Archive pour mars, 2013

KARL RAHNER – VENERDI SANTO: LE SETTE PAROLE

http://www.atma-o-jibon.org/italiano6/rahner_ratzinger_s_santa2.htm

KARL RAHNER

VENERDI SANTO

LE SETTE PAROLE

Preghiera di preparazione

Signore Gesù Cristo, Salvatore e Redentore, io m’inginocchio davanti alla tua croce benedetta. Voglio aprire il mio spirito e il mio cuore alla meditazione della tua santa Passione. Voglio piantare la tua croce di fronte alla mia povera anima, perché capisca meglio e mi prenda a cuore quel che tu hai fatto e patito e per chi l’hai patito.
Mi assista la tua grazia, cosi che io possa scuotere l’ottusità e la indifferenza del mio cuore, dimentichi, almeno per mezz’ora, la mediocrità delle mie giornate, affinché il mio amore, il mio pentimento, la mia gratitudine rimangano presso di te. O Re dei cuori, il tuo amore crocifisso ab. bracci il mio cuore povero, debole, stanco ed afflitto: che questo si senta interiormente attratto verso di te. Suscita in me quanto mi manta:
compassione ed amore per te, fedeltà ed impegno, così da perseverare nella contemplazione della tua santa Passione e morte.
Intendo meditare le tue ultime sette parole sulla croce, le tue ultime parole, prima che tu, Parola di Dio che risuoni di eternità in eternità, su questa terra tacessi nel silenzio della morte. Tu le hai pronunciate con le tue labbra assetate, traendole dal tuo cuore rigonfio di dolore, queste supreme parole .del cuore. Tu le hai rivolte a tutti. Le hai dette anche per me. Falle penetrare nel mio cuore. Nel più profondo, nel più intimo del cuore. Che le comprenda. Che non le dimentichi mai più, ma vivano e prendano forza nel mio cuore senza vita. Pronunciale allora tu stesso per me, così che io percepisca il suono della tua voce.
Verrà un giorno in cui tu mi parlerai, nell’ora della mia morte e’ dopo la mia morte, e queste parole significheranno un inizio eterno oppure una fine senza fine. Signore, fa’, che alla mia morte io possa udire le parole della tua misericordia e del tuo amore; fa’ che io non manchi di ascoltarle. Concedimi dunque, adesso, di accogliere con cuore docile le tue ultime parole sulla croce. Amen.

PRIMA PAROLA
Padre, perdona loro, poiché non sanno quello che fanno
(Luca 23,34)

Tu pendi dalla croce. Ti ci hanno inchiodato. Non puoi più staccarti da questo palo ritto tra terra e cielo. Le ferite bruciano nel tuo corpo. La corona di spine tormenta il tuo capo. I tuoi occhi sono iniettati di sangue. Le tue mani e i tuoi piedi feriti san come trapassati da un ferro rovente. E la tua anima è un mare di dolore, di desolazione, di disperazione.
I responsabili di tutto questo san qui, ai piedi della tua croce. Neppure si allontanano, per lasciarti almeno morire solo. Anzi, rimangono, ridono; convinti di aver ragione. Lo stato in cui ti trovi ne è la dimostrazione più evidente: la prova che quanto hanno fatto non è che l’adempimento della più santa giustizia, un omaggio dato a Dio, di cui dovrebbero andare orgogliosi. Per questo ridono, insultano, bestemmiano. Intanto su di te si abbatte, più spaventosa di tutti i dolori del corpo, la disperazione verso una tale malvagità. Ci sono davvero degli uomini capaci di tali bassezze? C’è ancora, tra te e loro, un pur minimo punto in comune? Può un uomo torturarne un altro, cosi, fino alla morte? straziarlo fino ad ucciderlo, col potere che deriva dalla menzogna, dall’abiezione, dal tradimento; dall’ipocrisia, dalla perfidia, e mantenere ancora le apparenze del diritto; l’aspetto dell’innocente, la posa del giudice imparziale? E Dio permette questo nella sua creazione? E la risata e lo scherno dei nemici possono risuonare, chiari e trionfanti, nel mondo di Dio? O Signore, il nostro cuore si sarebbe già spezzato in una forsennata disperazione. Noi avremmo maledetto i nostri nemici, e Dio con loro. Noi avremmo urlato e cercato di strappare, come pazzi, i chiodi per riuscire a stringere ancora una volta il pugno.
Tu invece dici: – Padre, perdona loro, poiché non sanno quello che fanno. Sei incomprensibile, Gesù. C’è ancora, nella tua anima martoriata e terremotata dal dolore, una zolla sulla quale possa fiorire questa parola? Sei proprio incomprensibile. Tu ami i tuoi nemici e li raccomandi al Padre tuo. Tu preghi per loro. Signore! se non fosse bestemmia direi che tu li discolpi con la più inverosimile delle scuse: «non lo sanno». Sì, invece, che lo sanno: sanno tutto! Ma hanno voluto ignorare tutto. Non c’è cosa che si conosca meglio di quella che si vuole ignorare, nascondendola nel sotterraneo più segreto del cuore. Ma nel tempo stesso la si odia, e perciò le si rifiuta l’accesso alla chiara coscienza. E tu dici che essi non conoscono quello che fanno. Una cosa soltanto certamente non conoscono: il tuo amore per loro, perché quello lo può conoscere solo chi ti ama. Solo l’amore, infatti, permette di comprendere il dono d’amore.
Pronuncia anche sui miei peccati, nel tuo incomprensibile amore, la parola del perdono. Di’ anche per me al Padre: – Perdonalo, perché egli non sa quello che ha fatto. Invece lo sapevo. Tutto sapevo. Ma non sapevo ancora il tuo amore.
Fammi pensare ancora alla tua prima parola sulla croce quando, recitando distrattamente il Padre Nostro, ritengo di perdonare ai miei debitori. O mio Dio inchiodato alla croce dell’amore: io non so se qualcuno mi è realmente debitore, così che io gli possa perdonare. Ma, anche in questo caso, mi è necessaria la tua forza onde perdonare, perdonare di cuore, a quelli che il mio orgoglio e il mio egoismo considerano come nemici.

SECONDA PAROLA
In verità, ti dico, oggi tu sarai con me in paradiso
(Luca 23,43)

Tu sei in agonia, e tuttavia nel tuo cuore traboccante di dolore c’è ancora posto per la sofferenza altrui. Stai per morire, e ti preoccupi di un criminale il quale, pure nei tormenti, deve riconoscere che il suo martirio infernale non è una pena immeritata nei confronti della sua vita malvagia. Vedi tua Madre, e ti rivolgi anzitutto al figlio prodigo. L’abbandono di Dio ti stringe la gola, e tu parli di Paradiso. I tuoi occhi si ottenebrano nella notte di morte, e ravvisano ancora l’eterna luce. Morendo ci si preoccupa solo. di se stessi, poiché gli altri ci lasciano soli e abbandonati, e tu invece ti dai pensiero delle anime che devono entrare con te nel tuo Regno. Cuore d’infinita misericordia! Cuore forte ed eroico!
Un miserabile delinquente ti prega di un ricordo, e tu gli prometti il Paradiso. Tutto si rinnoverà quando tu sarai morto? Una vita di peccati e di vizi può trasformarsi così rapidamente, solo che tu te ne avvicini? Se tu pronunci sopra una esistenza le parole della assoluzione, vengono graziati e trasformati persino i peccati e le bassezze ripugnanti di una vita criminale, a tal punto che nulla più ne impedisce l’ingresso nella santità di Dio. Ecco, noi avremmo ammesso, volendo spingere le cose fino all’estremo, un briciolo di buona volontà anche in un bruto e malfattore di tal sorte. Ma le abitudini perverse, gli istinti viziosi, la brutalità e il fango, la bassezza… tutto ciò non scompare con un briciolo di buona volontà e con un fugace pentimento sul patibolo! Uno di tal fatta non può andare in Paradiso così in fretta come i penitenti e le anime lungamente purificate, o come i santi, i quali non fecero altro che affinare il corpo e l’anima e renderli degni del Dio tre volte santo! Tu invece pronunci la parola onnipotente della tua grazia, ed essa penetra nel cuore del ladrone, trasformando i fuochi d’inferno della sua agonia nella fiamma purificatrice del divino amore. Tutto ciò che rimaneva ancora in lui come opera del Padre tuo, questa fiamma lo illumina in un istante; e tutto ciò che, per colpa della creatura ribelle era sbarrato a Dio, viene distrutto dall’amore. Così il ladrone entra con te nel Paradiso di tuo Padre.
Darai anche a me la grazia di non perdere mai il coraggio di esigere tutto, temerariamente, dalla tua bontà e di tutto aspettarmi? Il coraggio di dire, fossi anche il più rinnegato dei criminali: – Signore, ricordati di me, quando sarai nel tuo Regno?
Signore, fa’ che la tua croce s’innalzi davanti al mio letto di morte. Che la tua bocca ripeta anche a me: – In verità, ti dico, oggi stesso tu sarai con me in Paradiso. Questa tua parola mi renda degno di entrare nel Regno del Padre tuo, completamente assolto e santificato dalla potenza purificante della morte subita con te e in te.

TERZA PAROLA
Donna, ecco tuo figlio –
Figlio, ecco tua madre
(Giovanni 19,26)
Coll’approssimarsi della morte ecco venuta l’ora in cui tua Madre doveva esserti nuovamente vicina. In quell’ora, in cui non ti si chiedevano più dei miracoli, ma bisognava morire, doveva esserti accanto colei alla quale dicesti: – Donna, che c’è tra me e te? La mia ora non è ancora venuta {Giov. 2, 4).Eccola quell’ora che lega il Figlio e la Madre. E quest’ora è l’ora del distacco, l’ora della morte. L’ora che strappa alla madre, già vedova, l’unico suo figlio.
Il tuo sguardo contempla ancora una volta la Madre. Tu non hai risparmiato nulla a questa Madre! Tu non fosti soltanto la gioia della sua vita: tu ne fosti anche l’amarezza e la pena. Ambedue questi aspetti provenivano dalla tua grazia, perché ambedue provenivano dal tuo amore. E se tu ami tua Madre, è perché ti ha assistito e servito sia nella gioia che nel dolore; solo così essa è diventata completamente la Madre tua. Tuoi fratelli e sorelle e madre sono infatti quanti compiono la volontà del Padre tuo che sta nei cieli. Nonostante il tuo tormento, il tuo amore è ancora vibrante di quella tenerezza che, sulla terra, unisce tra loro un figlio e sua madre. Così la tua morte consacra e santifica queste dolci e preziose realtà terrene che inteneriscono i cuori e rendono bella la terra. Queste cose non muoiono, no, nel tuo cuore, nemmeno quand’è schiacciato dalla morte, e così tu le salvi per il cielo. E poiché tu, anche morendo, hai amato la terra; poiché, nella suprema agonia per la nostra eterna salvezza, ti sei commosso per il pianto di una mamma; poiché tu, già nel trapasso, ti sei preoccupato della sorte di una vedova in questo mondo e hai donato ad un figlio una madre e ad una madre un figlio, per questo un giorno vi sarà una nuova terra.
Ma Essa stava sotto la croce non appena con il solitario dolore di una madre a cui si ammazza un figlio. Essa stava là a nome nostro, come Madre di tutti i viventi. Offriva suo Figlio per noi. A nome nostro, essa ripeteva il suo «Fiat» alla morte del Signore. Essa era la Chiesa sotto la croce, era la discendenza dei .figli di Eva, era una lottatrice nel combattimento cosmico tra il serpente e il Figlio della Donna. E donando questa Madre al discepolo dell’amore tu l’hai donata a ciascuno di noi.
Figlio, figlia – tu dici anche a me – ecco tua Madre. Parola che ci affida un lascito eterno! Ai piedi della tua croce, o Gesù, sta come discepolo prediletto solo chi. da quell’ora, accoglie con sé la Madre tua. Le sue pure mani materne distribuiscono tutte le grazie meritate dalla tua morte. Concedici la grazia di amare e venerare tua Madre. Dille ancora, quando tu mi vedi, ‘POvero come sono: – Donna, ecco tuo figlio; Madre,ecco tua figlia.
Un cuore puro e verginale doveva dare il suo consenso, a nome del mondo, alle nozze dell’Agnello con la Chiesa, la sua sposa, con l’umanità riscattata e purificata dal tuo sangue. Se io mi lascio affidare da te a questo cuore materno, la tua morte non sarà stata inutile per me: io sarò presente, quando giungerà il giorno delle tue nozze eterne, in cui tutta la creazione, trasfigurata per sempre, ti sarà. unita in eterno.

QUARTA PAROLA
Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?
(Matteo 27,46)

La morte ti si avvicina. Non è però la fine dell’esistenza corporale, la liberazione e la pace, ma la morte che rappresenta il fondo dell’abisso, la inimmaginabile profondità dell’angoscia e della devastazione. Ti si avvicina la morte, che è spogliamento, raccapricciante impotenza, desolazione schiacciante, in cui tutto cede, tutto fugge, in cui non esiste altro che un abbandono lancinante e indicibilmente morto. E in questa. notte dello spirito e dei sensi, in questo vuoto del cuore In cui tutto viene bruciato, la tua anima persiste nella preghiera; questa spaventosa solitudine di un cuore consumato dal dolore diventa in te una straordinaria invocazione a Dio.
O preghiera del dolore, preghiera dell’abbandono, preghiera della impotenza abissale, preghiera di un Dio derelitto, sii tu stessa adorata. Se tu, Gesù, preghi in tal modo e preghi in tale angoscia, dov’è mai un altro abisso dal quale non si possa ancora gridare al Padre tuo? C’è una disperazione che, cercando rifugio nel tuo abbandono, non possa trasformarsi in preghiera? C’è un mutismo nel dolore, capace d’ignorare che un tal grido silenzioso viene ancora udito nei tripudi celesti?
Per esprimere la tua angoscia, per fare del tuo sconfinato abbandono una preghiera, tu cominciasti a recitare il Salmo 21. Le tue parole: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» sono il primo versetto di questa antichissima lamentazione che il tuo Santo Spirito pose un tempo nel cuore e sulle labbra del giusto dell’ Antica Legge, come un grido straziante. Cosi anche tu, se posso osare di esprimermi, non hai voluto, nel parossismo della tua sofferenza, pregare diversamente da come hanno pregato, prima di te, innumerevoli generazioni. In certo modo, in quella Messa solenne che tu stesso celebrasti come sacrificio eterno, hai pregato con del1e formule già improntate dall’uso liturgico, e con queste formule hai potuto dir tutto. Insegnami a pregare con le parole della tua Chiesa, cosi che esse diventino le parole del mio cuore.

QUINTA PAROLA
Ho sete!
(Giovanni 19,28)

L’evangelista Giovanni, che l’ha udita, inquadra così questa tua parola: poiché tu sapevi che tutto ormai era compiuto, affinché si adempisse la Scrittura, esclamasti: – Ho sete! Anche qui hai confermato una espressione della Scrittura, tolta dai Salmi, che lo Spirito di Dio aveva profetizzato in vista della tua Passione. Nel Salmo 21, infatti, si dice di te: «inaridito come un coccio è il mio vigore – e la mia lingua mi si è attaccata al palato». E nel Salmo 69, versetto 22, sta scritto di te: «nella mia sete mi hanno abbeverato di aceto».
O Servitore del Padre, obbediente fino alla morte, alla morte di croce, tu guardi oltre ciò che ti tocca, a ciò che ti deve toccare; oltre ciò che compi, a quel che devi compiere; oltre i fatti, al dovere. Pure nell’agonia, in cui si oscura lo spirito e la chiara coscienza è sottratta, tu sei ansiosamente intento a far coincidere tutti i dettagli della tua vita con l’immagine eterna, presente alla mente del. Padre quand’Egli ti pensava. Così tu non ti riferivi alla sete indicibile del tuo corpo dissanguato, coperto di brucianti ferite, nudo ed esposto al sole implacabile d’un mezzogiorno d’Oriente. Tu che ami la volontà del Padre fino alla morte, constati invece, con una umiltà quasi inconcepibile e degna di adorazione: Sì, anche quanto i profeti avevano predetto come volontà del Padre su di me, è compiuto; infatti, davvero, io ho sete. O cuore regale, cui il tormento che consuma il tuo corpo con rabbia insensata, altro non è che l’adempimento di un mandato dall’alto!
Ma a questo modo tu hai compreso tutta l’asprezza crudele della tua Passione: era missione da compiere, non cieco destino; era volontà del Padre, non malvagità degli uomini; redenzione nell’amore, non crimine dei peccatori. Tu soccombi perché noi siamo salvati, muori perché noi viviamo, hai sete perché noi ci ristoriamo alle acque della vita, tu bruci in questa sete perché dal tuo cuore trafitto scaturisca la fonte dell’acqua viva. A questa stessa fonte ci hai invitato quando, alla festa dei Tabernacoli, gridasti a gran voce: – Chi ha sete, venga a me, e beva chi crede in me; poiché fonti dell’acqua viva dello Spirito sgorgheranno dal cuore del Messia (Giov. 7, 37s).
Tu hai sofferto la sete per me, hai sete del mio amore e della mia salvezza: come il cervo assetato anela alle sorgenti d’acqua, così la mia anima ha sete di te.

 SESTA PAROLA
È compiuto
(Giovanni 19,30)

Tu dicesti proprio: – È compiuto. Sì, Signore, è la fine. La fine della tua vita, la fine del tuo onore, delle tue speranze umane, della tua lotta e delle tue fatiche. Tutto è passato e finito. Tutto s’è fatto vuoto e la tua vita va dileguandosi. Disperazione e impotenza… Ma questa fine è il . tuo compimento, perché finire nella fedeltà e nell’amore è una apoteosi. La tua disfatta è la tua vittoria.
O Signore, quando finalmente capirò questa legge della tua, ma anche della mia vita? La legge per cui la morte è vita, il rinnegamento di sé conquista di sé, la povertà ricchezza, il dolore grazia e la fine un autentico completamento?
Sì, tu hai tutto compiuto. Compiuta è la missione che il Padre ti aveva affidata. Il calice che non doveva passare è stato bevuto. La morte, quella spaventosa morte, è stata subìta. La salvezza del mondo è ottenuta, la morte sconfitta, il peccato schiacciato, il dominio degli spiriti delle tenebre reso impotente, la porta della vita spalancata, la libertà dei figli di Dio conquistata. Ora può soffiare l’impetuoso turbine della grazia! Già il mondo buio comincia, lentamente come in un’alba, ad arrossarsi alla vampa del tuo amore. Ancora un po’ di tempo – quel po’ di tempo che noi chiamiamo Storia – e poi il mondo s’infiammerà al braciere luminoso della tua divinità, e l’universo intero sarà sommerso nel beato oceano di fiamme che è la tua vita. Tutto è compiuto.
Tu che perfezioni l’universo, perfeziona anche me nel tuo spirito, o Verbo del Padre, che tutto hai compiuto nella tua carne e col tuo martirio. Potrò dire anch’io, alla sera della mia vita:
È compiuto; ho condotto a termine la missione che mi hai affidato? – Potrò ripetere anch’io, quando le ombre di morte scenderanno su di me, la tua preghiera sacerdotale: – Padre, l’ora è venuta… lo ti ho glorificato sulla terra, attuando l’opera che tu mi avevi assegnato da compiere. Padre, glorificami ora presso di te? (Giov. 17, 1 s.).
O Gesù, qualunque sia la missione che il Padre mi ha affidato – grande o piccola, dolce o amara, nella vita o nella morte – concedimi di compierla come te, che hai già tutto compiuto, anche la mia vita, onde permettermi di condurla al fine.

SETTIMA PAROLA
Padre, nelle tue mani raccomando l’anima mia
(Luca 23,46)

O Gesù, il più abbandonato degli uomini, lacerato dal dolore, tu sei alla fine. Quella fine in cui ad un essere umano viene tolto tutto, persino la libera scelta tra il consenso e il rifiuto: tutto se stesso. Questa, in realtà, è la morte. Ma chi prende, o che cosa prende? Il nulla? Il destino cieco? La natura spietata? No, è il Padre! È Dio, sapienza ed amore insieme. Così tu ti lasci prendere e ti abbandoni in piena confidenza a quelle mani lievi ed invisibili che per noi, increduli, trepidi del nostro lo, rappresentano la stretta alla gola, improvvisa e spietata, del cieco destino e della morte. Tu lo sai: sono le mani del Padre. I tuoi occhi, nei quali si va facendo notte, contemplano ancora il Padre, si fissano nella quieta pupilla del suo amore, e la tua bocca pronuncia l’estrema parola della tua vita: Padre, nelle tue mani raccomando il mio spirito.
Tutto doni a colui che tutto ti chiede. Deponi tutto, senza garanzia e senza riserve, nelle mani del Padre tuo. Quanto è grande questo dono, pesante ed amaro! Ciò che formava il peso della tua vita, tu hai dovuto portarlo da solo: gli uomini, la loro volgarità, la tua missione, la tua croce, l’insuccesso e la morte. Ma ora hai finito di portare: perché, ora, tu puoi abbandonare tutto, anche te stesso, nelle mani del Padre. Tutto! Queste mani sorreggono così bene, così delicatamente. Come mani di mamma. Esse avvolgono la tua anima, come si racchiude un uccellino nelle mani, con cautela. Adesso più nulla è pesante, tutto è leggero, tutto è luce e grazia, tutto è sicurezza, al riparo nel cuore di Dio, dove ci si può sfogare piangendo ogni affanno e dove il Padre asciuga dalle guance le lacrime del suo bambino, con un bacio.
O Gesù, affiderai un giorno la mia povera anima e il mio povero corpo alle mani del Padre? Deponi allora tutto il peso della mia vita e dei miei peccati non sulla bilancia della giustizia, ma tra le braccia del Padre. Dove posso fuggire, dove nascondermi, se non presso di te, fratello nell’marezza, che hai patito per i miei peccati? Ecco, io vengo oggi da te. M’inginocchio sotto la tua croce. Bacio quei piedi che, silenziosi e intrepidi, mi seguono con passo sanguinante lungo le strade tumultuose della mia vita. Abbraccio la tua croce, Signore dell’amore eterno, cuore di tutti i cuori, cuore trafitto, cuore paziente e indicibilmente buono. Abbi pietà di me. Accoglimi nel tuo amore. E quando il mio pellegrinaggio si avvicinerà alla fine, quando il giorno declinerà e le ombre di morte mi avvolgeranno, pronuncia ancora, al momento della mia fine, la tua suprema parola: – Padre, nelle tue mani io ti affido il suo spirito. O buon Gesù! Amen.

Publié dans:LITURGIA : SETTIMANA SANTA |on 27 mars, 2013 |Pas de commentaires »

Giovedì Santo

Giovedì Santo dans immagini sacre last_supper5

http://proverbs31womanofgod.blogspot.it/2012/04/what-is-maundy-thursday.html

Publié dans:immagini sacre |on 26 mars, 2013 |Pas de commentaires »

MEDITAZIONE: GIOVEDÌ SANTO 2010

http://www.santamariadellaneve.org/liturgia/quaresima%20pasqua%202010/pasqua/giovedi_santo_2010_meditazione.htm

PARROCCHIA SANTA MARIA DELLA NEVE

PIOMBINO – MEDITAZIONE: GIOVEDÌ SANTO 2010

UNA VITA DATA LIBERAMENTE E PER AMORE

Con il tramonto del Giovedì Santo ha inizio il triduo pasquale, quei giorni “santi”, distinti dagli altri, in cui noi cristiani meditiamo, celebriamo, riviviamo il mistero centrale della nostra fede: Gesù entra nella sua passione, conosce la morte e la sepoltura e il terzo giorno è risuscitato dal Padre nella forza di vita che è lo Spirito santo.
Ma questo evento della passione di Gesù era dovuto al caso o a un destino che incombeva su Gesù? Perché Gesù ha conosciuto una condanna, la tortura e la morte violenta? Sono domande cui si deve dare una risposta se si vuole cogliere e conoscere in profondità il senso della passione.
Ma sono gli stessi Vangeli che vogliono fornirci questa risposta testimoniando gli eventi di quei giorni pasquali dell’anno 30 della nostra era. Infatti Gesù, proprio per manifestare ai discepoli che entrava nella passione assumendola come un atto, non costretto dal fato e neppure per la casualità di eventi a lui sfavorevoli, anticipa con un mimo, con un gesto simbolico quello che gli sta per succedere e ne svela così il significato.
Nella libertà, dunque, Gesù accetta quella fine che va profilandosi: avrebbe potuto fuggire, avrebbe potuto evitare di affrontare quella prova e, certo, ha chiesto al Padre se non fosse possibile questo, ma se Gesù voleva dimorare nella giustizia, se voleva collocarsi dalla parte dei giusti che in un mondo ingiusto sono sempre osteggiati e perseguitati, se voleva restare nella solidarietà con le vittime, gli agnelli della storia, allora doveva accettare quella condanna e quella morte. Sì, liberamente l’ha accettata perché fosse fatta la volontà del Padre: non che il Padre volesse la sua morte, ma la volontà del Padre chiedeva che Gesù restasse nella giustizia, nella carità, nella solidarietà con le vittime.
Ma questa libertà di Gesù era nutrita e accompagnata anche dall’amore: amore per il Padre, certo, ma anche per la verità e la giustizia, amore per noi uomini. Sì, proprio perché fosse manifesto che Gesù deponeva la sua vita liberamente e per amore – non costretto dal destino né da circostanze fortuite – Gesù anticipa con il segno quello che sta per accadergli.
A tavola con i suoi discepoli, Gesù compie sul pane e sul vino delle azioni accompagnate dalle sue parole: il suo corpo è spezzato e dato per gli uomini, il suo sangue è versato e dato per tutti. E il segno della sua morte imminente, il sacramento del rendimento di grazie è l’eucaristia che i cristiani dovranno celebrare in memoria di Gesù per essere essi pure coinvolti in quel gesto che è dare la vita per i fratelli, per gli altri: alla fine di quell’azione Gesù esclama “Fate questo in memoria di me!”.
Fino al suo ritorno, per tutto il tempo in cui i cristiani vivono nel mondo tra la morte-risurrezione di Gesù e la sua venuta nella gloria, è nella celebrazione di quel gesto del loro Maestro e Signore che i cristiani saranno plasmati come discepoli, parteciperanno alla vita stessa di Cristo, conosceranno che lui, il Signore, è con loro fino alla fine della storia.
Il Giovedì Santo non può dunque non celebrare questo evento anticipatore della passione di Gesù, narrazione del suo esodo da questo mondo al Padre.
Ma la chiesa, significativamente, nella liturgia del Giovedì Santo sera, oltre a ricordare e vivere questo gesto del suo Signore come in ogni Eucaristia, vive e ripete anche un altro gesto di Gesù, quello della lavanda dei piedi. Anche il quarto Vangelo, infatti, ricorda “l’ultima cena di Gesù con i suoi”, quella cena in cui fu svelato il traditore e annunciato il rinnegamento di Pietro e la fuga di tutti gli altri discepoli, quella cena vissuta in occasione dell’ultima Pasqua di Gesù a Gerusalemme prima della sua morte. Però, anziché narrare il segno del pane e del vino, Giovanni narra il segno della lavanda!
Perché un’azione “altra”, un segno “altro”? Eppure anche il quarto evangelista conosce il racconto dell’Eucaristia, la Chiesa ormai da decenni celebra questo sacramento. Perché allora la memoria di quest’altro segno? Possiamo ritenere molto probabile che questa scelta del quarto Vangelo sia motivata da un’urgenza avvertita nella Chiesa alla fine del I secolo: la Celebrazione Eucaristica non può essere un rito disgiunto da una prassi coerente di agape, di amore e servizio ai fratelli, poiché proprio questo è il suo significato: dare la vita per i fratelli!
L’evangelista vuole così riattualizzare il messaggio dell’eucaristia ricordando che o essa è servizio reciproco, dono della vita per l’altro, amore fino all’estremo, oppure è solo un rito che appartiene alla “scena” di questo mondo. Potremmo dire che l’intenzione di Giovanni è che il Sacramento dell’Altare sia letto e vissuto sempre come Sacramento del fratello: celebrazione eucaristica con il pane spezzato e il vino offerto e servizio concreto, quotidiano al fratello si richiamano reciprocamente come due facce della partecipazione al Mistero Pasquale di Cristo.
Ecco allora il gesto di Gesù narrato lentamente, quasi al rallentatore, affinché resti ben impresso nella mente del discepolo di ogni tempo: Gesù depone la veste, prende un asciugamano, se lo cinge ai fianchi, verso l’acqua nel catino, lava i piedi, li asciuga, riprende la veste… Sono verbi di azione che rendono plasticamente l’evento della lavanda. E’ un gesto che Gesù compie in piena consapevolezza: Gesù, il Kyrios, il Signore, lava i piedi ai discepoli. Gesto anomalo, gesto paradossale che capovolge i ruoli, gesto scandaloso, come testimonia la reazione di Pietro! Eppure, proprio così Gesù racconta, “evangelizza” Dio, nel senso che rende Dio “buona notizia” per noi.

Due azioni diverse, due mimi sacramentali, due segni che narrano la stessa realtà: Gesù offre la sua vita e, liberamente e per amore, va verso la propria morte facendosi schiavo. Per questo, come al gesto eucaristico, così anche al gesto della lavanda fa seguito il comando: “Come io ho lavato i piedi a voi, così fate anche voi”. E la Chiesa, se vuole essere Chiesa del Signore, così deve fare in obbedienza al suo mandato: spezzare il pane, offrire il vino, lavare i piedi nell’assemblea dei credenti e nella storia degli uomini.

SANTA MESSA «IN COENA DOMINI» – OMELIA DI PAOLO VI

http://www.vatican.va/holy_father/paul_vi/homilies/1966/documents/hf_p-vi_hom_19660407_it.html

SANTA MESSA «IN COENA DOMINI» NELL’ARCIBASILICA LATERANENSE

OMELIA DI PAOLO VI

GIOVEDÌ SANTO, 7 APRILE 1966

Fratelli e Figli!
Signori ed Amici!

Perché siamo noi questa sera di Giovedì Santo riuniti in questa Basilica? La Nostra domanda non si riferisce ora al grande rito religioso, che stiamo celebrando, ma risale più indietro; cerca la ragione che ha dato origine in passato, e che adesso giustifica l’atto misterioso e solenne, che stiamo compiendo. Da che cosa deriva la nostra sinassi, cioè la nostra riunione ecclesiale, e quale ne è il motivo primitivo ed essenziale?

«FATE QUESTO IN MEMORIA DI ME»
Nessuno si stupisca per questa Nostra domanda, così semplice e di così facile risposta: nulla è più importante e nulla più fecondo di luce e di gaudio, che la rievocazione della causa iniziale della nostra celebrazione. Noi siamo qui, in questa fausta e pia ricorrenza del Giovedì Santo, per virtù d’una parola, due volte ripetuta dal Signore (cfr. 1 Cor. 11, 24-25), nell’ultima Cena, dopo che altre parole di preciso e immenso significato, quelle istitutive del sacrificio eucaristico, erano state pronunciate; e la parola che ora direttamente ci riguarda è questa: «Fate questo in memoria di Me» (Luc. 22, 19). Noi siamo riuniti questa sera per causa ed in ossequio di questa parola di Gesù Cristo; noi stiamo obbedendo ad un suo ordine, noi stiamo eseguendo una sua ultima volontà, noi stiamo rievocando, com’Egli ha voluto, la sua memoria.
È una cerimonia commemorativa la nostra. Noi vogliamo occupare il nostro spirito col ricordo di Lui, del nostro Fratello divino, del nostro sommo Maestro, del nostro unico Salvatore. La figura di Lui – oh, ne potessimo, noi così curiosi oggi delle immagini visive, averne le vere sembianze! – deve esserci davanti agli occhi dell’anima nelle forme che ci sono più care ed espressive, più umane e più ieratiche, Lui mite ed umile, Lui forte e grave, Lui, nostro Signore e nostro Dio (cfr. Io. 20, 28); dobbiamo in un certo senso, vederlo, sentirlo, ma soprattutto saperlo presente. La parola di Lui, il suo Vangelo, deve, come per incanto, salire dalla nostra subcoscienza, e risuonare tutta insieme al nostro spirito, come la ascoltassimo, come la potessimo in un atto solo tutta ricordare e comprendere: non è Lui la Parola di Dio fatto uomo, e perciò fatta nostra? E tutto l’alone immenso della profezia e della teologia, che lo circonda e lo definisce, e che a noi tanto lo avvicina e quasi di Lui c’investe e ci inebria, ed insieme ci umilia e ci abbaglia, noi lo dobbiamo contemplare questa sera, come quando ci lasciamo incantare dalla maestosa icone di Cristo sovrano, dominante dall’abside delle nostre antiche basiliche, pieno di interiorità e di potestà. Dobbiamo ricordarlo, questa sera, Lui il nostro Signore e Redentore. È un dovere di memoria, che stiamo compiendo. È la reviviscenza nei nostri spiriti della sua figura e della sua missione, che vogliamo in questo momento, più che in ogni altro, suscitare.

LA PASQUA PERENNE DEL SALVATORE
Ci facilita il compimento di questo dovere il pensare l’importanza che la memoria assume nella religione vera, positiva e rivelata, come la nostra. Essa si fonda su fatti concreti, che bisogna ricordare. Il loro ricordo forma il tessuto della fede e alimenta la vita spirituale e morale del credente. Tutto il racconto biblico si svolge sulla memoria di avvenimenti e di parole, che non devono dissolversi nel tempo, ma devono rimanere sempre presenti. Quella che noi chiamiamo oggi coscienza storica può farci comprendere qualche cosa circa la funzione della memoria nella tradizione sia dell’Antico che del Nuovo Testamento. Non possiamo dimenticare che la Cena stessa, durante la quale Gesù ordinò di tener viva la sua memoria mediante la rinnovazione di ciò ch’Egli aveva allora compiuto, era un rito commemorativo; era il convito pasquale, che doveva ripetersi ogni anno per trasmettere alle generazioni future il ricordo indelebile della liberazione del popolo ebraico dalla schiavitù dell’Egitto: «Habebitis autem hunc diem in monumentum et celebrabitis eam solemnem Domino in generationibus vestris cultu sempiterno» (Ex. 12, 14). L’Antico Testamento si svolge lungo il filo di fedeltà al ricordo di quella prima Pasqua liberatrice. Gesù, quella sera, sostituisce all’Antico il Nuovo Testamento: «Questo è il mio Sangue. Egli dirà, del Nuovo Testamento . . .» (Matth. 26, 28); all’antica Pasqua storica e figurativa Egli collega e fa succedere la sua Pasqua, anch’essa storica, definitiva questa, ma figurativa anch’essa d’un altro ultimo avvenimento, la parusia finale: «donec veniat» (1 Cor. 11, 26): memoria risolutiva e profetica è la Cena del Signore.

LA SS.MA EUCARISTIA ALIMENTO E VITA DEI CRISTIANI
Ma come questa memoria fedele e perenne di Cristo possa rinnovarsi e di quale contenuto essa sia piena ci è pur obbligo ripensare. Quel comando di Gesù: «Fate questo» è una parola creatrice, miracolosa: è una trasmissione d’un potere, ch’Egli solo possedeva; è l’istituzione d’un sacramento, il conferimento cioè del sacerdozio di Cristo ai suoi discepoli; è la formazione dell’organo costituente e santificante del Corpo mistico, la sacra gerarchia, resa capace di rinnovare il prodigio dell’ultima Cena.
E quale sia il prodigio dell’ultima Cena noi sappiamo. Il ricordo sarà realtà. Bisogna ripensare al momento e al modo con cui Cristo ha istituito l’Eucaristia. Essa è scaturita dal suo cuore nell’imminenza e nella chiaroveggenza della sua passione. Essa rappresenta tale passione e contiene Colui che l’ha sofferta. Gesù ha sigillato la sua presenza paziente e morente nei simboli – ormai non più altro che simboli e segni – del pane e del vino. Ha voluto essere ricordato così. Ha voluto, si può dire, sopravvivere e rimanere fra noi nel supremo suo atto d’amore, il suo sacrificio, la sua morte. Ha voluto rendersi presente, lungo il corso del tempo, fra noi nello stato simultaneo di sacerdote e di vittima, sostituendo alla sua presenza storica e sensibile quella non meno reale della presenza sacramentale, perché solo i credenti, solo i volontari della fede e dell’amore, potessero venire in comunione vitale con Lui. Gesù, sapendo di essere alla fine della sua presenza naturale sulla terra, ha fatto in modo che gli uomini non si dimenticassero di Lui. L’Eucaristia è appunto il memoriale perenne di Gesù Cristo. Celebrare l’Eucaristia vuol dire celebrare la sua memoria. Ed Egli ha voluto che questa forma singolarissima di ricordarlo, anzi di riaverlo presente, diventasse cibo, cioè alimento, cioè principio interiore d’energia e di vita, per le anime dei suoi veri seguaci.
La liturgia ben sa e bene ci insegna questa finalità del mistero eucaristico; e le dà un nome, che nel suono greco ed arcaico del vocabolo dice come sempre nei secoli, fin da principio, fin dal Vangelo così fu onorata l’Eucaristia; e cioè il nome di anàmnesi, che vuol appunto dire reminiscenza, rimembranza, e che trova il suo posto rituale immediatamente dopo la consacrazione del pane e del vino nel Corpo e nel Sangue di Cristo, in connessione e quasi a sviluppo ed a commento delle parole citate dal Signore stesso: «Fate questo in memoria di me»: è a questo punto ineffabile che la liturgia della Messa aggancia nuovamente la storia nostra al Vangelo con le famose parole: «Unde et memores . . ., perciò noi ricordando . . .».

ADORARE, RINGRAZIARE, AMARE CRISTO PRESENTE TRA NOI
Perciò, Fratelli e Figli, come il grande rito vuole, un grande sforzo di memoria a noi questa sera è domandato. Dobbiamo ricordare Gesù Cristo con tutte le forze del nostro spirito. Questo è l’amore che ora gli dobbiamo. Ricorda chi ama. La nostra grande colpa è l’oblio, è la dimenticanza. È la colpa ricorrente nella vicenda biblica: mentre Dio non si dimentica mai di noi . . . . «Potrà mai una donna dimenticarsi del suo bambino, da non sentire più compassione per il figlio delle sue viscere? . . .» (Is. 49, 15), noi ci dimentichiamo così facilmente di Lui. Siamo giunti a tanto, nel nostro tempo, da credere una liberazione lo scordarci di Dio, da volere scordarci di Lui; come fosse liberazione lo scordarci del sole della nostra vita! Noi spingiamo sovente la giusta distinzione dei vari ordini sia del sapere, che dell’azione, la quale non vuole confusione fra il sacro e il profano e rivendica a ciascuno la loro relativa autonomia, fino alla negazione dell’ordine religioso, e alla diffidenza e alla resistenza nei suoi confronti, per l’errata convinzione che nel laicismo radicale sia prestigio umano e vera sapienza. Così la dimenticanza di Cristo si fa abituale anche in una società che tanto da Lui ha ricevuto e tuttora riceve; e si insinua qualche volta anche nella comunità ecclesiale: «Tutti cercano, lamenta l’Apostolo, le cose proprie, non quelle di Gesù Cristo» (Phil. 2, 21).
Dobbiamo ricordarci invece di Lui, come Lui con la moltiplicata, silenziosa, amorosa presenza eucaristica si ricorda di noi, di ciascuno di noi. E se nella quotidiana celebrazione della Messa questa memoria si riaccende e risplende nelle nostre sacre assemblee e nel foro interiore delle nostre anime, quest’oggi un’ultima dimenticanza noi dobbiamo vincere, quella che l’abitudine produce e che rende la nostra memoria appena formale e insensibile. Oggi la pienezza della memoria si ravviva nella fede alla realtà del fatto eucaristico, nella meraviglia, nella riconoscenza, nell’amore: qui è il Cristo venuto, qui è il Cristo presente, qui è il Cristo che verrà; a Lui onore e gloria, oggi e per sempre.

Il passaggio del Mar Rosso

Il passaggio del Mar Rosso dans immagini sacre haggadah0028http://digilander.libero.it/elam/bibbia/santaproject.htm

Publié dans:immagini sacre |on 25 mars, 2013 |Pas de commentaires »

«O MIA PAROLA, SALVAMI!» : PASQUA, GRIDO E ANNUNCIO

http://www.sanpaolo.org/pj-online/RUBRICHE/solo-pan/Tematico/Ungaretti/O%20mia%20parola.htm

«O MIA PAROLA, SALVAMI!»

PASQUA, GRIDO E ANNUNCIO

CHI SI SENTE MESSO IN DISCUSSIONE DALLA RESURREZIONE COME COLORO CHE SPERIMENTANO LA MORTE?

Guardandosi attorno, si domandano dove sia questa risurrezione annunciata. Dove sia la loro risurrezione, di fronte alla certezza di morire ogni giorno, nel corpo e nello spirito, e al non vedere altro che questo. Panorami di guerra, di conflitti armati, di lotta interiore. Allora avvertiamo la verità di queste parole: «Gli anni della vita sono settanta, ottanta per i più robusti, ma sono quasi tutti fatica, dolore. Passano presto e noi scompariamo» (Salmo 90).
L’angoscia, l’angoscia d’esserci e basta, cammina con l’uomo. Giunti dallo scorso secolo con sogni di progresso e fame di serenità abbiamo raccolto sconcertanti esiti da tante promettenti premesse. Nella preistoria  il primo incontro tra tribù era lo scontro. Millenni dopo anche il villaggio globale è sorto dalle guerre mondiali. Come doglie del nuovo mondo si canta: «Salvami, salvati/ salvaci, salviamoci!». È legittimo temere questo futuro aggressivo, quasi fosse regolato dal caso:

Abbiate o non abbiate timore:
versate l’obolo nella borsa sonante e date
una buona parola all’uomo cieco,
che l’Orsa trattenga al guinzaglio.
E insaporite bene gli agnelli.
Potrebbe, quest’Orsa, strappare i lacci,
non più minacciare ma dare
la caccia a tutte le pigne cadute
dagli abeti, i grandi abeti alati
precipitati dal paradiso.

Così Ingeborg Bachmann nell’«Invocazione all’Orsa Maggiore» (1956) che vide l’ingresso delle truppe hitleriane in Austria ma soprattutto visse l’ennesima ricostruzione di un’Europa più che mai desolata. Costruire con fatica, distruggere in un lampo, riedificare nuovamente: «qualunque cosa accada, il devastato mondo/ ripiomba nel crepuscolo» (Mio uccello). Penso al processo di pace in Medio Oriente. Parole e fatti sono in tensione costante tra sfiduciata promessa e indecisa finzione, invocando una parola definitiva.

Parola, sii nostra,
libera, chiara, bella.
Certo dovrà avere fine
ogni cautela.

«O mia parola, salvami!» conclude la Bachmann (Dialogo ed epilogo), anelando alla parola purificata da diffidenza ed allusioni. È questo ciclo mai concluso che consuma le vite ed esaspera gli ideali più saldi. Servirà rialzarti anche stavolta? e andare incontro al nuovo giorno? senza lasciarti sopraffare dalla disillusione? Esistere, resistere: un altro grido diffuso.
L’annuncio pasquale, forse, ha qualcosa da dirci. Qualcosa che superi le iniezioni analgesiche ed i rinvii alienanti. Perché se non possiamo amare questa, di vita, se già ci pesa, che importerebbe averne un’altra? È questa vita che reclama minuto per minuto di essere colmata, placata, guarita. Che reclama una fine, sì, perché così non può andare avanti, ma una conclusione diversa dalle fini insoddisfacenti che già conosciamo.
Pasqua nei conflitti, dunque. Giuseppe Ungaretti, soldato già durante il primo scontro mondiale, visse tutta la tragedia degli anni 1943-44 con la sua personale sensibilità. Ne nacque la breve raccolta «Roma occupata», tra cui spicca il componimento tripartito «Mio fiume anche tu», intenso anche se di non facile lettura.
1.
Mio fiume anche tu, Tevere fatale,
Ora che notte già turbata scorre;
Ora che persistente
E come a stento erotto dalla pietra
Un gemito d’agnelli si propaga
Smarrito per le strade esterrefatte;
Che di male l’attesa senza requie,
Il peggiore dei mali,
Che l’attesa di male imprevedibile
Intralcia animo e passi;
Che singhiozzi infiniti, a lungo rantoli
Agghiacciano le case tane incerte;
Ora che scorre notte già straziata,
Che ogni attimo spariscono di schianto
O temono l’offesa tanti segni
Giunti, quasi divine forme, a splendere
Per ascensione di millenni umani;
Ora che già sconvolta scorre notte,
E quanto un uomo può patire imparo;
Ora ora, mentre schiavo
Il mondo d’abissale pena soffoca;
Ora che insopportabile il tormento
Si sfrena tra i fratelli in ira a morte;
Ora che osano dire
Le mie blasfeme labbra:
“Cristo, pensoso palpito,
Perché la Tua bontà
S’è tanto allontanata?”

Nel 1916 Ungaretti aveva scritto un’altra poesia, «I fiumi», nella quale comprendeva se stesso attraverso i fiumi incontrati nel suo pellegrinaggio: dall’Egitto, alla Francia, all’Italia. Con il Tevere «fatale» di Roma in guerra Ungaretti aggiunge un nuovo tassello della sua identità matura. Il Tevere diventa simbolo del dolore che avanza nella «notte» e colpisce gli innocenti, simboleggiati nel «gemito d’agnelli [...] singhiozzi infiniti, a lungo rantoli». Ciò che reca più sofferenza del male stesso è «di male l’attesa senza requie [...] l’attesa di male imprevedibile». L’angoscia rende il gemito «smarrito», rende insicuro ogni rifugio e trasforma le case in «tane incerte».

Nel riconoscere questa situazione come “suo fiume”, Ungaretti ammette che il dolore è parte inseparabile della sua persona. Ma a cosa porta tutto questo? Solo a imparare «quanto un uomo può patire», coscienza di solitudine che porta alla ribellione: «Perché la Tua bontà/ s’è tanto allontanata?». Non basta riappropriarsi psicologicamente del dolore per dargli un senso. Non basta prendere atto dell’evidenza che ci fa impotenti. Non basta, se il dolore continua a generare solo altro dolore.
2.
Ora che pecorelle cogli agnelli
Si sbandano stupite e, per le strade
Che già furono urbane, si desolano;
Ora che prova un popolo
Dopo gli strappi dell’emigrazione,
La stolta iniquità
Delle deportazioni;
Ora che nelle fosse
Con fantasia ritorta
E mani spudorate
Dalle fattezze umane l’uomo lacera
L’immagine divina
E pietà in grido si contrae di pietra;
Ora che l’innocenza
Reclama almeno un eco,
E geme anche nel cuore più indurito;
Ora che sono vani gli altri gridi;
Vedo ora chiaro nella notte triste.
Vedo ora nella notte triste, imparo,
So che l’inferno s’apre sulla terra
Su misura di quanto
L’uomo si sottrae, folle,
Alla purezza della Tua passione.

Solo ora, dopo quarantasei versi senza un punto fermo, possiamo prendere fiato approdando al verso principale: «Vedo ora chiaro nella notte triste». Cosa vede il poeta nella notte della sofferenza? Comprende che eventi infernali come le deportazioni e le fosse comuni avvengono quando l’uomo si sottrae «alla purezza della Tua passione». Il dolore insegna ad Ungaretti che esistono due modi di vivere la sofferenza. E riconosce il male quando l’uomo soffre da solo, separando il suo dolore da quello di Dio. Dio soffre? una passione, una sofferenza pura? Cosa mai avrà di diverso dal nostro il dolore di Cristo, uomo anche lui?
3.
Fa piaga nel Tuo cuore
La somma del dolore
Che va spargendo sulla terra l’uomo;
Il Tuo cuore è la sede appassionata
Dell’amore non vano.
Cristo, pensoso palpito,
Astro incarnato nell’umane tenebre,
Fratello che t’immoli
Perennemente per riedificare
Umanamente l’uomo,
Santo, Santo che soffri,
Maestro e fratello e Dio che ci sai deboli,
Santo, Santo che soffri
Per liberare dalla morte i morti
E sorreggere noi infelici vivi,
D’un pianto solo mio non piango più,
Ecco, Ti chiamo, Santo,
Santo, Santo che soffri.

Una strofa non consolatoria, ma pienamente pasquale. Mostra un altro modo di vivere la sofferenza. Quale? È l’invocazione a Colui che raccoglie ogni dolore non per affliggerci coi ricatti della colpa, ma per condurci nella «sede appassionata/ dell’amore non vano». Guardando questo cuore ognuno di noi può ritrovare ciò che è, ma che la sofferenza gli ha fatto dimenticare. Possiamo trovarci in circostanze che stravolgono tutte le nostre certezze, ma nell’«amore non vano» di Cristo è fissato il senso della nostra esistenza. Tu sei fatto per amare. Nonostante tutto. Se anche «mani spudorate/ dalle fattezze umane lacera l’uomo/ l’immagine divina», Gesù offre se stesso «perennemente per riedificare/ umanamente l’uomo».
«Ecco, Ti chiamo, Santo». Chiamare è parola che salva. L’invocazione apre il guscio del dolore perché vuole guardare oltre la propria situazione presente, dirige lo sguardo altrove, solleva gli occhi incatenati a sé stessi. Ma nel chiamare sincero mi riconosco preceduto da uno che soffriva per me, e con me, prima ancora che io lo chiamassi. Sento che Qualcuno mi sta gratuitamente accanto e capisce ciò che provo, perché ci è già passato. Che ci è passato perché io, oggi, non ci dovessi passare da solo.
Così avviene Pasqua, il Passaggio dentro il conflitto, perché «d’un pianto solo mio non piago più». Non cessa il pianto, ma cessa l’angoscia del male imprevedibile. Cessa la paura di soffrire da soli. Cessa il dubbio che amare sia un vano sprecarsi. Allora può cessare anche il pianto e rinascere la fiducia, come nelle parole del salmista che porta l’inquietudine  al cospetto di Dio[1]. Anche il re Davide, come Ungaretti, era soldato e poeta: «Davanti a te sfogo la mia angoscia!» (Salmo 142). Il dolore viene redento. Assume un senso, pure non esplicito, nell’uscita dalla solitudine.
«O mia parola, salvami!». “Mia” parola, sì, che io dico, ma in cui scopro d’essere aspettato. Cercavo, ma riconosco che quanto cerco mi era già offerto. Precedeva la mia attesa, e devo solo aprirmi mani e cuore per accoglierlo. Assisto al compimento dell’invocazione: sapersi amati ed accolti, assolutamente, già qui, oggi. «Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla [...] Se dovessi camminare per valle oscura non ho nulla da temere, perché tu sei con me» (Salmo 23). Dove, meglio della Pasqua, udiamo questa buona notizia? Attendevo ed ero, invece, atteso. Qualcun altro pazientava, spazientiva con l’orecchio teso verso noi.

Paolo Pegoraro

Publié dans:Tempo liturgico: Pasqua |on 25 mars, 2013 |Pas de commentaires »

Omelia del cardinale Scola nella Domenica delle Palme : « L’elevazione sulla croce è inseparabile dalla esaltazione nella gloria della resurrezione »

http://www.zenit.org/it/articles/l-elevazione-sulla-croce-e-inseparabile-dalla-esaltazione-nella-gloria-della-resurrezione

« L’elevazione sulla croce è inseparabile dalla esaltazione nella gloria della resurrezione »

Omelia del cardinale Scola nella Domenica delle Palme

(a Milano rito Ambrosiano, le letture non corrispondono)

Milano, 24 Marzo 2013 (Zenit.org) |

Riportiamo di seguito l’omelia tenuta oggi nel Duomo dal cardinale arcivescovo di Milano, Angelo Scola, nella solenne celebrazione della Domenica delle Palme.

***
1. «Così dice il Signore Dio: “Esulta grandemente, figlia di Sion, giubila, figlia di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino, un puledro figlio d’asina”» (Zc 9,9). Molti erano i pellegrini radunati a Gerusalemme in occasione della festa della Pasqua ebraica. Saputo che vi stava giungendo anche Gesù, gli corsero incontro accogliendolo come re e messia. Il Vangelo narra l’episodio in modo asciutto ma vivido.
Anche noi, radunati da varie nazioni, abbiamo appena rivissuto questo gesto. Ringrazio con molto calore la comunità filippina che ha voluto essere presente così numerosa. La partecipazione alla liturgia di persone di diverse civiltà e culture che ormai abitano la nostra città è un segno assai prezioso della missione di Milano che Benedetto XVI ci ha assegnato nella recente Visita ad limina: «La Lombardia è chiamata ad essere il cuore credente dell’Europa».
Torniamo ora alla folla acclamante di Gerusalemme. Essa guarda a Gesù come ad un re-guerriero, ad un messia nazionalista che avrebbe liberato Israele dal dominatore romano. Invece Gesù, con il gesto di cavalcare un asinello (il cavallo era la cavalcatura regale in tempo di guerra, l’asino invece in tempo di pace) sconvolge questa loro immagine. Il Suo regno sarà di altra natura.
Come sarà? Per capirlo il Prefazio ci offre un prezioso suggerimento. «Tu hai mandato in questo mondo Gesù, tuo Figlio, a salvarci perché, abbassandosi fino a noi e condividendo il dolore umano, risollevasse fino a te la nostra vita». Non si comprende a fondo l’ingresso trionfale di Gesù in Gerusalemme se non si tiene presente la Sua passione ormai imminente.
2. Oggi inizia la Settimana Santa(o autentica), cioè eminente, la fonte ed il vertice dell’intero anno liturgico. E noi sappiamo che la liturgia rende attuali, cioè presenti, i fatti della storia della salvezza. La celebrazione sacramentale li offre qui ed ora alla nostra libertà. L’Epistola – il celebre inno cristologico, probabilmente in uso nelle comunità dell’Asia, che Paolo inserisce nella Lettera ai Colossesi – spiega il significato del trionfo di Cristo di cui l’ingresso osannato in Gerusalemme è un anticipo. L’inno parla del «primato di Cristo su tutte le cose» (cfr Col 1,17).
In cosa consiste questo primato? Perché Gesù è più importante di tutto? Perché, in Lui sussistono tutte le cose, create in Lui ed in vista di Lui. Anzitutto ogni uomo e ogni donna. Ognuno di noi. La nostra consistenza, la consistenza della realtà è Gesù stesso. La conferma di questo è la Sua risurrezione dai morti. Egli è il primo perché riconcilia in Sé tutto. Dice l’Inno: «È piaciuto infatti a Dio che abiti in lui tutta la pienezza e che per mezzo di lui e in vista di lui siano riconciliate tutte le cose, avendo pacificato con il sangue della sua croce sia le cose che stanno sulla terra, sia quelle che stanno nei cieli» (Col 1,19-20). Gesù il Messia, autore della pace dei cuori e dei popoli, ci riconcilia perché è la misericordia personificata. Perciò speriamo che Egli ci usi presto la Sua misericordia (cfr 2Mac 2,18): «Il Signore mai si stanca di perdonare: mai! Siamo noi che ci stanchiamo di chiedergli perdono». Questo ci ha richiamato Papa Francesco (Omelia domenica V di Quaresima, 17.03.13). Se Lui ci riscatta, peccatori pentiti, se si rallegra più per un peccatore pentito che per novantanove giusti a cui pentirsi non serve (cfr Lc 15,17), allora accostiamoci, con un atto semplice di libertà, al Sacramento della Riconciliazione per toccare con mano la Pasqua di Gesù speranza nostra!
3. Torniamo ancora una volta, brevemente, all’Inno dell’Epistola per comprendere bene, come ci ha insegnato il Prefazio, il senso dell’Osanna del popolo di Gerusalemme. Dice: Gesù «ci ha pacificato con il sangue della sua croce». Abbiamo il coraggio di prendere sul serio questa affermazione contemplando il Crocifisso, prendendolo fisicamente in mano? O anche noi come la folla quel giorno, ci accontentiamo dell’immagine di un Messia mondano, un Messia onnipotente che eviti e ci eviti di passare per la cruna dell’ago del Golgota? Eppure l’esperienza di ogni uomo e di ogni donna insegna che, nella vita, gioia e dolore sono intrecciati in modo indisgiungibile. Come scrive Paul Claudel: chi conosce la vita «… sa che gioia e dolore in parti uguali la compongono» (L’annuncio a Maria). La fede illumina questa universale esperienza umana, mostrandoci come nel Signore Gesù, la croce è un passaggio obbligato, non però verso il nulla, ma verso la resurrezione. In Lui l’elevazione sulla croce è inseparabile dalla esaltazione nella gloria della resurrezione. Così è anche per noi poveri uomini. Ma proprio qui sta la nostra dignità di uomini consapevoli della loro natura e del loro destino, cioè liberi. I suoi discepoli lo capiranno solo dopo la discesa dello Spirito Santo, quando alla Chiesa (quindi a noi) fu chiaramente rivelato il pieno significato della vita e delle parole di Gesù. Sul momento non compresero: «I suoi discepoli… quando Gesù fu glorificato, si ricordarono che di lui erano state scritte queste cose» (Vangelo, Gv 12,16).
L’episodio dell’ingresso di Gesù in Gerusalemme, proprio perché assunto nel suo pieno valore che comprende la croce in vista della risurrezione, ci dice che per tutte le donne e tutti gli uomini c’è speranza. In modo particolare per quanti sono nella prova fisica o morale. Con le opere di misericordia corporali e spirituali teniamo nel cuore in questa Settimana Santa i malati, i moribondi, i carcerati, gli immigrati, gli smarriti – soprattutto se giovani –, i poveri e gli emarginati di ogni sorta. Cerchiamo di essere con loro ospitali. Possano sentire attraverso di noi l’eco del Dio misericordioso che riconcilia e dà speranza.
4. Un’ultima parola sulla Lettura. «L’arco di guerra sarà spezzato, annuncerà la pace» (Lettura, Zc 9,10). La profezia di Zaccaria si realizza pienamente nel Signore Gesù.
La pace, frutto eminente della morte e resurrezione del nostro amato Salvatore, diventa possibile per ogni persona, per ogni famiglia, per ogni paese, per ogni popolo, per tutto il mondo se accettiamo di metterci, con umiltà, sulla strada che Lui ha percorso.
E qui la nostra supplica al Signore della pace non può non avere nel cuore le tragiche situazioni di guerre e di violenza che insanguinano il mondo. In particolare vogliamo partecipare al dolore dei cristiani martirizzati mentre partecipavano alla Santa Messa. Quale sfida alla nostra partecipazione spesso abitudinaria!
Diventeremo operatori di pace solo immedesimandoci con Lui, l’autentico operatore di pace. Come? «A noi che innalziamo ulivi e palme nel giorno del trionfo di Cristo, dona di portare frutti di opere giuste in perenne comunione con lui» (Orazione a conclusione della liturgia della Parola).
Inoltriamoci nella settimana “autentica”, la settimana più importante dell’anno, con la fede di Maria, Madre dolorosa e Madre gloriosa. Amen.

Domenica delle Palme

Domenica delle Palme dans immagini sacre palm-sunday-icon

http://ercf.blogspot.it/2012_04_01_archive.html

Publié dans:immagini sacre |on 22 mars, 2013 |Pas de commentaires »

24 MARZO 2013: LE PALME – OMELIE DI APPROFONDIMENTO : « GLI APPARVE UN ANGELO DAL CIELO A CONFORTARLO »

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/03-annoC/annoC/12-13/03-Quaresima/Omelie/06-Dom-Quaresima-C_Palme-2013_SC.html

24 MARZO 2013:  LE PALME – OMELIE DI APPROFONDIMENTO

« GLI APPARVE UN ANGELO DAL CIELO A CONFORTARLO »

La « benedizione delle palme », da cui la Domenica odierna prende nome, con la conseguente processione, intende rievocare il solenne ingresso di Gesù in Gerusalemme, acclamato dalla folla festosa ed esultante.
Però questa scena di entusiasmo popolare non ha un valore in sé e per sé: essa assume il suo significato nell’insieme degli eventi che la seguono e che culmineranno nella morte di croce. Una proclamazione, dunque, della « regalità » e della « messianicità » di Gesù che si realizzerà nella umiliazione e nella sofferenza: proprio in questa sua capacità di donarsi per gli altri fino alla morte rifulge il massimo della sua « gloria » e del suo splendore. In questa prospettiva la festosità dell’ingresso di Gesù in Gerusalemme assume il suo significato più vero: è come un’anticipazione profetica della « gloria » futura del Servo di Jahvèh, che dovrà prima passare attraverso il torchio stritolante della Passione.

« Ho presentato il dorso ai flagellatori… »
Sul tema del dolore e della morte ignominiosa di Cristo si muove tutta la intelaiatura della Liturgia odierna, la quale culmina nella lettura della storia della Passione, che ci viene presentata nella redazione di Luca.
Nella prima lettura, che ci riporta solo una parte del così detto terzo canto del Servo sofferente di Jahvèh (Is 50,4-7), presentandosi come l’inviato del Signore il Servo preannuncia con piena lucidità le sofferenze che egli dovrà subire per attuare la sua missione: « Ho presentato il dorso ai flagellatori, la guancia a coloro che mi strappavano la barba; non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi » (v. 6). Come si vede, viene anticipata la descrizione di una parte delle sofferenze del Cristo, quali ce le presenterà Matteo (26,67; 27,30). L’ultimo versetto ci descrive l’atteggiamento di piena « fiducia » del Servo nel Signore e di amore per i fratelli: « Il Signore Dio mi assiste, per questo non resto confuso, per questo rendo la mia faccia dura come pietra… » (v. 7).
Se il brano di Isaia è una « profezia » sulla Passione, la seconda lettura, ripresa da S. Paolo (Fil 2,6-11), è una altissima « meditazione » teologica sull’abbassamento di Cristo, che trova il suo punto più abissale nella « morte di croce » (vv. 6-8). Cristo però non muore per rimanere nella morte, ma per entrare nella « gloria » del Padre!
È precisamente questo il contenuto della seconda parte dell’inno cristologico paolino: « Per questo Dio l’ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome; perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi, nei cieli, sulla terra e sotto terra; e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre » (vv. 9-11).
Come si vede, la luce di Pasqua sta già fugando la orribile tenebra che avvolse « tutta la terra » al momento della morte di Gesù sulla croce (Lc 23,44).

« Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito »
Siamo così arrivati al racconto della Passione in cui, più che altrove, gli Evangelisti, incluso Giovanni, si incontrano. Pur nello sfondo comune, però, ognuno di loro ha voluto evidenziare qualcosa di « particolare » in questa storia di sofferenza e di amore immenso, contrappuntata però da viltà, da ignominia e da capitolazioni ripugnanti.
Più che commentare questo sublime racconto lucano, in cui più che altrove l’Evangelista adopera tutta la sua arte ed esprime la sua finezza e la sua sensibilità umana e cristiana, vorremmo anche noi « contrappuntare » qua e là il testo, fermandoci di preferenza su alcune sue « caratteristiche ».
E prima di tutto l’assoluta « padronanza » di Cristo su tutti i fatti sconvolgenti della Passione; in questo Luca si avvicina molto a Giovanni. Gesù non si trova impreparato davanti alla furia devastatrice che tenterà di travolgerlo!
Si veda il desiderio, quasi l’ansia, con cui egli ha atteso di celebrare l’ultima Pasqua coi suoi discepoli: « Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione, poiché vi dico: Non la mangerò più, finché non si compia nel regno di Dio » (Lc 22,15-16).
È chiaro che la Pasqua, che egli sta per celebrare con i suoi Apostoli, è la prefigurazione e l’inizio insieme dell’offerta sacrificale della sua vita, rappresentata dal pane e dal vino della cena posti lì davanti a tutti come « segno » della sua donazione alla morte: « Questo è il mio corpo che è dato per voi… Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue che viene versato per voi » (vv. 19.20). Si noti quel « dato… versato per voi », tipicamente lucano (e paolino).
Addirittura, Gesù si preoccupa più degli altri che di se stesso! Alle donne che lo seguono dolenti per la via del Calvario dice: « Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli… Perché, se trattano così il legno verde, che avverrà del legno secco? » (23,28.31). Non è lui lo sconfitto e l’umiliato che bisogna compiangere, quanto piuttosto gli uomini che lo condannano a morte.
E anche il gesto ultimo del suo vivere non è contrassegnato da un sentimento come di fatalità e di abbandono da parte di Dio, ma da un placido affidarsi nelle mani del Padre. Mentre infatti negli altri Sinottici (Mt 27,46; Mc 15,34) Gesù muore quasi in un grido di disperazione (« Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? »), in Luca dispone con serenità e padronanza assoluta della propria vita: « Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito » (23,46). « Dio » è diventato il « Padre », che non può non amare il Figlio!
Con tutto questo non è che Luca abbia tentato di « sdrammatizzare » la storia della Passione, quasi preso da umana compassione verso il suo Signore sofferente. È bensì vero che egli ha omesso alcuni particolari troppo crudi come, ad esempio, l’imposizione della corona di spine nel pretorio di Pilato, come pure la « paura e l’angoscia » che afferrarono Gesù nell’orto del Getsemani.
Strano, però, che il particolare più drammatico dell’agonia nell’orto ce lo fornisca proprio Luca! Mentre Gesù è come travolto dalla sofferenza e quasi da un senso di fallimento, « gli apparve un Angelo dal cielo a confortarlo. In preda all’angoscia (letteralmente « agonia »), pregava più intensamente, e il suo sudore diventò come gocce di sangue che cadevano a terra » (vv. 43-44). È risaputo che alcuni codici anche autorevolissimi, come il « Vaticano », e alcune antiche versioni hanno omesso questi versetti, certamente a motivo della loro crudezza. Si aveva quasi paura di un Gesù bisognoso di conforto dall’alto e come sconvolto, anche fisicamente, davanti alla morte? C’è da dire anzi che il solo Luca adopera il termine « agonia » per esprimere questo stato d’animo di estrema lotta e sofferenza di Gesù nell’orto degli Ulivi.
Ciò sta a significare che la padronanza di Gesù davanti alla Passione non lo sottrae ai limiti dell’umano e alle angosce della morte. Ma proprio per questo egli è immensamente grande, perché ha saputo sconfiggere la paura e la tentazione della disperazione, facendo affidamento soltanto in Dio: « Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà » (v. 42).
L’umanità di Gesù, perciò, appare veramente « divina » proprio mentre si esprime nei suoi aspetti più dolenti e mortificanti. Direi che proprio questa è la dimensione « agonica » del cristianesimo, che Gesù ha lasciato in eredità ai suoi discepoli secondo la celebre espressione di Pascal: « Gesù è in agonia sino alla fine del mondo. Bisogna essere vigilanti per tutto questo tempo ».

« In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso »
In questa prospettiva mi sembra che sia molto importante un altro tratto caratteristico del racconto di Luca: la sua capacità di « coinvolgere » i lettori nel dramma della Passione del Signore. Pur narrando una storia, egli non dimentica di essere un Evangelista, cioè un annunciatore della fede che, di per se stessa, tende a tradursi in vita.
Egli ci racconta con compiacenza alcuni episodi, in cui la gente prende parte attiva alle umiliazioni e alle sofferenze del Signore con senso di umana solidarietà e, addirittura, di pentimento e di conversione. È il caso delle donne di Gerusalemme di cui solo Luca ci parla: « Lo seguiva una gran folla di popolo e di donne che si battevano il petto e facevano lamento su di lui » (23,27).
Anche le numerose persone, che assistono alla sua morte sul Calvario sono più curiose e sorprese che ostili, a differenza dei capi del popolo e dei soldati, come si può cogliere dalla seguente osservazione: « Il popolo stava a vedere, i capi invece lo schernivano dicendo: « Ha salvato gli altri, salvi se stesso, se è il Cristo di Dio, il suo eletto ». Anche i soldati lo schernivano… » (23,35-36).
Addirittura, ci sarà un senso di pentimento in più d’uno di loro: « Anche tutte le folle che erano accorse a questo spettacolo, ripensando a quanto era accaduto, se ne tornavano percuotendosi il petto » (23,48). Anche il centurione romano, « visto ciò che era accaduto, glorificava Dio: Veramente quest’uomo era giusto » (23,47). Quello che sorprende qui non è tanto la confessione del centurione, che ritroviamo anche più forte presso gli altri Sinottici, quanto la capacità di intuire, in tutto quello che era successo di drammatico e di iniquo sotto i suoi occhi, la « gloria » di Dio che si rivelava. Soltanto Luca, infatti, adopera qui il verbo « glorificare ». È il paradosso della « stoltezza » della croce, di cui ci parla S. Paolo e che, per chi crede, diventa invece « potenza » e « sapienza di Dio » (1 Cor 1,18.24).
La sofferenza e la croce di Cristo, dunque, coinvolgono e trasformano gli uomini, diventano addirittura « salvanti ». È il caso sorprendente del buon ladrone, appeso anche lui alla croce, che prende le difese di Gesù contro gli scherni dell’altro compagno di sventura: « Neanche tu hai timore di Dio, benché condannato alla stessa pena? Noi giustamente, perché riceviamo il giusto per le nostre azioni, egli invece non ha fatto nulla di male ». E aggiunse: « Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno ». Gli risponde: « In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso » (23,39-43). Per il buon ladrone la morte di Gesù sulla croce non è un fallimento, ma l’inizio della sua « regalità », addirittura l’ingresso nel suo « regno ».
Strano « regno », però, quello di Cristo, il cui diritto di accesso è garantito solo a chi passa per la torchiatura della crocifissione, come il ladrone pentito, o a chi riconosce che nella morte di Gesù di Nazaret si esprime il « giudizio » di amore e di perdono di Dio su tutta la viltà e i tradimenti degli uomini, come hanno fatto il centurione romano, le pie donne, ecc.
« Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno » (23,34): è ancora il solo Luca che ha saputo esprimere, meglio di qualsiasi altro, questo aspetto estremamente consolante del dramma più oscuro e pauroso che si sia mai svolto nella nostra storia.

 Da: CIPRIANI S., Convocati dalla Parola. Riflesisoni biblico-liturgiche, Elledici, Torino

DOMENICA DELLE PALME (ANNO C) (24/03/2013) – Omelia sul Vangelo

http://www.qumran2.net/parolenuove/commenti.php?mostra_id=27932

MONS. ANTONIO RIBOLDI

DOMENICA DELLE PALME (ANNO C) (24/03/2013)

Vangelo: Lc 22,14-23,56  
Non credo lasci indifferenti quanto la Chiesa celebra oggi, chiamata ‘Domenica delle Palme’: è come se il sipario del cielo si aprisse per mostrarci dal vivo, in Gesù, Suo Figlio, quanto il Padre ci ami.
Come davanti ai grandi eventi che colpiscono, ciò che si celebra da oggi a Pasqua, è l’Evento per eccellenza, che dovrebbe zittire le voci della nostra vita chiassosa e, a volte, senza senso, per non perdere una sola briciola dell’Amore che si svela.
È l’Evento, quasi incomprensibile, di Gesù che ‘inventa’ un paradossale trionfo, secondo i nostri poveri criteri umani, ma che è un’epifania di Chi Lui veramente è.
Un trionfo avvolto nella umiltà e recitato da gente semplice, che ha conservato ancora lo spazio per lo stupore e la capacità di riconoscere il divino che è tra noi.
Quell’asinello, il più umile e, se vogliamo, ‘ridicolo’ degli animali, è ‘il carro del trionfo’.
Nulla a che fare con i trionfi cui siamo abituati tra noi uomini.
Quello di Gesù è vera proclamazione dell’amore, che è semplicità, umiltà meravigliosa, come un ‘ti amo’ detto sospirando. I nostri trionfi sono invece frutto dell’apparenza o, peggio, della superbia, ben lontana dal donare amore.
La gente, oggi, è ancora sensibile al fascino di quelle palme, che vengono benedette e date, come un invito ad accodarci ai semplici, che « stendevano i loro mantelli al passaggio di Gesù, acclamando: ‘Benedetto colui che viene nel nome del Signore, pace in cielo e gioia nel più alto dei cieli’.?
E quel ramoscello d’ulivo, che riceviamo oggi, è per noi il segno della gioia di accogliere Gesù che passa, per donarci quella pace del cuore, di cui abbiamo bisogno, tutti e tutto il mondo?
Non ci importano le tante voci di gente incapace di seguire la folla dei festanti.
Forse assomigliano ai ‘farisei’, che dissero a Gesù: ‘Maestro, rimprovera i tuoi discepoli’. E Gesù rispose: ‘Vi dico che se questi taceranno, grideranno le pietre’. (Lc. 19, 28-40)
Noi vogliamo, se possibile, entrare nella mente e nel cuore di Gesù che, se da una parte gioiva della fede dei semplici, dall’altra certamente già ‘vedeva’ la folla del sinedrio, davanti a Pilato, che, con urla scomposte e piene di odio, griderà: ‘Crocifiggilo!’.
Per loro non sarebbe più stato il Maestro pieno di dolcezza e di umiltà, che si faceva vicino ai semplici, spargendo gioia e pace, ma lì, davanti a Pilato, irriconoscibile per la corona di spine sulla testa, il manto rosso sulle spalle per irriderlo, esposto all’odio dei suoi nemici, come dirà Pilato, sarà: ‘Ecce Homo’.
‘Che male ha fatto?, chiederà Pilato. La risposta sarà sempre la stessa: ‘Crocifiggilo’.
Non è davvero facile che l’uomo di tutti i tempi sappia riconoscere, in Gesù, ‘Colui che viene nel nome del Signore e porta Pace’.
Non ci basta sapere che Dio viene tra noi, è vicino, in mezzo a noi, sempre, con la semplicità e l’umiltà di chi non cerca da noi un trionfo, ma vuole solo donarci serenità.
Siamo malati di tanto egoismo, che ci impedisce di vedere ciò che vedono i semplici, gli umili: il Cielo. Troppe volte ci facciamo abbagliare dai trionfi del mondo, che chiama gloria e festa i carri di carnevale, che sgomita per salire sul ‘carro del vincitore’, senza neppure rendersi conto di cadere spesso nel ridicolo.
Bisogna essere davvero ciechi per non capire ciò che è davvero la gioia del cuore, da Chi viene, per poter ‘entrare’ nella festa della domenica delle Palme.
Sempre l’evangelista Luca, immediatamente dopo l’entrata trionfale in Gerusalemme, racconta un particolare che svela come Gesù sappia leggere nei cuori e, scoprendo di essere rifiutato dall’uomo che Egli tanto ama, provi una profonda amarezza e tristezza.
Chi di noi ha avuto il dono di un pellegrinaggio in Terrasanta, credo che abbia bene nel ricordo, nella discesa ripida verso l’Orto degli Ulivi, un angolo che si stacca dalla strada e che è chiamato ‘Dominus flevit’: ‘Il Signore pianse’. È un luogo suggestivo, da cui si può vedere Gerusalemme e, in particolare, la spianata del tempio. È da lì che Luca racconta: « Quando fu vicino alla città, Gesù la guardò e si mise a piangere per lei. Diceva: ‘Gerusalemme, se tu sapessi, almeno oggi, quello che occorre alla tua pace! Ma non riesci a vederlo. Ecco, Gerusalemme, per te verrà un tempo nel quale i tuoi nemici ti circonderanno di trincee. Ti assedieranno e premeranno su di te da ogni parte. Distruggeranno te e i tuoi abitanti e sarai rasa al suolo, poiché tu non hai saputo riconoscere il tempo nel quale Dio è venuto a salvarti » (Lc. 19, 41-44)
Gesù, sentendosi non accolto dagli uomini, per i quali stava donando l’intera vita, non ha parole di vendetta. Lui è l’Amore del Padre misericordioso, che ha cercato di fare breccia nel nostro cuore.
In fondo siamo noi uomini a essere i diretti destinatari di questo incredibile amore, che può davvero ridare senso e valore alla nostra vita, troppe volte chiusa al bene.
Visitando quel luogo; il ‘Dominus flevit’, come Gesù, osservando l’atteggiamento del mondo nei Suoi confronti, viene davvero da piangere.
Quanto siamo stolti, noi uomini, che voltiamo le spalle a Chi ci ama, per abbandonarci a chi fa di tutto per sradicare da noi ogni seme di bene e di gioia!
Meraviglioso amore di Dio, che non punisce chi gli volta le spalle, ma sa spingere il suo amore fino a versare prima le lacrime e poi il suo sangue, per far breccia nel cuore degli uomini!
Ma poteva e può Dio amarci di più?
Pare quasi incredibile che Dio ci ami tanto, da versare lacrime nel vedersi non capito, non accolto o respinto! E questo perché Lui sa bene che l’uomo può conoscere la vera pace e gioia, il vero senso della vita, solo se sa accogliere il Suo Amore.
Credere di poter trovare felicità altrove, voltandogli le spalle, è andare incontro ad una tragica realtà, che si esprime in quel gemito inenarrabile: ‘Gerusalemme (e siamo noi!) se tu sapessi, almeno oggi quello che occorre alla tua pace! Ma tu non riesci a vederlo. Ecco, verrà il giorno in cui i tuoi nemici ti circonderanno….e sarai rasa al suolo, perché non hai saputo riconoscere il tempo in cui Dio è venuto a salvarti ».
Abbiamo forse tante volte pensato ad un Dio indifferente alla nostra vita, lontano da noi….non abbiamo tenuto conto che Lui invece ci ama ‘da morire di amore’!
E come a ricordarci tanto Amore, che si fa Dolore e Lacrime, oggi la Chiesa ci presenta il racconto della passione di Gesù, secondo Luca. Quanti di noi ‘vivono di Gesù’, come affermava l’apostolo Paolo, fanno della lettura della Passione, il centro della ‘loro passione’.
E chi non avrebbe voluto raccogliere quelle lacrime di Gesù, lacrime di amore che hanno un valore davvero immenso, per farle proprie, ed essergli così di conforto?
Chi non vorrebbe essere come lavato da quelle lacrime, sicuro di ritrovare la bellezza della vita?
Pensando alle lacrime di Gesù, pare di vedere l’oceano di lacrime della nostra umanità.
Chi non ha conosciuto le lacrime per essersi visto respinto nell’amore?
Quanti uomini, donne, giovani, che avevano trovato il bello della propria vita nel sentirsi amati e nel poter amare, nel vedersi rifiutati, per seguire altri, hanno davvero versato fiumi di lacrime!
Quante mamme, quanti papà hanno pianto di nascosto nel vedere i figli preferire l’inganno del mondo alla loro casa!
Quante lacrime, oggi, si versano per le violenze della guerra: popoli in fuga senza domani, incapaci forse di piangere, ma solo perché ‘sono finite le lacrime’!
Questa settimana santa è proprio il tempo di meditare a fondo se, per caso, Gesù non pianga per noi, per la nostra rovina o come asciugare le lacrime di chi, per un lutto dei propri cari, per una malattia, vive piangendo.
È l’augurio che vorrei fare a tutti i miei lettori: meditiamo a lungo su quelle lacrime di Gesù, per capire non solo quanto ci voglia bene, ma anche per accorgerci se, forse, piange proprio per noi.
E, dopo esserci lasciati ‘lavare’ dalle lacrime di amore di Dio, impariamo a farci vicini a tanti, ma tanti, che piangono e cercano conforto, affetto e comprensione.
Ma impariamo anche a dire ‘Grazie al nostro Dio’, che ha un cuore così grande, che non nasconde il dolore, quando non Lo amiamo e sa piangere per ognuno di noi, per me…
Qui è il vero Volto del Padre. Qui è la vera Pasqua. Che sia così per ognuno di noi.

12345...7

PUERI CANTORES SACRE' ... |
FIER D'ÊTRE CHRETIEN EN 2010 |
Annonce des évènements à ve... |
Unblog.fr | Créer un blog | Annuaire | Signaler un abus | Vie et Bible
| Free Life
| elmuslima31