Archive pour février, 2013

NOVITÀ DENTRO LE COSE SOLITE – LA «VERBUM DOMINI» E L’ALLARGAMENTO DELLA RAGIONE SECONDO BENEDETTO XVI

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LA «VERBUM DOMINI» E L’ALLARGAMENTO DELLA RAGIONE SECONDO BENEDETTO XVI

NOVITÀ  DENTRO LE COSE SOLITE

Un semplice raffronto tra l’esortazione apostolica Verbum Domini, l’intervento di Papa Benedetto XVI nel Sinodo della Parola e la produzione teologica del professore e poi del cardinale Ratzinger  permettono di constatare la sua costante preoccupazione di chiarire l’autentica maniera di vincolare l’esegesi biblica scientifica alla rivelazione storica. Dai suoi primi lavori, come Il Dio della fede e Il Dio dei filosofi, del 1960, ai suoi ultimi interventi, passando per discorsi programmatici come quello di Ratisbona, si riconosce una grande continuità nella sua opera intellettuale al servizio della Chiesa.
L’esegesi storico-critica si è dimostrata un eccellente metodo per interpretare i testi antichi; di fatto, nella programmatica introduzione al primo volume del libro Gesù di Nazaret, Papa Benedetto XVI afferma che tale metodo «resta indispensabile» (volume I, p. 12), perché il testo biblico, in sé, ha una storia. Ma questo metodo tanto necessario mostra i propri limiti quando lo si intende come autosufficiente, ossia come l’unico cammino e il cammino completo per la comprensione del testo biblico. La Scrittura richiede  metodi filologici e storici seri per essere compresa, poiché «il Verbo si fece carne» (Giovanni, 1, 14), ma questi non ne esauriscono la lettura.
L’ermeneutica secolarizzata non è aperta alla novità: non ammette che la realtà sia diversa da ciò che è usuale, e allora  la consuetudine si stabilisce come norma: laddove la Scrittura presenta qualcosa che va al di là della nostra esperienza quotidiana, lo si dovrà ridurre al livello della nostra esperienza quotidiana.
Per accettare la rivelazione cristiana è allora necessario essere aperti a una vera novità nella storia, ossia è necessario ammettere che la realtà possa essere più vasta e più ricca di ciò a cui siamo abituati.
Una lettura biblica che pretende di essere filosoficamente neutrale, senza convinzioni previe, è illusoria, e su ciò le attuali filosofie del linguaggio sono concordi. Se non sono presenti le convinzioni della fede cristiana, ci saranno altre convinzioni. Detto in altre parole, i lettori sono sempre “credenti”, la differenza sta nel fatto che alcuni “credono” in una cosa e altri “credono” in un’altra. Non si deve pertanto considerare meno scientifica un’esegesi che parte dalle convinzioni della fede cristiana.  La soluzione viene da un dialogo in cui il pensatore cristiano, illuminato dalla rivelazione, riforma la propria filosofia e, nello stesso tempo, esamina in modo critico la propria fede, alla luce della ragione.  In questo dialogo, si purifica la fede e si purifica la ragione. Ovvero, questo dialogo permette di avvicinarsi a ciò che appartiene veramente  alla fede e alle reali esigenze della ragione. Tale programma di “ampliamento della ragione” sarà forse una delle grandi eredità della teologia di Papa Benedetto XVI. Si tratta di un’eredità fondamentale, poiché solo una lettura biblica che si avvale di una ragione aperta alla novità del mistero di Dio è degna dell’uomo e, in definitiva, atta a far sì che, in modo autentico e responsabile, per mezzo della Scrittura, possiamo ascoltare Dio.
  Samuel Fernández, Pontificia Università Cattolica del Cile
19 febbraio 2013
[parola chiave: Benedetto XVI]

Maria, la Madre, sotto la Croce

Maria, la Madre, sotto la Croce dans immagini sacre maria_addolorata

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Publié dans:immagini sacre |on 19 février, 2013 |Pas de commentaires »

MEDITAZIONE DETTATA AGLI OPERATORI PASTORALI, RIUNITI IN CATTEDRALE, ALL’INIZIO DELLA QUARESIMA 2012

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MEDITAZIONE DETTATA AGLI OPERATORI PASTORALI, RIUNITI IN CATTEDRALE, ALL’INIZIO DELLA QUARESIMA 2012

+ Gualtiero Sigismondi, Vescovo di Foligno

La liturgia quaresimale, dopo averci condotto nel deserto di Giuda (cf. Mc 1,12-13), ci invita a salire con Gesù sul Tabor (cf. Mc 9,2-10). Considerati insieme, entrambi gli episodi anticipano il Mistero pasquale: la lotta di Gesù col Tentatore prelude al duello finale della Passione, mentre la luce incomparabile del suo volto trasfigurato, oltre a rimuovere dall’animo dei discepoli lo scandalo
della Croce, dà un fondamento solido alla speranza della Chiesa. Da una parte vediamo Gesù pienamente uomo, che condivide con noi persino la tentazione; dall’altra lo contempliamo Figlio di Dio, che “nella sua umanità, in tutto simile alla nostra, fa risplendere la sua divinità”. Questi due eventi fungono da pilastri su cui poggia tutto l’edificio della Quaresima, anzi, dell’intera struttura
della vita cristiana, che ha essenzialmente un dinamismo pasquale: dalla morte alla vita. “Sei giorni dopo” il primo annuncio della Passione Gesù “prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli” (Mc 9,2; Mt 17,1). Luca osserva che il volto di Gesù, “mentre pregava, cambiò d’aspetto” (Lc 9,29); Matteo e Marco lasciano intendere che Egli “fu trasfigurato” dal Padre (Mt 17,2; Mc 9,2), precisando che “il suo volto brillò come il sole” (Mt 17,2) e “le sue vesti divennero splendenti, bianchissime” (Mc 9,3). Gli evangelisti sono concordi nel testimoniare che la Trasfigurazione di Gesù è “il balenare della futura Risurrezione”, è una sorta di “preludio pasquale” che prepara i discepoli a sostenere lo scandalo della Croce e
anticipa la meravigliosa sorte della Chiesa. “Sul monte – canta un antico inno – ti sei trasfigurato e i tuoi discepoli, per quanto ne erano capaci, hanno contemplato la tua gloria, affinché, vedendoti crocifisso, comprendessero che la tua Passione era volontaria e annunciassero al mondo che tu sei veramente lo splendore del Padre”. Accanto a Gesù “apparvero Mosè con Elia”, figura della Legge e dei Profeti, “che conversavano con Lui” (Mt 17,3). Luca indica l’oggetto della conversazione: “Parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme” (Lc  9,31). “Le voci dell’Antico e del Nuovo Testamento  – scrive san Leone Magno  – si uniscono in perfetto accordo” nel testimoniare che il Cristo dovrà patire molte sofferenze “per entrare nella sua gloria” (cf. Lc 24,26.46). Secondo il racconto lucano, Pietro, Giacomo e Giovanni sono oppressi dal sonno (cf. Lc 9,32); quando verrà l’ora del tradimento, nonostante l’invito di Gesù a vegliare e pregare con Lui (cf. Mt 26,38), il torpore li assalirà di nuovo (cf. Mt 26,40.43). Se al Getsemani i discepoli dormono “per la tristezza” (cf. Lc 22,45), sul Tabor, nonostante l’intensità della luce, si assopiscono a motivo dello spavento (cf. Mc 9,6) che procura loro la visione di un mistero “affascinante e tremendo”, intimo intreccio di Croce e di gloria. A tale riguardo Benedetto XVI nota che “la verifica della Trasfigurazione è, paradossalmente, l’agonia nel Getsemani” (cf. Lc 22,39-46).  Pietro, destatosi dal sonno, prende la parola e dice a Gesù: “Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia” (Lc 9,33). L’espressione estatica di Pietro, il quale “non sapeva quello che diceva” (Lc 9,33) o “non sapeva che cosa dire” (Mc 9,6), tradisce il suo desiderio di evadere dalla realtà e dalle responsabilità che essa comporta, senza assumerle fino in fondo. La sua reazione istintiva dimentica che le consolazioni del Signore in genere sono brevi esperienze, che Egli a volte concede, specialmente in vista di dure prove. Quella del Tabor è una sosta, uno “scalo tecnico”, che consente ai discepoli di “fare il pieno” di luce prima di entrare nella “notte oscura” del grande silenzio della Passione. Essi, però, stentano a riconoscere che le gioie seminate da Dio nella vita non sono punti di arrivo, ma tappe che rinfrancano il passo del pellegrinaggio terreno. Il cammino di fede, infatti, procede più nella penombra che in piena
luce, non senza momenti di oscurità e anche di buio fitto.“Venne una nube che li coprì con la sua ombra” (Mc 9,7): mentre Pietro sta parlando, una nube avvolge lui e gli altri discepoli; si tratta di una “colonna di nube” che copre e rivela, simile a quella che ha guidato il popolo pellegrinante nel deserto (cf. Es  13,21-22). Dalla nube esce una voce: “Questi è il Figlio mio, l’amato; ascoltatelo!” (Mc 9,7). In queste parole risuona l’eco della chiamata rivolta dal Signore ad Abramo: “Prendi tuo figlio, il tuo unigenito che ami, Isacco, va’ nel territorio di Mòria e offrilo in olocausto” (Gen  22,2). Sul Tabor il Padre rompe il silenzio per
spronare i discepoli ad ascoltare il Figlio suo, che ha annunciato loro la potenza misteriosa della Croce. Tre volte il Padre ha fatto sentire la sua voce: al Giordano, dopo il Battesimo di Gesù che dà inizio alla sua missione (Mc 1,11); sul Tabor, che rappresenta il “giro di boa” del suo “esodo pasquale”; a Gerusalemme, prima di dare compimento al mistero della sua Morte e Risurrezione:
“L’ho glorificato e lo glorificherò ancora!” (Gv 12,28). “Appena la voce cessò, restò Gesù solo” (Lc 9,36). Gesù è solo davanti al Padre, mentre prega, ma, allo stesso tempo, “Gesù solo” è tutto ciò che è dato ai discepoli, i quali, “guardandosi
attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo, con loro” (Mc 9,8). “Gesù solo”: è Lui l’unica voce che la Chiesa di ogni tempo deve ascoltare e seguire. “Finché siamo quaggiù  – avverte Benedetto XVI –, il nostro rapporto con Dio avviene più nell’ascolto che nella visione; e la stessa contemplazione si attua, per così dire, a occhi chiusi, grazie alla luce della parola di Dio”. Ecco,
dunque, il dono e l’impegno quaresimale per eccellenza: ascoltare Cristo nella sua Parola, custodita nella Scrittura e interpretata dal Magistero alla luce dei Padri; ascoltarlo negli eventi stessi della vita, cercando di leggere in essi i messaggi della Provvidenza; ascoltarlo nei fratelli, specialmente nei piccoli e nei poveri. Frutto maturo dell’ascolto è la conversione, che, essendo la “porta della
fede”, si configura come esperienza di trasfigurazione, la quale avrà compimento quando il Signore “trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso” (Fil 3,21).

IL TEMPO DI QUARESIMA: E DICEVA: « ABBÀ, PAdre … »

 http://www.suoredimariabambina.org/tempoliturgico/tempoliturgico201202_7.html

TEMPO LITURGICO  

IL TEMPO DI QUARESIMA: E DICEVA: « ABBÀ, PAdre … »

Dal punto di vista artistico, i racconti della passione sono veramente scritti bene; a parte il linguaggio un po’ « naif », sono racconti stupendi. Purtroppo, nel leggere la Bibbia, non badiamo mai alla bellezza del racconto, della scenografia. E, invece, la teologia appare anche attraverso questi strumenti. Procederemo con un’analisi letteraria semplice: non si richiedono molte regole, ma un po’ di spirito d’osservazione sul testo, che va letto e riletto. Emerge così una teologia, una visione di Cristo, icona di Dio, ma emerge anche la figura del discepolo e quella della comunità. E’ teologia narrativa, perché è il racconto stesso che parla.
Cominciamo con il racconto di Marco perché accettiamo l’ipotesi comoda e diffusissima, anche se non provata, che sia il vangelo più antico, da cui dipendono quelli di Matteo e Luca. In Giovanni, invece, la scena del Getzemani non è presente.
E giungono in un podere chiamato Getzemani, e dice ai suoi discepoli: « Sedetevi qui, finché io prego ».
E prende con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e cominciò a sentire paura e smarrimento, e dice loro: « Sono triste da morire, restate qui e vegliate ». E andato un poco più in là, si prostrava per terra e pregava che, se fosse possibile, l’ora passasse da lui, e diceva: « Abbà, Padre, Tutto è possibile a te, allontana da me questo calice: però non quello che voglio io, ma quello che vuoi tu ».
E viene e li trova che dormivano, e dice a Pietro: « Simone, dormi? Non hai avuto la forza di vegliare neppure un’ora. Vegliate e pregate per non soccombere nella prova. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole ». E allontanatosi di nuovo, pregò dicendo le stesse parole. E di nuovo tornato, li trovò che dormivano: i loro occhi, infatti, erano appesantiti e non sapevano che cosa rispondergli.
E viene per la terza volta e dice loro: « Ancora dormite e riposatevi! Finito. L’ora è giunta: ecco, il Figlio dell’uomo è consegnato nelle mani dei peccatori. Alzatevi, andiamo. Colui che mi consegna è vicino » (14,32-42).
Prima osservazione: il verbo « giungono » è al plurale e sottintende Gesù e i suoi discepoli. Poi, però, la narrazione passa al singolare. Questo passaggio dal plurale al singolare si ritrova anche in altre parti del vangelo di Marco, per esempio nel capitolo V, quando si racconta il bellissimo episodio della liberazione dell’indemoniato dei Geraseni (quello dei porci, per intenderci): Intanto giunsero all’altra riva del mare … Come scese dalla barca … (Mc 5,1-2). Un altro esempio lo troviamo al capitolo I: …andarono a Cafarnao e, entrato di sabato nella sinagoga, Gesù si mise a insegnare (Mc 1,21). Gesù è sempre con il suo gruppo, ma il protagonista è lui; Gesù è sempre con la sua Chiesa, ma la Chiesa fa un po’ da tappezzeria, è Gesù che agisce.
Seconda osservazione: Gesù prende con sé Pietro, Giacomo e Giovanni. Questa scelta di prendere solo alcuni discepoli con sé non è così nuova, la si ritrova poco prima nel racconto della Trasfigurazione (Mc 9,2).
Il confronto tra i due racconti è splendido: in quello della Trasfigurazione, un uomo si trasfigura e in lui si vede la gloria di Dio; nel racconto del Getzemani, il Figlio di Dio mostra tutta la profondità della debolezza dell’uomo.
Ci sono alcuni verbi che Marco utilizza senza remore: cominciò a provare paura e smarrimento. La traduzione non è delle migliori. Risalendo alla versione greca, il primo verbo, ekthambeísthai è un verbo fortissimo: Matteo lo sostituirà con « essere triste », Luca lo lascia cadere del tutto, Marco, invece, con la sua ingenuità, ma anche con la sua profondità, lo adopera. Ekthambeísthai è un verbo che dice lo sconcerto. Denota bene il momento in cui una cosa inaspettata, angosciante, troppo brutta o troppo bella, ti piomba addosso e tu sei come scioccato, pietrificato, incapace di reagire. Dopo magari scapperai o griderai di gioia, ma c’è il momento in cui sei ammutolito e pietrificato.
Ademoneín è il secondo verbo, che di per sé vorrebbe dire « fuori patria », « spaesato ». Anche questo, quindi, un verbo dal significato forte.
Ma dopo i verbi usati da Marco, Gesù stesso esprime il suo stato d’animo e dice: « Sono triste da morire », forse ancor più triste, « tristissimo ». Del resto, questo momento di angoscia di Gesù è espresso molto bene anche dal suo andare e venire, dal suo chiedere ai discepoli di rimanere a vegliare. Dunque, un Gesù veramente sofferente, impietrito, smarrito.    
Osservando con più attenzione, si nota che questo racconto, il quale ha una sua unità, è scandito – a parte l’introduzione iniziale descrittiva – dal verbo « dire », che ricorre cinque volte (vv. 32.34.36.37.41). E diceva: il verbo usato all’imperfetto mette in risalto l’importanza della preghiera. Infatti, mentre il presente storico (aoristo) esprime un’azione puntuale, momentanea, veloce, l’imperfetto è il verbo della continuità, dell’azione lunga, distesa.
La preghiera, dunque, appare come il centro della questione, il segreto della pagina.          
Pregando, Gesù si prostrava per terra. Vedere Gesù prostrato, per il credente è qualcosa di sorprendente, perché nelle pagine precedenti si legge che erano gli altri a prostrarsi davanti a lui. In questo momento Gesù non è dalla parte di Dio rivolto all’uomo, ma sta dalla parte dell’uomo rivolto a Dio, condivide l’esperienza più delicata dell’uomo: prova cosa vuol dire stare davanti a un Dio che pare non ascoltarti, che sembra silenzioso.
E diceva: « Abbà,Padre … »: un’invocazione tenerissima, usata dai bambini per il loro papà. Sorprende che questa tenerezza, nel vangelo di Marco, affiori proprio nel momento dell’angoscia, dell’abbandono. Il modo di pregare di Gesù è questo. Lui che, nelle parabole, ha definito Dio con diversi titoli (padrone, re …) ora, al di fuori della parabole, lo chiama « padre ».
Le altre definizioni, quindi, devono essere lette alla luce della paternità.                              
Poi c’è il riconoscimento, la professione di fede: « tutto è possibile a te ». Ma proprio da queste due cose di cui Gesù è convinto, che cioè Dio è padre e che gli è tutto possibile, proprio qui nasce lo sconcerto. Se è padre, mi vuole bene e se gli è tutto possibile, può cambiare le cose: ma allora perché non lo fa? Questa è l’angoscia del credente.
Segue la richiesta, che nel vangelo di Marco è molto decisa: « allontana da me questo calice ». Quindi la consegna: « però non quello che voglio io, ma quello che vuoi tu ».
La consegna viene solo dopo la richiesta di essere liberato: è una formulazione tipicamente umana! Il Figlio di Dio affronta umanamente il suo martirio. Questa pagine sono senza retorica: è un Figlio di Dio antiretorico. Il « calice » e « l’ora » sono due immagini che Gesù adopera alludendo alla croce. Del calice ha già parlato due volte nel vangelo di Marco: « Potete bere il calice che io bevo …? » (Mc 10,38-39). L’ora è il momento  decisivo.                                                                                                                                                                      Quando Gesù prega così, trova i discepoli addormentati e dice a Pietro: « Simone dormi? Non hai avuto la forza di vegliare neppure un’ora. Vegliate e pregate per non soccombere nella prova. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole ». Sono parole rivolte ai discepoli, a tutti. Attraverso la prova si passa indenni, anche se dolorosamente, soltanto se si veglia e si prega, ed è proprio quello che sta facendo Gesù, il contrario di quello che fanno i discepoli.
Bisogna pregare, perché la forza non si trova in se stessi.
Lo spirito è pronto, ma la carne è debole: questa frase ha un senso diverso a secondo della cultura nella quale si legge.
In una cultura dualistica, come poteva essere quella ellenistica, in cui lo spirito è la realtà vera, nobile, mentre il corpo è la prigione dello spirito e causa della sua pesantezza, si dà colpa al corpo. Per la cultura ebraica, per la Bibbia, in genere, spirito e carne, invece, non rappresentano le due parti dell’uomo, ma le due modalità dell’uomo.
Lo spirito è l’uomo che è attratto da Dio; la carne è l’uomo nella sua debolezza, che vorrebbe scappare. C’è una lacerazione nell’uomo, ma non fra corpo e spirito bensì tra la volontà di aderire, di accettare, e la volontà di fuggire.
Una lacerazione interiore tipica dell’uomo di sempre, nel medesimo tempo attratto e timoroso di Dio. Ricordo di aver conosciuto, diversi anna fa, un missionario in partenza che, poco prima di imbarcarsi dal porto di Genova, mi prese vicino e mi disse in confidenza: « Don Bruno, se non mi vergognassi, tornerei indietro ». Sono trent’anni che è in missione. Ne ho accompagnato un altro, che conoscevo meno; al momento della partenza era euforico, esaltato, accompagnato da un codazzo di giovani entusiasti.
Dopo tre anni si è sposato. Non è detto, quindi, che la lacerazione sia segno di debolezza o di mancanza di fede.
A questo punto vorrei rimettere a fuoco alcune cose.
UNA PRIMA CONSIDERAZIONE. Questa pagina è il rovescio della Trasfigurazione: là la gloria, qua la debolezza; là un uomo che si manifesta come il Figlio di Dio, qua il Figlio di Dio che sembra quasi nascondersi nella debolezza di un uomo. Sia là, sia qua c’è il discepolo che non comprende, perché entrambi gli aspetti di Gesù non sono compresi o, per lo meno, c’è il rischio che non siano compresi. Nella tradizione cristiana è sempre stata presente una duplice tentazione: da una parte quella di sminuire l’umanità di Gesù a vantaggio della divinità; dall’altra quella di vederlo come uomo e non come Figlio di Dio. Ci vuole il coraggio, invece, di accettare l’una e l’altra cosa. Per cui la fede cristiana matura conosce una doppia meraviglia: che quest’uomo sia Figlio di Dio e che il Figlio di Dio si sia fatto uomo.
UNA SECONDA CONSIDERAZIONE. La scena, tutto sommato, è abbastanza affollata, perché ci sono diversi personaggi: i discepoli, poi i tre che si staccano dagli altri. Gesù che invoca il Padre, Pietro, e infine il traditore …. ma rileggendo il testo, si nota che nessuno parla, nessuno si muove, tranne Gesù. E’ un racconto scenografico attraversato da diverse tensioni.
La prima è quella, palese, tra Gesù e i discepoli: Gesù veglia e loro dormono, e il sonno è il massimo della distanza in un momento di tragedia. Il discepolo, chiamato a comprendere, in realtà non capisce; chiamato a restare, fugge. C’è, comunque, una somiglianza tra Gesù che resta e i discepoli che fuggono: anche lui ha chiesto che gli venisse allontanato il calice amaro, solo che lui non è fuggito, pur avendone sentito il peso e provato quello che ha fatto fuggire gli altri.
E’, dunque, il momento della distanza, ma anche della massima vicinanza: Cristo, infatti, ha provato cosa vuol dire essere uomo davanti a Dio. La cosa risalta ancora più chiaramente perché, in precedenza, il vangelo ha registrato una distanza tra Gesù e i discepoli. All’inizio, in particolare, è una distanza « missionaria »: al capitolo 1,37-38 ai discepoli che lo chiamano per dirgli: « Tutti ti cercano! », Gesù risponde: « Andiamocene altrove per i villaggi, perché io predichi anche là … ». E’ l’universalità della missione.
Una seconda tensione è fra Gesù e il Padre: Gesù prega il Padre e poi, con tenerezza, si aggrappa a lui. Ma il Padre non parla. Nella Trasfigurazione, nel Battesimo si è sentita la sua voce, qui niente. E’ quanto, generalmente, capita all’uomo. Ma poi si scopre che in realtà il Padre ha parlato, perché Gesù, che prima era nell’angoscia, dice ai discepoli: « Alzatevi, andiamo ».
Ha ripreso in mano il suo cammino, perché il Padre ha parlato, non allontanando la croce, ma facendogli ritrovare la sua prontezza.
Una terza tensione. Immediatamente prima del Getzemani, durante l’ultima cena, Gesù, da signore, parla serenamente della sua croce. Qui, invece, c’è un Cristo angosciato. Secondo alcuni esegeti ci sono due cristologie soggiacenti: l’una di tipo eucaristico, l’altra di tipo più « umano » che Marco ha messo insieme non armonizzandole molto bene. Ma chi ha un briciolo di fede sa che può veramente succedere di essere un momento sereni e il momento dopo angosciati. E’ la preghiera dell’angoscia, sentimento di cui la Bibbia è piena: l’angoscia della morte, della sconfitta, anche della distanza da Dio, che pare lontano. Ci sono tante angosce, quindi, tra cui anche quella della colpa, soprattutto nei Salmi. Ma, in Gesù, di quest’ultimo tipo di angoscia non c’è traccia: nei vangeli ci sono tutte le altre, mai questa. A mio avviso, di tutti i tentativi che sono stati fatti per « nobilitare » l’angoscia di Gesù, quasi fosse una cosa di cui vergognarsi (dicendo, ad esempio, che Gesù in un istante ha visto tutti i peccati del mondo e ne è rimasto schiacciato), non c’è traccia nel vangelo. Noi vogliamo sempre nobilitare l’umanità di Gesù, e invece la nostra fierezza sta proprio nel fatto che il Figlio di Dio si è fatto veramente uomo e che quell’uomo è il Figlio di Dio.
Il racconto del Getzemani in Matteo 26,36-46 è molto simile a quello di Marco, solo un po’ più ripulito. Il tratto forse più bello è che Matteo ha esplicitato il desiderio di comunione di Gesù con i discepoli: « Restate qui e vegliate con me » (v. 38).
Quel « con me » esplicita ciò che, a di la verità, era già implicito in Marco. Matteo lo fa spesso, come un catechista che non lascia nulla d’implicito, per paura che non si capisca.
LEGGIAMO, INVECE, QUELLO DI LUCA.
Uscito si recò come era sua abitudine sul monte degli uilivi. Lo seguirono anche i discepoli. Giunto sul posto disse loro: « Pregate per non soccombere nella prova ».
Allontanatosi da loro quanto un tiro di sasso e postosi in ginocchio, pregava dicendo: « Padre, se vuoi, allontana da me questo calice; però non la mia volontà, ma la tua sia fatta ».
Gli apparve un angelo dal cielo a rincuorarlo. E nel momento dell’agonia più fortemente pregava, e il suo sudore cadeva per terra come gocce di sangue.
Alzatosi dalla preghiera, venne presso i discepoli e li trovò addormentati per la tristezza. E disse loro: « Perché dormite? Alzatevi e pregate per non soccombere nella prova » (22,39-46).
Luca inizia e finisce il racconto con l’imperativo: « pregate per non soccombere nella prova », lo sottolinea più di Marco, come se fosse la cornice del quadro. Anche nella preghiera c’è qualcosa di diverso: « Padre, se vuoi, allontana da me questo calice ».
E’ un po’ più attenuata rispetto a Marco, perché il « se vuoi » è anteposto alla richiesta. Inoltre, mentre in Marco il Padre era rimasto silenzioso, qui gli appare un angelo: il divino si è fatto manifesto.
E nel momento dell’agonia più fortemente pregava: anche qui Gesù trova la sua forza nella preghiera, si aggrappa al Padre. Interessante è la parola agonia, a volte tradotta semplicemente con « angoscia », è un vocabolo mutuato dal linguaggio sportivo e indica la tensione dell’atleta prima della gara. Nel testo di Luca può indicare la lotta che il giusto deve sostenere per praticare la virtù morale in modo eroico.
Per Luca il Getzemani non è tanto il momento dell’abbattimento, ma è il momento culminante della lotta, quando l’atleta è teso fino allo spasimo perché deve superare gli ultimi metri. Il Gesù di Luca è proteso, non afflosciato, impietrito, come quello di Marco. Quelli di Marco e di Matteo sono due quadri diversi, non facilmente armonizzabili con quello di Luca.
Giovanni ha tralasciato di raccontare questo momento della passione di Gesù. C’è, tuttavia, qualcosa di interessante da notare, a tale proposito, nell’episodio in cui alcuni greci chiedono di vedere Gesù. In quell’occasione, agli apostoli Cristo dice: « E’ giunta l’ora che sia glorificato il Figlio dell’uomo. In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo, se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo la conserverà per la vita eterna. Se uno mi vuol servire mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servo. Se uno mi serve, il Padre lo onorerà. Ora l’anima mia è turbata; e che devo dire? Padre, salvami da quest’ora? Ma per questo sono giunto a quest’ora! Padre, glorifica il tuo nome » (12,23-28). Il passaggio finale assomiglia al racconto del Getzemani. Anche Giovanni conosce il turbamento di Gesù. Nel vangelo di Giovanni, inoltre, Gesù dirà: non sia turbato il vostro cuore (14,1), però lui è stato turbato, l’umanità e il turbamento interiore non mancano.

da: Bruno Maggioni, I racconti della Passione
Centro Ambrosiano PIMedit 2004, pg. 17-27
web site official: www.suoredimariabambina.org

The Mother and the Face of the Son

The Mother and the Face of the Son dans immagini sacre port_arthur_icon2

http://vultus.stblogs.org/the-holy-face-of-christ/

 

Publié dans:immagini sacre |on 18 février, 2013 |Pas de commentaires »

CRISTO VIVE IN ME! – LA QUARESIMA CON SANT’AGOSTINO – PRIMA SETTIMANA DI QUARESIMA

http://www.augustinus.it/varie/quaresima/index.htm

CRISTO VIVE IN ME! – LA QUARESIMA CON SANT’AGOSTINO

(meditazioni di Sant’Agostino per la quaresima, metto tutta la settimana perché sono brevi)

PRIMA SETTIMANA DI QUARESIMA: TEMPO DI CONVERSIONE E PENITENZA

DOMENICA
In quel tempo, Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto
per essere tentato dal diavolo.
(Mt 4, 1)
Come per la disobbedienza di uno solo sono stati costituiti peccatori,
così anche per l’obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti.
(Rom 5, 19)

INTRODUZIONE
Dai tempi di Adamo l’uomo è chiamato a dar prova della sua fedeltà a Dio di fronte alle tentazioni del maligno. La capacità di scegliere Dio al posto di Satana è messa sempre in discussione. Ecco allora ci viene in aiuto l’insegnamento di Cristo tentato nel deserto: « se Egli non avesse vinto il tentatore, in qual modo tu avresti imparato a combattere contro il tentatore? ». Le tre tentazioni diaboliche riassumono i tre lati deboli della vita dell’uomo: il possesso e l’accumulo spropositato di beni materiali (le pietre da trasformare in pane); la ricerca di un potere egoistico ed oppressivo (il possesso dei regni della terra); il desiderio di onnipotenza (rifiuto di adorare Dio). Per vincere queste prove l’uomo dispone di uno strumento infallibile: la Parola di Dio. Riscriviamo allora un detto di Agostino: quando sei colto dai morsi della fame – e noi aggiungiamo anche della tentazione – lascia che la Parola di Dio divenga il tuo pane di vita.
DALLE « ESPOSIZIONI SUI SALMI » DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO  (En. in Ps. 90, d. 2, 6-7)
La tentazione di Cristo è di grande ammaestramento per il cristiano
Il Signore fu battezzato; dopo il battesimo fu tentato e infine digiunò per quaranta giorni, per adempiere un mistero di cui spesso vi ho parlato. Non si possono dire tutte le cose in una volta per non sciupare del tempo prezioso. Dopo quaranta giorni il Signore ebbe fame. Avrebbe potuto anche non provare mai la fame; ma, se cosìavesse fatto, in qual modo sarebbe stato tentato? E se egli non avesse vinto il tentatore, in qual modo avresti tu imparato a combattere contro il tentatore? Ebbe fame, ho detto; e subito, il tentatore: Di’ a queste pietre che diventino pani, se sei il Figlio di Dio (Mt 4, 3). Era forse una gran cosa per il Signore Gesù Cristo cambiare le pietre in pane? Non fu lui che con cinque pani saziò tante migliaia di persone? (cf. Mt 14, 17-21). Quella volta creò il pane dal nulla. Donde fu presa infatti una così grande quantità di cibo che bastò a saziare tante migliaia di persone? Le fonti del pane erano nelle mani del Signore. Non c’è niente di strano in questo: infatti, colui che di cinque pani ne fece tanti da saziare tutte quelle migliaia di persone, è lo stesso che ogni giorno trasforma pochi grani nascosti in terra in messi sterminate. Anche questi sono miracoli del Signore ma, siccome avvengono di continuo, noi non diamo loro importanza. Ebbene, fratelli, era forse impossibile al Signore fare dei pani con le pietre? Con le pietre egli fa degli uomini, come diceva lo stesso Giovanni Battista. Dio è capace di suscitare da queste pietre figli per Abramo (Mt 3, 9). Perché dunque non operò il miracolo? Per insegnarti come devi rispondere al tentatore. Poni il caso che ti trovi nell’afflizione. Ecco venire il tentatore e suggerirti: Tu sei cristiano e appartieni a Cristo; perché ti avrà ora abbandonato? Perché non ti manda il suo aiuto? Ricordati del medico. Talora egli taglia e per questo sembra che abbandoni; ma non abbandona. Come capitò a Paolo, il quale non fu esaudito proprio perché doveva essere esaudito. Paolo dice infatti che non fu esaudita la preghiera con cui chiedeva gli fosse tolto il pungiglione della carne, l’angelo di satana che lo schiaffeggiava, e aggiunge: Per questo pregai tre volte il Signore affinché me lo togliesse. In risposta egli mi disse: Ti basta la mia grazia, infatti la virtù si perfeziona nella debolezza (2 Cor 12, 8-9). Siate perciò forti, fratelli! Se talvolta siete tentati da qualche strettezza, è Dio che vi flagella per mettervi alla prova: egli che vi ha preparato e vi conserva l’eredità eterna. E non lasciate che il diavolo vi dica: Se tu fossi giusto, non ti manderebbe forse Dio il pane per mezzo di un corvo, come lo mandò ad Elia (1 Re 17, 6)? Non hai forse letto le parole: Mai ho visto il giusto abbandonato né la sua discendenza mendicare il pane (Sal 36, 25)? Rispondi al diavolo: È vero quello che dice la Scrittura: Mai ho visto il giusto abbandonato né la sua discendenza mendicare il pane; ho infatti un mio pane che tu non conosci. Quale pane? Ascolta il Signore: Non di solo pane vive l’uomo ma di ogni parola di Dio (Mt 4, 4). Non credi che la parola di Dio sia pane? Se non fosse pane il Verbo di Dio, per cui mezzo sono state fatte tutte le cose, il Signore non direbbe: Io sono il pane vivo, io che sono disceso dal cielo (Gv 6, 41). Hai dunque imparato che cosa devi rispondere al tentatore quando sei colto dai morsi della fame.
E che dirai se il diavolo ti tenta dicendoti: Se tu fossi cristiano faresti miracoli come ne fecero, molti antichi cristiani? Ingannato da questo malvagio suggerimento, ti potrebbe venire la voglia di tentare il Signore Dio tuo, dicendogli: Se sono cristiano, se lo sono dinanzi ai tuoi occhi e tu mi annoveri nel numero dei tuoi, concedimi di fare anch’io qualcuna delle gesta che compirono i tuoi santi. Hai tentato Dio pensando che non saresti cristiano se non facessi tali cose. Molti sono caduti proprio per il desiderio di tali gesta portentose… Ebbene, che cosa devi rispondere per non tentare Dio se il diavolo ti tentasse dicendoti: Fa’ miracoli? Rispondi ciò che rispose il Signore. Il diavolo gli disse: Gettati giù, perché sta scritto che egli ha comandato ai suoi angeli di occuparsi di te, di sollevarti nelle loro mani perché tu non inciampi con il piede nella pietra (Mt 4, 6). Voleva suggerirgli: Se ti butterai giù gli angeli ti sosterranno. Poteva certamente accadere, fratelli, che, se il Signore si fosse buttato nel vuoto, gli angeli devotamente avrebbero sostenuto la sua carne. Invece egli che cosa rispose? Sta scritto anche: Non tenterai il Signore Dio tuo (Mt 4, 7). Tu mi credi un uomo, rispose. Per questo infatti il diavolo gli si era avvicinato, per provare se fosse o no Figlio di Dio. Egli vedeva solo la carne, mentre la maestà si palesava attraverso le opere, e gli angeli gliene avevano reso testimonianza. Il diavolo dunque lo vedeva mortale e per questo lo tentò; ma la tentazione di Cristo è stata di grande ammaestramento per il cristiano. Che cosa è dunque ciò che sta scritto? Non tenterai il Signore Dio tuo! Non tentiamo perciò il Signore dicendo: Se apparteniamo a te, concedici di fare miracoli.
IN BREVE…
(Cristo) si è fatto per noi via in questo esilio, in modo che noi camminando in lui non ci smarriamo, non veniamo meno, non ci imbattiamo nei ladroni, non cadiamo nelle trappole. (En. in Ps. 90, d. 2, 1)  

LUNEDÌ
Vigilate. Il vostro nemico, il diavolo,
come leone ruggente va in giro, cercando chi divorare.
Resistetegli saldi nella fede.
(1 Pt 5, 8-9)
INTRODUZIONE
L’uomo, grande abisso: chi può conoscere cosa si nasconda nel suo cuore, se non Dio solo? E perché l’uomo possa per lo meno rendersi cosciente di una tale condizione è messo alla prova da Dio. Dio tenta, ma in modo differente dal diavolo: non per suscitare un atto di ribellione, ma per rivelare all’uomo « qualcosa che prima gli era nascosto », quelle cose che risultano « occulte allo stesso uomo entro cui sono ». L’azione di Dio è pedagogica: Egli non acconsente che l’uomo subisca una tentazione superiore alle sue forze. A colui che si mantiene fedele è promessa « la corona della vita » (Ap 2, 10). La Bibbia racconta i casi di numerose tentazioni di Dio nei confronti dell’uomo: l’esempio più conosciuto è quello di Abramo e del figlio Isacco.      
DAI « DISCORSI » DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO  (Serm. 2, 3)
Dio tenta l’uomo, perché l’uomo conosca se stesso
Sappia dunque la vostra carità che la tentazione di Dio non ha lo scopo di far conoscere a lui qualcosa che prima gli era nascosto, ma di rivelare, tramite la sua tentazione, o meglio provocazione, ciò che nell’uomo è occulto. L’uomo non conosce se stesso come lo conosce Dio, così come il malato non conosce se stesso come lo conosce il medico. L’uomo è un malato. Il malato soffre, non il medico, il quale aspetta da lui di udire di che cosa soffre. Perciò nel salmo l’uomo grida: Mondami, Signore, dalle mie cose occulte 9. Perché ci sono nell’uomo delle cose occulte allo stesso uomo entro cui sono. E non vengono fuori, non si aprono, non si scoprono se non con le tentazioni. Se Dio cessa di tentare, il maestro cessa di insegnare. Dio tenta per insegnare, mentre il diavolo tenta per ingannare. Costui, se chi è tentato non gliene dà l’occasione, può essere respinto a mani vuote e deriso. Per questo l’Apostolo raccomanda: Non date occasione al diavolo 10. Gli uomini danno occasione al diavolo con le loro passioni. Non vedono, gli uomini, il diavolo contro il quale combattono, ma hanno un facile rimedio. Vincano se stessi interiormente e trionferanno di lui esternamente. Perché diciamo questo? Perché l’uomo non conosce se stesso, a meno che non impari a conoscersi nella tentazione. Quando avrà conosciuto se stesso, non si trascuri. E se trascurava se stesso quando non si conosceva, non si trascuri più una volta conosciutosi.
IN BREVE…
La onnipotente tua mano non è lontana da noi neanche quando noi siamo lontani da Te… O Signore, tu colpisci, ma per risanare; ci uccidi, perché non si muoia lontani da Te. (Confess. 2, 2)

MARTEDÌ
Non ricordare i peccati della mia giovinezza:
ricordati di me nella tua misericordia,
per la tua bontà, Signore.
(Sal 25, 7)
INTRODUZIONE
Le piccole gocce, se continue ed insistenti, riempiono i fiumi o scavano la pietra; analogamente i piccoli e quotidiani peccati, pur nella loro levità, sono capaci, proprio perché numerosi, di condurre l’uomo alla morte. « Sono lievi, non sono gravi »: è la giustificazione istintiva che l’uomo formula confrontandosi con colpe maggiori. Una tale affermazione pecca di autosufficienza da parte dell’uomo. Quali i rimedi che la Scrittura propone per ovviare ad una simile fragilità umana? Applicarsi alle opere di misericordia corporale e spirituale, alla preghiera, ai digiuni e alle elemosine; ad essi Agostino aggiunge in altri discorsi il pianto e la contrizione del cuore.
DAI « DISCORSI » DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO  (Serm. 9, 17)
Guardarsi dai peccati lievi e numerosi
Se delle seduzioni mondane cercano di insinuarsi nella vostra anima, applicatevi alle opere di misericordia, attendete all’elemosina, al digiuno, alla preghiera. Con questi mezzi infatti vengono rimessi i peccati quotidiani, che non possono non insinuarsi nell’anima, a causa della fragilità umana. Non trascurarli perché sono meno gravi, ma temi per il fatto che sono molti. Fate attenzione, fratelli miei. Sono lievi, non sono gravi. Non è una bestia grande come un leone, che possa scannarti con un solo morso. Ma la maggior parte delle volte anche gli animaletti piccoli, se molti, possono uccidere. Se uno viene gettato in un luogo pieno di pulci, non vi muore forse? Non sono grandi, ma la natura umana è debole e può essere uccisa anche da animali minutissimi. Così anche i piccoli peccati; voi fate osservare che sono piccoli: state attenti, però, perché sono molti. Quanto sono fini i granelli di sabbia! Ma se in una nave ce se ne mettono troppi la sommergono fino a farla colare a picco. Quanto sono minute le gocce della pioggia! Tuttavia non fanno straripare i fiumi e crollare gli edifici? Perciò non trascurate questi piccoli peccati. Ma direte: « E chi può essere senza di essi? ». Perché tu non dicessi questo – poiché veramente nessuno potrebbe – Dio misericordioso, vedendo la nostra fragilità, pose contro di essi dei rimedi. Quali sono i rimedi? Le elemosine, i digiuni, le preghiere: sono questi tre. Perché tu possa pregare con sincerità, bisogna fare elemosine perfette. Quali sono le elemosine perfette? Queste: che quanto ti abbonda lo dia a chi non l’ha, e quando qualcuno ti offende, lo perdoni.
IN BREVE…
In quanto uomini non possiamo evitare le cadute; quel che importa non è ignorarle o minimizzarle. I fiumi che straripano non sono fatti di piccole gocce? Una piccola infiltrazione non riparata in tempo provoca a lungo andare l’affondamento della barca. (Serm. 58, 9-10)                  

MERCOLEDÌ                                          
Sì, Dio ha creato l’uomo per l’immortalità;
lo fece a immagine della propria natura.
Ma la morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo.
(Sap 2, 23-24)
INTRODUZIONE
Agostino invita l’uomo peccatore ad un onesto esame di coscienza, che ne metta in luce la responsabilità di fronte al male. Se il peccato è la perversione della volontà umana, che si rivolge a beni inferiori piuttosto che cercare il Bene Sommo, allora non può attribuirsi che all’uomo. Allo stesso modo l’uomo non deve cadere nella tracotanza e nell’orgoglio, riconoscendo come proprio il bene che compie. Il bene viene da Dio, il male dall’uomo: di qui ne deriva il principio agostiniano, secondo il quale l’uomo elimini da sé la sua opera di peccatore, per lasciare spazio in sé all’opera redentrice di Dio.
DAI « DISCORSI » DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO  (Serm. 16/B, 1-2)
Il bene che compi è Dio a compierlo; il male che fai, sei tu a farlo
Se dei tuoi peccati tu vuoi dare ad altri la colpa, come ho detto, o alla fortuna o al destino o al diavolo, e non a te stesso; oppure se delle tue opere buone a te stesso vuoi dare il vanto e non a Dio, saresti perverso. Invece, qualunque male tu faccia, lo fai per tua malizia, e qualunque bene tu faccia, lo fai per grazia di Dio.
Ma considerate come certi uomini, anche non volendo, vanno talmente avanti nella bestemmia fino a mettere sotto accusa Dio stesso. Quando uno comincia ad accusare la fortuna dicendo che lo che essa lo ha costretto a peccare o che essa ha peccato in lui, quando comincia ad accusare il destino, gli si può chiedere: « Ma la fortuna che cos’è? Che cos’è il destino? ». Quegli cercherà di dire che al peccato lo hanno portato le stelle. Vedete come a poco a poco la sua bestemmia cammina verso Dio. Le stelle infatti chi le ha poste nel cielo? Non forse Dio, creatore di tutto? Se dunque lui vi ha posto queste stelle, ed esse ti costringono a peccare, non ti par che sia lui l’autore dei tuoi peccati? Vedi, o uomo, quanto sei perverso! Mentre Dio accusa i tuoi peccati non per punirtene, ma perché, punendo quelli, tu ne sia liberato, tu nella tua perversità, se fai qualcosa di buono l’attribuisci a te, se fai qualcosa di cattivo l’attribuisci a Dio. Ravvediti da questa perversità. Correggiti, comincia a contraddire te stesso e a parlare diversamente a te stesso. Prima che cosa dicevi? « Il bene che faccio, lo faccio io; il male che faccio, lo fa Dio ». La verità è ben altra: il bene che fai è Dio che lo fa, il male che fai, sei tu che lo fai. Se l’intendi in questo modo, non è inutile il tuo canto: Ho detto: Signore, abbi pietà di me; risanami, perché io ho peccato contro di te (Sal 40, 5).
Perché se ciò che è male lo fa Iddio e ciò che è bene lo fai tu, tu dici contro Dio un’iniquità. Sentite su questo che cosa dice il salmo: Non alzate la testa contro il cielo e non dite iniquità contro Dio (Sal 74, 6). Era infatti un’iniquità quella che dicevi contro Dio, per cui tutto il bene lo volevi attribuire a te e tutto il male a lui. Alzando la testa superbamente dicevi iniquità contro Dio. Solo umiliandoti puoi parlare con equità. E quale è l’equità che esprimerai umiliandoti? Ho detto: Signore, abbi pietà di me; risanami, perché io ho peccato contro di te (Sal 40, 5).
IN BREVE…
La carità è la radice di tutte le opere buone. Come la cupidigia è la radice di tutti i mali (1 Tim 6, 10), così la radice di tutti i beni è la carità. (Serm. 223/E, 2)

GIOVEDÌ
Così, vi dico, ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito,
che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione.
(Lc 15, 7)
INTRODUZIONE
Nell’attesa della seconda venuta del Figlio di Dio, quando giudicherà il mondo alla fine dei tempi, la Chiesa vive il tempo della misericordia. Dio nella sua grandezza d’animo dà testimonianza di pazientare, di offrire sempre una nuova occasione di pentimento al peccatore, prolungandogli i giorni di vita. Tuttavia il perdono di Dio esige che il peccatore sia disposto a perdonare il prossimo. Accusare gli altri per scusare se stessi affretta il tempo della condanna da parte di Dio. Il perdono negato al fratello si ritorcerà inevitabilmente su se stessi, perché con la misura con la quale si misura, saremo misurati (Cf. Mt 7, 2).
DAI « DISCORSI » DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO  (Serm. 17, 5)
È questo il tempo della misericordia nel quale ci è dato di correggerci
Ora infatti, quando tu compi il male, ti sembra di esser buono, perché non vuoi vedere te stesso. Rimproveri gli altri, ma a te non guardi; accusi gli altri, ma a te stesso non pensi; gli altri li metti davanti ai tuoi occhi, ma te stesso poni dietro la tua schiena. Io invece, quando ti incolperò, farò il contrario. Ti prenderò via dalla tua schiena e ti porrò davanti ai tuoi occhi. Allora ti vedrai e ti piangerai. Ma non ci sarà più la possibilità di cambiarti. Tu trascuri il tempo della misericordia: verrà il tempo del giudizio. Tu stesso infatti mi hai cantato nella chiesa: Misericordia e giudizio voglio cantare a te, o Signore 14. È dalla nostra bocca che risuona, dappertutto le chiese rintronano a Cristo: Misericordia e giudizio voglio cantare a te, o Signore. È questo il tempo della misericordia e ci possiamo correggere; non è ancora arrivato il tempo del giudizio. C’è ancora modo; c’è ancora tempo. Abbiamo peccato, correggiamoci. Non è ancora finita la strada; il giorno non è ancora spirato, non ancora concluso. E non ci si disperi, il che sarebbe peggio; perché proprio per i peccati umani e scusabili, tanto più frequenti quanto più piccoli, Dio ha costituito nella sua Chiesa dei tempi di misericordia preventiva, cioè quella medicina quotidiana, quando diciamo: Rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori 15. Per queste parole infatti con faccia pulita ci accostiamo all’altare, per queste parole con faccia pulita comunichiamo al corpo e al sangue di Cristo.
IN BREVE…
Vi piacciono queste parole; io però voglio i fatti. Non vogliate rattristarmi col vostro cattivo comportamento, perché la mia gioia in questa vita non è se non la vostra buona vita. (Serm. 17, 7)

VENERDÌ                                          
Se diciamo che siamo senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi.
Se riconosciamo i nostri peccati, Egli che è fedele e giusto
ci perdonerà i peccati e ci purificherà da ogni colpa
(1Gv 1, 8-9)                         
INTRODUZIONE
La vita presente non è vita a paragone di quella eterna (Cf. Serm. 16, 1). L’uomo vive in sé la tensione tra la bontà dell’opera di Dio e la malvagità connessa al peccato. San Paolo, nella Lettera ai Romani (Rm 7, 19), sintetizza questo pensiero nell’assioma: « Io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio ». L’uomo è pertanto un vero enigma: la sua interiorità è positiva, la sua prassi negativa. Egli necessita di un intervento esterno, che l’aiuti a superare lo scollamento tra ciò che è e ciò che fa. Tale aiuto è frutto dalla grazia divina: è la luce che apre gli occhi ottenebrati dal peccato, che invita ad uscire allo scoperto, ad operare la verità e secondo Verità. « Chi opera la verità condanna in se stesso le azioni cattive »; implora da Dio il perdono e, ricreato nel suo cuore, vive vigilante nell’attesa che risplendi la luce di Cristo.
DAL « COMMENTO AL VANGELO DI S. GIOVANNI » DI SANT’AGOSTINO, VESCOVO  (In Io. Ev. tr. 12, 13-14)
Condanna i tuoi peccati per unirti a Dio
Molti hanno amato i loro peccati, e molti hanno confessato i loro peccati. Chi riconosce i propri peccati e li condanna, è già d’accordo con Dio. Dio condanna i tuoi peccati; e se anche tu li condanni, ti unisci a Dio. L’uomo e il peccatore sono due cose distinte: l’uomo è opera di Dio, il peccatore è opera tua, o uomo. Distruggi ciò che tu hai fatto, affinché Dio salvi ciò che egli ha fatto. È necessario che tu detesti in te l’opera tua e ami in te l’opera di Dio. Quando comincia a dispiacerti ciò che hai fatto, allora cominciano le tue opere buone, perché condanni le tue opere cattive. Le opere buone cominciano col riconoscimento delle opere cattive. Operi la verità, e così vieni alla luce. Cosa intendo dire dicendo: operi la verità? Intendo dire che non inganni te stesso, non ti blandisci, non ti lusinghi; non dici che sei giusto mentre sei colpevole. Allora cominci a operare la verità, allora vieni alla luce, affinché sia manifesto che le tue opere sono state fatte in Dio. E infatti il tuo peccato, che ti è dispiaciuto, non ti sarebbe dispiaciuto se Dio non ti avesse illuminato e se la sua verità non te l’avesse manifestato. Ma chi, dopo essere stato redarguito, continua ad amare i suoi peccati, odia la luce che lo redarguisce, e la fugge, affinché non gli vengano rinfacciate le sue opere cattive che egli ama. Chi, invece, opera la verità, condanna in se stesso le sue azioni cattive; non si risparmia, non si perdona, affinché Dio gli perdoni. Egli stesso riconosce ciò che vuole gli sia da Dio perdonato, e in tal modo viene alla luce, e la ringrazia d’avergli mostrato ciò che in se stesso doveva odiare. Dice a Dio: Distogli la tua faccia dai miei peccati. Ma con quale faccia direbbe così, se non aggiungesse: poiché io riconosco la mia colpa, e il mio peccato è sempre davanti a me? (Sal 50, 11 5). Sia davanti a te il tuo peccato, se vuoi che non sia davanti a Dio. Se invece ti getterai il tuo peccato dietro le spalle, Dio te lo rimetterà davanti agli occhi; e te lo rimetterà davanti agli occhi quando il pentimento non potrà più dare alcun frutto.
Correte, o miei fratelli, affinché non vi sorprendano le tenebre (cf. Gv 12, 35); siate vigilanti in ordine alla vostra salvezza, siate vigilanti finché siete in tempo. Nessuno arrivi in ritardo al tempio di Dio, nessuno sia pigro nel servizio divino. Siate tutti perseveranti nell’orazione, fedeli nella costante devozione. Siate vigilanti finché è giorno; il giorno risplende; Cristo è il giorno. Egli è pronto a perdonare coloro che riconoscono la loro colpa; ma anche a punire quelli che si difendono ritenendosi giusti, quelli che credono di essere qualcosa mentre sono niente. Chi cammina nel suo amore e nella sua misericordia, non si accontenta di liberarsi dai peccati gravi e mortali, quali sono il delitto, l’omicidio, il furto, l’adulterio; ma opera la verità riconoscendo anche i peccati che si considerano meno gravi, come i peccati di lingua, di pensiero o d’intemperanza nelle cose lecite, e viene alla luce compiendo opere degne. Anche i peccati meno gravi, se trascurati, proliferano e producono la morte. Sono piccole le gocce che riempiono i fiumi; sono piccoli i granelli di sabbia, ma se sono numerosi, pesano e schiacciano. Una piccola falla trascurata, che nella stiva della nave lascia entrare l’acqua a poco a poco, produce lo stesso effetto di un’ondata irrompente: continuando ad entrare poco alla volta, senza mai essere eliminata affonda la nave. E che significa eliminare, se non fare in modo con opere buone – gemendo, digiunando, facendo elemosine, perdonando – di non essere sommersi dai peccati? Il cammino di questa vita è duro e irto di prove: quando le cose vanno bene non bisogna esaltarsi, quando vanno male non bisogna abbattersi. La felicità che il Signore ti concede in questa vita, è per consolarti, non per corromperti. E se in questa vita ti colpisce, lo fa per correggerti, non per perderti. Accetta il padre che ti corregge, se non vuoi provare il giudice che punisce. Son cose che vi diciamo tutti i giorni, e vanno ripetute spesso perché sono buone e fanno bene.
IN BREVE…
Ma tu, Signore, sei buono e misericordioso: con la tua mano frughi nelle mie viscere di morte e purifichi l’abisso di corruzione che è nel mio animo, nel momento in cui non volli più ciò che prima volevo e volli invece ciò che volevi tu. (Confess. 9, 1)

SABATO
Non conformatevi alla mentalità di questo secolo,
ma trasformatevi rinnovando la vostra mente,
per poter discernere la volontà di Dio,
ciò che è buono, a lui gradito e perfetto.
(Rom 12, 2)
INTRODUZIONE
Il peccato ha introdotto nel tempo la morte: ad essa nessuno può sottrarsi. Tuttavia la morte non domina indisturbata la scena del pellegrinaggio terreno, che si muove tra le vie di una città, Babilonia, assunta a simbolo della schiavitù del peccato. Nel tempo infatti è posta anche una promessa, la speranza di un compimento della storia che si realizzerà pienamente in un’altra città, la Gerusalemme celeste, la « gran madre celeste », che accoglie i figli redenti dal sacrificio di Cristo. La beatitudine in cielo è la vita in Dio; ma il suo inizio parte dalla dimensione terrena, con il desiderare ardentemente di vivere Deo, di vivere per Dio e con Dio, nell’attesa di godere della vita autentica che non avrà mai fine. Primo passo: gareggiare nell’accostarsi a Dio con un cuore contrito, che muova guerra al peccato: « È sicuramente meglio combattere contro i propri vizi che lasciarsi dominare da essi senza alcuna resistenza… nella speranza della pace eterna » (De civ. Dei 21, 15).
DAI « SERMONI »DI SANT’AGOSTINO VESCOVO  (Serm. 216, 4)
La conversione è il passo necessario per guadagnare la vita eterna
Accostatevi dunque a lui con la contrizione del cuore, perché egli è vicino a chi ha il cuore contrito e vi salverà per i vostri spiriti affranti (cf. Sal 33, 19). Accostatevi a gara, per essere illuminati (cf. Sal 33, 6). Perché voi siete ancora nelle tenebre e le tenebre sono in voi. Ma sarete luce nel Signore (cf. Ef 5, 8), il quale illumina ogni uomo che viene in questo mondo (Gv 1, 9). Vi siete conformati al secolo, ora convertitevi a Dio. Vi rincresca finalmente della schiavitù di Babilonia. Ecco Gerusalemme, la gran madre celeste, vi viene incontro lungo la via, invitandovi gioiosamente, e vi supplica perché desideriate la vita e amiate di vedere giorni buoni (cf. Sal 33, 13), giorni che mai avete avuto né mai potrete avere quaggiù. Quaggiù infatti i vostri giorni si dissolvevano come fumo; più crescevano, più diminuivano; più crescevate in essi, più venivate meno; più salivate in sù, più svanivate. Avete vissuto al peccato per anni numerosi e cattivi, desiderate ora di vivere a Dio; desiderate non molti di quegli anni che debbono aver fine e che corrono per perdersi nell’ombra della morte, ma quelli buoni, quelli vicini veramente alla vita autentica, in cui non vi indebolirete per fame o per sete, perché vostro cibo sarà la fede, vostra bevanda la sapienza. Adesso infatti nella Chiesa benedite il Signore nella fede 16, allora invece nella visione sarete abbondantemente dissetati alle sorgenti di Israele.
IN BREVE…
Tu stesso esàminati. Sempre ti dispiaccia quello che sei, se vuoi giungere a quello che non sei. Perché dal momento che sei soddisfatto di te stesso sei fermo. Se dici: « Basta! », sei perduto. Sempre aggiungi, sempre cammina, sempre progredisci; non fermarti per via, non tornare indietro, non uscire di strada… Va meglio uno zoppo per la strada che un corridore fuori strada. (Serm. 169, 18)

LA DONNA È PER NATURA LA CREATURA CHE DONA LA GIOIA DI VIVERE (…NELL’ESEMPIO DI VITA DI MADRE TERESA)

http://www.zenit.org/it/articles/la-donna-e-per-natura-la-creatura-che-dona-la-gioia-di-vivere

LA DONNA È PER NATURA LA CREATURA CHE DONA LA GIOIA DI VIVERE

L’AMORE E L’ACCOGLIENZA DELL’ALTRO NELL’ESEMPIO DI VITA DI MADRE TERESA

ROMA, 16 FEBBRAIO 2013 (ZENIT.ORG). IRENE BERTOGLIO |

Si sente spesso ripetere che preti e suore non dovrebbero esprimersi sull’educazione dei figli in quanto privi dell’esperienza della genitorialità. Questa critica non tiene conto della maternità e della paternità spirituale che, a volte, avrebbe davvero moltissimo da insegnare ai genitori biologici.
Il primo compito della madre è quello dell’accoglienza, la capacità di ricevere l’altro come un dono e un mistero prezioso con gratuità e riconoscenza. Chi, meglio di Madre Teresa di Calcutta, ha saputo accettare, accogliere e sacrificarsi per amore? I suoi non sono stati certamente figli di sangue, ma sono stati tutti figli del suo cuore. Non per niente il Premio per le madri d’Europa assegnato dal Movimento per la Vita lo scorso dicembre portava come titolo il suo nome.
Nella nostra attuale società i ruoli si stanno vistosamente invertendo: padri non più in grado di assumere decisioni e carenti di virilità, donne “gendarmi” che scimmiottano le caratteristiche prettamente maschili… Ecco perché in questa sede è opportuno ricordare a tutte le donne l’insegnamento di Madre Teresa: «Non permettere mai che qualcuno venga a te e vada via senza essere migliore e più contento. Sii l’espressione della bontà di Dio».
Come? Quali sono le credenziali della donna? «Bontà sul tuo volto e nei tuoi occhi, bontà nel tuo sorriso e nel tuo saluto […] Offri sempre un sorriso gioioso. Dà non solo le tue cure ma anche il tuo cuore». Nella loro semplicità queste parole di Madre Teresa esprimono la vera necessità dei nostri tempi; basta guardarsi intorno per vedere quanti bronci e quanta mancanza di tenerezza colmino certi volti di donna, certi volti di madre.
Secondo Madre Teresa bisogna invece condividere la gioia di amare e la gioia di condividere: «la gioia brilla negli occhi, esce attraverso le parole e va… Quando le persone vedranno una felicità continua nei vostri occhi, farà loro scoprire di essere figli amati da Dio. Senza la gioia non c’è amore e l’amore senza gioia non è vero amore». Ma come possiamo offrire sorrisi autentici e carichi di affetto se il nostro cuore è una tomba?
Madre Teresa non amava usare termini intellettuali, ma esprimeva molto bene il concetto di individualismo che oggi troneggia, sapendo che al mondo ci sono degli ammalati non infermi nel corpo, ma nell’anima, che spesso vogliono ammalarsi sempre di più: «c’è moltissima sofferenza nel mondo. La sofferenza materiale è la sofferenza di chi ha fame, di chi non ha una casa, di chi è malato, ma continuo a ritenere che la sofferenza più profonda sia quella di chi è solo, di chi non si sente amato, di chi non ha nessuno. La peggior malattia che un essere umano possa mai sperimentare è quella di non essere considerato».
La sensazione che qualcuno ci ami: ecco qual è la missione della madre. La donna è per natura la creatura che dona la gioia di vivere, la speranza, la sua tenera carezza d’amore. A questo proposito, la piccola matita di Dio, racconta un aneddoto: «Non dimenticherò mai quel giorno. Stavo camminando sulle strade di Londra quando incontrai un uomo apparentemente solo, così solo, così triste. Mi avvicinai, gli presi la mano e gliela strinsi (le mie mani sono sempre calde), lui mi guardò e disse: “Oh, dopo tanto, tanto tempo sento il calore di una mano umana”. Per molto tempo nessuno l’aveva toccato, nessuno gli aveva dimostrato amore: divenne una persona completamente diversa. Mi diede un così grande e bel sorriso perché sentì il calore dell’amore. Per questo dovete pregare affinché impariate questo dono di Dio… poiché Dio vi ha creati per questo. Niente di complicato. Dio ci ha creati per amare, ci ha donato un cuore per amare, perciò usate questo dono di Dio condividendo la gioia di amare concretamente».
Usa proprio il termine concretamente, perché amare non è semplicemente seguire la ricetta dello sperperare sorrisi (avete presente quelle giornate talvolta indette per abbracciarsi fra sconosciuti, senza impegno, senza senso?): «Quando moriremo saremo giudicati per quello che siamo stati gli uni per gli altri. Egli ha detto: “Avevo fame e mi hai dato da mangiare, ero ignudo e mi hai rivestito, non avevo una casa e mi hai offerto un tetto. Se accogli un bambino in Mio nome, tu accogli Me”».
Guardare negli occhi con gli occhi di chi guarda Dio. Non è facile amare come Dio ci chiede. Molte madri, spesso condizionate dall’ignavia di chi le sta accanto, decidono di sottoporsi alla disumana pratica dell’aborto, anche per evitare di assumersi le responsabilità che l’amore comporta. Altre madri vivono mettendo i figli in secondo piano, facendo prevalere il proprio ego e rinnegando il proprio ruolo di delicatezza e accoglienza: «L’amore, per essere vero, deve costare fatica, deve fare male, deve svuotarci del nostro io». Ci vuole coraggio per dare, per donarsi totalmente e pienamente senza riserve all’altro, specialmente ai più indifesi, che non hanno nulla da ricambiare. Dove trovare una fonte e una riserva per questa meravigliosa missione? Dal Fornitore di amore più grande, l’Amor che move il sole e l’altre stelle…

Publié dans:Approfondimenti, UOMO E DONNA |on 18 février, 2013 |Pas de commentaires »

Brooklyn Museum – Jésus tenté dans le désert – James Tissot

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http://en.wikipedia.org/wiki/File:Brooklyn_Museum_-_Jesus_Tempted_in_the_Wilderness_(J%C3%A9sus_tent%C3%A9_dans_le_d%C3%A9sert)_-_James_Tissot_-_overall.jpg

Publié dans:immagini sacre |on 15 février, 2013 |Pas de commentaires »

COME PAOLO: ROM 10, 8-9

http://euntes.net/sanpaolo/ministeroparola.html

MONS. JUAN ESQUERDA BIFET  – COME PAOLO

IL MINISTERO DELLA PAROLA

« … Vicino a te è la parola sulla tua bocca e nel tuo  cuore: cioè la parola della fede che noi predichiamo. Poiché se con­fesserai con la tua bocca che Gesù è il Signore, e crederai con il tuo cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai sal­vo » (Rom. 10, 8-9).    

Il ministero della parola è annunziare la morte e la risurrezione di Cristo sollecitando ad un incontro, ad un cambiamento, ad un battesimo o immersione. Si predica Cristo Parola di Dio, che vive presente in mezzo a noi e che invita a pensare con lui, a dare valore alle cose come lui ed a rispondere con l’amore come lui. È un processo di conversione che dura tanto quanto è lunga la vita per poter dire « Padre » con la fisionomia e con la voce di Cristo. La predicazione mira a realizzare l’incontro con Cristo risorto e presente. È il Signore che vive con noi, lui che visse nelle nostre condizioni e che ora e glorifica­to. Gli apostoli sono testimoni qualificati della risurre­zione del Signore. Tutta la predicazione ha lo scopo di creare uomini consapevoli e coerenti alla realtà di Cristo risorto …

Vivere dell’incontro con Cristo e frutto della predi­cazione della parola; è un dono di Dio. Non c’è altra liberazione ed altra salvezza al di fuori di quella che deriva dalla morte e dalla risurrezione di Cristo. Educare gli uomini a vivere di questa realtà, è un compito arduo ed ininterrotto che richiede apostoli maturi nell’amore per Cristo. Non si può predicare la risurrezione in una atmosfera di dubbi teorici e pratici. Incomincia a dubita­re chi si è ben sistemato in una società consumistica. Gli Apostoli non predicarono miti né mezze verità; essi vi­dero il Signore, toccarono con mano i suoi miracoli. Nel sepolcro vuoto scoprirono la realtà ed il significato della risurrezione: Cristo era risorto e questo non era una illusione o una fantasia. Cristo che ha vinto la morte, è il Signore, il Figlio di Dio, che ci ha redento, che vive in noi e che cammina con noi verso il Padre. Noi stessi risusciteremo in lui cominciando fin d’ora, innestati in lui, il progresso della vittoria totale sul peccato e sulla morte …

SALMO 90 (91) SOTTO LE ALI DELL’ONNIPOTENTE

http://www.perfettaletizia.it/bibbia/salmi/salmo90.htm

SALMO 90 (91)  SOTTO LE ALI DELL’ONNIPOTENTE

Chi abita al riparo dell’Altissimo
passerà la notte all’ombra dell’Onnipotente.
Io dico al Signore: “Mio rifugio e mia fortezza,
mio Dio in cui confido”.
Egli ti libererà dal laccio del cacciatore,
dalla peste che distrugge.
Ti coprirà con le sue penne,
sotto le sue ali troverai rifugio;
la sua fedeltà ti sarà scudo e corazza.
Non temerai il terrore della notte
né la freccia che vola di giorno,
la peste che vaga nelle tenebre,
lo sterminio che devasta a mezzogiorno.
Mille cadranno al tuo fianco
e diecimila alla tua destra,
ma nulla ti potrà colpire.
Basterà che tu apra gli occhi
e vedrai la ricompensa dei malvagi!
“Sì, mio rifugio sei tu, o Signore!”.
Tu hai fatto dell’Altissimo la tua dimora:
non ti potrà colpire la sventura,
nessun colpo cadrà sulla tua tenda.
Egli per te darà ordine ai suoi angeli
di custodirti in tutte le tue vie.
Sulle mani essi ti porteranno,
perché il tuo piede non inciampi nella pietra.
Calpesterai leoni e vipere,
schiaccerai leoncelli e draghi.
“Lo libererò, perché a me si è legato,
lo porrò al sicuro, perché ha conosciuto il mio nome.
Mi invocherà e io gli darò risposta;
nell’angoscia io sarò con lui,
lo libererò e lo renderò glorioso.
Lo sazierò di lunghi giorni
e gli farò vedere la mia salvezza”.

COMMENTO

Il salmista professa di trovare la sua forza e pace nel Signore, nel quale confida: “Io dico al Signore: <Mio rifugio e mia fortezza, mio Dio in cui confido>”.
Il salmo vuole infondere fiducia nel futuro, sicuramente positivo per chi confida nel Signore (Cf. Dt 6,14).
Il « laccio del cacciatore”, sono le trappole poste dai nemici per giungere a compromettere il giusto.
“Dalla peste che distrugge”; più giustamente secondo l’originale ebraico dovrebbe tradursi: “Dalla parola che distrugge”, cioè dalla parola calunniatrice.
“Il terrore della notte”, sono gli assalti dei briganti, le incursioni dei nemici.
“La freccia che vola di giorno”, sono gli attacchi in pieno giorno dei nemici: di notte le frecce non si usano.
“La peste che vaga nelle tenebre”, l’uomo non vede il propagarsi del contagio; per questo “nelle tenebre”.
“Lo sterminio che devasta a mezzogiorno”, è l’azione delle carestie.
Di fronte all’imperversare delle sventure: “Mille cadranno al tuo fianco e diecimila alla tua destra, ma nulla ti potrà colpire”.
Indubbiamente il salmo presenta una situazione del giusto non costantemente frequente, per cui va aperta ad una lettura in chiave figurata, dal momento che le sventure colpiscono anche i giusti. Le sventure non colpiscono il giusto nel senso che in tutte le circostanze avrà l’aiuto di Dio per non cadere nell’infedeltà a Dio ed essere felice della sua presenza: Dio è il più grande bene.
Gli angeli custodiranno il giusto in tutti i suoi passi, cioè nei suoi viaggi, nelle sue iniziative. Anzi, tutto sarà facilitato dagli angeli, la cui azione è presentata con l’immagine degli angeli che stendono le loro mani a formare la strada dove percorre il giusto, affinché non inciampi nella pietra il suo piede.
Il giusto assistito da Dio camminerà indenne
nei pericoli: “Calpesterai leoni e vipere, schiaccerai leoncelli e draghi”. I “draghi”, sono un’immagine tratta dalla mitologia cananea (Vedi il Leviatan; Cf. Ps 73).
Il salmista alla fine “passa la parola” a Dio: “Lo libererò, perché a me si è legato, lo porrò al sicuro, perché ha conosciuto il mio nome…lo libererò e lo renderò glorioso. Lo sazierò di lunghi giorni e gli farò vedere la mia salvezza”.

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