Archive pour mars, 2013

Moses holding the 10 commandment just given to him by God. Painting by Rembrandt Harmenszoon van Rijn

Moses holding the 10 commandment just given to him by God. Painting by Rembrandt Harmenszoon van Rijn dans immagini sacre mount-sinai

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IL SENSO DELLA TOLLERANZA CRISTIANA

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IL SENSO DELLA TOLLERANZA CRISTIANA

LA CHIESA AGISCE COME IL SUO SIGNORE: CONDANNA IL PECCATO PER SALVARE IL PECCATORE

ROMA, 17 MARZO 2013 (ZENIT.ORG) DON ANDERSON ALVES

La parabola del Figliol prodigo (Lc 15,1-32) ci rivela in modo speciale la misericordia di Dio Padre, che esce da sé stesso per cercare i figli perduti. “Questi due figli rappresentano due modi immaturi di rapportarsi a Dio: la ribellione e una obbedienza infantile. Queste forme si superano attraverso l’esperienza della misericordia. Solo sperimentando il perdono, riconoscendosi amati di un amore gratuito, più grande della nostra miseria, ma anche della nostra giustizia, entriamo finalmente in un rapporto veramente filiale e libero con Dio”[i]. Alla fine della parabola il Padre cerca il figlio maggiore perché lui si riconciliasse con il fratello. Anche a noi, Dio ci guarda come a figli, ci cerca sempre per perdonarci e per riconciliarci con il nostro prossimo.
E il Vangelo della donna sorpresa in adulterio (Gv. 8,1-11) ci parla anche della misericordia divina che vuole la nostra riconciliazione con Lui e con il nostro prossimo. All’inizio dice che Gesù stava pregando sul monte degli Ulivi e scende di lì verso il Tempio a cercare i figli di Dio smarriti. Gli scribi e farisei allora conducono a Lui una donna peccatrice, per la quale la legge mosaica prevedeva la lapidazione. Gli scribi e i farisei erano uomini religiosi, custodi della Legge di Dio e rappresentano il figlio maggiore dell’altra Parabola.
Quegli uomini chiedono a Gesù di giudicare la donna, non per amore alla Legge, ma per “metterlo alla prova”. La scena è drammatica: dalle parole di Gesù dipende la vita di quella donna e anche la sua stessa vita. Gli accusatori ipocriti così fingevano di affidargli il giudizio, mentre in realtà loro avevano già giudicato Gesù. E Lui, “pieno di grazia e di verità”, sapeva che cosa c’era nel cuore di quelli uomini e coglie l’opportunità per condannare il peccato, salvare il peccatore, e smascherare l’ipocrisia dei farisei[ii].
Gesù si china e si mette a scrivere col dito per terra. Sant’Agostino[iii] dice che quel gesto mostra il Signore come il legislatore divino: nel Vecchio Testamento Dio scrisse la legge col suo dito sulle tavole di pietra. Gesù è il Legislatore e i cuori di quelli uomini erano di pietra. E qual è la sua sentenza? “Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei”. “Queste parole sono piene della forza disarmante della verità, che abbatte il muro dell’ipocrisia e apre le coscienze ad una giustizia più grande, quella dell’amore, in cui consiste il pieno compimento di ogni precetto della Legge”[iv].
Questa giustizia, piena di carità e di verità, ha salvato quella donna e anche san Paolo. La giustizia di Cristo le ha fatto considerare il suo onore, la sua fiamma, la sua formazione giudaica come spazzatura “di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù”. Il suo incontro con Cristo risorto le ha rivelato una giustizia che deriva non dalla legge antica, ma dalla fede in Gesù.
Nella continuazione, dice il Vangelo, gli accusatori “se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani”, quelli che, in generale, hanno una coscienza più forte dei propri peccati. E Gesù allora assolve la donna dal suo peccato, offrendole una nuova vita: “Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più”. Gesù condanna il peccato per salvare il peccatore. Questo è il suo modo di agire ed è anche il modo d’agire della Chiesa, sua Sposa.
È comune nei nostri giorni sentire persone che dicono che la Chiesa debba essere più tollerante, più comprensiva, e che deve adattare la sua dottrina o almeno la sua morale ai tempi attuali. In verità, la Chiesa è il Corpo di Cristo e solo può agire come Lui ha agito, se non vuole ingannare l’uomo. Gesù perdona la donna adultera, però agendo secondo la verità. Non ha detto che l’adulterio non sia peccato; ha invece condannato il suo grave peccato, con l’intenzione di salvarla. La carità non esclude la verità, anzi, la principale opera di carità è fare e insegnare ad agire secondo la verità.
Ma questo modo di agire di Cristo e della Chiesa è umano, è giusto? Se pensiamo alla nostra vita ordinaria, vediamo che ragioniamo nello stesso modo di Cristo. Un esempio: se un architetto deve costruire una ponte o un palazzo e dopo un po’ di tempo, per un errore di calcolo, la costruzione crolla, che succede? Possiamo perdonare, “essere tolleranti” con quella persona? Certamente possiamo perdonare la persona, ma non il suo errore. Non possiamo dire che lui ha fatto bene il suo lavoro, che ha agito secondo verità. Allora, nella vita pubblica, la tolleranza è applicata alle persone, non alla verità (F. Sheen). Perdoniamo uno che ha sbagliato, ma  non diciamo mai che un errore di calcolo di un architetto non sia uno sbaglio.
La stessa cosa fa Cristo e la Chiesa: perdonare i nostri peccatori, tollerandoci, ma anche educandoci, mostrando dove sta il male, il peccato. E noi, cristiani, possiamo e dobbiamo essere tolleranti con tutte le persone, però mai con il peccato, mai con la bugia. I genitori possono a volte tollerare qualche peccato dei figli, ma non possono mai dire che i peccati non siano peccati.
Allora, il Signore ci insegna con questo testo a non giudicare il nostro prossimo, ad essere intransigenti con il peccato, a partire dal nostro, e indulgenti con le persone. I santi sono persone molto esigenti con se stessi e misericordiosi con gli altri. Purtroppo abbiamo la tentazione di fare il contrario: perdonare tutto a noi stessi e nulla agli altri. Chiediamo al Signore la grazia di vivere come veri cristiani, senza ipocrisie. Ringraziamo anche Dio del dono del Papa Francesco alla sua Chiesa che continuerà guidandoci nella via della carità, dell’umiltà, insegnandoci a unire sempre la nostra fede con le nostre parole e le nostre opere.
Don Anderson Alves è sacerdote della diocesi di Petrópolis, Brasile. È dottorando in Filosofia presso alla Pontificia Università della Santa Croce a Roma.
*
NOTE

[i] PAPA BENEDETTO XVI, angelus de 14/03/2010: http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/angelus/2010/documents/hf_ben-xvi_ang_20100314_it.html
[ii] Cfr. IDEM, angelus de 21/03/2010: http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/angelus/2010/documents/hf_ben-xvi_ang_20100321_it.html
[iii] Cfr. S. AGOSTINO, Comm. al Vang. di Giov., 33, 5.

[iv] PAPA BENEDETTO XVI, angelus de 21/03/2010.

Chagall Crocifissione

Chagall Crocifissione dans immagini sacre chagall-crucifixion

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IL NOME DI FRANCESCO, LA REGOLA DI SANT’IGNAZIO E L’ESEMPIO DI GIONA – di Sandro Magister

http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/1350469

IL NOME DI FRANCESCO, LA REGOLA DI SANT’IGNAZIO E L’ESEMPIO DI GIONA

Il nuovo papa dice come e perché ha scelto di chiamarsi come il santo di Assisi. Ma si è già richiamato anche al fondatore della Compagnia di Gesù. E come il profeta, vuole predicare alla moderna Ninive il perdono di Dio. Un’intervista rivelatrice

di Sandro Magister

ROMA, 16 marzo 2013 – Ai seimila giornalisti che questa mattina gremivano l’aula delle udienze, Jorge Mario Bergoglio ha dato una notizia di prima mano.
Ha raccontato come e perché gli è venuto in mente di scegliere come papa il nome di Francesco, proprio mentre in conclave i voti cadevano su di lui:
« Nell’elezione, io avevo accanto a me l’arcivescovo emerito di San Paolo e anche prefetto emerito della congregazione per il clero, il cardinale Claudio Hummes: un grande amico, un grande amico! Quando la cosa diveniva un po’ pericolosa, lui mi confortava. E quando i voti sono saliti a due terzi, viene l’applauso consueto, perché è stato eletto il papa. E lui mi abbracciò, mi baciò e mi disse: ‘Non dimenticarti dei poveri!’. E quella parola è entrata qui: i poveri, i poveri. Poi, subito, in relazione ai poveri ho pensato a Francesco d’Assisi. Poi, ho pensato alle guerre, mentre lo scrutinio proseguiva, fino a tutti i voti. E Francesco è l’uomo della pace. E così è venuto il nome, nel mio cuore: Francesco d’Assisi. È per me l’uomo della povertà, l’uomo della pace, l’uomo che ama e custodisce il creato; in questo momento anche noi abbiamo con il creato una relazione non tanto buona, no? È l’uomo che ci dà questo spirito di pace, l’uomo povero… Ah, come vorrei una Chiesa povera e per i poveri! ».

E ha chiuso così:
« Dopo, alcuni [cardinali] hanno fatto diverse battute. ‘Ma tu dovresti chiamarti Adriano, perché Adriano VI è stato il riformatore, bisogna riformare…’. E un altro mi ha detto: ‘No, no: il tuo nome dovrebbe essere Clemente’. ‘Ma perché?’. ‘Clemente XV: così ti vendichi di Clemente XIV che ha soppresso la Compagnia di Gesù!’ ».
Per ironia della sorte Clemente XIV, il papa che nel Settecento chiuse l’ordine dei gesuiti al quale Bergoglio appartiene, era francescano.
Papa Francesco, nelle sue prime giornate da papa, non ha mancato però di richiamarsi anche al fondatore del suo ordine, sant’Ignazio di Loyola.
Il 15 marzo, nella messa che ha celebrato di prima mattina nella cappella della Domus Sanctae Martae assieme ad alcuni cardinali, ha improvvisato una breve omelia.
                         E in essa ha citato sant’Ignazio là dove nelle regole del discernimento consiglia che “nel tempo della desolazione non si facciano mai mutamenti, ma si resti saldi e costanti nei propositi e nelle decisioni che si avevano nel tempo della consolazione”.
Altrimenti – ha aggiunto –, se si cede e ci si allontana, quando il Signore torna a rendersi visibile « rischia di non trovarci più ».
Poco prima, nella messa, si era letto il libro della Sapienza là dove gli empi vogliono mettere alla prova il giusto « con violenze e tormenti, per conoscere la sua mitezza e saggiare il suo spirito di sopportazione ». Ma essi « non conoscono i misteriosi segreti di Dio, né credono a un premio per una vita irreprensibile ».
Sull’esigenza racchiusa in quest’ultima parola, « irreprensibile », il papa ha fortemente insistito.
Questa breve omelia non è stata resa pubblica. Ma ne ha riferito Cristiana Caricato su ilsussidiario.net avvalendosi della confidenza di un cardinale che aveva celebrato la messa col papa.
*
Ma oltre a Francesco d’Assisi e a sant’Ignazio, nel « cielo » di Jorge Mario Bergoglio brilla anche il profeta Giona.
In un’intervista del 2007 alla rivista internazionale « 30 Giorni », molto rivelatrice di come egli vede la sua missione di pastore della Chiesa, l’allora arcivescovo di Buenos Aires chiese improvvisamente all’intervistatrice, Stefania Falasca:
« CONOSCE L’EPISODIO BIBLICO DEL PROFETA GIONA? ».
« NON LO RICORDO. RACCONTI », RISPOSE L’INTERVISTATRICE.
E BERGOGLIO:
  »Giona aveva tutto chiaro. Aveva idee chiare su Dio, idee molto chiare sul bene e sul male. Su quello che Dio fa e su quello che vuole, su quali erano i fedeli all’Alleanza e quali erano invece fuori dall’Alleanza. Aveva la ricetta per essere un buon profeta. Dio irrompe nella sua vita come un torrente. Lo invia a Ninive. Ninive è il simbolo di tutti i separati, i perduti, di tutte le periferie dell’umanità. Di tutti quelli che stanno fuori, lontano. Giona vide che il compito che gli si affidava era solo dire a tutti quegli uomini che le braccia di Dio erano ancora aperte, che la pazienza di Dio era lì e attendeva, per guarirli con il suo perdono e nutrirli con la sua tenerezza. Solo per questo Dio lo aveva inviato. Lo mandava a Ninive, ma lui invece scappa dalla parte opposta, verso Tarsis ».
« UNA FUGA DAVANTI A UNA MISSIONE DIFFICILE? », CHIESE L’INTERVISTATRICE.
« No. Quello da cui Giona fuggiva non era tanto Ninive, ma proprio l’amore senza misura di Dio per quegli uomini. Era questo che non rientrava nei suoi piani. Dio era venuto una volta, ‘e al resto adesso ci penso io’: così si era detto Giona. Voleva fare le cose alla sua maniera, voleva guidare tutto lui. La sua pertinacia lo chiudeva nelle sue strutturate valutazioni, nei suoi metodi prestabiliti, nelle sue opinioni corrette. Aveva recintato la sua anima col filo spinato di quelle certezze che invece di dare libertà con Dio e aprire orizzonti di maggior servizio agli altri avevano finito per assordare il cuore. Come indurisce il cuore la coscienza isolata! Giona non sapeva più come Dio conduceva il suo popolo con cuore di Padre ».
« IN TANTI CI POSSIAMO IDENTIFICARE CON GIONA », INTERLOQUÌ L’INTERVISTATRICE.
Bergoglio: « Le nostre certezze possono diventare un muro, un carcere che imprigiona lo Spirito Santo. Colui che isola la sua coscienza dal cammino del popolo di Dio non conosce l’allegria dello Spirito Santo che sostiene la speranza. È il rischio che corre la coscienza isolata. Di coloro che dal chiuso mondo delle loro Tarsis si lamentano di tutto o, sentendo la propria identità minacciata, si gettano in battaglie per essere alla fine ancor più autoccupati e autoreferenziali ».
« CHE COSA SI DOVREBBE FARE? ».
Bergoglio: « Guardare la nostra gente non per come dovrebbe essere ma per com’è e vedere cosa è necessario. Senza previsioni e ricette ma con apertura generosa. Per le ferite e le fragilità Dio parlò. Permettere al Signore di parlare. Perché in un mondo che non riusciamo a interessare con le parole che noi diciamo, solo la Sua presenza che ci ama e ci salva può interessare. Il fervore apostolico si rinnova se siamo testimoni di Colui che ci ha amato per primo ».
ULTIMA DOMANDA: « PER LEI, QUINDI, QUAL È LA COSA PEGGIORE CHE PUÒ ACCADERE NELLA CHIESA? ».
Bergoglio: « È quella che Henri De Lubac chiama ‘mondanità spirituale’. È il pericolo più grande per la Chiesa, per noi, che siamo nella Chiesa. ‘È peggiore – dice De Lubac –, più disastrosa di quella lebbra infame che aveva sfigurato la Sposa diletta al tempo dei papi libertini’. La mondanità spirituale è mettere al centro sé stessi. È quello che Gesù vede in atto tra i farisei: ‘Voi che vi date gloria. Che date gloria a voi stessi, gli uni agli altri’ ».
*
La parola « mondanità » è tornata più volte, come pericolo anche per « preti, vescovi, cardinali, papi », nella prima omelia pronunciata da Bergoglio dopo la sua elezione a papa, nella Cappella Sistina:
  »Quando camminiamo senza la croce… »
Ma nell’intervista sopra citata c’era anche un altro passaggio nel quale l’allora arcivescovo di Buenos Aires delineava la missione della Chiesa e ne denunciava le tentazioni « gnostiche » e « autoreferenziali ».
Alla domanda su che cosa Bergoglio avrebbe voluto dire al papa e ai cardinali nel concistoro del 24 novembre 2007, al quale non poté partecipare, l’intervista così proseguiva:
R. – Avrei parlato di due cose delle quali in questo momento si ha bisogno, si ha più bisogno: misericordia e coraggio apostolico.
D. – Cosa significano per lei?
R. – Per me il coraggio apostolico è seminare. Seminare la Parola. Renderla a quell’uomo e a quella donna per i quali è data. Dare loro la bellezza del Vangelo, lo stupore dell’incontro con Gesù. E lasciare che sia lo Spirito Santo a fare il resto. È il Signore, dice il Vangelo, che fa germogliare e fruttificare il seme.
D. – Insomma, chi fa la missione è lo Spirito Santo.
R. – I teologi antichi dicevano: l’anima è una navicella a vela, lo Spirito Santo è il vento che soffia nella vela per farla andare avanti, gli impulsi e le spinte del vento sono i doni dello Spirito. Senza la sua spinta, senza la sua grazia, noi non andiamo avanti. Lo Spirito Santo ci fa entrare nel mistero di Dio e ci salva dal pericolo di una Chiesa gnostica e dal pericolo di una Chiesa autoreferenziale, portandoci alla missione.
D. – Ciò significa vanificare anche tutte le vostre soluzioni funzionaliste, i vostri consolidati piani e sistemi pastorali…
R. – Non ho detto che i sistemi pastorali siano inutili. Anzi. Di per sé tutto ciò che può condurre per i cammini di Dio è buono. Ai miei sacerdoti ho detto: ‘Fate tutto quello che dovete, i vostri doveri ministeriali li sapete, prendetevi le vostre responsabilità e poi lasciate aperta la porta’. I nostri sociologi religiosi ci dicono che l’influsso di una parrocchia è di seicento metri intorno a questa. A Buenos Aires ci sono circa duemila metri tra una parrocchia e l’altra. Ho detto allora ai sacerdoti: ‘Se potete, affittate un garage e, se trovate qualche laico disposto, che vada! Stia un po’ con quella gente, faccia un po’ di catechesi e dia pure la comunione se glielo chiedono’. Un parroco mi ha detto: ‘Ma padre, se facciamo questo la gente poi non viene più in chiesa’. ‘Ma perché?’, gli ho chiesto: ‘Adesso vengono a messa?’. ‘No’, ha risposto. E allora! Uscire da sé stessi è uscire anche dal recinto dell’orto dei propri convincimenti considerati inamovibili se questi rischiano di diventare un ostacolo, se chiudono l’orizzonte che è di Dio.
D. – Questo vale anche per i laici…
R. – La loro clericalizzazione è un problema. I preti clericalizzano i laici e i laici ci pregano di essere clericalizzati. È proprio una complicità peccatrice. E pensare che potrebbe bastare il solo battesimo. Penso a quelle comunità cristiane del Giappone che erano rimaste senza sacerdoti per più di duecento anni. Quando tornarono i missionari li ritrovarono tutti battezzati, tutti validamente sposati per la Chiesa e tutti i loro defunti avevano avuto un funerale cattolico. La fede era rimasta intatta per i doni di grazia che avevano allietato la vita di questi laici che avevano ricevuto solamente il battesimo e avevano vissuto anche la loro missione apostolica in virtù del solo battesimo. Non si deve aver paura di dipendere solo dalla tenerezza di Dio.
*
A proposito di quest’ultimo riferimento alla centralità del battesimo è esemplare la battaglia che l’allora arcivescovo di Buenos Aires ha combattuto nella Chiesa argentina contro coloro che tendono a negare il battesimo ai nuovi nati di chi è lontano dalla pratica religiosa:
> Andate e battezzate. La scommessa della Chiesa argentina (30.11.2009)

Publié dans:PAPA FRANCESCO, Sandro Magister |on 20 mars, 2013 |Pas de commentaires »

« TENIAMO VIVA NEL MONDO LA SETE DELL’ASSOLUTO » – PAPA FRANCESCO RICEVE …

http://www.zenit.org/it/articles/teniamo-viva-nel-mondo-la-sete-dell-assoluto

« TENIAMO VIVA NEL MONDO LA SETE DELL’ASSOLUTO »

PAPA FRANCESCO RICEVE IN UDIENZA I RAPPRESENTANTI DELLE ALTRE CHIESE E RELIGIONI

CITTA’ DEL VATICANO, 20 MARZO 2013 (ZENIT.ORG) LUCA MARCOLIVIO

L’Udienza concessa stamane nella Sala Clementina ai rappresentanti delle chiese ortodosse e ai capi di altre religioni, è stato il primo banco di prova di papa Francesco nell’ambito del dialogo interreligioso.
Il Santo Padre ha in primo luogo ringraziato il patriarca ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo I, per il suo indirizzo di saluto, e tutti i delegati per la loro presenza alla messa di inaugurazione del pontificato, celebratasi ieri mattina.
“In questa manifestazione di fede – ha detto a tal proposito il Papa – mi è parso così di vivere in maniera ancor più pressante la preghiera per l’unità tra i credenti in Cristo e insieme di vederne in qualche modo prefigurata quella piena realizzazione, che dipende dal piano di Dio e dalla nostra leale collaborazione”.
Francesco ha poi accennato all’importanza dell’Anno della Fede, che – istituito dal suo predecessore Benedetto XVI – si prefigge poter essere “di stimolo per il cammino di fede di tutti”.
L’Anno della Fede, quindi, rappresenterà “una sorta di pellegrinaggio verso ciò che per ogni cristiano rappresenta l’essenziale: il rapporto personale e trasformante con Gesù Cristo, Figlio di Dio, morto e risorto per la nostra salvezza”, ha proseguito Francesco.
Il Pontefice ha poi ricordato la coincidenza dell’inizio dell’Anno della Fede con il 50° anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II, il cui cuore del messaggio, ha spiegato il Papa, consiste proprio “nel desiderio di annunciare questo tesoro perennemente valido della fede agli uomini del nostro tempo”.
Tassello fondamentale del Concilio Vaticano II è stato il “cammino ecumenico”: a tal proposito papa Francesco ha ricordato le parole del pontefice che lo convocò, il beato Giovanni XXIII, in occasione del discorso inaugurale del Concilio: “La Chiesa Cattolica ritiene suo dovere adoperarsi attivamente perché si compia il grande mistero di quell’unità che Cristo Gesù con ardentissime preghiere ha chiesto al Padre Celeste nell’imminenza del suo sacrificio”.
L’esortazione di papa Francesco è stata rivolta all’unità nella preghiera di Gesù Cristo nell’Ultima Cena: ut unum sint. “Chiediamo al Padre misericordioso – ha detto – di vivere in pienezza quella fede che abbiamo ricevuto in dono nel giorno del nostro Battesimo, e di poterne dare testimonianza libera, gioiosa e coraggiosa”.
Per marciare verso l’unità dei cristiani e superare le “divisioni”, i “contrasti” e le “rivalità” che segnano il mondo, sarà necessario essere fedeli alla volontà di Dio, “nei pensieri, nelle parole e nelle opere”, ha aggiunto il Santo Padre.
Confermando la volontà di proseguire il cammino ecumenico dei suoi predecessori, papa Francesco ha avuto parole di riconoscenza verso il Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, per l’aiuto offerto “per questa nobilissima causa”.
Nella seconda parte del suo intervento il Pontefice si è rivolto ai rappresentanti delle altre religioni, a partire dagli ebrei, ai quali “ci lega uno specialissimo vincolo spirituale”, riconosciuto già dal Vaticano II, nella dichiarazione Nostra Aetate. Il dialogo ebreo-cristiano auspicato con il Concilio, “si è effettivamente realizzato” e ha portato “non pochi frutti”, ha riconosciuto Francesco.
Dei musulmani, il Papa ha sottolineato che “adorano il Dio unico, vivente e misericordioso”. Manifestando apprezzamento per la presenza dei rappresentanti dell’Islam, il Santo Padre ha visto in essa “un segno tangibile della volontà di crescere nella stima reciproca e nella cooperazione per il bene comune dell’umanità”.
La Chiesa Cattolica, ha proseguito il Papa, è consapevole tanto “dell’importanza che ha la promozione dell’amicizia e del rispetto tra uomini e donne di diverse tradizioni religiose”, quanto “della responsabilità che tutti portiamo verso questo nostro mondo, verso l’intero creato, che dobbiamo amare e custodire”.
Le responsabilità dei credenti convergono poi sull’impegno per “chi è più povero”, “chi è debole” e “chi soffre”, per la “giustizia”, la “riconciliazione”, la “pace”.
L’obiettivo più importante, tuttavia, è quello di “tenere viva nel mondo la sete dell’assoluto, non permettendo che prevalga una visione della persona umana ad una sola dimensione, secondo cui l’uomo si riduce a ciò che produce e a ciò che consuma: è questa una delle insidie più pericolose per il nostro tempo”.
Papa Francesco ha proseguito, ricordando “quanta violenza abbia prodotto nella storia recente il tentativo di eliminare Dio e il divino dall’orizzonte dell’umanità” e sottolineando “il valore di testimoniare nelle nostre società l’originaria apertura alla trascendenza che è insita nel cuore dell’uomo”.
Infine il Pontefice ha evidenziato come i valori della “verità”, della “bontà” e della “bellezza” siano perseguiti anche da molte persone che non si riconoscono “appartenenti ad alcuna tradizione religiosa” e che, tuttavia, “sono nostri preziosi alleati nell’impegno a difesa della dignità dell’uomo, nella costruzione di una convivenza pacifica fra i popoli e nel custodire con cura il creato”.

Publié dans:PAPA FRANCESCO |on 20 mars, 2013 |Pas de commentaires »

The Jesus Prayer

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http://magdelene.wordpress.com/2007/09/29/reflection-for-september-29-2007-the-jesus-prayer/

Publié dans:immagini sacre |on 19 mars, 2013 |Pas de commentaires »

SANT’AGOSTINO DISCORSO 350/A – LA CARITÀ SI LEGGE IN TUTTA LA SCRITTURA. LA CARITÀ RINNOVA L’UOMO.

http://www.augustinus.it/italiano/discorsi/discorso_510_testo.htm

SANT’AGOSTINO DISCORSO 350/A

SULLA CARITÀ DIO AMORE UNICO.

LA CARITÀ SI LEGGE IN TUTTA LA SCRITTURA. LA CARITÀ RINNOVA L’UOMO.

1. Sappiamo, carissimi, che ogni giorno i vostri cuori ricevono il sano alimento offerto dalla parola di Dio e dalle esortazioni delle letture divine. Tuttavia per il desiderio di amore che accende scambievolmente i nostri cuori, bisogna che a voi, miei cari, io dica qualcosa. E di cos’altro potrei parlarvi se non proprio della carità? Se qualcuno ne vuol parlare non deve scegliere nella Bibbia qualche particolare brano da far leggere; l’argomento si trova, nella Scrittura, ad apertura di ogni pagina. Lo testimonia lo stesso Signore, e ne siamo informati dal Vangelo, perché quando gli fu chiesto quali fossero i più importanti precetti della legge, rispose: Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente 1; e: amerai il tuo prossimo come te stesso 2. E perché tu non andassi cercando altro nelle pagine sante, aggiunse: Su questi due precetti si basa tutta la Legge e i Profeti 3. Se tutta la Legge e i Profeti si fondano su questi due precetti quanto più il Vangelo! La carità rinnova l’uomo. Come la cupidigia fa vecchio l’uomo, così la carità lo rende nuovo. Per questo l’uomo nei conflitti delle sue bramosie dice gemendo: Sono invecchiato in mezzo a tutti i miei nemici 4. Che la carità sia appannaggio dell’uomo nuovo lo stesso Signore lo afferma con queste parole: Vi dò un comandamento nuovo: che vi amiate l’un l’altro 5. Se dunque la Legge e i Profeti si fondano sulla carità e nella Legge e i Profeti viene indicato il Vecchio Testamento, quanto più il Vangelo che esplicitamente è detto Nuovo Testamento! Esso non riguarda che la carità, dal momento che il Signore disse che il suo comando altro non era che questo: amarsi a vicenda. E nuovo chiamò questo comandamento. Venne per rinnovarci. Ci rese uomini nuovi; ci ha promesso un’eredità nuova e per di più eterna.

VECCHIO TESTAMENTO E CARITÀ.
2. Se per caso vi domandate perché mai la Legge si chiami Vecchio Testamento sebbene si basi sulla carità, quando invece la carità rinnova l’uomo e si addice all’uomo nuovo, la ragione è questa. Lo si annuncia come Testamento Vecchio perché è una promessa terrena e il Signore lì promette un regno terreno a quelli che lo adorano. Ma anche allora c’era chi amava Dio senza mirare a ricompensa e purificava il suo cuore col puro, struggente desiderio di lui. Costoro, al di là dei veli delle antiche promesse, giunsero alla intuizione del futuro Nuovo Testamento e capirono che tutto ciò che nel Vecchio Testamento veniva prescritto o promesso secondo l’uomo vecchio era prefigurazione del Nuovo Testamento; promesse che il Signore avrebbe portato a compimento negli ultimi tempi. L’Apostolo lo dice esplicitamente: Queste cose a loro accadevano in figura e sono state scritte per avvertimento a noi che siamo nell’epoca ultima della storia 6. Si preannunziava in modo arcano il Nuovo Testamento: si preannunziava in quelle antiche figurazioni. Ma venendo il tempo del Nuovo Testamento, lo si cominciò ad annunciare apertamente; si cominciarono a spiegare, a chiarire quei simboli: cioè come si dovesse riconoscere il nuovo lì dove c’erano le promesse dell’antico. Mosè era l’araldo del Vecchio Testamento: egli annunziava il Vecchio, ma intuiva il Nuovo; annunziava il Vecchio a un popolo che era materiale, ma egli, spirituale, intendeva il Nuovo. Gli Apostoli poi furono annunciatori e ministri del Nuovo Testamento, ma non nel senso che prima non ci fosse quello che poi per mezzo loro si sarebbe manifestato. Carità dunque nel Vecchio, carità nel Nuovo, ma lì carità più nascosta, timore più evidente; qui carità più evidente, meno il timore. Quanto più cresce la carità, infatti, tanto più diminuisce il timore. Col crescere della carità l’anima si fa più sicura; quando questo stato di sicurezza è al sommo, sparisce il timore. Lo dice anche l’apostolo Giovanni: La carità perfetta scaccia il timore 7.

COMMENTO AL SALMO 36. I CATTIVI PIÙ FORTUNATI DEI BUONI NEL MONDO. CRISTO RADICE NASCOSTA DI AMORE.
3. Abbiamo preso occasione anche dal presente Salmo per parlare a voi, miei buoni fratelli, della carità poiché, come vi ho detto, qualunque pagina ispirata da Dio si legga, [da essa] non altra esortazione riceviamo se non quella della carità. Osservate se le divine parole tendono ad altro che non sia risvegliare l’amore; vedete se altro producono se non che ci accendiamo, c’infiammiamo; che ci consumi il desiderio, che gemiamo e sospiriamo finché non siamo giunti alla mèta. Gli uomini che faticano sulla terra e che si dibattono in mezzo a gravissime prove, osservano spesso, con il loro cuore mortale e con prospettiva inadeguata, che qui nel tempo i cattivi solitamente sono più potenti degli altri e vanno fieri della loro transitoria felicità. E` una frequente tentazione, per i servi di Dio, questo pensiero: quasi che chi venera Dio lo faccia senza ragione, dal momento che si vede privo di quei beni di cui invece abbondano gli empi. Essendo gli uomini così formati, lo Spirito Santo prevedendo questa tentazione nostra muta la direzione del nostro amore per impedire che negli uomini empi e scellerati vediamo un modello da imitare e tanto più quanto più li vediamo felici nella loro prospettiva terrena, nell’amore di quei beni la cui abbondanza li fa esaltare. Perciò ammonisce: Non invidiare i malvagi – è l’inizio del Salmo – non invidiare coloro che commettono iniquità, perché avvizziscono in fretta come l’erba e appassiscono come il verde del prato 8. Forse che l’erba non fiorisce mai? Sì, ma è breve il tempo della sua fioritura perché subito appassisce il suo fiore. E perché venga la fioritura è necessaria l’aria fresca. La venuta del Signore nostro Gesù Cristo sarà come la stagione calda dell’anno; questo nostro tempo invece è la stagione fredda, ma guardiamoci dal lasciar raffreddare la nostra carità nel tempo freddo dell’anno. La nostra gloria non è ancora apparsa: alla superficie, è freddo. Vi sia caldo nella radice. Così gli alberi che appaiono spogli l’inverno, in estate frondeggiano e sono belli e rigogliosi. Tutto il rigoglio che vedi l’estate nei rami c’era forse durante l’inverno? C’era sì, ma nascosto nella radice. La nostra gloria, che ci viene promessa, non c’è ancora. Si dia tempo all’estate e verrà. Non è ancora il suo tempo: ora è nascosta. E` più esatto dire  » non appare « , piuttosto che  » non c’è « . L’Apostolo afferma esplicitamente: Voi infatti siete come morti 9. Era come se parlasse ad alberi nell’inverno. Ma per farvi capire che, se la superficie appariva morta, all’interno c’era vita, aggiunse subito: E la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio 10. Sembra che abitiamo su questa terra, ma riflettete dove è piantata la nostra radice. La radice dell’amore nostro è con Cristo, è in Dio; lì è la magnificenza della nostra gloria, ma adesso non è ancora visibile.

OTTICA TERRENA OTTICA CELESTE NELLA VALUTAZIONE DELLA VITA.
4. Come seguita il discorso dell’Apostolo? Quando Cristo, la vostra vita, si sarà manifestato, allora si vedrà anche la vostra gloria insieme alla sua 11. Ora è tempo di sofferenza, in seguito di gioia; ora di desiderio, poi di appagamento; l’oggetto del nostro attuale desiderio non è qui presente. Ma non per questo avvenga che noi cessiamo di desiderare; cerchiamo invece di essere costanti nel desiderio, perché Colui che ha promesso non inganna. La nostra raccomandazione, fratelli, non è di non raffreddarvi; è di non lasciarvi nemmeno intiepidire. Gli uomini amanti del mondo scherniscono così i servi di Dio:  » Ecco qua le cose che possediamo, e di cui godiamo. E la vostra felicità dov’è? Voi non avete beni reali, che si possano vedere, avete solo cose in cui credere « . Essi alle cose non verificabili non credono. Voi invece siete lieti proprio perché avete creduto. Lo sarete poi ancor più quando vedrete. Se vi affligge ora l’impossibilità di far vedere l’oggetto del vostro amore, questa vostra sofferenza gioverà alla salvezza e anche alla gloria eterna. Non è d’altra parte che ci mostrino qualcosa che valga molto. La loro felicità appare oggi, la nostra verrà. Più esattamente possiamo dire che essi non l’hanno, né presente né futura, perché essi amano una felicità presente falsa e non arrivano a quella vera, la futura. Se invece trascurassero la falsa felicità presente, se sottovalutassero i loro possessi, troverebbero che cosa farne, saprebbero che cosa conviene procurarsi con essi. Ascoltino il consiglio del beato Apostolo, i precetti per i ricchi che egli prescrive a Timoteo. Egli dice: Ai ricchi di questo mondo comanda di non montare in superbia, di non mettere le loro speranze in ricchezze precarie, ma in quel Dio che ci fornisce tutto con abbondanza perché ne godiamo. Raccomanda che siano ricchi di opere buone, che siano generosi, partecipino ad altri i loro averi, tesorizzando così per se stessi un buon capitale per il futuro, per conquistare la vera vita 12. Se dunque, fratelli miei, l’Apostolo cercava di distogliere dalla prospettiva terrena e rivolgere a quella celeste coloro che sembravano felici nel tempo presente, se non voleva che si confinassero nel piacere delle cose presenti, ma sperassero nelle future, se a chi possedeva beni diede tali ammonimenti, quanto più deve mirare al futuro col suo cuore colui che ha deciso di non possedere nulla su questa terra! Cioè di non aver nulla di superfluo, nulla che impacci, che sia di peso, che vincoli e impedisca. Il monito: Come gente che non ha nulla e possiede tutto 13 si realizza anche oggi fedelmente nei servi di Dio. Non ci sia nulla che tu chiami  » tuo  » e tutto sarà tuo. Se ti attacchi anche solo a una parte, perdi il tutto. La povertà ti sia sufficiente nella misura in cui ti sarebbe sufficiente la ricchezza.

Publié dans:Sant'Agostino |on 19 mars, 2013 |Pas de commentaires »

« SIATE CUSTODI DEI DONI DI DIO! » – OMELIA DI PAPA FRANCESCO NELLA MESSA PER L’INIZIO UFFICIALE DEL SUO MINISTERO PETRINO

http://www.zenit.org/it/articles/siate-custodi-dei-doni-di-dio

« SIATE CUSTODI DEI DONI DI DIO! »

OMELIA DI PAPA FRANCESCO NELLA MESSA PER L’INIZIO UFFICIALE DEL SUO MINISTERO PETRINO

CITTA’ DEL VATICANO, 19 MARZO 2013 (ZENIT.ORG)

Riprendiamo di seguito il testo dell’omelia tenuta questa mattina da papa Francesco durante la Messa per l’inizio ufficiale del Suo ministero petrino, celebrata sul sagrato della Basilica Vaticana.
***
Cari fratelli e sorelle!

Ringrazio il Signore di poter celebrare questa Santa Messa di inizio del ministero petrino nella solennità di San Giuseppe, sposo della Vergine Maria e patrono della Chiesa universale: è una coincidenza molto ricca di significato, ed è anche l’onomastico del mio venerato Predecessore: gli siamo vicini con la preghiera, piena di affetto e di riconoscenza.
Con affetto saluto i Fratelli Cardinali e Vescovi, i sacerdoti, i diaconi, i religiosi e le religiose e tutti i fedeli laici. Ringrazio per la loro presenza i Rappresentanti delle altre Chiese e Comunità ecclesiali, come pure i rappresentanti della comunità ebraica e di altre comunità religiose. Rivolgo il mio cordiale saluto ai Capi di Stato e di Governo, alle Delegazioni ufficiali di tanti Paesi del mondo e al Corpo Diplomatico.
Abbiamo ascoltato nel Vangelo che «Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’Angelo del Signore e prese con sé la sua sposa» (Mt 1,24). In queste parole è già racchiusa la missione che Dio affida a Giuseppe, quella di essere custos, custode. Custode di chi? Di Maria e di Gesù; ma è una custodia che si estende poi alla Chiesa, come ha sottolineato il beato Giovanni Paolo II: «San Giuseppe, come ebbe amorevole cura di Maria e si dedicò con gioioso impegno all’educazione di Gesù Cristo, così custodisce e protegge il suo mistico corpo, la Chiesa, di cui la Vergine Santa è figura e modello» (Esort. ap. Redemptoris Custos, 1).
Come esercita Giuseppe questa custodia? Con discrezione, con umiltà, nel silenzio, ma con una presenza costante e una fedeltà totale, anche quando non comprende. Dal matrimonio con Maria fino all’episodio di Gesù dodicenne nel Tempio di Gerusalemme, accompagna con premura e con amore ogni momento. E’ accanto a Maria sua sposa nei momenti sereni e in quelli difficili della vita, nel viaggio a Betlemme per il censimento e nelle ore trepidanti e gioiose del parto; nel momento drammatico della fuga in Egitto e nella ricerca affannosa del figlio al Tempio; e poi nella quotidianità della casa di Nazaret, nel laboratorio dove ha insegnato il mestiere a Gesù.
Come vive Giuseppe la sua vocazione di custode di Maria, di Gesù, della Chiesa? Nella costante attenzione a Dio, aperto ai suoi segni, disponibile al suo progetto, non tanto al proprio; ed è quello che Dio chiede a Davide, come abbiamo ascoltato nella prima Lettura: Dio non desidera una casa costruita dall’uomo, ma desidera la fedeltà alla sua Parola, al suo disegno; ed è Dio stesso che costruisce la casa, ma di pietre vive segnate dal suo Spirito. E Giuseppe è « custode », perché sa ascoltare Dio, si lascia guidare dalla sua volontà, e proprio per questo è ancora più sensibile alle persone che gli sono affidate, sa leggere con realismo gli avvenimenti, è attento a ciò che lo circonda, e sa prendere le decisioni più sagge. In lui cari amici, vediamo come si risponde alla vocazione di Dio, con disponibilità, con prontezza, ma vediamo anche qual è il centro della vocazione cristiana: Cristo! Custodiamo Cristo nella nostra vita, per custodire gli altri, per custodire il creato!
La vocazione del custodire, però, non riguarda solamente noi cristiani, ha una dimensione che precede e che è semplicemente umana, riguarda tutti. E’ il custodire l’intero creato, la bellezza del creato, come ci viene detto nel Libro della Genesi e come ci ha mostrato san Francesco d’Assisi: è l’avere rispetto per ogni creatura di Dio e per l’ambiente in cui viviamo. E’ il custodire la gente, l’aver cura di tutti, di ogni persona, con amore, specialmente dei bambini, dei vecchi, di coloro che sono più fragili e che spesso sono nella periferia del nostro cuore. E’ l’aver cura l’uno dell’altro nella famiglia: i coniugi si custodiscono reciprocamente, poi come genitori si prendono cura dei figli, e col tempo anche i figli diventano custodi dei genitori. E’ il vivere con sincerità le amicizie, che sono un reciproco custodirsi nella confidenza, nel rispetto e nel bene. In fondo, tutto è affidato alla custodia dell’uomo, ed è una responsabilità che ci riguarda tutti. Siate custodi dei doni di Dio!
E quando l’uomo viene meno a questa responsabilità, quando non ci prendiamo cura del creato e dei fratelli, allora trova spazio la distruzione e il cuore inaridisce. In ogni epoca della storia, purtroppo, ci sono degli « Erode » che tramano disegni di morte, distruggono e deturpano il volto dell’uomo e della donna.
Vorrei chiedere, per favore, a tutti coloro che occupano ruoli di responsabilità in ambito economico, politico o sociale, a tutti gli uomini e le donne di buona volontà: siamo « custodi » della creazione, del disegno di Dio iscritto nella natura, custodi dell’altro, dell’ambiente; non lasciamo che segni di distruzione e di morte accompagnino il cammino di questo nostro mondo! Ma per « custodire » dobbiamo anche avere cura di noi stessi! Ricordiamo che l’odio, l’invidia, la superbia sporcano la vita! Custodire vuol dire allora vigilare sui nostri sentimenti, sul nostro cuore, perché è da lì che escono le intenzioni buone e cattive: quelle che costruiscono e quelle che distruggono! Non dobbiamo avere paura della bontà, anzi neanche della tenerezza!
E qui aggiungo, allora, un’ulteriore annotazione: il prendersi cura, il custodire chiede bontà, chiede di essere vissuto con tenerezza. Nei Vangeli, san Giuseppe appare come un uomo forte, coraggioso, lavoratore, ma nel suo animo emerge una grande tenerezza, che non è la virtù del debole, anzi, al contrario, denota fortezza d’animo e capacità di attenzione, di compassione, di vera apertura all’altro, di amore. Non dobbiamo avere timore della bontà, della tenerezza!
Oggi, insieme con la festa di san Giuseppe, celebriamo l’inizio del ministero del nuovo Vescovo di Roma, Successore di Pietro, che comporta anche un potere. Certo, Gesù Cristo ha dato un potere a Pietro, ma di quale potere si tratta? Alla triplice domanda di Gesù a Pietro sull’amore, segue il triplice invito: pasci i miei agnelli, pasci le mie pecorelle. Non dimentichiamo mai che il vero potere è il servizio e che anche il Papa per esercitare il potere deve entrare sempre più in quel servizio che ha il suo vertice luminoso sulla Croce; deve guardare al servizio umile, concreto, ricco di fede, di san Giuseppe e come lui aprire le braccia per custodire tutto il Popolo di Dio e accogliere con affetto e tenerezza l’intera umanità, specie i più poveri, i più deboli, i più piccoli, quelli che Matteo descrive nel giudizio finale sulla carità: chi ha fame, sete, è straniero, nudo, malato, in carcere (cfr Mt 25,31-46). Solo chi serve con amore sa custodire!
Nella seconda Lettura, san Paolo parla di Abramo, il quale «credette, saldo nella speranza contro ogni speranza» (Rm 4,18). Saldo nella speranza, contro ogni speranza! Anche oggi davanti a tanti tratti di cielo grigio, abbiamo bisogno di vedere la luce della speranza e di dare noi stessi speranza. Custodire il creato, ogni uomo ed ogni donna, con uno sguardo di tenerezza e amore, è aprire l’orizzonte della speranza, è aprire uno squarcio di luce in mezzo a tante nubi, è portare il calore della speranza! E per il credente, per noi cristiani, come Abramo, come san Giuseppe, la speranza che portiamo ha l’orizzonte di Dio che ci è stato aperto in Cristo, è fondata sulla roccia che è Dio.
Custodire Gesù con Maria, custodire l’intera creazione, custodire ogni persona, specie la più povera, custodire noi stessi: ecco un servizio che il Vescovo di Roma è chiamato a compiere, ma a cui tutti siamo chiamati per far risplendere la stella della speranza: Custodiamo con amore ciò che Dio ci ha donato!
Chiedo l’intercessione della Vergine Maria, di san Giuseppe, dei santi Pietro e Paolo, di san Francesco, affinché lo Spirito Santo accompagni il mio ministero, e a voi tutti dico: pregate per me! Amen.

Saint Joseph and the Eternal Father

Saint Joseph and the Eternal Father dans immagini sacre Guerra%20St%20Joseph%20et%20la%20Trinite%201699

http://vultus.stblogs.org/2007/04/i-find-this-painting-of.html

Publié dans:immagini sacre |on 18 mars, 2013 |Pas de commentaires »

SOLENNITÀ DI SAN GIUSEPPE – OMELIA DI PAOLO VI, 1969

http://www.vatican.va/holy_father/paul_vi/homilies/1969/documents/hf_p-vi_hom_19690319_it.html

SOLENNITÀ DI SAN GIUSEPPE

OMELIA DI PAOLO VI

MERCOLEDÌ 19 MARZO 1969

Fratelli e Figli carissimi!

La festa di oggi ci invita alla meditazione su S. Giuseppe, il padre legale e putativo di Gesù, nostro Signore, e dichiarato, per tale funzione ch’egli esercitò verso Cristo, durante l’infanzia e la giovinezza, protettore della Chiesa, che di Cristo continua nel tempo e riflette nella storia l’immagine e la missione.
È una meditazione che sembra, a tutta prima, mancare di materia : che cosa di lui, San Giuseppe, sappiamo noi, oltre il nome ed alcune poche vicende del periodo dell’infanzia del Signore? Nessuna parola di lui è registrata nel Vangelo; il suo linguaggio è il silenzio, è l’ascoltazione di voci angeliche che gli parlano nel sonno, è l’obbedienza pronta e generosa a lui domandata, è il lavoro manuale espresso nelle forme più modeste e più faticose, quelle che valsero a Gesù Ia qualifica di «figlio del falegname» (Matth. 13, 55); e null’altro: si direbbe la sua una vita oscura, quella d’un semplice artigiano, priva di qualsiasi accenno di personale grandezza.
Eppure questa umile figura, tanto vicina a Gesù ed a Maria, la Vergine Madre di Cristo, figura così inserita nella loro vita, così collegata con Ia genealogia messianica da rappresentare la discendenza fatidica e terminale della progenie di David (Matth. 1, 20), se osservata con attenzione, si rileva così ricca di aspetti e di significati, quali la Chiesa nel culto tributato a S. Giuseppe, e quali la devozione dei fedeli a lui riconoscono, che una serie di invocazioni varie saranno a lui rivolte in forma di litania. Un celebre e moderno Santuario, eretto in suo onore, per iniziativa d’un semplice religioso laico, Fratel André della Congregazione della Santa Croce, quello appunto di Montréal, nel Canada, porrà in evidenza con diverse cappelle, dietro l’altare maggiore, dedicate tutte a S. Giuseppe, i molti titoli che Io rendono protettore dell’infanzia, protettore degli sposi, protettore della famiglia, protettore dei lavoratori, protettore delle vergini, protettore dei profughi, protettore dei morenti . . .

Se osservate con attenzione questa vita tanto modesta, ci apparirà più grande e più avventurata ed avventurosa di quanto il tenue profilo della sua figura evangelica non offra alla nostra frettolosa visione. S. Giuseppe, il Vangelo lo definisce giusto (Matth. 1, 19); e lode più densa di virtù e più alta di merito non potrebbe essere attribuita ad un uomo di umile condizione sociale ed evidentemente alieno dal compiere grandi gesti. Un uomo povero, onesto, laborioso, timido forse, ma che ha una sua insondabile vita interiore, dalla quale vengono a lui ordini e conforti singolarissimi, e derivano a lui la logica e la forza, propria delle anime semplici e limpide, delle grandi decisioni, come quella di mettere subito a disposizione dei disegni divini la sua libertà, la sua legittima vocazione umana, la sua felicità coniugale, accettando della famiglia la condizione, la responsabilità ed il peso, e rinunciando per un incomparabile virgineo amore al naturale amore coniugale che la costituisce e la alimenta, per offrire così, con sacrificio totale, l’intera esistenza alle imponderabili esigenze della sorprendente venuta del Messia, a cui egli porrà il nome per sempre beatissimo di Gesù (Matth. 1, 21), e che egli riconoscerà frutto dello Spirito Santo, e solo agli effetti giuridici e domestici suo figlio. Un uomo perciò, S. Giuseppe, «impegnato», come ora si dice, per Maria, l’eletta fra tutte le donne della terra e della storia, sempre sua vergine sposa, non già fisicamente sua moglie, e per Gesù, in virtù di discendenza legale, non naturale, sua prole. A lui i pesi, le responsabilità, i rischi, gli affanni della piccola e singolare sacra famiglia. A lui il servizio, a lui il lavoro, a lui il sacrificio, nella penombra del quadro evangelico, nel quale ci piace contemplarlo, e certo, non a torto, ora che noi tutto conosciamo, chiamarlo felice, beato.
È Vangelo questo. In esso i valori dell’umana esistenza assumono diversa misura da quella con cui siamo soliti apprezzarli: qui ciò ch’è piccolo diventa grande (ricordiamo l’effusione di Gesù, al capo undecimo di San Matteo: «Io Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascoste queste cose – le cose del regno messianico! – ai sapienti ed ai dotti, che hai rivelate ai piccoli»); qui ciò ch’è misero diventa degno della condizione sociale del Figlio di Dio fattosi Figlio dell’uomo; qui ciò ch’è elementare risultato d’un faticoso e rudimentale lavoro artigiano serve ad addestrare all’opera umana l’operatore del cosmo e del mondo (cfr. Io. 1, 3 ; 5, 17), e a dare umile pane alla mensa di Colui che definirà Se stesso «il Pane della vita» (Io. 6, 48). Qui ciò ch’è perduto per amore di Cristo, è ritrovato (cfr. Matth. 10, 39), e chi sacrifica per lui la propria vita di questo mondo, la conserva per la vita eterna (cfr. Io. 12, 25). San Giuseppe è il tipo del Vangelo, che Gesù, lasciata la piccola officina di Nazareth, e iniziata la sua missione di profeta e di maestro, annuncerà come programma per la redenzione dell’umanità; S. Giuseppe è il modello degli umili che il cristianesimo solleva a grandi destini; S. Giuseppe è la prova che per essere buoni e autentici seguaci di Cristo non occorrono «grandi cose», ma si richiedono solo virtù comuni, umane, semplici, ma vere ed autentiche.
E qui la meditazione sposta lo sguardo, dall’umile Santo al quadro delle nostre condizioni personali, come avviene di solito nella disciplina dell’orazione mentale; e stabilisce un accostamento, un confronto tra lui e noi; un confronto dal quale non abbiamo da gloriarci, certamente; ma dal quale possiamo trarre qualche buono incitamento; all’imitazione, come nelle nostre rispettive circostanze è possibile; alla sequela, nello spirito e nella pratica concreta di quelle virtù che nel Santo troviamo così rigorosamente delineate. Di una specialmente, della quale oggi tanto si parla, della povertà. E non ci lasceremo turbare per le difficoltà, che essa oggi, in un mondo tutto rivolto alla conquista della ricchezza economica, a noi presenta, quasi fosse contraddittoria alla linea di progresso ch’è obbligo perseguire, e paradossale e irreale in una società del benessere e del consumo. Noi ripenseremo, con S. Giuseppe povero e laborioso, e lui stesso tutto impegnato a guadagnar qualche cosa per vivere, come i beni economici siano pur degni del nostro interesse cristiano, a condizione che non siano fini a se stessi, ma mezzi per sostentare la vita rivolta ad altri beni superiori; a condizione che i beni economici non siano oggetto di avaro egoismo, bensì mezzo e fonte di provvida carità; a condizione, ancora, che essi non siano usati per esonerarci dal peso d’un personale lavoro e per autorizzarci a facile e molle godimento dei così detti piaceri della vita, ma siano invece impiegati per l’onesto e largo interesse del bene comune. La povertà laboriosa e dignitosa di questo Santo evangelico ci può essere ancora oggi ottima guida per rintracciare nel nostro mondo moderno il sentiero dei passi di Cristo, ed insieme eloquente maestra di positivo e onesto benessere, per non smarrire quel sentiero nel complicato e vertiginoso mondo economico, senza deviare, da un lato, nella conquista ambiziosa e tentatrice della ricchezza temporale, e nemmeno, dall’altro, nell’impiego ideologico e strumentale della povertà come forza d’odio sociale e di sistematica sovversione.
Esempio dunque per noi, San Giuseppe. Cercheremo d’imitarlo; e quale protettore lo invocheremo, come la Chiesa, in questi ultimi tempi, è solita a fare, per sé, innanzi tutto, con una spontanea riflessione teologica sul connubio dell’azione divina con l’azione umana nella grande economia della Redenzione, nel quale la prima, quella divina, è tutta a sé sufficiente, ma la seconda, quella umana, la nostra, sebbene di nulla capace (cfr. Io. 15, 5), non è mai dispensata da un’umile, ma condizionale e nobilitante collaborazione. Inoltre protettore la Chiesa lo invoca per un profondo e attualsimo desiderio di rinverdire la sua secolare esistenza di veraci virtù evangeliche, quali in S. Giuseppe rifulgono; ed infine protettore lo vuole la Chiesa per l’incrollabile fiducia che colui, al quale Cristo volle affidata la protezione della sua fragile infanzia umana, vorrà continuare dal Cielo la sua missione tutelare a guida e difesa del Corpo mistico di Cristo medesimo, sempre debole, sempre insidiato, sempre drammaticamente pericolante.
E poi per il mondo invocheremo S. Giuseppe, sicuri che nel, cuore, ora beato d’incommensurabile sapienza e potestà, dell’umile operaio di Nazareth si alberghi ancora e sempre una singolare e preziosa simpatia e benevolenza per l’intera umanità. Così sia.

Publié dans:Papa Paolo VI, San Giuseppe |on 18 mars, 2013 |Pas de commentaires »
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