo Mercatore è ben diversa da quella di Peters. Se poi si risale ai tempi in cui si credeva che la terra fosse piatta, ci si accorge che la cartografia ha fatto veramente un lungo cammino! Con l’arrivo delle foto aeree e poi quelle da satellite, le proiezioni su carta sono divenute sempre più accurate.
Ma la « mappa della missione » è un’altra cosa! Occorre ripartire dal comando di Gesù: «Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura» (Marco 16,15). Tutto il mondo! Ecco la meta affidata da Gesù ai suoi discepoli… Fin dall’inizio i missionari hanno dovuto affrontare viaggi non facili e aprire il loro cuore ad una geografia senza confini: era la Parola di Dio che « cresceva e si diffondeva »! I missionari sapevano di essere semplicemente al servizio della Parola, che li spingeva ad intraprendere viaggi inaspettati.
La scelta di essere apostoli e di andare dietro a Gesù non risparmia né battaglie, né paure, né pericoli nei viaggi! Ecco come San Paolo presenta la sua esperienza: «…Tre volte ho fatto naufragio, ho trascorso un giorno e una notte in balìa delle onde. Viaggi innumerevoli, pericoli di fiumi, pericoli di briganti, pericoli dai miei connazionali, pericoli dai pagani, pericoli nella città, pericoli nel deserto, pericoli sul mare, pericoli da parte di falsi fratelli; fatica e travaglio, veglie senza numero, fame e sete, frequenti digiuni, freddo e nudità» (2Corinzi 11,25-27). Nonostante tutto ciò, San Paolo non ha mai smesso di viaggiare perché sapeva che tutti hanno il diritto di conoscere il Vangelo di Gesù: «Non è infatti per me un vanto predicare il vangelo; è un dovere per me: guai a me se non predicassi il vangelo!» (1Corinzi 9,16)..

Nei primi scritti apostolici possiamo scorgere la testimonianza di un modo nuovo di fare geografia! Ci sono nomi di città, di luoghi, di popolazioni… Tutto è collegato: non da coordinate geografiche, ma dalla consapevolezza che la mappa della missione è disegnata da Dio, che vuole che tutti gli uomini si salvino e giungano alla conoscenza della verità.

San Paolo non ha dubbi: il Vangelo è una forza che mette subito in cammino! Così scrive ai Galati: «Quando colui che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia si compiacque
di rivelare a me suo Figlio perché lo annunziassi in mezzo ai pagani, subito, senza consultare nessun uomo, senza andare a Gerusalemme da coloro che erano apostoli prima di me, mi recai in Arabia e poi ritornai a Damasco» (Galati 1,15-17). Convertitosi sulla strada di Damasco, San Paolo ha fatto della sua vita un viaggio continuo verso il cuore degli uomini, ovunque si trovassero: compiendo con loro il viaggio verso la pienezza di Cristo!
I viaggi di San Paolo non scaturiscono da una semplice strategia umana, ma dall’obbedienza allo Spirito che guida la missione. Così leggiamo negli Atti (16,6-10): «Attraversarono quindi la Frigia e la regione della Galazia, avendo lo Spirito Santo vietato loro di predicare la parola nella provincia di Asia. Raggiunta la Misia, si dirigevano verso la Bitinia, ma lo Spirito di Gesù non lo permise loro; così, attraversata la Misia, discesero a Troade. Durante la notte apparve a Paolo una visione: gli stava davanti un Macedone e lo supplicava: « Passa in Macedonia e aiutaci! ». Dopo che ebbe avuto questa visione, subito cercammo di partire per la Macedonia, ritenendo che Dio ci aveva chiamati ad annunziarvi la parola del Signore».
Anche la predicazione a Corinto incomincia con un atto di docilità allo Spirito che guida la missione. Così si legge negli Atti: «E una notte in visione il Signore disse a Paolo: « Non aver paura, ma continua a parlare e non tacere, perché io sono con te e nessuno cercherà di farti del male, perché io ho un popolo numeroso in questa città »» (Atti 18,9-10).
La geografia del Vangelo è disegnata dallo Spirito… «E in realtà noi tutti siamo stati battezzati in un solo Spirito per formare un solo corpo, Giudei o Greci, schiavi o liberi; e tutti ci siamo abbeverati a un solo Spirito» (1Corinzi 12,13)..
Anche per i missionari del P.I.M.E. la missione è collegata con la geografia del cuore… Tutto il mondo deve poter sentire l’abbraccio di Dio!
Fin dall’inizio le lettere dei missionari sul campo hanno portato in Italia la testimonianza di luoghi lontani, che il Vangelo rendeva vicini: non per conquista, ma scoprendo che la mappa del mondo è disegnata dall’amore di Dio!.

P. Achille Boccia

Publié dans:GEOGRAFIA BIBLICA |on 5 mars, 2013 |Pas de commentaires »

Christ’s Descent to Hades…

Christ’s Descent to Hades… dans immagini sacre mikhail-nesterov-harrowing-of-hell-undated

http://thehandmaid.wordpress.com/2008/04/25/christs-descent-to-hades/

Publié dans:immagini sacre |on 3 mars, 2013 |Pas de commentaires »

LA GIUSTIZIA NELLA VISIONE BIBLICA

http://www.finesettimana.org/pmwiki/index.php?n=Db.Sintesi?num=173

LA GIUSTIZIA NELLA VISIONE BIBLICA

SINTESI DELLA RELAZIONE DI ARMIDO RIZZI

VERBANIA PALLANZA, 19 FEBBRAIO 2005

In piena consonanza con quanto detto da Mauro Magatti ricordo che parlare di giustizia nella bibbia non vuol dire parlare solo di giustizia distributiva, di giustizia sociale o economica. C’è anche un’altra accezione di giustizia che emerge quando noi esclamiamo « non è giusto » o « giusto sarebbe se… », per esempio di fronte all’irrogazione di pene troppo poco severe per crimini particolarmente orrendi. Nella nostra esperienza è presente una dimensione di giustizia con cui sentiamo la necessità di fare i conti, nonostante tutti i tentativi di ridurla a livello etologico o psichico.
Nella bibbia la giustizia è l’orizzonte di senso di tutta la realtà, centrata sull’essere umano, chiamato ad operare secondo giustizia. L’uomo è al centro non in quanto padrone del mondo, ma in quanto responsabile, in quanto chiamato ad essere giusto.
L’ORDINE DELLA BIBBIA È L’ORDINE ETICO, NON COSMICO: CHIAMATI AD ESSERE GIUSTI
Il senso della realtà nella bibbia è presentato anzitutto nell’alleanza tra Dio e l’umanità, rappresentata da un gruppo di ex schiavi che diventano Israele in quanto popolo di Dio. Attraverso l’alleanza con questo gruppo si manifesta sempre più chiaramente la volontà di Dio di un’alleanza universale con l’umanità intera, con tutti i figli di Adamo.
l’ordine della bibbia è l’ordine etico, non cosmico: chiamati ad essere giusti
 essere giusti individualmente, essere giusti davanti a Dio, essere giusti nella trama dei rapporti sociali, ed essere giusti nella gestione del cosmo.
Nella nostra tradizione è prevalsa un’altra visione, il porre come punto di partenza il cosmo,dentro il quale c’è l’essere particolare che è l’uomo. L’etica della tradizione classica (Aristotele) ritiene che tutte le cose vadano al loro fine per una disposizione che è la loro natura. Le cose, raggiungendo il loro fine, si collocano in quella posizione che le mette in armonia con tutte le altre. L’insieme costituisce l’ordine cosmico. Questa visione dell’ordine cosmico sarà ripresa dalla tradizione cristiana, con la sottolineatura – si pensi a Tommaso – della presenza in quest’ordine di un particolare essere, l’uomo, dotato di libertà, di capacità di scegliere tra il bene e il male.
L’uomo, a differenza degli altri esseri, può deviare, non sottostà solo alle leggi fisiche, nell’ordine della necessità, ma alla legge morale che guida e si appella alla libertà. La libertà umana, in questa concezione, pur essendo il vertice della dignità dell’uomo, è una specie di defezione dalla perfezione del cosmo, in quanto può fallire e fallire integralmente.
Nella bibbia invece il fine non è l’integrazione nell’ordine cosmico. Prima dell’ordine cosmico c’è l’ordine etico, l’ordine dove ognuno è chiamato a vivere secondo giustizia. Prima della creazione c’è l’alleanza, c’è l’alleanza con un gruppo in quanto rappresentante dell’umanità intera. L’elezione di Israele non è esclusiva, ma rappresentativa.
I libri che narrano questa esperienza di senso sono quelli della formazione di Israele, dell’uscita dall’Egitto, del passaggio nel deserto, del dono della legge, dell’entrata nella terra promessa. L’alleanza ha il suo centro nei comandamenti, nelle indicazioni per vivere secondo giustizia. Solo successivamente il Dio dell’alleanza e della liberazione, il Dio etico diventerà il Dio creatore, il Dio cosmico. La bibbia invece presenta i momenti in modo diverso: prima il Dio cosmico e poi quello etico. Ma la creazione non è la prima pagina scritta. Questo Dio, che ci chiede di essere giusti e che si impegna a sua volta ed essere giusto nei nostri confronti, lega la nostra giustizia a una promessa di felicità. Ma per poter mantenere questa promessa deve avere a disposizione tutto il mondo. La conseguenza è che quel Dio deve essere anche colui che ha creato il mondo. Dio ha creato in ordine all’alleanza.
L’idea originaria di Dio non è creare un mondo, ma è creare dei partner: siete a mia immagine e somiglianza, con voi posso parlare. Che questa idea sia la prima idea di Dio nella bibbia è così forte che abbiamo dei testi in cui lo stesso Dio creatore viene presentato come un Dio che dà un comandamento. Vedi Baruc 3, 32-35, o nel Nuovo Testamento Luca 7, 1-10.
Questa è la visione originaria della bibbia. Evidentemente possiamo dire che è una metafora, ma è interessante appunto la scelta di questa metafora, di questo linguaggio figurato desunto dall’ordine etico, dall’ordine della giustizia.
L’ORDINE ETICO ESPRIME L’AUTENTICITÀ DELL’ESSERE UMANO
L’ordine etico è ciò che misura la statura del soggetto umano davanti a Dio, rappresenta la verità, l’autenticità del soggetto umano. La vocazione alla giustizia ha precise indicazioni nei comandamenti, nei comandi, che tutti si riassumono nel comandamento dell’amore (Giovanni). I diversi contenuti sono espressi al minimo nel decalogo, ma indicano la strada su cui camminare: non basta non uccidere, bisogna non lasciar morire…
GIUSTIZIA: AMORE IN QUANTO DOVUTO E IN QUANTO GRATUITO
Giustizia non è solo dare ad ognuno il suo nel senso di restituirgli il maltolto, ma rispondere al bisogno di vita di chi incontro: è amore in quanto dovuto (buon samaritano). Il comandamento ha al suo centro l’amore all’altro, è l’amore doveroso. C’è circolazione tra giustizia e amore.
Ma questo amore dovuto, orizzonte di senso dei rapporti, è dovuto in quanto gratuito, in quanto lasciato alla mia responsabilità. Sono chiamato ad essere giusto (dovere), ma la chiamata è rivolta alla mia responsabilità (gratuità).
Oggi c’è la tendenza in nome di condizionamenti sempre più pesanti a negare la responsabilità, a ritenerci di essere ciò che gli altri hanno fatto di noi. Ma in noi c’è la capacità di assumere i condizionamenti e di scegliere in un modo o nell’altro. Alcuni, i credenti, percepiscono questo come la Parola di Dio che ci interpella, altri come la coscienza etica.
IMMAGINE DI DIO: CHINARSI SUL BISOGNO DELL’ALTRO
Rispetto alla concezione dell’essere umano come essere sociale (individuo parte dell’organismo del tutto), o alla concezione dell’essere umano come individuo che emerge al di sopra dell’organismo sociale, un individuo come soggetto di diritti, la bibbia presenta un modello diverso di ordine sociale dove ogni individuo è chiamato in prima persona. L’individuo trascende la sua appartenenza all’insieme, ma questa trascendenza non ne fa prima di tutto un soggetto di diritti (cercare anzitutto la propria realizzazione, senza invadere il campo altrui). Nella bibbia ciò che fa l’individuo un essere unico e irripetibile è proprio la sua capacità di chinarsi sull’altro in quanto altro (non come occasione della mia realizzazione). Nel gesto del mio chinarmi liberamente sul bisogno dell’altro nasce una trama di rapporti.
SOGGETTO DI DIRITTI È IL POVERO
Il soggetto dei diritti è l’altro, in quanto composto di bisogni che attendono di essere colmati. Nel linguaggio biblico è l’altro come povero, come straniero, come vedova, come schiavo, cioè l’altro come indigenza o a rischio di indigenza, come carente di quel tanto di avere senza il quale non si può neanche essere.
Anch’io pertanto sono soggetto di diritti, ma in quanto povero, non in quanto dotato. Il principio dei nostri diritti non risiede nelle nostre capacità, ma nei nostri bisogni. I nostri diritti sono i nostri bisogni a partire dai bisogni ultimi, che sono i bisogni degli ultimi.
Illuminante è il testo poco noto del Siracide (34, 18-22), che favorì la conversione del grande difensore degli indios Bartolomé de las Casas:
« Sacrificare il frutto dell’ingiustizia è un’offerta da burla, / i doni dei malvagi non sono graditi a Dio. / L’Altissimo non gradisce le offerte degli empi / e per la moltitudine delle vittime non perdona i peccati. / Sacrifica un figlio davanti al proprio padre / chi offre un sacrificio con i beni dei poveri. / il pane dei bisognosi è la vita dei poveri, / toglierlo a loro è commettere un assassinio. / Uccide il prossimo chi gli toglie il nutrimento. / Versa sangue chi rifiuta il salario all’operaio. »
Nella bibbia c’è una duplice concezione dell’uomo: da una parte c’è l’essere umano in quanto carne, bisognoso, in quanto portatore dei bisogni, dall’altra parte invece c’è l’essere umano in quanto responsabile, cioè « fatto a immagine e somiglianza di Dio », e quindi capace di agire come Dio, anzi chiamato a dare concretezza al disegno di Dio sul mondo. È il soggetto etico, cioè il soggetto di doveri.
È l’altro come povero per il quale posso fare qualcosa, ma sono anch’io come povero di fronte all’altro, che può fare qualcosa per me. E poi tutti possiamo sempre fare qualcosa per gli altri. Anche il povero moribondo può morire con serenità e con questo magari sottrarre il figlio alla depressione e alla disperazione, dargli una specie di luce: se si può morire così, vuol dire che val la pena vivere! Tutti possiamo dare qualcosa agli altri, se pensiamo di dare qualcosa agli altri in tutta la versatilità straordinaria dei nostri rapporti.
IL RAPPORTO CON LE COSE
In questa visione dell’essere umano e della giustizia sta il rapporto con le cose, con il cosmo. Dio ha creato il mondo sette volte buono. E noi siamo chiamati non solo a non rovinarlo, ma anche a migliorarlo, a migliorare il rapporto tra la carne, cioè la fragilità umana, e ciò di cui essa ha bisogno, cioè quel bisogno di mondo che essa ha.
Non basta contemplare il mondo sette volte buono occorre trasformarlo per soddisfare i bisogni degli esseri umani.
Trasformazione non vuol dire dominio. Essere a immagine e somiglianza di Dio non vuol dire prendere il suo posto (è il peccato delle origini) ma mettersi a sua disposizione per realizzare il suo disegno nella storia.
Il rapporto con l’altro, almeno nel soddisfacimento dei bisogni elementari, implica il dono di un pezzo di mondo. Dare da mangiare all’affamato, dar da bere all’assetato, dare una casa, un letto a chi non ne ha, implicano un lavoro sul mondo per trasformarlo in pane, in acqua potabile, in ambiente protettivo, ecc.
La formula migliore per esprimere l’essere a immagine e somiglianza con Dio è « il buon governo », è avere un buon governo del mondo, dove « governo » vuol dire certamente gestire il mondo, e « buono » gestirlo secondo giustizia.
La creazione buona è dono di Dio, ma è un dono che porta dentro di sé sia l’intenzionalità di dono, sia il principio di custodia di questa immensa bontà, le regole d’uso.
Siamo chiamati a custodire e a promuovere il mondo buono anzitutto riconoscendo la sua dimensione di dono e, secondariamente, prolungando quella logica di dono con cui noi lo riceviamo da Dio nel donarlo agli altri.
La logica del dono può semplicemente esprimersi nel cogliere il dono già fatto (un frutto dell’albero), oppure nel lavorarlo per quel tanto che basta per renderlo accessibile ai bisogni, o anche nel realizzare le cose più strepitose come i trapianti d’organo. (La trasformazione del mondo può avvenire secondo la logica del dono o secondo quella dello sfruttamento).
Nella bibbia, ciò che dà senso definitivo al mondo, perché non solo ne tiene viva la bontà originaria, ma la conduce a destinazione portando il mondo alla sua pienezza di senso, è a livello di strumento, l’intervento sul mondo, ma a livello di fine è la intenzionalità di fondo. Quando l’intervento sul mondo giunge a dare la vita a chi sta rischiando la vita, ad aumentare la pienezza di vita, il mondo ha il suo senso definitivo. È la cosmologia etica della bibbia.
la bontà del mondo attende la giustizia del cuore
Nella parabola lucana del ricco stolto che ha pieni i granai e per questo si ritiene tranquillo, si dice: stolto, questa notte morirai… Il significato è questo: il granaio pieno, non in vista della distribuzione, è un non senso, blocca la circolazione… il mondo in quanto creazione vuole essere mondo per tutti.
La bibbia ha una ecologia umanistica, fatta di questi due elementi: da un lato tutto è fatto per l’uomo, ma dall’altro tutto è fatto in modo che l’uomo ne usi responsabilmente per colmare i bisogni di tutti Quindi l’uomo ricompare sotto due aspetti, sotto l’aspetto del destinatario, in quanto povero, e sotto l’aspetto del « luogotenente », del governante in nome di Dio in quanto dotato di capacità. Nella visione biblica anche la natura viene avvolta e trasferita a un senso superiore che non è più solo cosmologico, ma etico e teologale. Senza la giustizia del cuore il mondo fallisce lo scopo per cui è stato creato.
IL GRANDE E TRAGICO SOGNO DI MARX DI POTER TRASFORMARE una volta per tutte il mondo in un mondo giusto e felice aveva un bellissimo frutto (la società giusta e felice), ma un seme sbagliato. Il seme non può essere la pura e semplice distruzione della base economica. Il seme è il cuore, è la responsabilità di ognuno. Anche la base economica, il sistema economico, è una produzione del soggetto, che a sua volta è plasmato dalla struttura economica, ma non al punto da annullare quella fiammella della libertà, dove io posso arginare, frenare, disciplinare sempre ciò che gli altri, compresa una mentalità di capitalismo sfrenato, una mentalità consumistica, ecc., hanno fatto e cercano di fare di me. Questa fiammella di trascendenza della mia libertà è quella che la bibbia chiama il cuore. Ed è quella che permette di sognare non un mondo definitivamente e irreversibilmente giusto e felice, ma dei frammenti di mondo buono.
creare frammenti di mondo buono: vocazione della chiesa
Il senso dell’Israele biblico era questo: creare quel frammento di mondo buono che testimoniasse davanti all’umanità il sogno di Dio. Oggi cominciamo a capirlo, è la vocazione della chiesa.
Abbandonato oramai il sogno di portare il vangelo dappertutto, perché tutto il mondo diventi cristiano, sogno ripreso dai mussulmani (perché tutto il mondo diventi la umma, la comunità mussulmana), dobbiamo tornare invece al sentimento della universalità rappresentativa, proprio dell’ebraismo biblico, di tornare all’impulso testimoniante, di far vivere come segno, cioè come realtà riuscita, frammenti di mondo buono. Possono essere anche dei frammenti quasi microscopici, oppure una catena, un’organizzazione, ecc. , che poi deve arrivare anche alla politica, alla dimensione istituzionale e oggi anche a una dimensione istituzionale planetaria. Ma il seme di tutto questo è il cuore dell’uomo.
CRISI E GLORIFICAZIONE DELLA GIUSTIZIA
C’è anzitutto una crisi di fatto, che dipende dalla fallibilità della libertà umana di fronte alla chiamata alla giustizia da parte di Dio: è la crisi dell’alleanza, è la storia di Adamo ed Eva.
Ma c’è anche una crisi di principio della giustizia: la giustizia di Dio è la giustizia con cui Dio esegue la sua promessa, positiva o negativa a seconda della risposta di Israele. La giustizia di Dio si manifesta nel dare lo shalom, la pienezza di vita al giusto: se tu farai il bene, se tu opererai in maniera giusta, allora io ti darò la vita.
L’esperienza storica sembra contraddire questo legame tra giustizia e felicità, tra giustizia e pienezza di vita. È ciò che vien detto nel libro di Giobbe, in cui non si pone il problema del male, ma del male del giusto.
Precedentemente, in una visione organicistica della vita individuale, il problema non si poneva: le responsabilità dell’individuo si allargavano a quelle dell’intera società. A mano a mano che emerge la coscienza della individualità come responsabilità non trasferibile, per cui ognuno è responsabile per se stesso, il problema esplode.
Forse l’unica risposta alla contestazione di Giobbe che tiene è quella che può essere ricondotta al vangelo di Matteo e di Luca nel discorso della montagna: « guardate i fiori del campo, guardate gli uccelli dell’aria, non tessono, non lavorano, gli uni sono nutriti, gli altri sono vestiti… » Qui certamente c’è il senso della bravura del padre, ma soprattutto c’è il senso della benevolenza del padre, a cui dare una fiducia assoluta. Se questo lo fa con uccelli e fiori quanto più con voi, uomini di poca fede… fidatevi! Questa è per me la cifra per leggere in maniera acconcia, all’altezza della contestazione di Giobbe.
Se crolla questo punto, non crolla un punto della dottrina biblica, ma il fondamento stesso. Se il cuore della bibbia è l’idea di giustizia, del soggetto giusto, come mediatore della realizzazione del mondo come Dio lo vuole, il presupposto è che il disegno di Dio sia giusto e che Dio mantenga questo suo disegno giusto, che non venga meno lui.
Allora la crisi della giustizia di Dio, Dio che non mantiene la promessa, Dio che lascia cadere il giusto, e che lascia invece che gli empi, i sopraffattori, gli indifferenti, stiano bene, vincano, la sconfitta del giusto e la vittoria dell’ingiusto è la sconfitta della promessa di Dio.
Se crolla questo, crolla tutta la fede di Israele. Ecco allora il passo in avanti: il giusto in questa vita non ha avuto quello che Dio gli prometteva, ma Dio non può venir meno alle sue promesse, dunque deve esserci un dopo. Adesso io la sto mettendo in forma di sillogismo, ma è così.
Dunque deve esserci un’altra vita. La logica è che l’ultima parola della realtà non può essere l’ingiustizia, e se il giusto fallisse, la realtà sarebbe ingiusta.
Kant dirà la stessa cosa quando sosterrà che l’uomo veramente etico, che ha fatto il bene per amore del bene, deve avere il bene sommo, che include la felicità. Per questo Dio, che Kant ha espunto come fondamento dell’etica, viene recuperato come esecutore di questo bene sommo, che è la felicità del giusto.
A me piace dire che la bibbia comincia dove Kant finisce. Cioè che l’inizio della bibbia è quello a cui Kant arriva come conclusione, e cioè che l’ultima parola della realtà non può essere l’ingiustizia. Kant dice che è il postulato della coscienza etica, la bibbia dice che è la rivelazione degli Ebrei. Il messaggio cristiano dirà che è il crocifisso risorto.
Il principio che non può essere che il giusto fallisca è il fondamento dell’antico testamento, ma l’arrivare a dire che questo principio crollerebbe, sarebbe falsificato, smentito, sbugiardato, se non ci fosse un aldilà, non è mai diventato un dogma di fede di Israele. Gli Ebrei non sono tenuti a credere a questo. C’è quell’altra prospettiva dei tempi messianici, ma all’interno dell’orizzonte storico…
La glorificazione della giustizia è la realizzazione della giustizia divina, è la resurrezione del crocifisso, è la sua pienezza di vita. Credo allora che il risorto è colui che, nella stessa potenza dell’amore presente nel crocifisso, fa esplodere il sepolcro, cioè che il risorto è il crocifisso visto da dentro. Noi ci fidiamo del Dio che ha fatto risorgere suo figlio, che promette un mondo, dove giustizia e pace si baceranno al di là di ogni nostra possibile immaginazione.

Publié dans:BIBBIA, biblica |on 3 mars, 2013 |Pas de commentaires »

Moses and the Burning Bush (Byzantine Mosaic)

Moses and the Burning Bush (Byzantine Mosaic) dans immagini sacre moses_burning_bush_bysantine_mosaic

http://iconreader.wordpress.com/2010/12/20/discovering-the-unburnt-bush-icon/

Publié dans:immagini sacre |on 1 mars, 2013 |Pas de commentaires »
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