Archive pour mars, 2013

13 MARZO: I SANTI MARTIRI DI CORDOVA IN SPAGNA

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13 MARZO: I SANTI MARTIRI DI CORDOVA IN SPAGNA 

Il 14 Giugno, la Chiesa fa memoria liturgica dei santi martiri cordovesi. A Cordoba in Spagna, i santi martiri Anastasio, presbitero, Felice, monaco e Degna, vergine, furono uccisi il medesimo giorno. Anastasio, confessata la propria fede cristiana dinanzi ai capi dei mori, venne subito decapitato; con lui fu ucciso anche Felice, di stirpe africana, che nelle Asturie aveva abbracciato la fede cattolica e la vita monastica; per ultima venne decapitata la giovanissima Degna che aveva rimproverato con ardore il giudice per l’uccisione dei suoi due compagni di fede e quindi di martirio.  E’ interessante sapere che le spoglie di questi martiri vennero ritrovate dopo diversi secoli grazie ad un sonno ispirato dagli angeli al sacerdote Andres De Las Roellas. Nato a Cordoba nel 1525 fu un esemplare sacerdote. diventato anziano si ritirò nella casa paterna dove era accudito da una delle sue sorelle. Essendo stato colpito da dolorose infermità ogni giorno nella sua orazione chiedeva …
… al Signore di essere guarito. Per cinque notti – così raccontò egli stesso – gli sembrò di sentire in sogno una voce che chiaramente gli diceva: “Va al Campo (una zona della città) e riavrai la salute”. Non diede molta importanza ai sogni. Un giorno, però si mise sulla strada indicata e con grande sforzo riuscì a raggiungere i confini di Cordoba; era già nei pressi della zona del Campo quando, si sedette per riposarsi. In quell’istante gli vennero incontro cinque giovani ed eleganti cavalieri che gli lasciarono un messaggio su dove ritrovare le spoglie mortali degli antichi martiri della Città.
Appena i cavalieri sparirono padre Andres si accorse con grande stupore che erano sparite tutte le sue infermità. Tutto questo avvenne nel sabato santo 29 marzo del 1578. il messaggio dei cinque cavalieri che indicava la tomba dei martiri cordovesi doveva essere portato al vescovo ma padre Roelas aveva paura di esser preso per un illuso visionario. Il sacerdote credeva che tutto finisse così invece poco dopo, per quattro notti consecutive, a mezzanotte precisa, terminato l’ufficio divino, ebbe la misteriosa apparizione di un uomo vestito di bianco che gli ordinava di espletare ‘incarico avuto dai cinque cavalieri. Infine, nella quinta notte quando già iniziava ad albeggiare il mercoledì 7 maggio del 1578 quell’uomo vestito di bianco gli rivelò: “Ti giuro, per Gesù Cristo crocifisso, che io sono Raffaele, l’angelo che Dio ha posto a custodia di questa città”. Il sacerdote informò il vescovo e nel punto esatto dove i cinque cavalieri avevano indicato, furono ritrovate le reliquie degli antichi martiri cristiani di Cordoba. Così, con questo solenne giuramento, i Cordovesi ebbero la certezza che l’arcangelo, come già quasi tre secoli prima aveva rivelato a fra Simon de Sousa, proteggeva in modo speciale la loro città.
Il padre Roelas da allora fu un entusiasta propagatore della devozione verso san Raffaele. Il pio sacerdote morì nel 1587 e la sua casa fu trasformata nella “chiesa del Giuramento”.

di Don Marcello Stanzione

LA MEDICINA PALLIATIVA: UNA FORMA DI CARITÀ DISINTERESSATA

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LA MEDICINA PALLIATIVA: UNA FORMA DI CARITÀ DISINTERESSATA

IL CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA INCORAGGIA IN MODO ESPLICITO QUESTO TIPO DI CURA

Roma, 11 Marzo 2013 (Zenit.org) Bruno Brundisini

Le cure palliative derivano il loro nome da pallium, che era il mantello usato dagli antichi greci e romani per coprire la tonaca sulle spalle. Con riferimento all’etimologia, il loro significato più appropriato sembra quello di proteggere il paziente, più che di nascondere la malattia.
Lo statuto dell’Associazione Europea per le Cure Palliative afferma che queste consistono “nell’assistenza attiva e totale dei pazienti terminali quando la malattia non risponde più alle terapie ed il controllo del dolore, dei sintomi, degli aspetti emotivi e spirituali e dei problemi sociali diventa predominante. Le cure palliative rispettano la vita e considerano il morire come un processo naturale. Il loro scopo non è quello di accelerare o differire la morte, ma quello di garantire la migliore qualità di vita, sino alla fine”.
Esse interessano quindi il paziente in fase terminale, cioè ormai irreversibile, sia esso oncologico, sia esso affetto da altra patologia, che non risponde più alle cure specifiche. In questa fase quindi si continua a curare il malato che ha quella determinata malattia, e non più la malattia che affligge il malato.
Infatti, quando non si può più fare niente per guarire la malattia, si può fare ancora molto per curare il malato, in particolare lenire il suo dolore fisico nell’ultimo periodo della vita. È questo il momento in cui ci si deve occupare degli aspetti psicologici, sociali e spirituali del paziente e dare il sostegno alla sua famiglia.
Vista in quest’ottica la medicina palliativa, forse ancora più di quella rivolta alla cura della patologia, presenta un altissimo rispetto della qualità della vita e della persona, che concepisce nella sua totalità. Non si tratta di una medicina estrema o spinta ad oltranza, o di accanimento terapeutico, né tanto meno di eutanasia, ma, al contrario, di una medicina di assistenza, di ascolto, di accoglienza e di accompagnamento.
Essa si pone con un approccio multidisciplinare a 360 gradi, che si rivolge a tutte le esigenze della persona in quel particolare momento. È quello che gli inglesi chiamano il passaggio dal to cure al to care for, ossia dal curare al prendersi cura di una persona. Tutto ciò può avvenire al domicilio del paziente o in ospedale o nell’hospice.
La grande attenzione a questo aspetto della medicina, che si va sempre più affermando anche nel nostro Paese, è data dalla Legge n° 38 del 15 Marzo 2010, recante le Disposizioni per garantire l’accesso alle cure palliative e alla terapia del dolore. Si tratta di una disposizione legislativa che, oltre ad indicare queste cure tra gli obiettivi prioritari del Sistema Sanitario Nazionale, sancisce l’obbligo di percorsi formativi per gli operatori sanitari di questo settore, affinché nessuno possa più improvvisarsi come palliativista o terapista del dolore.
La Chiesa Cattolica ha assunto sempre una posizione estremamente chiara oltre che sui temi dello stato vegetativo e dello stato di minima coscienza, anche sull’assistenza alla condizione di fine vita. A questo proposito basta ricordare quanto affermato nel Catechismo: “Anche se la morte è considerata imminente le cure che d’ordinario sono dovute ad una persona ammalata non possono essere legittimamente interrotte. (…) Le cure palliative costituiscono una forma privilegiata della carità disinteressata” (CCC 2279).
Queste cure vengono distinte dall’accanimento terapeutico. Infatti sempre nel Catechismo si legge: “L’interruzione di procedure mediche onerose, pericolose, straordinarie o sproporzionate rispetto ai risultati attesi può essere legittima. In tal caso si ha la rinuncia all’«accanimento terapeutico». Non si vuole così procurare la morte: si accetta di non poterla impedire. Le decisioni devono essere prese dal paziente, se ne ha la competenza e la capacità, o, altrimenti, da coloro che ne hanno legalmente il diritto, rispettando sempre la ragionevole volontà e gli interessi legittimi del paziente” (CCC 2278).
Oltre a credere nella vita dopo la morte, la Chiesa e la morale ci insegna anche a credere nella vita prima della morte, quando la morte ancora non è presente, ma già prende forma quello che possiamo definire il morire.

Publié dans:medicina |on 12 mars, 2013 |Pas de commentaires »

Il sacramento della penitenza e della riconciliazione

Il sacramento della penitenza e della riconciliazione dans immagini sacre confession

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Publié dans:immagini sacre |on 11 mars, 2013 |Pas de commentaires »

MESSAGGIO DI SUA SANTITÀ PAOLO VI PER LA QUARESIMA 1977

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MESSAGGIO DI SUA SANTITÀ PAOLO VI PER LA QUARESIMA 1977

Carissimi Figli e Figlie!

Eccoci nella Quaresima! Vogliate ascoltarci un istante! La Quaresima è un periodo favorevole, è il «tempo propizio», di cui parla la sacra Liturgia, per prepararci a celebrare degnamente il Mistero Pasquale. È un periodo certamente austero, ma fecondo ed apportatore di un rinnovamento, quale una primavera spirituale. Noi dobbiamo risvegliare la nostra coscienza; dobbiamo ravvivare il senso del dovere ed il desiderio di corrispondere, in concreto, alle esigenze di una vita cristiana autentica.
Circa dieci anni fa, la nostra Enciclica «Populorum Progressio» sullo sviluppo dei popoli fu come un «grido di angoscia, nel nome del Signore», che noi rivolgemmo alle Comunità cristiane ed a tutti gli uomini di buona volontà. Ed oggi ancora, in questo inizio del tempo liturgico quaresimale, vorremmo far risuonare quell’appello solenne. Il nostro sguardo ed il nostro cuore di Pastore universale continuano, infatti, ad essere profondamente turbati dalla folla immensa di coloro che, in tutte le società del mondo, sono abbandonati ai margini della strada, feriti nel corpo e nell’anima, spogliati della loro umana dignità, senza pane, senza voce, senza difesa, soli nella loro angoscia!
Certo, noi proviamo qualche difficoltà nel far parte agli altri di quel che abbiamo, al fine di contribuire alla scomparsa delle disuguaglianze in un mondo divenuto ingiusto. Tuttavia, le affermazioni di principio non bastano. È per questo che è necessario e salutare ricordarci che siamo semplicemente amministratori dei doni di Dio, e che «la penitenza del tempo di Quaresima non deve esser soltanto interna ed individuale, ma esterna, altresì, e sociale» (Cfr. Sacrosanctum Concilium, 110).
Noi vi chiediamo di andare incontro al povero Lazzaro, che soffre la miseria, la fame. Fatevi suo prossimo, affinché egli riconosca nel vostro sguardo quello di Cristo che l’accoglie, e nelle vostre mani quelle del Signore, che distribuisce i suoi doni. E vogliate anche rispondere con generosità agli appelli, che vi saranno rivolti nelle vostre Chiese particolari, per consolare i più diseredati e per dare il vostro contributo al progresso dei popoli meno provvisti di beni.
Vi ricordiamo le parole del Signore, che l’Apostolo San Paolo ci ha fortunatamente conservato, perché veniate in aiuto dei deboli: «C’è più felicità nel dare che nel ricevere» (Act. 20. 35). E vi esortiamo tutti, Figli e Figlie carissimi, a purificare il vostro cuore, per accogliere degnamente le prossime celebrazioni pasquali ed annunciare al mondo la Buona Novella della salvezza. Con questo augurio vi benediciamo nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.

PAULUS PP. VI

LA CHIESA CATTOLICA E LA MODERNITÀ

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LA CHIESA CATTOLICA E LA MODERNITÀ

L’INFLUENZA DEL CRISTIANESIMO NELLA STORIA DELLA CIVILTÀ OCCIDENTALE

ROMA, 11 MARZO 2013 (ZENIT.ORG) JOHN FLYNN

L’intenso interesse mediatico su quello che sta succedendo in Vaticano nella scelta del nuovo papa, fornisce un utile spunto per capire quanto la Chiesa sia importante nel mondo di oggi.
A dispetto delle critiche e delle malignità che oppongono la Chiesa alla scienza, alla ragione e al progresso, e che dipingono i suoi membri come dei retaggi di un Medioevo oppressivo, sembra che, nonostante tutto, essa rimanga un’istituzione che la gente considera rilevante.
Quest’ultima è anche la visione espressa in un saggio di recente pubblicazione, scritto dal noto autore Mike Aquilina, dal titolo Yours Is the Church: How Catholicism Shapes Our World, (Servant Books).
La cultura popolare ci ha fatto credere che la Chiesa sia una sorta di nemico universale, scrive Aquilina, spiegando però che “ogni cosa relativa alla nostra modernità, la consideriamo positiva per merito della Chiesa”.
Spesso si pensa che la civiltà moderna sia iniziata con il Rinascimento, osserva l’autore. E tuttavia, come è emersa tale concezione? Furono i monasteri a copiare gli scritti dei Greci e dei Romani, preservandone quindi l’eredità alle generazioni successive. La Chiesa ha salvato la civiltà, afferma Aquilina.
Venendo alla scienza, lo studioso osserva che essa ha radici nella Chiesa Cattolica: l’astronomia è nata grazie a Copernico, un canonico ordinato, mentre fu un vescovo, Nicola Steno, a fondare la geologia; cattolici erano anche Antoine Lavoisier, fondatore della chimica moderna, e il matematico Blaise Pascal.
Con Alberto Magno e Tommaso d’Aquino, furono riscoperti i tesori della filosofia greca, rendendo così possibile l’istituzione della scienza razionale. Ci sono molte scoperte scientifiche in altre culture, ma Aquilina fa notare che solo nell’Occidente Cristiano la scienza si è davvero sviluppata.
L’aiuto ai poveri
L’attività caritativa dei Cristiani e della Chiesa è un altro immenso contributo alla società, prosegue Aquilina. Nei primi secoli i cristiani hanno istituito ospedali, mense e case per poveri. I cristiani hanno fatto ben più dell’Impero Romano nell’aiuto ai bisognosi, osserva lo studioso.
Più tardi, con la caduta dell’Impero Romano, senza seguire la decadenza di molte istituzioni pubbliche, i Cristiani hanno continuato ad assicurare l’assistenza ai poveri. “Per la maggior parte della durata della storia occidentale, infatti, la Chiesa è stata la prima fonte di aiuto per i poveri”, aggiunge Aquilina.
La Chiesa ha anche avuto una notevole influenza sulla musica e sulle arti, prosegue Aquilina. Basta camminare all’interno di una qualunque grande cattedrale per comprendere l’importanza dell’arte nella Chiesa. Una delle più grandi opere del Rinascimento è la Cappella Sistina, affrescata da Michelangelo, dove domani i cardinali si raduneranno per l’elezione del nuovo papa.
Venendo alla condizione della donna, sebbene molti critichino la Chiesa per non permettere il sacerdozio femminile, Aquilina osserva che la Chiesa Cattolica ha aiutato a realizzare i più importanti cambiamenti nel modo in cui le donne sono trattate.
In epoca pagana le bambine erano spesso lasciate morire dopo la nascita e le donne erano trattate come una proprietà dai loro mariti, senza i minimi diritti. I cristiani, al contrario, come spiega San Paolo, sanno che non c’è maschio né femmina (cfr. Gal 3,28).
I cristiani spesso non rispettano questo principio, ma trattano le loro donne in modo molto diverso dai pagani.
Oggi, la Chiesa continua a pronunciarsi contro lo sfruttamento delle donne e insiste che esse siano trattate come esseri umani e non come oggetti.
Dignità umana
La Chiesa Cattolica ha fornito validi contributi ai diritti umani e alla pace nel mondo, afferma Aquilina. Lo sviluppo di linee guida per una “guerra giusta”, pone serie restrizioni su come una guerra possa essere condotta. Mentre le guerre continuano, gli ideali cattolici di amore e giustizia fanno da notevole contrappeso ai conflitti.
La Chiesa ha anche dato un sostanziale contributo al concetto di dignità umana, insistendo che tutti gli esseri umani sono ugualmente importanti, osserva Aquilina. La Chiesa giocò un ruolo cruciale nella difesa delle popolazioni indigene delle Americhe.
“Nei giorni bui della schiavitù e dell’oppressione, milioni di Americani riconobbero nella Chiesa la loro protettrice”, spiega Aquilina.
Molti anni dopo un papa polacco, Giovanni Paolo II, ha ispirato i popoli dell’Europa dell’Est a rivendicare i propri diritti e a conquistare la libertà.
Aquilina non si limita a contemplare le conquiste della Chiesa del passato. La Chiesa Cattolica sta ancora crescendo, commenta, con molte conversioni in Africa e in Asia.
Nel campo della scienza e della tecnologia, la Chiesa ha ancora un ruolo importante da giocare. La scienza può dirci cosa possiamo fare, ma abbiamo bisogno della Chiesa, perché ci informi su cosa dobbiamo fare.
“Come un corpo vivente, quale essa è, la Chiesa Cattolica continuerà a crescere e ad imparare”, conclude Aquilina.
Il suo libro aiuta a porre in una prospettiva più vasta gli eventi cui stiamo assistendo in questi giorni.

Publié dans:CHIESA CATTOLICA, CONCLAVE 2013 |on 11 mars, 2013 |Pas de commentaires »

Chagall: « Giosuè davanti all’angelo con la spada »

Chagall:

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Publié dans:immagini sacre |on 8 mars, 2013 |Pas de commentaires »

PAPA BENEDETTO XVI – VESPRI A CONCLUSIONE DELLA SETTIMANA DI PREGHIERA

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(propongo questo Omelia sulla « Resurrezione dai morti », ho messo in maiuscolo il tema proposto dal Papa – Emerito Benedetto XVI – in seguito ad un commento sul questo tema rivoltomi sul mio Blog : la pagina di San Paolo)

CELEBRAZIONE DEI VESPRI A CONCLUSIONE  DELLA SETTIMANA DI PREGHIERA
PER L’UNITÀ DEI CRISTIANI

OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

Festa della Conversione di San Paolo Apostolo
Basilica di San Paolo fuori le Mura
Mercoledì, 25 gennaio 2012

Cari fratelli e sorelle!
È con grande gioia che rivolgo il mio caloroso saluto a tutti voi che vi siete radunati in questa Basilica nella Festa liturgica della Conversione di San Paolo, per concludere la Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani, in quest’anno nel quale celebreremo il cinquantesimo anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II, che il beato Giovanni XXIII annunciò proprio in questa Basilica il 25 gennaio 1959. Il tema offerto alla nostra meditazione nella Settimana di preghiera che oggi concludiamo, è: “TUTTI SAREMO TRASFORMATI DALLA VITTORIA DI GESÙ CRISTO NOSTRO SIGNORE” (CFR 1 COR 15,51-58).
Il significato di questa misteriosa trasformazione, di cui ci parla la seconda lettura breve di questa sera, è mirabilmente mostrato nella vicenda personale di san Paolo. In seguito all’evento straordinario accaduto lungo la via di Damasco, Saulo, che si distingueva per lo zelo con cui perseguitava la Chiesa nascente, fu trasformato in un infaticabile apostolo del Vangelo di Gesù Cristo. Nella vicenda di questo straordinario evangelizzatore appare chiaro che tale trasformazione non è il risultato di una lunga riflessione interiore e nemmeno il frutto di uno sforzo personale. Essa è innanzitutto opera della grazia di Dio che ha agito secondo le sue imperscrutabili vie. È per questo che Paolo, scrivendo alla comunità di Corinto alcuni anni dopo la sua conversione, afferma, come abbiamo ascoltato nel primo brano di questi Vespri: “Per grazia di Dio … sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata vana” (1 Cor 15,10). Inoltre, considerando con attenzione la vicenda di san Paolo, si comprende come la trasformazione che egli ha sperimentato nella sua esistenza non si limita al piano etico – come conversione dalla immoralità alla moralità –, né al piano intellettuale – come cambiamento del proprio modo di comprendere la realtà –, ma si tratta piuttosto di un radicale rinnovamento del proprio essere, simile per molti aspetti ad una rinascita. Una tale trasformazione trova il suo fondamento nella partecipazione al mistero della Morte e Risurrezione di Gesù Cristo, e si delinea come un graduale cammino di conformazione a Lui. Alla luce di questa consapevolezza, san Paolo, quando in seguito sarà chiamato a difendere la legittimità della sua vocazione apostolica e del Vangelo da lui annunziato, dirà: “Non vivo più io, ma Cristo vive in me. E questa vita, che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me” (Gal 2,20).
L’esperienza personale vissuta da san Paolo gli permette di attendere con fondata speranza il compimento di questo mistero di trasformazione, che riguarderà tutti coloro che hanno creduto in Gesù Cristo ed anche tutta l’umanità ed il creato intero. Nella seconda lettura breve che è stata proclamata questa sera, san Paolo, dopo avere sviluppato una lunga argomentazione destinata a rafforzare nei fedeli la speranza della risurrezione, utilizzando le immagini tradizionali della letteratura apocalittica a lui contemporanea, descrive in poche righe il grande giorno del giudizio finale, in cui si compie il destino dell’umanità: “In un istante, in un batter d’occhio, al suono dell’ultima tromba … i morti risorgeranno incorruttibili e noi saremo trasformati” (1 Cor 15,52). In quel giorno, tutti i credenti saranno resi conformi a Cristo e tutto ciò che è corruttibile sarà trasformato dalla sua gloria: “È necessario infatti – dice san Paolo – che questo corpo corruttibile si vesta di incorruttibilità e questo corpo mortale si vesta di immortalità” (v. 15,53). Allora il trionfo di Cristo sarà finalmente completo, perché, ci dice ancora san Paolo mostrando come le antiche profezie delle Scritture si realizzano, la morte sarà vinta definitivamente e, con essa, il peccato che l’ha fatta entrare nel mondo e la Legge che fissa il peccato senza dare la forza di vincerlo: “La morte è stata inghiottita nella vittoria. / Dov’è, o morte, la tua vittoria? / Dov’è, o morte, il tuo pungiglione? / Il pungiglione della morte è il peccato e la forza del peccato è la Legge” (vv. 54-56). San Paolo ci dice, dunque, che ogni uomo, mediante il battesimo nella morte e risurrezione di Cristo, partecipa alla vittoria di Colui che per primo ha sconfitto la morte, cominciando un cammino di trasformazione che si manifesta sin da ora in una novità di vita e che raggiungerà la sua pienezza alla fine dei tempi.
È molto significativo che il brano si concluda con un ringraziamento: “Siano rese grazie a Dio, che ci dà la vittoria per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo!” (v. 57). Il canto di vittoria sulla morte si tramuta in canto di gratitudine innalzato al Vincitore. Anche noi questa sera, celebrando le lodi serali di Dio, vogliamo unire le nostre voci, le nostre menti e i nostri cuori a questo inno di ringraziamento per ciò che la grazia divina ha operato nell’Apostolo delle genti e per il mirabile disegno salvifico che Dio Padre compie in noi per mezzo del Signore Gesù Cristo. Mentre eleviamo la nostra preghiera, siamo fiduciosi di essere trasformati anche noi e conformati ad immagine di Cristo. Questo è particolarmente vero nella preghiera per l’unità dei cristiani. Quando infatti imploriamo il dono dell’unità dei discepoli di Cristo, facciamo nostro il desiderio espresso da Gesù Cristo alla vigilia della sua passione e morte nella preghiera rivolta al Padre: “perché tutti siano una cosa sola” (Gv 17,21). Per questo motivo, la preghiera per l’unità dei cristiani non è altro che partecipazione alla realizzazione del progetto divino per la Chiesa, e l’impegno operoso per il ristabilimento dell’unità è un dovere e una grande responsabilità per tutti.

Pur sperimentando ai nostri giorni la situazione dolorosa della divisione, noi cristiani possiamo e dobbiamo guardare al futuro con speranza, in quanto la vittoria di Cristo significa il superamento di tutto ciò che ci trattiene dal condividere la pienezza di vita con Lui e con gli altri. La risurrezione di Gesù Cristo conferma che la bontà di Dio vince il male, l’amore supera la morte. Egli ci accompagna nella lotta contro la forza distruttiva del peccato che danneggia l’umanità e l’intera creazione di Dio. La presenza di Cristo risorto chiama tutti noi cristiani ad agire insieme nella causa del bene. Uniti in Cristo, siamo chiamati a condividere la sua missione, che è quella di portare la speranza là dove dominano l’ingiustizia, l’odio e la disperazione. Le nostre divisioni rendono meno luminosa la nostra testimonianza a Cristo. Il traguardo della piena unità, che attendiamo in operosa speranza e per la quale con fiducia preghiamo, è una vittoria non secondaria, ma importante per il bene della famiglia umana.
Nella cultura oggi dominante, l’idea di vittoria è spesso associata ad un successo immediato. Nell’ottica cristiana, invece, la vittoria è un lungo e, agli occhi di noi uomini, non sempre lineare processo di trasformazione e di crescita nel bene. Essa avviene secondo i tempi di Dio, non i nostri, e richiede da noi profonda fede e paziente perseveranza. Sebbene il Regno di Dio irrompa definitivamente nella storia con la risurrezione di Gesù, esso non è ancora pienamente realizzato. La vittoria finale avverrà solo con la seconda venuta del Signore, che noi attendiamo con paziente speranza. Anche la nostra attesa per l’unità visibile della Chiesa deve essere paziente e fiduciosa. Solo in tale disposizione trovano il loro pieno significato la nostra preghiera ed il nostro impegno quotidiani per l’unità dei cristiani. L’atteggiamento di attesa paziente non significa passività o rassegnazione, ma risposta pronta e attenta ad ogni possibilità di comunione e fratellanza, che il Signore ci dona.
In questo clima spirituale, vorrei rivolgere alcuni saluti particolari, in primo luogo al Cardinale Monterisi, Arciprete di questa Basilica, all’Abate e alla Comunità dei monaci benedettini che ci ospitano. Saluto il Cardinale Koch, Presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, e tutti i collaboratori di questo Dicastero. Rivolgo i miei cordiali e fraterni saluti a Sua Eminenza il Metropolita Gennadios, rappresentante del Patriarcato ecumenico, ed al Reverendo Canonico Richardson, rappresentante personale a Roma dell’Arcivescovo di Canterbury, e a tutti i rappresentanti delle diverse Chiese e Comunità ecclesiali, qui convenuti questa sera. Inoltre, mi è particolarmente gradito salutare alcuni membri del Gruppo di lavoro composto da esponenti di diverse Chiese e Comunità ecclesiali presenti in Polonia, che hanno preparato i sussidi per la Settimana di Preghiera di quest’anno, ai quali vorrei esprimere la mia gratitudine e il mio augurio di proseguire sulla via della riconciliazione e della fruttuosa collaborazione, come pure i membri del Global Christian Forum che in questi giorni sono a Roma per riflettere sull’allargamento della partecipazione al movimento ecumenico di nuovi soggetti. E saluto anche il gruppo di studenti dell’Istituto Ecumenico di Bossey del Consiglio Ecumenico delle Chiese.
All’intercessione di san Paolo desidero affidare tutti coloro che, con la loro preghiera e il loro impegno, si adoperano per la causa dell’unità dei cristiani. Anche se a volte si può avere l’impressione che la strada verso il pieno ristabilimento della comunione sia ancora molto lunga e piena di ostacoli, invito tutti a rinnovare la propria determinazione a perseguire, con coraggio e generosità, l’unità che è volontà di Dio, seguendo l’esempio di san Paolo, il quale di fronte a difficoltà di ogni tipo ha conservato sempre ferma la fiducia in Dio che porta a compimento la sua opera. Del resto, in questo cammino, non mancano i segni positivi di una ritrovata fraternità e di un condiviso senso di responsabilità di fronte alle grandi problematiche che affliggono il nostro mondo. Tutto ciò è motivo di gioia e di grande speranza e deve incoraggiarci a proseguire il nostro impegno per giungere tutti insieme al traguardo finale, sapendo che la nostra fatica non è vana nel Signore (cfr 1 Cor 15,58). Amen.

10 MARZO 2013 – 4A DOMENICA – QUARESIMA C – OMELIA DI APPROFONDIMENTO SPIRITUALE

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10 MARZO 2013 – 4A DOMENICA – QUARESIMA C – OMELIA DI APPROFONDIMENTO SPIRITUALE

4a Domenica di Quaresima
Dio, grande e misericordioso, attende il ritorno del figlio perduto!
I Farisei e gli scribi mormorano di Gesù: costui riceve i peccatori e mangia con loro.
Gesù scandalizza i cosiddetti benpensanti, perché si mescola con i peccatori e i pubblicani e va a pranzo con loro.
Alla base della mormorazione dei farisei e degli scribi sta la convinzione che Dio non possa approvare un comportamento del genere.
Proprio per dimostrare che Dio non condanna il peccatore, non lo abbandona al suo destino, ma è padre buono che perdona il figlio ribelle, attende fiducioso che rientri in se stesso, lo riabbraccia e fa festa per il suo ritorno, Gesù racconta la bella parabola del figlio prodigo, o meglio, la parabola del padre misericordioso.
Il comportamento di Gesù che accoglie con benevolenza i peccatori, è quindi quello stesso di Dio, Padre celeste, che non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva.
Nella parabola, due sono i figli: ingrato e invidioso il maggiore; ingrato, ma pentito il minore.
Il figlio maggiore sembra tanto per bene, ma in realtà si rivela molto interessato, egoista, invidioso, e soprattutto dimostra di non aver capito che la più grande fortuna per lui è stata proprio quella di essere sempre rimasto in casa con il padre e di aver condiviso con lui tutti i suoi beni.
Questo figlio maggiore rappresenta certo gli scribi ed i farisei che mormorano perché Gesù accoglie i peccatori: sono gelosi ed invidiosi. Ma potrebbe rappresentare anche noi, se non sappiamo avere misericordia e compassione per coloro che sbagliano, e se non sappiamo gioire per un loro eventuale ravvedimento; ma soprattutto se non sappiamo apprezzare il dono di essere rimasti nella casa del Padre e di aver goduto della sua intimità.
Il figlio minore, il figlio prodigo, rappresenta ovviamente l’uomo peccatore, che si illude di stare meglio fuori della casa del Padre; che crede di potersi realizzare meglio lontano da Dio, e quindi gli volta le spalle; che dissipa i doni ricevuti da Dio, e si riduce nella più squallida miseria morale.
La parabola del figlio prodigo e del padre misericordioso ci aiuta a riflettere e a scoprire le realtà fondamentali per la nostra vita spirituale: che cosa sia il peccato, nel pensiero di Gesù; che cosa significhi e che cosa comporti convertirsi; e in che cosa consista la riconciliazione con Dio.
Il peccato secondo il Vangelo, e quindi nel pensiero di Gesù, è rivendicare la propria assoluta autonomia e indipendenza da Dio: dammi la parte di beni che mi spetta, dice il figlio minore; è ritenere la casa paterna troppo stretta e la presenza del padre ingombrante ed opprimente; è quindi voltare le spalle a Dio, allontanarsi da lui; in fondo è un rifiuto dell’amore del Padre.
Come conseguenza di questo atteggiamento, il peccato è un dissipare i beni ricevuti da Dio, ed alla fine è un ritrovarsi a mani vuote, un precipitare nella miseria e nell’abbrutimento morale.
Il figlio minore, dice il vangelo, raccolte le sue cose, partì per un paese lontano, e là sperperò le sue sostanze vivendo da dissoluto. Quando ebbe speso tutto…cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò… a pascolare i porci.
Allora entrò in se stesso, e disse: quanti salariati in casa di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame. Mi alzerò e andrò da mio padre e gli dirò: padre ho peccato!
Ecco in cosa consiste la conversione: nel rendersi conto della condizione di miseria e di avvilimento a cui il peccato ha condotto; nel comprendere che è stata un’illusione aver cercato la felicità lontano da Dio; nel decidersi a cambiare vita: partì e si incamminò verso suo padre.

Quando era ancora lontano, il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò.
La riconciliazione con Dio non è solo chiedere e ottenere perdono, non è solo pentirsi da parte del peccatore e un dimenticare le offese da parte di Dio, ma è molto di più. È essere accolti nelle braccia del Padre, essere reintegrati nella dignità dei figli di Dio, essere rigenerati alla vita di grazia e di amicizia con Lui, è diventare creature nuove in Cristo.
S. Paolo nella lettera ai cristiani di Corinto ci ricorda che Tutto questo però viene da Dio che ci ha riconciliati con sé mediante Cristo. A noi non rimane che aprire il cuore e accogliere il dono con grande disponibilità d’animo.
Anche a noi S. Paolo ripete Vi supplico in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio, lasciatevi raggiungere dal suo amore che perdona e risana.
In questa quaresima, come il figlio prodigo riconosciamo la nostra stoltezza nell’aver voluto tante volte allontanarci dal Signore con il peccato, e decidiamoci a ritornare sui nostri passi: Dio non attende altro che abbracciarci e farci festa.
Se, per grazia del Signore, siamo rimasti fedeli a Lui, ma non senza qualche incoerenza, cerchiamo di entrare in una comunione di vita e di amicizia con Lui sempre più profonda: decidendoci per una vita più impegnata e più santa.
Ci aiuti la Vergine Maria ad accogliere la salvezza che Gesù ci porta nella Pasqua
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 D. Mario MORRA sdb – E-

Holy Mary, Ark of Covenant

Holy Mary, Ark of Covenant dans immagini sacre

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Publié dans:immagini sacre |on 7 mars, 2013 |Pas de commentaires »

LA VERGINE MARIA, TABERNACOLO E ARCA DELL’ALLEANZA

http://www.coptiortodossiroma.it/liturgia/155-la-vergine-maria-tabernacolo-e-arca-dellalleanza.html

(Diocesi copta ortodossa di San Giorgio, Roma)

LA VERGINE MARIA, TABERNACOLO E ARCA DELL’ALLEANZA  

GIOVEDÌ 01 DICEMBRE 2011

Nella Chiesa copta ortodossa la Madre di Dio Maria è anche paragonata al tabernacolo eretto da Mosè e a molte delle cose che in esso erano contenute. Qui considereremo il paragone con il tabernacolo stesso, l’arca dell’alleanza, il propiziatorio e la coppa aurea della manna, quest’ultimi contenuti nell’arca.

Si legge in Esodo:
Tabernacolo:
Il Signore parlò a Mosè e disse: «[...] Essi mi faranno un santuario e io abiterò in mezzo a loro. Me lo farete in tutto e per tutto secondo il modello del tabernacolo e secondo il modello di tutti i suoi arredi, che io sto per mostrarti (Es 25,1,8,9)

ARCA DELL’ALLEANZA E PROPIZIATORIO:
«Faranno dunque un’arca di legno d’acacia [...] La rivestirai d’oro puro; la rivestirai così, sia dentro che fuori; le farai al di sopra una ghirlanda d’oro, che giri intorno [...] Farai anche un propiziatorio d’oro puro; la sua lunghezza sarà di due cubiti e mezzo e la sua larghezza di un cubito e mezzo. Farai due cherubini d’oro; li farai lavorati al martello, alle due estremità del propiziatorio; fa’ un cherubino per una delle estremità e un cherubino per l’altra; farete in modo che questi cherubini escano dal propiziatorio alle due estremità. I cherubini avranno le ali spiegate in alto, in modo da coprire il propiziatorio con le loro ali; avranno la faccia rivolta l’uno verso l’altro; le facce dei cherubini saranno rivolte verso il propiziatorio. Metterai il propiziatorio in alto, sopra l’arca; e nell’arca metterai la testimonianza che ti darò. Lì io mi incontrerò con te; dal propiziatorio, fra i due cherubini che sono sull’arca della testimonianza, ti comunicherò tutti gli ordini che avrò da darti per i figli d’Israele (Es 26,10-22)
COPPA AUREA DELLA MANNA:
Mosè disse: «Questo è quello che il Signore ha ordinato: « Riempi un omer di manna, perché sia conservato per i vostri discendenti, perché vedano il pane col quale vi ho nutriti nel deserto, quando vi ho fatti uscire dal paese d’Egitto »». E Mosè disse ad Aaronne: «Prendi un vaso, mettici dentro un omer di manna, e deponilo davanti al Signore, perché sia conservato per i vostri discendenti». Secondo l’ordine che il Signore aveva dato a Mosè, Aaronne lo depose davanti alla Testimonianza, perché fosse conservato (Es 16,31-32)
San Paolo affermò che quell’urna contenente la manna fu poi posta nel Tabernacolo, all’interno dell’arca dell’alleanza.
L’arca dell’alleanza tutta ricoperta d’oro, nella quale si trovavano un’urna d’oro contenente la manna (Eb 9,4)
ll tabernacolo eretto da Mosè, primo tempio del vero Dio, è simbolo della Vergine, in cui dimorò Cristo e per mezzo della quale « il Verbo venne ad abitare in mezzo a noi ». Così come nel tabernacolo Dio discendeva con la sua presenza (Shekinah), allo stesso modo Dio discese per lo Spirito Santo nel ventre della Vergine Maria e vi abitò.
Inoltre, per la presenza in lei del Dio incarnato, la Vergine è, come il propiziatorio, indice della dimora di Dio fra gli uomini e la coppa aurea perché contenne il vero Pane disceso dal cielo.
In realtà, il tabernacolo con l’arca, il propiziatorio e la coppa aurea erano già prefigurazione del miracolo dell’incarnazione dell’Emmanuele, del Dio con noi.
Nella Salmodia copta, sia quella annuale che quella del tempo di Avvento, la Vergine Maria è costantemente paragonata al tabernacolo costruito da Mosè. Ecco alcuni brani tratti dalla Salmodia annuale nella quale si descrive mirabilmente questa miracolosa prefigurazione.
TABERNACOLO E L’ARCA:
1. Tu [Maria] sei il tabernacolo che costruì con grande onore Mosè (Psali Adam alla Vergine sulla Theotokia della domenica).
2. Chi può dire la nobiltà del tabernacolo che fece Mosè sul monte Sinai? Lo fece gloriosamente, secondo la parole del Signore, secondo le parole del Signore, e secondo tutti i modelli che gli erano stati mostrati. In esso resero il culto Aronne ed i suoi figli, come simbolo alle cose alte, e all’ombra delle cose celesti. Essi vi rappresentarono te, o Vergine Maria, arca veritiera in cui entrò Dio (Theotokia della domenica, 2° brano).
3. Tutti insieme i figli di Israele portano dei doni al tabernacolo del Signore: l’oro e l’argento e le pietre preziose, il lino filato e la porpora. Fu fatta un’arca con del legno che non può essere intaccato dai tarli, fu rivestita di oro internamente ed esternamente. Ed anche tu, o Vergine, sei rivestita internamente ed esternamente della gloria della Divinità. Hai infatti condotto un popolo numeroso a Dio, tuo Figlio, per mezzo della tua purezza. Per questo ti esaltiamo degnamente con inni profetici: hanno, infatti parlato di te con opere venerabili, o città santa del gran Re. Ti chiediamo e ti preghiamo affinché ci ottenga la misericordia per mezzo delle tue intercessioni presso colui che ama l’umanità (Theotokia della domenica, 2° brano).
4. Giustamente sei chiamata, o Santa Maria, il secondo tabernacolo dei santi, quello in cui si trovano la verga di Aronne, ed il santo fiore dell’incenso. Sei rivestita internamente ed esternamente di purezza, tabernacolo puro, albergo dei giusti. Le legioni eccelse, ed i cori dei giusti rendono gloria alle tue beatitudini (Theotokia della domenica, 7° brano).
5. È un vero tabernacolo la Vergine Maria, nel cui centro si trovano le testimonianze fedeli: l’arca immacolata ricoperta d’oro da ogni lato, ed il propizitorio cherubico, la coppa d’oro, in cui vi è la manna, ecco che il Verbo del Padre venne e si incarnò in te (Theotokia della domenica, 13° brano).
6. Ave, o piena di grazia, Vergine immacolata, arca manufatta, scrigno di giustizia (Secondo Lobsh del Sabato).
7. Il vanto e lo splendore e la gloria e la lode convengono alla Madre di Dio, l’arca pura (Dossologia per la Vergine).
Propiziatorio e Coppa aurea della manna:
8. Ti conviene invero essere chiamata la coppa aurea, in cui è racchiusa la manna; quella fu posta nel tabernacolo, in testimonianza ai figli d’lsraele, a causa dei benefici che fece loro il Signore Iddio nel deserto del Sinai. Tu pure o Maria portasti nel tuo seno la manna razionale proveniente dal Padre; lo generasti senza macchia, ci diede il suo Corpo ed il suo Sangue, e ci ha vivificati in eterno (Theotokia della domenica, 4° brano).
9. Due Cherubini d’oro che sono immagini coprono di continuo il propiziatorio con le loro ali. Adombrando il luogo santo dei santi nel secondo tabernacolo. Anche te o Maria, adombrano migliaia di migliaia, e miriadi di miriadi. E lodano il loro Creatore che si trova nel tuo seno, colui che si fece simile a noi, senza peccato e senza cambiamento (Theotokia della domenica, 3° brano).

Publié dans:Maria Vergine |on 7 mars, 2013 |Pas de commentaires »
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