Archive pour février, 2013

« L’UOMO NON NASCE DA SE STESSO, RICEVE LA VITA » – Omelia di monsignor Camisasca per la festa della Presentazione di Gesù al tempio

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« L’UOMO NON NASCE DA SE STESSO, RICEVE LA VITA »

Omelia di monsignor Camisasca per la festa della Presentazione di Gesù al tempio

REGGIO EMILIA, Sunday, 3 February 2013 (Zenit.org).
Pubblichiamo di seguito il testo dell’omelia pronunciata ieri da monsignor Massimo Camisasca, vescovo della diocesi di Reggio Emilia–Guastalla, per la festa della Presentazione di Gesù al tempio.
***

Cari fratelli e sorelle,
la Chiesa ha significativamente legato questa giornata, memoria della presentazione di Gesù al Tempio, alla vita consacrata. Saluto e ringrazio innanzitutto mons. Gianfranco Ruffini, mio vicario per la vita consacrata e i monasteri e tutti voi religiosi e religiose, soprattutto coloro che durante quest’anno festeggiano un particolare anniversario della professione religiosa.
Vorrei guardare assieme a voi ciò che caratterizza la vostra vita e, nello stesso tempo, indicare a tutti ciò che è essenziale in ogni autentica vita cristiana.
La Tradizione ecclesiale ha visto nell’obbedienza, verginità e povertà le caratteristiche principali della persona di Gesù e di ogni uomo e donna chiamati a seguirlo.
Sono i consigli evangelici, così chiamati perché nascono da un invito di Gesù: se vuoi essere perfetto… (Mt 19,21). In realtà esprimono un ideale a cui tutti sono invitati, pur nella diversità delle forme in cui si esprime la risposta dell’uomo a Dio. Sono paragonabili ad un unico raggio di luce bianca che si rifrange in tre diversi colori.
Obbedienza, povertà e verginità ci parlano innanzitutto del rapporto che Gesù aveva col Padre, ma anche con gli uomini e con le cose. Rappresentano perciò l’itinerario compiuto della vita cristiana.
L’obbedienza
L’obbedienza è il fondamento e assieme il coronamento della vita nuova. L’uomo non nasce da se stesso, riceve la vita. E rimane in vita perché lo Spirito di Dio continuamente alimenta la sua persona. Vivere è, dunque, aderire a Colui che ci crea e ci rinnova. Il rapporto col padre e con la madre è per ogni uomo e donna il segno riassuntivo di tutto questo dinamismo di crescita verso la propria statura adulta, verso la propria maturità personale.
Ogni autorità, infatti, è soltanto una funzione vicaria, necessaria ma relativa a quell’autorità che non viene mai meno, anzi cresce di importanza col crescere della nostra figliolanza, l’autorità di Dio Padre.
Gesù ha fondato tutta la propria esistenza, la propria missione, nel rapporto col Padre. Io faccio ciò che piace a Lui (Cfr. Gv 8,29). Il dialogo, vissuto giorno e notte, col Padre era l’alimento della sua vita. Egli fu obbediente ai genitori, alla gente, alla legge mosaica, perfino alle leggi civili, per custodire l’obbedienza al Padre. Cercare la volontà del Padre, entrare in essa, era il suo pane quotidiano. Egli ha insegnato a noi a fare altrettanto. Anzi, ci ha mandato il suo Spirito che in noi grida “Padre”(cfr. Rom 8,15; Gal 4,6) perché lo conosce e lo sa riconoscere.
Nello stesso tempo, è anche vero che noi impariamo dalle autorità sulla terra a riconoscere ed amare l’autorità e la paternità di Colui che è nel cielo.
Per questo, grande è la responsabilità davanti a Dio e agli uomini di ogni autorità! I superiori possono facilitare o ostacolare il cammino dei loro fratelli verso la verità e il bene, possono svelare o offuscare il volto di Dio.
In una comunità ecclesiale, in particolare, il posto dell’autorità è proprio quello del Padre. Ogni autorità nella Chiesa deve saper coniugare accoglienza, ascolto, pazienza, capacità di perdono, con l’indicazione disinteressata della verità e del bene. Deve sapere quando comandare e quando consigliare, quando correggere apertamente e quando rimandare. Non deve lasciarsi guidare nel giudizio sulle persone da nessun interesse che non sia il bene dell’altro.
Così ha vissuto Gesù con i suoi apostoli. E noi possiamo partecipare dei raggi di questa luce. Egli ha insegnato agli apostoli la sua obbedienza chiamandoli a vivere con lui. Ascoltando le sue parole, guardandolo agire, aderendo a ciò che egli chiedeva loro, sono entrati, quasi senza accorgersi, in una vita nuova di cui lo Spirito ha rivelato loro, in modo definitivo, la realtà.
Obbedire, molto prima che eseguire un comando, significa per noi addentrarsi nell’esperienza della compagnia vocazionale, in cui ha iniziato a rivelarsi il disegno buono del Padre per noi.
Verginità e maturità affettiva
La verginità è l’altro volto dell’obbedienza. Potremmo dire che è l’obbedienza al Padre vissuta nel rapporto con gli uomini e con le donne. Essa è la modalità di rapporto che Gesù viveva con ogni persona.
La verginità non rappresenta la rinuncia ad amare. Chi segue Cristo, imitando anche la forma della sua esistenza, non vive una vita diminuita, meschina, arida. All’opposto, è raggiunto dalla promessa di Gesù di avere il centuplo sulla terra, assieme alle persecuzioni (cfr. Mc 10,30). Cento volte tanto in pienezza affettiva. Eppure Gesù non si è sposato, non ha avuto figli carnali. Come stanno insieme le due cose? Certamente egli non ha disprezzato il matrimonio: ha iniziato il suo ministero pubblico durante una festa di nozze, ha fatto dell’unione tra uomo e donna un sacramento, cioè un segno efficace della alleanza tra Dio e l’umanità. Ma ha scelto lui stesso e ha chiesto a chi lo seguiva stabilmente di non avere marito o moglie. Ha presentato sé come l’unum necessarium (Lc 10,42). Amare Cristo, seguirlo, può bastare al cuore dell’uomo: in Lui troviamo un amore che non ci chiude in noi stessi ma, al contrario, ci spalanca ad amare tanti uomini e donne con lo stesso amore disinteressato con cui Gesù ama le nostre persone. L’itinerario della verginità ci conduce alla pienezza della carità, a quei beni definitivi che resteranno quando tutto ciò che è provvisorio scomparirà.
Se la verginità non può essere frutto dei nostri sforzi o propositi, allo stesso modo esige, e quasi suscita, il cambiamento del nostro modo istintivo di possedere, segnato dalla nostra condizione di peccatori.
Gesù invita a guardare l’altro con occhio purificato (Cfr. Mt 6,22), come lo guarda Dio, nel rispetto della sua vocazione.
La verginità, prima ancora che nei rapporti con i fratelli, dev’essere vissuta con noi stessi, imparando a guardarci, corpo e anima, come ci guarda Dio. Anche i legami con i genitori, i parenti, gli amici, devono essere segnati da questa conversione.
La verginità è custodita nella preghiera, con cui chiediamo a Dio l’esperienza del suo amore. Dal silenzio, che ci aiuta ad uscire dalla distrazione. Da un uso oculato e vigilante delle fonti di immagini (libri, cinema, televisione, tecnologie…), che permetta una purificazione della memoria.
Ma soprattutto sarà l’esperienza stessa della verginità a renderla desiderabile e a far sentire come leggero ogni sacrificio che essa richiederà alla nostra umanità ferita.
Tutta la nostra vita può essere definita un cammino di purificazione, di conversione dell’amore, verso la maturità affettiva. Anche se tale itinerario non sarà mai interamente compiuto sulla terra, noi, già nel tempo, possiamo sperimentare il passaggio dall’ira alla pazienza, dalla superbia all’umiltà, dal rancore al perdono, dall’invidia alla gioia per i beni degli altri. Possiamo, soprattutto, per grazia di Dio, convertire il nostro desiderio di possedere l’altro e le cose strumentalizzandole a nostro piacere, nella gratuità che sa godere in modo puro della presenza della persona amata, che sa donarsi e sacrificarsi.
La povertà è la pienezza dell’umano
La povertà nasce dalla scoperta che io appartengo ad un Altro, a Dio. Tale coscienza è fonte di un’enorme positività: sono di un Altro perché sono stato voluto e amato da lui. Sono stato suscitato all’essere dal nulla.
Se io sono opera di un Altro, tutto mi è dato da lui. Nello stesso tempo tutto è mio perché in Gesù trovo ogni bene necessario alla vita, in misura sovrabbondante. Tutto mi è dato per conoscere il Padre e colui che egli ha mandato (Cfr. Gv 17,3).
Vedere e usare di ogni cosa per raggiungere il Padre: in questo sta il segreto affascinante della povertà. Essa non è propriamente una virtù negativa, ma un atteggiamento positivo.
Nei discorsi missionari riportati da Matteo e Luca nei loro vangeli, tutto ciò è molto chiaro. La vita è definita dalla missione ed essa necessita di uomini liberi. Gesù invita i suoi che stanno partendo a non avere due tuniche, due borse, a non rimanere troppo in una casa (cfr. Lc 9,3-5; Mt 10,9-14). Li invita cioè ad avere un rapporto leggero, libero con cose e persone. Nessun uomo e nessuna cosa è disprezzata, tutto è collocato in un disegno in cui ciascuno trova il suo giusto posto. È veramente l’inizio di quei cieli nuovi e terra nuova di cui parla san Pietro (2Pt 3,13). L’inizio di un mondo veramente umano.
La povertà è la virtù che nasce dalla resurrezione di Cristo. Tutto è vostro, ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio (cfr. 1Cor 3,21-23). Soltanto chi vive nella certezza di aver ricevuto tutto da Gesù è libero di fronte alle cose. Altrimenti cercherà la propria sicurezza in ciò che ha, stringendolo sempre più a sé. Come in un naufragio, invece di affidarsi alla leggerezza delle acque, si aggrappa agli altri trascinandoli verso il fondo.
Colui che vive la povertà è luminoso. Essa deve irraggiarsi nel nostro modo di vestire, di mangiare, di arredare la casa. Dalla nostra vita deve essere abolito ogni sfarzo e ogni sciatteria. Le nostre case mostrino a noi e a chi vi entra la bellezza della semplicità, la gioia di avere solo ciò che è necessario.
Cari fratelli e sorelle, è questo il mio augurio per tutti voi. Possa la vostra vita risplendere nel mondo come segno e testimonianza della presenza di Dio in mezzo a noi.
Amen

San Paolo Apostolo

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Publié dans:immagini sacre |on 1 février, 2013 |Pas de commentaires »

OMELIA (03-02-2013): OGGI FACCIO DI TE UNA FORTEZZA

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OMELIA (03-02-2013)

MONS. ANTONIO RIBOLDI

OGGI FACCIO DI TE UNA FORTEZZA

Ci vuole un bel coraggio – mi diceva un giorno un giovane, che viaggiava con me in aereo – non solo a testimoniare la nostra fede di battezzati, ma a dichiararsi sinceramente tali. L’ambiente in cui si vive, dalla famiglia al posto di lavoro, ai vari luoghi di ritrovo, pare sopporti con disagio che qualcuno ?sia’ cristiano. Si preferisce vivere nell’anonimato o non avere alcuna fede. È triste, pensando che noi battezzati abbiamo da Cristo, proprio nel Battesimo, il dovere di evangelizzare i fratelli, a cominciare dalla nostre famiglie. Ma si preferisce tacere. Cosa fare del resto?
Ammiro lei che viaggia portando Cristo a testa alta, anzi, come l’Unico cui affidare l’esistenza, e si muove sulle orme del Maestro. Ma ci vuole coraggio. Non ha paura, non prova disagio?’.
È vero. A volte sembra che il distintivo di cristiano, la Croce, sia destinato solo ad essere esibito per le cerimonie esterne, per poi ritornare nell’anonimato in cui si vorrebbe restasse.
Come se Dio non ci fosse.
Ed è veramente incredibile che, in una società che fa pressante appello alle sue radici cristiane, si debba vivere la fede ?come un martirio’… a volte, per questo, rifiutati dalla società stessa!
Il Vangelo di oggi presenta Gesù che, nell’istante in cui proclama la Sua missione di salvezza, subito è rifiutato dai ?suoi concittadini’. Non solo, ma, preannunciando quella che sarà la Sua fine, la morte in croce sul Calvario, vede il rifiuto di coloro che vuole salvare.
« In quel tempo, Gesù prese a dire nella sinagoga: ?Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi’. Tutti gli rendevano testimonianza ed erano meravigliati dalle parole di Grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: ?Non è il figlio di Giuseppe?’. Ma egli rispose: ?Di certo voi mi citerete il proverbio: medico cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafarnao, fallo anche qui, nella nostra patria!’. Poi aggiunse: ?Nessun profeta è bene accetto in patria. Vi dico anche: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elia, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi, e ci fu una grande carestia in tutto il paese, ma a nessuna di esse fu mandato Elia, se non a una vedova in Zarepta di Sidone. C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta e Eliseo, ma nessuno di loro fu risanato se non Naaman il Siro’. All’udire queste cose, tutti nella sinagoga furono pieni di sdegno, si levarono, lo cacciarono fuori della città, e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale la loro città era situata, per gettarlo dal precipizio. Ma Gesù, passando in mezzo a loro, se ne andò ». (Lc. 4, 21-30)
Gesù capisce l’effimera ?consistenza’ della loro fede, che, sentendolo parlare, si ferma alla soglia del battimano e, quando gli si chiede quasi una esibizione inopportuna del suo fare miracoli, come fosse un ciarlatano, toglie la loro maschera di ?credenti senza fede’…
La reazione è immediata: vogliono ?metterlo a morte’.
Così avverrà alla fine della sua missione, quando dalla piazza, scordandosi dei tanti miracoli da lui compiuti e, come a vendicarsi di un ?profeta’, che sempre aveva parlato chiaro nell’annunciare il Vangelo, chiederanno che ?sia crocifisso’.
È l’epilogo non solo di un grande evento di amore per noi, ma anche la conferma che la Verità di Dio non piace a tanti uomini. Preferiscono il parlar bene, ma non la verità.
Ed è così che anche oggi tanti si spellano le mani nell’ascoltare i troppi falsi profeti del nostro tempo, che sanno come ?prenderci’ per il lato debole, la nostra ignoranza e superficialità, per proporci ?paradisi’, che tali non sono.
Quante volte ho sentito dire dagli ex terroristi: ?Sono diventato quello che sono perché ho dato retta a cattivi maestri’. E quante volte veniamo derisi perché non siamo ?alla moda’, ossia non facciamo piazza pulita dei valori della persona, che sono la nostra veste di figli di Dio, per indossare gli stracci dell’effimero, che riduce a marionette che stanno al gioco, ma sono tremendamente infelici.
Oggi davvero occorrono ?uomini e donne di fede’, che sappiano mostrare il Volto di Dio, senza paura e, senza disagi, con la semplicità dei santi, vestano l’abito della verità, costi quel che costi, rimanendo ciò che veramente siamo: figli di Dio.
Il mondo ci invita a idolatrare il benessere, il piacere ad ogni costo, il successo e il potere…non importa se questo ci chiede di calpestare la nostra meravigliosa identità di figli del Padre!
Così parla il profeta Geremia:
« Prima di formarti nel grembo materno ti conoscevo e prima che tu uscissi alla luce ti avevo consacrato. Ti ho stabilito profeta delle nazioni, tu, dunque, cingiti i fianchi, alzati e dì loro tutto ciò che ti ordinerò. Non spaventarti alla loro vista, altrimenti ti farò temere davanti a loro; ed ecco, oggi, io faccio di te come una fortezza, come un muro di bronzo contro tutto il paese, contro i re di Giuda e i suoi capi, contro i suoi sacerdoti e il popolo del paese. Ti muoveranno guerra, ma non ti vinceranno, perché Io sono con te per salvarti ». (Ger. 1, 17-19)
Leggendo queste parole e, prima ancora, quelle di Gesù a Nazareth, mi viene spontaneo chiedermi se, come vescovo, davanti all’uomo di oggi, facilmente ingannato, ho il coraggio del missionario, che non ha alcuna paura di annunciare la Verità di Dio, anche se è un contrastare le ?comode verità’ del mondo, rischiando di essere emarginato.
Ho vissuto il mio mandato sacerdotale ed episcopale in un territorio dove a volte ?gridare la verità’ poteva costare la vita. Ma ho sperimentato che davvero Dio mi ha aiutato ad essere ?un muro di bronzo’…sapendo che Lui era sempre con me e che, per la mia missione di ministro di Dio, quindi della Verità e della Misericordia, era mio dovere non avere paura e indicare, a tempo opportuno e con forza, le vie del Bene. Quante volte ho dovuto alzare la voce contro i mali della criminalità organizzata e i mali del mondo, sempre mettendo in conto la possibilità del ?martirio’.
Mi confortava la profonda amicizia che avevo con l’amato Papa Giovanni Paolo II che, sempre, incontrandomi, mi diceva con forza: ?Non avere paura, mai!’.
Come del resto era la sua missione nel mondo, ovunque. Con forza, ripeto, e carità.
Voglio ricordare – e mi confondo anche solo a narrarlo – un venerdì santo, giorno della Via Crucis in Diocesi, cui partecipavano migliaia di persone. Qualcuno del ?gruppo di fuoco della criminalità’ mi invitò a non partecipare, perché era possibile un attentato. Non diedi ascolto neppure al Commissariato e, al momento opportuno, scesi tra la gente. Per tutelarmi le forze dell’ordine vollero che stessi nel mezzo della processione, isolato, con a fianco un carabiniere e un poliziotto a difendermi. Sempre mi fecero dolce compagnia le parole del Santo Padre: ?Non abbiate paura’.
Ma mi sentivo ?poca cosa’ di fronte al grande vescovo di Shangai, Mons. Francis Xavier Ngunten Van Thuan, eletto poi Cardinale e Presidente del Pontificio Consiglio per la giustizia e la pace.
Eravamo stati invitati insieme a partecipare alla marcia della Pace a Boves, vicino a Cuneo.
Era stato in carcere, quello duro, dove è possibile solo vedere le sbarre e le guardie di custodia ed essere indottrinato ogni giorno. Portandolo in carcere, non gli avevano concesso alcunché di religioso: niente breviario, né Bibbia, nessun messale. Nudo di tutto ciò che era parte del suo ministero. Lui solo…con Dio. Così per 16 anni! Aveva chiesto di portare con sé una bottiglietta di vino ?per la salute’ ed ogni giorno conservava un pezzetto di pane. A sera, quando era solo, celebrava la S. Messa – non so come facesse senza messale -. Consacrava due gocce di vino sul palmo della mano e il pezzetto di pane. Racconti di santi martiri. Alla fine, alcune guardie, ammirandolo, chiesero di essere battezzate e partecipare a quella ?solenne’ Messa.
Quando lo incontrai aveva al collo una croce composta con legno del carcere e la catena fatta con il filo spinato. Si accorse della mia ammirazione ed amicizia e voleva a tutti i costi donarmela.
La rifiutai perché per lui era segno del martirio a lungo subito, per me solo un prezioso dono.
Di fronte a questi fratelli – ed oggi sono tanti, ovunque – che predicano il Vangelo sempre sul filo del martirio, confesso che mi assale come una grande malinconia, soprattutto se li paragono al disagio di molti nel testimoniare il Vangelo con la vita o alla paura di chi si rifugia nell’anonimato, che è come cancellare Dio dalla propria storia.
Viene da interrogarci sulla qualità della nostra fede e missione, in questo tempo assetato di Verità, in cui troppi però non trovano sorgenti di acqua viva.
E che diranno di noi, dal Cielo, coloro che hanno dato la vita per essere cristiani?
Spero tanto e prego perché tutti possiamo diventare coraggiosi e gioiosi testimoni di Cristo… anche se è necessario andare contro corrente. Solo così si può costruire una civiltà di amore e di fede, di pace e di solidarietà, a misura di Cristo.

Messaggio di Benedetto XVI per la Quaresima 2013: « Credere nella carità suscita carità »

http://www.zenit.org/article-35411?l=italian

« CREDERE NELLA CARITÀ SUSCITA CARITÀ »

Testo integrale del Messaggio di Benedetto XVI per la Quaresima 2013

CITTA’ DEL VATICANO, Friday, 1 February 2013 (Zenit.org).
Presentiamo di seguito il testo completo del Messaggio di papa Benedetto XVI per la Quaresima 2013, che è stato presentato questa mattina. Il tema è: Credere nella carità suscita carità – «Abbiamo conosciuto e creduto l’amore che Dio ha in noi» (1 Gv 4,16).
***
Cari fratelli e sorelle,
la celebrazione della Quaresima, nel contesto dell’Anno della fede, ci offre una preziosa occasione per meditare sul rapporto tra fede e carità: tra il credere in Dio, nel Dio di Gesù Cristo, e l’amore, che è frutto dell’azione dello Spirito Santo e ci guida in un cammino di dedizione verso Dio e verso gli altri.
 1. La fede come risposta all’amore di Dio.
Già nella mia prima Enciclica ho offerto qualche elemento per cogliere lo stretto legame tra queste due virtù teologali, la fede e la carità. Partendo dalla fondamentale affermazione dell’apostolo Giovanni: «Abbiamo conosciuto e creduto l’amore che Dio ha in noi» (1 Gv 4,16), ricordavo che «all’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva… Siccome Dio ci ha amati per primo (cfr 1 Gv 4,10), l’amore adesso non è più solo un « comandamento », ma è la risposta al dono dell’amore, col quale Dio ci viene incontro» (Deus caritas est, 1). La fede costituisce quella personale adesione – che include tutte le nostre facoltà – alla rivelazione dell’amore gratuito e «appassionato» che Dio ha per noi e che si manifesta pienamente in Gesù Cristo. L’incontro con Dio Amore che chiama in causa non solo il cuore, ma anche l’intelletto: «Il riconoscimento del Dio vivente è una via verso l’amore, e il sì della nostra volontà alla sua unisce intelletto, volontà e sentimento nell’atto totalizzante dell’amore. Questo però è un processo che rimane continuamente in cammino: l’amore non è mai « concluso » e completato» (ibid., 17). Da qui deriva per tutti i cristiani e, in particolare, per gli «operatori della carità», la necessità della fede, di quell’«incontro con Dio in Cristo che susciti in loro l’amore e apra il loro animo all’altro, così che per loro l’amore del prossimo non sia più un comandamento imposto per così dire dall’esterno, ma una conseguenza derivante dalla loro fede che diventa operante nell’amore» (ibid., 31a). Il cristiano è una persona conquistata dall’amore di Cristo e perciò, mosso da questo amore – «caritas Christi urget nos» (2 Cor 5,14) –, è aperto in modo profondo e concreto all’amore per il prossimo (cfr ibid., 33). Tale atteggiamento nasce anzitutto dalla coscienza di essere amati, perdonati, addirittura serviti dal Signore, che si china a lavare i piedi degli Apostoli e offre Se stesso sulla croce per attirare l’umanità nell’amore di Dio.
«La fede ci mostra il Dio che ha dato il suo Figlio per noi e suscita così in noi la vittoriosa certezza che è proprio vero: Dio è amore! … La fede, che prende coscienza dell’amore di Dio rivelatosi nel cuore trafitto di Gesù sulla croce, suscita a sua volta l’amore. Esso è la luce – in fondo l’unica – che rischiara sempre di nuovo un mondo buio e ci dà il coraggio di vivere e di agire» (ibid., 39). Tutto ciò ci fa capire come il principale atteggiamento distintivo dei cristiani sia proprio «l’amore fondato sulla fede e da essa plasmato» (ibid., 7).
 2. La carità come vita nella fede
Tutta la vita cristiana è un rispondere all’amore di Dio. La prima risposta è appunto la fede come accoglienza piena di stupore e gratitudine di un’inaudita iniziativa divina che ci precede e ci sollecita. E il «sì» della fede segna l’inizio di una luminosa storia di amicizia con il Signore, che riempie e dà senso pieno a tutta la nostra esistenza. Dio però non si accontenta che noi accogliamo il suo amore gratuito. Egli non si limita ad amarci, ma vuole attiraci a Sé, trasformarci in modo così profondo da portarci a dire con san Paolo: non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me (cfr Gal 2,20).
Quando noi lasciamo spazio all’amore di Dio, siamo resi simili a Lui, partecipi della sua stessa carità. Aprirci al suo amore significa lasciare che Egli viva in noi e ci porti ad amare con Lui, in Lui e come Lui; solo allora la nostra fede diventa veramente «operosa per mezzo della carità» (Gal 5,6) ed Egli prende dimora in noi (cfr 1 Gv 4,12).
La fede è conoscere la verità e aderirvi (cfr 1 Tm 2,4); la carità è «camminare» nella verità (cfr Ef 4,15). Con la fede si entra nell’amicizia con il Signore; con la carità si vive e si coltiva questa amicizia (cfr Gv 15,14s). La fede ci fa accogliere il comandamento del Signore e Maestro; la carità ci dona la beatitudine di metterlo in pratica (cfr Gv 13,13-17). Nella fede siamo generati come figli di Dio (cfr Gv 1,12s); la carità ci fa perseverare concretamente nella figliolanza divina portando il frutto dello Spirito Santo (cfr Gal 5,22). La fede ci fa riconoscere i doni che il Dio buono e generoso ci affida; la carità li fa fruttificare (cfr Mt 25,14-30).
 3. L’indissolubile intreccio tra fede e carità
Alla luce di quanto detto, risulta chiaro che non possiamo mai separare o, addirittura, opporre fede e carità. Queste due virtù teologali sono intimamente unite ed è fuorviante vedere tra di esse un contrasto o una «dialettica». Da un lato, infatti, è limitante l’atteggiamento di chi mette in modo così forte l’accento sulla priorità e la decisività della fede da sottovalutare e quasi disprezzare le concrete opere della carità e ridurre questa a generico umanitarismo. Dall’altro, però, è altrettanto limitante sostenere un’esagerata supremazia della carità e della sua operosità, pensando che le opere sostituiscano la fede. Per una sana vita spirituale è necessario rifuggire sia dal fideismo che dall’attivismo moralista.
L’esistenza cristiana consiste in un continuo salire il monte dell’incontro con Dio per poi ridiscendere, portando l’amore e la forza che ne derivano, in modo da servire i nostri fratelli e sorelle con lo stesso amore di Dio. Nella Sacra Scrittura vediamo come lo zelo degli Apostoli per l’annuncio del Vangelo che suscita la fede è strettamente legato alla premura caritatevole riguardo al servizio verso i poveri (cfr At 6,1-4). Nella Chiesa, contemplazione e azione, simboleggiate in certo qual modo dalle figure evangeliche delle sorelle Maria e Marta, devono coesistere e integrarsi (cfr Lc 10,38-42). La priorità spetta sempre al rapporto con Dio e la vera condivisione evangelica deve radicarsi nella fede (cfr Catechesi all’Udienza generale del 25 aprile 2012). Talvolta si tende, infatti, a circoscrivere il termine «carità» alla solidarietà o al semplice aiuto umanitario. E’ importante, invece, ricordare che massima opera di carità è proprio l’evangelizzazione, ossia il «servizio della Parola». Non v’è azione più benefica, e quindi caritatevole, verso il prossimo che spezzare il pane della Parola di Dio, renderlo partecipe della Buona Notizia del Vangelo, introdurlo nel rapporto con Dio: l’evangelizzazione è la più alta e integrale promozione della persona umana. Come scrive il Servo di Dio Papa Paolo VI nell’Enciclica Populorum progressio, è l’annuncio di Cristo il primo e principale fattore di sviluppo (cfr n. 16). E’ la verità originaria dell’amore di Dio per noi, vissuta e annunciata, che apre la nostra esistenza ad accogliere questo amore e rende possibile lo sviluppo integrale dell’umanità e di ogni uomo (cfr Enc. Caritas in veritate, 8).
In sostanza, tutto parte dall’Amore e tende all’Amore. L’amore gratuito di Dio ci è reso noto mediante l’annuncio del Vangelo. Se lo accogliamo con fede, riceviamo quel primo ed indispensabile contatto col divino capace di farci «innamorare dell’Amore», per poi dimorare e crescere in questo Amore e comunicarlo con gioia agli altri.
A proposito del rapporto tra fede e opere di carità, un’espressione della Lettera di san Paolo agli Efesini riassume forse nel modo migliore la loro correlazione: «Per grazia infatti siete salvati mediante la fede; e ciò non viene da voi, ma è dono di Dio; né viene dalle opere, perché nessuno possa vantarsene. Siamo infatti opera sua, creati in Cristo Gesù per le opere buone, che Dio ha preparato perché in esse camminassimo» (2, 8-10). Si percepisce qui che tutta l’iniziativa salvifica viene da Dio, dalla sua Grazia, dal suo perdono accolto nella fede; ma questa iniziativa, lungi dal limitare la nostra libertà e la nostra responsabilità, piuttosto le rende autentiche e le orienta verso le opere della carità. Queste non sono frutto principalmente dello sforzo umano, da cui trarre vanto, ma nascono dalla stessa fede, sgorgano dalla Grazia che Dio offre in abbondanza. Una fede senza opere è come un albero senza frutti: queste due virtù si implicano reciprocamente. La Quaresima ci invita proprio, con le tradizionali indicazioni per la vita cristiana, ad alimentare la fede attraverso un ascolto più attento e prolungato della Parola di Dio e la partecipazione ai Sacramenti, e, nello stesso tempo, a crescere nella carità, nell’amore verso Dio e verso il prossimo, anche attraverso le indicazioni concrete del digiuno, della penitenza e dell’elemosina.
4. Priorità della fede, primato della carità
Come ogni dono di Dio, fede e carità riconducono all’azione dell’unico e medesimo Spirito Santo (cfr 1 Cor 13), quello Spirito che in noi grida «Abbà! Padre» (Gal 4,6), e che ci fa dire: «Gesù è il Signore!» (1 Cor 12,3) e «Maranatha!» (1 Cor 16,22; Ap 22,20).
La fede, dono e risposta, ci fa conoscere la verità di Cristo come Amore incarnato e crocifisso, piena e perfetta adesione alla volontà del Padre e infinita misericordia divina verso il prossimo; la fede radica nel cuore e nella mente la ferma convinzione che proprio questo Amore è l’unica realtà vittoriosa sul male e sulla morte. La fede ci invita a guardare al futuro con la virtù della speranza, nell’attesa fiduciosa che la vittoria dell’amore di Cristo giunga alla sua pienezza. Da parte sua, la carità ci fa entrare nell’amore di Dio manifestato in Cristo, ci fa aderire in modo personale ed esistenziale al donarsi totale e senza riserve di Gesù al Padre e ai fratelli. Infondendo in noi la carità, lo Spirito Santo ci rende partecipi della dedizione propria di Gesù: filiale verso Dio e fraterna verso ogni uomo (cfr Rm 5,5).
Il rapporto che esiste tra queste due virtù è analogo a quello tra due Sacramenti fondamentali della Chiesa: il Battesimo e l’Eucaristia. Il Battesimo (sacramentum fidei) precede l’Eucaristia (sacramentum caritatis), ma è orientato ad essa, che costituisce la pienezza del cammino cristiano. In modo analogo, la fede precede la carità, ma si rivela genuina solo se è coronata da essa. Tutto parte dall’umile accoglienza della fede («il sapersi amati da Dio»), ma deve giungere alla verità della carità («il saper amare Dio e il prossimo»), che rimane per sempre, come compimento di tutte le virtù (cfr 1 Cor 13,13).
Carissimi fratelli e sorelle, in questo tempo di Quaresima, in cui ci prepariamo a celebrare l’evento della Croce e della Risurrezione, nel quale l’Amore di Dio ha redento il mondo e illuminato la storia, auguro a tutti voi di vivere questo tempo prezioso ravvivando la fede in Gesù Cristo, per entrare nel suo stesso circuito di amore verso il Padre e verso ogni fratello e sorella che incontriamo nella nostra vita. Per questo elevo la mia preghiera a Dio, mentre invoco su ciascuno e su ogni comunità la Benedizione del Signore!
Dal Vaticano, 15 ottobre 2012
BENEDICTUS PP. XVI

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