Archive pour février, 2013

OMELIA (17-02-2013): LE ACQUE DEL GIORDANO TRIONFANO SUL MALIGNO

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OMELIA (17-02-2013)

PADRE GIAN FRANCO SCARPITTA

LE ACQUE DEL GIORDANO TRIONFANO SUL MALIGNO

Gesù è stato da poco confermato dal Padre come Figlio suo prediletto mentre usciva dall’acqua battesimale del Giordano; è stato rivestito di Spirito Santo, lo stesso Spirito che lo ha iniziato e lo conduce adesso alla missione di annuncio e lo conferma nella sua figliolanza divina e nella divinità. Sempre lo Spirito adesso però lo conduce nel deserto appositamente per essere tentato dal demonio. Dall’esaltazione alla prova; dalla gioia alla frustrazione; dalla gloria altisonante alla deprimente umiliazione. Lui, appena preconizzato come il Figlio di Dio dalle cui labbra tutti devono pendere, adesso viene sottomesso alla molteplici, accattivanti, seduzioni del maligno dopo essere stato stremato e consumato dal caldo e dall’asperità del deserto e mentre ora viene avvinto dalla fame. L’evangelista Marco aggiunge che stava in mezzo alle fiere, sebbene gli angeli lo servivano.
La spiritualità monastica, della quale maggiore testimone è S. Antonio abate, descriverà il deserto come il luogo delle tentazioni per eccellenza, nel quale il diavolo aleggia sulle anime solitarie operando il contrasto delle passioni, le pulsioni e repulsioni della carne. Esso sarà pertanto il luogo del combattimento e della lotta estenuante per la vittoria dello spirito sulle insidie del maligno. Nella situazione di Gesù il deserto offre tutte le occasioni e tutti gli elementi perché le tentazioni si rendano più insidiose e fuorvianti. Il diavolo, che si mostra peraltro ostile quando può essere vigliacco e meschino, tenta infatti di sedurre Gesù non già in una condizione di sazietà e di padronanza, ma quando la fame ha già avuto il sopravvento su di lui, il che significa in una condizione di debolezza estrema, nella quale le possibilità di resa sono molteplici e palesi. Senza contare poi i quaranta giorni (numero simbolico ricorrente nella Bibbia) caratterizzati dal caldo, dalla sete, dall’inospitalità delle zolle di terra tutt’intorno.
Nel deserto Gesù dimostra effettivamente di aver rinunciato alle sue prerogative di grandezza e di divinità e alla conclamata posizione di Figlio di Dio da poco conclamata dal Padre: in lui c’è l’umano che si alterna al divino ma che ha la prevalenza quando si tratti di esercitare la pazienza, l’astuzia, la costanza, insomma la lotta contro le tentazioni. Anche qui avviene quanto Paolo affermerà poi rivolto ai Filippesi: Gesù non considera gelosamente la propria uguaglianza con Dio, ma annulla se stesso facendosi in tutto simile agli uomini e umiliandosi assieme ad essi: Gesù si sottomette, pur essendo Dio invitto, alla caducità propriamente umana armato solo di quella contro le tentazioni del maligno. Questi adopera addirittura la Scrittura quale sottile espediente di seduzione, ma trova in Gesù un degno avversario che ha la meglio su di lui e sulle sue accattivanti proposte. Sempre ricorrendo alla sola risorsa dell’umano, Gesù controbatte infatti con serio raziocinio e ricchezza di buon senso le seducenti osservazione scritturistiche del’avversario, avendo finalmente ragione di lui e costringendolo alla fuga. Il diavolo si allontana, ma Luca precisa che dovrà tornare al momento opportuno. Sarà quello della passione, dove la morte di Cristo sarà associata alle umiliazioni e all’abbandono da parte di tutti e dove solo il male sembrerà avere la prevalenza definitiva: Gesù sarà condotto al patibolo soprattutto per opera del maligno e quale tentazione maggiore per il Re del mondo sofferente più di quella di scendere dalla croce e di sterminare chi lo sta vessando e maltrattando.
La lotta senza esclusione di colpi fra Gesù e il diavolo, nel deserto, è molto sofferta viste le suddette condizioni di mancata garanzia, ma la tenacia di Gesù, la costanza della propria fede e l’abbandono alla volontà del Padre che da poco lo ha nominato suo Figlio prediletto gli ottengono dominio sulle forze del male meritandogli di averne ragione: essere stato battezzato gli aveva procurato la forza dallo Spirito Santo e adesso le acque del Giordano, seppure ormai evaporate dal suo capo, trionfano sul maligno.
Nella tentazione subita volutamente da Gesù vi è la prassi necessariamente abituale di chi si dispone ad intraprendere un serio itinerario di vita spirituale proteso verso la perfezione: quando si corrisponde alla chiamata divina e al progetto di comunione con il Signore optando per la conversione radicale di noi stessi, ci si dispone con retta intenzione nei riguardi di Dio, ci si incammina volentieri verso di lui, i nostri itinerari e le nostre scelte si orientano nei suoi confronti e tuttavia gli ostacoli a tale processo sono all’ordine del giorno nella fattezza delle prove, delle tentazioni e delle insidie che l’antico avversario non manca di apporre sulle nostre orme. Il maligno (quello vero) nulla detesta di più se non che una sola anima si protenda verso Dio e per questo non potremo che attenderci insidie e trappole da parte sua. L’esperienza di Gesù deve però essere la nostra esperienza perché la sua umanità condivide la nostra umanità e pertanto anche la vittoria sul maligno e il dominio delle tentazioni può essere compatibile con lo nostre possibilità.
Non va dimenticato peraltro che, seppure la carne è debole, lo Spirito resta sempre desto per difendere chi mostra fedeltà a Dio e anche nella prova e nella tentazione non siamo mai abbandonati a noi stessi e nessuno resta privo di mezzi o di sostentamento. La prima Lettura, tratta dal libro del Deuteronomio racconta al popolo d’Israele come Dio lo avesse sostenuto nonostante la schiacciante prova della schiavitù in Egitto e come siffatta prova sia stata superata dalla ferma volontà degli Israeliti, non senza l’intervento deciso e determinante del Signore: ogni lotta ha in Dio la sua vittoria.
La grazia di Dio supera tutte le seduzioni maligne e anche noi possiamo contare sull’aiuto dello Spirito Santo per mantenere intatta la nostra fedeltà al battesimo e per progredire nella lotta contro il peccato e le imperfezioni. L’itinerario di quaresima da noi appena intrapreso ci ragguaglia sulla verità delle prove e delle tentazioni che minano la nostra fedeltà e tendono a debilitarci facendoci vacillare. Ma è pur vero che la grazia dello Spirito Santo ci invita a rialzarci ad ogni caduta e a proseguire il cammino dimentichi di essere caduti, per cui ogni combattimento spirituale proprio nella prova tempra e fortifica la nostra forza di spiritualità.

Inside the Sanctuary of a Church (Mikhail Villie, no date (1880s-1890s)

Inside the Sanctuary of a Church (Mikhail Villie, no date (1880s-1890s) dans immagini sacre

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Publié dans:immagini sacre |on 14 février, 2013 |Pas de commentaires »

Preghiera ai SS. Cirillo e Metodio – Dalla « Vita » in lingua slava di san Cirillo

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PREGHIERA AI SS. CIRILLO E METODIO

Scritto da Consolata.org

Dalla « Vita » in lingua slava di san Cirillo
(Cap. 18; Denkschriften der kaiserl Akademie der Wissenschaften, 19, Vienna, 1870, p. 246)

Giunta, a causa della malattia, l’ora della fine e di passare al riposo eterno, levate le mani a Dio, Cirillo pregava tra le lacrime, dicendo: « Signore, Dio mio, che hai creato tutti gli ordini angelici e gli spiriti incorporei, che hai steso i cieli e resa ferma la terra e hai formato dal nulla tutte le cose che esistono, tu che ascolti sempre coloro che fanno la tua volontà e ti temono e osservano i tuoi precetti; ascolta la mia preghiera e conserva nella fede il tuo gregge, a capo del quale mettesti me, tuo servo indegno ed inetto.
Liberali dalla malizia empia e pagana di quelli che ti bestemmiano; fa crescere di numero la tua Chiesa e raccogli tutti nell’unità.
Rendi santo, concorde nella vera fede e nella retta confessione il tuo popolo, e ispira nei cuori la parola della tua dottrina. t tuo dono infatti l’averci scelti a predicare il Vangelo del tuo Cristo, a incitare i fratelli alle buone opere ed a compiere quanto ti è gradito.
Quelli che mi hai dato, te li restituisco come tuoi; guidali ora con la tua forte destra, proteggili all’ombra delle tue ali, perché tutti lodino e glorifichino il tuo nome di Padre e Figlio e Spirito Santo. Amen ».
Avendo poi baciato tutti col bacio santo, disse: « Benedetto Dio, che non ci ha dato in pasto ai denti dei nostri invisibili avversari, ma spezzò la loro rete e ci ha salvati dalla loro voglia di mandarci i rovina ». E così, all’età di quarantadue anni, si addormentò nel Signore. 

Il papa comandò che tutti i greci che erano a Roma ed i Romani si riunissero portando ceri e cantando e che gli dedicassero onori funebri non diversi da quelli che avrebbero tríbutato al papa stesso; e così fu fatto.

O Santi Cirillo e Metodio, che con ammirevole dedizione avete portato ai popoli assetati di verità e di luce la fede: fate che la Chiesa tutta proclami sempre il Cristo crocifisso e risorto, Redentore dell’uomo!
O Santi Cirillo e Metodio, che nel vostro difficile e duro apostolato missionario siete rimasti sempre profondamente legati alla Chiesa di Costantinopoli e alla Sede Romana di Pietro: fate che le due Chiese sorelle, la Chiesa Cattolica e quella Ortodossa, superati nella carità e nella verità gli elementi di divisione, possano raggiungere la piena unione auspicata!
O Santi Cirillo e Metodio, che, con sincero spirito di fraternità, avete avvicinato i popoli diversi per portare a tutti il messaggio di amore universale predicato da Cristo: fate che i popoli del Continente Europeo, consapevoli del loro comune patrimonio cristiano, vivano nel reciproco rispetto dei giusti diritti e nella solidarietà e siano operatori di pace tra tutte le nazioni del mondo!
(Dalla preghiera del papa Giovanni Paolo II)

Intercessioni
Lieti e riconoscenti innalziamo la nostra preghiera a Cristo, luce del mondo, che ci
ha dato in san Cirillo un maestro di sapienza e in san Metodio un pastore grande e
intrepido.
Hai generato nuovi popoli alla fede mediante la carità pastorale dei santi Cirillo e
Metodio, – accresci lo slancio missionario nelle nostre Chiese. Custodisci…
Hai invocato dal Padre l’unità dei tuoi discepoli, nella vigilia della passione,
- fa’ che aderendo al tuo testamento di amore tutti i credenti formino un’unica
Chiesa. Custodisci…
Hai formati gli apostoli alla scuola della sapienza, – suscita ancora nelle nostre
Chiese pastori santi e ferventi ministri del Vangelo. Custodisci…
Hai affidato alla Chiesa la parola e il pane di vita eterna, – fa’ che a questa duplice
mensa attingiamo luce e forza nella fede. Custodisci…
Hai posto un particolare segno di speranza e di pace in Maria, regina di tutti i santi, -
per sua intercessione fa’ che i lontani si tendano la mano, i dispersi ritrovino la
strada e ritornino alla casa del Padre. Custodisci…

Padre nostro.
O Dio, ricco di misericordia, che nella missione apostolica dei santi fratelli Cirillo e
Metodio hai donato ai popoli slavi la luce del Vangelo, per la loro comune
intercessione fa’ che tutti gli uomini accolgano la tua parola e formino il tuo popolo
santo concorde nel testimoniare la vera fede. Per Cristo, nostro Signore. Amen.

Benediciamo il Signore.
R. Rendiamo grazie a Dio.

Publié dans:preghiere, Santi |on 14 février, 2013 |Pas de commentaires »

L’inizio della vita della Chiesa nel mondo slavo è legato all’opera di monaci – illuminatori del IX secolo, ss. Cirillo e Metodio. – (Il Cirillico)

http://www.natisone.it/messe/archivio/messe2001/messe141.htm

Andando alle origini… L’inizio della vita della Chiesa nel mondo slavo è legato all’opera di monaci – illuminatori del IX secolo, ss. Cirillo e Metodio. – (Il Cirillico)

   I fratelli Costantino (il nome di Cirillo, Costantino ha preso soltanto dopo l’iniziazione della vita monastica, non molto tempo prima della morte) e Metodio (nel mondo lo chiamavano originariamente Michele) erano discendenti di una conosciuta famiglia greca di Salonicco.
     Nel IX secolo in quella città vivevano molti slavi e i due fratelli, sembra, dall’infanzia conoscevano la lingua slava. Di una speciale preparazione scolastica si poteva vantare Costantino, che ha ricevuto dopo il sopranome il Filosofo. Studiava assieme al figlio dell’imperatore Michele III, e uno dei suoi maestri e protettori era un celebre teologo, patriarca di Costantinopoli, Focio.
     I due fratelli erano attirati dalla vita monastica e volevano dedicarsi allo studio nel silenzio della cella monastica. Però la Chiesa e l’impero esigevano da loro un altro tipo di servizio. Così Cirillo veniva mandato nelle missioni religioso-diplomatiche dagli arabi e khazari. Uno dei suoi viaggi al Principato Azaro, Cirillo ha compiuto con suo fratello Metodio. Come risultato, il principe Azaro ha permesso ai suoi cittadini ricevere il battesimo. I fratelli hanno battezzato personalmente 200 persone. Secondo parere di alcuni storici, i neo battezzati era anzitutto degli slavi.
     Dopo il ritorno a Constantinopoli, Cirillo ha cominciato il lavoro di creazione dell’alfabeto slavo, cosiddetta glagoliza, e ha iniziato anche la traduzione della Sacra Scrittura in un dialetto slavo usato nel sud a Salonico. Alla base delle traduzioni di Cirillo e Metodio si è creata per la prima volta la lingua slava scritta e letteraria – il cosiddetto paleoslavo.
     In quel tempo le traduzioni di testi liturgici dal latino e dal greco in altre lingue non erano più una novità: le liturgie venivano celebrate in paleo -georgiano, armeno, siriano, copto, gotico. I greci Cirillo e Metodio nei suoi progetti di illuminare il mondo slavo, che conosceva già parzialmente il cristianesimo, si basavano non sulle idee nazionalistiche, bensì su quelle della Chiesa Universale, nella quale “non c’è né Greco, ne Ebreo” e la quale chiamava a portare la buona notizia “fino alle estremità del mondo”. Con l’appoggio del governo dell’imperio, sia quello clericale sia quello laico, Cirillo e Metodio, sulla richiesta del principe di Moravia, Rostislav, sono partiti nel 863 con la missione in Moravia. Lì hanno costruito la vita ecclesiale, portavano alla fede i moravi, insegnavano l’alfabeto slavo, traducevano i testi liturgici in paleoslavo e facevano delle celebrazioni in questa lingua.
     Dopo tre anni, in compagnia di studenti moravi, preparati per l’ordinazione sacerdotale, Cirillo e Metodio sono partiti verso la patria, però si sono fermati in Pannonia (parte sud-ovest dell’Ungheria), dove hanno continuato la loro attività missionaria. Avendo ricevuto nel 867 la notizia da Costantinopoli del colpo di stato alla corte imperiale e della detronizzazione del loro protettore, patriarca Focio, i due fratelli hanno decido di andare a Roma.
     Il papa romano Adriano II ha sostenuto pienamente la loro iniziativa. Il debole di salute Cirillo non ha sopportato le difficoltà del lungo viaggo ed è morto a Roma nel 14 febbraio 869 e venne sepolto nella basilica di S. Clemente, presso il Colosseo, il martire di cui aveva portato egli stesso a Roma da Chersonea le reliquie, invece Metodio fu ordinato come arcivescovo di Pannonia e si è stabilito nella propria diocesi, sotto il principato di Kocel. Ancora in Moravia l’attività dei fratelli veniva messa in difficoltà attraverso la contrarietà del clero latino – tedesco, non contento del fatto di “slavinizzazione” della liturgia. Nel VIII secolo, uno dei grossi concili della Chiesa Occidentale ha proibito lo svolgimento delle celebrazioni in tutte le lingue, se non in latino, greco e ebraico antico. Metodio è stato accusato nella violazione dei canoni ecclesiastici ed è stato racchiuso per circa tre anni nella prigione. Il nuovo papa Giovanni VIII ha insistito per liberare Metodio e lo ha nominato arcivescovo di Moravia, però gli ha proibito di svolgere le liturgie in paleoslavo. Questa proibizione (a proposito, mai accettata da Metodio) è stata tolta formalmente soltanto nel 880.
     Dopo la morte di Metodio nel 885, i suoi discepoli in Moravia furono perseguitati, e quelli che sono sopravissuti, hanno trovato il rifugio dal principe bulgaro Boris. Precisamente in Bulgaria l’opera di Cirillo e Metodio nel mondo slavo ha trovato la sua continuazione.

Nell’alfabeto cirillico le lettere sono trenta.
 Un luogo comune è l’affermazione che l’alfabeto cirillico fosse stato creato da Cirillo e Metodio. Il cirillico (« kiriliza ») non è l’alfabeto originale che fu introdotto dai SS. Cirillo e Metodio.
Nel 863 Constantino il Filosofo (detto Cirillo) e suo fratello Metodio crearono un alfabeto destinato ad essere usato dagli slavi, esso venne chiamato glagolitico (« glagolitza ») e fu diffuso fino alla fine dell’undicesimo secolo. L’alfabeto « glagolitico » non aveva niente a che fare con gli alfabeti già esistenti, era singolare e piuttosto complicato. Dal 863 in poi, per due secoli e mezzo (dalla metà del IX s. alla fine del XI s.) tutti i manoscritti della letteratura bulgara antica furono scritti in « glagolitico ».
Contemporaneamente all’alfabeto « glagolitico », sin dalla seconda metà del IX secolo, si sviluppò anche un alfabeto di grafia più semplice che rimase nella storia con il nome « kirilitza »; una gran parte degli studiosi suppone che la « kirilitza » fosse stata creata da uno degli allievi di Cirillo e Metodio, San Clemente d’Ocrida (Sveti Kliment Ohridski). 
Questo alfabeto fu chiamato dal popolo « kirilitza » in onore di S. Cirillo e diede l’origine al cirillico moderno. Esso infatti è molto più semplice della « glagolitza » e una parte delle sue lettere deriva dall’alfabeto greco. A poco a poco, a partire dal X secolo, la « kirilitza » cominciò a sostituire la « glagolitza ». La maggior parte delle iscrizioni che risalgono a quell’epoca sono in « kirilitza », con essa si scriveva più facilmente su pietra e metallo.

http://www.natisone.it/messe/archivio/foto2005/040125bizantino10.jpg

L’alfabeto glagolitico L’alfabeto cirillico
L’introduzione della « kirilitza » non sottovalutò in nessun modo la grande opera di Cirillo e Metodio: anzi, senza la loro « glagolitza » non sarebbe esistito l’alfabeto cirillico. Durante il Medioevo il popolo bulgaro visse con l’idea che Cirillo e Metodio avessero creato l’alfabeto cirillico. Cirillo, Metodio e i loro discepoli Clemente (Kliment), Naum, Anghelarij, Gorazd, tradussero in lingua bulgara antica tutti i testi sacri e le agiografie. Infine, grazie a Cirillo e Metodio fu per la prima volta possibile nella storia della Chiesa l’introduzione della messa in una lingua diversa dal latino, ebreo e greco (le « tre lingue sacre »).
Un secolo dopo la creazione dell’alfabeto cirillico e dell’introduzione di esso in Bulgaria, alla fine del X secolo, missionari bulgari portarono in Russia libri bulgari e vi diffusero l’alfabeto cirillico. La Russia infatti introdusse l’alfabeto cirillico e si convertì al cristianesimo ortodosso un secolo dopo la Bulgaria, alla fine del X secolo.

IL PAPA AUSPICA LA VITTORIA DEL « VERO CONCILIO » SU QUELLO « VIRTUALE » – BENEDETTO XVI SI CONGEDA DAL CLERO DELLA DIOCESI DI ROMA

http://www.zenit.org/it/articles/il-papa-auspica-la-vittoria-del-vero-concilio-su-quello-virtuale

IL PAPA AUSPICA LA VITTORIA DEL « VERO CONCILIO » SU QUELLO « VIRTUALE »

CON UNA « CHIACCHIERATA » SUL VATICANO II, BENEDETTO XVI SI CONGEDA DAL CLERO DELLA DIOCESI DI ROMA

CITTA’ DEL VATICANO, 14 FEBBRAIO 2013 (ZENIT.ORG). LUCA MARCOLIVIO

Per l’ultima volta Benedetto XVI, in qualità di Vescovo di Roma, ha incontrato il clero della sua diocesi. I parroci romani sono stati ricevuti stamattina dal Papa in Aula Paolo VI, accompagnati dal cardinale vicario, Agostino Vallini, e dai vescovi ausiliari.
Il Santo Padre è stato accolto sulle note del Tu es Petrus di Pierluigi da Palestrina, il più appassionato inno mai scritto in onore del Romano Pontefice.
“Grazie per il vostro affetto, il vostro amore per la Chiesa e per il Papa”: sono state queste le prime parole rivolte da Benedetto XVI ai sacerdoti della Diocesi di Roma, il cui ultimo incontro è stato definito dal Papa un “dono della provvidenza”.
Il clero romano, ha proseguito il Papa, è “un clero realmente cattolico, universale” e ciò “risponde all’essenza della Chiesa di Roma in sé”. La capitale della cristianità, ha affermato il Papa, è chiamata ad essere una città dalla “robusta fede”, in grado di produrre numerose vocazioni.
“Anche se mi ritiro adesso, in preghiera sono sempre vicino a tutti voi e sono sicuro che anche tutti voi sarete vicini a me, anche se per il mondo rimango nascosto”, ha detto il Pontefice prima di introdurre il proprio discorso sul Concilio Vaticano II, vissuto dal giovane sacerdote e teologo Joseph Ratzinger. Un discorso a braccio, ha precisato il Santo Padre, quasi una “piccola chiacchierata” sull’evento conciliare.
Benedetto XVI ha ricordato che la sua convocazione come perito conciliare avvenne per iniziativa del cardinale di Colonia, Josef Frings, il quale, prima ancora dell’apertura del Concilio, aveva invitato il giovane Ratzinger a seguirlo a Genova, per assisterlo in un ciclo di conferenze organizzato dal cardinale Siri.
L’esperienza conciliare, accompagnata in tutta la Chiesa da una “aspettativa incredibile”, fu vissuta da Joseph Ratzinger “con gioia” e “con entusiasmo”. Il mondo cattolico sperava seriamente in una “nuova Pentecoste”: sebbene la Chiesa dei primi anni ’60 fosse “ancora abbastanza robusta” e con una “prassi domenicale ancora buona”, le vocazioni già iniziavano a ridursi e si aveva la sensazione di una Chiesa che “non andava avanti”, che doveva rinnovarsi.
Il Santo Padre ha ricordato gli incontri tra le personalità ecclesiastiche del tempo, i confronti e gli approcci con “grandi figure come padre de Lubac, Danielou, Congar”. Si trattò, ha sottolineato, di “un’esperienza della universalità della Chiesa e della realtà concreta della Chiesa, che non semplicemente riceve imperativi dall’alto, ma insieme cresce e va avanti, sempre sotto la guida – naturalmente – del Successore di Pietro”.
Dal momento che “mai era stato realizzato un Concilio di queste dimensioni”, gli episcopati mondiali si mostravano più che mai motivati a portare avanti ciascuno le proprie riforme, il particolare la cosiddetta “Alleanza Renana” dei vescovi francesi, tedeschi, belgi e olandesi.
Tra i principali obiettivi e temi di discussione figuravano la “riforma della liturgia”, la “ecclesiologia”, la “Parola di Dio”, la “Rivelazione” e l’“ecumenismo”.
La questione liturgica risiedeva soprattutto nella divaricazione allora esistente tra i sacerdoti che celebravano secondo il Messale Romano e i fedeli laici che “pregavano nella Messa con i loro libri di preghiera”. Si cercava, dunque, una sintesi che mettesse in atto “un dialogo tra sacerdote e popolo”, in modo che la liturgia dell’altare e la liturgia del popolo divenissero “un’unica liturgia, una partecipazione attiva”.
La preminenza della liturgia nelle discussioni conciliari fu un fatto “molto positivo”, quasi un “atto di Provvidenza”, ha affermato Benedetto XVI, poiché in questo modo “appare il primato di Dio”.
Altra idea essenziale sviluppata dal Concilio fu “il mistero pasquale come centro dell’essere cristiano”, espresso “nel tempo pasquale e nella domenica che è sempre il giorno della Resurrezione”. È un “peccato”, quindi, ha proseguito il Santo Padre, che “oggi si sia trasformata la domenica in fine settimana, mentre è il primo giorno, è l’inizio”.
Venendo al tema specifico della liturgia, Benedetto XVI ha sottolineato che la “partecipazione attiva” in una lingua parlata quotidianamente e la “intelligibilità” non devono scadere nella “banalità”, poiché la liturgia deve aiutare il cristiano ad entrare “sempre più nella profondità del mistero” e a comprenderlo.
Non basta, quindi, che la Parola di Dio, per essere compresa da qualcuno, sia “nella propria lingua”: è necessaria una “formazione permanente del cuore e della mente” che renda la partecipazione liturgica una vera trasposizione del fedele nella “comunione della Chiesa” e nella “comunione con Cristo”.
Sul piano ecclesiologico fu importante la riscoperta del concetto di “corpo mistico di Cristo”, ovvero la Chiesa intesa non come “organizzazione” istituzionale ma come una “realtà vitale, che entra nella mia anima, così che io stesso, proprio con la mia anima credente, sono elemento costruttivo della Chiesa come tale”.
Sul tema della successione apostolica di Pietro, e sul controverso argomento della “collegialità”, Benedetto XVI ha spiegato che “solo un vescovo, quello di Roma, è successore di un determinato apostolo, di Pietro”, mentre tutti gli altri, “diventano successori degli apostoli entrando nel corpo che continua il corpo degli apostoli”. Il “collegio”, pertanto, è “la continuazione del corpo dei Dodici”.
Il Santo Padre ha poi concluso con l’auspicio che, con l’aiuto dello Spirito Santo, “questo Concilio vinca”. Un augurio non scontato, dal momento in cui, come ha sottolineato Benedetto XVI, da cinquant’anni sussiste la dialettica tra il “Concilio reale” e il “Concilio virtuale”, tra il “Concilio dei padri” e il “Concilio dei media”.
Il mondo, infatti, “ha percepito quello dei media, e non quello dei padri”. Il vero Concilio fu infatti un “Concilio della fede” che cercò di “comprendere i segni di Dio e di rispondere alle sfide”, mentre il Concilio ‘parallelo’, quello dei giornalisti si prestò alla “banalizzazione” dell’evento, riducendo il Concilio a una “lotta politica” e “di potere” tra i diversi poteri della Chiesa.

Tale fenomeno “ha creato tante calamità, problemi, miserie. Seminari chiusi, conventi chiusi, liturgia banalizzata”. Tuttavia, sebbene finora “il Concilio virtuale è stato più forte del Concilio reale”, quest’ultimo è sempre stato presente e “sempre più si realizza come vero rinnovamento della Chiesa”.

14 febbraio: Santi Cirillo e Metodio

14 febbraio: Santi Cirillo e Metodio dans immagini sacre 0214

http://www.cescor.org/0214.html

Publié dans:immagini sacre |on 13 février, 2013 |Pas de commentaires »

14 FEBRAIO: SANTI CIRILLO E METODIO

http://www.orthodoxworld.ru/it/istoria/1/index.htm

14 FEBRAIO: SANTI CIRILLO E METODIO

L’inizio della vita della Chiesa nel mondo slavo è legato all’opera di monaci – illuministi del IX secolo, ss. Cirillo e Metodio. I fratelli Costantino (il nome di Cirillo, Costantino ha preso soltanto dopo l’iniziazione della vita monasctica, non molto tempo prima della morte) e Metodio (nel mondo lo chiamavano originariamente Michele) erano discendenti di una conosciuta famiglia greca di Saloniki. Nel IX secolo in quella città vivevano molti slavi e i due fratelli, sembra, dall’infanzia conoscevano la lingua slava. Di una speciale preparazione scolastica si poteva vantare Costantino, che ha ricevuto dopo il sopranome il Filosofo. Studiava assieme al figlio dell’imperatore Michele III, e uno dei suoi maestri e protettori era un celebre teologo, patriarca di Costantinopoli, Focio.
I due fratelli erano attirati dalla vita monastica e volevano dedicarsi allo studio nel silenzio della cella monastica. Però la Chiesa e l’impero esigevano da loro un altro tipo di servizio. Così Cirillo veniva mandato nelle missioni religioso-diplomatiche dagli arabi e khazari. Uno dei suoi viaaggi al Principato Azaro, Cirillo ha compiuto con suo fratello Metodio. Come risultato, il principe Azaro ha permesso ai suoi cittadini ricevere il battesimo. I fratelli hanno battezzato personalmente 200 persone. Secondo parere di alcuni storici, i neo battezzati era anzitutto degli slavi.
Dopo il ritorno a Constantinopoli, Cirillo ha cominciato il lavoro di creazione dell’alfabeto slavo, cosidetta glagoliza, e ha iniziato anche la traduzione della Sacra Scrittura in un dialetto slavo usato nel sud a Saloniki. Alla base delle traduzioni di Cirillo e Metodio si è creata per la prima volta la lingua slava scritta e letteraria – il cosidetto paleoslavo.
In quel tempo le traduzioni di testi liturgici dal latino e dal greco in altre lingue non erano più una novità: le liturgie venivano celebrate in paleogieorgiano, armeno, siriaco, copto, gotico. I greci Cirillo e Metodio nei suoi progetti di illuminare il mondo slavo, che conosceva già parzialmente il cristianesimo, si basavano non sulle idee nazionalistiche, bensì su quelle della Chiesa Universale, nella quale « non c’è nè Greco, ne Ebreo » e la quale chiamava a portare la buona notizia « fino alle estremità del mondo ». Con l’appoggio del governo dell’imperio, sia quello chiericale sia quello laico, Cirillo e Metodio, sulla richiesta del principe di Moravia, Rostislav, sono partiti nel 863 con la misisone in Moravia. Lì hanno costruito la vita ecclesiale, portavano alla fede i moravi, insegnavano l’alfabeto slavo, traducevano i testi liturgici in paleoslavo e facevano delle celebrazioni in questa lingua.
Dopo tre anni, in compagnia di studenti-moravi, preparati per l’ordinazione sacerdotale, Cirillo e Metodio sono partiti verso la patria, però si sono fermati in Pannonia (parte sud-ovest dell’Ungheria), dove hanno continuato la loro attività missionaria. Avendo ricevuto nel 867 la notizia da Costantinopoli del colpo di stato alla corte imperiale e della detronizzazione del loro protettore, patriarca Focio, i due fratelli hanno decido di andare a Roma.
Il papa romano Adriano II ha sostenuto pienamente la loro iniziativa. Il debole di salute Cirillo non ha sopportato le difficoltà del lungo viaggo ed è morto a Roma nel 869, invece Metodio fu ordinato come arcivescovo di Pannonia e si è stabilito nella propria diocesi, sotto il principato di Kocel. Ancora in Moravia l’attività dei fratelli veniva messa in difficoltà attraverso la contrarietà del clero latino-tedesco, non contento del fatto di « slavinizzazione » della liturgia. Nel VIII secolo, uno dei grossi concili della Chiesa Occidentale ha proibito lo svolgimento delle celebrazioni in tutte le lingue, se non in latino, greco e ebraico antico. Metodio è stato accusato nella violazione dei canoni ecclesiastici ed è stato racchiuso per circa tre anni nella prigione. Il nuovo papa Giovanni VIII ha insistito per liberare Metodio e lo ha nominato arcivescovo di Moravia, però gli ha proibito di svolgere le liturgie in paleoslavo. Questa proibizione (a proposito, mai accettata da Metodio) è stata tolta formalmente soltanto nel 880.
Dopo la morte di Metodio nel 885, i suoi discepoli in Moravia furono perseguitati, e quelli che sono sopravissuti, hanno trovato il rifugio dal principi bulgaro Boris. Precisamente in Bolgaria l’opera di Cirillo e Metodio nel mondo slavo ha trovato la sua continuazione.

Publié dans:Santi |on 13 février, 2013 |Pas de commentaires »

BENEDETTO XVI : UDIENZA GENERALE 13 FEBBRAIO 2013

http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/audiences/2013/documents/hf_ben-xvi_aud_20130213_it.html

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

AULA PAOLO VI

MERCOLEDÌ, 13 FEBBRAIO 2013

Cari fratelli e sorelle,

come sapete – grazie per la vostra simpatia! – ho deciso di rinunciare al ministero che il Signore mi ha affidato il 19 aprile 2005. Ho fatto questo in piena libertà per il bene della Chiesa, dopo aver pregato a lungo ed aver esaminato davanti a Dio la mia coscienza, ben consapevole della gravità di tale atto, ma altrettanto consapevole di non essere più in grado di svolgere il ministero petrino con quella forza che esso richiede. Mi sostiene e mi illumina la certezza che la Chiesa è di Cristo, il Quale non le farà mai mancare la sua guida e la sua cura. Ringrazio tutti per l’amore e per la preghiera con cui mi avete accompagnato. Grazie! Ho sentito quasi fisicamente in questi giorni, per me non facili, la forza della preghiera, che l’amore della Chiesa, la vostra preghiera, mi porta. Continuate a pregare per me, per la Chiesa, per il futuro Papa. Il Signore ci guiderà.

LE TENTAZIONI DI GESÙ E LA CONVERSIONE PER IL REGNO DEI CIELI

Cari fratelli e sorelle,
oggi, Mercoledì delle Ceneri, iniziamo il Tempo liturgico della Quaresima, quaranta giorni che ci preparano alla celebrazione della Santa Pasqua; è un tempo di particolare impegno nel nostro cammino spirituale. Il numero quaranta ricorre varie volte nella Sacra Scrittura. In particolare, come sappiamo, esso richiama i quarant’anni in cui il popolo di Israele peregrinò nel deserto: un lungo periodo di formazione per diventare il popolo di Dio, ma anche un lungo periodo in cui la tentazione di essere infedeli all’alleanza con il Signore era sempre presente. Quaranta furono anche i giorni di cammino del profeta Elia per raggiungere il Monte di Dio, l’Horeb; come pure il periodo che Gesù passò nel deserto prima di iniziare la sua vita pubblica e dove fu tentato dal diavolo. Nell’odierna Catechesi vorrei soffermarmi proprio su questo momento della vita terrena del Signore, che leggeremo nel Vangelo di domenica prossima.
Anzitutto il deserto, dove Gesù si ritira, è il luogo del silenzio, della povertà, dove l’uomo è privato degli appoggi materiali e si trova di fronte alle domande fondamentali dell’esistenza, è spinto ad andare all’essenziale e proprio per questo gli è più facile incontrare Dio. Ma il deserto è anche il luogo della morte, perché dove non c’è acqua non c’è neppure vita, ed è il luogo della solitudine, in cui l’uomo sente più intensa la tentazione. Gesù va nel deserto, e là subisce la tentazione di lasciare la via indicata dal Padre per seguire altre strade più facili e mondane (cfr Lc 4,1-13). Così Egli si carica delle nostre tentazioni, porta con Sè la nostra miseria, per vincere il maligno e aprirci il cammino verso Dio, il cammino della conversione.
Riflettere sulle tentazioni a cui è sottoposto Gesù nel deserto è un invito per ciascuno di noi a rispondere ad una domanda fondamentale: che cosa conta davvero nella mia vita? Nella prima tentazione il diavolo propone a Gesù di cambiare una pietra in pane per spegnere la fame. Gesù ribatte che l’uomo vive anche di pane, ma non di solo pane: senza una risposta alla fame di verità, alla fame di Dio, l’uomo non si può salvare (cfr vv. 3-4). Nella seconda tentazione, il diavolo propone a Gesù la via del potere: lo conduce in alto e gli offre il dominio del mondo; ma non è questa la strada di Dio: Gesù ha ben chiaro che non è il potere mondano che salva il mondo, ma il potere della croce, dell’umiltà, dell’amore (cfr vv. 5-8). Nella terza tentazione, il diavolo propone a Gesù di gettarsi dal pinnacolo del Tempio di Gerusalemme e farsi salvare da Dio mediante i suoi angeli, di compiere cioè qualcosa di sensazionale per mettere alla prova Dio stesso; ma la risposta è che Dio non è un oggetto a cui imporre le nostre condizioni: è il Signore di tutto (cfr vv. 9-12). Qual è il nocciolo delle tre tentazioni che subisce Gesù? E’ la proposta di strumentalizzare Dio, di usarlo per i propri interessi, per la propria gloria e per il proprio successo. E dunque, in sostanza, di mettere se stessi al posto di Dio, rimuovendolo dalla propria esistenza e facendolo sembrare superfluo. Ognuno dovrebbe chiedersi allora: che posto ha Dio nella mia vita? E’ Lui il Signore o sono io?
Superare la tentazione di sottomettere Dio a sé e ai propri interessi o di metterlo in un angolo e convertirsi al giusto ordine di priorità, dare a Dio il primo posto, è un cammino che ogni cristiano deve percorrere sempre di nuovo. “Convertirsi”, un invito che ascolteremo molte volte in Quaresima, significa seguire Gesù in modo che il suo Vangelo sia guida concreta della vita; significa lasciare che Dio ci trasformi, smettere di pensare che siamo noi gli unici costruttori della nostra esistenza; significa riconoscere che siamo creature, che dipendiamo da Dio, dal suo amore, e soltanto «perdendo» la nostra vita in Lui possiamo guadagnarla. Questo esige di operare le nostre scelte alla luce della Parola di Dio. Oggi non si può più essere cristiani come semplice conseguenza del fatto di vivere in una società che ha radici cristiane: anche chi nasce da una famiglia cristiana ed è educato religiosamente deve, ogni giorno, rinnovare la scelta di essere cristiano, cioè dare a Dio il primo posto, di fronte alle tentazioni che una cultura secolarizzata gli propone di continuo, di fronte al giudizio critico di molti contemporanei.
Le prove a cui la società attuale sottopone il cristiano, infatti, sono tante, e toccano la vita personale e sociale. Non è facile essere fedeli al matrimonio cristiano, praticare la misericordia nella vita quotidiana, lasciare spazio alla preghiera e al silenzio interiore; non è facile opporsi pubblicamente a scelte che molti considerano ovvie, quali l’aborto in caso di gravidanza indesiderata, l’eutanasia in caso di malattie gravi, o la selezione degli embrioni per prevenire malattie ereditarie. La tentazione di metter da parte la propria fede è sempre presente e la conversione diventa una risposta a Dio che deve essere confermata più volte nella vita.
Ci sono di esempio e di stimolo le grandi conversioni come quella di san Paolo sulla via di Damasco, o di sant’Agostino, ma anche nella nostra epoca di eclissi del senso del sacro, la grazia di Dio è al lavoro e opera meraviglie nella vita di tante persone. Il Signore non si stanca di bussare alla porta dell’uomo in contesti sociali e culturali che sembrano inghiottiti dalla secolarizzazione, come è avvenuto per il russo ortodosso Pavel Florenskij. Dopo un’educazione completamente agnostica, tanto da provare vera e propria ostilità verso gli insegnamenti religiosi impartiti a scuola, lo scienziato Florenskij si trova ad esclamare: “No, non si può vivere senza Dio!”, e a cambiare completamente la sua vita, tanto da farsi monaco.
Penso anche alla figura di Etty Hillesum, una giovane olandese di origine ebraica che morirà ad Auschwitz. Inizialmente lontana da Dio, lo scopre guardando in profondità dentro se stessa e scrive: “Un pozzo molto profondo è dentro di me. E Dio c’è in quel pozzo. Talvolta mi riesce di raggiungerlo, più spesso pietra e sabbia lo coprono: allora Dio è sepolto. Bisogna di nuovo che lo dissotterri” (Diario, 97). Nella sua vita dispersa e inquieta, ritrova Dio proprio in mezzo alla grande tragedia del Novecento, la Shoah. Questa giovane fragile e insoddisfatta, trasfigurata dalla fede, si trasforma in una donna piena di amore e di pace interiore, capace di affermare: “Vivo costantemente in intimità con Dio”.
La capacità di contrapporsi alle lusinghe ideologiche del suo tempo per scegliere la ricerca della verità e aprirsi alla scoperta della fede è testimoniata da un’altra donna del nostro tempo, la statunitense Dorothy Day. Nella sua autobiografia, confessa apertamente di essere caduta nella tentazione di risolvere tutto con la politica, aderendo alla proposta marxista: “Volevo andare con i manifestanti, andare in prigione, scrivere, influenzare gli altri e lasciare il mio sogno al mondo. Quanta ambizione e quanta ricerca di me stessa c’era in tutto questo!”. Il cammino verso la fede in un ambiente così secolarizzato era particolarmente difficile, ma la Grazia agisce lo stesso, come lei stessa sottolinea: “È certo che io sentii più spesso il bisogno di andare in chiesa, a inginocchiarmi, a piegare la testa in preghiera. Un istinto cieco, si potrebbe dire, perché non ero cosciente di pregare. Ma andavo, mi inserivo nell’atmosfera di preghiera…”. Dio l’ha condotta ad una consapevole adesione alla Chiesa, in una vita dedicata ai diseredati.
Nella nostra epoca non sono poche le conversioni intese come il ritorno di chi, dopo un’educazione cristiana magari superficiale, si è allontanato per anni dalla fede e poi riscopre Cristo e il suo Vangelo. Nel Libro dell’Apocalisse leggiamo: «Ecco: sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me» (3, 20). Il nostro uomo interiore deve prepararsi per essere visitato da Dio, e proprio per questo non deve lasciarsi invadere dalle illusioni, dalle apparenze, dalle cose materiali.
In questo Tempo di Quaresima, nell’Anno della fede, rinnoviamo il nostro impegno nel cammino di conversione, per superare la tendenza di chiuderci in noi stessi e per fare, invece, spazio a Dio, guardando con i suoi occhi la realtà quotidiana. L’alternativa tra la chiusura nel nostro egoismo e l’apertura all’amore di Dio e degli altri, potremmo dire che corrisponde all’alternativa delle tentazioni di Gesù: alternativa, cioè, tra potere umano e amore della Croce, tra una redenzione vista nel solo benessere materiale e una redenzione come opera di Dio, cui diamo il primato nell’esistenza. Convertirsi significa non chiudersi nella ricerca del proprio successo, del proprio prestigio, della propria posizione, ma far sì che ogni giorno, nelle piccole cose, la verità, la fede in Dio e l’amore diventino la cosa più importante.

« È STATO UN PAPA CHE HA SVELATO LA CARITÀ COME CONTENUTO DELLA FEDE »

http://www.zenit.org/it/articles/e-stato-un-papa-che-ha-svelato-la-carita-come-contenuto-della-fede

« È STATO UN PAPA CHE HA SVELATO LA CARITÀ COME CONTENUTO DELLA FEDE »

IL MESSAGGIO DI MONSIGNOR MASSIMO CAMISASCA, VESCOVO DI REGGIO EMILIA, SULLA RINUNCIA DI BENEDETTO XVI

REGGIO EMILIA, 13 FEBBRAIO 2013 (ZENIT.ORG).

Riportiamo di seguito il messaggio diffuso da monsignor Massimo Camisasca, vescovo di Reggio Emilia, in occasione della rinuncia di papa Benedetto XVI.
***
La prima parola che voglio dire è di ringraziamento a Dio per averci concesso questo Papa, per averci donato la sua profondità intellettuale e spirituale, la sua finezza d’animo, la sua umiltà. Io personalmente devo molto a lui. Gli sono grato per l’affetto che ha sempre dimostrato per la mia persona.
L’annuncio delle dimissioni che il Papa ha dato questa mattina al concistoro dei Cardinali mi riempie di silenzio e di preghiera. Di silenzio perché sono consapevole di partecipare a un momento grande della storia della Chiesa. Essa infatti è segnata soprattutto dal rapporto di ogni uomo con Dio, dall’adesione alla sua volontà.
Il Papa, nella profondità della sua coscienza cristiana, ha percepito che rispondere oggi a Dio significava per lui ritirarsi. È una scelta drammatica e, nello stesso tempo – ne sono sicuro – apportatrice di pace per il suo animo credente. Esce così dalla scena del governo della Chiesa un grande Papa, che verrà ricordato per tante ragioni.
Alla morte di Giovanni Paolo II, dopo 27 anni di magistero incisivo e planetario, tutti ci chiedevamo: “Chi potrà succedere a un simile Papa? Chi potrà imprimere un suo stile dopo una tale altezza di presenza e di parola?” Benedetto XVI, con grande umiltà, ha saputo disegnare una sua linea di interpretazione del sommo pontificato. Una linea che è passata attraverso la catechesi. Egli verrà ricordato nei secoli, a mio parere, come un nuovo Leone Magno, un nuovo Gregorio Magno, un vescovo che ha saputo introdurre i cristiani in una visione profonda e sintetica dell’esperienza della Chiesa, mettendo al centro di essa la liturgia e la preghiera.
Benedetto XVI è stato un Papa che ha svelato la carità come contenuto della fede. Lo ha detto nel messaggio per la Quaresima e mostrato con questo suo ultimo atto di governo. Egli ha espresso ciò che è essenziale nel cristianesimo: il legame con la Tradizione, la centralità della liturgia, la necessità della grazia che salva, la superiorità della vita personale di fronte ad ogni burocrazia o sovrastruttura.
Nello stesso tempo egli ha parlato a tutti gli uomini, mostrando la grande stima che il cristianesimo ha della ragione umana e combattendo contro ogni riduzione di essa. Il Logos è il cuore del cristianesimo: è questo il principio che combatte ogni assolutizzazione politica della religione. Ha posto continuamente sul tappeto il tema della convivenza tra i popoli e le religioni.
Inizia ora un tempo di preghiera nella Chiesa, affinché sia concesso dallo Spirito di Dio un nuovo Papa che sappia continuare l’opera dei suoi predecessori con la santità che i papi del Novecento hanno saputo incarnare in modo così mirabile.

III stazione – Gesù cade la prima volta sotto la croce

III stazione - Gesù cade la prima volta sotto la croce dans immagini sacre III_stazione

http://www.parrocchiasantapollinare.it/sacramenti-e-liturgia/via-crucis

 

Publié dans:immagini sacre |on 12 février, 2013 |Pas de commentaires »
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