Archive pour mars, 2013

IL DUPLICE CARATTERE DELLA QUARESIMA

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TEMPO DI QUARESIMA

IL DUPLICE CARATTERE DELLA QUARESIMA

La Quaresima è il tempo dell’Anno Liturgico che va dal Mercoledì delle ceri al giovedì della Settimana santa e costituisce la prima parte del ciclo pasquale (tempo di Quaresima – Triduo santo – tempo di Pasqua/Pentecoste). Simbolicamente la durata di questo tempo liturgico è di quaranta giorni …
Per comprendere il tempo di Quaresima è necessario partire dalla costituzione sulla liturgia del Vaticano II. Nella costituzione Sacrosanctum Concilium il tempo di Quaresima è il tempo dell’Anno Liturgico che riceve maggiore attenzione e del quale si forniscono chiare linee per la successiva riforma.

SC afferma:
Il duplice carattere della Quaresima che, soprattutto mediante il ricordo o la preparazione al battesimo e mediante la penitenza, dispone i fedeli alla celebrazione del mistero pasquale con l’ascolto più frequente della parola di Dio e la preghiera più intensa, sia posto in maggior evidenza tanto nella liturgia quanto nella catechesi liturgica. Perciò:
a) si utilizzino più abbondantemente gli elementi battesimali propri della liturgia quaresimale e, se opportuno, se ne riprendino anche altri dall’antica tradizione;
b) lo stesso si dica degli elementi penitenziali.
Quanto alla catechesi poi, si inculchi nell’animo dei fedeli, insieme con le conseguenze sociali del peccato, quell’aspetto particolare della penitenza che detesta il peccato come offesa a Dio. Né si dimentichi la parte della Chiesa nell’azione penitenziale, e si solleciti la preghiera per i peccatori (SC 109: EV 1/194ss).   
Il documento conciliare sottolinea che due sono le direttrici (« duplice carattere ») della Quaresima: quella battesimale e quella penitenziale. Gli elementi del tempo di Quaresima che possono « disporre » i fedeli alla celebrazione del mistero pasquale sono li battesimo (ricordo o preparazione), la penitenza, l’ascolto più frequente della Parola e la preghiera. Tuttavia preghiera e ascolto più frequente della parola di Dio sono « parte integrante » del « duplice carattere della Quaresima », cioè fanno riferimento al suo carattere battesimale e penitenziale. Infatti, se andiamo a vedere nella storia quali erano gli « ingredienti » del cammino dei catecumeni che si preparavano al battesimo e di quello dei penitenti che si preparavano alla « riconciliazione » , possiamo scoprire che preghiera e ascolto più frequente della parola di Dio, insieme al digiuno e alle opere di carità, ne facevano parte integrante.
A partire dal duplice carattere della Quaresima SC indica le linee della riforma di questo tempo liturgico. Innanzitutto si afferma che « il linguaggio » che la liturgia deve utilizzare nelle celbrazioni quaresimali è quello « battesimale ». Il concilio invita a utilizzare con più abbondanza quegli « elementi battesimali », che « sono propri » di questo tempo liturgico. Inoltre invita, se necessario, a recuperarne alcuni presenti nella tradizione, ma andati persi nel corso della storia. Possiamo pensare, ad esempio, al recupero dei « vangeli battesimali » (le narrazioni giovannee della samaritana, del cieco nato, della risurrezione di Lazzaro) nelle ultime tre domeniche di Quaresima (nell’anno A, oppure quando ci sono dei catecumi che si preparano a celebrare i sacramenti dell’iniziazione della Veglia pasquale).
Il secondo carattere della Quaresima su cui il concilio invita a porre attenzione è quello penitenziale. Anche riguardo a questo SC raccomanda di recuperare e sottolineare nelle celebrazioni liturgiche « gli elementi penitenziali ».
Il concilio quindi ci indica qual è il riferimento fondamentale per comprendere la Quaresima, e afferma che tale riferimento è duplice: il battesimo e la penitenza. A questo duplice riferimento corrisponde anche un « linguaggio » adeguato. La Quaresima per il concilio parla il linguaggio battesimale e penitenziale.
Noi possiamo affermare che, sebbene da un punto di vista storico, litugico e anche terminologico le linee di fondo della Quaresima siano due, in realtà tra le due c’è un’unità di fondo che deriva dal profondo rapporto esistente tra il battesimo e la penitenza. Un rapporto che occorrerebbe sempre approfondire per una migliore celebrazione di questi due sacramenti.

  da: Matteo Ferrari, monaco di Camaldoli, Fedeltà nel tempo. La spiritualità dell’anno liturgico,
Edizioni EDB 2010, pg. 23-24

LA STRAORDINARIA SOMIGLIANZA DI PAPA FRANCESCO CON GIOVANNI PAOLO I

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LA STRAORDINARIA SOMIGLIANZA DI PAPA FRANCESCO CON GIOVANNI PAOLO I

LA LORO SEMPLICITÀ E RICHIAMO ALLA POVERTÀ HANNO SUBITO DESTATO L’ATTENZIONE DELLA GENTE

ROMA, 18 MARZO 2013 (ÀNCORA ONLINE) NICOLA ROSETTI

Papa Francesco sta suscitando grandi emozioni nei cuori di tanti uomini nel mondo. Tutti, dai potenti come Obama alle semplici persone intervistate per strada, elogiano la semplicità del nuovo Papa. Come Benedetto XVI è stato amato per la sua cultura e per la vastità del suo pensiero, ora Papa Francesco viene amato per la sua profonda umiltà. Succede ad ogni Pontefice quello che accadde al primo Papa: quando Pietro venne chiamato da Gesù, egli era un pescatore di pesci, il Signore lo fece diventare pescatore di uomini. Si può dire che Gesù portò al massimo quello che Pietro già era. E così è sempre avvenuto per ogni successore di Pietro: Dio ha esaltato le qualità umane di ogni uomo che ha chiamato a capo della sua Chiesa.
Se dunque ci sembra ingiusto fare confronti per contrasto fra un pontefice e l’altro, perché ognuno di essi ha storie, doti e qualità umane particolari, possiamo invece tentare di fare un confronto per analogia. Noi abbiamo visto parecchie somiglianze fra Papa Francesco e Giovanni Paolo I.
Innanzitutto possiamo partire dalla scelta del nome: Papa Francesco, allo stesso modo di Giovanni Paolo I, ha scelto un nome mai usato dai predecessori, sebbene Papa Luciani abbia fuso in un solo nome quello dei suoi due immediati predecessori: Giovanni XXIII e Paolo VI.
Appena è stata annunciata la sua elezione dal cardinale protodiacono, Papa Francesco si è rivolto al mondo dicendo: “Voi sapete che il dovere del Conclave era quello di dare un vescovo a Roma, sembra che i miei fratelli cardinali sono andati a prenderlo quasi alla fine del mondo, ma siamo qui!”. Allo stesso modo, come di chi è travolto da qualcosa di inaspettatamente più grande di lui, Giovanni Paolo I durante il suo primo angelus il 27 agosto 1978 disse: “Io non ho né la sapientia cordis di Papa Giovanni, né la preparazione e la cultura di Papa Paolo, però sono al loro posto!”
Sempre durante lo stesso Angelus, Papa Luciani parlò di ciò che era avvenuto nella Cappella Sistina in questi termini: “Ieri mattina io sono andato alla Sistina a votare tranquillamente. Mai avrei immaginato quello che stava per succedere. Appena è cominciato il pericolo per me, i due colleghi che mi erano vicini mi hanno sussurrato parole di coraggio”. Con linguaggio molto simile Papa Francesco ha detto ai giornalisti: “Durante il conclave avevo seduto al mio fianco il cardinale Claudio Hummes, arcivescovo emerito di San Paolo, un grande amico… Quando le cose sono diventate un po’ pericolose per me, mi confortava”.
Il Cardinale Timoty Dolan, arcivescovo di New York, in una conferenza stampa avvenuta il 14 marzo ha raccontato che il Papa Francesco, durante la cena avvenuta la sera precedente insieme a tutti i cardinali, ha esclamato: “Che Dio vi perdoni per quello che avete fatto”. Giovanni Paolo I si era rivolto ai membri del collegio cardinalizio nello stesso identico modo.
Anche il tema della povertà è sicuramente comune a questi due Pontefici. Papa Francesco rivolgendosi ai giornalisti riuniti nell’udienza a loro dedicata nell’aula Paolo VI ha detto di voler “una chiesa povera per i poveri”. Anche Papa Luciani espresse parole indimenticabili sull’attenzione verso gli ultimi nell’ultima udienza che egli tenne nello stesso luogo il 27 settembre 1978. Dopo aver ricordato quanti ancora oggi muoiono di fame a causa della nostra indifferenza aggiunse: “Non solo le nazioni, ma anche noi privati, specialmente noi di Chiesa dobbiamo chiederci: abbiamo veramente compiuto il precetto dell’amore di Gesù che ha detto ama il prossimo tuo come te stesso?”
Che dire poi del sorriso, degli aneddoti raccontati, del continuo interagire con la folla dei fedeli? Sui volti di questi due pontefici si può vedere in modo manifesto cosa vuol dire “servire Dominum in laetitia!”
Perché la semplicità e il richiamo alla povertà di Papa Francesco e di Giovanni Paolo I hanno subito destato l’attenzione da parte di una miriade di uomini che vivono in un mondo che al contrario è complesso e spesso fagocitato dalla legge del profitto? Forse perché come diceva il grande scrittore inglese Chesterton la società si lascia convertire dai santi che maggiormente la contraddicono.
L’unico confronto per contrasto che possiamo fare è quello sulla provenienza geografica. Giovanni Paolo I è stato l’ultimo italiano a salire sulla cattedra di Pietro, Papa Francesco è invece il primo extra europeo. L’ultimo papa non europeo fu infatti il siriano Gregorio III. Forse si tratta solo di una coincidenza, ma questo papa venne eletto l’11 febbraio 731, parecchi secoli dopo, ma nella stessa data, Benedetto XVI dava al mondo l’annuncio delle sue dimissioni che avrebbero portato sul soglio di Pietro il primo papa non europeo dopo 1272 anni!

Per approfondimenti o informazioni:www.nicolarosetti.it
(Intervista tratta da Àncora Online, il settimanale della Diocesi di San Benedetto del Tronto)

Ortolano, Joh-08,01_Femme_Adultere

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Publié dans:immagini sacre |on 15 mars, 2013 |Pas de commentaires »

MEDITAZIONE DI QUARESIMA – Cardinale arcivescovo di Barcellona

http://www.arqbcn.org/node/1949&lang=it

ARQUEBISBAT DE BARCELONA

MEDITAZIONE DI QUARESIMA (27/03/2011) 

Il peccato è una realtà molto corrente, e il periodo della Quaresima è un momento per ricordarlo ed esserne coscienti. Gesù è venuto a perdonare i peccati. Questa è stata la principale missione del Figlio di Dio fatto uomo. L’angelo lo annunciò così a Giuseppe prima del primo Natale della storia: « Gli devi mettere di nome Gesù, perché egli salverà il suo popolo dai peccati ».
Più conosciamo Dio, più sappiamo cos’è il peccato. L’uomo, a causa del peccato, rifiuta l’amore di Dio o cerca di costruire il proprio io e il suo mondo ignorando Dio, come se non esistesse. Il concetto di peccato può essere interpretato correttamente solo nel contesto dei rapporti con Dio. Nel contesto dell’amore di Dio portato fino all’estremo scopriamo la verità dei nostri peccati e ci riconosciamo davvero peccatori.
Leggendo la Bibbia ci rendiamo conto che in ciascuna delle sue pagine si costata l’esistenza del peccato, del quale si spiega la natura e la malizia. Ma nella Bibbia si descrive anche l’amore costante e l’inesauribile misericordia di Dio. La storia della salvezza è la storia dei tentativi ripetuti da Dio creatore per strappare l’uomo dal suo peccato.
Nessuno sfugge alla tendenza al peccato, visto che esso si trova in tutti e in ciascuno di noi. L’universalità e radicalità del peccato è così grande che la Sacra Scrittura parla del peccato del mondo, realtà di peccato originale e di caduta universale preesistente che si realizza nei peccati personali, per i  quali ciascuno si avvicina a questo peccato e  pecca dentro di sé.
Il peccato ha una dimensione personale e sociale. Il peccato, in senso proprio, è un atto libero della singola persona; è di origine personale ed ha conseguenze nel peccatore stesso. Ogni peccato, però, anche il più strettamente individuale, intimo e segreto, ripercute in qualche modo sugli altri, dato che ha un carattere sociale.
Non si deve confondere la coscienza di peccato con il complesso di colpa. Sono due cose diverse. Il primo scaturisce da un cuore consapevole del primato dell’amore nella vita cristiana ed implica un atto di responsabilità. Alla persona che ha questa consapevolezza, la fede cristiana offre il perdono e la misericordia di Dio. È necessario essere coscienti del peccato per sentire un desiderio operativo di conversione e di cambiamento di vita, visto che solo chi riconosce la malattia si mette in cammino per  trovare il rimedio opportuno.
Il complesso di colpa, invece, nasce dalla paura, distrugge la gioia, sommerge nella tristezza e genera angoscia e disprezzo di sé. Forse il male del nostro tempo sta nel fatto che manca molta coscienza del peccato e avanza molto complesso di colpa, come viene evidenziato nella letteratura, nell’arte e nella psicologia.
Dio è Padre e non ci vuole rinchiusi in un complesso di colpa che ci imprigiona in noi stessi e in una sterile angoscia. Giovanni Paolo II, in una delle sue encicliche, ci ricordava che Dio è « ricco di misericordia » e che manifesta costantemente la sua onnipotenza perdonando i nostri peccati. Per questo, Giovanni Paolo II volle che la seconda Domenica di Pasqua fosse chiamata anche « Domenica della Divina Misericordia ». È molto significativo che sia proprio in questa festa, che quest’anno cade il primo di maggio, che sarà beatificato il primo Papa polacco della storia.

† Lluís Martínez Sistach

Cardinale arcivescovo di Barcellona

V DOMENICA DI QUARESIMA – letture e commento

http://www.perfettaletizia.it/archivio/anno-C/V_quaresima.htm

V DOMENICA DI QUARESIMA

I LETTURA (IS 43,16-21)
Dal libro del profeta Isaia
Così dice il Signore,
che aprì una strada nel mare
e un sentiero in mezzo ad acque possenti,
che fece uscire carri e cavalli,
esercito ed eroi a un tempo;
essi giacciono morti, mai più si rialzeranno,
si spensero come un lucignolo, sono estinti:
« Non ricordate più le cose passate,
non pensate più alle cose antiche!
Ecco, io faccio una cosa nuova:
proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?
Aprirò anche nel deserto una strada,
immetterò fiumi nella steppa.
Mi glorificheranno le bestie selvatiche,
sciacalli e struzzi,
perché avrò fornito acqua al deserto,
fiumi alla steppa,
per dissetare il mio popolo, il mio eletto.
Il popolo che io ho plasmato per me
celebrerà le mie lodi ».

SALMO (125)
Rit. Grandi cose ha fatto il Signore per noi.
Quando il Signore ristabilì la sorte di Sion,
ci sembrava di sognare.
Allora la nostra bocca si riempì di sorriso,
la nostra lingua di gioia. Rit.
Allora si diceva tra le genti:
«Il Signore ha fatto grandi cose per loro».
Grandi cose ha fatto il Signore per noi:
eravamo pieni di gioia. Rit.
Ristabilisci, Signore, la nostra sorte,
come i torrenti del Negheb.
Chi semina nelle lacrime
mieterà nella gioia. Rit.
Nell’andare, se ne va piangendo,
portando la semente da gettare,
ma nel tornare, viene con gioia,
portando i suoi covoni. Rit.

II LETTURA (FIL 3,8-14)
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippesi
Fratelli, ritengo che tutto sia una perdita a motivo della sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore. Per lui ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero spazzatura, per guadagnare Cristo ed essere trovato in lui, avendo come mia giustizia non quella derivante dalla Legge, ma quella che viene dalla fede in Cristo, la giustizia che viene da Dio, basata sulla fede: perché io possa conoscere lui, la potenza della sua risurrezione, la comunione alle sue sofferenze, facendomi conforme alla sua morte, nella speranza di giungere alla risurrezione dai morti.
Non ho certo raggiunto la mèta, non sono arrivato alla perfezione; ma mi sforzo di correre per conquistarla, perché anch’io sono stato conquistato da Cristo Gesù. Fratelli, io non ritengo ancora di averla conquistata. So soltanto questo: dimenticando ciò che mi sta alle spalle e proteso verso ciò che mi sta di fronte, corro verso la mèta, al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù.

Rit. Lode e onore a te, Signore Gesù!
Ritornate a me con tutto il cuore, dice il Signore,
perché io sono misericordioso e pietoso.
Rit. Lode e onore a te, Signore Gesù!

VANGELO (GV 8,1-11)
Dal vangelo secondo Giovanni
In quel tempo, Gesù si avviò verso il monte degli Ulivi. Ma al mattino si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui. Ed egli sedette e si mise a insegnare loro.
Allora gli scribi e i farisei gli condussero una donna sorpresa in adulterio, la posero in mezzo e gli dissero: « Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici? ». Dicevano questo per metterlo alla prova e per avere motivo di accusarlo.
Ma Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra. Tuttavia, poiché insistevano nell’interrogarlo, si alzò e disse loro: « Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei ». E, chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani.
Lo lasciarono solo, e la donna era là in mezzo. Allora Gesù si alzò e le disse: « Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata? ». Ed ella rispose: « Nessuno, Signore ». E Gesù disse: « Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più ».

OMELIA
Il Vangelo di oggi ci presenta un gruppo di persone che porta da Gesù una donna scoperta in flagrante adulterio. Le spettava la lapidazione, e visto che Gesù parlava di perdono, di amore, gli domandarono cosa aveva da dire circa la disposizione di Mosè di dare la morte alla donna (anche per l’uomo adultero valeva la stessa cosa: Lv 20,10). La risposta Gesù non la dà, comprendendo bene il trabocchetto tesogli: se avesse detto di non eseguire la lapidazione lo avrebbero accusato di essere contro la Legge, se avesse detto di lapidarla lo avrebbero accusato di essere in contraddizione con il suo messaggio di misericordia. Non espresse dunque nessuna parola, ma non rinunciò ad insegnare. Si mise a scrivere sul pavimento del cortile del tempio, indubbiamente sfruttando un velo di sabbia depositato dal vento. I suoi interlocutori pensarono che stesse tergiversando e si accanirono per avere una risposta. Ottennero solo un: “Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra”. Dunque, la pietra che dava il via alla lapidazione la potevano scagliare, ma solo lo poteva fare chi era senza peccato. Poi continuò a scrivere sul pavimento. Ovviamente stava scrivendo i dieci comandamenti. Gesù in tal modo li invita ad esaminare se stessi, se proprio sono tanto osservanti della Legge da farsene così zelatori. Tutti, pian piano, se ne andarono per sfuggire all’esame di coscienza imposto da Gesù, e Gesù ben conosceva i loro peccati, e perché no anche di adulterio, con la sola differenza che quella donna che volevano lapidare non era riuscita a farla franca. I più anziani, con una maggiore storia di peccati, se ne vanno per primi. Se ne vanno, anche forse per paura di essere smascherati da Gesù, magari – orribile solo a dirsi – con l’aiuto di Belzebul, visto che loro la pensavano in quel modo.
Gli anziani se ne andarono e furono seguiti dai più giovani: tutti se ne andarono. La donna era stordita, agghiacciata, non ancora pentita; infatti se l’avesse trovata pentita Gesù le avrebbe detto: “Va in pace”. A Gesù non restò che esortarla a non peccare più, a porle di fronte che la sua azione non aveva nessuna ragion d’essere: era peccato. Nel Vecchio Testamento la pena di morte era comminata per diversi peccati: l’omicidio, la bestemmia, l’adulterio, l’omosessualità. La Legge, con queste punizioni, era praticata, ma in gran parte sotto la spinta del timore servile, cioè del timore che ha un sottoposto di fronte ad un superiore che lo può punire di fronte ad una mancanza.
Gesù ha introdotto un rinnovato timor di Dio, quello fondato sul timore di dare dolore a Dio col peccato (Ef 4,30). Questo è il santo e magnifico timor di Dio, dono dello Spirito Santo, fondato sulla rivelazione della misura immisurabile dell’amore di Dio per l’uomo. Amore manifestato in Cristo. Si va a Dio, si obbedisce a Dio, non più “per forza”, ma per amore.
Gesù non condannò, dunque, l’adultera alla morte. L’istituto familiare nel Vecchio Testamento trovava sostegno nella paura di una morte di strazio per gli adulteri. L’istituto matrimoniale reggeva, certo anche per l’amore reciproco, ma molto giocava la paura della punizione. Con Cristo si è abolita la pena di morte per adulterio e l’istituto della famiglia ha trovato la sua fonte di stabilità nel sacramento nuziale. Non la paura della punizione, ma la forza di un amore lievitato dallo Spirito Santo.
Questa forza deve esprimersi oggi più che mai in una società permissiva, che ben poco tutela la stabilità coniugale passando dall’estremo di una rigidità punitiva, all’estremo di una quasi irrilevanza di una separazione, di un divorzio, fino alle convivenze e alle cosiddette « famiglie allargate », dove un figlio dovrebbe accettare di avere due padri o due madri. La società odierna non aiuta, ma ecco la forza dello Spirito Santo che agisce nel cuore dei due sposi. Ne risulta che oggi siamo in cammino verso una splendida manifestazione di quello che è il vero matrimonio cristiano. Il mondo si abbatte sulla famiglia, la vuole svisare, ma non riuscirà ad altro che a togliere gli aspetti stantii del matrimonio, e comparirà la luce vivida del matrimonio cristiano. « Aprirò anche nel deserto una strada » dice il profeta Isaia. La strada è aperta anche nel deserto di oggi; la strada è percorribile. Nella steppa metterò fiumi, dice ancora il profeta; e questi fiumi sono i sacramenti. Gli sposi cristiani sono sostenuti da tutti i sette sacramenti. Il battesimo; la cresima; il sacerdozio, che assiste alla loro celebrazione del sacramento e li sostiene,e li illumina con la Parola, la confessione, l’Eucarestia, l’unzione degli infermi, che sostiene i coniugi nei momenti difficili di una malattia dagli esisti incerti.
Sostenuti dalla forza dei sette fiumi, camminando lungo la strada tracciata da Cristo, che sempre rimane ristoratrice pur nei deserti morali di oggi, molti giovani stanno preparando una nuova stagione per il matrimonio cristiano. Sono casti nel loro cammino di fidanzati, gioiosamente casti: non lo fanno per forza, ma per amore. Vogliono progettare il loro “nido”, sono gelosi di questo, non vogliono invasioni di altri. Con questo non rompono con i futuri suoceri, con i genitori, ma si affidano a ciò che sgorga vivo e nuovo dal loro cuore in Cristo. Non disdegnano aiuti, ma li vogliono dati nella carità, nel rispetto del loro cammino. Vanno amati questi fidanzati, vanno ascoltati nella loro freschezza. Non dobbiamo aspettarli al varco, cioè alla capitolazione di fronte alla durezza della vita, li dobbiamo  invece aiutare a vincere perché la loro vittoria è una vittoria per tutti. Essi si preparano a vivere al meglio l’alleanza tra le generazioni, che trova nella famiglia il luogo privilegiato (i nonni, i genitori, i figli). Si preparano rimanendo uniti in Cristo, nella Chiesa. Essi hanno l’amore, e nessuna cifra di denaro può acquistare l’amore (Ct 8,7); e chi ama – due che si amano – sono più forti di tutto. Vanno aiutati questi fidanzati, questi sposi. Non bisogna invidiarli, e così subdolamente cercare di piegarli all’accumulo del denaro.
Il matrimonio cristiano vive di preghiera. L’amore tra i due ha bisogno di preghiera per crescere. Preghiera viva, vera. Quante anime sono impelagate in santini, in coroncine, in preghierine, in candele. La preghiera è azione d’amore e rende l’anima come un’aquila che si libra in alto con lo sguardo fisso verso il sole. I coniugi che pregano insieme danno le ali al loro amore.
Quella donna adultera forse non era precisamente una viziosa, ma una che aveva sete d’amore, di rispetto, di tenerezza. Incontrò un corteggiatore che disse di amarla, ma se l’avesse amata l’avrebbe aiutata a restare fedele. Forse incontrò uno che le baluginò l’idea che avrebbe avuto quanto desiderava: tenerezza, affetto. Ma ebbe invece tormento di coscienza. Quella donna era piena di rimorso e di vergogna, anche se il pentimento le era ancora distante, ma non posso non pensare che, dopo la risurrezione di Gesù, quella donna sia diventata cristiana, ricordando tanto amore avuto da Gesù. Amen. Ave Maria. Vieni, Signore Gesù.

 Nuova omelia in video (Abbazia di Monte Giove, FANO – Provincia di Pesaro e Urbino)

PAPA FRANCESCO CHIEDE LA PREGHIERA ALLA FOLLA RACCOLTA A SAN PIETRO

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Publié dans:immagini sacre |on 14 mars, 2013 |Pas de commentaires »

LA SPERANZA NELLE LETTERE APOSTOLICHE (parte I)

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LA SPERANZA

LA SPERANZA NELLE LETTERE APOSTOLICHE (parte I)

L’insegnamento sul ritorno di Cristo e la restaurazione di tutte le cose ritorna più volte nelle lettere degli Apostoli. La prima generazione dei cristiani, è caratterizzata da un’attesa della parusia a breve termine. E ne abbiamo tante prove nel NT. In uno dei suoi primi discorsi, Pietro dice che Gesù rimarrà in cielo « fino ai tempi della restaurazione di tutte le cose » (At 3,21). Il suo ritorno comporterà quindi la realizzazione dell’ultimo atto creativo di Dio, che avrà due obiettivi: Egli condurrà la creazione a nuovi e definitivi ordinamenti e l’umanità verso la rinascita della risurrezione corporea. I cristiani del primo secolo pensavano però che tutto ciò dovesse compiersi nel giro di pochi anni. L’Apostolo Paolo dice a chiare lettere, a proposito della risurrezione: « Vi annuncio un mistero: non tutti moriremo, ma tutti saremo trasformati… i morti risorgeranno incorrotti e noi saremo trasformati » (1 Cor 15,51-52). Pensando al ritorno di Cristo e alla risurrezione concomitante, Paolo associa a sé la comunità di Corinto mettendola tra coloro che saranno vivi in quel momento: « i morti risorgeranno, noi saremo trasformati ». Solo alla fine del primo secolo, al tempo in cui Luca scrive il suo vangelo, comincia a farsi strada l’idea che i tempi di Dio non sono i nostri; e mentre la prima generazione concepiva l’opera della Redenzione in due tempi: Morte – Risurrezione e ritorno di Cristo nella gloria, col vangelo di Luca si comincia a capire che i tempi sono tre: Morte – Risurrezione, Missione della Chiesa, ritorno di Cristo nella gloria. Luca, infatti, sente il bisogno di aggiungere al suo vangelo il libro degli Atti, come una sezione integrante del suo servizio alla Parola.La lettera più antica tra quelle apostoliche è la prima ai Tessalonicesi. Essa ci riporta al tema del raduno degli eletti, già discusso nella prospettiva dei Sinottici. In particolare va menzionata la pericope in cui l’Apostolo parla esplicitamente della speranza teologale, che suscita nell’animo del cristiano dei sentimenti del tutto diversi da quelli di chi non ha speranza: « Non vogliamo lasciarvi nell’ignoranza, fratelli, circa quelli che sono morti, perché non continuiate ad affliggervi come quelli che non hanno speranza » (1 Ts 4,13). La conoscenza del disegno di Dio libera la persona dalle sue afflizioni, specialmente dagli enigmi legati al problema della morte. L’Apostolo dice che il disegno di Dio è quello di radunare intorno a Cristo, nel giorno della sua venuta, coloro che sono morti. E’ evidente che Paolo si mette anche qui dalla parte di coloro che, nel giorno della parusia, saranno ancora vivi: « Prima risorgeranno i morti in Cristo; quindi noi, i vivi, i superstiti, saremo rapiti insieme con loro tra le nuvole, per andare incontro al Signore nell’aria » (1 Ts 4,16-17). Il raduno degli eletti è dunque presentato dall’Apostolo nella forma di un rapimento. Questa immagine va accostata a quella di Luca 17,34-35? Si parla infatti di qualcosa che richiama un rapimento o un sollevamento: « in quella notte due si troveranno in un letto: l’uno verrà preso e l’altro lasciato; due donne staranno a macinare nello stesso luogo: l’una verrà presa e l’altra lasciata ». Potrebbe essere senz’altro. Ciò significherebbe che la terra come pianeta abitabile, nel momento della parusia, avrebbe concluso il suo ciclo e la sua esistenza. Alla luce di questo potremo leggere anche la promessa di cieli nuovi e terra nuova, dopo la dissoluzione di questo cielo e di questa terra, della seconda di Pietro: « Il giorno del Signore verrà come un ladro; allora i cieli con fragore passeranno, gli elementi consumati dal calore si dissolveranno e la terra con quanto c’è in essa sarà distrutta » (3,16). Poco più avanti si ha la grande promessa: « Noi aspettiamo nuovi cieli e una terra nuova » (v. 13). I risorti abiteranno dunque una creazione che non è quella che noi conosciamo attualmente.Nella prima ai Tessalonicesi, l’Apostolo enuncia anche talune circostanze che caratterizzeranno il giorno del Signore: « Quando si dirà: Pace e sicurezza, allora d’improvviso li colpirà la rovina » (1 Ts 4,3). Il versetto va accostato al discorso escatologico di Gesù, dove uno degli aspetti dell’umanità che sarà destinataria dell’ultima epifania di Cristo è la « superficializzazione ». Gesù paragona, infatti, l’umanità degli ultimi tempi a quella contemporanea a Noè e Lot: mangiavano e bevevano, si maritavano, vendevano e compravano.

Publié dans:virtù teologali |on 14 mars, 2013 |Pas de commentaires »

SANTA MARIA MAGGIORE: LA PRIMA META DI PAPA FRANCESCO

http://www.zenit.org/it/articles/santa-maria-maggiore-la-prima-meta-di-papa-francesco

SANTA MARIA MAGGIORE: LA PRIMA META DI PAPA FRANCESCO

IL NUOVO PONTEFICE PORTA AL COLLO LA STESSA CROCE DI QUANDO ERA VESCOVO

CITTA’ DEL VATICANO, 14 MARZO 2013 (ZENIT.ORG) LUCA MARCOLIVIO

“Habemus Papam, evidentemente…”. Con queste parole, tra evidente emozione e sottile ironia, padre Federico Lombardi, direttore della Sala Stampa Vaticana, ha esordito nel briefing di metà giornata con i giornalisti accreditati per l’evento del Conclave.
“Oggi viviamo una giornata diversa dalla altre, tutti abbiamo provato emozione e siamo stati colpiti da elementi nuovi: la provenienza del nuovo Pontefice, le sue parole, il nome scelto, il modo di porsi”, ha commentato Lombardi.
“Siamo stati tutti colti di sorpresa, me compreso”, ha aggiunto il portavoce vaticano che ha giudicato le sorprese di ieri sera come “molto positive”.
Lombardi ha poi rivelato alcuni particolari dell’atto di omaggio dei cardinali a papa Francesco, durante il quale il pontefice neoeletto è rimasto in piedi di fronte all’altare e non seduto come è consuetudine.
Durante la cerimonia, il Santo Padre ha indossato l’abito bianco senza mozzetta, portando la stessa croce che ha sempre usato da vescovo. “Ci ha colpito il suo atteggiamento pastorale da vescovo di Roma e il rapporto con la comunità”, ha detto Lombardi, sottolineando che la presenza del cardinale vicario della diocesi di Roma, Agostino Vallini, è “un aspetto nuovo e significativo rispetto al passato”.
Il nome di Francesco ha un “chiaro sapore evangelico”, ha aggiunto Lombardi, che ha definito la richiesta della preghiera del popolo, da parte del nuovo papa come un “atto significativo”.
Per il rientro a Santa Marta era stata preparata un’auto d’ordinanza SCV 1, tuttavia il Papa ha preferito rientrare con gli altri in pulmino. Al termine della cena, ha rivolto delle brevi parole di ringraziamento ai cardinali, dicendo loro con bonaria ironia: “Che Dio vi perdoni”.
In serata Francesco ha telefonato al suo predecessore Benedetto XVI. Un incontro a Castel Gandolfo tra il Papa e il Papa emerito dovrebbe avvenire nei prossimi giorni o settimane, tuttavia, ha precisato Lombardi, non è stata fissata ancora alcuna data per tale appuntamento.
La seconda giornata del pontificato di Francesco è iniziata con la visita a Santa Maria Maggiore. Giunto in basilica poco dopo le 8 del mattino, il Santo Padre è stato accompagnato dall’arciprete Santos Abril y Castrillon e dal cardinale vicario Agostino Vallini.
Il Papa è stato accolto dal capitolo della basilica, dai confessori e da tutto il personale. Presenti tra gli altri anche il cardinale Bernard Francis Law, arciprete emerito di Santa Maria Maggiore e monsignor Georg Gainswein, prefetto della Casa Pontificia.
Dopo aver deposto un piccolo mazzo di fiori davanti all’altare, il nuovo vescovo di Roma si è inginocchiato in preghiera per una decina di minuti. Francesco si è poi fermato davanti all’altar maggiore.
Si è poi recato nella Cappella Sistina della basilica mariana, dove sono presenti l’altare dove Sant’Ignazio di Loyola (papa Bergoglio appartiene alla Compagnia di Gesù) celebrò la sua prima messa nella notte di Natale del 1538 e una reliquia della mangiatoia di Betlemme.
L’ultima sosta di Francesco è stata davanti alla tomba di papa San Pio V.
Il Santo Padre, dopo essersi congedato con i presenti, ha lasciato Santa Maria Maggiore a bordo di una delle auto della gendarmeria vaticana: durante il percorso ha salutato una scolaresca di passaggio, in procinto di iniziare le lezioni.
Di seguito, ha avuto luogo una breve sosta alla Casa del Clero di via della Scrofa dove il cardinale Bergoglio ha alloggiato nei giorni immediatamente precedenti al Conclave: qui “ha preso i suoi bagagli, ha salutato il personale, ha pagato il conto per dare il buon esempio, poi è tornato a Santa Marta”, ha commentato padre Lombardi.
In serata – ha poi annunciato il portavoce vaticano – dopo aver presieduto la messa nella Cappella Sistina, che concelebrerà assieme ai cardinali elettori, il Santo Padre rimuoverà i sigilli dall’appartamento pontificio, apposti lo scorso 28 febbraio, all’inizio della Sede Vacante.
Francesco dimorerà ancora per alcuni giorni a Santa Marta, come è consuetudine per tutti gli inizi di pontificato. L’appartamento pontificio, dove sono in corso dei lavori di ristrutturazione, destinati a concludersi in tempi rapidi, sarà poi a disposizione del Papa.

Publié dans:PAPA FRANCESCO |on 14 mars, 2013 |Pas de commentaires »

HABEMUS PAPA – PAPA FRANCESCO – HALLELUJA

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Publié dans:immagini sacre |on 13 mars, 2013 |Pas de commentaires »

Sant’Eulogio, metropolita di Toledo in Spagna, martire a Cordova per mano dei Musulmani (859), è il più importante dei « Martiri di Cordova »…sul sito altre notizie

Sant'Eulogio, metropolita di Toledo in Spagna, martire a Cordova per mano dei Musulmani (859), è il più importante dei

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Publié dans:immagini sacre |on 12 mars, 2013 |Pas de commentaires »
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