Archive pour février, 2013

LA CROCE UN APPELLO ALLA SEQUELA – DI MONS. BRUNO FORTE

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LA CROCE UN APPELLO ALLA SEQUELA

DI MONS. BRUNO FORTE

I cristiani sanno di dover vivere nel segno della croce le opere e i giorni del loro cammino. Sanno anche che nulla è più lontano dall’immagine del discepolo del Crocifisso che una Chiesa tranquilla e sicura, forte dei propri mezzi e delle proprie influenze.
La croce è il luogo in cui Dio parla nel silenzio: quel silenzio della finitudine uma­na, che è diventata per amore la sua finitudine. Il mistero ­nascosto nelle tenebre della croce è il mistero del dolore di Dio e del suo amore per gli uomini. L’un aspetto esige l’altro: il Dio cristiano soffre perché ama e ama in quanto soffre. Egli è il Dio che patisce con noi e per noi, che si dona fino al punto di uscire totalmente da sé nell’alienazione della mor­te, per accoglierci pienamente in sé nel dono della vita.
Nella morte di croce il Figlio è entrato nella ‘’fine” dell’uomo, nell’abisso della sua povertà, del suo dolore, della sua solitudine, della sua oscurità. E soltanto lì, bevendo l’amaro calice, ha fatto fino in fondo l’esperienza della nostra condizione uma­na: sulla via del dolore è diventato uomo fino alla possibilità estrema. Ma proprio così anche il Padre ha conosciuto il dolore: nell’ora della croce, men­tre il Figlio si offriva in incondizionata obbedienza a lui e in solidarietà con i peccatori, anche il Pa­dre ha fatto storia! Egli ha sofferto per l’Innocente consegnato ingiustamente alla morte: e tuttavia ha scelto di offrirlo, perché nell’umiltà e nell’ignominia della croce si rivelasse agli uomini l’amore trinita­rio di Dio per loro e la possibilità di divenirne partecipi. E lo Spirito, consegnato da Gesù morente al Padre suo, non è stato meno presente nel nascon­dimento di quell’ora: Spirito dell’estremo silenzio, egli è stato lo spazio divino della lacerazione dolo­rosa e amante, che si è consumata fra il Signore del cielo e della terra e colui che si è fatto peccato per noi, in modo che un varco si aprisse nell’abisso e ai poveri si schiudesse la via del Povero verso la pienezza della vita.

È SULLA VIA DELLA CROCE CHE TROVEREMO DIO
 Questa morte in Dio non significa in alcun modo la morte di Dio che “l’uomo folle” di Nietzsche va gridando sulle piazze del mondo: non esiste né mai esisterà un tempio dove si possa cantare nel­la verità il “Requiem aeternam Deo”! L’amore che lega l’Abbandonante all’Abbandonato, e in questi al mondo, vincerà la morte, nonostante l’apparen­te trionfo di questa. La sorprendente identità del Crocifisso e del Risorto mostra apertamente quan­to sulla croce è rivelato “sub contrario” e garantisce che quella fine è un nuovo inizio: il calice del­la passione di Dio si è colmato di una bevanda di vita, che sgorga e zampilla in eterno (cf. Gv 7,37-­39). Il frutto dell’albero amaro della croce è la gioiosa notizia di Pasqua: il Consolatore del Crocifisso viene effuso su ogni carne per essere il Conso­latore di tutti i crocefissi della storia e per rivelare nell’umiltà e nell’ignominia della croce, di tutte le croci della storia, la presenza corroborante e trasformante del Dio cristiano. In questo senso, la sofferenza divina rivelata sulla croce è veramente la buona novella: «Se gli uomini sapessero… – scrive Jacques Maritain – che Dio “soffre” con noi e molto più di noi di tutto il male che devasta la ter­ra, molte cose cambierebbero senza dubbio, e molte anime sarebbero liberate».
La “parola della croce” (1 Cor 1,18) chiama co­sì in maniera sorprendente il discepolo alla sequela: è sulla via della croce – nella povertà, nella de­bolezza, nel dolore e nella riprovazione del mondo – che troveremo Dio. Non gli splendori delle perfezioni terrene, ma precisamente il loro contrario, la piccolezza e l’ignominia, sono il luogo privilegiato della sua presenza fra noi, il deserto fiorito dove egli parla al nostro cuore. La perfezione del Dio cristiano si manifesta proprio nelle sofferenze, che per amore nostro egli assume: la finitudine del patire, la lacerazione del morire, la debolezza della povertà, la fatica e l’oscurità del domani, sono al­trettanti luoghi, dove egli mostra il suo amore, per­fetto fino alla consumazione totale. Nella vita di ogni creatura umana può ormai essere riconosciu­ta la croce del Dio vivo: nel soffrire diventa possibile aprirsi al Dio presente, che si offre con noi e per noi, e trasformare il dolore in amore, il soffrire in offrire.

EGLI VIVE CON NOI E IN NOI LE AGONIE DELLA VITA
Lo Spirito del Crocifisso opera il miracolo di questa rivelazione salvifica: egli è il Consolatore della passione del mondo, colui che proclama la verità della storia dei vinti, confondendo la storia dei vincitori. Egli vive con noi e in noi le agonie del­la vita, facendo presente nel nostro patire il patire del Figlio, e perciò aprendovi un’aurora di vita, rivelazione e dono del mistero di Dio. La “kènosi” dello Spirito nelle tenebre del tempo degli uomini non è che il frutto della “kènosi” del Verbo nella storia della passione e morte di Gesù di Nazaret, l’estrema conseguenza del più grande amore, che ha vinto e vincerà la morte.
La Chiesa e i singoli discepoli del Dio trinitario, che soffre per amore nostro, vengono allora a con­figu­rarsi come il popolo della “sequela crucis”, la comunità e il singolo sotto la croce: preceduti da Cristo nell’abisso della prova, attraverso cui si apre la via della vita, i cristiani sanno di dover vivere nel segno della croce le opere e i giorni del loro cam­mino. Nulla è più lontano dall’immagine del discepolo del Crocifisso che una Chiesa tranquilla e sicura, forte dei propri mezzi e delle proprie influenze: «La cristianità stabilita dove tutti sono cristiani, ma in interiorità segreta, non somiglia alla Chiesa militante più che il silenzio della morte all’eloquenza della passione» (Kier­kegaard). La Chiesa sotto la croce è il popolo di coloro che, con Cristo e nel suo Spirito, si sforzano di uscire da sé e di entrare nella via dolorosa dell’amore: una comunità di discepoli del Dio Crocifisso al servizio dei poveri, capace di confutare con la vita i falsi sapienti e potenti di questa terra. Una Chiesa sotto la croce dice anche una comunità feconda nel dolore dei suoi membri: la sequela del Nazareno, fonte di vita che vince la morte, esige di percorrere con lui l’oscuro cammino della passione: “Chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me” (Mt 10,38 e Lc 14,27).
Il discepolo dovrà dunque “completare nella sua carne quello che manca ai patimenti del Cristo” (Col 1,24): lo farà se riuscirà a portare la più pesante di tutte le croci, la croce del presente a cui il Padre lo chiama, credendo anche senza vedere, lottando e sperando, anche senza avvertire la germinazione dei frutti, nella solidarietà con tutti colo­ro che soffrono (cf. 1 Cor 15,26), nella comunione a Cristo, compagno e sostegno del patire umano, e nell’oblazione al Padre, che valorizza ogni nostro dolore. Questa croce del presente è il travaglio della fedeltà e insieme l’esperienza della persecuzione messa in atto dai “nemici della croce di Cristo” (Fil 3,18). La “via crucis” della fedeltà è fatta dalla lotta interiore e dalle agonie silenziose dei momenti di prova, di solitudine e di dubbio, ed è sostenuta dalla preghiera perseverante e tenace di una povertà che aspetta la misericordia del Padre: la stessa “via crucis” della fedeltà di Gesù, con la differenza che egli fu solo a percorrerla, mentre noi siamo preceduti e accompagnati da lui. Questa prossimità del Signore crocifisso ai sofferenti specialmente a quelli che si trovano nella fragilità della malattia è la buona novella che come discepoli siamo chiamati ad annunciare a tutti e sempre. La croce della persecuzione è invece la conseguenza dell’amore per la giustizia e della relativizzazione di ogni presunto assoluto mondano da parte dei discepoli del Crocifisso: la loro spe­ranza nel Regno che viene, li fa inquietanti verso le miopie di tutti i vincitori e i dominatori della storia. “Ecco: io vi mando come pecore in mezzo ai lupi…E sarete odiati da tutti a causa del mio nome” (Mc 10,16.22; cf. 16ss).

Il Crocifisso si identifica con i crocifissi della storia
La Chiesa sotto la croce diventa così, per la sua stessa fame e sete del mondo nuovo di Dio e per la grazia di cui è strumento, il popolo che aiuta a portare la croce e che combatte le cause ini­que delle croci di tutti gli oppressi: essa si confron­ta con le prigionie di ogni sorta di legge e con le schiavitù di ogni sorta di potere, e, come il suo Si­gnore, si pone in alternativa umile e coraggiosa nei loro confronti. Il Crocifisso non esita a identificarsi con tutti i crocefissi della storia, fino al punto di poter riconoscere nell’altro bisognoso d’amore e di cura il sacramento di lui, il “sacramento del fratello”.
Chi ama il Crocifisso e lo segue, non può non sentirsi chiamato a lenire le croci di tutti coloro che sof­frono e ad abbatterne le cause inique con la parola e con la vita. La croce della liberazione dal peccato e dalla morte esige la liberazione da tutte le croci frutto di morte e di peccato: l’ imitatio Christi crucifixi non potrà mai essere accettazione passiva del male presente! Essa si consumerà, al contrario, nell’attiva dedizione alla causa del Regno che viene, che è anche impegno operoso e vigilante per fare del Calvario della terra un luogo di risurrezione, di giustizia e di vita piena. La compassione verso il Crocifisso si traduce nella compassione operosa verso le membra del suo corpo nel­la storia: per una Chiesa, che si dibatte nel proble­ma del rapporto fra la sua identità e la sua rilevanza, fra la fedeltà e la creatività audace, questo significa il riconoscimento della possibilità risolutrice. La Chiesa si ritroverà perdendosi, porrà la sua identità esattamente nel metterla al servizio degli altri, per ritrovarla all’unico livello degno dei segua­ci del Crocifisso: l’amore.
Essere cristiani, allora, non vorrà dire soltanto andare da Dio perché lui ci faccia compagnia nel­la nostra solitudine, cercando in lui consolazione e pace: il cristiano va dal Dio sofferente anche per fargli compagnia nel suo dolore. È quello che hanno insegnato i mistici.
Al discepolo, cha fa compagnia al suo Signore schiacciato sotto il peso della cro­ce, è rivolta però la parola della promessa, dischiusa nella risurrezione, contraddizione di tutte le croci della storia: parola di consolazione e di impegno, che ha sostenuto già la vita, il dolore e la morte di tutti quanti ci hanno preceduto nel combatti­mento della fede. “Infatti, come abbondano le sofferenze di Cristo in noi, così, per mezzo di Cristo, abbonda anche la nostra consolazione” (2 Cor 1,5). “Siamo tribolati da ogni parte, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati; persegui­tati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi; portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si ma­nifesti nel nostro corpo” (2 Cor 4,8-10). In colui che si sforza di vivere così, la Croce di Cristo non è stata resa vana (cf. 1 Cor 1,17): in lui si manifesterà anche la vittoria dell’Umile, che ha vinto il mondo (cf. Gv 16,33), quella vittoria promessa dal Vangelo della sofferenza di Dio, sorgente di forza cui si appella e potrà sempre appellarsi l’invocazione della fede pellegrina nel tempo.

QUARESIMA DI TRANSIZIONE: LA RINUNCIA DI BENEDETTO XVI È UNA DECISIONE DI GRANDE IMPORTANZA PER LA VITA DELLA CHIESA

http://www.zenit.org/it/articles/quaresima-di-transizione

QUARESIMA DI TRANSIZIONE

LA RINUNCIA DI BENEDETTO XVI È UNA DECISIONE DI GRANDE IMPORTANZA PER LA VITA DELLA CHIESA

ROMA, 12 FEBBRAIO 2013 (ZENIT.ORG). GIUSEPPE ADERNÒ

La notizia delle dimissioni del Santo Padre ha sconvolto, quasi un fulmine a ciel sereno, tutto il mondo cattolico e politico. Non era mai capitato e non era neanche immaginabile che potesse esistere un “papa emerito”.
La quaresima che inizia sarà una prolungata pausa di riflessione e di cambiamento nella Chiesa e le forti innovazioni come questa produrrà un effetto d’urto del quale non si possono prevedere le conseguenze.
Il numero speciale di Zenit dell’11 febbraio, storica ricorrenza dei Patti Lateranensi e festa della Madonna di Lourdes che ha annunciato la notizia delle dimissioni del Papa, con il titolo rinuncia al ministero petrino ha collocato come aforisma del giorno l’espressione di Thomas Mann: “Fermezza di fronte al destino, grazia nella sofferenza, non vuol dire semplicemente subire: è un’azione attiva, un trionfo positivo”.
Quella di Benedetto XVI è stata una “decisione di grande importanza per la vita della Chiesa”. Le mie forze, per l’età avanzata non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino.
L’opinione pubblica appare divisa nel registrare che alcuni apprezzano il gesto di umiltà e di coraggio che dovrebbe essere fatto anche dai tanti politici che non vogliono lasciare la loro poltrona, da altri letto con sospetto immaginando congiure, costrizioni, complotti e manovre segreti e da altri ancora con sfiducia nel non vedere ferma e salda la nave di Pietro ed il capitano che scende dalla nave e si dimette dall’incarico evocando un gesto di abbandono, incerta testimonianza e mancanza di fede nello Spirito Santo, che guida e protegge la Chiesa in particolare in questo speciale Anno della Fede.
Chiedersi il perché è legittimo e le risposte, ancorché numerose, restano pur sempre incomplete e inadeguate, specie seguendo la logica umana.
Il dado è tratto, la notizia che ha fatto il giro del mondo in poche ore ha tracciato un solco profondo nella vita della Chiesa monolitica e adamantina.
Ora si rileggono gli otto anni del Pontificato del Papa Teologo, Magister veritatis, che ha saputo risolvere con la saggezza della razionalità questioni scabrose e delicate della vita della Chiesa e dei cristiani coinvolti.
Sono stati anni difficili e carichi di complessità che hanno vista la Chiesa in dialogo con la società contemporanea intrisa di relativismo, di profonda crisi di valori e di economia sempre più fragile e insicura.
La complessa questione dei matrimoni omosessuali, fenomeno che si allarga a macchia d’olio in diverse Nazioni costituisce uno dei punti caldi e delicati dalla morale cristiana.
La consapevolezza del venir meno delle forze per amministrare “bene” la Chiesa ha sollecitato questo gesto che passa alla storia come lezione non del “gran rifiuto” nella memoria di Celestino V, bensì dell’umiltà e della responsabilità che si rapporta anche alle forze fisiche e all’età.
La dimensione temporale del “Sì” pronunziato al termine del Conclave del 19 aprile del 2005, costituisce una novità nella cultura della fedeltà fino alla morte, che non ha mai consentito a nessuno scrivere la parola “fine” per propria volontà.
Nel Codice di Diritto Canonico al n. 332  al secondo paragrafo è descritta la norma delle dimissioni ed il gesto di Benedetto XVI viene considerato come “esempio di grande coraggio” e di  “profonda libertà interiore”, in risposta ad una legge spirituale intima e personale.
E’ stato inoltre annunciato che il Papa continuerà a dare le sue magistrali lezioni di saggezza e di santità ed il corale grazie che si eleva da ogni parte del mondo, mentre Egli è ancora in vita, costituisce un insolito nella storia ordinaria.
Diciamo anche noi Grazie Benedetto XVI per tutti i doni e gli insegnamenti che ci hai trasmesso e come non si perde la memoria del proprio maestro, rimarranno sempre vivi gli insegnamenti saggi e razionali di Joseph Ratzinger, maestro del buon governo.
Egli è stato ed è “Un dono per tutta la Chiesa – ha scritto il portavoce vaticano Padre Lombardi  in occasione del 60° anniversario dell’ordinazione sacerdotale di Benedetto XVI – e in particolare per tutti i sacerdoti, a cui giustamente non si stanca di ricordare, con la sua parola e soprattutto il suo esempio, che il rapporto personale con Gesù – l’amico – è la sorgente permanente della vitalità e della fecondità della loro chiamata e del loro servizio”.
Il cammino paziente che ha accompagnato Papa Ratzinger dal giorno della sua ordinazione sacerdotale (29 giugno 1951) in una Germania distrutta dalla guerra, con un’economia in crisi e una diffusa povertà materiale e spirituale, ‘sotto il sole e la pioggia, nella serenità e nella difficoltà, nelle diverse fasi della purificazione e della prova, come anche nella gioia evangelica’ e lo ha portato all’inaspettata elezione al soglio di Pietro, è stato segnato da numerosi cambiamenti anche nello stile di relazione e di comunicazione, ma è rimasta intatta la fedeltà del Signore, che è lo stesso ieri, oggi e sempre. “Con il suo aiuto andiamo avanti”.
Nella Quaresima che ci accompagna con il sacrificio penitenziale e la preghiera alla Pasqua radiosa  si fa ancor più intenso il bisogno di pregare per la Chiesa perché il Signore la sostenga in questo momento di indubbia difficoltà e di fronte ad un evento così straordinario.

Papa Benedetto

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Publié dans:immagini sacre |on 11 février, 2013 |Pas de commentaires »

L’ UMILE. SAGGA DECISIONE DI UN PAPA CORAGGIOSO (by me Gabriella)

L’ UMILE. SAGGA DECISIONE DI UN PAPA CORAGGIOSO

« Storico, inatteso ed umile annuncio » titola Avvenire.
È difficile scrivere qualcosa subito, a caldo, sulle dimissioni del Papa, però vorrei offrire qualche pensiero,  che viene dal cuore ancora prima che da logica.
trovo scritto anche questo: « Sono certo che essa è stata ispirata dalla volontà di servire la Chiesa fino in fondo e di far sì che anche per il futuro essa possa avere una guida salda. »
Lo Spirito Santo suggerisce, nel cuore dei credenti, la verità di Dio, la speranza, l’amore, questo stesso Spirito Santo, che ha ispirato i cardinali alla elezione di Papa Ratzinger ha indicato al Papa la strada percorrere; uomo mite, teologo profondo ed acuto, lascia non solo ad un successore la Chiesa di Cristo, ma alla stessa Chiesa una novità, « la » novità, questo essere successori di Pietro, non un posto in cattedra, non sul trono fino a 100 anni, ma un essere Padre, fino a che esiste umanamente la paternità, ugualmente padre Papa Benedetto, sarà colui che, nelle famiglie antiche, era il saggio, colui che prega, colui che indica, e fisicamente mostra, l’immagine di Dio nella povertà, nella umiltà e nella obbedienza, non più in battaglia, ma nel segreto di un « luogo » dove può vivere l’ultimo atto del credente, del padre, del pastore:  la vita e la morte in Dio. « Benedetto XVI sa bene che il servizio papale, «per la sua essenza spirituale», può essere compiuto anche «soffrendo e pregando» » lascia ai figli il suo « abito », la sua storia, il suo amore, e guarda verso il futuro.

Publié dans:by me Gabriella, Papa Benedetto XVI |on 11 février, 2013 |Pas de commentaires »

(vi propongo l’Omelia del Papa per il Natale 2012, l’umiltà di Papa Ratzinger mi rimanda alla umiltà del Dio Bambino)

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/homilies/2012/documents/hf_ben-xvi_hom_20121224_christmas_it.html

(vi propongo l’Omelia del Papa per il Natale, l’umiltà di Papa Ratzinger mi rimanda alla umiltà del Dio Bambino)

SANTA MESSA DI MEZZANOTTE

SOLENNITÀ DEL NATALE DEL SIGNORE

OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

Basilica Vaticana

Lunedì, 24 dicembre 2012

Cari fratelli e sorelle!

Sempre di nuovo la bellezza di questo Vangelo tocca il nostro cuore – una bellezza che è splendore della verità. Sempre di nuovo ci commuove il fatto che Dio si fa bambino, affinché noi possiamo amarlo, affinché osiamo amarlo, e, come bambino, si mette fiduciosamente nelle nostre mani. Dio dice quasi: So che il mio splendore ti spaventa, che di fronte alla mia grandezza tu cerchi di affermare te stesso. Ebbene, vengo dunque a te come bambino, perché tu possa accogliermi ed amarmi.
Sempre di nuovo mi tocca anche la parola dell’evangelista, detta quasi di sfuggita, che per loro non c’era posto nell’alloggio. Inevitabilmente sorge la domanda su come andrebbero le cose, se Maria e Giuseppe bussassero alla mia porta. Ci sarebbe posto per loro? E poi ci viene in mente che questa notizia, apparentemente casuale, della mancanza di posto nell’alloggio che spinge la Santa Famiglia nella stalla, l’evangelista Giovanni l’ha approfondita e portata all’essenza scrivendo: “Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto” (Gv 1,11). Così la grande questione morale su come stiano le cose da noi riguardo ai profughi, ai rifugiati, ai migranti ottiene un senso ancora più fondamentale: abbiamo veramente posto per Dio, quando Egli cerca di entrare da noi? Abbiamo tempo e spazio per Lui? Non è forse proprio Dio stesso ad essere respinto da noi? Ciò comincia col fatto che non abbiamo tempo per Dio. Quanto più velocemente possiamo muoverci, quanto più efficaci diventano gli strumenti che ci fanno risparmiare tempo, tanto meno tempo abbiamo a disposizione. E Dio? La questione che riguarda Lui non sembra mai urgente. Il nostro tempo è già completamente riempito. Ma le cose vanno ancora più in profondità. Dio ha veramente un posto nel nostro pensiero? La metodologia del nostro pensare è impostata in modo che Egli, in fondo, non debba esistere. Anche se sembra bussare alla porta del nostro pensiero, Egli deve essere allontanato con qualche ragionamento. Per essere ritenuto serio, il pensiero deve essere impostato in modo da rendere superflua l’“ipotesi Dio”. Non c’è posto per Lui. Anche nel nostro sentire e volere non c’è lo spazio per Lui. Noi vogliamo noi stessi, vogliamo le cose che si possono toccare, la felicità sperimentabile, il successo dei nostri progetti personali e delle nostre intenzioni. Siamo completamente “riempiti” di noi stessi, così che non rimane alcuno spazio per Dio. E per questo non c’è neppure spazio per gli altri, per i bambini, per i poveri, per gli stranieri. A partire dalla semplice parola circa il posto mancante nell’alloggio possiamo renderci conto di quanto ci sia necessaria l’esortazione di san Paolo: “Lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare!” (Rm 12,2). Paolo parla del rinnovamento, del dischiudere il nostro intelletto (nous); parla, in generale, del modo in cui vediamo il mondo e noi stessi. La conversione di cui abbiamo bisogno deve giungere veramente fino alle profondità del nostro rapporto con la realtà. Preghiamo il Signore affinché diventiamo vigili verso la sua presenza, affinché sentiamo come Egli bussa in modo sommesso eppure insistente alla porta del nostro essere e del nostro volere. Preghiamolo affinché nel nostro intimo si crei uno spazio per Lui. E affinché in questo modo possiamo riconoscerlo anche in coloro mediante i quali si rivolge a noi: nei bambini, nei sofferenti e negli abbandonati, negli emarginati e nei poveri di questo mondo.
C’è ancora una seconda parola nel racconto di Natale sulla quale vorrei riflettere insieme a voi: l’inno di lode che gli angeli intonano dopo il messaggio circa il neonato Salvatore: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini del suo compiacimento”. Dio è glorioso. Dio è luce pura, splendore della verità e dell’amore. Egli è buono. È il vero bene, il bene per eccellenza. Gli angeli che lo circondano trasmettono in primo luogo semplicemente la gioia per la percezione della gloria di Dio. Il loro canto è un’irradiazione della gioia che li riempie. Nelle loro parole sentiamo, per così dire, qualcosa dei suoni melodiosi del cielo. Là non è sottesa alcuna domanda sullo scopo, c’è semplicemente il dato di essere colmi della felicità proveniente dalla percezione del puro splendore della verità e dell’amore di Dio. Da questa gioia vogliamo lasciarci toccare: esiste la verità. Esiste la pura bontà. Esiste la luce pura. Dio è buono ed Egli è il potere supremo al di sopra di tutti i poteri. Di questo fatto dovremmo semplicemente gioire in questa notte, insieme agli angeli e ai pastori.

Con la gloria di Dio nel più alto dei cieli è in relazione la pace sulla terra tra gli uomini. Dove non si dà gloria a Dio, dove Egli viene dimenticato o addirittura negato, non c’è neppure pace. Oggi, però, diffuse correnti di pensiero asseriscono il contrario: le religioni, in particolare il monoteismo, sarebbero la causa della violenza e delle guerre nel mondo; occorrerebbe prima liberare l’umanità dalle religioni, affinché si crei poi la pace; il monoteismo, la fede nell’unico Dio, sarebbe prepotenza, causa di intolleranza, perché in base alla sua natura esso vorrebbe imporsi a tutti con la pretesa dell’unica verità. È vero che, nella storia, il monoteismo è servito di pretesto per l’intolleranza e la violenza. È vero che una religione può ammalarsi e giungere così ad opporsi alla sua natura più profonda, quando l’uomo pensa di dover egli stesso prendere in mano la causa di Dio, facendo così di Dio una sua proprietà privata. Contro questi travisamenti del sacro dobbiamo essere vigilanti. Se un qualche uso indebito della religione nella storia è incontestabile, non è tuttavia vero che il “no” a Dio ristabilirebbe la pace. Se la luce di Dio si spegne, si spegne anche la dignità divina dell’uomo. Allora egli non è più l’immagine di Dio, che dobbiamo onorare in ciascuno, nel debole, nello straniero, nel povero. Allora non siamo più tutti fratelli e sorelle, figli dell’unico Padre che, a partire dal Padre, sono in correlazione vicendevole. Che generi di violenza arrogante allora compaiono e come l’uomo disprezzi e schiacci l’uomo lo abbiamo visto in tutta la sua crudeltà nel secolo scorso. Solo se la luce di Dio brilla sull’uomo e nell’uomo, solo se ogni singolo uomo è voluto, conosciuto e amato da Dio, solo allora, per quanto misera sia la sua situazione, la sua dignità è inviolabile. Nella Notte Santa, Dio stesso si è fatto uomo, come aveva annunciato il profeta Isaia: il bambino qui nato è “Emmanuele”, Dio con noi (cfr Is 7,14). E nel corso di tutti questi secoli davvero non ci sono stati soltanto casi di uso indebito della religione, ma dalla fede in quel Dio che si è fatto uomo sono venute sempre di nuovo forze di riconciliazione e di bontà. Nel buio del peccato e della violenza, questa fede ha inserito un raggio luminoso di pace e di bontà che continua a brillare.
Così Cristo è la nostra pace e ha annunciato la pace ai lontani e ai vicini (cfr Ef 2,14.17). Come non dovremmo noi pregarlo in quest’ora: Sì, Signore, annuncia a noi anche oggi la pace, ai lontani e ai vicini. Fa’ che anche oggi le spade siano forgiate in falci (cfr Is 2,4), che al posto degli armamenti per la guerra subentrino aiuti per i sofferenti. Illumina le persone che credono di dover esercitare violenza nel tuo nome, affinché imparino a capire l’assurdità della violenza e a riconoscere il tuo vero volto. Aiutaci a diventare uomini “del tuo compiacimento” – uomini secondo la tua immagine e così uomini di pace.
Appena gli angeli si furono allontanati, i pastori dicevano l’un l’altro: Orsù, passiamo di là, a Betlemme e vediamo questa parola che è accaduta per noi (cfr Lc 2,15). I pastori si affrettavano nel loro cammino verso Betlemme, ci dice l’evangelista (cfr 2,16). Una santa curiosità li spingeva a vedere in una mangiatoia questo bambino, del quale l’angelo aveva detto che era il Salvatore, il Cristo, il Signore. La grande gioia, di cui l’angelo aveva parlato, aveva toccato il loro cuore e metteva loro le ali.
Andiamo di là, a Betlemme, dice la liturgia della Chiesa oggi a noi. Trans-eamus traduce la Bibbia latina: “attraversare”, andare di là, osare il passo che va oltre, la “traversata”, con cui usciamo dalle nostre abitudini di pensiero e di vita e oltrepassiamo il mondo meramente materiale per giungere all’essenziale, al di là, verso quel Dio che, da parte sua, è venuto di qua, verso di noi. Vogliamo pregare il Signore, perché ci doni la capacità di oltrepassare i nostri limiti, il nostro mondo; perché ci aiuti a incontrarlo, specialmente nel momento in cui Egli stesso, nella Santissima Eucaristia, si pone nelle nostre mani e nel nostro cuore.
Andiamo di là, a Betlemme: con queste parole che, insieme con i pastori, ci diciamo l’un l’altro, non dobbiamo pensare soltanto alla grande traversata verso il Dio vivente, ma anche alla città concreta di Betlemme, a tutti i luoghi in cui il Signore ha vissuto, operato e sofferto. Preghiamo in quest’ora per le persone che oggi lì vivono e soffrono. Preghiamo perché lì ci sia pace. Preghiamo perché Israeliani e Palestinesi possano sviluppare la loro vita nella pace dell’unico Dio e nella libertà. Preghiamo anche per i Paesi circostanti, per il Libano, per la Siria, per l’Iraq e così via: affinché lì si affermi la pace. Che i cristiani in quei Paesi dove la nostra fede ha avuto origine possano conservare la loro dimora; che cristiani e musulmani costruiscano insieme i loro Paesi nella pace di Dio.
I pastori si affrettavano. Una santa curiosità e una santa gioia li spingevano. Tra noi forse accade molto raramente che ci affrettiamo per le cose di Dio. Oggi Dio non fa parte delle realtà urgenti. Le cose di Dio, così pensiamo e diciamo, possono aspettare. Eppure Egli è la realtà più importante, l’Unico che, in ultima analisi, è veramente importante. Perché non dovremmo essere presi anche noi dalla curiosità di vedere più da vicino e di conoscere ciò che Dio ci ha detto? Preghiamolo affinché la santa curiosità e la santa gioia dei pastori tocchino in quest’ora anche noi, e andiamo quindi con gioia di là, a Betlemme – verso il Signore che anche oggi viene nuovamente verso di noi. Amen.

Publié dans:PAPA BENEDETTO DIMISSIONI |on 11 février, 2013 |Pas de commentaires »

Angel and Isaiah the Prophet Unclean Lips

Angel and Isaiah the Prophet Unclean Lips dans immagini sacre angel-n-isaiah-the-prophet-unclean-lips
http://seashoremary.wordpress.com/2012/11/10/woe-to-self/

Publié dans:immagini sacre |on 8 février, 2013 |Pas de commentaires »

ISAIA 6,1-8 (commento a)

http://www.monte-tabor.net/pdf/catechesi%208%20isaia%206,1-8.pdf

(Stagione 2007-07 )

Catechesi 8

ISAIA 6,1-8

Abramo, Mosè, Samuele, Isaia, Geremia, Ezechiele, gli Apostoli, Paolo di Tarso sono dei chiamati e bisogna sempre tornare ai grandi racconti biblici della loro vocazione se si vuol comprendere la forza e il senso di una chiamata. Non mediteremo mai abbastanza questa pagina folgorante che ci trasmette il libro di Isaia. Siamo verso il 740 a.C., in piena cerimonia al tempio: qui il profeta è colto dalla grandezza di Dio che supera ogni creatura (c’è un trono elevato, simbolo della divinità e regalità celeste;
il manto di Dio riempie il tempio: è la presenza dimorante di Dio, come l’incenso sul fuoco che riempie l’ambiente circostante con una nuvola di fumo – vedi v. 4).I Serafini sono esseri di fuoco che circondano Dio (il loro nome significa esseri brucianti,
ardenti: sono esseri celesti con ali e forma umana). Isaia è il primo nella Bibbia che li mette in relazione con Jahvè (già si parla di angeli in Esodo 25: esseri celesti che sono sopra l’Arca dell’alleanza e in Ezechiele sono attorno al carro di Dio, ma in entrambi i passi sono chiamatiCherubini). Questi Serafini circondano Dio senza riuscire a sostenere il fulgore del suo mistero, si dice infatti che si coprivano la faccia (come anche Mosè ed Elia di fronte alla manifestazione di Dio: vedi Es 3 e 1 Re 19). A questo punto risuona la grande acclamazione al Dio degli eserciti: Santo, Santo, Santo (in altre parole Dio è tre volte Santo: è un superlativo assoluto e indica che la santità di Dio è infinita, insuperabile). Il Signore degli eserciti: significa il Signore di tutte le creature, di tutto l’universo, del firmamento (l’esercito celeste), in un secondo tempo la parola eserciti indicò gli eserciti armati, le schiere d’Israele. Tutta la terra è piena della sua gloria: la gloria di Dio è lo splendore della sua presenza misteriosa e attiva che riempie l’universo (vedi anche Ap 4,2 e il Santo della Messa). La rivelazione di Dio è per Isaia inesprimibile, infattiegli usa le parole comuni delle manifestazioni divine (l’acclamazione, il terremoto, il fumo) e qualche immagine presa dallo splendore delle corti orientali (trono, manto, serafini). Tuttavia al di là delle parole si intuisce qualche cosa di grande e sublime. Vibravano gli stipiti delle porte alla voce di colui che gridava: il terremoto indica una manifestazione di Dio e della sua potenza; i Serafini proclamano all’unisono (infatti si dice: alla voce di colui che gridava) la gloria splendente di Dio. Il tempio si riempiva di fumo: è la nuvola della presenza di Dio, della sua gloria. Vediamo questa nuvola nella tenda del Convegno costruita da Mosè, durante il viaggio nel deserto
per accompagnare il cammino d’Israele e nel tempio di Salomone. La nuvola indica anche lo Spirito Santo come dice S. Paolo in 1 Cor 10,1-2. Ohimé! Io sono perduto, eppure i miei occhi hanno visto il Re, il Signore degli eserciti: l’uomo peccatore si sente perduto di fronte alla Santità di Dio (è il timore riverenziale provato di fronte a Dio da Mosè, Elia, Pietro dopo la pesca miracolosa), si trova come indifeso, perduto, davanti alla rivelazione di Dio (Nessuno può vedere Dio!). Nell’istante stesso in cui il profeta sperimenta la grandezza e la santità di Dio, è invaso dal sentimento di essere solamente peccato. Dio interviene con il suo fuoco santo per purificare il profeta (il quale è la bocca di Dio, quindi deve essere puro): un serafino tocca le labbra col carbone ardente (le labbra, la bocca indicano anche tutta la persona). Il fuoco indica la Croce che ci purifica e ci rinnova, come anche lo Spirito Santo. In questa scena c’è un richiamo ai riti del Battesimo: il celebrante fa un segno di croce sulle orecchie e sulle labbra perché il battezzando possa ascoltare Dio e rispondere alla sua voce (c’è una analogia con la guarigione del sordomuto, quando Gesù gli disse: « Effatà » cioè « Apriti »). Udii la voce del Signore che diceva: « Chi manderò e chi andrà per noi? ». Noi è un plurale di
maestà, alcuni commentatori vedono qui un accenno alla Trinità. Il profeta risponde: « Eccomi, manda me! »: prontezza, disponibilità, consegna, resa (è come dire: « Fa’ di me quello che vuoi » o « Sia fatta la tua volontà »). Isaia dimostra decisione, al contrario di Mosè e Geremia che tentennarono quando furono chiamati. Con la domanda di Jahvè c’è la chiamata e poi la missione
(Va’ e riferisci a questo popolo).pag.1Dio vuole aver bisogno dell’uomo per compiere il suo progetto di salvezza. La sua chiamata
purifica e prepara colui che è scelto. D’ora in poi Isaia sarà un altro uomo, non sarà mai più lo stesso (cfr. Giacobbe che zoppica, Mosè diventato umile, ecc.), investito della missione di rimproverare i suoi compatrioti che chiudono gli occhi e gli orecchi a Dio e alla sua legge. Soltanto quando il popolo decimato avrà perso ogni illusione e ogni appoggio umano, dal piccolo gruppo dei sopravvissuti (il resto d’Israele) potrà nascere la salvezza che viene da Dio. Come sempre nel corso della storia umana Dio non ha bisogno della nostra forza, degli sforzi umani per agire con potenza (cfr. Zc 4,6 e 2 Cor 12,9-10).In certi giorni la cecità dell’uomo (quindi anche la nostra cecità) sembra essere senza rimedio: è il momento in cui tocca al profeta parlare, è il tempo in cui Dio fa udire la sua voce per mezzo dei suoi servi i profeti (allora come oggi). Questo racconto della vocazione di Isaia (che andrebbe all’inizio del libro, come anche per Ezechiele: forse per indicare che Dio si rivela progressivamente) è l’introduzione ai capitoli 7 – 12, che sono denominati il Libretto dell’Emmanuele (cioè della vicinanza e della presenza di Dio in mezzo al suo popolo attraverso il Messia); in questi capitoli c’è l’essenza del messaggio di Isaia. Non dobbiamo temere, Dio è con noi sempre, Gesù ce l’ha promesso, importante è che noi rispondiamo ai suoi inviti con un generoso: « Eccomi, manda me! ». Scrivi una preghiera personale nella quale ti rivolgi al Padre celeste e gli chiedi, nel Nome di Gesù e con la potenza dello Spirito Santo, di rivelarti la sua manifesta
presenza che trasformi la tua vita a lode della sua gloria. Inoltre offri a Lui la tua disponibilità nell’accogliere la sua volontà e le missioni che ti affida per la salvezza dei fratelli.

Passi biblici complementari:
Sal 24 Chi salirà il monte del Signore?
Ap 4,6-11 L’adorazione celeste davanti al trono di Dio

OMELIA (10-02-2013): DIO RIEMPIE LE RETI DELLA NOSTRA VITA

http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/27567.html

OMELIA (10-02-2013)

PADRE ERMES RONCHI

DIO RIEMPIE LE RETI DELLA NOSTRA VITA

Quattro pescatori so­no lanciati in un’av­ventura più grande di loro: pescare per la vita. Pescare produce la mor­te dei pesci. Ma per gli uo­mini non è così: pescare si­gnifica «catturare vivi», è il verbo usato nella Bibbia per indicare coloro che in una battaglia sono salvati dalla morte e lasciati in vita (Gs 2,13; 6,25. 2 Sam 8,2). Nella battaglia per la vita l’uomo sarà salvato, protetto dall’a­bisso dove rischia di cadere, portato alla luce.
«Sarai pescatore di uomini»: li raccoglierai da quel fondo dove credono di vivere e non vivono; mostrerai loro che sono fatti per un altro respi­ro, un altro cielo, un’altra vi­ta! Raccoglierai per la vita.
Gesù sale anche sulla mia barca, non importa se è vuo­ta e l’ho tirata in secco, e di­ce anche a me: Vuoi mettere a disposizione la tua barca, la barca della tua vita? c’è u­na missione per te. Quella stessa di Pietro, che è per tut­ti, non solo per preti o suore: se pescare non significa da­re la morte, ma portare a vi­vere meglio, con più respiro e luce, portare a galla la per­sona da quel fondo limac­cioso, triste, senza speranza, in cui vive, allora in questa nostra «epoca delle passioni tristi» un grande lavoro è da compiere. Non noi però, ma lo Spirito di Dio.
Sulla tua parola getterò le re­ti. Che cosa spinge Pietro a fidarsi? Non ci sono discorsi sulla barca, ma sguardi: per Gesù guardare una persona e amarla era la stessa cosa. Pietro in quegli occhi ha vi­sto l’amore per lui. Si è sen­tito amato, sente che la sua vita è al sicuro accanto a Ge­sù, crede nella forza dell’a­more che ha visto, e si fida.
E le reti si riempiono. Simo­ne, davanti a questa potenza e mistero, ha paura: allonta­nati da me, perché sono un peccatore. E Gesù ha una rea­zione bellissima: trasporta Simone su di un piano total­mente diverso. Non si inte­ressa dei suoi peccati; ha u­na sovrana indifferenza per il passato di Simone, pronuncia parole che creano fu­turo: Non temere. Tu sarai pe­scatore, donerai vita.
Mi incantano la delicatezza e la sapienza con le quali il Si­gnore Gesù si rivolge a Si­mone, e in lui a tutti:
- lo pregò di scostarsi da riva: Gesù prega Simone, non si impone mai;
- non temere: Dio viene co­me coraggio di vita; libera dalla paura, paralisi del cuo­re;­
- tu sarai: Tu donerai vita. Ge­sù intuisce in me fioriture di domani; per lui nessun uo­mo coincide con i suoi falli­menti, bensì con le sue po­tenzialità.
Tre parole con cui Gesù, maestro di umanità, rilancia la vita: delicatezza, coraggio, futuro.
Lasciarono tutto e lo seguiro­no. Senza neppure chiedersi dove li condurrà. Sono i «fu­turi di cuore». Vanno dietro a lui e vanno verso l’uomo, quella doppia direzione che sola conduce al cuore della vita.

St. Josephine Bakhita of Sudan

St. Josephine Bakhita of Sudan dans immagini sacre Our+Lady+of+SudanSt%20Giuseppina%20bakhita-thumb-300x501-11100 dans immagini sacre

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Publié dans:immagini sacre |on 7 février, 2013 |Pas de commentaires »

VANGELO DI VENERDÌ 8 FEBBRAIO 2012 – MEMORIA DI S. GIUSEPPINA BAKHITA

http://www.parrocchiasanmaurizio.it/2013/02/07/vangelo-di-venerdi-8-febbraio-2013-memoria-di-s-giuseppina-bakhita/

VANGELO DI VENERDÌ 8 FEBBRAIO 2012 – MEMORIA DI S. GIUSEPPINA BAKHITA

Venerdì 8 Febbraio 2013

Venerdì della IV settimana del Tempo Ordinario (Anno dispari)

Santa GIUSEPPINA BAKHITA   Vergine – Memoria Facoltativa

Grado della Celebrazione: Feria
Colore liturgico: Verde

VANGELO (Mc 6,14-29)
Quel Giovanni che io ho fatto decapitare, è risorto.

+ Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, il re Erode sentì parlare di Gesù, perché il suo nome era diventato famoso. Si diceva: «Giovanni il Battista è risorto dai morti e per questo ha il potere di fare prodigi». Altri invece dicevano: «È Elìa». Altri ancora dicevano: «È un profeta, come uno dei profeti». Ma Erode, al sentirne parlare, diceva: «Quel Giovanni che io ho fatto decapitare, è risorto!».
Proprio Erode, infatti, aveva mandato ad arrestare Giovanni e lo aveva messo in prigione a causa di Erodìade, moglie di suo fratello Filippo, perché l’aveva sposata. Giovanni infatti diceva a Erode: «Non ti è lecito tenere con te la moglie di tuo fratello». Per questo Erodìade lo odiava e voleva farlo uccidere, ma non poteva, perché Erode temeva Giovanni, sapendolo uomo giusto e santo, e vigilava su di lui; nell’ascoltarlo restava molto perplesso, tuttavia lo ascoltava volentieri.
Venne però il giorno propizio, quando Erode, per il suo compleanno, fece un banchetto per i più alti funzionari della sua corte, gli ufficiali dell’esercito e i notabili della Galilea. Entrata la figlia della stessa Erodìade, danzò e piacque a Erode e ai commensali. Allora il re disse alla fanciulla: «Chiedimi quello che vuoi e io te lo darò». E le giurò più volte: «Qualsiasi cosa mi chiederai, te la darò, fosse anche la metà del mio regno». Ella uscì e disse alla madre: «Che cosa devo chiedere?». Quella rispose: «La testa di Giovanni il Battista». E subito, entrata di corsa dal re, fece la richiesta, dicendo: «Voglio che tu mi dia adesso, su un vassoio, la testa di Giovanni il Battista». Il re, fattosi molto triste, a motivo del giuramento e dei commensali non volle opporle un rifiuto.
E subito il re mandò una guardia e ordinò che gli fosse portata la testa di Giovanni. La guardia andò, lo decapitò in prigione e ne portò la testa su un vassoio, la diede alla fanciulla e la fanciulla la diede a sua madre. I discepoli di Giovanni, saputo il fatto, vennero, ne presero il cadavere e lo posero in un sepolcro.

Parola del Signore

Commento (Monaci Benedettini Silvestrini)

Nel Santo Vangelo ricordiamo la Decollazione di San Giovanni Battista. Egli è stato eletto da Dio a preparare la venuta sulla terra a Gesù come una Voce che gridava forte nel deserto, chiamando tutti a conversione: a lavarsi nel fiume Giordano per purificarsi dai loro peccati, e per farsi trovare belli puliti, e ben profumati dentro l’anima, dal Signore che viene. E San Marco ci parla dell’estrema testimonianza del Battista, quella del sangue versato per il Messia d’Israele, per il Signore Gesù. Egli venne imprigionato dal re Erode, che non dormiva in pace e tremava, sentendo parlare la gente dell’immenso potere che aveva Gesù, che ormai compiva meraviglie in mezzo al popolo e per tutta la Palestina. San Giovanni Battista venne imprigionato perché aveva richiamato Erode al suo dovere morale: “Non ti è lecito tenere con te la moglie di tuo fratello!”. Si trattava di Erodìade, che per questo motivo lo odiava a morte e voleva farlo uccidere… Per questo il Santo Precursore del Signore venne imprigionato. E dopo una danza della figlia, il re perse proprio la testa e fece decapitare il Santo Profeta di Dio… La sua amante Erodìade ebbe la testa gloriosa di San Giovanni Battista su di un vassoio. Vennero i discepoli, presero il cadavere del Santo Battezzatore e lo posero in un sepolcro. E questo fatto lo ricordiamo anche il 29 agosto. Ma prima di chiudere voglio fare ancora una considerazione: cosa direbbe oggi San Giovanni Battista se egli tornasse a predicare in questo mondo moderno, pieno di scandali senza numero, di immoralità di ogni genere, di infedeltà, di divorzi, di convivenze, di aborti, di scandali?… E che fine gli farebbero fare oggi, in questi tempi di corruzione e di tenebra?… E noi che facciamo?!… Si risvegli dentro di noi lo Spirito profetico di Giovanni il Battezzatore! E per questo preghiamo: Vieni, Spirito Santo, vieni per mezzo della potente intercessione del Cuore Immacolato e Addolorato di Maria, tua Sposa amatissima!”.

Santa GIUSEPPINA BAKHITA   Vergine

Oglassa, Darfur, Sudan, 1868 – Schio, Vicenza, 8 febbraio 1947

Esiste un manoscritto, redatto in italiano e custodito nell’archivio storico della Curia generalizia delle suore Canossiane di Roma, che raccoglie l’autobiografia di santa Bakhita, canonizzata in piazza San Pietro fra danze e ritmati canti africani. In questo manoscritto sono racchiuse le brutture a cui fu sottoposta Bakhita nei suoi tragici anni di schiavitù, la sua riacquistata libertà e infine la conversione al cattolicesimo.

“La mia famiglia abitava proprio nel centro dell’Africa, in un subborgo del Darfur, detto Olgrossa, vicino al monte Agilerei… Vivevo pienamente felice…

Avevo nove anni circa, quando un mattino…andai… a passeggio nei nostri campi… Ad un tratto [sbucano] da una siepe due brutti stranieri armati… Uno… estrae un grosso coltello dalla cintura, me lo punta sul fianco e con una voce imperiosa, “Se gridi, sei morta, avanti seguici!””.

Venduta a mercanti di schiavi, iniziò per Bakhita un’esistenza di privazioni, di frustate e di passaggi di padrone in padrone. Poi venne tatuata con rito crudele e tribale: 114 tagli di coltello lungo il corpo: “Mi pareva di morire ad ogni momento… Immersa in un lago di sangue, fui portata sul giaciglio, ove per più ore non seppi nulla di me… Per più di un mese [distesa] sulla stuoia… senza una pezzuola con cui asciugare l’acqua che continuamente usciva dalle piaghe semiaperte per il sale”.

Giunse finalmente la quinta ed ultima compra-vendita della giovane schiava sudanese. La acquistò un agente consolare italiano, Callisto Legnami.  Dieci anni di orrori e umiliazioni si chiudevano. E, per la prima volta, Bakhita indossa un vestito.

“Fui davvero fortunata; perché il nuovo padrone era assai buono e prese a volermi bene tanto”. Trascorrono più di due anni. L’incalzante rivoluzione mahdista fa decidere il funzionario italiano di lasciare Khartoum e tornare in patria. Allora “osai pregarlo di condurmi in Italia con sé”. Bakhita raggiunge la sconosciuta Italia, dove il console la regalerà ad una coppia di amici di Mirano Veneto e per tre anni diventerà la bambinaia di loro figlia, Alice.

Ed ecco l’incontro con Cristo. La mamma di Alice, Maria Turina Michieli, decide di mandare figlia e bambinaia in collegio dovendo raggiungere l’Africa per un certo periodo di tempo. La giovane viene ospitata nel Catecumenato diretto dalle Suore Canossiane di Venezia (1888). “Circa nove mesi dopo, la signora Turina venne a reclamare i suoi diritti su di me. Io mi rifiutai di seguirla in Africa… Ella montò sulle furie”. Nella questione intervennero il patriarca di Venezia Domenico Agostini e il procuratore del re, il quale  “mandò a dire che, essendo io in Italia, dove non si fa mercato di schiavi, restavo… libera”.

Il 9 gennaio 1890 riceve dal Patriarca di Venezia il battesimo, la cresima e la comunione e le viene imposto il nome di Giuseppina, Margherita, Fortunata, che in arabo si traduce Bakhita.

Nel 1893 entra nel noviziato delle Canossiane. “Pronunciate i santi voti senza timori. Gesù vi vuole, Gesù vi ama. Voi amatelo e servitelo sempre così”, le dirà il cardinal Giuseppe Sarto, nuovo Patriarca e futuro Pio X. Nel 1896 pronuncia i voti e si avvia ad un cammino di santità. Cuoca, sacrestana e portinaia saranno le sue umili mansioni, descritte e testimoniate dal recente e ben riuscito video prodotto dalla Nova-T, dal titolo “Le due valigie, S. Giuseppina Bakhita”, con la regia di Paolo Damosso, la fotografia di Antonio Moirabito e la recitazione di  Franco Giacobini e Angela Goodwin. Il titolo si rifà alle parole che Bakhita disse prima di morire: “Me ne vado, adagio adagio, verso l’eternità… Me ne vado con due valigie: una, contiene i miei peccati, l’altra, ben più pesante, i meriti infiniti di Gesù Cristo”.

Donna di preghiera e di misericordia, conquistò la gente di Schio, dove rimase per ben 45 anni. La suora di “cioccolato”,  che i bambini provavano a mangiare, catturava per la sua bontà, la sua gioia, la sua fede. Già in vita la chiamano santa e alla sua morte (8 febbraio 1947),  sopraggiunta a causa di una polmonite, Schio si vestì a lutto.

Aveva detto: “Se incontrassi quei negrieri che mi hanno rapita e anche quelli che mi hanno torturata, mi inginocchierei a baciare loro le mani, perché, se non fosse accaduto ciò, non sarei ora cristiana e religiosa…”.

Autore: Cristina Siccardi

Publié dans:liturgia, Santi |on 7 février, 2013 |Pas de commentaires »
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