Archive pour le 25 mars, 2013

Il passaggio del Mar Rosso

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Publié dans:immagini sacre |on 25 mars, 2013 |Pas de commentaires »

«O MIA PAROLA, SALVAMI!» : PASQUA, GRIDO E ANNUNCIO

http://www.sanpaolo.org/pj-online/RUBRICHE/solo-pan/Tematico/Ungaretti/O%20mia%20parola.htm

«O MIA PAROLA, SALVAMI!»

PASQUA, GRIDO E ANNUNCIO

CHI SI SENTE MESSO IN DISCUSSIONE DALLA RESURREZIONE COME COLORO CHE SPERIMENTANO LA MORTE?

Guardandosi attorno, si domandano dove sia questa risurrezione annunciata. Dove sia la loro risurrezione, di fronte alla certezza di morire ogni giorno, nel corpo e nello spirito, e al non vedere altro che questo. Panorami di guerra, di conflitti armati, di lotta interiore. Allora avvertiamo la verità di queste parole: «Gli anni della vita sono settanta, ottanta per i più robusti, ma sono quasi tutti fatica, dolore. Passano presto e noi scompariamo» (Salmo 90).
L’angoscia, l’angoscia d’esserci e basta, cammina con l’uomo. Giunti dallo scorso secolo con sogni di progresso e fame di serenità abbiamo raccolto sconcertanti esiti da tante promettenti premesse. Nella preistoria  il primo incontro tra tribù era lo scontro. Millenni dopo anche il villaggio globale è sorto dalle guerre mondiali. Come doglie del nuovo mondo si canta: «Salvami, salvati/ salvaci, salviamoci!». È legittimo temere questo futuro aggressivo, quasi fosse regolato dal caso:

Abbiate o non abbiate timore:
versate l’obolo nella borsa sonante e date
una buona parola all’uomo cieco,
che l’Orsa trattenga al guinzaglio.
E insaporite bene gli agnelli.
Potrebbe, quest’Orsa, strappare i lacci,
non più minacciare ma dare
la caccia a tutte le pigne cadute
dagli abeti, i grandi abeti alati
precipitati dal paradiso.

Così Ingeborg Bachmann nell’«Invocazione all’Orsa Maggiore» (1956) che vide l’ingresso delle truppe hitleriane in Austria ma soprattutto visse l’ennesima ricostruzione di un’Europa più che mai desolata. Costruire con fatica, distruggere in un lampo, riedificare nuovamente: «qualunque cosa accada, il devastato mondo/ ripiomba nel crepuscolo» (Mio uccello). Penso al processo di pace in Medio Oriente. Parole e fatti sono in tensione costante tra sfiduciata promessa e indecisa finzione, invocando una parola definitiva.

Parola, sii nostra,
libera, chiara, bella.
Certo dovrà avere fine
ogni cautela.

«O mia parola, salvami!» conclude la Bachmann (Dialogo ed epilogo), anelando alla parola purificata da diffidenza ed allusioni. È questo ciclo mai concluso che consuma le vite ed esaspera gli ideali più saldi. Servirà rialzarti anche stavolta? e andare incontro al nuovo giorno? senza lasciarti sopraffare dalla disillusione? Esistere, resistere: un altro grido diffuso.
L’annuncio pasquale, forse, ha qualcosa da dirci. Qualcosa che superi le iniezioni analgesiche ed i rinvii alienanti. Perché se non possiamo amare questa, di vita, se già ci pesa, che importerebbe averne un’altra? È questa vita che reclama minuto per minuto di essere colmata, placata, guarita. Che reclama una fine, sì, perché così non può andare avanti, ma una conclusione diversa dalle fini insoddisfacenti che già conosciamo.
Pasqua nei conflitti, dunque. Giuseppe Ungaretti, soldato già durante il primo scontro mondiale, visse tutta la tragedia degli anni 1943-44 con la sua personale sensibilità. Ne nacque la breve raccolta «Roma occupata», tra cui spicca il componimento tripartito «Mio fiume anche tu», intenso anche se di non facile lettura.
1.
Mio fiume anche tu, Tevere fatale,
Ora che notte già turbata scorre;
Ora che persistente
E come a stento erotto dalla pietra
Un gemito d’agnelli si propaga
Smarrito per le strade esterrefatte;
Che di male l’attesa senza requie,
Il peggiore dei mali,
Che l’attesa di male imprevedibile
Intralcia animo e passi;
Che singhiozzi infiniti, a lungo rantoli
Agghiacciano le case tane incerte;
Ora che scorre notte già straziata,
Che ogni attimo spariscono di schianto
O temono l’offesa tanti segni
Giunti, quasi divine forme, a splendere
Per ascensione di millenni umani;
Ora che già sconvolta scorre notte,
E quanto un uomo può patire imparo;
Ora ora, mentre schiavo
Il mondo d’abissale pena soffoca;
Ora che insopportabile il tormento
Si sfrena tra i fratelli in ira a morte;
Ora che osano dire
Le mie blasfeme labbra:
“Cristo, pensoso palpito,
Perché la Tua bontà
S’è tanto allontanata?”

Nel 1916 Ungaretti aveva scritto un’altra poesia, «I fiumi», nella quale comprendeva se stesso attraverso i fiumi incontrati nel suo pellegrinaggio: dall’Egitto, alla Francia, all’Italia. Con il Tevere «fatale» di Roma in guerra Ungaretti aggiunge un nuovo tassello della sua identità matura. Il Tevere diventa simbolo del dolore che avanza nella «notte» e colpisce gli innocenti, simboleggiati nel «gemito d’agnelli [...] singhiozzi infiniti, a lungo rantoli». Ciò che reca più sofferenza del male stesso è «di male l’attesa senza requie [...] l’attesa di male imprevedibile». L’angoscia rende il gemito «smarrito», rende insicuro ogni rifugio e trasforma le case in «tane incerte».

Nel riconoscere questa situazione come “suo fiume”, Ungaretti ammette che il dolore è parte inseparabile della sua persona. Ma a cosa porta tutto questo? Solo a imparare «quanto un uomo può patire», coscienza di solitudine che porta alla ribellione: «Perché la Tua bontà/ s’è tanto allontanata?». Non basta riappropriarsi psicologicamente del dolore per dargli un senso. Non basta prendere atto dell’evidenza che ci fa impotenti. Non basta, se il dolore continua a generare solo altro dolore.
2.
Ora che pecorelle cogli agnelli
Si sbandano stupite e, per le strade
Che già furono urbane, si desolano;
Ora che prova un popolo
Dopo gli strappi dell’emigrazione,
La stolta iniquità
Delle deportazioni;
Ora che nelle fosse
Con fantasia ritorta
E mani spudorate
Dalle fattezze umane l’uomo lacera
L’immagine divina
E pietà in grido si contrae di pietra;
Ora che l’innocenza
Reclama almeno un eco,
E geme anche nel cuore più indurito;
Ora che sono vani gli altri gridi;
Vedo ora chiaro nella notte triste.
Vedo ora nella notte triste, imparo,
So che l’inferno s’apre sulla terra
Su misura di quanto
L’uomo si sottrae, folle,
Alla purezza della Tua passione.

Solo ora, dopo quarantasei versi senza un punto fermo, possiamo prendere fiato approdando al verso principale: «Vedo ora chiaro nella notte triste». Cosa vede il poeta nella notte della sofferenza? Comprende che eventi infernali come le deportazioni e le fosse comuni avvengono quando l’uomo si sottrae «alla purezza della Tua passione». Il dolore insegna ad Ungaretti che esistono due modi di vivere la sofferenza. E riconosce il male quando l’uomo soffre da solo, separando il suo dolore da quello di Dio. Dio soffre? una passione, una sofferenza pura? Cosa mai avrà di diverso dal nostro il dolore di Cristo, uomo anche lui?
3.
Fa piaga nel Tuo cuore
La somma del dolore
Che va spargendo sulla terra l’uomo;
Il Tuo cuore è la sede appassionata
Dell’amore non vano.
Cristo, pensoso palpito,
Astro incarnato nell’umane tenebre,
Fratello che t’immoli
Perennemente per riedificare
Umanamente l’uomo,
Santo, Santo che soffri,
Maestro e fratello e Dio che ci sai deboli,
Santo, Santo che soffri
Per liberare dalla morte i morti
E sorreggere noi infelici vivi,
D’un pianto solo mio non piango più,
Ecco, Ti chiamo, Santo,
Santo, Santo che soffri.

Una strofa non consolatoria, ma pienamente pasquale. Mostra un altro modo di vivere la sofferenza. Quale? È l’invocazione a Colui che raccoglie ogni dolore non per affliggerci coi ricatti della colpa, ma per condurci nella «sede appassionata/ dell’amore non vano». Guardando questo cuore ognuno di noi può ritrovare ciò che è, ma che la sofferenza gli ha fatto dimenticare. Possiamo trovarci in circostanze che stravolgono tutte le nostre certezze, ma nell’«amore non vano» di Cristo è fissato il senso della nostra esistenza. Tu sei fatto per amare. Nonostante tutto. Se anche «mani spudorate/ dalle fattezze umane lacera l’uomo/ l’immagine divina», Gesù offre se stesso «perennemente per riedificare/ umanamente l’uomo».
«Ecco, Ti chiamo, Santo». Chiamare è parola che salva. L’invocazione apre il guscio del dolore perché vuole guardare oltre la propria situazione presente, dirige lo sguardo altrove, solleva gli occhi incatenati a sé stessi. Ma nel chiamare sincero mi riconosco preceduto da uno che soffriva per me, e con me, prima ancora che io lo chiamassi. Sento che Qualcuno mi sta gratuitamente accanto e capisce ciò che provo, perché ci è già passato. Che ci è passato perché io, oggi, non ci dovessi passare da solo.
Così avviene Pasqua, il Passaggio dentro il conflitto, perché «d’un pianto solo mio non piago più». Non cessa il pianto, ma cessa l’angoscia del male imprevedibile. Cessa la paura di soffrire da soli. Cessa il dubbio che amare sia un vano sprecarsi. Allora può cessare anche il pianto e rinascere la fiducia, come nelle parole del salmista che porta l’inquietudine  al cospetto di Dio[1]. Anche il re Davide, come Ungaretti, era soldato e poeta: «Davanti a te sfogo la mia angoscia!» (Salmo 142). Il dolore viene redento. Assume un senso, pure non esplicito, nell’uscita dalla solitudine.
«O mia parola, salvami!». “Mia” parola, sì, che io dico, ma in cui scopro d’essere aspettato. Cercavo, ma riconosco che quanto cerco mi era già offerto. Precedeva la mia attesa, e devo solo aprirmi mani e cuore per accoglierlo. Assisto al compimento dell’invocazione: sapersi amati ed accolti, assolutamente, già qui, oggi. «Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla [...] Se dovessi camminare per valle oscura non ho nulla da temere, perché tu sei con me» (Salmo 23). Dove, meglio della Pasqua, udiamo questa buona notizia? Attendevo ed ero, invece, atteso. Qualcun altro pazientava, spazientiva con l’orecchio teso verso noi.

Paolo Pegoraro

Publié dans:Tempo liturgico: Pasqua |on 25 mars, 2013 |Pas de commentaires »

Omelia del cardinale Scola nella Domenica delle Palme : « L’elevazione sulla croce è inseparabile dalla esaltazione nella gloria della resurrezione »

http://www.zenit.org/it/articles/l-elevazione-sulla-croce-e-inseparabile-dalla-esaltazione-nella-gloria-della-resurrezione

« L’elevazione sulla croce è inseparabile dalla esaltazione nella gloria della resurrezione »

Omelia del cardinale Scola nella Domenica delle Palme

(a Milano rito Ambrosiano, le letture non corrispondono)

Milano, 24 Marzo 2013 (Zenit.org) |

Riportiamo di seguito l’omelia tenuta oggi nel Duomo dal cardinale arcivescovo di Milano, Angelo Scola, nella solenne celebrazione della Domenica delle Palme.

***
1. «Così dice il Signore Dio: “Esulta grandemente, figlia di Sion, giubila, figlia di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino, un puledro figlio d’asina”» (Zc 9,9). Molti erano i pellegrini radunati a Gerusalemme in occasione della festa della Pasqua ebraica. Saputo che vi stava giungendo anche Gesù, gli corsero incontro accogliendolo come re e messia. Il Vangelo narra l’episodio in modo asciutto ma vivido.
Anche noi, radunati da varie nazioni, abbiamo appena rivissuto questo gesto. Ringrazio con molto calore la comunità filippina che ha voluto essere presente così numerosa. La partecipazione alla liturgia di persone di diverse civiltà e culture che ormai abitano la nostra città è un segno assai prezioso della missione di Milano che Benedetto XVI ci ha assegnato nella recente Visita ad limina: «La Lombardia è chiamata ad essere il cuore credente dell’Europa».
Torniamo ora alla folla acclamante di Gerusalemme. Essa guarda a Gesù come ad un re-guerriero, ad un messia nazionalista che avrebbe liberato Israele dal dominatore romano. Invece Gesù, con il gesto di cavalcare un asinello (il cavallo era la cavalcatura regale in tempo di guerra, l’asino invece in tempo di pace) sconvolge questa loro immagine. Il Suo regno sarà di altra natura.
Come sarà? Per capirlo il Prefazio ci offre un prezioso suggerimento. «Tu hai mandato in questo mondo Gesù, tuo Figlio, a salvarci perché, abbassandosi fino a noi e condividendo il dolore umano, risollevasse fino a te la nostra vita». Non si comprende a fondo l’ingresso trionfale di Gesù in Gerusalemme se non si tiene presente la Sua passione ormai imminente.
2. Oggi inizia la Settimana Santa(o autentica), cioè eminente, la fonte ed il vertice dell’intero anno liturgico. E noi sappiamo che la liturgia rende attuali, cioè presenti, i fatti della storia della salvezza. La celebrazione sacramentale li offre qui ed ora alla nostra libertà. L’Epistola – il celebre inno cristologico, probabilmente in uso nelle comunità dell’Asia, che Paolo inserisce nella Lettera ai Colossesi – spiega il significato del trionfo di Cristo di cui l’ingresso osannato in Gerusalemme è un anticipo. L’inno parla del «primato di Cristo su tutte le cose» (cfr Col 1,17).
In cosa consiste questo primato? Perché Gesù è più importante di tutto? Perché, in Lui sussistono tutte le cose, create in Lui ed in vista di Lui. Anzitutto ogni uomo e ogni donna. Ognuno di noi. La nostra consistenza, la consistenza della realtà è Gesù stesso. La conferma di questo è la Sua risurrezione dai morti. Egli è il primo perché riconcilia in Sé tutto. Dice l’Inno: «È piaciuto infatti a Dio che abiti in lui tutta la pienezza e che per mezzo di lui e in vista di lui siano riconciliate tutte le cose, avendo pacificato con il sangue della sua croce sia le cose che stanno sulla terra, sia quelle che stanno nei cieli» (Col 1,19-20). Gesù il Messia, autore della pace dei cuori e dei popoli, ci riconcilia perché è la misericordia personificata. Perciò speriamo che Egli ci usi presto la Sua misericordia (cfr 2Mac 2,18): «Il Signore mai si stanca di perdonare: mai! Siamo noi che ci stanchiamo di chiedergli perdono». Questo ci ha richiamato Papa Francesco (Omelia domenica V di Quaresima, 17.03.13). Se Lui ci riscatta, peccatori pentiti, se si rallegra più per un peccatore pentito che per novantanove giusti a cui pentirsi non serve (cfr Lc 15,17), allora accostiamoci, con un atto semplice di libertà, al Sacramento della Riconciliazione per toccare con mano la Pasqua di Gesù speranza nostra!
3. Torniamo ancora una volta, brevemente, all’Inno dell’Epistola per comprendere bene, come ci ha insegnato il Prefazio, il senso dell’Osanna del popolo di Gerusalemme. Dice: Gesù «ci ha pacificato con il sangue della sua croce». Abbiamo il coraggio di prendere sul serio questa affermazione contemplando il Crocifisso, prendendolo fisicamente in mano? O anche noi come la folla quel giorno, ci accontentiamo dell’immagine di un Messia mondano, un Messia onnipotente che eviti e ci eviti di passare per la cruna dell’ago del Golgota? Eppure l’esperienza di ogni uomo e di ogni donna insegna che, nella vita, gioia e dolore sono intrecciati in modo indisgiungibile. Come scrive Paul Claudel: chi conosce la vita «… sa che gioia e dolore in parti uguali la compongono» (L’annuncio a Maria). La fede illumina questa universale esperienza umana, mostrandoci come nel Signore Gesù, la croce è un passaggio obbligato, non però verso il nulla, ma verso la resurrezione. In Lui l’elevazione sulla croce è inseparabile dalla esaltazione nella gloria della resurrezione. Così è anche per noi poveri uomini. Ma proprio qui sta la nostra dignità di uomini consapevoli della loro natura e del loro destino, cioè liberi. I suoi discepoli lo capiranno solo dopo la discesa dello Spirito Santo, quando alla Chiesa (quindi a noi) fu chiaramente rivelato il pieno significato della vita e delle parole di Gesù. Sul momento non compresero: «I suoi discepoli… quando Gesù fu glorificato, si ricordarono che di lui erano state scritte queste cose» (Vangelo, Gv 12,16).
L’episodio dell’ingresso di Gesù in Gerusalemme, proprio perché assunto nel suo pieno valore che comprende la croce in vista della risurrezione, ci dice che per tutte le donne e tutti gli uomini c’è speranza. In modo particolare per quanti sono nella prova fisica o morale. Con le opere di misericordia corporali e spirituali teniamo nel cuore in questa Settimana Santa i malati, i moribondi, i carcerati, gli immigrati, gli smarriti – soprattutto se giovani –, i poveri e gli emarginati di ogni sorta. Cerchiamo di essere con loro ospitali. Possano sentire attraverso di noi l’eco del Dio misericordioso che riconcilia e dà speranza.
4. Un’ultima parola sulla Lettura. «L’arco di guerra sarà spezzato, annuncerà la pace» (Lettura, Zc 9,10). La profezia di Zaccaria si realizza pienamente nel Signore Gesù.
La pace, frutto eminente della morte e resurrezione del nostro amato Salvatore, diventa possibile per ogni persona, per ogni famiglia, per ogni paese, per ogni popolo, per tutto il mondo se accettiamo di metterci, con umiltà, sulla strada che Lui ha percorso.
E qui la nostra supplica al Signore della pace non può non avere nel cuore le tragiche situazioni di guerre e di violenza che insanguinano il mondo. In particolare vogliamo partecipare al dolore dei cristiani martirizzati mentre partecipavano alla Santa Messa. Quale sfida alla nostra partecipazione spesso abitudinaria!
Diventeremo operatori di pace solo immedesimandoci con Lui, l’autentico operatore di pace. Come? «A noi che innalziamo ulivi e palme nel giorno del trionfo di Cristo, dona di portare frutti di opere giuste in perenne comunione con lui» (Orazione a conclusione della liturgia della Parola).
Inoltriamoci nella settimana “autentica”, la settimana più importante dell’anno, con la fede di Maria, Madre dolorosa e Madre gloriosa. Amen.

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