Archive pour le 8 mars, 2013

Chagall: « Giosuè davanti all’angelo con la spada »

Chagall:

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PAPA BENEDETTO XVI – VESPRI A CONCLUSIONE DELLA SETTIMANA DI PREGHIERA

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/homilies/2012/documents/hf_ben-xvi_hom_20120125_week-prayer_it.html

(propongo questo Omelia sulla « Resurrezione dai morti », ho messo in maiuscolo il tema proposto dal Papa – Emerito Benedetto XVI – in seguito ad un commento sul questo tema rivoltomi sul mio Blog : la pagina di San Paolo)

CELEBRAZIONE DEI VESPRI A CONCLUSIONE  DELLA SETTIMANA DI PREGHIERA
PER L’UNITÀ DEI CRISTIANI

OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

Festa della Conversione di San Paolo Apostolo
Basilica di San Paolo fuori le Mura
Mercoledì, 25 gennaio 2012

Cari fratelli e sorelle!
È con grande gioia che rivolgo il mio caloroso saluto a tutti voi che vi siete radunati in questa Basilica nella Festa liturgica della Conversione di San Paolo, per concludere la Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani, in quest’anno nel quale celebreremo il cinquantesimo anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II, che il beato Giovanni XXIII annunciò proprio in questa Basilica il 25 gennaio 1959. Il tema offerto alla nostra meditazione nella Settimana di preghiera che oggi concludiamo, è: “TUTTI SAREMO TRASFORMATI DALLA VITTORIA DI GESÙ CRISTO NOSTRO SIGNORE” (CFR 1 COR 15,51-58).
Il significato di questa misteriosa trasformazione, di cui ci parla la seconda lettura breve di questa sera, è mirabilmente mostrato nella vicenda personale di san Paolo. In seguito all’evento straordinario accaduto lungo la via di Damasco, Saulo, che si distingueva per lo zelo con cui perseguitava la Chiesa nascente, fu trasformato in un infaticabile apostolo del Vangelo di Gesù Cristo. Nella vicenda di questo straordinario evangelizzatore appare chiaro che tale trasformazione non è il risultato di una lunga riflessione interiore e nemmeno il frutto di uno sforzo personale. Essa è innanzitutto opera della grazia di Dio che ha agito secondo le sue imperscrutabili vie. È per questo che Paolo, scrivendo alla comunità di Corinto alcuni anni dopo la sua conversione, afferma, come abbiamo ascoltato nel primo brano di questi Vespri: “Per grazia di Dio … sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata vana” (1 Cor 15,10). Inoltre, considerando con attenzione la vicenda di san Paolo, si comprende come la trasformazione che egli ha sperimentato nella sua esistenza non si limita al piano etico – come conversione dalla immoralità alla moralità –, né al piano intellettuale – come cambiamento del proprio modo di comprendere la realtà –, ma si tratta piuttosto di un radicale rinnovamento del proprio essere, simile per molti aspetti ad una rinascita. Una tale trasformazione trova il suo fondamento nella partecipazione al mistero della Morte e Risurrezione di Gesù Cristo, e si delinea come un graduale cammino di conformazione a Lui. Alla luce di questa consapevolezza, san Paolo, quando in seguito sarà chiamato a difendere la legittimità della sua vocazione apostolica e del Vangelo da lui annunziato, dirà: “Non vivo più io, ma Cristo vive in me. E questa vita, che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me” (Gal 2,20).
L’esperienza personale vissuta da san Paolo gli permette di attendere con fondata speranza il compimento di questo mistero di trasformazione, che riguarderà tutti coloro che hanno creduto in Gesù Cristo ed anche tutta l’umanità ed il creato intero. Nella seconda lettura breve che è stata proclamata questa sera, san Paolo, dopo avere sviluppato una lunga argomentazione destinata a rafforzare nei fedeli la speranza della risurrezione, utilizzando le immagini tradizionali della letteratura apocalittica a lui contemporanea, descrive in poche righe il grande giorno del giudizio finale, in cui si compie il destino dell’umanità: “In un istante, in un batter d’occhio, al suono dell’ultima tromba … i morti risorgeranno incorruttibili e noi saremo trasformati” (1 Cor 15,52). In quel giorno, tutti i credenti saranno resi conformi a Cristo e tutto ciò che è corruttibile sarà trasformato dalla sua gloria: “È necessario infatti – dice san Paolo – che questo corpo corruttibile si vesta di incorruttibilità e questo corpo mortale si vesta di immortalità” (v. 15,53). Allora il trionfo di Cristo sarà finalmente completo, perché, ci dice ancora san Paolo mostrando come le antiche profezie delle Scritture si realizzano, la morte sarà vinta definitivamente e, con essa, il peccato che l’ha fatta entrare nel mondo e la Legge che fissa il peccato senza dare la forza di vincerlo: “La morte è stata inghiottita nella vittoria. / Dov’è, o morte, la tua vittoria? / Dov’è, o morte, il tuo pungiglione? / Il pungiglione della morte è il peccato e la forza del peccato è la Legge” (vv. 54-56). San Paolo ci dice, dunque, che ogni uomo, mediante il battesimo nella morte e risurrezione di Cristo, partecipa alla vittoria di Colui che per primo ha sconfitto la morte, cominciando un cammino di trasformazione che si manifesta sin da ora in una novità di vita e che raggiungerà la sua pienezza alla fine dei tempi.
È molto significativo che il brano si concluda con un ringraziamento: “Siano rese grazie a Dio, che ci dà la vittoria per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo!” (v. 57). Il canto di vittoria sulla morte si tramuta in canto di gratitudine innalzato al Vincitore. Anche noi questa sera, celebrando le lodi serali di Dio, vogliamo unire le nostre voci, le nostre menti e i nostri cuori a questo inno di ringraziamento per ciò che la grazia divina ha operato nell’Apostolo delle genti e per il mirabile disegno salvifico che Dio Padre compie in noi per mezzo del Signore Gesù Cristo. Mentre eleviamo la nostra preghiera, siamo fiduciosi di essere trasformati anche noi e conformati ad immagine di Cristo. Questo è particolarmente vero nella preghiera per l’unità dei cristiani. Quando infatti imploriamo il dono dell’unità dei discepoli di Cristo, facciamo nostro il desiderio espresso da Gesù Cristo alla vigilia della sua passione e morte nella preghiera rivolta al Padre: “perché tutti siano una cosa sola” (Gv 17,21). Per questo motivo, la preghiera per l’unità dei cristiani non è altro che partecipazione alla realizzazione del progetto divino per la Chiesa, e l’impegno operoso per il ristabilimento dell’unità è un dovere e una grande responsabilità per tutti.

Pur sperimentando ai nostri giorni la situazione dolorosa della divisione, noi cristiani possiamo e dobbiamo guardare al futuro con speranza, in quanto la vittoria di Cristo significa il superamento di tutto ciò che ci trattiene dal condividere la pienezza di vita con Lui e con gli altri. La risurrezione di Gesù Cristo conferma che la bontà di Dio vince il male, l’amore supera la morte. Egli ci accompagna nella lotta contro la forza distruttiva del peccato che danneggia l’umanità e l’intera creazione di Dio. La presenza di Cristo risorto chiama tutti noi cristiani ad agire insieme nella causa del bene. Uniti in Cristo, siamo chiamati a condividere la sua missione, che è quella di portare la speranza là dove dominano l’ingiustizia, l’odio e la disperazione. Le nostre divisioni rendono meno luminosa la nostra testimonianza a Cristo. Il traguardo della piena unità, che attendiamo in operosa speranza e per la quale con fiducia preghiamo, è una vittoria non secondaria, ma importante per il bene della famiglia umana.
Nella cultura oggi dominante, l’idea di vittoria è spesso associata ad un successo immediato. Nell’ottica cristiana, invece, la vittoria è un lungo e, agli occhi di noi uomini, non sempre lineare processo di trasformazione e di crescita nel bene. Essa avviene secondo i tempi di Dio, non i nostri, e richiede da noi profonda fede e paziente perseveranza. Sebbene il Regno di Dio irrompa definitivamente nella storia con la risurrezione di Gesù, esso non è ancora pienamente realizzato. La vittoria finale avverrà solo con la seconda venuta del Signore, che noi attendiamo con paziente speranza. Anche la nostra attesa per l’unità visibile della Chiesa deve essere paziente e fiduciosa. Solo in tale disposizione trovano il loro pieno significato la nostra preghiera ed il nostro impegno quotidiani per l’unità dei cristiani. L’atteggiamento di attesa paziente non significa passività o rassegnazione, ma risposta pronta e attenta ad ogni possibilità di comunione e fratellanza, che il Signore ci dona.
In questo clima spirituale, vorrei rivolgere alcuni saluti particolari, in primo luogo al Cardinale Monterisi, Arciprete di questa Basilica, all’Abate e alla Comunità dei monaci benedettini che ci ospitano. Saluto il Cardinale Koch, Presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, e tutti i collaboratori di questo Dicastero. Rivolgo i miei cordiali e fraterni saluti a Sua Eminenza il Metropolita Gennadios, rappresentante del Patriarcato ecumenico, ed al Reverendo Canonico Richardson, rappresentante personale a Roma dell’Arcivescovo di Canterbury, e a tutti i rappresentanti delle diverse Chiese e Comunità ecclesiali, qui convenuti questa sera. Inoltre, mi è particolarmente gradito salutare alcuni membri del Gruppo di lavoro composto da esponenti di diverse Chiese e Comunità ecclesiali presenti in Polonia, che hanno preparato i sussidi per la Settimana di Preghiera di quest’anno, ai quali vorrei esprimere la mia gratitudine e il mio augurio di proseguire sulla via della riconciliazione e della fruttuosa collaborazione, come pure i membri del Global Christian Forum che in questi giorni sono a Roma per riflettere sull’allargamento della partecipazione al movimento ecumenico di nuovi soggetti. E saluto anche il gruppo di studenti dell’Istituto Ecumenico di Bossey del Consiglio Ecumenico delle Chiese.
All’intercessione di san Paolo desidero affidare tutti coloro che, con la loro preghiera e il loro impegno, si adoperano per la causa dell’unità dei cristiani. Anche se a volte si può avere l’impressione che la strada verso il pieno ristabilimento della comunione sia ancora molto lunga e piena di ostacoli, invito tutti a rinnovare la propria determinazione a perseguire, con coraggio e generosità, l’unità che è volontà di Dio, seguendo l’esempio di san Paolo, il quale di fronte a difficoltà di ogni tipo ha conservato sempre ferma la fiducia in Dio che porta a compimento la sua opera. Del resto, in questo cammino, non mancano i segni positivi di una ritrovata fraternità e di un condiviso senso di responsabilità di fronte alle grandi problematiche che affliggono il nostro mondo. Tutto ciò è motivo di gioia e di grande speranza e deve incoraggiarci a proseguire il nostro impegno per giungere tutti insieme al traguardo finale, sapendo che la nostra fatica non è vana nel Signore (cfr 1 Cor 15,58). Amen.

10 MARZO 2013 – 4A DOMENICA – QUARESIMA C – OMELIA DI APPROFONDIMENTO SPIRITUALE

http://www.donbosco-torino.it/ita/Domenica/03-annoC/annoC/12-13/03-Quaresima/Omelie/04-Domenica-Quaresima-C-2013_MM.html

10 MARZO 2013 – 4A DOMENICA – QUARESIMA C – OMELIA DI APPROFONDIMENTO SPIRITUALE

4a Domenica di Quaresima
Dio, grande e misericordioso, attende il ritorno del figlio perduto!
I Farisei e gli scribi mormorano di Gesù: costui riceve i peccatori e mangia con loro.
Gesù scandalizza i cosiddetti benpensanti, perché si mescola con i peccatori e i pubblicani e va a pranzo con loro.
Alla base della mormorazione dei farisei e degli scribi sta la convinzione che Dio non possa approvare un comportamento del genere.
Proprio per dimostrare che Dio non condanna il peccatore, non lo abbandona al suo destino, ma è padre buono che perdona il figlio ribelle, attende fiducioso che rientri in se stesso, lo riabbraccia e fa festa per il suo ritorno, Gesù racconta la bella parabola del figlio prodigo, o meglio, la parabola del padre misericordioso.
Il comportamento di Gesù che accoglie con benevolenza i peccatori, è quindi quello stesso di Dio, Padre celeste, che non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva.
Nella parabola, due sono i figli: ingrato e invidioso il maggiore; ingrato, ma pentito il minore.
Il figlio maggiore sembra tanto per bene, ma in realtà si rivela molto interessato, egoista, invidioso, e soprattutto dimostra di non aver capito che la più grande fortuna per lui è stata proprio quella di essere sempre rimasto in casa con il padre e di aver condiviso con lui tutti i suoi beni.
Questo figlio maggiore rappresenta certo gli scribi ed i farisei che mormorano perché Gesù accoglie i peccatori: sono gelosi ed invidiosi. Ma potrebbe rappresentare anche noi, se non sappiamo avere misericordia e compassione per coloro che sbagliano, e se non sappiamo gioire per un loro eventuale ravvedimento; ma soprattutto se non sappiamo apprezzare il dono di essere rimasti nella casa del Padre e di aver goduto della sua intimità.
Il figlio minore, il figlio prodigo, rappresenta ovviamente l’uomo peccatore, che si illude di stare meglio fuori della casa del Padre; che crede di potersi realizzare meglio lontano da Dio, e quindi gli volta le spalle; che dissipa i doni ricevuti da Dio, e si riduce nella più squallida miseria morale.
La parabola del figlio prodigo e del padre misericordioso ci aiuta a riflettere e a scoprire le realtà fondamentali per la nostra vita spirituale: che cosa sia il peccato, nel pensiero di Gesù; che cosa significhi e che cosa comporti convertirsi; e in che cosa consista la riconciliazione con Dio.
Il peccato secondo il Vangelo, e quindi nel pensiero di Gesù, è rivendicare la propria assoluta autonomia e indipendenza da Dio: dammi la parte di beni che mi spetta, dice il figlio minore; è ritenere la casa paterna troppo stretta e la presenza del padre ingombrante ed opprimente; è quindi voltare le spalle a Dio, allontanarsi da lui; in fondo è un rifiuto dell’amore del Padre.
Come conseguenza di questo atteggiamento, il peccato è un dissipare i beni ricevuti da Dio, ed alla fine è un ritrovarsi a mani vuote, un precipitare nella miseria e nell’abbrutimento morale.
Il figlio minore, dice il vangelo, raccolte le sue cose, partì per un paese lontano, e là sperperò le sue sostanze vivendo da dissoluto. Quando ebbe speso tutto…cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò… a pascolare i porci.
Allora entrò in se stesso, e disse: quanti salariati in casa di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame. Mi alzerò e andrò da mio padre e gli dirò: padre ho peccato!
Ecco in cosa consiste la conversione: nel rendersi conto della condizione di miseria e di avvilimento a cui il peccato ha condotto; nel comprendere che è stata un’illusione aver cercato la felicità lontano da Dio; nel decidersi a cambiare vita: partì e si incamminò verso suo padre.

Quando era ancora lontano, il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò.
La riconciliazione con Dio non è solo chiedere e ottenere perdono, non è solo pentirsi da parte del peccatore e un dimenticare le offese da parte di Dio, ma è molto di più. È essere accolti nelle braccia del Padre, essere reintegrati nella dignità dei figli di Dio, essere rigenerati alla vita di grazia e di amicizia con Lui, è diventare creature nuove in Cristo.
S. Paolo nella lettera ai cristiani di Corinto ci ricorda che Tutto questo però viene da Dio che ci ha riconciliati con sé mediante Cristo. A noi non rimane che aprire il cuore e accogliere il dono con grande disponibilità d’animo.
Anche a noi S. Paolo ripete Vi supplico in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio, lasciatevi raggiungere dal suo amore che perdona e risana.
In questa quaresima, come il figlio prodigo riconosciamo la nostra stoltezza nell’aver voluto tante volte allontanarci dal Signore con il peccato, e decidiamoci a ritornare sui nostri passi: Dio non attende altro che abbracciarci e farci festa.
Se, per grazia del Signore, siamo rimasti fedeli a Lui, ma non senza qualche incoerenza, cerchiamo di entrare in una comunione di vita e di amicizia con Lui sempre più profonda: decidendoci per una vita più impegnata e più santa.
Ci aiuti la Vergine Maria ad accogliere la salvezza che Gesù ci porta nella Pasqua
.
 D. Mario MORRA sdb – E-

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