Archive pour février, 2013

L’EUCARISTIA E MARIA

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 di SALVATORE M. PERRELLA osm

L’EUCARISTIA E MARIA  

«Lo stesso Dio Padre che donò la manna nel deserto e ci donò il Figlio, oggi dona il Pane del cielo che dà la vita».
Il Sacramento dell’Eucaristia coinvolge, come nell’evento dell’incarnazione del Verbo, l’intera Trinità Santissima, la quale, a sua volta, chiama e abilita la Chiesa ministeriale a perpetuare nei secoli il prodigio della presenza, ora sacramentale, del Figlio dell’Altissimo nato dalla Vergine.
È la Chiesa che fa l’Eucaristia, ed è l’Eucaristia che fa la Chiesa, nel senso che entrambe sono strettamente connesse: l’Eucaristia fa la Chiesa, collegandosi in un certo parallelismo con il dono dello Spirito a Pentecoste in cui la Chiesa è venuta alla luce (cf Ecclesia de Eucharistia 5); il Sacramento della Cena fa la Chiesa poiché fu istituita da Cristo nell’ultima Cena con gli Apostoli, i quali a loro volta, per volontà dello stesso Signore, costituirono l’inizio della Chiesa (cf Ecclesia de Eucharistia 21-22).
Per cui l’Eucaristia fa ed edifica la comunità dei discepoli. Reciprocamente la Chiesa fa l’Eucaristia. Dalla Chiesa di Cristo infatti viene invocato lo Spirito per trasformare i doni del pane e del vino nel Corpo e Sangue di Cristo, presenza reale del Signore, suo sacramento di vita. Così lo Spirito Santo, come rende presente il Corpo reale sacramentale di Cristo nell’azione liturgica, opera anche alla costituzione del Corpo (mistico) di Cristo che è la Chiesa.
«Cristo consegnava alla Chiesa l’attualizzazione perenne del mistero pasquale. Con esso istituiva una misteriosa contemporaneità tra quel Triduum e lo scorrere dei secoli» (cf Ecclesia de Eucharistia 5). La Chiesa di Cristo e degli Apostoli, quindi, è ufficialmente incaricata e abilitata, attraverso il ministero ordinato, a rendere presente fino alla fine del tempo il mistero eucaristico nella sua pienezza di realizzazione.
Nell’enciclica vengono più volte menzionate le Persone divine nell’intreccio delle loro relazioni reciproche e delle loro relazioni con i credenti nell’opera della salvezza; viene nominata esplicitamente la Trinità, così che appaia ben chiaro l’intimo nesso dei misteri divini. L’Eucaristia, infatti, ha nel mistero trinitario la sua origine, il suo mezzo e il suo fine, essendo l’azione eucaristica l’atto supremo del culto cristiano celebrato dalla Chiesa (cf Ecclesia de Eucharistia 8.22.30.34.36.43.50.60).
« TOPOS »
L’Eucaristia perciò è il topos, cioè il luogo, reale e peculiare della presenza agente del Dio trinitario, che rende possibile la compresenza di altri protagonisti della Chiesa celeste e della Chiesa pellegrinante. Per cui la linea della continuità storico-sacramentale ci conduce all’identità degli agenti dell’azione eucaristica. Il modo con cui ieri si compì l’evento è lo stesso con cui viene oggi celebrato il memoriale (l’hodie liturgico!): lo stesso Dio Padre che donò la manna nel deserto e ci donò il Figlio, oggi dona il Pane del cielo che dà la vita; lo stesso identico Gesù Cristo, nella persona dei suoi ministri, presiede e celebra l’Eucaristia per noi e con noi, come ieri per e con gli Apostoli; lo stesso Spirito Santo, artefice dell’incarnazione, fuoco divino che consumò in olocausto la vittima sulla croce e fu effuso a Pentecoste sui discepoli, è nel cuore della actio liturgica e della adoratio; come scese su Maria a Nazaret, oggi lo stesso Spirito discende e si posa sui celebranti; come in Maria presso la croce, così oggi nella comunità che celebra, perché diventi offerta pura e santa; come a Pentecoste sui credenti con una profusione copiosa di doni e carismi, così oggi – con una molteplicità di grazie – sui fedeli, per farne il Corpo di Cristo, inviandoli e poi sostenendoli nella missione ad gentes.
Vi è dunque una profonda consonanza tra ciò che si compì ieri in Maria e ciò che si compie oggi in noi.

FUTURO IN DIO
Come nel Magnificat di Maria, canto grato, ricco di memoria (cf Lc 1,46-55), così nell’Eucaristia di Gesù, azione salvifica per eccellenza, anche se in modo essenzialmente diverso, è presente il richiamo a un futuro che non tramonta, per cui, anche se di diversa natura, autori e portata, entrambi declinano, uno liricamente, il cantico di Maria, e uno sacramentalmente, il gesto eucaristico di Gesù, il nostro futuro in Dio; il primo rievoca, il Magnificat, con l’affetto e la gratitudine della fede il passato misericorde ed eterno di Dio; il secondo attualizza, l’Eucaristia di Gesù, la misericordia salvifica del Padre mediante il sacrificio compiuto una volta per tutte dal suo Figlio, pro nobis. Giovanni Paolo II insiste su questo diverso ma convergente richiamo escatologico; ma è ben attento a non far minimamente balenare un’indebita e improponibile simmetria tra le due così diverse realtà storico-salvifiche, per cui è l’Eucaristia il topos, l’azione, il sacramento, la liturgia, il segno, il mezzo divino-ecclesiale che realizza la nostra salvezza.
Detto questo, è legittimo anche asserire, come fa Papa Wojtyla, che nel Magnificat è «presente la tensione escatologica dell’Eucaristia… Maria canta quei « cieli nuovi » e quella « terra nuova » che nell’Eucaristia trovano la loro anticipazione e in un certo senso il loro « disegno » programmatico» (Ecclesia de Eucharistia 58).

Salvatore M. Perrella

Publié dans:liturgia, Maria Vergine |on 7 février, 2013 |Pas de commentaires »

Jesus talks to the women of Jerusalem

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Publié dans:immagini sacre |on 6 février, 2013 |Pas de commentaires »

SALMO 142, 1-11: PREGHIERA NELLA TRIBOLAZIONE – GIOVANNI PAOLO II

http://www.donbosco-torino.it/ita/Kairos/Vita%20Spirituale/04-05/1-Salmo_142.html

SALMO 142, 1-11:

PREGHIERA NELLA TRIBOLAZIONE

GIOVANNI PAOLO II

L’OSSERVATORE ROMANO, 10-07-2003

Il Salmo 142, l’ultimo dei cosiddetti «Salmi penitenziali» nel settenario di suppliche distribuite nel Salterio (cf Sal 6; 31; 37; 50; 101; 129; 142) viene pregato alle lodi del giovedì, della IV settimana del Salterio. La tradizione cristiana ha utilizzato questo tipo di salmi per invocare dal Signore il perdono dei peccati. Il testo che vogliamo approfondire era particolarmente caro a San Paolo, che ne aveva dedotto una radicale peccaminosità in ogni creatura umana: «Nessun vivente davanti a te, (o Signore), è giusto» (v. 2). Questa frase viene assunta dall’Apostolo a base del suo insegnamento sul peccato e sulla grazia (cf Gal 2,16; Rm 3,20).
La Liturgia delle Lodi ci propone questa supplica come proposito di fedeltà e implorazione di aiuto divino agli inizi della giornata. Il Salmo infatti ci fa dire a Dio: «Al mattino fammi sentire la tua grazia, poiché in te confido» (Sal 142,8).
Dinanzi al male del mondo
Il Salmo inizia con un’intensa e insistente invocazione rivolta a Dio, fedele alle promesse di salvezza offerta al popolo (cf v. 1). L’orante riconosce di non avere meriti da far valere e quindi chiede umilmente a Dio di non atteggiarsi a giudice (cf v. 2).
Poi egli tratteggia la situazione drammatica, simile ad un incubo mortale, in cui si sta dibattendo: il nemico, che è la rappresentazione del male della storia e del mondo, lo ha condotto fino alle soglie della morte. Eccolo, infatti, caduto nella polvere della terra, che è già un’immagine del sepolcro; ecco le tenebre, che sono la negazione della luce, segno divino di vita; ecco, infine, «i morti da gran tempo», cioè i trapassati (cf v. 3), tra i quali gli sembra di essere già relegato.

SORGE UNA SPERANZA
L’esistenza stessa del Salmista è devastata: manca ormai il respiro e il cuore sembra un pezzo di ghiaccio, incapace di continuare a battere (cf v. 4). Al fedele, atterrato e calpestato, restano libere solo le mani, che si levano verso il cielo in un gesto che è, al tempo stesso, di implorazione di aiuto e di ricerca di sostegno (cf v. 6). Il pensiero infatti gli corre al passato in cui Dio ha operato prodigi (cf v. 5).
Questa scintilla di speranza riscalda il gelo della sofferenza e della prova in cui l’orante si sente immerso e in procinto di essere travolto (cf v. 7). La tensione, rimane, comunque, sempre forte; ma un raggio di luce sembra profilarsi all’orizzonte. Passiamo, così, all’altra parte del Salmo (cf vv. 7-11).

COMPIERE IL VOLERE DI DIO
Essa si apre con una nuova, pressante invocazione. Il fedele sentendo quasi sfuggirgli la vita, lancia a Dio il suo grido: «Rispondimi presto, Signore, viene meno il mio spirito» (v. 7). Anzi, egli teme che Dio abbia nascosto il suo volto e si sia allontanato, abbandonando e lasciando sola la sua creatura.
La scomparsa del volto divino fa piombare l’uomo nella desolazione, anzi, nella morte stessa, perché il Signore è la sorgente della vita. Proprio in questa sorta di frontiera estrema fiorisce la fiducia nel Dio che non abbandona. L’orante moltiplica le sue invocazioni e le appoggia con dichiarazioni di fiducia nel Signore: «Poiché in te confido… perché a te si innalza l’anima mia… a te mi affido… sei tu il mio Dio…». Egli chiede di essere salvato dai suoi nemici (cf vv. 8-12) e liberato dall’angoscia (cf v. 11), ma fa anche ripetutamente un’altra domanda, che manifesta una profonda aspirazione spirituale: «Insegnami a compiere il tuo volere, perché sei tu il mio Dio» (v. 10a; cf vv. 8b. 10b.). Questa ammirevole domanda la dobbiamo fare nostra. Dobbiamo capire che il nostro bene più grande è l’unione della nostra volontà con la volontà del nostro Padre celeste, perché soltanto così possiamo ricevere in noi tutto il suo amore, che ci porta la salvezza e la pienezza della vita. Se non è accompagnata da un forte desiderio di docilità a Dio, la fiducia in Lui non è autentica.

IN ATTESA DEL GIORNO LUMINOSO
L’orante ne è consapevole ed esprime quindi questo desiderio. La sua è allora una vera e propria professione di fiducia in Dio salvatore, che strappa dall’angoscia e ridona il gusto della vita, in nome della sua «giustizia», ossia della sua fedeltà amorosa e salvifica (cf v. 11). Partita da una situazione quanto mai angosciosa, la preghiera è approdata alla speranza, alla gioia e alla luce, grazie ad una sincera adesione a Dio e alla sua volontà, che è una volontà di amore. È questa la potenza della preghiera, generatrice di vita e di salvezza.
Fissando lo sguardo verso la luce del mattino della grazia (cf v. 8), San Gregorio Magno, nel suo commento ai sette Salmi penitenziali, così descrive quell’alba di speranza e di gioia: «È il giorno illuminato da quel sole vero che non conosce tramonto, che le nubi non rendono tenebroso e la nebbia non oscura… Quando apparirà Cristo, nostra vita, e cominceremo a vedere Dio a viso aperto, allora fuggirà ogni caligine delle tenebre, svanirà ogni fumo dell’ignoranza, sarà dissipata ogni nebbia della tentazione… Quello sarà il giorno luminoso e splendido, preparato per tutti gli eletti da Colui che ci ha strappato dal potere delle tenebre e ci ha trasferiti nel regno del suo Figlio diletto.
La mattina di quel giorno è la Risurrezione futura… In quel mattino brillerà la felicità dei giusti, apparirà la gloria, si vedrà l’esultanza, quando Dio astergerà ogni lacrima dagli occhi dei santi, quando ultima sarà distrutta la morte, quando i giusti rifulgeranno come il sole nel regno del Padre.
In quel mattino, il Signore farà sperimentare la sua misericordia… dicendo: “Venite, benedetti dal Padre mio” (Mt 25,34). Allora sarà manifesta la misericordia di Dio, che nella vita presente la mente umana non può concepire. Il Signore ha infatti preparato, per quelli che lo amano, ciò che occhio non vide né orecchio udì né mai entrò nel cuore dell’uomo» (PL 79, coll. 649-650).

Papa Benedetto: « Siamo un’unica umanità plasmata con l’unica terra di Dio »

http://www.zenit.org/it/articles/siamo-un-unica-umanita-plasmata-con-l-unica-terra-di-dio

« Siamo un’unica umanità plasmata con l’unica terra di Dio »

La catechesi del Santo Padre durante l’Udienza Generale di oggi

Citta’ del Vaticano, 06 Febbraio 2013 (Zenit.org).

Riprendiamo di seguito la catechesi tenuta oggi da papa Benedetto XVI durante la consueta Udienza Generale del mercoledì, svoltasi questa mattina nell’Aula Paolo VI.
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Cari fratelli e sorelle,

il Credo, che inizia qualificando Dio come « Padre Onnipotente », come abbiamo meditato la settimana scorsa, aggiunge poi che Egli è il « Creatore del cielo e della terra », e riprende così l’affermazione con cui inizia la Bibbia. Nel primo versetto della Sacra Scrittura, infatti, si legge: «In principio Dio creò il cielo e la terra» (Gen 1,1): è Dio l’origine di tutte le cose e nella bellezza della creazione si dispiega la sua onnipotenza di Padre che ama.
Dio si manifesta come Padre nella creazione, in quanto origine della vita, e, nel creare, mostra la sua onnipotenza. Le immagini usate dalla Sacra Scrittura al riguardo sono molto suggestive (cfr Is 40,12; 45,18; 48,13; Sal 104,2.5; 135,7;Pr 8, 27-29; Gb 38–39). Egli, come un Padre buono e potente, si prende cura di ciò che ha creato con un amore e una fedeltà che non vengono mai meno, dicono ripetutamente i salmi (cfr Sal 57,11; 108,5; 36,6). Così, la creazione diventa luogo in cui conoscere e riconoscere l’onnipotenza del Signore e la sua bontà, e diventa appello alla fede di noi credenti perché proclamiamo Dio come Creatore. «Per fede, – scrive l’autore della Lettera agli Ebrei – noi sappiamo che i mondi furono formati dalla parola di Dio, sicché dall’invisibile ha preso origine il mondo visibile» (11,3). La fede implica dunque di saper riconoscere l’invisibile individuandone la traccia nel mondo visibile. Il credente può leggere il grande libro della natura e intenderne il linguaggio (cfr Sal 19,2-5); ma è necessaria la Parola di rivelazione, che suscita la fede, perché l’uomo possa giungere alla piena consapevolezza della realtà di Dio come Creatore e Padre. È nel libro della Sacra Scrittura che l’intelligenza umana può trovare, alla luce della fede, la chiave di interpretazione per comprendere il mondo. In particolare, occupa un posto speciale il primo capitolo della Genesi, con la solenne presentazione dell’opera creatrice divina che si dispiega lungo sette giorni: in sei giorni Dio porta a compimento la creazione e il settimo giorno, il sabato, cessa da ogni attività e si riposa. Giorno della libertà per tutti, giorno della comunione con Dio. E così, con questa immagine, il libro della Genesi ci indica che il primo pensiero di Dio era trovare un amore che risponda al suo amore. Il secondo pensiero è poi creare un mondo materiale dove collocare questo amore, queste creature che in libertà gli rispondono. Tale struttura, quindi, fa sì che il testo sia scandito da alcune ripetizioni significative. Per sei volte, ad esempio, viene ripetuta la frase: «Dio vide che era cosa buona» (vv. 4.10.12.18.21.25), per concludere, la settima volta, dopo la creazione dell’uomo: «Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona» (v. 31). Tutto ciò che Dio crea è bello e buono, intriso di sapienza e di amore; l’azione creatrice di Dio porta ordine, immette armonia, dona bellezza. Nel racconto della Genesi poi emerge che il Signore crea con la sua parola: per dieci volte si legge nel testo l’espressione «Dio disse» (vv. 3.6.9.11.14.20.24.26.28.29). E’ la parola, il Logos di Dio che è l’origine della realtà del mondo e dicendo: « Dio disse », fu così, sottolinea la potenza efficace della Parola divina. Così canta il Salmista: «Dalla parola del Signore furono fatti i cieli, dal soffio della sua bocca ogni loro schiera…, perché egli parlò e tutto fu creato, comandò e tutto fu compiuto» (33,6.9). La vita sorge, il mondo esiste, perché tutto obbedisce alla Parola divina.
Ma la nostra domanda oggi è: nell’epoca della scienza e della tecnica, ha ancora senso parlare di creazione? Come dobbiamo comprendere le narrazioni della Genesi? La Bibbia non vuole essere un manuale di scienze naturali; vuole invece far comprendere la verità autentica e profonda delle cose. La verità fondamentale che i racconti della Genesi ci svelano è che il mondo non è un insieme di forze tra loro contrastanti, ma ha la sua origine e la sua stabilità nel Logos, nella Ragione eterna di Dio, che continua a sorreggere l’universo. C’è un disegno sul mondo che nasce da questa Ragione, dallo Spirito creatore. Credere che alla base di tutto ci sia questo, illumina ogni aspetto dell’esistenza e dà il coraggio di affrontare con fiducia e con speranza l’avventura della vita. Quindi, la scrittura ci dice che l’origine dell’essere, del mondo, la nostra origine non è l’irrazionale e la necessità, ma la ragione e l’amore e la libertà. Da questo l’alternativa: o priorità dell’irrazionale, della necessità, o priorità della ragione, della libertà, dell’amore. Noi crediamo in questa ultima posizione.
Ma vorrei dire una parola anche su quello che è il vertice dell’intera creazione: l’uomo e la donna, l’essere umano, l’unico « capace di conoscere e di amare il suo Creatore » (Cost. past. Gaudium et spes, 12). Il Salmista guardando i cieli si chiede: «Quando vedo i tuoi cieli, opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai fissato, che cosa è mai l’uomo perché di lui ti ricordi, il figlio dell’uomo, perché te ne curi?» (8,4-5). L’essere umano, creato con amore da Dio, è ben piccola cosa davanti all’immensità dell’universo; a volte, guardando affascinati le enormi distese del firmamento, anche noi abbiamo percepito la nostra limitatezza. L’essere umano è abitato da questo paradosso: la nostra piccolezza e la nostra caducità convivono con la grandezza di ciò che l’amore eterno di Dio ha voluto per lui.
I racconti della creazione nel Libro della Genesi ci introducono anche in questo misterioso ambito, aiutandoci a conoscere il progetto di Dio sull’uomo. Anzitutto affermano che Dio formò l’uomo con la polvere della terra (cfr Gen 2,7). Questo significa che non siamo Dio, non ci siamo fatti da soli, siamo terra; ma significa anche che veniamo dalla terra buona, per opera del Creatore buono. A questo si aggiunge un’altra realtà fondamentale: tutti gli esseri umani sono polvere, al di là delle distinzioni operate dalla cultura e dalla storia, al di là di ogni differenza sociale; siamo un’unica umanità plasmata con l’unica terra di Dio. Vi è poi un secondo elemento: l’essere umano ha origine perché Dio soffia l’alito di vita nel corpo modellato dalla terra (cfr Gen 2,7). L’essere umano è fatto a immagine e somiglianza di Dio (cfr Gen 1,26-27). Tutti allora portiamo in noi l’alito vitale di Dio e ogni vita umana – ci dice la Bibbia – sta sotto la particolare protezione di Dio. Questa è la ragione più profonda dell’inviolabilità della dignità umana contro ogni tentazione di valutare la persona secondo criteri utilitaristici e di potere. L’essere ad immagine e somiglianza di Dio indica poi che l’uomo non è chiuso in se stesso, ma ha un riferimento essenziale in Dio.
Nei primi capitoli del Libro della Genesi troviamo due immagini significative: il giardino con l’albero della conoscenza del bene e del male e il serpente (cfr 2,15-17; 3,1-5). Il giardino ci dice che la realtà in cui Dio ha posto l’essere umano non è una foresta selvaggia, ma luogo che protegge, nutre e sostiene; e l’uomo deve riconoscere il mondo non come proprietà da saccheggiare e da sfruttare, ma come dono del Creatore, segno della sua volontà salvifica, dono da coltivare e custodire, da far crescere e sviluppare nel rispetto, nell’armonia, seguendone i ritmi e la logica, secondo il disegno di Dio (cfr Gen 2,8-15). Poi, il serpente è una figura che deriva dai culti orientali della fecondità, che affascinavano Israele e costituivano una costante tentazione di abbandonare la misteriosa alleanza con Dio. Alla luce di questo, la Sacra Scrittura presenta la tentazione che subiscono Adamo ed Eva come il nocciolo della tentazione e del peccato. Che cosa dice infatti il serpente? Non nega Dio, ma insinua una domanda subdola: «È vero che Dio ha detto « Non dovete mangiare di alcun albero del giardino? »» (Gen 3,1). In questo modo il serpente suscita il sospetto che l’alleanza con Dio sia come una catena che lega, che priva della libertà e delle cose più belle e preziose della vita. La tentazione diventa quella di costruirsi da soli il mondo in cui vivere, di non accettare i limiti dell’essere creatura, i limiti del bene e del male, della moralità; la dipendenza dall’amore creatore di Dio è vista come un peso di cui liberarsi. Questo è sempre il nocciolo della tentazione. Ma quando si falsa il rapporto con Dio, con una menzogna, mettendosi al suo posto, tutti gli altri rapporti vengono alterati. Allora l’altro diventa un rivale, una minaccia: Adamo, dopo aver ceduto alla tentazione, accusa immediatamente Eva (cfr Gen 3,12); i due si nascondono dalla vista di quel Dio con cui conversavano in amicizia (cfr 3,8-10); il mondo non è più il giardino in cui vivere con armonia, ma un luogo da sfruttare e nel quale si celano insidie (cfr 3,14-19); l’invidia e l’odio verso l’altro entrano nel cuore dell’uomo: esemplare è Caino che uccide il proprio fratello Abele (cfr 4,3-9). Andando contro il suo Creatore, in realtà l’uomo va contro se stesso, rinnega la sua origine e dunque la sua verità; e il male entra nel mondo, con la sua penosa catena di dolore e di morte. E così quanto Dio aveva creato era buono, anzi, molto buono, dopo questa libera decisione dell’uomo per la menzogna contro la verità, il male entra nel mondo.
Dei racconti della creazione, vorrei evidenziare un ultimo insegnamento: il peccato genera peccato e tutti i peccati della storia sono legati tra di loro. Questo aspetto ci spinge a parlare di quello che è chiamato il « peccato originale ». Qual è il significato di questa realtà, difficile da comprendere? Vorrei dare soltanto qualche elemento. Anzitutto dobbiamo considerare che nessun uomo è chiuso in se stesso, nessuno può vivere solo di sé e per sé; noi riceviamo la vita dall’altro e non solo al momento della nascita, ma ogni giorno. L’essere umano è relazione: io sono me stesso solo nel tu e attraverso il tu, nella relazione dell’amore con il Tu di Dio e il tu degli altri. Ebbene, il peccato è turbare o distruggere la relazione con Dio, questa la sua essenza: distruggere la relazione con Dio, la relazione fondamentale, mettersi al posto di Dio. Il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma che con il primo peccato l’uomo « ha fatto la scelta di se stesso contro Dio, contro le esigenze della propria condizione creaturale e conseguentemente contro il proprio bene » (n. 398). Turbata la relazione fondamentale, sono compromessi o distrutti anche gli altri poli della relazione, il peccato rovina le relazioni, così rovina tutto, perché noi siamo relazione. Ora, se la struttura relazionale dell’umanità è turbata fin dall’inizio, ogni uomo entra in un mondo segnato da questo turbamento delle relazioni, entra in un mondo turbato dal peccato, da cui viene segnato personalmente; il peccato iniziale intacca e ferisce la natura umana (cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, 404-406). E l’uomo da solo, uno solo non può uscire da questa situazione, non può redimersi da solo; solamente il Creatore stesso può ripristinare le giuste relazioni. Solo se Colui dal quale ci siamo allontanati viene a noi e ci tende la mano con amore, le giuste relazioni possono essere riannodate. Questo avviene in Gesù Cristo, che compie esattamente il percorso inverso di quello di Adamo, come descrive l’inno nel secondo capitolo della Lettera di San Paolo ai Filippesi (2,5-11): mentre Adamo non riconosce il suo essere creatura e vuole porsi al posto di Dio, Gesù, il Figlio di Dio, è in una relazione filiale perfetta con il Padre, si abbassa, diventa il servo, percorre la via dell’amore umiliandosi fino alla morte di croce, per rimettere in ordine le relazioni con Dio. La Croce di Cristo diventa così il nuovo albero della vita.
Cari fratelli e sorelle, vivere di fede vuol dire riconoscere la grandezza di Dio e accettare la nostra piccolezza, la nostra condizione di creature lasciando che il Signore la ricolmi del suo amore e così cresca la nostra vera grandezza. Il male, con il suo carico di dolore e di sofferenza, è un mistero che viene illuminato dalla luce della fede, che ci dà la certezza di poterne essere liberati: la certezza che è bene essere un uomo.

[Dopo la catechesi, il Papa si è rivolto ai fedeli provenienti dai vari paesi salutandoli nelle diverse lingue. Ai pellegrini italiani ha detto:]
Cari amici, sono lieto di accogliere i Vescovi che prendono parte al convegno «Cristiani e Pastori per la Chiesa di domani», promosso dalla Comunità di Sant’Egidio, in coincidenza con l’anniversario della sua fondazione. Benvenuti! Auguro a voi, cari Confratelli, e a tutti i membri di questa Comunità di ravvivare la fede nel Signore e di testimoniare con rinnovato entusiasmo la carità evangelica, in particolare per i deboli e i poveri. Un caloroso saluto rivolgo anche ai Frati Minori Conventuali, che celebrano il loro duecentesimo Capitolo Generale. Cari Fratelli, testimoniate agli uomini di oggi la bellezza di seguire il Vangelo in semplicità e fraternità.
Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana, in particolare ai partecipanti al Corso di formazione umana per il sacerdozio e la vita consacrata, accompagnati dal Card. Elio Sgreccia, al Gruppo dello Studio Teologico Interdiocesano di Camaiore, con l’Arcivescovo di Pisa, Mons. Benotto e alla Pia Opera Croce Verde di Padova, nel centenario della sua attività. Grazie per tutto.
Infine, un pensiero affettuoso ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. L’odierna memoria di San Paolo Miki e dei compagni martiri giapponesi, stimoli voi, cari giovani, in particolare gli studenti dell’Istituto Francescano « Faà di Bruno » di Torino, nel 150° anniversario di fondazione, e quelli delle Scuole Regnum Christi di Roma, a spendere le vostre energie per la causa del Vangelo; aiuti voi, cari ammalati, ad accettare la croce in spirituale unione con il cuore di Cristo; e incoraggi voi, cari sposi novelli, ad avere sempre fiducia nella Provvidenza, anche nei momenti difficili della vostra vita coniugale.

The Ark of Covenant, Byzantine Apse mosaic (c 850)

The Ark of Covenant, Byzantine Apse mosaic (c 850) dans immagini sacre Ark-of-The-Covenant-Mosaic

http://www.tikkun.org/nextgen/embracing-a-eunuch-identity

Publié dans:immagini sacre |on 5 février, 2013 |Pas de commentaires »

« La pace è un divenire che Gesù fa diventare beatitudine » – Messaggio del Custode di Terra Santa per la Giornata della Pace 2013

http://www.zenit.org/it/articles/la-pace-e-un-divenire-che-gesu-fa-diventare-beatitudine

« La pace è un divenire che Gesù fa diventare beatitudine »

Messaggio del Custode di Terra Santa per la Giornata della Pace 2013

Gerusalemme, 27 Gennaio 2013 (Zenit.org).

Proponiamo di seguito il messaggio del Custode di Terra Santa, Fra Pierbattista Pizzaballa OFM, per la Giornata della Pace 2013.
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La parola “pace” attraversa tutto il Vangelo: eterna novità di vita per gli uomini di tutti i tempi, la pace ne costituisce un filo conduttore che partendo dall’annuncio della nascita di Gesù Cristo, ne svela il dono per l’umanità amata da Dio: Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama. Dono reale, concreto, frutto di una giustizia che ha la sua radice nel riconoscimento e rispetto dei diritti dell’uomo. Dice il Papa nel suo messaggio per la Giornata Mondiale per la Pace 2013: Il desiderio di pace corrisponde ad un principio morale fondamentale, ossia, al dovere-diritto di uno sviluppo integrale, sociale, comunitario, e ciò fa parte del disegno di Dio sull’uomo.
Realtà e promessa, la pace è un divenire che Gesù fa diventare beatitudine: Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Un riconoscimento “postumo” che forse ci aiuta a operare delle distinzioni fra tutto ciò che chiamiamo “pace”. (In Lc e in Mt, Beati i poveri… perché di essi è il regno dei cieli – e in Mt: beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli). Se, come dice il Papa: La beatitudine consiste nell’adempimento di una promessa rivolta a tutti coloro che si lasciano guidare dalle esigenze della verità, della giustizia e dell’amore, non si può non sottolineare che la “giustizia” della quale è figlia la pace è cosa ardua, che deve mettere in conto la fatica e la persecuzione.
Una delle più ardue difficoltà che si incontrano a parlare di Gerusalemme è la domanda di “giudizio” su una situazione che la vede capitale di un Medio Oriente che patisce violenza, anzi, che sembra avvinto, compenetrato, quasi “abituato” a vivere nella sofferenza. E qui io penso ci sia un argomento che può aiutarci a vivere questa Giornata che, ormai tradizionale, può darsi oggi una tappa importante, una “giusta” partenza per pregare per la pace. Non dobbiamo giudicare, o – ma è un imperativo – dobbiamo giudicare “con pietà”. Il che vuol dire che prima di pregare, nel nostro cuore, ci deve essere una sincera, profonda e ragionata empatia verso questa situazione di sofferenza, verso tutte le persone coinvolte, verso l’una e l’altra parte. Questo non è disconoscere la verità, ma situarci nella verità del nostro essere cristiani, del nostro trovarci – volerci trovare, a parlare con Dio presentandogli il nostro desiderio di pace. La com-passione, la misericordia, il dovere imprescindibile del perdono (per-dono: dono che si riceve, dono che si offre, dono che si deve offrire per primi in quanto cristiani), devono essere “prima” della nostra preghiera, esserne la base che la genera, che ci unisce, che la farà diventare ascoltata e fruttuosa. Da questi sentimenti, da questa profonda empatia verso Gerusalemme, deve nascere la nostra preghiera.
Allora la nostra sarà una preghiera nella verità, nella giustizia e nell’amore: perché sapremo pregare per Gerusalemme così com’è, accettandone la realtà di oggi, sapremo pregare per Gerusalemme senza pregiudizi o faziosità, senza dannosi idealismi. Sapremo amarla senza paura, senza esclusioni, senza divisioni. Pregheremo perché Dio la faccia capace di accogliere il dono della pace come balsamo sulle sue ferite, come amorevole sollecitudine verso ogni suo abitante, come compassione verso le loro sofferenze, come perdono e misericordia che la faranno capace di speranza e di futuro. Sapremo amarla col cuore sgombro da ogni giudizio, libero, forte di quell’amore che fa posto nel cuore e nella mente alla preghiera per i propri nemici, sapremo pregare per la pace a Gerusalemme pensandola prediletta dall’amore di Dio, Padre di misericordia che ci ama, oggi, così come siamo.
Pace è il saluto di Cristo, il suo rivolgersi agli apostoli negli incontri dopo la risurrezione: ed è a questo rinnovato e costante dono della pace che dobbiamo rendere omaggio oggi, facendolo scendere nelle nostre coscienze, lasciandosi educare dalle sue esigenze, lasciando che converta i nostri cuori, perché in noi e attorno a noi, nelle nostre città e a Gerusalemme, ci sia pace. 

(27 Gennaio 2013)

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Il pellegrinaggio della mente!

http://www.zenit.org/it/articles/il-pellegrinaggio-della-mente

Il pellegrinaggio della mente!

Quando la coscienza tace o si allenta, l’uomo muore

Roma, 02 Febbraio 2013 (Zenit.org).

Abramo non si fermò mai. Visse in un pellegrinaggio perenne, perché tale è la Parola del Signore. Noi siamo statici, chiusi nel nostro acquisito e soprattutto ancorati a delle certezze materiali, che sempre di più si dimostrano evanescenti e rarefatte. Viviamo in una società che di sicuro non ha nulla, perché l’uomo ha pensato di poter sovrastare il creato con la sua forza e la sua intelligenza, piegandolo ai suoi interessi, anche illegittimi. Tutto è possibile all’uomo se ascolta la voce del Signore e non turba l’armonia della vita, così come è stata concepita per il benessere degli uomini. In questi ultimi anni, tra disastri naturali e disastri economici e ambientali, praticati dell’uomo, l’umanità è diventata sempre di più incerta. Noi non conosciamo il pellegrinaggio della nostra mente verso il cielo. Ci fermiamo alle nostre illusioni e scordiamo che l’uomo senza Dio si trova sempre con il cuore duramente insoddisfatto.
Il vangelo di Luca ci insegna, però, che Dio invita tutti al suo “banchetto divino”, nessuno escluso. L’uomo, comunque, legato ai suoi beni e alle sue opere terrene non capisce l’importanza di quell’invito e si prende anche il lusso di rifiutare. “All’ora della cena, mandò il suo servo a dire agli invitati: “Venite, è pronto”. Ma tutti, uno dopo l’altro, cominciarono a scusarsi. Il primo gli disse: “Ho comprato un campo e devo andare a vederlo; ti prego di scusarmi”. Un altro disse: “Ho comprato cinque paia di buoi e vado a provarli; ti prego di scusarmi”. Un altro disse: “Mi sono appena sposato e perciò non posso venire”. Gli invitati hanno altre cose più importanti da fare. Invece che scegliere l’eternità con Dio, l’uomo preferisce pochi attimi di tempo con se stesso e con le sue cose. Questa è vera stoltezza ed insipienza. Ma il banchetto non può rimanere senza commensali e il Signore manda i servi ad invitare chiunque si trovi in mezzo la strada o nei luoghi più nascosti, perché il dono della salvezza non può essere negato ad alcuno. Siamo noi che decidiamo di farlo nostro o tenerci lontano dal  suo valore eterno. Il brano evangelico di Luca continua: “Allora il padrone di casa, adirato, disse al servo: “Esci subito per le piazze e per le vie della città e conduci qui i poveri, gli storpi, i ciechi e gli zoppi”. Il servo disse: “Signore, è stato fatto come hai ordinato, ma c’è ancora posto”. Il padrone allora disse al servo: “Esci per le strade e lungo le siepi e costringili ad entrare, perché la mia casa si riempia. Perché io vi dico: nessuno di quelli che erano stati invitati gusterà la mia cena”.
 Siamo noi cristiani che oggi dobbiamo invitare l’uomo, perché accolga l’invito ad entrare nel regno di Dio. Ma spesse volte, proprio noi, ci comportiamo, come se fossimo “menomati” nello spirito. Siamo sordi,  ciechi, zoppi, muti, pigri, addirittura dimostriamo di essere falsi apostoli e falsi missionari, quando proclamiamo che si possa entrare nella sala del convito eterno, senza neanche rispondere all’invito durante la vita terrena. Si forza la verità del Signore e si rischia, con questo tipo d’insegnamento, di notificare al mondo, che tutto il Vangelo è cosa inutile. Il pericolo c’è! La verità di Cristo, che è del Padre, non può essere mescolata con la stoltezza umana. Questa si serve di un relativismo strisciante, per mettere a tacere la propria interiorità. Quando la coscienza tace o si allenta, l’uomo muore, anche se luccica nell’oro. Rifiuta così l’invito del Signore e sconfessa la sua missione naturale, interrompendo il pellegrinaggio della mente nella Parola. Si priva della sicurezza di Dio, per governare le illusioni terrene.

Riprenda l’uomo il cammino di Abramo! Sarà tempo di una nuova primavera per tutta l’umanità.

* Egidio Chiarella, pubblicista-giornalista, collabora con il Ministero dell’Istruzione, a Roma. E’ stato docente di ruolo di Lettere presso vari istituti secondari di I e II grado a Lamezia Terme (Calabria). Dal 1999 al 2010 è stato anche Consigliere della Regione Calabria. Ha conseguito la laurea in Materie Letterarie con una tesi sulla Storia delle Tradizioni popolari presso l’Università degli Studi di Messina (Sicilia). E’ autore del romanzo La nuova primavera dei giovani.

Chi volesse contattarlo può scrivere al seguente indirizzo email: egidio.chiarella@libero.it

Publié dans:meditazioni bibliche |on 5 février, 2013 |Pas de commentaires »

HOLY MARY

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Publié dans:immagini sacre |on 4 février, 2013 |Pas de commentaires »

L’ISTORIA DEI DUE CIECHI SANATI DA NOSTRO SIGNORE – SAN CARLO BORROMEO

http://www.atma-o-jibon.org/italiano6/letture_patristiche_o.htm#«QUANDO VERRÒ E VEDRÒ IL VOLTO DI DIO?»

L’ISTORIA DEI DUE CIECHI SANATI DA NOSTRO SIGNORE

SAN CARLO BORROMEO *

Carlo Borromeo (1538-1584) resse per 24 anni, in tempi difficili di divisioni e di scismi, la diocesi di Milano. A lui si deve l’istituzione dei seminari per la formazione degli aspiranti al sacerdozio. Pastore zelantissimo e infaticabile, percorse e ripercorse la vastissima zona affidata alle sue cure, riaffermando la disciplina ecclesiastica, consolidando il senso liturgico e conservando la morale cattolica. Quando il flagello della peste invase e tormentò la Lombardia, la carità del santo fu inesauribile. Simbolo del suo ardente zelo per il bene delle anime a lui affidate, la pagina che segue manifesta la sua umiltà e il senso del concreto, che contraddistinsero la sua personalità e il suo ufficio pastorale.

Abbiamo un’istoria bellissima, molto accomodata al bisogno nostro: l’istoria di que’ due ciechi che furono, come recita il santo evangelo, sanati da nostro Signore, nell’uscir di Gerico per andare a Gerusalemme, vicino al tempo della sua passione. Erano poveri mendichi, che stavano per la via mendicando, e furono illuminati dal Signore: e non solo illuminati negli occhi esteriori, ma negl’interiori ancora; non solo sanati nel corpo, ma nell’anima insieme. E’ per esempio questo molto accomodato al bisogno nostro e di molto ammaestramento, che siccome siamo simili nella mendicità, così siamo nel di mandare aiuto, in chieder la luce. E uno dei primi e più efficaci mezzi coi quali abbiamo da impetrarla è conoscere il bisogno che ne abbiamo; conoscere, dico, quanto ne siamo privi, in quanta mendicità e cecità siamo involti e quanto all’anima e quanto al corpo. Tutta la vita nostra è un continuo mendicare; né vi è cosa più povera e mendica dell’uomo…
Da tutti abbiamo bisogno, in ogni cosa siamo mendichi, parlando poi anche del solo corpo. Che, quanto all’anima, oh che mendicità ed estrema povertà! Di continuo ci bisogna dimandar lume, cognizione, grazia, buona volontà, fortezza, quel che è peggio, non curiamo di questa povertà nostra, né studiamo di conoscerla; e guai a quell’anima che non conosce se stessa. E’ in cattivo stato quell’anima, in cattivo stato. E può aver maggior superbia che presumere di se stessa? che attribuire alla virtù sua le opere che fa? Chi è quella, che abbia almeno un poco di ragione, che si voglia gloriare nelle forze sue e nel giudizio suo?.. Se entrassimo bene nell’interior nostro e penetrassimo bene sino al fondo, ah quante macchie, quanti peccati occulti! come bene ci conosceremmo ciechi, poveri e mendichi!
Questa cognizione è utilissima; ed io l’ho non solo per preparazione molto degna all’orazione, ma per mezzo molto efficace per impetrare quanto in essa dimandiamo. Conviene metterci avanti al Signor Dio, scoprirgli la viltà nostra, le piaghe nostre, le miserie nostre, la cecità nostra, la povertà e mendicità nostra. I ciechi erano poveri mendichi, stavano per le vie accattando ed in questa loro mendicità ottennero la sanità. Né in ciò siamo noi da loro differenti, poiché oltre la povertà simile, stiamo in questo mondo che è una via e siamo di continuo viandanti e pellegrini fin che in esso permaniamo.
Non manca a noi la turba, che, come a quelli, ci insegni il Signore. Poiché, oltre le continue voci dei predicatori e delle Scritture sacre, tutte queste cose create sono turbe che ce lo insegnano: e campi, e fiori, e arbori, e uccelli, ed acque, e sale, e stelle, tutte ci insegnano il Signore; per tutto egli passeggia; in tutto ci si scopre l’amore, la potenza e la sapienza sua. Ma notate che quella stessa turba, che insegnò il Signore ai ciechi, la stessa dico, vietava loro che non dimandassero la sanità. Il che avviene a noi, e molte volte, quando affezionandoci troppo a queste cose, create pur per servizio nostro, le godiamo con troppo senso e ne siamo ingrati al Signor Dio, di modo tale che di quelle cose, che ci sono date per istrumenta di maggiar virtù, ce ne serviamo di maniera che ci si convertono in occasione di far male… Ma non per questo abbiamo da impaurirsi a desistere dall’opera nostra. Né per quella si ritirarono i ciechi, anzi più ingagliardivano le voci: Signore, figlio di Davide, abbi pietà di noi (ML 9, 27).

* Parole di San Carlo ai Milanesi: dai «Sermoni familiari ». Convento dei Servi in San Carlo – Milano 1965 – pp. 25-28.

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IN RELAZIONE CON L’ASSOLUTAMENTE ALTRO: ELOGIO DELLA PREGHIERA – MICHEL QUESNEL

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MICHEL QUESNEL

LA SAGGEZZA CRISTIANA ARTE DEL VIVERE

IN RELAZIONE CON L’ASSOLUTAMENTE ALTRO

ELOGIO DELLA PREGHIERA

Quando parliamo di preghiera dobbiamo cominciare con l’illustrare ciò di cui non parliamo. Perché ci sono mille ed uno modi di pregare e chi ne parla è per forza condizionato dalla forma di preghiera alla quale egli stesso tiene di più, quella che lo fa vivere e lo nutre. Ciò non implica che le altre forme non rivestano interesse per lui, che le disprezzi o che non le pratichi; soltanto, gli sono meno essenziali. Tenendo conto di questo, non parleremo qui della preghiera comunitaria o liturgica, né del rosario, né del breviario, ma della preghiera solitaria e silenziosa, cuore a cuore con Dio. Alcuni la definiscono meditazione, altri orazione mentale. Manteniamo il termine preghiera, che è meno tecnico e più dinamico.
In alcune famiglie cristiane, quando un bambino va a dormire, i genitori gli ricordano: « Non dimenticare di recitare la tua preghiera ». Gli ricordano un’attività importante, ma con parole maldestre: non sono io che recito la preghiera, è piuttosto la preghiera che si dispiega in me; e non è la mia preghiera, perché non mi appartiene. Un dirigente superiore molto occupato, che aveva conservato fin dall’ infanzia la buona abitudine di non addormentarsi senza mettersi in presenza di Dio, chiamava questo momento, per lui indispensabile, « il mio quarto d’ora di umiltà ». L’espressione è semplice e felice. Esprime una dimensione fondamentale della preghiera, questo tempo più o meno lungo regalato a Dio, che mette le cose alloro posto. Dio è Dio (« nome di Dio! » aggiungerebbe Maurice Clavel) (3), io sono io e non sono che me stesso, gli altri sono gli altri. Se non mi prendo regolarmente del tempo affinché questi tre poli siano posizionati ciascuno in rapporto agli altri due, la mia vita non può che andare alla deriva: nel falso misticismo, se ipertrofizzo il posto di Dio; nell’orgoglio, se amplifico il mio; in un’anarchica oblazione, se è il servizio al prossimo ad occupare tutto il paesaggio. « L’uomo che non prega è un animale senza ragione », amava dire san Filippo Neri. Pregare è proprio dell’uomo più ancora che ridere; integrando la preghiera alla vita, la persona umana accede a un surplus di umanità.
Fra il prossimo, Dio e me stesso, è evidentemente Dio colui che più vive e più ama. Pregare, allora, significa semplicemente lasciarlo agire e ricevere umilmente ciò che mi dona. La mia partecipazione può essere soltanto minima; consiste essenzialmente nel tempo che impiego a non fare altro, il che è già molto, visto che, da buon cittadino del XXI secolo, di solito rincorro minuti preziosi. lo mi offro, e Dio agisce. Che cosa faccio, concretamente, in questo tempo? Nulla di eccezionale: sono disponibile. Per quanto tempo? Per un tempo significativo… Almeno quanto ne consacro ogni giorno ad informarmi sull’ attualità; se pretendo che Dio sia importante per me, deve essere il primo ad essere servito. Altrimenti mi inganno. Regalandogli il mio tempo, mi privo di una parte di vita che potrei dedicare all’azione, è vero; la preghiera non è priva di rapporto con la morte. Forse questo spiega in parte le reticenze che ho a dedicarle del tempo…
Se sottolineiamo in questo modo la dimensione del rendersi disponibili, non è illusorio il rischio che l’attenzione si disperda. Chiamiamo questa eventualità distrazione. Che è normale, che esprime il ritornare in superficie della mia vita. Esistono dei metodi per concentrarmi di più. Non è inutile un’immagine: un bel paesaggio dinanzi agli occhi se sono all’aperto; un crocifisso, un’icona, un lume, un poco d’incenso se sono in luogo chiuso. E poiché il Dio vivente ha avuto la buona idea di parlare agli uomini attraverso la Bibbia, è normale che essa divenga un supporto abituale alla mia preghiera. Ciascuno deve trovare i mezzi che più gli si addicono. Questi non rimangono in genere gli stessi a mano a mano che la vita si evolve. Il modo di pregare cambia con l’età. Non abbiamo mai finito di imparare a pregare, e in questo stanno il fascino e la perpetua novità della preghiera.
I maestri spirituali distinguono, nell’ orazione mentale, un susseguirsi di tempi: il raccoglimento, la lettura, la meditazione, l’adorazione. Lista che somiglia a un bell’ideale: spiriti ben disciplinati vi si ritrovano, ma altri ci vedono uno schema troppo rigido. Senza dubbio è più realistico porre l’accento su alcuni fondamentali atteggiamenti di preghiera, che si concatenano come possono in relazione a ciò che stiamo vivendo. È opportuno fare attenzione, nel lungo termine, a non dimenticare nessuno di questi momenti; per questo è bene, in certi casi, per valutare la propria preghiera, ritornare sulle ultime parole pronunciate, soli o aiutati da un fratello.
La preghiera è offerta. lo mi offro a Dio, mi svuoto in parte di me, scavo in me uno spazio affinché egli possa venire ad occuparlo. Charles de Foucault esprimeva questo concetto in termini di abbandono: « Padre mio, mi abbandono a te; fa di me quello che ti piacerà. Qualsiasi cosa farai, io ti ringrazio. . . « . Infatti è da Dio che ricevo vita, movimento, esistenza, come ricordano gli Atti degli Apostoli (At 17,28). Attraverso la preghiera opera una legittima restituzione, preparatoria alla restituzione ultima, quella del giorno nel quale non potrò fare altro che rimettere la mia vita, tutta intera, nelle mani di Dio. Riguardo ai tre poli che abbiamo indicato all’inizio, la dimensione della preghiera è quella che mi mette al posto giusto.
La preghiera è intercessione, comunione con gli altri, apertura alla vita del mondo fuori di me: dà uno spazio alle persone coinvolte in avvenimenti vicini o lontani, alle loro gioie, alle loro pene, ai morti, ai nascituri… Questa parte della mia preghiera può nutrirsi del sopravvenire di distrazioni. Piuttosto che scacciarle, è meglio trasformarle in intenzioni. È questo lo spazio per la preghiera di domanda, quella che più spesso ci riserva le delusioni più grandi. Quante giuste cause abbiamo presentato a Dio con fervore senza tuttavia essere esauditi? La saggezza consiste allora nell’ aprirsi al mistero di una volontà divina che non dominiamo, così come scriveva sant’ Agostino nella Lettera a Proba: « Se quanto avviene contraddice la nostra preghiera, sopportandolo pazientemente e rendendo grazie per tutto, non possiamo in nessun modo dubitare che doveva compiersi quanto era conforme alla volontà di Dio, e non alla nostra ». Tuttavia spesso sono necessarie dure battaglie per arrivare a questo distacco.
Nella preghiera di intercessione, che dedichiamo molto spontaneamente ai viventi, bisogna anche inserire i nostri fratelli che non sono più o non sono ancora in questo mondo. In altre parole, i defunti – è un classico – ed i nascituri, cosa assai meno abituale. L’estensione della preghiera non ha motivo di limitarsi allo spazio; merita anche di dispiegarsi sulla linea del tempo. In questo caso, possiamo anche parlare di preghiera di comunione.
Riguardo ad un defunto, la preghiera consiste nella presentazione a Dio del suo vissuto, senza pretendere di influenzare le decisioni divine nell’aldilà. Chi pretendo di essere io per reclamare da Dio, per una persona amata, un favore che egli stesso potrebbe non desiderare di concedergli? Riguardo ai nascituri, l’impegno è più grande. Lo sguardo che dirigo su di loro mi porta a preparare una terra capace di accoglierli in buone condizioni. E tutti sanno che questo obiettivo non è raggiunto!
La preghiera è adorazione, momentaneo oblio degli altri e di sé per aprirsi a Dio. Tutto sarebbe vano se Dio non fosse Amore con la A maiuscola, se l’elezione del popolo ebreo e la missione di Gesù non fossero segni di questo amore. Che un essere onnipotente si possa essere compromesso a tal punto con un minuscolo pianeta dell’universo immenso, oltrepassa ogni possibilità di comprensione. L’adorazione onora la dimensione spirituale della meraviglia.
Gesù stesso aveva un’esperienza intensa della relazione di preghiera col Padre. Le consegne che egli dà a proposito della preghiera nel Discorso della montagna sono l’espressione della sua esperienza. E sono da meditare sempre.
* * *
« Quando pregate, non siate simili agli ipocriti che amano pregare stando ritti nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, per essere visti dagli uomini. In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Tu, invece, quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto; e il padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà. Pregando poi, non sprecate parole come i pagani, i quali credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno ancor prima che gliele chiediate » (Mt 6,5-8).
[13] Clavel (1920 – 1979) fu giornalista, filosofo e scrittore: Dieu est Dieu, nom de Dieu! (Dio è Dio, nome di Dio!) è il titolo di una sua opera del 1976 (n.d.t.).

IN RELAZIONE CON L’ASSOLUTAMENTE ALTRO

ELOGIO DEL SILENZIO
« Silenzio! » Chi tra noi non ricorda i richiami dei maestri che esortavano gli alunni irrequieti a tacere? Era – lo è ancora? – un modo di ristabilire l’ordine. Il silenzio va d’accordo con l’ordine; il rumore ha spesso il sapore del disordine. Ma bisogna distinguere rumore da rumore, così come silenzio da silenzio.
La musica insulsa delle stazioni della metropolitana e degli aeroporti, che sentiamo senza ascoltarla, pretende di avere la medesima funzione pacificante dei richiami al silenzio dei maestri di scuola; perché il vuoto sonoro, in quei vasti spazi disumanizzati, genererebbe angoscia ed inquietudine. I giovani che nutrono di decibel le loro orecchie al ritmo proveniente dalle loro cuffie, principalmente sui mezzi di trasporto pubblico, vogliono insieme colmare il vuoto e coprire le diverse musiche che si riversano fuori dagli altoparlanti. Tengono il volume alto. Attraverso questo gesto contestano l’ordine uniforme che pretendiamo di imporre loro. Lo vediamo, rumore e silenzio sono ambivalenti. Qual è allora il silenzio che possiamo considerare come aspetto della saggezza?
Innanzitutto è il risultato del saper tacere. « Lo sciocco dice quello che sa, il saggio sa quello che dice », afferma un proverbio orientale. C’è « un tempo per tacere e un tempo per parlare », scrive Qoélet (Qo 3,7). Visto che non si può sempre dire qualcosa di intelligente, spesso è meglio non dire nulla. Talvolta, nella Bibbia, perfino Dio tace. Giobbe e alcuni autori di salmi colpiti dalle disgrazie glielo rimproverano, come se il silenzio di Dio, quando si attenderebbe da lui una parola di conforto, potesse essere considerato come silenzio colpevole. Ma il silenzio di Dio, quando tutto ciò che potrebbe dire gli verrebbe rimproverato, non è forse il miglior discorso? Di fronte all’infelicità, spesso non c’è parola che valga. Un silenzio rispettoso della sofferenza dell’ altro può essere il più bel volto dell’amore.
Il silenzio è una risorsa della memoria e del pensiero. Ci vuole tranquillità per far vivere i ricordi; ci vuole tranquillità anche per riflettere. Il silenzio del mattino può essere straordinariamente fecondo. Fare la doccia mattutina in silenzio anziché facendo sbraitare la radio permette di dare corpo alle idee sfuggite durante la notte. Alimenta la disposizione di veglia dei sensi e del pensiero. Le idee possono abbondare; è bene allora avere a portata di mano carta e matita, per non perdere nessuno dei preziosi prodotti della materia grigia.
Il silenzio ha anche qualcosa a che vedere con la solitudine, in quanto una folla è quasi sempre rumorosa; ciò è ancor più vero nei Paesi dell’oriente o del sud, nei quali un occidentale ha spesso difficoltà a prender sonno, a meno che non sia protetto da solide mura d’albergo, proprio per il fatto che, fuori, il rumore non cessa quasi mai. Allora il silenzio diventa un lusso; non bisogna nascondersi che, spesso, è proprio questo il caso. La giovane madre di famiglia spossata dalle grida dei suoi bambini vi aspira, anche se non ha le condizioni per raggiungerlo. Può rimproverarli con una forza pari a quella del maestro di scuola, con successo ineguale. Non si tratta qui più solo di una questione di ordine. Si tratta di una questione di sopravvivenza.
San Vincenzo De Paoli affermava: « Il rumore non fa bene e il bene non fa rumore ». Silenzio e bene, effettivamente, sono collegati. E poiché il bene ha rapporto con la saggezza, non vi è saggezza possibile senza silenzio. L’assenza di rumore è necessaria per estraniarsi, prendere le distanze, trovarsi soli con se stessi. Gustare il silenzio può essere la via per ritrovare il gusto degli altri o per meglio intendere la « melodia segreta » dell’universo, l’eco assordante del Big Bang iniziale che permette di prendere coscienza dell’ antichissima età e dell’immensità del mondo, per citare un bel titolo di Trinh Xuan Thuan, astrofisico vietnamita che vive negli Stati Uniti.
Possiamo allora offrire il silenzio come offriamo un regalo. Durante le attività di gruppo, quando le persone stanno insieme per più giorni, a viaggiare o a vivere in qualche posto gli uni sugli altri – nelle stazioni sciistiche, per esempio -, è auspicabile stabilire insieme delle pause di silenzio. Se, all’interno dei ritmi stabiliti, non ne sono state previste, il gruppo perde in fretta la motivazione. Ognuno fa di questa pausa quello che vuole: per gli uni sarà il momento della lettura tranquilla, per altri quello della preghiera, o della corrispondenza. .. La stessa cosa meriterebbe di trovar posto nelle liturgie. Tempi di celebrazione, di canti e della parola, sono spesso troppo chiacchieroni. La persona in dialogo con Dio cerca invano dei momenti per interiorizzare ciò che ha appena visto o sentito. I gruppi di preghiera comunitaria come quelli che organizza la comunità di Taizé hanno trovato, in questo campo, un equilibrio interessante: l’alternanza di silenzi e di melodie molto dolci aiutano i singoli, sostenuti dalla preghiera dei vicini, a lasciarsi raggiungere dal Dio vivente, attivo nel cuore a condizione che questo accetti di lasciarsi abitare. Comprendiamo anche perché certi cattolici abbiano ritrovato il gusto – che si era un poco perduto – dell’adorazione eucaristica: oltre al Santo Sacramento che si dona allo sguardo, i luoghi nei quali la si pratica sono generalmente spazi di silenzio intenso e raccolto, lontani dai rumori della città. Sono spazi necessari. Nel IX secolo prima dell’era cristiana, il profeta Elia fuggiva dinanzi alla regina Gezabele. Si ritrovò all’Oreb, altro nome del Sinai, dove, qualche secolo prima, Mosé aveva incontrato Dio nel tuono e nel fuoco. Ma il Dio che si offre a lui si mostra in altri modi, che non sono privi di analogia con la melodia segreta dell’universo.
* * *
« Entrò in una caverna per passarvi la notte, quand’ecco il Signore gli disse: – Che fai qui, Elia? -. Egli rispose: – Sono pieno di zelo per il Signore degli eserciti, poiché gli Israeliti hanno abbandonato la tua alleanza, hanno demolito i tuoi altari, hanno ucciso di spada i tuoi profeti. Sono rimasto solo ed essi tentano di togliermi la vita -. Gli fu detto: – Esci e fermati sul monte alla presenza del Signore -. Ecco, il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento ci fu un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto ci fu un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco ci fu un vento leggero. Come l’udì, Elia si coprì il volto con il mantello, uscì e si fermò all’ingresso della caverna » (1Re 19,9-13).

IN RELAZIONE CON L’ASSOLUTAMENTE ALTRO

ELOGIO DELLA SOLITUDINE
La solitudine è come un’amante capricciosa. Quando non la vorremmo si impone, e quando abbiamo bisogno di lei non arriva. Chi può pretendere di non avere mai sofferto di solitudine? La canicola del 2003 ha messo in evidenza i suoi disastri: le persone anziane morte durante quell’ estate per ipertermia o per disidratazione sono morte soprattutto di solitudine; è questo che l’analisi del fenomeno ha subito rivelato.
La Bibbia stessa identifica la solitudine come pericolo o veleno: « Non è bene che l’uomo sia solo », dice Dio nel libro della Genesi, prima di formare una compagna che gli sia adatta. Ed è vero che l’isolamento può generare la follia; la persona umana è fatta per vivere in relazione. È anche vero che la misantropia si nutre di una mancanza di fiducia nell’ altro che non ha nulla di evangelico. Alceste è un atrabiliare patologico (14), non un modello di saggezza.
Effettivamente la solitudine ricercata si presta volentieri alla caricatura. Tuttavia, a condizione di fame moderato uso – e fatte salve le vocazioni particolari come quelle dei Certosini -, la solitudine è strutturante. È perfino una condizione necessaria della lucidità e della libertà. Che lo si voglia o no, la vita di ognuno comporta momenti di solitudine. Soffriamo da soli, moriamo da soli; la vicinanza che ci offrono amici o parenti non può annullare la distanza. Una sentenza proverbiale, che ho letto da qualche parte, affermava: « Chi non ama la solitudine non ama la libertà, perché si è davvero liberi solo quando si è soli ». Dobbiamo, però, guardarci dall’ erigere questa affermazione a linea generale di condotta, cosa che equivarrebbe a teorizzare una misantropia latente. In ogni caso, se vogliamo governare la nostra vita e non farci governare da lei, dobbiamo beneficiare di un’autonomia che solo la solitudine garantisce. Rifiutarla, significa privarsi di momenti essenziali.
I nostri tempi, è vero, non amano la solitudine. Numerose tra le innovazioni tecniche inventate negli ultimi decenni sono principalmente strumenti per infrangerla. Se è assai utile per arricchire la documentazione, il Web diventa perverso quando viene usato come sostitutivo di relazioni che non si è più capaci di stabilire. Il navigatore ha l’illusione di essere in comunicazione con numerosi corrispondenti. Ma spesso solo per scoprire un mondo di isolamento e di frustrazione simile al suo. Si potrebbe dire la stessa cosa del telefono cellulare. Invenzione superba, che permette di entrare in relazione qualunque sia il luogo in cui ci si trova, spesso assume l’immagine di un ridicolo gadget. La persona che, nel corso di un viaggio di due ore, telefona per tre volte a quella che l’accoglierà all’arrivo, imponendole un insipido commentario di tutte le fermate e di tutte le partenze nelle stazioni intermedie, rivela la propria incapacità di stare da sola, piuttosto che la propria incapacità di comunicare. Le sue chiamate assomigliano soprattutto a messaggi di sconforto. Che cosa farà quando dovrà intraprendere il viaggio ultimo che nessuno potrà compiere al suo posto e alla sua ora? E che dire dei telefonini per bambini giunti di recente sul mercato, con un tasto per il babbo ed un tasto per la mamma, moderne immagini di un cordone ombelicale che i genitori non sanno tagliare, e di grande ostacolo al raggiungimento dell’autonomia da parte del figlioletto?
All’ opposto di tutti questi tentati vi angosciosi di rompere la solitudine, la saggezza invita, al contrario, a riservarsi regolarmente alcuni momenti per confrontarsi con se stessi e con Dio. In un certo senso, il cristiano non è mai solo. Quando devo affrontare situazioni difficili – lutti, incontri con persone sofferenti o in fin di vita – e mi metto in cammino per vivere questi momenti, è bene che non stia in altra compagnia se non quella di me stesso. Materialmente parlando, sono solo, ma l’accompagnamento di Colui che non abbandona mai i suoi in qualche modo mi si impone. Porto Dio nei miei bagagli. Egli mi saprà ispirare la parola giusta e gesti pieni di sollecitudine. Se mi è necessario prepararmi spiritualmente a questo tipo di incontri, non è necessario che preveda dettagliatamente quello che dirò o farò; Dio provvederà. Sarebbe certo più piacevole andarci in tanti. Ma significherebbe fare la scelta della diversione. La solitudine mi mette alla prova; certo, rivela la mia fragilità strutturale. Ma mi pone in una situazione di verità dinanzi a persone fragili o ferite; e per questo motivo è la compagnia della quale ho bisogno più che di qualsiasi altra.
Nei momenti più difficili della sua missione, Gesù era solo. La maggior parte dei discepoli non lo avevano seguito al Getsemani, ed i tre che stavano con lui si erano addormentati; alla fine della scena egli rimprovera loro la loro noncuranza e la loro leggerezza. Questo in ogni caso non significa che avrebbero potuto dispensarlo dalla battaglia che egli stesso doveva affrontare. Questa battaglia la si combatte soltanto da soli, con o senza Dio.
* * *
« Ecco, verrà l’ora, anzi è già venuta, in cui vi disperderete ciascuno per conto proprio e mi lascerete solo; ma io non sono solo perché il Padre è con me. Vi ho detto queste cose perché abbiate pace in me. Voi avrete tribolazione nel mondo, ma abbiate fiducia. lo ho vinto il mondo » (Gv 16,32-33).
[14] Riferimento al protagonista della commedia di Molière Il misantropo, il sottotitolo della quale è l »’atrabiliare innamorato » (n.d.t.).

Publié dans:preghiera (sulla) |on 4 février, 2013 |Pas de commentaires »
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